Lo strano caso dell'andamento del morbillo nel veronese

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Gli autori utilizzano di abitudine la pausa pranzo per effettuare l’epicrisi della giornata trascorsa.
Da sempre sono consapevoli che il loro ristoratore, Mimmo, sceglierà per loro quello che mangeranno e possono, così, passare velocemente all’esame dei punti fissi dell’ordine del giorno relativi alle possibili cause di calamità prevedibili: i tumulti giornalieri generati dal personale (non a caso in prevalenza femminile) e l’andamento delle malattie infettive.
Durante uno di questi approfondimenti abbiamo lungamente dibattuto il seguente problema che riassumiamo di seguito:

Il morbillo è una malattia infettiva particolarmente contagiosa (Ro = 16-18). Nella Ulss 20 di Verona (480.000 abitanti) prima di organizzare un’efficace campagna di vaccinazioni abbiamo avuto migliaia di casi notificati. Dopo però il consolidamento della campagna vaccinale da anni non solo non si manifestano eventi epidemici ma anche i casi sporadici di malattia importata non riescono a innescare un focolaio.


Grafico 1Numero di nati e di casi notificati di morbilli nell’ASL di Verona prima dell’avvio della campagna vaccinale di massa. (Nel 1995, i confini dell’ASL di Verona sono stati modificati con un aumento dei residenti dai 300.000 circa a 450.000 circa)

C’è, però, un aspetto importante da sottolineare: le statistiche ufficiali indicano che la copertura vaccinale (vedi grafico 2) è inferiore di più punti del livello del 95% che viene considerato necessario per interrompere la circolazione del virus. Perché non abbiamo un’epidemia?

 

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Grafico 2Regione Veneto. Coperture a 24 mesi delle coorti 2008-2011 suddivisi per ULSS. La ULSS 20 è l'azienda di appartenenza degli autori (Fonte: Report Sull’Attività Vaccinale Dell’Anno 2013 e copertura vaccinale a 24 mesi (coorte 2011) e Monitoraggio Della Sospensione Dell’Obbligo Vaccinale al 31/03/2014. Regione Veneto, Direzione Prevenzione, Servizio Promozione e Sviluppo Igiene e Sanità Pubblica)

Abbiamo solo due possibili risposte a questi dati contraddittori: o siamo oggetto di una speciale protezione della Madonna Pellegrina, oppure i dati di vaccinazione non ce la raccontano giusta.
Ad attenta analisi l’ipotesi della protezione divina è risultata scarsamente plausibile, data l’indole particolarmente scettica degli scriventi e l’evidente malvagità della popolazione (bambini inclusi) che avrebbe dovuto essere oggetto della speciale protezione divina. L’ipotesi, inoltre, risultava difficilmente verificabile con i mezzi tecnici messi a disposizione dalla scienza medica. Abbiamo così deciso di esplorare una seconda ipotesi e cioè che le modalità di raccolta ufficiali dei dati vaccinali non riescano a descrivere correttamente la realtà.

La soluzione a questo “enigma”, pensiamo, potrebbe arrivare dallo studio della modalità di raccolta dei dati vaccinali ufficiali; probabilmente i dati in nostro possesso non riescono a descrivere correttamente la realtà. Abbiamo deciso, allora, di approfondire l’argomento analizzando il sistema elettronico unico di registrazione delle vaccinazioni attivato nella Regione Veneto (OnVac) assieme all’anagrafe vaccinale unica regionale.
Siamo stati, così, in grado (rispetto al passato) di seguire con precisione la situazione vaccinale di singoli soggetti, o di coorti di soggetti, anche nella loro evoluzione nel tempo.
Abbiamo avuto anche la possibilità di verificare se le nostre ipotesi interpretative dell’atteggiamento dei genitori verso le vaccinazioni, nate dall’analisi dei dati rilevati dall’indagine conclusasi nel 2012, sono confermate o smentite dai dati registrati. [1]
In particolare di quell’indagine ci preoccupano le risposte date alla domanda: Le vaccinazioni vengono effettuate su bambini troppo piccoli, bisognerebbe farle quando sono un po’ più grandi?

Le risposte positive a questa domanda, su una scala da uno a cinque, sono state, infatti, di:

  • 4,58 per i genitori che avevano deciso di non vaccinare i loro figli;
  • 3,6 per i genitori che avevano deciso di vaccinare solo parzialmente i loro figli;
  • 2,31 per i genitori che avevano deciso di vaccinare i loro figli.

Il punto da tener presente è che mentre i primi due gruppi sommati assieme non raggiungono il 5 % dei genitori, il resto conta, da solo, il 95% della nostra massa di utenti e, quindi, quel 2,31 su 5 è un segnale importante da valutare con attenzione.

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Figura 1Percezione del rischio della vaccinazione nelle ULSS di progetto. Figura 22, del rapporto di indagine citato
Nel corso della nostra indagine si è verificato anche se le scadenti coperture vaccinali contro il morbillo evidenziate dai report ufficiali non fossero, in realtà, non tanto un rifiuto vaccinale ma una ritardata adesione all’offerta vaccinale causata dalla diffusa (ed errata) convinzione che all’età “canonica” di vaccinazione definita dal calendario vaccinale, i bambini fossero ancora troppo piccoli per essere vaccinati.
E in effetti, prolungando il periodo di osservazione (grafico 3) dai 24 mesi del grafico n.2 abbiamo notato un incremento a tre anni ed un aumento ancora più marcato a 5 anni e mezzo.

Grafico 3. ULSS 20. Andamento della 1° dose di vaccino contro il Morbillo all’età di 3 anni e 5½ delle coorti di nascita dal 2003 al 2010, controllata a 3 anni e a 5° ½.

A questo punto ci è colta la curiosità di vedere se anche oltre ai 5 anni c’era un ulteriore aumento di coperture (ricordiamo che stiamo parlando sempre della prima dose di vaccino antimorbilloso).
Ed effettivamente (grafico 4) le coperture della coorte 2006 raggiungono il 95 % alla "veneranda" età di sette anni.

Grafico 4. ULSS 20. Andamento della 1° dose di vaccino contro il Morbillo per i nati nel 2006 dell’ULSS 20, controllata a 2, 3, 4, 5, 6, 7 e 7.5 anni di età.

Non un miracolo ma un buon tasso di vaccinazione impedisce la malattia

È chiaro che una quota rilevante (5%) delle varie coorti di nascita rimangono non immunizzate per diversi anni ma è probabile che, anche in questa situazione, il tasso di copertura complessivo riesca a ostacolare la circolazione del virus consentendo anche a questa quota una protezione parziale fino a quando non vengono vaccinati. In ogni caso, una copertura elevata, seppure tardiva, impedisce l'accumulo di una quota di popolazione non immune superiore al 5%, cosa che favorirebbe lo sviluppo di una epidemia.

Quando esponiamo questi dati (che contrastano fortemente con l’impressione degli addetti ai lavori che pensano che l’adesione alle vaccinazioni stia diminuendo) ci viene chiesto con insistenza se crediamo che i recuperi che abbiamo documentato per le coorti di nati degli anni precedenti si riprodurranno anche nei prossimi anni.
Premesso che non abbiamo sfere di cristallo, va tenuto conto che, come ancora ci insegnano Ippocrate e Tucidide, una buona descrizione di quello che è successo in passato è l’unica possibilità di fare razionali ipotesi per il futuro.

Ora, il grafico seguente che esplora le coperture vaccinali dell‘intera regione su un lungo periodo di tempo, prima e dopo la sospensione regionale dell’obbligo, evidenzia un’adesione sostanzialmente stabile, quasi che tutto il nostro industrioso operare, informare, formare e riformare sia poco influente, su larga scala e su lunghi periodi di tempo, sulle scelte della gente.
È quindi ragionevole supporre che la situazione di buone coperture (sia pur raggiunte in ritardo) rimarrà tale anche nel prossimo futuro sempre che riusciamo a mantenere un’offerta vaccinale di buona qualità.

Grafico 5. Adesione percentuale, per coorti di nascita semestrali, all’offerta della prima dose di vaccino antipoliomielitico all’età di tre e nove mesi, nelle 19 ASL della Regione Veneto (su un totale di 21) che usufruiscono del sistema di registrazione regionale ONVAC (escluse ULSS n. 4,8 e 14). Dati rilevati a fine agosto 2013.

Di fronte a questo fenomeno pensiamo sia, in ogni caso, utile modificare le modalità di rilevazione delle coperture, ampliando i tempi di osservazione, in modo d’avere un quadro più completo che possa essere raffrontato con la comparsa di focolai epidemici.
C’è la necessità di incoraggiare gli operatori sanitari, a iniziare dai pediatri di libera scelta, a mantenere una pressione costante, a ogni contatto, sui genitori per ottenere un’adesione completa al calendario vaccinale.

Ma per poter convincere i genitori a vaccinare i propri figli dobbiamo cercare di informarli, solo così si potranno contrastare le false informazioni sulla scarsa pericolosità del morbillo e sull’entità delle reazioni avverse. Molto spesso, come ha dimostrato l’indagine, il ritardo nelle vaccinazioni è dovuto proprio ai dubbi dei genitori provenienti dai mass media e da immotivati interventi della magistratura [2].

[1] “Indagine sui Determinanti del Rifiuto dell’ Offerta Vaccinale nella Regione Veneto”, iniziata il 1 giugno 2009 e si è conclusa il 31 maggio 2011, http://prevenzione.ulss20.verona.it/indagine_scelta_vaccinale.html
[2] Magistratura e salute. La credibilità perduta. Massimo Valsecchi ,  Salute Internazionale on-line del 9 giugno 2014

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Canaletto e Bellotto: pittori o geometri?

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Canaletto, Campo Santi Giovanni e Paolo, 1738 circa.

Dovendo scegliere tra un pittore e un topografo, a chi affidereste il compito di rappresentare realisticamente ed efficacemente un determinato paesaggio, urbano o rurale? Ipotizziamo che decidiate di affidare il lavoro a un artista con cui pattuite l’esecuzione di un dipinto a olio su tela. E se l’artista che avete incaricato facesse uso di mezzi tecnici, ad esempio di apparecchiature ottiche, in un certo senso invadendo il campo e appropriandosi dei trucchi del mestiere e delle competenze della concorrenza? Denuncereste la violazione del patto - non scritto - che ha stipulato con voi e lo giudichereste un artista che bara o addirittura un artista dimezzato?

È questo il dubbio che devono essersi posti, già nella prima metà del Settecento, Antonio Canal, detto Canaletto e suo nipote Bernardo Bellotto (pure lui per un certo periodo noto come Canaletto, diciamo per mere ragioni di marketing). I due, infatti, il primo essendo maestro del secondo, fecero ampio e documentato uso di un’apparecchiatura ottica nota come camera obscura senza peraltro mai molto sbandierare questo loro “segreto industriale”: la utilizzarono costantemente come sussidio per tracciare con sicurezza le linee portanti dei volumi dei loro dipinti e le sagome dei monumenti e degli edifici che hanno rappresentato negli affascinanti dipinti a olio presenti in musei, gallerie e collezioni di enti e di privati in tutto il mondo. Sono stati, Canaletto e Bellotto, tra i primi e certamente i più noti esponenti del cosiddetto vedutismo, genere pittorico nato a Venezia nel primo Settecento. Molti loro schizzi (“scaraboti”) e disegni preparatori, a matita e penna su carta, sono arrivati fino a noi e sono conservati, raccolti in quaderni, in vari musei, tra cui le Gallerie dell’Accademia a Venezia.

La camera oscura portatile in legno appartenuta secondo alcuni studiosi a Canaletto. Si può vederla all'ingresso della mostra “Bellotto e Canaletto. Lo stupore e la luce”, alle Gallerie d’Italia in Piazza della Scala a Milano.

Come porsi, dunque, di fronte alla legittimità e opportunità dell’uso intensivo della camera obscura da parte di quei pittori? Si tratta semplicemente di un utile strumento ausiliario o è invece una criticabile pratica tecnica che, se applicata in modo pedissequo nella realizzazione dei dipinti, minaccia di ostacolare e compromettere la creazione artistica, esponendo così il pittore al rischio di vedersi relegato nell’angusto e sgradito ruolo esecutivo di “geometra dell’ufficio tecnico”?

Per rispondere a questa domanda, serve forse chiedersi perché  alcuni pittori, soprattutto settecenteschi, abbiano sentito l’esigenza di utilizzare la camera obscura, o camera ottica. La risposta molto probabilmente va cercata nel clima culturale dell’epoca di cui stiamo parlando: con l’Illuminismo, infatti, si impone un nuovo sguardo sulla realtà, più oggettivo, più scientifico e l’esattezza della rappresentazione pittorica del paesaggio è solo uno dei campi in cui questa nuova visione del mondo si manifesta.

Questa tematica complessa, di cui cercheremo di fornire qualche utile elemento di conoscenza e di riflessione, colpisce immediatamente il visitatore della bella mostra “Bellotto e Canaletto. Lo stupore e la luce”, alle Gallerie d’Italia in Piazza della Scala a Milano. Nelle quasi cento opere in mostra si possono ammirare le precise rappresentazioni (quanto precise effettivamente siano, tra poco lo scopriremo) di palazzi e canali, campi (nel senso veneziano della parola) e piazze di città del centro Europa, campagne e scorci di ruderi dell’antichità talmente dettagliate da sembrare fotografie, il tutto sempre sapientemente illuminato da luci oblique e radenti, perfettamente adatte a scolpire la tridimensionalità degli edifici. Per meglio comprendere il senso di queste immagini si rende necessario, però, un salto indietro nella storia della scienza e della tecnica.

La conquista della prospettiva

Nel corso degli ultimi tre millenni, non sono mancati studi teorici e sperimentazioni pratiche per cercare di risolvere un problema, sia concettuale, sia concreto: quello della rappresentazione della realtà tridimensionale su una superficie piana, bidimensionale. Problema che stava a cuore a due categorie apparentemente assai distanti tra loro di esseri umani: i matematici e i pittori, vale a dire, in un senso più ampio, gli scienziati e gli artisti.

Precisiamo, per quanto possa sembrare a questo punto scontato, che stiamo parlando di “prospettiva” e di “geometria proiettiva”. Nelle prime testimonianze visive arrivate fino a noi, quelle raffiguranti scene di caccia rinvenute nei dipinti rupestri delle grotte paleolitiche, i nostri antenati non sembrano essere stati sfiorati dal desiderio di suggerire un senso di profondità alle loro immagini. Occorre quindi fare un balzo temporale in avanti di parecchi millenni per vedere qualche tentativo di rappresentazione prospettica del reale: in qualche disegno di epoca egizia, duemila anni prima di Cristo, appaiono molto timidamente i concetti della similitudine e della prospettiva, con edifici rappresentati in pianta e alzato, per quanto, a dire il vero, la maggior parte delle immagini egizie giunte fino a noi raffigurino piuttosto una realtà prevalentemente bidimensionale (di profilo). Nemmeno l’epoca della cultura Assiro Babilonese sembra sentire l’urgenza di descrivere un mondo a tre dimensioni e, ad esempio, i bassorilievi di leoni e altri animali presenti sulle pareti della Porta di Ishtar (sec. VI a.C.), conservata al Pergamon Museum di Berlino, ci appaiono nella loro fissità, isolate e di profilo su uno sfondo uniforme, privo di profondità. In estremo oriente la prospettiva, almeno a livello di studi teorici, sembra far capolino solamente in un trattato cinese per la determinazione delle ombre del IV secolo a.C., ma risalente secondo alcuni storici addirittura al 1100 a.C.

Ma è solo con i grandi matematici greci che inizia uno studio rigoroso delle regole di rappresentazione geometrica dello spazio. Spicca tra tutti il nome di Euclide, vissuto ad Alessandria (allora una colonia greca) a cavallo tra quarto e terzo secolo a.C., noto per la sua imponente opera Elementi grazie alla quale è passato alla storia della matematica.  Nell’Ottica, suo meno noto trattato, Euclide pone invece le fondamenta della geometria descrittiva, chiamata poi, a partire dal diciannovesimo secolo, “geometria proiettiva”.

Proseguendo nella nostra carrellata storica, la civiltà romana sembra da un lato orientata alla sperimentazione pittorica, dall’altro lato alla teorizzazione. Sul versante pratico, attraverso dipinti e mosaici (ad esempio nel mosaico pompeiano di Alessandro alla battaglia di Isso), si assiste alla rappresentazione della tridimensionalità, pur essendo chiaro che non era ancora maturata una consapevolezza precisa delle regole della convergenza verso un unico punto. Dall’altro lato, quello più teorico, attraverso gli scritti di Vitruvio (architetto e scrittore del primo secolo a.C.) si approfondiscono i problemi legati alla scenografia e alla rappresentazione degli edifici.

Il più antico disegno pubblicato noto di una camera oscura si trova nel trattato "De Radio Astronomica et Geometrica" (1545) del medico, matematico e costruttore di strumenti olandese Gemma Frisius (nato Jemme Reinerszoon), in cui l'autore descrive ed illustra come ha usato la camera oscura per studiare l'eclissi solare del 24 gennaio 1544.

Prima di arrivare al Rinascimento italiano, nel XIV secolo, durante il quale architetti/pittori/matematici, da Filippo Brunelleschi a Leon Battista Alberti e da Piero della Francesca fino a Leonardo da Vinci, applicando rigorosi metodi matematici hanno definito in maniera fino ad allora sconosciuta le regole della prospettiva, è necessario menzionare altri studiosi medievali che li hanno preceduti. Tra questi vale la pena ricordare in particolar modo lo scienziato/filosofo arabo Al-Kindi (IX secolo) e soprattutto  il matematico, fisico, medico e filosofo Alhazen (XI secolo), nato a Bassora ma trasferitosi presto al Cairo. A quest’ultimo, autore del trattato in sette volumi sull’Ottica Kitab al-Manazir, tradotto in latino da Gherardo da Cremona nella seconda metà del XII secolo, sono attribuite le prime osservazioni relative al passaggio dei raggi di luce attraverso un foro e al loro viaggiare in linea retta senza mai confondersi, generando su una superficie, posta al di là del piano contenente il foro, immagini rovesciate direttamente corrispondenti alle forme degli oggetti dai quali la luce proviene.

Bellissime scientifiche finzioni

Si tratta esattamente della descrizione del principio della camera obscura (o camera oscura, detta anche camera ottica) strumento che finalmente ci porta a parlare del lavoro di Bellotto e Canaletto, noti soprattutto per le vedute di Venezia, ma attivi anche in altre città d’Italia e d’Europa visitate durante viaggi di lavoro o in alcuni casi diventate luogo di residenza (Roma, Firenze, Verona, la Lombardia, Londra, Dresda, Vienna, Monaco di Baviera, Varsavia). All’ingresso della mostra delle Gallerie d’Italia di Milano (visitabile fino al 5 marzo), il primo oggetto che ci accoglie, racchiuso entro una teca trasparente, è proprio una camera oscura portatile in legno appartenuta forse (ma secondo alcuni studiosi probabilmente no) a Canaletto. Il primo quadro della mostra, una tela di Canaletto, è il Campo Santi Giovanni e Paolo (circa 1738), di cui sono arrivati a noi anche gli schizzi preparatori (visibili in mostra su un monitor), fatti certamente con l’ausilio di una camera obscura.

Schizzi preparatori per la tela Campo Santi Giovanni e Paolo (circa 1738) di Canaletto.

Quello che colpisce a prima vista nel quadro è una precisione e un apparente realismo “di qualità fotografica”, ma un confronto diretto con quell’angolo di Venezia, tutt’oggi conservato quasi esattamente come all’epoca del dipinto, permette di scoprire che l’artista ha, sì, operato partendo da una ricognizione fatta per mezzo della camera ottica, ma ha anche arbitrariamente spostato il suo punto di osservazione tra uno schizzo e l’altro, tra una seduta di disegno e l’altra. Così facendo, ma ricomponendo con maestria più “riprese” fatte da punti di osservazione distinti, come dimostrato nel 1959 dallo storico dell’arte e massimo studioso della prospettiva Decio Gioseffi, Canaletto crea l’illusione di un punto di vista unico, più lontano, ma oggettivamente impossibile da realizzare nella pratica per la presenza di edifici al di qua del canale, il Rio dei Mendicanti, che si trova in primo piano nel quadro. Nelle parole della curatrice della mostra, Bożena Anna Kowalczyk: “un’immagine altamente sofisticata, irreale nelle proporzioni dei monumenti e nelle distanze, ma di grande bellezza.”

E qui torniamo alla domanda con cui abbiamo aperto l’articolo: per rappresentare la realtà del mondo preferiamo un pittore o un topografo, un artista o un geometra? La risposta, visti i risultati e soprattutto considerati i procedimenti e le strumentazioni utilizzate, sembra essere meno netta del previsto. Svelato il mistero dell’utilizzo “creativo” di uno strumento di conoscenza oggettiva come la camera ottica opteremmo per un tipo particolare di artista, come appunto Bellotto e Canaletto, che abbia fatta sua un’impostazione come quella qui ben descritta:

“Quelli che s’innamorano della pratica senza la scienza, sono come i nocchieri che entrano in naviglio senza timone o bussola, che mai hanno certezza dove si vadano. Sempre la pratica dev’essere edificata sopra la buona teorica, della quale la prospettiva è guida e porta, e senza questa nulla si fa bene” . Leonardo da Vinci – Trattato della Pittura, parte seconda - 77. Dell'errore di quelli che usano la pratica senza la scienza.

 

Cover: Antonio Canal, detto il Canaletto, Campo santi Giovanni e Paolo, 1738 ca, olio su tela, 46,4x78,1 cm, Londra, Royal Collection. Prestato da Sua Maestà Elisabetta II e visibile nella mostra “Bellotto e Canaletto. Lo stupore e la luce”, dal 25 novembre 2016  al 5 marzo 2017 alle Gallerie d’Italia, Piazza della Scala, Milano.