Dunque, il problema è quello di fare una vera analisi di qualità che corrisponda alla gestione reale del sistema universitario. La mia impressione più netta riguarda i seguenti fatti: 1) per stimolare i corpi accademici dei vari settori disciplinari a collaborare bisogna introdurre incentivi che rendano utile farlo e non solo regole che lo impongano; 2) bisogna trovare il modo di valutare sia la ricerca che la didattica facendo dei medaglioni puntuali delle figure individuali degli aspiranti a posizioni accademiche e non solo copie-carbone di impact factors e citation indexes; 3) bisogna preoccuparsi della interattività del rapporto studenti-docenti nei singoli corsi; non si possono ammettere corsi che siano conferenze-monologhi in cui il docente non dia spazio agli interrogativi dei suoi studenti; 4) bisogna ripristinare un rapporto diretto tra l'università e la scuola, dalla primaria alla secondaria superiore, in modo che le discipline vengano coltivate correttamente sin dall'inizio delle carriere scolastiche in una didattica che percore gradini evolutivi riconoscibili. Mi sembra che il sistema italiano (ma non è il solo) sia capace di fare queste cose in alcuni settori che godono di una grande tradizione e che lo si veda dai risultati in quei settori. Forse sarebbe anche meglio riflettere sulla proliferazione delle sedi universitarie periferiche senza però dimenticare che assolvono alla funzione di attenuare i disagi degli studenti fuori sede: periferico non vuol dire necessariamente scadente se incentivi e reclutamento non sono scadenti in quanto periferici. Ma è indispensabile uscire dalla rete di luoghi comuni morbosamente diffusi da persone insoddisfatte che magari vengono da esperienze in cui il mercato ha già avuto l'effetto devastante che potrebbe avere anche da noi se continua così: lo slogan che deve campeggiare sull'Università italiana è: "La cultura superiore è il più importante investimento di una democrazia avanzata e il nostro mondo deve accettare una volta per tutte, come diceva il compianto Antonio Ruberti, che i beni immateriali portano più benessere, felicità e consapevolezza dei beni materiali".
L’Università: ne parliamo correttamente?
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Il caldo sul lavoro è un’emergenza sanitaria in crescita

Il cambiamento climatico è anche una questione di salute e sicurezza sul lavoro: in Italia, nelle giornate di caldo estremo il rischio di morire per un infortunio aumenta del 61%, con agricoltura e costruzioni tra i settori più esposti. Le ordinanze regionali e gli strumenti previsionali hanno rafforzato la prevenzione, ma restano disuguaglianze, scarsa consapevolezza dei rischi e tutele insufficienti. E senza adeguate misure di adattamento, nei prossimi decenni gli infortuni legati al caldo sono destinati ad aumentare.
È ampiamente condiviso come il cambiamento climatico si configuri come una reale emergenza sanitaria e una sfida epocale. Una riflessione su come tale emergenza sanitaria riguardi anche la salute e la sicurezza dei lavoratori è essenziale. Storicamente, la ricerca in ambito occupazionale ha consentito di identificare e caratterizzare rischi per la salute dei lavoratori dovuti a sostanze presenti anche negli ambienti di vita (solitamente a più bassi livelli di esposizione).