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Home » Campi del sapere » Scienze della vita

L'origine della malaria: dal gorilla all'uomo

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Medicina

Gli agenti delle malattie infettive che affliggono l’uomo hanno, in gran parte dei casi, un’origine zoonotica. Si tratta per lo più di microrganismi che, in un particolare periodo storico e per i motivi più vari, hanno effettuato il cosiddetto “passaggio di specie” dall’animale all’uomo, adattandosi poi in questo nuovo ospite. Il plasmodio della malaria non fa eccezione a questa regola. Di fatto, se ne conoscono diverse specie nella scimmia e 5 specie nell’uomo (Plasmodium Falciparum, P. Ovale, P. vivax e P. malariae, nonché il meno comune P. knowlesi). Si è sempre ritenuto che il plasmodio umano più pericoloso, ovvero il Plasmodium falciparum, agente causale delle malaria terzana cosiddetta “maligna”, fosse derivato dallo scimpanzé, data la sua similitudine con Plasmodium reichenomi, ospite abituale di questo tipo di grande scimmia. In particolare, si pensava che P. falciparum e P. reichenowi avessero iniziato a divergere allo stesso tempo in cui scimpanzé e uomo cominciarono ad evolvere a partire da un progenitore comune, circa 5-7 milioni di anni fa. Essere all’origine della forma peggiore di malaria non faceva che peggiorare la fama dello scimpanzé, già compromessa dall’aver rappresentato l’origine di HIV-1, il tipo più diffuso e aggressivo di HIV.

Un ampio studio condotto in diversi paesi dell’Africa sub-Sahariana ha però scagionato lo scimpanzé, identificando nel gorilla la fonte originaria del P. falciparum. Liu e collaboratori, come riportato in un articolo pubblicato sulla prestigiosa rivista Nature, hanno esaminato campioni fecali di circa 3000 grandi scimmie, in particolare gorilla dell’Africa occidentale e dell’Africa orientale, nonché varie specie di scimpanzé, per varie specie di Plasmodium. Solo i gorilla dell’Africa occidentale e gli scimpanzé (Pan troglodites) risultavano positivi per la ricerca di sequenze di DNA di plasmodio effettuata mediante una particolare tecnica PCR (polimerase chain reaction), con prevalenze variabili fra il 32 e il 48%, mentre risultavano del tutto negativi sia i gorilla dell’Africa orientale (Pan beringei) che i Bonobo (Pan paniscus), questi ultimi altrimenti definiti come scimpanzé “pigmei”.

La sequenziazione del DNA permetteva di identificare, oltre a sequenze correlate a plasmodi umani quali P. malariae, P. vivax e P. ovale, almeno 6 diversi “lignaggi” di plasmodio specifici del gorilla e dello scimpanzé; l’analisi filogenetica, infine, mostrava come uno di questi plasmodi, rinvenuto nei gorilla dell’Africa occidentale, fosse caratterizzato da una elevata similitudine con il P. falciparum umano. La limitata diversità genetica del P. falciparum umano, che si configura come un “lignaggio” monofiletico all’interno del cosiddetto clade G1 del gorilla, fa pensare ad un unico evento di passaggio di specie dalla scimmia all’uomo, avvenuto in un periodo relativamente recente.

Se è quindi risolto il mistero dell’origine del P. falciparum umano, che appare derivare dal gorilla e non dallo scimpanzé, rimangono però aperti alcuni quesiti. Primo fra tutti, la data di introduzione di questa specie di plasmodi nell’ospite umano, che al momento non è possibile stimare con precisione. Inoltre, non sappiamo se il gorilla “occidentale” possa rappresentare o meno una riserva per ulteriori passaggi di specie del P. falciparum. Infine, rimane da capire se l’assenza di plasmodi, di qualsiasi specie, nei Bonobo e negli scimpanzé “orientali” possa essere la conseguenza di un’estinzione dell’infezione in queste specie animali o semplicemente di una bassa prevalenza dell’infezione stessa, che potrebbe però essere rilevata solo studiando un campione ancora più ampio di tali scimmie.

Per concludere, una nota più generale: gli studi sulla biodiversità degli agenti patogeni nel mondo animale vengono condotti anche per valutare la possibilità che nuovi microrganismi causa di malattie infettive possano “emergere” nella popolazione umana provocando temibili epidemie. Ciò ha portato ad avanzare l’ipotesi che si possa arrivare a predire la comparsa di nuove epidemie. Sebbene tale possibilità sia purtroppo remota, è doveroso sottolineare come la disponibilità di un “catalogo” di agenti potenzialmente patogeni per l’uomo sia comunque importante per comprendere meglio l’origine delle malattie infettive emergenti.

6 ottobre, 2010 da Giovanni Rezza


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Giovanni Rezza
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Medicina clinica
Direttore Dipartimento Malattie Infettive, Parassitarie e Immunomediate Istituto Superiore di Sanità

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