La scuola in mezzo al guado

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Con una metafora audace ma fondata, si può affermare che la scuola è l’organo di riproduzione della società, poiché ne replica il sapere e le conoscenze. Essa tende a formare le nuove generazioni sulla falsariga di quelle precedenti, quindi, come tutti gli organi di riproduzione, la scuola è tendenzialmente conservatrice.

Questo carattere conservatore è una delle cause delle difficoltà che incontra oggi l'istituzione scolastica, immersa com'è in un contesto locale, nazionale e, soprattutto, mondiale che cambia rapidamente. È una sfida non da poco, perché da una parte è necessario adeguare la scuola al cambiamento, dall'altra si tratta di conservarne le caratteristiche più utili e preziose.

La scuola non può essere avulsa dal contesto che la circonda, quindi deve venire a patti con la società. Questo per due motivi essenziali: in primo luogo perché è la società che finanzia la scuola e poi perché la scuola non è più l’unica fonte del sapere, inteso non solo in senso istituzionale o canonico, ma in senso lato. Altre sono oggi le fonti a cui si abbeverano i giovani (e i meno giovani), in primo luogo Internet, ma anche la televisione, e la scuola non può non tenerne conto. I nuovi strumenti digitali condizionano il rapporto tra gli utenti e la realtà circostante, portando a una visione e a una descrizione del mondo nuove, che si discostano dalla linearità corrispondente alla visione linguistica per dirigersi verso l'ipertestualità e la multimedialità che trovano la loro epitome paradigmatica nella navigazione in Internet.

Cinema, televisione, fumetti, cellulari, Web, iPod, MP3, smartphone e via enumerando: i nuovi media comunicativi, rappresentativi ed espressivi interagiscono tra loro ibridandosi, contaminandosi e proliferando, partorendo di continuo novità piccole o grandi in una dinamica rapidissima (anzi accelerata). E' una superfetazione florida al limite del metastatico, cui corrisponde un crogiolo di sintassi e semantiche nuove e pulviscolari. In questa proteiforme varietà di media, linguaggi e narrazioni si esprime oggi una sorta di multimedialità di ritorno, cioè la multimedialità tecnologica. In essa pulsa un intreccio sfuggente e inafferrabile, fecondo e incontrollabile al margine del caos, che mostra in tutta la sua evidenza la sostanziale fluidità e arbitrarietà dei codici rappresentativi e comunicativi.

Sotto la spinta di queste innovazioni, si manifesta uno spostamento dalla logica, dal progetto razionale e gerarchico, dalla rigorosa rappresentazione geometrica e sequenziale, dalla severa sintassi di sapore classicheggiante e paludato verso forme (semi)anarchiche di bricolage linguistico, descrittivo, cognitivo e argomentativo. Alla traversata transatlantica, metafora del canone scolastico, si sostituisce il piccolo cabotaggio spicciolo e opportunistico, la navigazione a vista consentita, o imposta, dai nuovi media, che segue le sinuosità della costa e adotta espedienti improvvisati e stratagemmi locali, aprendo la strada a un sincretismo oggi audiovisivo, domani forse anche tattile, papillare e olfattivo, che si affianca alla comunicazione verbale per arricchirla e distorcerla, fecondarla e snaturarla.

Dietro questa brulicante trasformazione, a sostegno propulsivo, sta il bisogno insopprimibile dell’uomo di narrare, narrarsi e farsi narrare: una necessità atavica che si presenta oggi in forme nuove, sincretiche, composite, sorprendenti. L’umano si ibrida con le macchine per dar luogo a un “simbionte biotecnologico”, la distinzione tra naturale e artificiale sfuma fino a diventare arbitraria e problematica (si vedano le dispute sulla bioetica, in particolare sulle tecniche di procreazione), la cultura si frantuma a immagine e somiglianza della Rete, mosaico in cui tutte le tessere sono interessanti ma nessuna è fondamentale, in cui la paratassi sbaraglia l’ipotassi e il frammento narrativo prende il posto del grande romanzo.

Allo stesso tempo ci si rende conto che se narrare significa anche riprodurre l’esperienza esistenziale, cercandovi o trasfondendovi un significato, allora la narrazione non può prescindere dalle esperienze sensoriali non catturabili dalla parola: visioni, musiche, sogni, volti e profumi e morbidi contatti. E’ l’indicibile: e in fondo l’unica cosa di cui c’interesserebbe parlare è l’indicibile e non potendo ricorriamo ad altri canali, altre forme, altri mezzi. Nel lungo, tenace corteggiamento dell’indicibile non possiamo fare a meno delle parole, ma le parole non bastano: allora immagini, suoni, colori, fluttuazioni, smarrimenti sensoriali, estasi tattili e olfattive… La narrazione acquista così quella che è presumibile fosse la sua multiformità (o multimedialità) primitiva, a lungo imbrigliata nello stretto pertugio della parola. Non si tratta di rinunciare alla parola, del resto non potremmo, ma di allargare quel pertugio, recuperando, tra l’altro, le tante dimensioni non lineari del tempo. E’ come se si andasse verso una forma totale, inconcepibile e vertiginosa di teatro.

La comunicazione mediata dalla tecnologia sta assumendo un valore preponderante nella formazione identitaria, culturale e affettiva dei giovani “nati digitali”. Rispetto alla tendenziale seriosità della scuola, che spesso è percepita dallo studente come una greve imposizione di passività e di attenzione, i media sono vivaci, coloriti, invitano dolcemente alla pigrizia (la televisione) o al contrario stimolano tutti i sensi titillandoli con l’interattività e la multimedialità e ponendo l’individuo al centro del processo comunicativo e creativo (nel caso della rete e dei videogiochi). I media audiovisivi irrompono sulla scena, diventano strumenti di trasmissione culturale, di costruzione identitaria e di esercizio cognitivo e ludico, e fanno alla scuola una concorrenza assai sostenuta e spesso vincente. La scuola entra in crisi e arranca per mettersi al passo, sottoponendosi a un travaglio trasformativo dagli esiti molto incerti e comunque allontanandosi dalla tradizione.

Da una parte riconosciamo l’importanza fondamentale della tecnologia nella (tras)formazione della cultura, dell’epistemologia, delle emozioni, dei simboli, dei miti e delle nostre categorie mentali; dall’altra restiamo stupiti e sgomenti di fronte all’enormità delle prospettive, che non sono prive di aspetti problematici: la frantumazione della cultura tradizionale, l'impoverimento del lessico ai limiti della perdita, l'incoerenza argomentativa, il ritorno prepotente dell'immagine a scapito della lingua orale e scritta. La trasformazione cognitiva, tra l’altro, potrebbe avere l’effetto di distogliere i giovani dalla scienza intesa come metodo argomentativo e rigoroso per la costruzione di teorie.

Alla luce di questi cambiamenti, appare inevitabile una trasformazione della scuola, che si deve adeguare ai nuovi discenti, profondamente trasformati dalla tecnologia. In questo quadro, sono i docenti a dover affrontare i problemi più spinosi: da una parte vi sono i fautori di un ingresso rapido e incondizionato della mentalità digitale nella scuola, dall'altra si schierano i conservatori, che propendono per un processo d'integrazione più cauto e graduale, se non addirittura per un rifiuto aprioristico. (6 - continua)