Indagine anti-dumping per i moduli solari cinesi

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Negli ultimi anni il prezzo degli impianti fotovoltaici in Italia è drasticamente diminuito. Oggi un impianto per il settore residenziale con una potenza di 3 kW, sufficiente a garantire il fabbisogno elettrico annuo di una famiglia italiana con consumi medi, costa intorno ai 6.000 euro (installazione inclusa), mentre un paio di anni fa per un impianto di pari potenza si spendevano facilmente intorno ai 12.000 euro. Una riduzione così forte del prezzo degli impianti va ricondotta per prima cosa alle economie di scala. La potenza fotovoltaica installata nel mondo sfiora ormai i 100 GW, per una produzione elettrica equivalente a quella di una ventina di centrali nucleari da 1 GW ciascuna, e nel nostro Paese il solare nel 2012 soddisferà il 6% circa del fabbisogno elettrico (il 2% a livello europeo).

Ma c'è anche una seconda ragione: la diffusione sul mercato di moduli cinesi a basso costo. I moduli cinesi ormai rappresentano il 60% della produzione mondiale e in base ai dati della piattaforma di mercato indipendente Sologico il prezzo medio dei moduli in silicio cristallino prodotti in Cina è di 0,58 euro al Watt, con una diminuzione di oltre il 26% dall'inizio dell'anno. Il prezzo medio dei moduli cristallini tedeschi, che rappresentano la quasi totalità di quelli prodotti in Europa, è di 0,86 euro/Watt, con una diminuzione del 20% dall'inizio dell'anno. I moduli cinesi costano quindi in media un terzo in meno rispetto a quelli europei, per una qualità che non è sempre inferiore come tanti credono, ma che per diversi grossi produttori cinesi è praticamente equivalente a quella dei moduli occidentali. Come spiegare tutto questo? Secondo le aziende europee e americane per ottenere la stessa qualità dei moduli europei le aziende cinesi dovrebbero produrre a costi senz'altro maggiori rispetto a quelli che dichiarano. Anche tenendo in considerazione i salari più bassi in Cina, i prezzi cinesi non rifletterebbero i costi veri di produzione. Le aziende occidentali accusano quindi quelle cinesi di dumping, cioè di vendere i propri moduli a un prezzo inferiore rispetto al costo di produzione per danneggiare i propri diretti competitor (più di 20 importanti produttori europei fv hanno dichiarato fallimento nel corso del 2012). EU Pro Sun, un'associazione che coinvolge un gruppo di aziende manifatturiere che producono un terzo dei moduli solari europei, ha presentato lo scorso luglio alla Commissione Europea un appello per chiedere l'apertura di un'investigazione anti-dumping. L'appello è stato accettato e l'investigazione richiederà 15 mesi, ma se verranno appurate delle pratiche di dumping la Commissione potrà imporre dei dazi provvisori già dopo 9 mesi. In termini di valore delle importazione, si tratta del reclamo anti-dumping più ingente ricevuto finora dall'Unione Europea: le esportazioni di prodotti solari cinesi verso l'Europa hanno raggiunto i 21 miliardi di euro nel 2011.

Negli scorsi mesi anche il governo degli Stati Uniti si era attivato, arrivando a verificare pratiche di dumping da parte di vari produttori cinesi del fotovoltaico e introducendo di conseguenza dei dazi retroattivi su celle e moduli importati dalla Cina fin dal 3 dicembre 2011. «Se fossero imposti i dazi anche in Europa, il settore solare farebbe un salto indietro di anni - afferma Greg Spanoudakis, portavoce dell'Alleanza per un'Energia Solare Accessibile (Afase) un'associazione che raggruppa aziende in prevalenza cinesi e contrarie alla procedura anti-dumping europea. Tutti sarebbero colpiti, non solo i produttori cinesi, ma anche gli operatori europei: installatori, progettisti, distributori, ecc. Migliaia di persone vedrebbero il proprio posto di lavoro in pericolo e anche per i consumatori finali sarebbe un danno, perché il prezzo del solare salirebbe invece di scendere. Mi chiedo se le aziende europee abbiano investito a sufficienza in ricerca per aumentare le efficienze dei moduli e per ridurre i costi di produzione in questi anni – prosegue Spanoudakis - Le aziende cinesi sì, lo hanno fatto. Diversi produttori, specialmente cinesi, stanno producendo a costi molto bassi grazie a strutture di produzione efficienti, al continuo miglioramento dei macchinari di produzione, alle economie di scala e all'integrazione verticale, cioè al controllo di ogni fase di produzione del modulo solare. Le principali aziende cinesi sono quotate in borsa e devono quindi seguire tutte le regole di trasparenza previste. È sufficiente visitare i loro siti web per trovare la situazione finanziaria: quelli sono i numeri reali».

Di diverso avviso Milan Nitzschke, Presidente di EU ProSun. «Le aziende cinesi stanno esportando prodotti solari in Europa con un margine di dumping tra il 60% e l’80%. Questo le porta a registrare delle perdite importanti ma non finiscono in bancarotta perché sono finanziate dallo Stato cinese. Noi vogliamo che i prezzi dei moduli solari diminuiscano, ma in una maniera che sia legata al costo di produzione. Nella produzione di celle e moduli il costo del lavoro copre meno del 10% di quelli complessivi. Noi in Europa abbiamo sviluppato un elevato know how con maestranze molto formate e abbiamo il livello più elevato di automazione nei processi di produzione di celle e moduli. Tutto questo fa sì che la produzione solare europea possa rappresentare un settore manifatturiero competitivo sul mercato globale. Una situazione completamente diversa rispetto ad altri comparti produttivi, per i quali la produzione è concentrata in Asia e non è rimasto nessun produttore in Europa».

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