Consumo di suolo: l'Italia perde terreno

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Mille chilometri quadrati: ecco quanto abbiamo irreversibilmente perso in termini di suolo tra il 2008 e il 2013 in Italia, in media 55 ettari al giorno
Nemmeno le cosiddette aree protette sono state risparmiate, se è vero che in cinque anni 34.000 ettari sono stati nel frattempo destinati a qualche uso che ne ha comportato l'impermeabilizzazione. A mappare la copertura artificiale del Paese è ISPRA, l'Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale. I dati sono stati pubblicati all'interno del rapporto "Il consumo di suolo in Italia" (edizione 2015).


Il consumo di suolo in Italia visto dal satellite

Perdiamo terreno

Se negli anni cinquanta la superficie "consumata", quindi non agricola e non naturale, ammontava al 2,7% del totale, nel 2014 è arrivata a coprire il 7% del territorio. In termini assoluti, una perdita di 21.000 km² in poco più di 60 anni, pari alla superficie di Basilicata e dell'Abruzzo. 


La ricerca ISPRA sul consumo di suolo in Italia: parla Michele Munafò di Ispra.

Tra i più affamati di suolo in Europa

L'analisi statistica LUCAS (Land Use and Cover Area frame Survey) di Eurostat confronta invece il consumo di suolo nei vari paesi europei. A differenza di ISPRA, l'indagine LUCAS valuta il suolo consumato in Italia intorno a un 7,8% della superficie nazionale. Superando la media in Europa stimata al 4,6%, l'Italia si colloca al quinto posto, preceduti da Malta, (32,9%), Belgio (13,4%), Paesi Bassi (12,2%) e Lussemburgo (11,9%). La Germania segue con il 7,7%; quindi il Regno Unito, con un 6,5%, e la Francia, (5,8%). Sotto la media europea, invece, la Spagna (3,8%) e la Svezia, con solo un 1,8% di suolo impermeabilizzato. Questi dati non tengono conto però della densità della popolazione.

Consumo di suolo in Europa

 

Italia a due velocità

L'area più colpita in Italia dal consumo di suolo è il settentrione, con il primato del Nord-Ovest che nel 2013 raggiunge l'8,4% di suolo consumato (il Mezzogiorno si attesta al 6,2%), con un incremento dell'1,2% negli ultimi cinque anni rispetto a un aumento dello 0,2% nel resto del Paese. 

Consumo del suolo per area geografica

 

La classifica del consumo dalle regioni ai comuni

Nella rapporto ISPRA si possono apprezzare anche le situazioni regionali. Il primato spetta a Lombardia e Veneto, uniche a superare il 10% di suolo consumato. Seguono Campania, Puglia, Emilia Romagna, Lazio e Piemonte, con valori tra il 7% e il 9%. Soltanto 5 le regioni con un consumo di suolo stimato non superiore al 5% (Valle d'Aosta, Trentino Alto Adige, Molise, Basilicata e Sardegna). Tra le regioni che hanno registrato un consumo di suolo più rapido dagli anni '50 a oggi spicca il Lazio che passa da 1,9% degli anni '50 a al 7,4% di superficie consumata nel 2013. 

A livello provinciale è quella di Monza e Brianza a detenere oggi la percentuale più alta di suolo consumato, con circa il 35% del proprio territorio. Seguono Napoli e Milano, con valori tra il 25 e il 30%. Quanto ai comuni, 9 su 10 sono in provincia di Napoli: tra questi Casavatore che, con oltre l'85% di suolo consumato, detiene il primato indiscusso di comune più cementificato d'Italia. L'unico fuori zona è Lissone, comune della provincia di Monza e Brianza che, con un consumo di suolo stimato al 64%, occupa il settimo posto in Italia.

Consumo di suolo in Italia dal 1956 al 2013 (%)

 

Il disturbo ecologico

Nella sua ricerca, ISPRA ha stimato anche il disturbo ecologico conseguente al consumo di suolo: le superfici che, seppur non direttamente impermeabilizzate, subiscono alterazioni in termini di ecosistema e di biodiversità a causa del consumo dei suoli contigui. In questo caso entra in gioco anche il pattern del consumo di suolo, che a seconda della regione può essere più o meno disperso. La superifice di disturbo ecologico è ben più ampia del consumo diretto del suolo, pari al 54,9% del territorio nazionale (al 2014). Considerando la frammentazione degli habitat, gli effetti diretti e indiretti del consumo di suolo, le regioni maggiormente colpite risultano quindi essere la Puglia, con il 68,9% del territorio "disturbato", l'Emilia Romagna (65%) e la Campania con il 63%. Lombardia e Veneto, regioni che in termini di consumo di suolo diretto erano davanti a tutte, si fermano rispettivamente al 58,6% e al 60,3%. In coda la Valle d'Aosta e il Trentino Alto Adige.

Agricoltura e coste penalizzate

Il vero bersaglio del consumo di suolo in Italia sono i territori a destinazione agricola. Infatti, qui si concentra il 60% del nuovo consumo di suolo che ISPRA ha registrato tra il 2008 e il 2013. Solo il 22% del consumo ha interessato aree libere urbane, mentre allarma il 19% di suolo trasformato all'interno di aree naturali vegetate e non. Altro dato preoccupante riguarda le coste. Si stima che la cementificazione abbia interessato circa un quinto di tutti i territori costieri: oltre 500 km² di pesante infrastrutturazione, l'equivalente di tutto il litorale sardo.
Per calcolare il consumo di suolo nelle superfici prossime ai litorali, ISPRA ha delimitato 4 aree di analisi in funzione della distanza dal mare: da 0 a 300 metri; da 300 metri a 1 km; da 1 km fino a 10 km; oltre i 10 km. Si nota una proporzionalità diretta tra la vicinanza dal mare e il consumo di suolo: entro i 300 metri di distanza il 19,4% della superficie è persa, con il primato di Marche e Liguria con oltre il 40% di suolo consumato; seguono Campania, Abruzzo ed Emilia Romagna che registrano valori intorno al 30%. Queste tre regioni consumano suolo più di altre nell'area tra i 300 metri e il km di distanza dal mare, con oltre il 26% di superficie impermeabilizzata. Seguono Liguria e Marche, rispettivamente con il 25,9% e il 24,3% di costa trasformata.  Il Veneto è l'unica regione a risparmiare le aree più prossime al mare rispetto all'area fra 1 km e 10 km  (10,8%); inoltre, è l'unica a registrare un valore superiore al 10% di suolo perso nei territori distanti oltre i 10 km dal mare. Infine, la Basilicata è la sola in Italia a consumare suolo per meno del 5% in tutte le aree costiere considerate. Entro i 300 metri di distanza, registra il valore più basso d'Italia, con un consumo che, con un valore del 4,2%, risulta 10 volte più basso rispetto ai valori registrati da Liguria e Marche.

Consumo delle coste

Aumenta il rischio idrogeologico

Attraverso la mappatura ad alta risoluzione riferita al 2012 e realizzata da Copernicus, il programma europeo per l'osservazione della Terra, ISPRA ha calcolato il consumo di suolo nelle aree entro i 150 metri dai corpi idrici permanenti. In Italia circa il 5,2% delle aree più prossime a fiumi e laghi sono artificializzati. La Liguria registra un valore quasi 4 volte superiore a quello nazionale, con un 19,2%. Quest'ultimo è un dato molto interessante se confrontato con la mosaicatura ISPRA delle aree a pericolosità idraulica media, con tempi di ritorno fra 100 e 200 anni (alluvioni poco frequenti). Da questa rilevazione emerge, infatti, che in Liguria circa il 30% del suolo in aree a pericolosità idraulica è consumato, valore che a livello nazionale non raggiunge i 9 punti percentuali. L'Emilia Romagna, benché limiti a un 11% il consumo di suolo nelle aree a rischio idraulico, detiene il primato in numero di ettari assoluti consumati in aree a pericolosità idraulica: oltre 100.000 ha, circa la metà del valore assoluto nazionale. 

Non cresce la popolazione ma aumenta l'urbanizzazione diffusa

Il rapporto ISPRA mostra inoltre come nella storia del nostro Paese ci sia stata una forte antinomia tra andamenti demografici e conversione urbana dei suoli: le città sono cresciute anche in presenza di stabilizzazione, in alcuni casi di decrescita, della popolazione residente. Lo dimostra il fatto che il suolo consumato pro-capite sia aumentato costantemente nei decenni: dai 167 metri quadrati del 1950 si passa ai 350 metri quadrati nel 2013. 
Solo nel 2014 subisce un leggero calo, ma a causa di una momentanea crescita demografica dovuta principalmente alla componente migratoria. Per meglio analizzare la relazione tra andamento demografico e consumo, può esser ancora più utile osservare come si sia evoluto a livello nazionale il rapporto tra nuovo consumo di suolo e nuovi abitanti. A fronte di un andamento abbastanza simile negli anni, con valori tra i 900 e i 1.250 metri quadrati per ogni nuovo abitante, ISPRA registra un impennata tra il 1989 e il 1998, con più di 9.000 metri quadrati di suolo consumato per ogni italiano in più. Ciò è dovuto a un brusco arresto della crescita demografica (solo 250.000 abitanti in più in un decennio), da una parte, e un consumo sempre più rapido di suolo, dall'altra. Si consuma suolo anche a fronte di cali demografici e lo si fa principalmente nelle aree di margine e nei territori suburbani. 
È proprio nella fascia compresa tra i 5 e i 10 chilometri di distanza dai centri urbani maggiori che si concentra l’artificializzazione del territorio. Cresce infatti una forma di urbanizzazione diffusa e dispersa, il cosiddetto sprawl urbano: un modello insediativo caratterizzato da bassa densità ma da una irrimediabile alterazione del territorio e del paesaggio, con conseguenti scarsi livelli di servizi e di vivibilità. 
ISPRA ha voluto confrontare le diverse capitali europee attraverso il confronto dell'indice di dispersione urbana, definito come il rapporto tra aree a bassa densità e tutta l'area urbanizzata (la somma di aree a bassa densità e le aree ad alta densità). Sebbene Roma a livello nazionale rientri tra i valori medi dei comuni italiani, nel contesto europeo risulta essere quella con la maggiore tendenza alla dispersione e alla diffusione insediativa.


Una nuova urbanità contro il consumo di suolo. Intervista a Silvia Viviani, istituto Nazionale di urbanistica.

Un Disegno di legge per contenere il consumo di suolo

Nel nostro Paese la legislazione vigente sulla “difesa del suolo” (D.lgs. 152/06) è incentrata più sulla protezione del territorio dai fenomeni di dissesto idrogeologico che sulla conservazione della risorsa suolo. Negli ultimi anni, tuttavia, si sono susseguite diverse nuove iniziative legislative. In particolare è in fase di discussione presso le commissioni riunite Agricoltura e Ambiente della Camera il Disegno di legge in materia di Contenimento del consumo di suolo e riuso del suolo edificato (C. 2039 Governo). 
Il testo permetterebbe il consumo di suolo esclusivamente nei casi in cui non ci sia alternativa al riuso delle aree già urbanizzate, riconoscendo l'obiettivo stabilito dall'Unione Europea, ossia di un consumo netto di suolo pari a 0 da raggiungere entro il 2050. Secondo il disegno di legge, il monitoraggio sulla riduzione del consumo di suolo e sull'attuazione della legge dovrebbe esser svolto avvalendosi dell'ISPRA e del Consiglio per la ricerca in agricoltura e per l'analisi dell'economia agraria.

 
Il lungo percorso verso una legge a difesa del suolo: intervista a  Chiara Braga, relatrice DDL "Contenimento del consumo di suolo".

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ritratto di Bruno Stucchi

I terreni agricoli coltivati dunque sono in diminuzione. Allora perché la produzione agricola nazionale è in costante aumento?

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Il delirio di onnipotenza di un medico di campagna

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Il film di Thomas Lilti Il medico di campagna, da tempo nelle sale cinematografiche, racconta di un dottore della provincia francese che esercita, indefesso, il suo mestiere oscuro ed eroico, perfino quando gli viene diagnosticato un tumore al cervello, elargendo consigli di salute e di vita, conforto e speranza e avendo in odio il lavoro di gruppo, i computer e gli ospedali stessi. Infatti, vede come un’ingerenza la collaborazione che gli offre una collega, scrive a mano appunti sui malati che poi cela gelosamente dove lui solo sa ritrovarli e preferisce mantenere i suoi assistiti lontano dalle corsie.

Poiché ogni film è un’opera d’arte, il suo autore ha il diritto di disegnare il protagonista come meglio crede e anche di circondarlo di un’aureola di santità; non è, però, un bene, per il pubblico coltivare la convinzione che gran parte dei guai della sanità italiana sarebbero ridimensionati, se tutti i medici di famiglia assomigliassero al dottor Jean-Pierre Werner.

E’ vero: la maggior parte degli spettatori (così come dei critici cinematografici) è composta da pazienti potenziali o effettivi che possono desiderare di ricevere le cure di un medico/genitore al punto di perdonargli il paternalismo e l’autoreferenzialità che fanno da contorno.

Chi, però, ha alle spalle più di 35 anni di medicina di famiglia, guarda alla figura del collega cinematografico con maggiore senso critico: sono tanti i colleghi coetanei che, come il dottor Jean-Pierre, hanno praticato, nei primi anni del loro ingresso nel Servizio sanitario, una medicina senza orari, senza tregua, senza prezzo, che, però, era, al contempo, una medicina senza confronto tra pari, senza una registrazione dei dati cui altri (sostituti, successori, medici ospedalieri) potessero accedere e, in definitiva, senza concessione al paziente del primato sulla sua salute.

L’esercizio eroico della medicina ha sempre un fascino irresistibile: lo testimoniano il moltiplicarsi delle serie televisive a partire da quella sulla famosa Emergency Room del County Hospital di Chicago, dove tutti i momenti si facevano respirare gli asfissiati con la tracheotomia, ripartire cuori in arresto (“libera!”) e nascere bambini in presentazione podalica. Due veri medici di Pronto Soccorso, A Ross e H Gibbs, consulenti di Michael Crichton per la sceneggiatura di ER, hanno poi scritto in un libro che l’altruismo dei personaggi era realistico, ma che “se i dottori si comportassero così nel mondo reale, emergerebbero gravi responsabilità e seri grattacapi che farebbero venire gli incubi agli amministratori”.

L’altruista medico di campagna francese che sfida gli elementi della natura, i dissesti stradali e la propria caducità per lenire le altrui sofferenze, ha un modello di riferimento nel libro “Appunti di un giovane medico” di Michail Bulgakov. Si tratta di una raccolta di otto avvincenti racconti autobiografici che narrano il cimento con la malattia e con la morte di un neolaureato del 1916 mandato a coprire un posto vacante in un remoto governatorato russo, dove riscuoterà la riconoscenza dei suoi molti beneficati

Nel film, il figlio del medico di campagna, dice: “Mio padre, da queste parti, è come un dio che regge le sorti della comunità; quando non ci sarà più, anche la comunità finirà”. Ma i medici di famiglia proiettati nel futuro, che non intendono affatto abdicare alla cura della persona anche nei suoi aspetti psicologici e sociali, sanno, invece, che l’interesse del paziente sta nell’essere trattato non solo con il maggior calore umano, ma con la miglior certezza scientifica e con le più avanzate tecnologie disponibili.

Nessun medico di buona volontà, solo in mezzo a un campo, è in grado di salvare un uomo con l’arteria femorale tranciata, come fa credere il film: per fare il miracolo occorre un efficiente 118 e un chirurgo vascolare con annessa sala operatoria.

E quando un medico lascia la professione, per pensionamento o peggio, nessuna comunità dovrà estinguersi o patirne, se egli avrà lasciato, a chi lo rimpiazza, cartelle cliniche dettagliate ed esplicative e pazienti che confidano non nella sua persona, ma in una medicina responsabile e in una sanità realmente democratica.