Nucleare, la difficile strada verso il disarmo

Read time: 4 mins

Venerdì 22 maggio si è conclusa a New York la quinquennale Conferenza di Rassegna del Trattato di Non Proliferazione (TNP), iniziata il 27 aprile. Dopo quattro settimane di discussioni, dichiarazioni e negoziati, i diplomatici degli Stati firmatari del TNP (circa 190) non sono riusciti a raggiungere il consenso generale sul documento conclusivo. E questo è senza dubbio in insuccesso, reso meno drammatico dalla apparente determinazione di tutti gli Stati Nucleari (Stati Uniti, Federazione Russa, Inghilterra, Francia e Cina, i cosiddetti “P5”), di riaffrontare e accelerare il confronto per una più soddisfacente implementazione del Trattato, che rimane un elemento di vitale importanza per la sicurezza internazionale. Del resto, anche nel 2005 non venne raggiunto un documento consensuale.

Quelle che seguono sono solo delle prime personali considerazioni, in attesa di un esame più approfondito della situazione, anche a seguito delle dichiarazioni che si avranno nei prossimi giorni. 

Una delle ragioni principali per la quale non si è raggiunto il consenso generale sulla bozza di documento finale, che per altro era un poco una replica del documento del 2010 senza sostanziali e innovativi progressi, è la questione della Zona Libera da Armi di Distruzione di Massa in Medio Oriente (Weapons of Mass Destruction Free Zone in Middle East, WMDFZME). Stati Uniti, Inghilterra e Canada hanno considerato inaccettabile la formulazione proposta di riprendere le iniziative per arrivare a creare una WMDFZME, di fatto avallando la contrarietà di Israele ad affrontare questo problema nei termini nei quali è stato finora posto.
Già il documento conclusivo della Conferenza del 2010 auspicava venisse convocato un incontro, in Finlandia, nel Dicembre del 2012, tra tutti gli Stati interessati, e la mancata convocazione di questa conferenza non ha certo contribuito alla credibilità del Trattato. Sembra comunque oggi possibile, se affrontato con la dovuta flessibilità e la necessaria disposizione al dialogo, riprendere il problema, tenendo presente che la creazione di zone libere da armi nucleari (e più in generale di distruzione di massa, come quelle chimiche e biologiche) costituisce un passo cruciale verso l’obiettivo finale di un mondo libero da armi nucleari.

Altro argomento di difficoltà l’assai diversa risposta degli Stati alla formulazione di una affermazione richiamante il documento “Humanitarian Pledge” proposto dall’Austria: “è nell’interesse stesso della sopravvivenza dell’umanità che le armi nucleari non vengano mai più usate, in nessuna circostanza” e per questo è necessario “identificare e perseguire misure efficaci per colmare il gap legale per la proibizione e l’eliminazione delle armi nucleari”. Mentre la quasi totalità degli Stati considerava importante sottolineare le conseguenze per l’umanità di una guerra nucleare (107 Stati hanno sottoscritto il documento “Humanitarian Pledge”), da parte dei P5 veniva considerata non realistica l’ipotesi di non procedere passo-passo, ben definendo tempi e modi, verificabilità e opportunità di una qualunque iniziativa di riduzione degli arsenali nucleari.
Come ben messo in evidenza dal comunicato del Presidente e del Segretario Generale delle Pugwash Conferences (, è un fatto che gli Stati Nucleari firmatari del TNP, i P5, hanno operato come se l’indefinita durata del TNP decisa nella Conferenza di Rassegna del 1995 fosse equivalente ad un indefinito “permesso” a possedere armi nucleari. Ed è fuori discussione il motivato scetticismo degli Stati Non Nucleari aderenti al TNP nei confronti dei P5, che palesemente e gravemente hanno disatteso le prescrizioni dell’Art. VI del TNP: “Ciascun Stato Membro del Trattato si impegna a negoziare in tempi brevi e in buona fede misure efficienti per la cessazione della corsa agli armamenti nucleari e per il disarmo nucleare ed un trattato sul disarmo generale e completo sotto stretto ed efficiente controllo internazionale”.

Le strade discordi seguite da un lato dalle diplomazie e dall’altro dalle Organizzazioni Non Governative hanno portato a controversie a competizioni piuttosto che avviare approcci innovativi e costruttivi. E’ invece assolutamente necessario e urgente che vengano individuate tutte le strade credibili che possono portare ad un mondo libero da armi nucleari (convenzioni, trattati, iniziative bilaterali e multilaterali) sempre e comunque cercando il dialogo e rifiutando ogni contrapposizione. Perché è il dialogo che permette di costruire fiducia reciproca e di fare progressi, come dimostrato, per esempio, dal successo degli incontri dei P5 + Germania con l’Iran, volti alla soluzione della questione del nucleare Iraniano. 

Certamente i P5 debbono aprire un confronto produttivo, innanzitutto al loro interno, e con gli Stati Non Nucleari, per rafforzare il regime di non proliferazione orizzontale delle armi nucleari e dimostrare al mondo che il possesso di arsenali nucleari non è assicurazione di stabilità internazionale e per “svalutare” le armi nucleari come strumento politico e militare di garanzia della sicurezza nazionale, per arrivare finalmente ad un mondo libero da armi nucleari. A 70 anni dai bombardamenti di Hiroshima e Nagasaki è il minimo che ci si può aspettare.

Nota: Le idee e le opinioni riportate in questo articolo sono personali dell'autore e non rappresentano le posizioni delle Istituzioni.

Aggiungi un commento

Il delirio di onnipotenza di un medico di campagna

Read time: 3 mins

Il film di Thomas Lilti Il medico di campagna, da tempo nelle sale cinematografiche, racconta di un dottore della provincia francese che esercita, indefesso, il suo mestiere oscuro ed eroico, perfino quando gli viene diagnosticato un tumore al cervello, elargendo consigli di salute e di vita, conforto e speranza e avendo in odio il lavoro di gruppo, i computer e gli ospedali stessi. Infatti, vede come un’ingerenza la collaborazione che gli offre una collega, scrive a mano appunti sui malati che poi cela gelosamente dove lui solo sa ritrovarli e preferisce mantenere i suoi assistiti lontano dalle corsie.

Poiché ogni film è un’opera d’arte, il suo autore ha il diritto di disegnare il protagonista come meglio crede e anche di circondarlo di un’aureola di santità; non è, però, un bene, per il pubblico coltivare la convinzione che gran parte dei guai della sanità italiana sarebbero ridimensionati, se tutti i medici di famiglia assomigliassero al dottor Jean-Pierre Werner.

E’ vero: la maggior parte degli spettatori (così come dei critici cinematografici) è composta da pazienti potenziali o effettivi che possono desiderare di ricevere le cure di un medico/genitore al punto di perdonargli il paternalismo e l’autoreferenzialità che fanno da contorno.

Chi, però, ha alle spalle più di 35 anni di medicina di famiglia, guarda alla figura del collega cinematografico con maggiore senso critico: sono tanti i colleghi coetanei che, come il dottor Jean-Pierre, hanno praticato, nei primi anni del loro ingresso nel Servizio sanitario, una medicina senza orari, senza tregua, senza prezzo, che, però, era, al contempo, una medicina senza confronto tra pari, senza una registrazione dei dati cui altri (sostituti, successori, medici ospedalieri) potessero accedere e, in definitiva, senza concessione al paziente del primato sulla sua salute.

L’esercizio eroico della medicina ha sempre un fascino irresistibile: lo testimoniano il moltiplicarsi delle serie televisive a partire da quella sulla famosa Emergency Room del County Hospital di Chicago, dove tutti i momenti si facevano respirare gli asfissiati con la tracheotomia, ripartire cuori in arresto (“libera!”) e nascere bambini in presentazione podalica. Due veri medici di Pronto Soccorso, A Ross e H Gibbs, consulenti di Michael Crichton per la sceneggiatura di ER, hanno poi scritto in un libro che l’altruismo dei personaggi era realistico, ma che “se i dottori si comportassero così nel mondo reale, emergerebbero gravi responsabilità e seri grattacapi che farebbero venire gli incubi agli amministratori”.

L’altruista medico di campagna francese che sfida gli elementi della natura, i dissesti stradali e la propria caducità per lenire le altrui sofferenze, ha un modello di riferimento nel libro “Appunti di un giovane medico” di Michail Bulgakov. Si tratta di una raccolta di otto avvincenti racconti autobiografici che narrano il cimento con la malattia e con la morte di un neolaureato del 1916 mandato a coprire un posto vacante in un remoto governatorato russo, dove riscuoterà la riconoscenza dei suoi molti beneficati

Nel film, il figlio del medico di campagna, dice: “Mio padre, da queste parti, è come un dio che regge le sorti della comunità; quando non ci sarà più, anche la comunità finirà”. Ma i medici di famiglia proiettati nel futuro, che non intendono affatto abdicare alla cura della persona anche nei suoi aspetti psicologici e sociali, sanno, invece, che l’interesse del paziente sta nell’essere trattato non solo con il maggior calore umano, ma con la miglior certezza scientifica e con le più avanzate tecnologie disponibili.

Nessun medico di buona volontà, solo in mezzo a un campo, è in grado di salvare un uomo con l’arteria femorale tranciata, come fa credere il film: per fare il miracolo occorre un efficiente 118 e un chirurgo vascolare con annessa sala operatoria.

E quando un medico lascia la professione, per pensionamento o peggio, nessuna comunità dovrà estinguersi o patirne, se egli avrà lasciato, a chi lo rimpiazza, cartelle cliniche dettagliate ed esplicative e pazienti che confidano non nella sua persona, ma in una medicina responsabile e in una sanità realmente democratica.