Randy Schekman e la tirannia di Nature

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“Così come Wall Street ha deciso di dire addio alla cultura dei bonus, la scienza deve rompere la tirannia delle riviste di lusso”. Non usa giri di parole, Randy Schekman premio Nobel per la Medicina 2013, per attaccare le grandi vetrine dell’editoria scientifica come Nature e Science.

“Le principali riviste scientifiche stanno distorcendo il progredire della scienza, dando vita a una “tirannia” che deve essere interrotta”. Per questo j’accuse, il biologo americano ha scelto il palcoscenico perfetto: la cerimonia della consegna dei Nobel di qualche giorno fa a Stoccolma. “Ho pubblicato su ‘grandi marchi’ dell’editoria scientifica documenti che fra l’altro mi hanno fatto vincere un premio Nobel. Ma non lo farò più”, ha detto Schekman.
Dalle pagine poi dell’inglese Guardian ha rincarato la dose: “pubblicare su testate di lusso ha incoraggiato gli scienziati a dedicarsi ai campi “di tendenza”, e non alle ricerche che meritano davvero attenzione dal punto di vista scientifico. Schekman non è di certo il primo e unico scienziato che attacca le riviste top.
Anche un altro Nobel del 2013, Peter Higgs ha dichiarato che difficilmente avrebbe trovato impiego nel sistema accademico di oggi, perché considerato poco “produttivo”. Ma per molti scienziati non è così; riuscire a pubblicare uno studio su queste riviste può portare a grandi vantaggi dal punto di vista dei finanziamenti, avanzamenti professionali e riconoscimenti internazionali.
L’entrata in questo golden club rafforza la reputazione di uno scienziato e apre molte porte.
Un esempio è quello di Ping Chi, che dopo la pubblicazione di una sua ricerca su Nature è riuscita a ottenere una spinta importante per la sperimentazione clinica di nuovi farmaci contro il cancro. ”Se fosse stato pubblicato in una rivista meno conosciuta non avrei ricevuto un così generoso pacchetto di start up”, ha spiegato l’oncologa del Kettering Cancer Center di New York.  

In alcuni paesi in via di sviluppo, la pubblicazione in riviste di alto livello ha un fascino in più, i ricercatori cinesi e indiani a volte ricevono premi o aumenti di stipendio quando pubblicano su PNAS o CELL.
Questa corsa però alla rivista con più alto impact factor non deve prescindere dal valore della ricerca.
"I funzionari governativi non possono capire il lavoro, la cosa più semplice da fare è confrontare le riviste", afferma Yingjie Peng, un astrofisico che dalla Cina si è trasferito da poco all’Università di Cambridge. Molta gente, come i comitati di sovvenzione, amministratori, non valutano la qualità. Viene tenuto in considerazione l’impact factor invece di leggere il lavoro”, ha dichiarato Rob Brooks dell’Università di Sydney.

Ritornando a Schekaman, accusa Nature e altre testate di limitare artificiosamente il numero degli studi accettati, una politica che alimenterebbe un certo tipo di domanda, distorcendo il “mercato della scienza”. Sono i numeri a sostenere questa tesi: nel 1997 erano stati pubblicati circa 1,1 milioni paper scientifici, mentre nel 2012 si è andati oltre i 2 milioni, con un incremento del 86%.
In questi 16 anni sono aumentati i lavori che sono stati sottoposti a Nature, passando dai 9 mila del ’97 ai 12 mila del 2012. A questo incremento non corrisponde un aumento degli articoli pubblicati.
Lo scorso anno è stato accettato solo l’8% dei lavori, mentre la rivista open access PLoS One pubblica il 70% degli articoli presentati. Molti ricercatori si lamentano inoltre dei prezzi legati alla pubblicazione.
Secondo i dati della società di consulenza californiana Outsell, l’intero comparto delle pubblicazione scientifiche ha fatturato nel 2011 circa 9,4 milioni di dollari con un ricavo medio di 5000 dollari per articolo.
Gli analisti della società americana stimano un margine di profitto tra il 20 e il 30%. Pubblicare al top, per esempio Cell Reports, comporta una spesa di circa 5.000 dollari, mentre su PLoS One si spendono 1.350 dollari.
Il mondo delle riviste open access ha tariffe per tutte le tasche, si può pubblicare anche con solo 8 dollari, ma come ha recentemente denunciato John Bohannon in una sua inchiesta pubblicata su Science si possono nascondere molte sgradite sorprese.
La varietà dei prezzi e la crisi economica sta portando tutti i soggetti coinvolti a mettere in discussione il sistema delle riviste a pagamento spostando l’orizzonte verso la libera condivisione dei risultati scientifici.
Negli Stati Uniti, l'amministrazione Obama ha dichiarato che le pubblicazioni di studi scientifici che hanno ricevuto fondi governativi dovranno tassativamente essere rese pubbliche entro 12 mesi dalla pubblicazione dei risultati, mentre in Inghilterra le ricerche finanziate con soldi pubblici saranno necessariamente pubblicate su riviste open access.
Ma ci sono alcuni ricercatori che preferiscono riviste diverse da Science anche perché così hanno la possibilità di descrivere meglio le loro ricerche. “La mia ricerca sull’evoluzione della galassia, pubblicata tre anni fa su The Astrophysical Journal, ha già ricevuto oltre 150 citazioni. Il successo è dovuto al fatto che The Astrophysical Journal permette documenti più lunghi di Science e Nature, così ho potuto spiegare pienamente i dati relativi alla mia teoria”, ha raccontato Peng.
Ma chi giudica se un lavoro è meritevole? Ecco un'altra elemento dell’accusa fatta da Schekman.
Il Nobel spiega che i lavori  sulle “innominabili” riviste  sarebbero giudicati da “redattori, i quali non sono scienziati attivi, hanno in sostanza favorito la pubblicazione di studi che promettano di rivelarsi “notizie bomba”, che non ai contenuti scientifici”. Secondo lo scienziato gli articoli dovrebbero essere discussi, però, da scienziati in attività e accettati solo con l’accordo unanime di questi ricercatori. Un po’ come avviene per la rivista eLife, un giornale online istituito dal Wellcome Trust, in cui fra i redattori c’è anche il Premio Nobel per Medicina 2013.

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Grazie, Obama!

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E’ giunta al termine una Presidenza, quella di Barack Obama, che lascerà il segno negli USA. Un segno importante nella ricerca scientifica e nell’innovazione tecnologica, in un Paese che negli ultimi 80 anni è stato all’avanguardia nella scienza e nella tecnologia.

Durante i suoi due mandati alla Casa Bianca, Obama ha fortemente enfatizzato la visione della ricerca scientifica e dell’innovazione tecnologica come uno dei pilastri della leadership degli USA nel mondo. E ha effettuato, a sostegno, gesti significativi - come ricevere alla Casa Bianca Emily Whitehead, bimba di 6 anni guarita dalla leucemia grazie alle nuove terapie immunologiche - e scelte finanziarie anche coraggiose. Ad esempio, investendo miliardi di dollari per favorire la ricerca, attraverso finanziamenti competitivi, nel momento di più profonda crisi finanziaria. Andando, quindi, controtendenza.

Emily Whitehead, la bambina di 6 anni, guarita dalla leucemia grazie alle nuove terapie immunologiche, ricevuta alla casa Bianca da Obama. Di fianco, la... giustifica per l'assenza da scuola

Questa mia percezione è stata confermata anche da alcuni amici, membri della National Academy, che hanno avuto modo di incontrare l’ormai ex Presidente USA personalmente.

Vale la pena ricordare le ultime due iniziative di Obama in questi ambiti. La prima è la Medicina di Precisione, che Obama ha non solo indicato come frontiera, ma anche concretamente sostenuto. Si tratta di una visione della medicina che incrocia le caratteristiche genetiche dell’individuo, lo stile di vita e l’ambiente in cui vive, e che utilizza i progressi della genomica per identificare strategie preventive e terapeutiche più efficaci e personalizzate. Una sfida che richiede l’integrazione di competenze diverse - medici, medici-ricercatori, ricercatori preclinici, tecnologie avanzate - al servizio del paziente. La “Precision Medicine Initiative” di Obama, annunciata nel 2015, ha visto un investimento di 215 milioni di dollari nel 2016: nel giro di poco tempo, dunque, si è passati da un annuncio di visione all’implementazione di azioni a sostegno.

La seconda iniziativa è l’operazione “Moonshot”, balzo sulla luna, per accelerare la ricerca sul cancro e trovare nuove cure per questa malattia che rappresenta, appunto, la luna da conquistare grazie all’avanzamento delle conoscenze, significativo negli ultimi 30 anni, ad esempio nel settore dell’immunologia e immunoterapia. Al lancio del Cancer Moonshot, sono seguiti una serie di finanziamenti e di azioni concrete, guidate dal vicepresidente Joe Biden, mirate non solo a rendere disponibili per i pazienti nuove terapie, ma anche a migliorare la capacità di prevenire il cancro e diagnosticarlo in fase precoce. E’ stata inoltre creata una task force di esperti, composta da alcuni dei migliori cervelli degli USA, che ha indicato le nuove sfide del settore ed una serie di azioni da intraprendere per raggiungere l’obiettivo Cancer Moonshot.

L’eredità che lascia Obama, dunque, dal punto di vista della ricerca scientifica per la salute è un’eredità di visione e di scelte - coerenti per contenuto e tempistica - mirate a realizzarla concretamente. Ci auguriamo che le prossime amministrazioni negli USA continuino sulla stessa linea. Per il bene di tutti.

Questa riflessione sulle scelte della presidenza Obama non può non farci interrogare su quanto accade nel nostro Paese. L’orizzonte tracciato negli USA è quello in cui dobbiamo muoverci anche noi. Per ora, siamo purtroppo sostanzialmente fermi al palo, ma non è troppo tardi: abbiamo un patrimonio di risorse intellettuali e di passione, nei nostri giovani, che ci consentirebbe al di fare un “moonshot” sul cancro e, più in generale, sulla ricerca scientifica. Dobbiamo quindi raccogliere la sfida che Obama ha lanciato: visione, scelte e sostegno economico alla ricerca. Per il futuro del nostro Paese.

Pubblicato su La stampa il 15/1/2017.