Fame di denuncia: perché il cibo non basta

Read time: 3 mins

Nei paesi in via di sviluppo la malnutrizione colpisce quasi 200 milioni di bambini sotto i 5 anni, ed è ancora oggi una delle principali cause di mortalità infantile. L’Unicef la definisce come un'emergenza invisibile, pochissimi ne parlano, pochissimi se ne interessano. Ma c’è stato spazio per parlarne qui al Festival della Scienza di Genova, durante l’incontro “Fame di denuncia”.

Cosa si intende per malnutrizione infantile? ”. Innanzitutto ne esistono di due tipologie,” spiega Eugenio Bonioli, docente presso la Facoltà di Medicina e Chirurgia dell’Università di Genova. “Nei paesi occidentale la malnutrizione subentra dopo una malattia, in quelli in via di sviluppo invece le malattie vengono generate da una situazione di sotto-nutrizione.” La malnutrizione non va confusa con la semplice scarsità di cibo (ossia con la denutrizione), ma è la combinazione di vari fattori: insufficienza di proteine, grassi essenziali e micronutrienti sommata alla frequenza di malattie debilitanti e infezioni. Tra i 6 e i 24 mesi i bambini hanno bisogno di alimenti altamente energetici e nutrienti che li sostengano in una fase di crescita e sviluppo molto rapidi. I bambini diventano malnutriti quando non ricevono i nutrienti necessari al loro organismo per resistere alle infezioni e continuare a crescere. Quando le carenze nutrizionali diventano troppo importanti, un bambino comincia ad avere uno sviluppo anomalo, con una diminuzione dei contenuti cellulari. L’andamento di questa patologia è variata molto negli anni, c’è stato un miglioramento delle condizioni grazie soprattutto all’avanzamento dei protocolli terapeutici. Ma c’è ancora molto da fare, il mondo della ricerca non si interessa a questo male. “I ricercatori si concentrano nei settori in cui riescono a ottenere finanziamenti, le priorità della ricerca rispecchiano quelle della società,” denuncia André Briend, nutrizionista e ideatore del PlumpyNut. Navigando su Medline si possono trovare circa 19150 ricerche dedicate alla prevenzione della calvizie, mentre sono solo 280 gli articoli che esaminano il problema della malnutrizione. ”Fino ad oggi solo il settore privato ha dato una mano allo sviluppo di prodotti, creando cibi pronti all’ uso e di lunga conservazione, che possano aiutare le persone maggiormente disagiate,” dice ancora André Briend, “ora bisogna coinvolgere maggiormente il settore pubblico”. Cibo e terapie però non bastano, la malnutrizione è un problema che va affrontato a livello sociale, questa è l’opinione di Florence Egal”. Le strategie per affrontare questo problema non devono limitarsi a dare cibo, ma devono anche affrontare anche le cause demografiche, economiche e politiche”.

A questo tema si è agganciato Gianfranco De Maio, neurologo e Responsabile Medico di Medici Senza Frontiere Italia, secondo il quale non basta mostrare mappe, che indicano le zone del mondo che soffrono di malnutrizione, se poi non si possono ricavare le cause, così come non basta mostrarsi impietositi di fronte a fotografie di bambini malnutriti, per poi dimenticarli subito dopo. Conoscere la realtà dei luoghi colpiti dalla malnutrizione è importante per poter elaborare misure di risposte efficaci. “Ci sono tanti altri problemi  oltre alla qualità e alla quantità del cibo,” aggiunge De Maio, “esistono difficoltà logistiche, ma anche politiche; alcuni paesi non accettano gli aiuti per non apparire poveri. Il dibattito è proseguito in maniera viva, arricchito dai numerosi interventi del pubblico e dall’affiatamento dei quattro relatori. “C’è molto da fare, avete molto da fare”, ha concluso Florence Egal, un invito rivolto in particolare ai numerosi studenti di medicina presenti in sala. 

altri articoli

L'erosione culturale in scimmie e altri animali

Per preservare la biodiversità, gli sforzi di conservazione dovrebbero tenere in conto anche la cultura e la diversità culturale degli animali, perché influenza la diversità fenotipica di una specie nel suo complesso e la sua adattabilità al variare delle condizioni ecologiche. Uno studio pubblicato su Science riporta come l'impatto umano, diretto e indiretto,  abbia un effetto significativo di diminuzione della diversità culturale nelle popolazioni di scimpanzé in Africa, senza che compaiano innovazioni in grado di mantenere l'equilibrio: un dato deleterio per la specie, che presenta un minor potenziale di adattamento culturale e quindi di capacità di mettere in atto comportamenti nuovi