Dal pericolo al danno, agli strumenti di prevenzione

Read time: 6 mins

Ha ragione Nadia Urbinati nel suo commento al nostro intervento su Scienzainrete “Taranto, simbolo di dilemmi o di soluzioni?“ quando sostiene: “Non credo che lavoro e salute siano da mettere nella categoria dei dilemmi morali poiché non sono in relazione dilemmatica. È la società dell'interesse capitalistico che li rende opposti….”, perché segnala la distanza concettuale tra dilemma morale e le condizioni maturate a Taranto e le riconduce piuttosto a contraddizioni del sistema di sviluppo.

Ha ragione per almeno due motivi: i binomi salute/lavoro e bellezza/lavoro non possono essere adoperati per costruire un dilemma morale, perché gli esperimenti di pensiero che sono alla base dei dilemmi, proponendo un’alternativa, tendono euristicamente a chiarire qualcosa, nella fattispecie che cosa è morale. Le alternative presentate nella stampa estiva sul caso di Taranto tendevano prevalentemente a stabilire un patto leonino: ad estorcere il consenso per un lavoro non rispettoso dell'umanità delle condizioni in cui deve e si può sviluppare l'attività produttiva. Inoltre Nadia ha ragione, perché solitamente i dilemmi morali vedono coinvolte le scelte di individui che si trovano a dover optare per una soluzione a discapito di un’altra o di altre. A Taranto, invece, da circa trenta anni (Ilva di Taranto – 1982/2012 – 30 anni di sentenze su polveri e diossina), in gioco non è solo la salute come diritto fondamentale dell’individuo, ma anche la salute come interesse della collettività, come bene pubblico, in perfetto accordo con quanto recita l’articolo 32 della Costituzione italiana.

Per comprendere meglio la dimensione pubblica della salute, sembra opportuno riferirci alla distinzione fatta dal Procuratore della Repubblica, il dott. Franco Sebastio, tra “reato di danno” e “reato di pericolo” (Audizione del procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Taranto, Franco Sebastio, del 18 settembre 2012). Se si contesta un reato di danno, allora l’inquirente oltre ad accertare che è avvenuto il crimine deve anche dimostrare che è riconducibile a un comportamento ascrivibile all’imputato, deve dimostrare il nesso causale. Se invece si contesta un reato di pericolo occorre accertare che vi è stata una certa condotta, commissiva o omissiva, che ha esposto in maniera concreta un numero indeterminato di persone a un pericolo per la propria incolumità. Vale la pena sottolineare le due modalità con cui, nel caso del reato di pericolo, si può esercitare l’illecito: con un’azione (commissione) ma anche in assenza di un’azione (omissione). E anche che tale condotta deve aver esposto in “maniera concreta” a un pericolo, come nel caso di Taranto, a fronte di altre fattispecie come il pericolo presunto o quello astratto. La concretezza è esibita qui dai risultati delle indagini chimiche ed epidemiologiche effettuate per la recente perizia (presentate in contraddittorio tra le parti e quindi con valore di prova come riconosciuto dal Codice di Procedura Penale) e da quelli prodotti ad iniziare dagli anni ’80 ed oggetto di numerose pubblicazioni scientifiche peer-reviewed, che sono considerati prova per ritenere pericolosa per l'ambiente e la salute la condotta pregressa e quella attuale. La strategia della Procura centrata sulla scelta del reato di pericolo concreto non esclude tuttavia l’identificazione di profili di danno. È rilevante sottolineare che gli accertamenti sulla concretezza del pericolo sono stati tanti nel corso degli ultimi 30 anni, ad iniziare dal primo procedimento del 1982 lungo una catena caratterizzata da gravità crescente di reato. Un crescendo accompagnato da evidente scientifiche che ha lentamente fatto maturare una consapevolezza sociale e una ricchezza di posizioni che definiscono oggi un quadro molto diverso rispetto al passato, quando tutti i processi che vedevano coinvolta l’acciaieria, prima Italsider di stato e poi Ilva privata, si svolgevano in aule deserte e i giornalisti ne davano notizia il giorno dopo la sentenza.

Al di là delle contrapposizioni, che spesso vengono fatte assurgere a veri e propri dilemmi, bisogna a questo punto salvaguardare le condizioni minime perché possano essere compiute scelte sostenibili e urgenti in grado di rispondere efficacemente alla gravità della situazione. Le misure previste dal Tribunale del Riesame di “Sequestro degli impianti a caldo senza facoltà d’uso” e la recente valutazione negativa da parte del GIP del programma di intervemto presentato dall’ILVA con conferma della inibizione all’uso degli impianti attendono una verifica sul piano tecnico e non un contraddittorio politico. Una verifica sulla sostenibilità delle best available technologies, sulla chiusura di impianti obsoleti, sulla copertura dei parchi minerari, sulle bonifiche dentro e fuori dal sito da recuperare, e in generale su tutte quelle situazioni che non solo non sono sostenibili per l’ambiente ma mettono in pericolo la salute senza salvaguardare il lavoro. 
L’Autorizzazione Integrata Ambientale-AIA, attesa a breve, sulla base delle condizioni degli impianti e delle produzioni, stabilirà le nuove autorizzazioni all’esercizio in ottemperanza alla direttiva comunitaria 2008/1/CE del Parlamento Europeo e del Consiglio del 15 gennaio 2008 sulla prevenzione e la riduzione integrate dell’inquinamento-IPPC. Tuttavia non sembra realistico pensare che essa sia in grado di risolvere direttamente le conseguenze delle decisioni assunte dall’autorità giudiziaria nei confronti dell’azienda. Nell’affrontare tali compiti si devrebbe poter sfuggire al tentativo di contrapposizione tra lavoro e salute, e ciò a noi sembra che possa avvenire solo se gli interessi, i differenti ruoli e le relative responsabilità sono esplicitati chiaramente ex-ante. A tale proposito si segnala che il dispositivo della “Valutazione di Impatto sulla Salute” o VIS può rispondere utilmente alla richiesta di evidenza empirica su cui fondare le decisioni politiche, in un processo che si sviluppa seguendo un approccio bottom-up.

La procedura della VIS per la stima degli effetti di una specifica azione sulla salute di una specifica popolazione è promettente perché basata sulla valutazione dell’impatto atteso, e quindi evitabile, rimuovendo i pericoli e i fattori di rischio scientificamente riconosciuti, attraverso più stadi che prevedono la partecipazione di tutti i portatori di interessi. La fase iniziale è la più critica ma anche la più importante perché prevede la dichiarazione degli interessi e della posta in gioco e quindi rende anche possibile seguire, valutare e rintracciare i profili di responsabilità. I due concetti ispiratori sono da una parte l’assunzione che attraverso un processo partecipato, dagli accordi iniziali, alla valutazione, alle raccomandazioni per i decisori, si possano evitare contraddizioni sterili o peggio falsi dilemmi, e dall’altra il passaggio da misura del danno già avvenuto a prevenzione del rischio che quel danno può causare. In altre parole, si tratta di uno strumento la cui applicazione è segnata da proceduralità che garantisce di volta in volta il trasferimento dalla teoria alla prassi della prevenzione primaria, che punta a ridurre l’incidenza di malattia, e della prevenzione primordiale che si prefigge di mantenere condizioni che minimizzino i pericoli per la salute. 

Nei suoi metodi, qualitativi e quantitativi, trovano spazio per riaffermarsi i valori dell’ambiente come bene comune e la salute, intesa secondo la definizione dell’OMS, come diritto individuale e bene collettivo. Anche la partecipazione pubblica e il diritto di ridefinizione dei fini trovano la loro giusta collocazione nella proceduralità che caratterizza lo strumento. 

Alla fine si può forse osservare che per affrontare le situazioni di crisi determinatesi in alcune aree italiane sarebbe conveniente guardare ad approcci e strumenti che si adattano alla molteplicità delle condizioni e che recepiscono il punto di vista, sviluppato da Amartya Sen, che mette al centro l’equità della salute, consentendo così di adottare un’ottica più ampia che ingloba non solo le cure, ma anche fattori come l’accesso ad una buona alimentazione, l’epidemiologia sociale, l’inquinamento, le politiche sanitarie, la sicurezza sul lavoro e altre considerazioni (A. Sen, Scelta, benessere, equità, Il Mulino, Bologna 2006), secondo una logica che non ha nulla in comune con quella che governa i dilemmi.

Articoli correlati

altri articoli

I danni da cambiamento climatico

Nella foto Saúl Luciano Lliuya, il contadino peruviano che vive a Huaraz, sotto un ghiacciaio che con il surriscaldamento si sta sciogliendo e rischia di travolgere la cittadina. Ha portato a giudizio Rwe, il colosso tedesco dell'energia, uno dei massimi produttori mondiali di anidride carbonica, perché paghi le spese per proteggere i suoi 120 mila abitanti. Credit: Greenreport ©

I danni da cambiamento climatico

I fenomeni climatici istantanei e di breve durata - uragani e tifoni, trombe d’aria, inondazioni - sono divenuti, negli ultimi anni, sempre più frequenti e sempre più intensi. L’ammontare dei danni verificatisi nel 2017, considerando solo quelli economicamente valutabili, è stato stimato in 306 miliardi di dollari: il doppio dell’ammontare dell’anno precedente e assai superiore alla media degli ultimi dieci anni, pari a 190 miliardi di dollari.