Crimini di impresa: razionalità e percezione

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“Capire che ciò che normalmente consideriamo un incidente, una disgrazia o una fatalità - che ha pregiudicato la salute o la vita di un territorio e di una comunità - è stato in realtà l’esito di un comportamento criminoso agito da qualcun altro, è un passaggio nient’affatto scontato”, ammette la dott.ssa Rosalba Altopiedi, docente alla Facoltà di Scienze Politiche dell’Università degli studi di Torino. Da anni studia la questione dei crimini d’impresa e ha pubblicato il saggio “Un caso di criminalità d’impresa: l’Eternit di Casale Monferrato” - L’Harmattan. Era nello staff del procuratore Raffaelle Guariniello nel processo Eternit ed è reduce dal convegno “Verso la II Conferenza governativa su amianto e patologie correlate”, organizzato dal Ministro della Salute Balduzzi, che si è tenuto a Casale Monferrato il 17 Settembre. 

Com’è andato il convegno?
E’ andato bene, con una grande presenza di autorità. Tre ministri, assessori e un numero imprecisato di parlamentari stanno a significare che in questo momento l’attenzione è alta. Tenere alta l’attenzione su temi dove normalmente non c’è allarme sociale è fondamentale. Se parliamo di criminalità, in particolare, ciò che preoccupa l’opinione pubblica sono i crimini più visibili, dove il contatto autore-vittima è certo, penso ad esempio alla c.d. criminalità predatoria, o ai crimini commessi da immigrati. Noi che ci occupiamo di crimini d’impresa da diversi anni sosteniamo che c’è una diversa stigmatizzazione, un diverso allarme sociale collegato ai crimini c.d. dei potenti. I responsabili di questi crimini sono molto bravi a gestire la loro reputazione sociale, e spesso a mistificare il dato di realtà, attraverso l’utilizzo di apposite tecniche di neutralizzazione che portano i cittadini a pensare che si tratti al più di atti disonesti ma certamente non criminali. 

Lei sarà tra i relatori della “II Conferenza governativa su amianto e patologie correlate” che si terrà a Venezia nei giorni 22-24 novembre 2012. Cosa si porta a casa dall’incontro di oggi?
Un’attenzione molto specifica su queste questioni, sulla vicenda di Casale in modo particolare. Quella di Casale è una vicenda che va opportunamente studiata, come io sto cercando di fare anche in vista del contributo che porterò a Venezia, perché potrebbe costituire un insegnamento per alcuni casi di cronaca scottante, mi riferisco all’Ilva di Taranto, tanto per essere chiara.

Taranto come Casale? 
La situazione di Taranto è diversa in molti aspetti e uno su tutti riguarda la presa in carico di questa vicenda. L’Ilva è ancora attiva mentre a Casale, quando gli enti locali e la popolazione decisero di attivarsi, l’azienda aveva chiuso per fallimento. La differenza dunque sta in un problema molto forte e vecchio come il mondo, quello del ricatto occupazionale. Cercare di contemperare il diritto al lavoro con il diritto alla salute è molto complicato.

E tutte quelle attività industriali che parte della comunità scientifica reputa in qualche modo nocive per la salute e l’ambiente ma su cui non ci sono interventi? Magari fino a quando non diventeranno a loro volti altrettanti “casi”? 
Il problema ha a che vedere con l’utilizzo e il peso che le evidenze scientifiche assumono o possono assumere nelle politiche di regolazione dell’attività industriale. L’esempio dell’amianto è eclatante anche da questo punto di vista. L’evidenza che l’amianto fosse cancerogeno è un’evidenza che si dà per acquisita nella comunità scientifica fin dagli anni ’60. In realtà c’erano prove confortanti ben prima. Il problema è che questa informazione è stata oggetto di una gestione oculata da parte delle industrie, forse anche di una certa miopia o inerzia istituzionale da parte di coloro che in qualche modo avrebbero dovuto intervenire a tutela dei lavoratori e dei cittadini tutti. E’ molto complicato ed è un processo nient’affatto scontato passare dall’evidenza di una tossicità di una certa lavorazione o di un certo materiale alla sua regolamentazione, se possibile, o alla sua dismissione. E’ complicato perché ci sono dei poteri forti e degli interessi in gioco che rendono questo percorso accidentato e non lineare. L’amianto è un esempio, il tabacco è un altro, quello del cloruro di vinile monomero (petrolchimico di Porto Marghera) è ancora un altro. Io che mi occupo di queste cose, se leggo le storie sull’acquisizione delle conoscenze - e su come queste poi diventino la base su cui ad esempio legiferare - non posso non osservare che se cambio il nome della sostanza le storie sono tutte più o meno uguali. Effettivamente c’è una grande difficoltà a varare una norma che regolamenti una certa lavorazione anche perché chi gestisce le informazioni ha un potere differente rispetto a quello dei lavoratori, dei cittadini. 

Quella che abbiamo chiamato "inerzia istituzionale" è concausa del comportamento criminale delle imprese? Le imprese delinquono razionalmente anche perché consapevoli della limitata possibilità di essere sanzionate?
Io sarei cauta nell’utilizzare come unico paradigma della spiegazione del comportamento criminale quello razionale, quello del calcolo dei costi benefici. Sarei più per una prospettiva che certamente tiene conto del comportamento razionale dei soggetti ma che contempli una razionalità “situata”, cioè agita all’interno di un contesto particolare. Che nel caso dei crimini d’impresa sono il sistema organizzativo ed economico, cioè un sistema e un contesto che mi fornisce sia le razionalizzazioni per delinquere - “ma lo fanno tutti, in effetti non faccio nulla di criminale” - sia le giustificazioni per gestire la stigmatizzazione eventualmente successiva, nel caso in cui io sia chiamato a rispondere di un certo comportamento - “sì, ma l’ho fatto per salvare la fabbrica, mi fossi rifiutato avrei dovuto chiudere”. Nel crimine d’impresa c’è il contesto che fornisce le ragioni agli attori. Sulle industrie farmaceutiche ad esempio John Braithwaite, un criminologo australiano, ha condotto studi da cui rileva che l’industria farmaceutica è in sé criminogena, è organizzata in modo tale da “costringere” i singoli attori, le singole imprese, ad agire in modo criminale in vista dell’ottenimento di una certa quota di mercato e del mantenimento della crescita spropositata dei profitti. E’ il sistema in sé che è in qualche modo criminogeno. Quindi sì, una scelta criminosa razionale che però è agita in un contesto particolare. 

E’ qualcosa che riguarda tutti noi cittadini quando giustifichiamo i nostri comportamenti in virtù del contesto in cui siamo inseriti. 
Sa cosa c’è di diverso? Che le stesse razionalizzazioni o giustificazioni utilizzate da un cittadino normale non sarebbero valutate nello stesso modo. Non avrebbero la stessa legittimità che assumono invece le giustificazioni e le razionalizzazioni utilizzate dalle imprese, che sono in grado di gestire la propria de-criminalizzazione a più livelli. Attraverso l’attività di lobby - promuovendo norme a proprio favore o ostacolando quelle che cercassero di regolamentare l’attività – e esercitando la loro influenza anche una volta chiamati a risponderne davanti ai tribunali. Nei processi Eternit c’erano le migliori menti delle difese proprio per far valere una differenza di potere all’interno anche del processo, come nell’implementare una norma che con molta fatica è stata emanata. E in ultimo sono gli stessi responsabili che attraverso la loro azione riescono ad allontanare da sé lo stigma del criminale. Allora noi non ci rivolgiamo normalmente a questi soggetti come ci rivolgiamo ai criminali convenzionali. Li chiamiamo disonesti o truffatori, ma non usiamo la parola “criminale”. L’uso delle parole e delle metafore sono elementi importanti nella costruzione della realtà, soprattutto nel fare cultura rispetto ad alcuni temi. E allora abbiamo i “bombardamenti chirurgici” per le guerre e le “disgrazie” e le “tragedie” per le morti sul lavoro. Invece no, i primi sono bombardamenti e i secondi sono crimini. Smettiamola di chiamarle “morti bianche” perché di bianco non c’è proprio nulla.

Il prossimo 28 Settembre, a Torino ci sarà un seminario su “I crimini d’impresa. Tra negazione e riconoscimento - Una riflessione critica”. Si rifletterà sui casi dell’Icmesa a Seveso, ThyssenKrupp a Torino e Eternit a Casale Monferrato. Naturalmente lei sarà tra i relatori.
L’idea, di oltre un anno fa, è di ragionare in termini di criminalizzazione e vittimizzazione per smontare l’opera di de-criminalizzazione dei crimini d’impresa. Soprattutto nei casi come quello dell’Eternit e di Seveso - dove c’è una presa in carico anche nel senso comune di questi comportamenti come comportamenti criminali, perché si è riusciti a costruire un processo parallelo da parte delle vittime di costruzione della propria vittimizzazione - c’è la possibilità di non sentirsi più i soggetti sfortunati a cui il destino ha riservato una malattia molto grave ma di costruirsi un’identità sociale come vittime di un reato particolare. Interpretare ciò che è avvenuto come qualcosa che si poteva evitare - dunque se si poteva evitare è un’ingiustizia, se è un’ingiustizia occorre identificare i responsabili del comportamento che l’ha generata - è un aspetto fondamentale nel processo di costruzione della propria vittimizzazione. Si consente alle vittime di apprendere un nuovo vocabolario, anche di motivi e di razionalizzazioni, che in questo tipo di comportamenti è difficile da apprendere. Il caso di Casale di cui mi sono occupata è particolarmente interessante, perché qui c’è stato un movimento dal basso che ha fornito alle persone che si sono trovate in questa situazione disgraziata un contesto in cui apprendere un nuovo ruolo e nel quale è possibile non limitarsi solo a una forma moderna di elaborazione del lutto ma, con il supporto dell’associazione Afeva, disporre di strumenti per fronteggiare in maniera proattiva ciò che è avvenuto. Attraverso la carriera di vittimizzazione c’è un riconoscimento, un disvelamento di quelle che sono normalmente le razionalizzazioni e le giustificazioni usate dalle imprese. Si può arrivare a riconoscere che le cosiddette “verità” sono delle forme di giustificazione e che quello che è avvenuto qui è un crimine bello e buono. La conferenza dunque si giocherà intorno a questo tema molto importante, perché è un pezzettino di quella costruzione nuova della realtà che fornisce ai cittadini, ai lavoratori e alle comunità più consapevolezza e quindi più capacità di agire sulla scena. L’associazione di Casale poi su questo è diventata un esempio “scolastico”: capacità di stare sulla scena, di influenzare in qualche modo i discorsi intorno alla vicenda, di essere riconosciuta come un attore legittimato a esprimere il proprio parere. 

Il seminario “I crimini d’impresa. Tra negazione e riconoscimento. Una riflessione critica”, fa parte di  Interlabo ed è organizzato ogni anno dal GERN (Groupe Européen de Recherches sur les Normativité).

Il programma del seminario è disponibile qui.

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Il delirio di onnipotenza di un medico di campagna

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Il film di Thomas Lilti Il medico di campagna, da tempo nelle sale cinematografiche, racconta di un dottore della provincia francese che esercita, indefesso, il suo mestiere oscuro ed eroico, perfino quando gli viene diagnosticato un tumore al cervello, elargendo consigli di salute e di vita, conforto e speranza e avendo in odio il lavoro di gruppo, i computer e gli ospedali stessi. Infatti, vede come un’ingerenza la collaborazione che gli offre una collega, scrive a mano appunti sui malati che poi cela gelosamente dove lui solo sa ritrovarli e preferisce mantenere i suoi assistiti lontano dalle corsie.

Poiché ogni film è un’opera d’arte, il suo autore ha il diritto di disegnare il protagonista come meglio crede e anche di circondarlo di un’aureola di santità; non è, però, un bene, per il pubblico coltivare la convinzione che gran parte dei guai della sanità italiana sarebbero ridimensionati, se tutti i medici di famiglia assomigliassero al dottor Jean-Pierre Werner.

E’ vero: la maggior parte degli spettatori (così come dei critici cinematografici) è composta da pazienti potenziali o effettivi che possono desiderare di ricevere le cure di un medico/genitore al punto di perdonargli il paternalismo e l’autoreferenzialità che fanno da contorno.

Chi, però, ha alle spalle più di 35 anni di medicina di famiglia, guarda alla figura del collega cinematografico con maggiore senso critico: sono tanti i colleghi coetanei che, come il dottor Jean-Pierre, hanno praticato, nei primi anni del loro ingresso nel Servizio sanitario, una medicina senza orari, senza tregua, senza prezzo, che, però, era, al contempo, una medicina senza confronto tra pari, senza una registrazione dei dati cui altri (sostituti, successori, medici ospedalieri) potessero accedere e, in definitiva, senza concessione al paziente del primato sulla sua salute.

L’esercizio eroico della medicina ha sempre un fascino irresistibile: lo testimoniano il moltiplicarsi delle serie televisive a partire da quella sulla famosa Emergency Room del County Hospital di Chicago, dove tutti i momenti si facevano respirare gli asfissiati con la tracheotomia, ripartire cuori in arresto (“libera!”) e nascere bambini in presentazione podalica. Due veri medici di Pronto Soccorso, A Ross e H Gibbs, consulenti di Michael Crichton per la sceneggiatura di ER, hanno poi scritto in un libro che l’altruismo dei personaggi era realistico, ma che “se i dottori si comportassero così nel mondo reale, emergerebbero gravi responsabilità e seri grattacapi che farebbero venire gli incubi agli amministratori”.

L’altruista medico di campagna francese che sfida gli elementi della natura, i dissesti stradali e la propria caducità per lenire le altrui sofferenze, ha un modello di riferimento nel libro “Appunti di un giovane medico” di Michail Bulgakov. Si tratta di una raccolta di otto avvincenti racconti autobiografici che narrano il cimento con la malattia e con la morte di un neolaureato del 1916 mandato a coprire un posto vacante in un remoto governatorato russo, dove riscuoterà la riconoscenza dei suoi molti beneficati

Nel film, il figlio del medico di campagna, dice: “Mio padre, da queste parti, è come un dio che regge le sorti della comunità; quando non ci sarà più, anche la comunità finirà”. Ma i medici di famiglia proiettati nel futuro, che non intendono affatto abdicare alla cura della persona anche nei suoi aspetti psicologici e sociali, sanno, invece, che l’interesse del paziente sta nell’essere trattato non solo con il maggior calore umano, ma con la miglior certezza scientifica e con le più avanzate tecnologie disponibili.

Nessun medico di buona volontà, solo in mezzo a un campo, è in grado di salvare un uomo con l’arteria femorale tranciata, come fa credere il film: per fare il miracolo occorre un efficiente 118 e un chirurgo vascolare con annessa sala operatoria.

E quando un medico lascia la professione, per pensionamento o peggio, nessuna comunità dovrà estinguersi o patirne, se egli avrà lasciato, a chi lo rimpiazza, cartelle cliniche dettagliate ed esplicative e pazienti che confidano non nella sua persona, ma in una medicina responsabile e in una sanità realmente democratica.