Cultura, scienza e ricerca

Read time: 16 mins
Cultura, scienza e ricerca Cultura è un termine generale, usato con diverse accezioni. Quando si parla di una persona di cultura, si intende solitamente un individuo ricco di conoscenze, in grado di sviluppare un pensiero originale e padrone di un sapere elaborato. Un detto, forse un po’ abusato, vuole la cultura definita come “tutto quanto si ricorda (di quanto si è imparato) dopo aver dimenticato”.

Cultura, scienza e ricerca Cultura è un termine generale, usato con diverse accezioni. Quando si parla di una persona di cultura, si intende solitamente un individuo ricco di conoscenze, in grado di sviluppare un pensiero originale e padrone di un sapere elaborato. Un detto, forse un po’ abusato, vuole la cultura definita come “tutto quanto si ricorda (di quanto si è imparato) dopo aver dimenticato”. In un’altra accezione, quando ad esempio si parla di cultura occidentale (od orientale o comunque legata a un gruppo etnico o a una civiltà), si fa riferimento a usi, costumi, esperienze e convinzioni di un gruppo di persone, di un popolo. La cultura è allora il risultato di un integrale, esteso su molti individui e su molte generazioni, dell’insieme comune di abitudini e valori. In questo contesto, una rivoluzione culturale rappresenta un radicale e repentino cambiamento dei “valori” piuttosto che delle “conoscenze”. È il caso della rivoluzione culturale cinese che alla fine degli anni ‘60 fu proprio questo: una imposizione forzata a cambiare valori. Come vedremo più avanti, vi sono state anche rivoluzioni, altrettanto culturali, ma legate a un cambiamento delle conoscenze, in particolare conoscenze scientifiche, che hanno determinato successivamente anche cambiamenti nei valori condivisi. Attributo privilegiato del sostantivo “cultura” è comunque sempre stato l’aggettivo “umanistica”.

Scienza è pure un termine generale; è dottrina, sapere, insieme di conoscenze, o ancor prima, “complesso organico e sistematico delle conoscenze, determinate in base a un principio rigoroso di verifica della loro validità, attraverso lo studio e l’applicazione di metodi teorici e sperimentali”, così recita il Gabrielli, vocabolario della lingua italiana (Il grande italiano 2008 – Hoepli). La conoscenza scientifica, la scienza, dovrebbe quindi essere parte integrante della cultura. Una parte che richiede forse qualche attenzione in più – quali rigore e metodo – che la dovrebbero caratterizzare all’interno del vasto dominio di una cultura intesa come onnicomprensiva. Invece scienza e cultura sono state a lungo (lo sono tutt’ora?) viste in antinomia, piuttosto che in armonia. Perché è stato così a lungo difficile trovare menzione della scienza, all’interno di una discussione sulla cultura? Perché la scienza è comunemente considerata disgiunta dalla cultura, che è appunto intesa prevalentemente come umanistica, piuttosto che parte della stessa? Perché un uomo può essere considerato colto anche quando afferma, in tutta onestà, di non capire nulla di matematica e scienze, così come uno scienziato può non porsi il problema di conoscere la storia del pensiero e della letteratura? Ci sono due culture che non comunicano? Il problema non è nuovo ed è stato affrontato nel ’59 da C.P. Snow che con il suo saggio ha stimolato in merito una discussione e un confronto ancora estremamente attuali.

La domanda è quindi: “perché due culture?” e poi anche: “sono ancora due?”

Fino all’inizio del secolo scorso la scienza era soprattutto “esatta”, meccanicistica e deterministica, e per questo fredda. La meccanica Newtoniana, con la sua capacità predittiva di moti, posizioni, e velocità dei corpi, fossero gravi sulla Terra o pianeti nel sistema Solare, ha probabilmente rappresentato il trionfo di questo determinismo. La scienza è stata vissuta a lungo, erroneamente, come “tecnica”. È stata intesa come capacità di costruire “cose” e di risolvere “problemi” per gestire il mondo esterno e non come uno strumento potente per capire, conoscere e spiegare. Viceversa l’umanesimo era elaborazione di emozioni, di introspezione e di incertezze, con il suo fascino di interrogativi inevasi, spesso estremamente antropocentrici. Indubbiamente è più forte l’emozione che suscita il “Che fai tu, luna, in ciel? dimmi, che fai, silenziosa luna?” della soddisfazione che deriva dalla capacità di predirne le eclissi, così come gli infiniti del Leopardi muovono l’animo ben più dei transfiniti di Cantor.

All’inizio del secolo scorso gli sviluppi scientifici nel campo della fisica hanno portato a cambiare radicalmente la nostra concezione del mondo e anche la nostra concezione della scienza. Veramente formidabili quei trent’anni che sconvolsero la fisica, in cui una nuova verità sul modello del mondo si andava affermando. Quella dell’indeterminazione e dell’incertezza. La verità come probabilità. O anche solo come possibilità. E ancora, la trattazione scientifica delle probabilità dell’impossibile. I fisici ci hanno portato a prendere in seria considerazione la possibilità che un gatto possa essere contemporaneamente vivo e morto (E. Schroedinger, 1935) e ci hanno insegnato che una particella elementare ha una probabilità piccola, ma non nulla, di attraversare una barriera di potenziale che richiede un’energia superiore a quella disponibile. Abbiamo anche imparato che un gemello può mantenersi più giovane dell’altro (più giovane, badate, e non più giovanile!) se disposto a viaggiare molto e ad altissima velocità (Einstein, 1905). L’avere realizzato che la natura si manifestava con leggi radicalmente diverse da quanto fino ad allora creduto, una volta assimiliato a livello generale e non dai soli addetti ai lavori, ha avuto ampie ripercussioni in altri campi, dalla filosofia alle scienze sociali, e nel mondo del pensiero in generale. Ecco che la scienza si è fatta cultura.

Se la scienza si è trasformata, abbandonando la presunzione che le condizioni iniziali – se perfettamente note – potessero sempre portare alla conoscenza esatta dell’evoluzione di un sistema, e abbracciando quindi incertezze, pur rigorosamente descrivibili e calcolabili, un percorso parallelo ma inverso sta portando negli ultimi anni a considerare quanto le emozioni possano essere descritte da un processo che, pur se non completamente deterministico, è comunque regolato da cause, secrezioni ed effetti. La neuroscienza, ad esempio, si pone il problema di studiare le emozioni fondamentali cui siamo soggetti, come aggressività, depressione, o innamoramento, affrontandone fisiologia, anatomia e soprattutto biochimica. E proprio la biochimica dell’innamoramento può rappresentare un momento importante per superare il divario tra le due culture fornendo una nuova e diversa chiave di lettura delle emozioni dell’umanesimo, così come lo possono fare le recenti scoperte della neuroscienza, arrivata a fotografare il processo di memorizzazione di un dato, attraverso i cambiamenti di forma delle sinapsi in regioni del cervello (di topi) dedicate al processo di apprendimento. Se mi è permesso banalizzare, potremmo dire che la scienza, con le sue indeterminazioni – potremmo quasi dire incertezze – si fa “umana” e l’umanesimo, sottoponendosi sempre più al principio di causa-effetto, si fa “scientifico”.

Dicevamo di altre rivoluzioni culturali, legate a un repentino cambiamento delle conoscenze. Rivoluzioni il cui impatto non si è limitato all’ambito scientifico ma ha avuto forti ripercussioni nello sviluppo del pensiero. Di eventi di questo genere ve ne sono stati diversi lungo il percorso della conoscenza. Eventi “scientifici”, che hanno avuto implicazioni “culturali”. Sono stati spesso legati alla nostra capacità di approfondire continuamente la descrizione e la comprensione del “mondo”, dei suoi fenomeni e dei suoi limiti, e quindi derivano soprattutto dagli studi di fisica e di astronomia, le discipline che più di altre cercano di spiegare gli infiniti e gli estremi: l’infinitamente piccolo e l’infinitamente grande, l’inizio e la fine dell’Universo, del tempo e del tutto, ma non solo. Sono secoli che le scoperte scientifiche contribuiscono a determinare cambiamenti radicali nella nostra visione del mondo. Bastano pochi esempi per capire l’influenza che la scienza ha avuto sul pensiero. Copernico, astronomo polacco, nella prima metà del ‘500 ci ha portato ad abbandonare il sistema tolemaico, geocentrico, e ad adottare quello eliocentrico detto poi copernicano. Il suo contributo fondamentale è stato quello di un approccio scientifico e metodico alla formulazione di una teoria, quella che sosteneva che i pianeti orbitassero intorno al Sole. La teoria era dotata anche di potere predittivo, quello delle fasi dei pianeti ad esempio, utilizzato successivamente da Galileo che, con l’aiuto del suo telescopio, quelle fasi vide e registrò consacrando il modello copernicano. Copernico quindi riuscì dove non era riuscito Aristarco da Samo che l’eliocentrismo lo aveva proposto un paio di secoli prima di Cristo ma che non aveva convinto, anche per la mancata misura delle variazioni nella posizione delle stelle fisse che avrebbero dovuto derivare dalla variazione dell’angolo parallattico al ruotare della terra intorno al sole. Le enormi distanze del sistema solare dalle stelle fisse che avrebbero spiegato l’impossibilità di percepire tali spostamenti erano al tempo ignote e probabilmente inconcepibili. Il cambiamento di sistema di riferimento non fu solamente questione geometrica ma ebbe grande ripercussione sulla concezione del “mondo” e sulla posizione – e quindi il ruolo – dell’uomo nell’Universo, che perdeva inevitabilmente “centralità”.

Un secondo esempio è dato dalle ricerche di Darwin e dall’impatto del suo lavoro sull’origine delle specie. Nuovamente veniva modificato il ruolo dell’uomo e la sua importanza. Nuovamente un’analisi scientifica portava a un cambiamento non solo nel campo specifico di quelle ricerche, la biologia, ma anche nel mondo del pensiero filosofico e teologico. Lo stesso Darwin ebbe consapevolezza delle implicazioni “rivoluzionarie” di quanto aveva capito e descritto.

Un esempio futuro di uno sconvolgimento culturale possibile, prodotto da un avanzamento delle nostre conoscenze scientifiche, è rappresentato dalla possibilità di scoprire e “vedere” pianeti extrasolari del tutto simili alla Terra, situati nella cosiddetta “fascia abitabile” della loro stella e misurarne quei parametri critici, possibili indicatori dell’esistenza di “vita”. Per non dire dello scoprire, nella nostra Galassia o in altre lontane, “prove” dell’esistenza – anche passata – di forme di vita intelligenti.

Certamente non ha giovato alla scienza l’essere stata trattata con sospetto e avversione dalla grande e antica potenza del sapere – conquistato più per dogmi che per metodo –: la Chiesa. Anche nel caso di Darwin, così come già in quello di Galileo (più che di Copernico) la scienza arrivava inevitabilmente a scontrarsi con il dogma della Chiesa, minando il monopolio sulla verità che questa deteneva, almeno in ambito occidentale. È interessante leggere dal discorso di Franz Konig “Religione e scienze della natura” (1968): “La Chiesa ha imparato a trattare la scienza con fiducia e rispetto. Essa ora si rende conto che il pensiero scientifico dell’uomo moderno non contraddice la religione” (corsivo e sottolineature sono miei). C’è da chiedersi cosa succederebbe se si arrivasse invece a una contraddizione esplicita e dirompente. Un nuovo processo? Un’altra richiesta di abiura? È successo ogniqualvolta fossero messi in discussione i punti nodali della Creazione, come la centralità della Terra prima e dell’Uomo poi (declassati da eventi unici e “speciali” a eventi generici e “naturali”), o come quando, e siamo al presente, la scienza pretende di affrontare, con il suo metodo, il confine tra vita e morte, o tra progetto (di vita) e sua realizzazione, o addirittura quando la vita, la scienza, tenta di produrla in laboratorio.

Ancora oggi, quattro secoli dopo il processo a Galileo e nonostante la recente, e quindi tardiva riabilitazione, certamente non metabolizzata, (cf. Feyerabend in “Contro il metodo”: “La Chiesa dell'epoca di Galileo si attenne alla ragione più che lo stesso Galileo, e prese in considerazione anche le conseguenze etiche e sociali della dottrina galileiana. La sua sentenza contro Galileo fu razionale e giusta, e solo per motivi di opportunità politica se ne può legittimare la revisione”) assistiamo a episodi preoccupanti come i tentativi di screditare l’evoluzionismo volendogli magari affiancare, in maniera paritetica, il “creazionismo”, strumentalizzando la consapevolezza della scienza di offrire modelli della realtà e non certezze, e promuovendo la falsa equazione che la non certezza di un modello valida qualsiasi ipotesi alternativa. Al principio antropico, basato sull’applicazione di necessari e inevitabili effetti di selezione a possibili universi (“multiversi”) per spiegare perché il nostro “universo” è come è, viene contrapposto il disegno intelligente, riedizione moderna del dogma creazionista. Sono infine di questo secolo i tentativi di limitare lo studio dell’evoluzione e condizionarne l’insegnamento nelle scuole italiane di primo grado. Sono stati fortunatamente sconfessati, così come è stato sconfessato, con l’importante sentenza del 2005 del giudice americano John Jones, il tentativo (nel distretto scolastico di Dover in Pensylvania) di equiparare il disegno intelligente all’evoluzionismo, riconoscendogli invece la natura creazionista. Scrive il giudice Jones: “To be sure, Darwin's theory of evolution is imperfect. However, the fact that a scientific theory cannot yet render an explanation on every point should not be used as a pretext to thrust an untestable alternative hypothesis grounded in religion into the science classroom or to misrepresent well-established scientific propositions.”

Tutto ciò non aiuta l’affermarsi di una cultura scientifica, e nemmeno di una cultura.

È la Filosofia (l’amore per la sapienza) la massima espressione dell’elaborazione del pensiero? Oppure è la Fisica con il suo sforzo di comprensione e rappresentazione del mondo? O lo è la Matematica in quanto linguaggio già riconosciuto da Galileo come il linguaggio dell’Universo? La filosofia è scritta in questo grandissimo libro che continuamente ci sta aperto innanzi agli occhi (io dico l’universo), ma non si può intendere se prima non s'impara a intender la lingua, e conoscer i caratteri, ne' quali è scritto. Egli è scritto in lingua matematica, e i caratteri son triangoli, cerchi, ed altre figure geometriche, senza i quali mezi è impossibile a intenderne umanamente parola; senza questi è un aggirarsi vanamente per un oscuro labirinto. O lo sono tutte insieme, parti differenti di un’unica ansia, quella del conoscere, applicata tanto a noi stessi quanto all’Universo, come se l’uomo fosse la singolarità che separa il dentro dal fuori; le due culture. Ma abbiamo visto che sia il dentro che il fuori possono essere studiati con lo stesso metodo e quanto si impara dell’uno ha ripercussioni sull’altro. Quante “scoperte” scientifiche hanno avuto un impatto “culturale” almeno pari al meglio di quanto alcuni pensatori “puri” – i filosofi – hanno consegnato all’umanità?

Perché quindi due culture, e perché una intesa come subordinata?

A colmare il divario non ha certo aiutato che gli scienziati trascurassero la volgarizzazione dei loro risultati e delle loro idee. Gli umanisti non scrivono solamente per leggersi tra loro ma anche per essere letti da altri e sono facilmente in grado di scrivere in modo da poter essere letti da un pubblico ampio, non specialistico ma semplicemente interessato. Gli scienziati lo fanno più raramente, e il grosso della loro produzione, con poche eccezioni, è indirizzato soprattutto ai colleghi specializzati nelle loro stesse discipline, più che a un generico pubblico di persone di cultura.

Scrivere per tutti di scienza, essere accessibili, spesso richiede un grosso sforzo, purtroppo considerato da molti una distrazione dalla ricerca e dai suoi ritmi serrati e competitivi, una perdita di tempo. Gli umanisti inoltre si leggono tra loro, attraverso le varie discipline, gli scienziati meno, molto meno, se si esclude per ognuno il proprio campo specifico. Quando invece si volgarizza la scienza, quando la si rende realmente accessibile a un pubblico ampio, allora si gettano le basi perché il sapere, non rimanendo circoscritto a pochi, possa diventare lentamente “cultura”.

Negli ultimi anni è molto aumentata la consapevolezza dell’importanza della divulgazione scientifica, sia per una presa di coscienza da parte di molti ricercatori, che per la realizzazione che la ricerca pubblica, pagata con le tasse di tutti, ha bisogno sempre più del sostegno del contribuente. L’aumento dei costi della big science e l’inevitabile competizione tra grandi progetti anche in discipline diverse, rendono necessario che i politici, che sulla disponibilità e impiego delle risorse hanno l’ultima parola, percepiscano che il taxpayer sia soddisfatto degli investimenti. I primi a capirlo sono stati i nostri colleghi negli Stati Uniti che da molti anni investono nella divulgazione scientifica. Esemplare è il caso del Telescopio Spaziale Hubble (HST) che ha portato le sue splendide immagini della nascita e della morte violenta delle stelle o delle baby-galassie fotografate ai confini dell’Universo, sulla prima pagina dei quotidiani e praticamente in ogni classe delle scuole inferiori, affiancando una foto del cosmo al modellino di dinosauro che già era presente. L’investimento nella divulgazione si è rivelato vincente e ha generato un ottimo ritorno come ad esempio ha dimostrato la presa di posizione dell’opinione pubblica a sostegno della comunità scientifica, che ha costretto la NASA a ricredersi quando, a seguito del disastro dello shuttle Columbia, aveva annunciato che avrebbe cancellato la missione di manutenzione dell’Hubble Space Telescope condannandolo così a morte sicura e prematura.

Perché la scienza? La curiosità è innata nel genere umano; il bisogno di sapere è un bisogno primario, come il cibo, il sonno e la necessità di riprodursi. L’uomo è curioso rispetto a quanto lo circonda, vuole sapere, vuole conoscere, anche perchè l’ignoto incute paura, paura così ben riconoscibile nell’ancestrale paura del buio. È possibile che tutto questo sia il risultato inevitabile delle prime fasi dell’evoluzione quando l’uomo era tanto cacciatore quanto preda. La curiosità porta all’esplorazione, alle scoperte, all’imparare e quindi a migliorare le proprie capacità di sopravvivenza. A un più alto livello le società si sviluppano e prosperano attraverso ricerca, innovazione e la pianificazione del futuro. Il sapere quindi va letto come chiave d’accesso al miglioramento delle proprie condizioni, tanto individuali quanto sociali, e la ricerca è il momento di sviluppo del sapere. Ed ecco quindi che “la crisi della ricerca è una delle principali cause della crisi economica dell’Italia e che migliorare la qualità della ricerca è cruciale per far ripartire lo sviluppo economico”. È sempre più vero che sapere è potere e che il sapere scientifico determina il potere economico.

Non stupisce che in un paese come il nostro, che ancora risente degli influssi di Croce e Gentile, manchi questa consapevolezza dello spessore culturale della scienza e – peggio – delle implicazioni economiche e sociali della mancanza di un robusto sviluppo scientifico. Il risultato è percepibile nella progressiva decadenza del paese e della sua competitività internazionale; nella sua incapacità di stare al passo con lo sviluppo degli altri paesi. Non si tratta semplicemente di incrementare i finanziamenti per la ricerca scientifica, riallineandoci ai maggiori paesi europei, o di incentivare le iscrizioni ai corsi di laurea nelle scienze “dure” per poter poi disporre di un adeguato serbatoio di competenze qualificate per stare al passo con l’evoluzione tecnologica della società. Non basta adeguare i laboratori, ringiovanire le Università, aumentare gli stipendi e ridare dignità alla professione del ricercatore (e dell’insegnante). Non è sufficiente adottare gli standard internazionali di valutazione basati sulla peer review e utilizzare il merito come metro per decidere chi e cosa finanziare e gettare le basi per permettere quella programmazione basata su tempi e risorse certe che da troppo tempo ci è impedita. Si tratta, ancor prima, di riconoscere alla scienza la sua valenza culturale e di promuovere una campagna di alfabetizzazione scientifica, tanto nelle scuole – e a partire dalle primarie – quanto nei confronti degli adulti. Si tratta di capire che senza scienza non vi può essere nè cultura nè futuro, né benessere, né progresso e di farlo diventare consapevolezza distribuita. Si tratta di fornire i mezzi per comprendere, per distinguere, per scegliere, per affrancarsi da una dipendenza cognitiva che discrimina i più deboli in quanto meno consapevoli. Si tratta cioè di mettere le persone nelle condizioni di poter seguire, con cognizione di causa, un dibattito sulle cellule staminali, sullo smaltimento dei rifiuti, sulle implicazioni dei diversi modi per produrre energia, e altro ancora, ed esprimere una opinione informata. Quando capiremo che stiamo raggiungendo i primi risultati positivi? Quando non succederà più che uomini di “cultura” o addirittura appartenenti alla classe dirigente del paese si possano pubblicamente compiacere di non capir nulla di matematica (e per questo riscuotere ancor più simpatia), ma il contrario!

Di culture ce ne è una sola.

altri articoli

La ricerca di punta è senza lucro

Ricerca medica

Crediti: Belova59/Pixabay. Licenza: Pixabay License

Pur non essendo il contributo più consistente alla ricerca medica, i finanziamenti delle non profit hanno il vantaggio di una valutazione rigorosa e indipendente dei progetti e la natura competitiva dei bandi. Questi oltre 300 milioni di euro, che rappresentano un decimo degli stanziamenti in ricerca medica, vanno a finanziare le ricerche di punta, e i ricercatori si rivolgono prevalentemente alle onp per tenere viva la ricerca indipendente e di base italiana. Il finanziamento nella ricerca biomedica rappresenta solo una frazione dell'intera ricerca italiana che, nonostante il netto divario di finanziamenti rispetto ad altri Paesi, si mantiene al vertice delle classifiche mondiali