Cosa può insegnare Steve Jobs ai giovani italiani

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Quando abbiamo iniziato a pensare di fare, in Bicocca, un’iniziativa per ricordare Steve Jobs, abbiamo deciso subito due cose: evitare un discorso tutto emotivo in cui rendere omaggio ad uno dei geni riconosciuti di questi tempi e fare un ragionamento in cui il nostro paese fosse l’orizzonte con cui confrontarsi. Questo ci ha portato a fare un’altra scelta di grande importanza: quella di rivolgerci ai giovani: agli studenti delle Università Milanesi e Lombarde in primo luogo, perché ci sembrava che fossero i giovani che avrebbero potuto interpretare la lezione di Steve Jobs come una concreta indicazione di quello che possono fare ed una sfida a non rassegnarsi, nemmeno in tempi di crisi così bui come quelli che stiamo vivendo.

Siamo stati aiutati da un gruppo di relatori di grande qualità che hanno arricchito il convengo con interventi preparati con cura e ricchi di spunti: senza citarli tutti lasciatemi ricordare almeno la vivissima rievocazione di Elserino Piol dei colloqui da lui avuti con Jobs durante una complessa  trattativa e la lucida ed elegante riflessione di Marco Susani sulle differenze tra Jobs e il tipico management Statunitense. Cito questi due interventi perché hanno saputo cancellare la distanza che spesso sembra separarci, noi qui in Italia, dai luoghi, come la Silicon Valley, dove si fanno cose eroiche e prodigiose. Noi nel convegno abbiamo voluto, infatti, proporre una lettura del fondatore della Apple, che pur dando valore alle sue eccezionali qualità di innovatore e di imprenditore, fosse quanto più lontana possibile dalla sua mitizzazione, dalla sua riduzione a caso eccezionale e irripetibile. 

Anzi, abbiamo cercato di mettere in luce proprio quello che fa di Jobs un caso ripetibile, le lezioni che ci ha trasmesso.

Il focus sui prodottiL’invenzione di una versione industriale, ma non per questo meno rigorosa, dell’interaction design che consentiva di sviluppare insieme l’idea di un nuovo prodotto, capace di offrire nuove possibilità di interazioni ai suoi utenti e un esemplare di quel prodotto, non solo semplice da usare, ma capace di far capire il proprio senso dall’uso. La tensione verso una qualità estrema dello hardware e del software dei sistemi Apple nasce da qui, dalla convinzione che l’innovazione non può affermarsi se non è realizzata in modo ‘perfetto’.

La sorprendente, per chi non aveva già prestato attenzione all’azione dello Steve Jobs imprenditore, cura dell’organizzazione delle sue aziende. Jobs diceva che il su più grande orgoglio era avere fatto della Apple un’impresa ‘durevole’, senza snaturarne la vocazione all’innovazione. Anche su questo terreno l’insegnamento di Steve Jobs è non convenzionale ma non per questo meno chiaro: avere cura dell’organizzazione è avere cura delle risorse umane mettendole in grado di accoppiare le due qualità di cui hanno bisogno, la eccellenza specialistica e la capacità di collaborare in team altamente multi-disciplinari. Per questo, Jobs voleva che le sedi delle sue imprese (non solo la Apple, ma anche la Pixar) avessero al loro centro un piazza in cui tutti si potevano incontrare; per questo la selezione del personale era molto rigorosa (chi veniva assunto, lo era perché era un genio, capace cioè di fare nel suo sapere specifico quello che era necessario perché il prodotto fosse ‘perfetto’).

Speriamo che chi ha partecipato al convegno ne abbia ricavato significativi messaggi che lo indurranno a pensare che non è proibito pensare di fare qualche cosa nel  solco dell’operato di Steve Jobs

Abbiamo anche indicato i terreni di innovazione che si aprono, dopo Steve Jobs, perché il rischio nella mitizzazione del personaggio è che si finisca per pensare che dopo di lui non c’è più spazio per ulteriori innovazioni. E così abbiamo indicato che rimane aperta la sfida di coniugare la qualità di un nuovo sistema con la sua apertura. Jobs, infatti, ha collegato strettamente la ricerca della qualità con il controllo assoluto su ogni aspetto del progetto, finendo per teorizzarne la chiusura. Ma l’apertura di un progetto (dal punto di vista degli standard, della capacità di integrarsi con altri sistemi, ecc.) è anche essa una qualità di grande importanza, per cui non è una sfida inutile, anche se molto ardua, provare a coniugare qualità ed apertura. Su un altro terreno, abbiamo illustrato che i sistemi della Apple possono essere considerati gli ultimi ed i più innovativi tra quelli che aderiscono alla idea che il ruolo dell’ICT (Information and Communication Technology) è quello di realizzare strumenti multi-tasking. Già oggi, però, sia nelle organizzazioni che a livello individuale, i sistemi a base ICT vengono usati come estensioni relazionali della nostra capacità di far fronte alle situazioni in cui ci si viene a trovare. Si deve passare dal multi-tasking al situated computing, e questo passaggio richiede un ri-disegno della grande maggioranza delle applicazioni dell’ICT. In questa prospettiva, quindi, c’è un mondo di cose da fare.

Volevamo, insomma, valorizzare l’opera di Steve Jobs ma anche avvicinarlo a tutti coloro che svolgono o si preparano a svolgere la loro attività professionale nel settore dell’ICT, in particolare ai più giovani per togliere un po’ dell’aura mistica che si può associare allo “Stay Hungry stay Foolish” con cui Jobs chiuse il suo discorso agli studenti di Stanford e metterlo con i piedi per terra. Speriamo di esserci riusciti!

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L'illustrazione "The Fin de Siècle Newspaper Proprietor" di Frederick Burr Opper, pubblicata nel 1894 sul magazine Puck. Credit: Library of Congress. Licenza: Public Domain.

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