Che confusione, dottor Zamboni!

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“Poor judgment in medicine can lead to interventions with fatal consequences”. Comincia così una nota del Lancet dell’anno scorso commentando la morte di un uomo ammalato di sclerosi multipla. Gli avevano messo due “stent” nella giugulare e poi gli hanno dato un anticoagulante perché gli stent non si chiudessero. E’ morto di emorragia cerebrale. Tre mesi dopo un altro paziente, curato allo stesso modo per la sclerosi multipla, ha dovuto essere operato di cuore per rimuovere uno di questi stent che era finito nel ventricolo destro.

Era da un po’ che i neurologi avevano notato certe anomalie dei vasi venosi extracranici negli ammalati di sclerosi multipla. Ma l’annuncio del dottor Paolo Zamboni - un chirurgo dell’Università di Ferrara - che i suoi ammalati di sclerosi multipla tutti, nessuno escluso, avevano stenosi delle giugulari o delle vene azygos, ha colto tutti di sorpresa. Le idee del dottor Zamboni hanno suscitato l’interesse prima, e l’entusiasmo poi, di ammalati e delle loro associazioni, nonché dei giornalisti. Succede, e in Italia anche più che altrove, specie quando c’è di mezzo il cancro o certe malattie del sistema nervoso per cui la medicina degli ultimi cinquanta anni ha fatto tanti passi avanti sul piano delle conoscenze, con pochissimi risvolti pratici. La gente sta male e muore, e non c’è una cura, e se tu gli dici “è l’uovo di Colombo, tutti quelli che se ne sono occupati prima non se ne erano accorti: c’è un restringimento delle vene, dilatiamole così di sclerosi multipla si potrà guarire” è fatta. Almeno in TV.

Michael Dake, quello che ha messo gli stent nei due pazienti dell’inizio di questa storia, ha detto ai suoi collaboratori: “Basta, facciamo uno studio controllato, poi ne riparliamo”.

Perché mai la stenosi delle giugulari dovrebbe provocare la sclerosi multipla? Forse perché l’ipossia che danneggia la barriera tra sangue e cervello fa sì che globuli rossi e plasma (cioè ferro) si accumulino nel cervello e nel midollo spinale. Questo porterebbe a una reazione immune e da lì si arriverebbe alla sclerosi multipla. Forse, ma è tutto molto vago.

Un gruppo di studiosi di Buffalo alla storia della stenosi delle vene extracraniche ci aveva creduto. A un certo punto però hanno voluto vederci chiaro. Quasi 500 ammalati con sclerosi multipla progressiva, ma anche quelli in cui la malattia non progredisce e quelli che vanno in remissione ma poi ricadono, sono stati sottoposti a uno studio molto sofisticato dei vasi del collo. Alla fine nemmeno a Buffalo sono riusciti a documentare che quelli che vanno male hanno davvero più stenosi degli altri.

Che poi il dottor Zamboni sia capace di distinguere - in base a quadri ecografici di insufficienza venosa - i diversi tipi di sclerosi multipla, questo è davvero sorprendente. I neurologi che vanno per la maggiore come Richard Rudick della Cleveland Clinic parlano e scrivono delle idee di Zamboni con garbo anglosassone ma si capisce che non ci credono affatto. Anche perché Zamboni sostiene che in chi non ha sclerosi multipla i restringimenti delle vene non si trovano. Il che non è vero: il 20% delle persone studiate come controlli aveva le stesse anomalie che descrive Zamboni nei suoi ammalati.

In Italia la Fondazione Italiana Sclerosi Multipla ha avviato uno studio controllato per provare a vederci chiaro, ma Zamboni non ha voluto prendervi parte. In compenso in un convegno a Bologna dell’anno scorso ha spiegato che se uno interviene su queste stenosi rimuovendole riduce il numero di ricadute. La gente non aspettava altro (“senza apparente possibilità di scelta, a chi questa possibilità è negata sembra sia negato il diritto a una cura efficace” ha scritto Giuseppe Lauria dell’Istituto Besta lo scorso anno sul Corriere) e i medici si adeguano.
I medici delle strutture pubbliche perché vivono di più la pressione degli ammalati. Anche se sanno che non ci sono certezze, i pazienti vogliono provare (“io sono ammalato adesso e voglio guarire, non ho tempo di aspettare che la medicina arrivi a conclusioni definitive”). Molti medici delle strutture private, dal canto loro, spesso non dicono di no perché pressati dall'imperativo di aumentare le procedure da far pagare al Servizio Sanitario Nazionale.

Così, anche se ci fosse una possibilità di dimostrare che dilatare la stenosi delle vene funziona, adesso l’abbiamo persa. Più se ne fanno di queste procedure più ci sarà confusione. Qualche malato migliorerà e qualcuno potrà persino guarire. Forse sarebbero guariti comunque, chissà. Può anche darsi che la procedura di dilatazione abbia contribuito a qualche guarigione, non lo sapremo mai. “Negli anni ne abbiamo viste di queste cose che come arrivano, spariscono” conclude Lancet. Non sappiamo se la cura proposta da Zamboni sarà una di queste. Quello che è certo è che per adesso per la sclerosi multipla la medicina ha perso e hanno vinto “Le Iene”.

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