Tasse universitarie, le ragioni di un'ingiustizia

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Francesca Coin e Francesco Sylos Labini rispondono alla nostra richiesta di chiarire come hanno calcolato alcuni dei numeri con cui avevano criticato la nostra analisi sul trasferimento di risorse dai poveri ai ricchi insito nell’attuale sistema di finanziamento dell’università (leggi qui).

Li ringraziamo del chiarimento, dal quale capiamo che i loro numeri si riferiscono a quanto, attraverso l’Irpef, ciascun singolo contribuente con un determinato reddito paga del finanziamento dello Stato all’università (incidentalmente, le formule presentate da CSL sono imprecise, perché non tengono conto dei contributi sociali e delle varie deduzioni e detrazioni, e inutili, perché nella stessa tabella del Dipartimento delle Finanze da loro utilizzata c’è già, nella colonna W, l’imposta netta media pagata dai contribuenti nelle varie classi di reddito; moltiplicando quella colonna per il rapporto tra l’FFO e l’Irpef netta totale, che è leggibile nell’ultima riga della stessa colonna e non deve essere stimata come CSL fanno, si ottengono immediatamente i valori precisi dei numeri che loro approssimano).

Dai loro conti risulta, e non è certo una sorpresa, che i cittadini più ricchi pagano di più (proprio perché, essendo più ricchi, pagano più tasse, anche per via della progressività). Non abbiamo nessun problema con questa ovvia conclusione, che non è affatto in contrasto con la nostra affermazione. Non abbiamo mai detto, infatti, che il trasferimento dai poveri ai ricchi derivi dal fatto che il singolo contribuente povero paghi di più del singolo contribuente ricco. Il nostro punto è che ci sono tanti contribuenti poveri (circa il 62% del totale dei contribuenti, su dati del 2008; circa il 70%, su dati del 2010) che contribuiscono a finanziare l’università ma non mandano i propri figli a frequentarla; e questi contribuenti pagano nel loro insieme un ammontare non trascurabile di risorse ad altri contribuenti che invece mandano i propri figli all’università (sono circa 2.5 miliardi all’anno, con dati del 2010 e limitandoci al solo FFO, come CSL preferiscono fare); finanziano così o contribuenti che sono già oggi più ricchi, o contribuenti che, una volta laureati, saranno (mediamente) più ricchi in futuro. Abbiamo spiegato nel precedente post come facciamo questo conto e ci sembra di capire che CSL non lo contestino; perciò non ci ripetiamo.

La vera questione rilevante che però CSL pongono è se ciò sia giusto oppure no. Per rispondere, bisogna chiedersi se anche queste famiglie povere e senza figli all’università traggano un beneficio dal fatto che altri ci vadano, oppure no (nel gergo degli economisti, la questione è se ci siano rilevanti esternalità positive associate all’istruzione terziaria). L’opinione di CSL (“a nostro avviso”, scrivono) è che sia così. Noi abbiamo provato ad andare oltre l’espressione di una opinione soggettiva e abbiamo guardato a quali conclusioni giungono le analisi empiriche, nazionali e internazionali, che hanno cercato di dare una risposta a questa domanda (ne parliamo parecchio nel libro “Facoltà di Scelta”, Rizzoli 2013). E la conclusione, come abbiamo scritto nel nostro precedente post e ancora rispondendo a Paolo Palazzi, è che l’evidenza è piuttosto debole, per usare un eufemismo: di quelle esternalità non si trova traccia significativa (a differenza di quel che accade per i livelli inferiori di istruzione) e gran parte del beneficio derivante dall’acquisire un’istruzione superiore è “internalizzato” da chi l’acquisisce. Perciò noi concludiamo che non è giusto far pagare a tutti quello di cui solo in pochi usufruiscono. E che sia invece giusto che chi avrà un beneficio futuro (che i dati ci dicono essere significativo) ne sopporti oggi una buona parte dei costi.

Non vale a questo proposito il parallelo che CSL fanno con la scuola dell'obbligo o con la sanità. In questi casi le esternalità sono molto più rilevanti (come testimoniato da un'ampia letteratura). Inoltre si tratta di servizi che sono usati assai diffusamente, nei fatti o potenzialmente, in un’ottica prudenziale. Infine, sono casi in cui, semmai, sono i poveri più dei ricchi a utilizzare più intensamente il servizio. Sono perciò casi in cui ha certamente senso che il servizio sia finanziato attraverso la fiscalità generale.

La seconda questione posta da CSL è che cosa proponiamo in alternativa. CSL offrono una caricatura della nostra proposta: far pagare 10000 euro di tasse universitarie a chi oggi ne paga 100 attraverso l’Irpef. Si tratta, però, di una rappresentazione che sfigurerebbe persino sulle bancarelle degli ambulanti di piazza Navona (e che ha anche un difetto di logica, perché le tasse universitarie le paga chi va all’università, e quindi il contribuente povero che non manda i propri figli all’università comunque non le paga, qualunque esse siano).

La nostra proposta è davvero molto diversa: solo per alcuni corsi e solo in alcuni atenei, le tasse universitarie possano essere aumentate a 7500 euro in media, con una forte differenziazione per reddito della famiglia d’origine (e quindi gli studenti che vengono da famiglie più povere dovrebbero pagare molto di meno, forse non più di quanto pagano oggi). Gli studenti sceglierebbero se frequentare quei corsi, oppure se continuare a frequentare i corsi attuali: lo farebbero solo se ritengono che quei corsi offrano loro una migliore formazione e migliori prospettive di guadagno, tali da più che compensare il maggiore costo iniziale. E se, provenendo da una famiglia più disagiata, non avessero i soldi per fare questo investimento, pur ritenendolo produttivo, avrebbero accesso a un finanziamento che consentirebbe loro di farlo. Un finanziamento da restituire non con una rata fissa, come i mutui per la casa, ma in modo proporzionale al reddito futuro del laureato, sopra una certa soglia: questo evita rimborsi insostenibili e offre una parziale assicurazione contro il rischio di investire in istruzione terziaria, perché sposta l’onere maggiore del rimborso in quei periodi in cui esso è più facilmente sopportabile. Per questo facilitano l’iscrizione all’università soprattutto per chi viene da famiglie economicamente svantaggiate (più soggette a vincoli di liquidità e più avverse al rischio).

Ci sono altri importanti tasselli nella nostra proposta che non vogliamo qui affrontare (chi è interessato li trova nel libro). E, a dirla tutta, essa, almeno nella forma di cui nel libro simuliamo la sostenibilità finanziaria, non è motivata principalmente dal desiderio di ovviare all’ingiusto trasferimento di cui abbiamo prima discusso. Come argomentiamo diffusamente nel libro, la proposta è motivata dal desiderio di reperire nuove risorse convogliandole agli atenei che le vogliano e possano meglio usare, senza pesare sul bilancio pubblico. Per aggredire effettivamente il problema del trasferimento dai poveri ai ricchi sarebbe necessario sostituire al finanziamento pubblico le tasse universitarie, mentre noi proponiamo che le maggiori tasse universitarie si aggiungano al finanziamento pubblico, aumentando le risorse complessive per l’università. E questo anche perché riteniamo necessaria una sperimentazione graduale del sistema di finanziamento da noi proposto, prima che se ne possa ragionevolmente pensare una estensione su scala maggiore. 

Crediamo comunque che quanto detto sia sufficiente a capire quanto la proposta sia diversa dalla caricatura che di essa hanno fatto CSL. A loro evidentemente non piace; è un’opinione legittima, ma che almeno le critiche siano rivolte a quello che proponiamo, non a uno spaventapasseri di comodo. Saranno poi i lettori a decidere per loro conto. 

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ritratto di MarcoViola

gentili professori Ichino e Terlizzese, devo iniziare questo post lodando la grinta e lo sforzo di chiarezza con cui da quasi due anni difendete pubblicamente la vostra idea, perché anche chi (come me, per trasparenza) la considera quasi totalmente erronea ha avuto l'occasione di sollevare temi importanti. Da non economista né professore, cercherò di dare anche io un mio modesto contributo al dibattito. Non avendone le competenze ed essendo state già sviscerati ampiamente, mi asterrò dall'esaminare i vostri calcoli sulla tassazione, focalizzandomi piuttosto su alcune perplessità a riguardo di quelle che, credo siano assunzioni implicite ed errate nel vostro ragionare.

(1) UNIVERSITA' PUBBLICA = ISTRUZIONE PUBBLICA
Nel parlare dell'università pubblica e dei suoi costi stupisce come gli autori la equiparino tout court alla "istruzione pubblica" (salvo poi passare velocemente ad accennare al progresso scientifico con frasi come "Solo così il progresso scientifico sarà maggiore e con esso la «torta» disponibile per la collettività." (risposta a Palo Palazzi, articolo del 5gennaio). Ora, qualsiasi studioso (o studente) che si occupa di università sa che generalmente le sue "missioni" sono la DIDATTICA (o istruzione), la RICERCA, la TERZA MISSIONE (che in senso lato può riguardare tutti i contributi dell'università al tessuto sociale, in senso stretto si riferisce generalmente al trasferimento tecnologico). Che le spese dell'università (ammesso e non concesso che si possano disaggregare) siano devolute essenzialmente a favore della ISTRUZIONE è tutto da dimostrare (che siano devolute unicamente all'istruzione è indimostrabile, credo- ma non dubito che il coraggio intellettuale di I&T potrebbero tentare questa difficile sfida). Un esempio di evidenza che la distribuzione delle risorse pubbliche non è pensata come unicamente o quasi devoluta alla didattica potrebbero darlo le seguenti riflessioni: a) la quota premiale del FFO istituita dalla legge 180/2008 (poi 1/2009) e modificata dalla 240/2010 è calcolata al 66% in base ai risultati della RICERCA, circa il doppio rispetto ai risultati della DIDATTICA (34%); b) negli atenei esistono ancora (seppure come categoria in esaurimento) circa 24-25mila ricercatori a tempo indeterminato (http://statistica.miur.it/scripts/personalediruolo/vdocenti0.asp per dati 2011). Ora, pur considerando che i loro stipendi siano inferiori a quelli dei professori di I o di II fascia, e pur considerando che spesso partecipano alla didattica, a differenza dei ricercatori a tempo determinato NON hanno alcun obbligo di legge a fare lezioni. In altre parole, il loro stipendio (dai dati MIUR https://dalia.cineca.it/php5/genera_report_access_cnvsu.php pare che nel 2012 ammonti a circa 1 miliardo e cento miliani di euro annui, che mi pare sia circa il 15-20% del FFO - o, anche a voler prendere i 9 miliardi che citate voi, comunque più del 10%; c) nel vostro computo dei trasferimenti statali alle unviersità rivendicate di non calcolare semplicemente il FFO ma anche gli altri trasferimenti. Come ben saprete, tra quei trasferimenti sono rilevanti quelli dei bandi PRIN e FIRB. Ma i bandi PRIN e FIRB sono un esempio paradigmatico di finanziamento finalizzato alla ricerca (che eventualmente genera esternalità sulla didattica e sulla terza missione). Ometto di farvi notare che, nelle università statali, CHIUNQUE è benvenuto alle lezioni: anche I&T potrebbero benissimo frequentare dei corsi di economia politica in qualsiasi ateneo statale pur non pagando le tasse universitarie, tutt'al più non avrebbero diritto a sostenere esami di profitto. Ma mi rendo conto che quest'obiezione sarebbe spuntata dal sottoutilizzo che la cittadinanza purtroppo fa di questa interessante possibilità (che pure però esiste, in linea di principio). Infine, non ho sottomano dati aggiornati delle entrate contributive totali, ma mi pare che siano tra 1,5 e 2 miliardi di euro; ed è plausibile pensare, se si vuole perseguire il vostro progetto di "contabilità analitica", che quelle entrate vadano considerate come entrate vincolate alla voce "DIDATTICA". Se non ci sono rilievi da fare sulle precedenti osservazioni, accettando il paradigma della "contabilità analitica" proposto da I&T mi pare che si debba ridimensionare notevolmente l'idea di uno Stato che finanzia massicciamente la didattica. Escludendo che sia stato fatto per ignoranza o per malafede, mi permetto pertanto di invitare gli autori a chiarirci le idee sul perché abbiano negletto RICERCA e TERZA MISSIONE.

(2) IL CALCOLO DELLE ESTERNALITA'
Sono francamente stupito e incuriosito da quanto affermano gli autori a proposito dell'assenza o quasi-irrilevanza delle esternalità positive dovute all'università pubblica (specie quando ci si ricordi che università non significa solo istruzione ma anche ricerca e terza missione). Leggerò il prima possibile il libro che promuovono per poter risalire a questa letteratura, ma intanto chiedo agli autori di aiutarmi allora a interpretare le informazioni contrastanti che si trovano nel 2° capitolo di un altro libro, scritto da economisti che studiano da anni l'università: L'università e il sistema economico (Geuna e Rossi, 2012). Alla tavola 2.1 si citano alcuni esempi di esternalità positive generate dal sistema universitario. Cito da una lista di "CANALI ATTRAVERSO CUI SI MANIFESTA IL CONTRIBUTO DEL SISTEMA UNVIERSITARIO: Formazione di risorse umane qualificate; Produzione e disseminazione di conoscenze gestionali, organizzative, strategiche, di marketing; Creazione di nuove imprese spinoff della ricerca; Sostegno alla formazione di reti di collaborazione università-impresa; Produzione e diffusione di nuove informazioni scientifiche; Produzione di nuovi strumenti e metodologie/tecniche; Offerta di accesso ad attrezzature e strumenti rari; Possibilità di collocare giovani ricercatori presso le imprese; Diffusione della consapevolezza dell’importanza di impiegare risorse umane qualificate; Possibilità di collocare giovani ricercatori presso le imprese: Produzione di conoscenze teoriche e di evidenze empiriche sul funzionamento del sistema socioeconomico in generale e sull’impatto socioeconomico delle innovazioni in particolare; Contributo a processi di rigenerazione urbana; Contributo all’animazione delle attività culturali e sportive della comunità cui appartengono; Formazione di reti di relazioni sociali tra studenti, ex studenti, docenti e collaboratori" Nelle conclusioni dello stesso capitolo, gli autori scrivono "I contributi che le università offrono all’economia sono molteplici, e la loro rilevanza sembra essere aumentata nel tempo, laddove la crescita della produttività nei sistemi economici avanzati dipende sempre più dalla produzione di innovazioni che hanno origine da conoscenze sviluppate in ambito accademico e dalla loro circolazione tra gli attori economici". Pur considerando che ci si sta limitando a parlare soprattutto di aspetti economici (o che abbiano ricadute economiche indirette, es. "rigenerazione urbana"), gli autori debbono illuminarmi su come sia possibile che Geuna e Rossi citino tutti questi aspetti. Mi pare che possano o contestare l'esistenza e rilevanza degli aspetti sopra citati (contestando quindi Geuna e Rossi e la letteratura a cui si riferiscono) oppure sostenere che tutti gli aspetti sopracitati siano in maniera consistente riconducibili a benefici degli studenti universitari. Una terza contro-obiezione potrebbe forse essere che nessuno di questi aspetti sia precisamente quantificabile e dunque soggetto a una teorizzazione precisa da parte degli economisti; ma da questa conclusione ciò che trarrei è piuttosto un invito ad un'interpretazione cautelativa di quel che dicono gli economisti (o di quelli che sono citati da I&T), se i loro strumenti di misurazione non sono capaci di cogliere aspetti tanto importanti.

(3) L'UNVIERSITA' PER LE ELITE'
I&T difendono con trasparenza e coraggio una visione "elitista" dell'istruzione superiore, ritenendo che la priorità di innalzare i fondi (con l'obiettivo, mi pare che inferiscano, la qualità) agli atenei sia superiore a quella di estendere il numero di laureati al punto di poter sacrificare "in estensione" per poter guadagnare "in qualità" (mi si corregga che semplifico troppo, lungi da me trovare le mie analisi su qualche bancarella). I&T sembrerebbero con questo interpretare il dato allarmante di AlmaLaurea della diminuzione % di laureati occupati nella direzione di una necessità di restringimento dell'offerta; in parole più semplici, inutile sfornare troppi laureati che poi tanto dovranno andare nei call center. E' un'interpretazione legittima, ancorché- mi si conceda- un po' deprimente. Nel perseguire questa strada però (ossia: tradeoff di quantità per qualità, sempre ammettendo che possano essere in qualche modo inversamente proporzionali) ci si allontana dagli obiettivi di Europa 2020, che prevedono una percentuale di giovani laureati media del 40% in Europa (26% in Italia, a fronte del 20% circa odierno). I&T sono pronti a sostenere che sia una buona idea andare nella corrente opposta di quanto propone l'obiettivo europeo? Non c'è il rischio che il paese rimanga sprovvisto del c.d. "capitale umano" che, sebbene latente nei momenti di recessione, sarebbe condizione necessaria per traghettarlo nello sviluppo qualora l'economia lo permettesse?

(4) IL CASO U.K.
Potrebbe sembrare un po' retorico comparare il nostro paese al Regno Unito; eppure, si fa menzione esplicita al rapporto Browne nella prima versione pubblica di questa proposta (mi riferisco alla interrogazione parlamentare del 18 maggio 2010 avente come primo firmatario Pietro Ichino, che mi permetto di considerare una versione "antenata" o quantomeno "ispiratrice" della presente proposta). Ora, mi risulta che gli effetti dello sdoganamento delle rette in U.K. (che pure doveva prevedere una parte dei proventi destinate a borse; che pure auspicava che solo alcuni atenei lo portassero a 9000£, laddove invece è stato fatto da una maggioranza) siano stati oggetto di diverse proteste da parte degli accademici del Regno Unito. E mi risulta ci sia stato un notevole calo di immatricolazioni (10% circa). Mi si conceda di presumere che gli atenei in UK abbiano mediamente più appeal di quelli in Italia (vuoi per la maggiore quantità di finanziamenti pubblici, vuoi per il pregiudizio che "UK/US is better" comparato alla diffamazione sistematica operata a ragione o a torto sugli atenei italiani, vuoi banalmente perché parlare l'inglese è più facile/utile che parlare l'italiano). Ora, se alcuni atenei aumentassero le tasse vertiginosamente come è avvenuto in UK, visto che "il mercato della HE" va anch'esso globalizzandosi (per cercare di esprimermi in un gergo che sia comprensibile e caro a I&T), a che pro uno studente italiano dovrebbe pagare 10000 euro per atenei con cattiva fama, pochi finanziamenti pubblici ecc. quando con meno di 1000 euro può frequentare atenei di ottimi qualità in Belgio? In altre parole, rendere l'istruzione di alto livello più costosa non rischia di contribuire alla fuga dei cervelli estendendola non solo ai ricercatori ma anche già agli studenti universitari?

IN CONCLUSIONE, e scusandomi della lunghezza, vorrei concedere ad I&T di concordare con loro su almeno un punto: quello di una maggiore progressività della contribuzione studentesca. Benché sia chiaro che non assolva al "main goal" degli autori (che è se non erro di rifinanziare il sistema di università statali mediante contributi dei privati), una rimodulazione delle contribuzioni (accompagnata ad una politica di diritto allo studio che tanto per iniziare applicasse i provvedimenti previsti dalla normativa vigente) potrebbe effettivamente incrementare l'equità del sistema, o se non altro massimizzare le possibilità di studiare ai meritevoli ma privi di mezzi. Senza contare che sarebbe decisamente più credibile come proposta da esporre ai partiti "di sinistra" (a meno che I&T non intendano per "sinistra" la coalizione di Monti e P.Ichino in quanto distinta dalla coalizione che fa capo a Silvio Berlusconi, ma parrebbe un uso bislacco della parola). Per non limitarmi alle enunciazioni di principio, allego un esempio di struttura progressiva della contribuzione, quella recentemente implementata all'Università di Torino elaborata dalla lista di rappresentanza di cui faceva parte il sottoscritto: http://www.unito.it/unitoWAR/page/istituzionale/servizi_studenti2/inseri... . Per chi non volesse dilungarsi nell'esaminare il contenuto del link, il succo della proposta è: contribuzione "personalizzata" calcolata in base all'ISEE/ISEU del singolo studente, con varie incidenze percentuali progressive a seconda delle fasce di reddito. Se I&T vorranno dedicare le loro future energie (anche) a sviluppare proposte di questo genere anziché riproporre unicamente la loro policy (che spero comunque che articolino tenendo conto delle mie obiezioni, in particolare 1 e 2) sarò lietissimo di dar loro una mano con successive elaborazioni. Distinti saluti.

ritratto di Daniele Terlizzese

Ringraziamo innanzitutto Marco Viola del tono civile delle sue critiche. Proviamo a rispondere brevemente ai suoi quattro punti.

Una premessa: la nostra proposta ha l’obiettivo di aumentare la capacità di scelta degli studenti, di stimolare gli atenei a migliorare la propria offerta formativa, di trovare risorse aggiuntive per l’università pubblica senza aumentare il debito dello Stato, facendo contribuire di più quelli che di più ne traggono un beneficio. Sono (tutti, alcuni) obiettivi condivisibili? Sono raggiungibili nei modi che proponiamo? Queste sono le cose di cui ci piacerebbe più discutere. Gran parte della discussione è invece stata, finora, sul fatto se sia vero o no che l’attuale finanziamento pubblico dell’università implichi un trasferimento ingiusto di risorse dai poveri ai ricchi. Rispetto alla nostra proposta si tratta di una questione tutto sommato secondaria, che abbiamo affrontato principalmente per rispondere a chi rifiuta di entrare nel merito della proposta perché la ritiene un attentato al diritto allo studio. È comunque servito a chiarire la nostra stessa affermazione in proposito: un numero preponderante di famiglie povere contribuiscono a finanziare l’università senza mandarci i propri figli. Questo è un fatto innegabile. Esso rinvia però a un’altra questione: è vero o no che anche queste famiglie povere e senza figli all’università ne traggono un beneficio? Nel gergo degli economisti, è la questione delle esternalità, ed è un tema con una rilevanza più generale poiché coinvolge il ruolo dello Stato nell’offrire (o nel regolare) i servizi pubblici. Crediamo che sia utile continuare a parlarne (anche Marco ci sollecita a farlo); ma di nuovo, con riferimento specifico alla nostra proposta, non si tratta di un argomento cruciale: non vogliamo ridurre il finanziamento pubblico all’università. Saremmo dunque contenti se la discussione fosse di più sulle questioni menzionate all’inizio.

Passiamo ora al primo punto di Marco; se non abbiamo capito male, l’argomento è che l’università produce ricerca (includiamo per comodità in questo termine anche altri aspetti come il trasferimento tecnologico e una possibile “terza missione”), oltre che didattica, e la ricerca è qualcosa di cui beneficiano tutti, anche coloro che all’università non ci vanno; quindi, per quella parte del finanziamento pubblico che va a sostenere l’attività di ricerca, il fatto che essa provenga da poveri che all’università non vanno non costituisce un problema. Due risposte. La prima, banale: anche accettando il suo argomento, resta la parte che si riferisce alla didattica. La seconda, più rilevante: forse c’è un po’ di confusione sul concetto di esternalità. La ricerca si traduce in beni e servizi che in molti utilizzano, ma da questo non si può concludere che produca esternalità, perché gli utilizzatori di quei beni e servizi ne pagano, in genere, il prezzo; si ha esternalità quando anche chi quel prezzo non lo paga ha la possibilità di utilizzarli (un esempio di scuola è l’illuminazione di una strada). Quindi, i “prodotti” dell’università  che sono direttamente o indirettamente venduti devono essere inclusi nei rendimenti privati che, in ultima analisi, afferiscono ai laureati. Per questo motivo non abbiamo fatto una distinzione tra le varie “missioni” dell’università. Certo, resta la possibilità che ci siano delle vere esternalità, ma chi ha provato ad andarle a cercare e misurarle ne ha trovata scarsa traccia. Questo ci porta al suo secondo punto.

Non abbiamo letto il libro di Geuna e Rossi che Marco cita, ma ci sembra che valga anche qui quello che abbiamo appena scritto sulla confusione circa il concetto di esternalità. Fare un elenco dei contributi del sistema universitario non è equivalente a fare un elenco delle esternalità che esso genera (peraltro, se la citazione è letterale, Geuna e Rossi parlano di contributi, non di esternalità, quindi non attribuiamo a loro questa equiparazione): anche per qualunque impresa privata si può fare un lungo elenco di contributi al sistema economico, simile a quello riportato, ma Marco sicuramente concorderà che non per questo essa dovrebbe essere finanziata o sovvenzionata dallo Stato. Per molti dei prodotti e dei servizi che compaiono nell’elenco citato esiste un prezzo, e solo chi è disposto a pagarlo ne può usufruire. Non si tratta quindi di esternalità. Inoltre, una cosa è dire che potrebbero esserci delle esternalità, un’altra è capire se e quanto, in pratica, esse siano rilevanti; è una questione empirica, che affrontiamo nel capitolo 1 del nostro libro. Rispetto alla verifica empirica, Marco solleva un punto con cui concordiamo: è possibile che alla misurazione sfuggano alcuni degli aspetti che sono più difficilmente quantificabili. Ne siamo consapevoli, e rispondiamo con quello che abbiamo scritto nel libro: “Una stima così bassa degli effetti esterni riflette forse anche la difficoltà di misurarli. E i risultati ottenuti dalla letteratura sull’argomento sono così variabili che non è il caso di saltare a conclusioni troppo nette. Tuttavia, se non si riesce a trovare una significativa e sistematica traccia di un determinato fenomeno nei dati, è probabile che esso non sia davvero rilevante.”  È peraltro importante ricordare che, anche per la cautela con cui la formuliamo, da questa conclusione non traiamo l’implicazione che il finanziamento pubblico dell’università non sia giustificato e che andrebbe ridotto; la nostra proposta non lo riduce, ma si propone di affiancarlo con un maggior contributo da parte degli studenti (differenziato in funzione del reddito della famiglia d’origine).

Sul terzo punto di Marco, cerchiamo di chiarire ulteriormente quello che pensiamo. Dato un certo ammontare di risorse disponibili per l’università, crediamo che esse vadano usate da quella parte della popolazione che è meglio in grado di trarne profitto (esclusivamente in base al merito, non dell’appartenenza familiare, capacità di pagare o altro; sta in questo, crediamo, l’unica vera parità di accesso a cui dovremmo tendere). Con maggiori risorse aumenterà il numero di coloro che possono essere efficacemente “assorbiti” dall’università, aprendola a persone via via meno in grado di ben usufruirne; ma ovviamente la società dovrà decidere se sia meglio dedicare le risorse aggiuntive all’ampliamento del numero di persone che acquisiscono una formazione superiore, oppure a un altro uso. Non pensiamo però che ridurre il numero di studenti implichi di per sé un miglioramento della qualità della formazione. Né pensiamo che il numero dei nostri laureati sia già oggi ottimale o persino eccessivo: siamo ben sotto la media degli altri paesi sviluppati, ed è probabile che di laureati ce ne siano ancora troppo pochi. Semplicemente non vogliamo che ci si limiti a colmare questo gap aumentando le persone con un pezzo di carta ma senza una formazione superiore di alta qualità.

Sul quarto punto, l’abbiamo detto più volte, ma evidentemente non riusciamo a esprimerci con sufficiente chiarezza (o forse ai nostri interlocutori più critici fa comodo ignorarlo): non proponiamo di aumentare in modo generalizzato e uniforme le tasse universitarie, ma solo per quegli atenei e quei corsi di laurea che siano interessati a sperimentare il sistema da noi proposto, e comunque differenziando fortemente l’aumento delle tasse universitarie in funzione del reddito familiare. In concreto, abbiamo in mente una sperimentazione che potrebbe inizialmente coinvolgere poche realtà, che potrà poi estendersi solo se si verificherà che funziona. Marco chiede: perché uno studente dovrebbe andare a frequentare un corso di laurea di cattiva fama in Italia pagando 10000 euro quando può frequentare in Belgio con 1000 euro atenei di ottima qualità? Per nessun motivo! Se un ateneo italiano decidesse di aumentare le tasse universitarie e non fosse in grado di costruire un’offerta formativa credibile e sufficientemente attraente, nel nostro schema ci rimetterebbe solo dei soldi. Quanto all’esperienza inglese, che a differenza della nostra proposta ha introdotto un aumento generalizzato delle tasse universitarie, la riduzione iniziale delle immatricolazioni, se opportunamente misurata, è stata molto più contenuta del 10% , nell’ordine dell’1% (Economist, 4 febbraio 2012); e comunque la valutazione va fatta dopo qualche anno (questo insegna l’esperienza australiana, molto studiata; si veda per esempio l’analisi di Chapman  nell’ Handbook on the Economis of Education, 2006).

Andrea Ichino e Daniele Terlizzese

ritratto di Francesco Sylos Labini

1) La spiegazione dettagliata della nostra stima del contributo tramite Irpef dei diversi redditi, illustrata per motivi di chiarezza visto che ci è stata richiesta proprio da IT, non è stata del tutto inutile visto che anche IT hanno ora compreso l'origine dei valori che abbiamo riportato nel nostro precedente articolo. 2) Abbiamo scritto che IT propongono l'aumento delle tasse a circa 10,000 euro , mentre IT puntualizzano che propongono di aumentarle “ a 7500 euro in media”. Per essere precisi riformuliamo la nostra affermazione: “Dunque il sig.Rossi, quello "povero" che prima pagava 100 euro, in maniera indiretta tramite la fiscalità generale, secondo IT avrà la convenienza di pagare 7,500 euro (in media) guadagnandoci una bella "scommessa" per l'investimento sulla propria formazione: quello che si dice un affarone!” 3) Riformuliamo anche la frase sul debito in “Dunque, invece di finanziare la spesa con un contributo irrilevante di tutti i contribuenti, propongono di chiedere un contributo molto ingente, che implica l'indebitamento per qualche decennio, a chi si iscrive all'università e non ha le risorse per pagare tasse di circa 7,500 euro (in media)." Aggiungiamo "Debito da pagare in comode rate ovvero "finanziamento da restituire non con una rata fissa, come i mutui per la casa, ma in modo proporzionale al reddito futuro del laureato, sopra una certa soglia.” Per calcolare il costo delle rate rimandiamo alla "Student finance calculator" della BBC http://www.bbc.co.uk/news/education-14785676. 4) L'aspetto più inaccettabile dell'argomentazione di IT riguarda la confutazione della nostra opinione (l'università ha una ricaduta positiva anche su chi non ci va) attraverso il riferimento alle “analisi empiriche, nazionali e internazionali”, al fine di, per citare il loro testo, “pensare l'impensabile”, e cioè che l'università possa cessare d'esser pubblica. Già Marco Viola nel commento qui sopra ha messo in evidenza che le opinioni al riguardo anche all'interno del campo dell'economia sono molto eterogenee. IT dovrebbero onestamente scrivere che pensano che la formazione superiore debba essere limitata ad una élite senza cercare di giustificare questa convinzione politico ideologica con i dati. Sulla carta IT sostengono la loro proposta con la supposta inaccettabilità di un'ingiustizia sociale, che i poveri pagano l'università ai ricchi. A una verifica dei dati scopriamo non solo che non è vero che i poveri pagano l'università ai ricchi, ma che nemmeno questo è l'intento della loro proposta. Lo scrivono loro stessi: “come argomentiamo diffusamente nel libro, la proposta è motivata dal desiderio di reperire nuove risorse convogliandole agli atenei che le vogliano e possano meglio usare, senza pesare sul bilancio pubblico." E' inaccettabile e intellettualmente scorretto fingersi animati da una falsa filantropia per propagandare con capriole pseudo-scientifiche convinzioni ideologiche. Ma in questo IT sono in buona compagnia. Francesca Coin & Francesco Sylos Labini
ritratto di Daniele Terlizzese

Abbiamo già indicato le radicali differenze che ci sono tra la nostra proposta e la caricatura datane da CSL (peraltro, il link per calcolare le “rate” che forniscono è inutile perché il nostro schema è molto diverso). Loro credono che basti un piccolo ritocco alla loro caricatura per renderla fedele all’originale. Tra una capriola e l’altra, ci permettiamo di dissentire. Giudichino i lettori. 

CSL ritengono inaccettabile che si possa confutare una loro opinione facendo riferimento ad analisi empiriche. Bizzarro; ma effettivamente CSL sono in buona compagnia nel ritenere che, di fronte a un’opinione saldamente posseduta, le analisi empiriche sono irrilevanti. Rimandiamo comunque alla risposta a Marco Viola per qualche ulteriore considerazione sul tema delle esternalità. Qui precisiamo che (a) non abbiamo mai detto che l’università debba cessare di essere pubblica: ritenere che un servizio debba essere pagato (anche) da chi ne usufruisce non è in contraddizione con il fatto che possa essere pubblico (avete presente l’autobus?) (b) CSL scrivono che “a una verifica dei dati scopriamo…che non è vero che i poveri pagano l'università ai ricchi”; CSL hanno solo scoperto (noi pseudo-scientifici pensavamo di saperlo già, ma loro che sono rigoroso-scientifici l’hanno davvero dimostrato, con tanto di equazioni) che un ricco paga più tasse di un povero; non hanno però in alcun modo confutato la nostra affermazione che una quota rilevante di poveri paga per l’università senza andarci (c) CSL lamentano che avremmo nascosta una certa visione dell’università dietro “capriole pseudo-scientifiche”; eppure Marco Viola ci riconosce di aver difeso, “con trasparenza e coraggio”, esattamente quella stessa visione (pur essendo con essa in totale disaccordo); per parafrasare un vecchio adagio, non c’è peggior cieco di chi non vuol vedere. Per qualche altra considerazione sulla nostra visione dell’università rimandiamo, di nuovo, alla risposta a Marco. 

Andrea Ichino e Daniele Terlizzese

ritratto di Mario Ricciardi

Tralasciando la spinosa questione di come si misuri il talento e la capacità delle persone, e in che senso sia naturale, l’analogia con le olimpiadi proposta diverse volte da Ichino e Terlizzese è chiaramente priva di senso. Se la prendessimo sul serio, buona parte delle università del mondo dovrebbero chiudere, visto che per lo più non producono atleti straordinari (degli olimpionici), ma persone che hanno acquisito in media un buon livello nelle rispettive specialità atletiche. Oltretutto, un olimpionico viene fuori dopo anni di allenamento in compagnia di altri atleti, che magari saranno anche bravi, ma non straordinariamente bravi. Se l'analogia reggesse, se ne dovrebbe concludere che il momento in cui si separano gli olimpionici dal resto è l'esame conclusivo della secondaria superiore. Non mi pare plausibile. Sulla questione dell'università come luogo di selezione delle elite siamo fuori tempo massimo. Che l'università contemporanea non abbia affatto il carattere postulato da Ichino e Terlizzese viene riconosciuto anche da un liberale come Ralf Dahrendorf: molte grandi università del mondo già da molto tempo sono diventate grandi magazzini in cui si trova di tutto, dai reparti di vendite di occasione alle boutiques di lusso, dai banchi di chincaglieria alle esposizioni di articoli speciali. Sottolineo che la varietà di cui parla Dahrendorf, un uomo con una certa esperienza in materia di Higher Education, è interna alle singole università. Infine, una considerazione sul testo costituzionale. La qualificazione «capaci e meritevoli, anche se privi di mezzi» non indica olimpionici, come è ovvio, ma per l’appunto coloro che si sono impegnati mettendo a frutto le proprie capacità per raggiungere un buon livello. Questo vuol dire che l’università non è per tutti – per esempio non è per gli scansafatiche – ma non che sia solo per gli olimpionici.
ritratto di Daniele Terlizzese

OK, abbiamo un po’ esagerato! 

Era un artificio retorico, volutamente provocatorio, per far capire che cosa intendiamo, ma è vero che il grado di selettività dell’istruzione superiore è molto inferiore a quello per andare alle Olimpiadi. 

Condividiamo in larga parte le considerazioni di Mario (anche sul fatto che un intervento selettivo al momento dell’università è fuori tempo massimo; sono cose che abbiamo scritto nel libro). Vogliamo precisare solo una cosa: nella nostra visione, non è questione di selezione dell’elite dirigente, ne facciamo una questione di uso efficiente delle risorse (si veda anche la risposta a Marco Viola su questo punto). 

Andrea Ichino e Daniele Terlizzese

ritratto di guido.mula

Sulla base di quanto si legge qui, anche nelle risposte ai commenti, si deduce che Andrea Ichino e Daniele Terlizzese propongono una sperimentazione su prestiti agli studenti fatta su base volontaria dalle università che liberamente scelgano di aderire a tale sperimentazione. Detta così non ci sarebbero troppe osservazioni da fare. Tuttavia, non posso non notare che nella loro impostazione ci sono alcuni aspetti che mi lasciano perplesso. Non mi dilungo qui sulla questione di chi paga cosa a chi, se non per dire che dissento dagli autori della proposta nella misura in cui comparano i benefici generali derivanti da università efficienti a quelle di una qualunque impresa che paga tasse proporzionate al proprio giro d'affari: mi paiono due cose incongruenti. Inoltre, anche se gli autori "contestano" (vedi risposta a Marco Viola) la discussione focalizzata su questo punto in quanto ritenuto fattore non determinante, mi pare che nella loro impostazione questo invece non sia un punto così marginale, dato che loro stessi dicono che è giusto "far pagare di più a chi ne usufruisce". Il problema è proprio stabilire chi ne usufruisce, della formazione universitaria, direttamente e/o indirettamente. Un'altra difficoltà rilevante, a mio avviso, nel loro modello è il fatto che i corsi di laurea e le università verrebbero, di fatto, valutati a seconda della proprie capacità di far sì che gli ex studenti guadagnino abbastanza soldi da ripagare integralmente il debito contratto. Questo approccio è diametralmente opposto al mio e, ritengo, abbastanza lontano da quello che dovrebbe essere l'approccio alla ricerca e alla formazione prodotti da una università. Se lo scopo fosse solo ottenere stipendi elevati, tanto varrebbe cancellare le università e sostituirle con scuole di specializzazione nelle discipline nelle quali si guadagna di più. Finché dura. Ma l'università non è solo questo e il merito non può essere ridotto alla misura dello stipendio raggiunto, il cui ammontare dipende da mille fattori indipendenti dalle capacità dei singoli. Ci sono lavori che richiedono la laurea e che sono pagati stipendi che gridano vendetta. Qual è in questo la responsabilità delle università d'origine? Tra l'altro, Andrea Ichino e Daniele Terlizzese sostengono che "Per aggredire effettivamente il problema del trasferimento dai poveri ai ricchi sarebbe necessario sostituire al finanziamento pubblico le tasse universitarie”, cosa che loro non fanno perché propongono come misura intermedia “che le maggiori tasse universitarie si aggiungano al finanziamento pubblico, aumentando le risorse complessive per l’università." Sostenere che le università, in linea di principio, dovrebbero essere sostenute economicamente solo dalle tasse raccolte dagli iscritti implica la convinzione che il ruolo delle università possa essere considerato del tutto marginale rispetto al funzionamento di uno Stato. Infatti quest’ultimo potrebbe, per risolvere il problema dei poveri che pagano gli studi ai ricchi, sostanzialmente "disinteressarsi" della questione lasciando il funzionamento delle università in mano a chi decidesse di frequentarle e non considerandolo un bene primario da salvaguardare. Costituzione a parte, persone colte servono anche perché sono in grado di discernere quanto viene loro detto, sono in grado di analizzare il contesto in cui vivono e le scelte che fanno sono dettate da ragionamenti più profondi di chi, non avendo strumenti culturali, reagisce più "a pelle" su basi emotive e non razionali. La storia insegna. Concludo quindi citando Gramsci che invitava ad istruirsi per poter usare bene della propria intelligenza. Questo uso della cultura non ha prezzo e non è monetizzabile. A mio avviso dovrebbe essere interesse primario dello Stato, quindi di tutti, quello di investire risorse significative per cercare di istruire al meglio la propria popolazione e garantire un futuro migliore ad ognuno. E le risorse dovrebbero essere reperite con una più efficace ripartizione delle voci del bilancio dello Stato, non andando necessariamente a cercare "risorse aggiuntive" nelle tasche dei nuovi studenti, proprio perché è nell'interesse di tutti che le università funzionino e funzionino bene. Che se ne usino o meno direttamente le strutture.
ritratto di Andrea Ichino

Non pensiamo che lo scopo degli studi universitari sia solo di ottenere stipendi elevati. Scriviamo (nell’introduzione del nostro libro Facoltà di scelta, Rizzoli): “Parlare di investimento non vuol dire necessariamente considerare solo i benefici monetari dell’istruzione. Non per nulla, lo stesso termine viene utilizzato anche in relazione ad altri valori di natura intangibile e difficilmente quantificabile: per esempio per indicare un investimento affettivo.” E ancora, nel capitolo 1: “...in aggiunta al rendimento monetario, ci sono altri benefici difficili da misurare ma non necessariamente meno importanti. Oltre ovviamente al piacere dell’istruirsi in sé e per sé, una maggiore cultura migliora la capacità di gestire la propria salute, l’alimentazione, le relazioni sociali, la partecipazione nella vita pubblica e civile e la capacità stessa di trarre godimento intellettuale o estetico da varie esperienze culturali. Una persona più istruita è una persona dotata di maggiori strumenti per vivere bene la propria vita.”

Crediamo però che questi benefici (sia quelli monetari sia quelli non monetizzabili) siano, almeno in larga parte e con riferimento all’istruzione superiore, qualcosa di cui gode il singolo che acquisisce quell’istruzione. Quindi egli ha il massimo incentivo ad acquisirla: non ci sembra che sia necessario incrementare ulteriormente questo incentivo sovvenzionando il costo dell’istruzione superiore (vediamo semmai difficoltà di accesso, legate alla carenza di risorse della famiglia d’origine e alla capacità di assorbire i rischi; ma queste sono quelle che cerchiamo di affrontare con la nostra proposta). Si tratta di un punto importante, che evidentemente non riusciamo a spiegare con chiarezza (visto che ritorna nelle osservazioni di molti dei nostri critici): identificare i benefici immateriali e non monetari dell’istruzione superiore (e non abbiamo dubbio alcuno che ce ne siano tanti), non basta per concludere che si tratti, necessariamente, di benefici “sociali” che non verrebbero generati a sufficienza dalle scelte individuali degli studenti e futuri laureati. È solo in questo caso che sarebbe giustificato un sussidio. Si tratta di un caso che è empiricamente rilevante? Noi siamo andati a guardare la letteratura scientifica che ha cercato di rispondere a questa domanda, e abbiamo trovato risposte sostanzialmente negative. Qualcuno ha fatto studi migliori di quelli che abbiamo trovato, che giungono a conclusioni diverse? Benissimo, vediamoli e siamo pronti a ricrederci. Anche perché, come abbiamo già detto rispondendo a Marco Viola, la nostra proposta non trae nessuna implicazione radicale da quell’evidenza: non proponiamo di ridurre il sussidio che oggi c’è, proponiamo solo di non aumentarlo, facendo arrivare risorse addizionali da chi si può permettere di pagarle.

Infatti noi pensiamo che il sistema universitario abbia bisogno di maggiori risorse; su questo, crediamo, Guido Mula converrà con noi. Ci dica però chiaramente, e non in modo generico, come troverebbe risorse per rifinanziare il sistema universitario. Quali altre spese dello Stato ridurrebbe per finanziare maggiormente il sistema universitario: la sanità? La scuola? La giustizia? La previdenza? L’esercito? Siamo pronti a discutere di proposte concrete, che generino risorse stabili nel tempo.

Noi crediamo che ai molti studenti universitari che ricevono, grazie all’investimento in una laurea, significativi vantaggi economici “privati”, si possa chiedere di contribuire di più. Se uno studente grazie alla laurea diventa un professionista ben pagato, perché non dovrebbe restituire ciò che la collettività gli ha dato per prepararsi a una brillante carriera?  Con i prestiti condizionati al reddito da noi proposti i laureati con redditi bassi non dovranno preoccuparsi: a loro sarà richiesto di ripagare il debito solo per la parte che potranno permettersi. Agli altri, ai ricchi di domani, chiediamo invece di rimborsare tutto.

Con le nuove risorse aggiuntive generate dalla nostra proposta (che stimiamo nell’ordine di 10 milioni per un ateneo con un FFO di 100 milioni, che voglia creare corsi di laurea eccellenti per 500 studenti) si possono non solo finanziare i nuovi corsi nelle discipline che generano alti redditi, ma anche redistribuire all’interno dell’ateneo per finanziare la cultura “più povera” che sta a cuore a Mula (e anche a noi; ma vorremmo che questo fosse una scelta consapevole ed esplicita, che rifletta il volere della collettività, non una scelta paternalistica di pochi che pensano di avere il diritto di sapere che cosa serve o non serve agli altri).

Come scriviamo nel libro, la nostra proposta  “consentirà anche di redistribuire una parte della torta ad altri che a questa scommessa non abbiano potuto accedere. Nessuna redistribuzione è possibile senza aver prima generato le risorse da distribuire.”

ritratto di guido.mula

Se devo essere sincero, dall'osservazione dei parametri di spesa dello Stato italiano appare chiaro che, rispetto ai "competitors" internazionali noi spendiamo percentualmente MOLTO meno degli altri. L'investimento italiano su università e ricerca è spesso meno della metà degli altri anche peggio se guardiamo l'obiettivo del 3% che l'Italia stessa si è data. E qui si parla di percentuali di spesa, non di valori assoluti. E' quindi chiaro che le scelte che hanno portato al definanziamento di università e ricerca sono scelte prettamente politiche e non hanno nulla a che vedere con la crisi finanziaria attuale (peraltro il definanziamento è cominciato significativamente prima della crisi con argomentazioni generiche e indimostrate del tipo che l'università "costa troppo" o che i docenti "sono troppi"). A fronte di questo, mi pare quindi chiaro che se ci riescono gli altri anche noi dovremmo riuscire a riequilibrare le spese in modo intelligente. Non sta a me guardare il dettaglio delle spese dello Stato, ma alcune voci vengono presto in mente, a partire dall'eccesso di spese militari ma anche, banalmente, il fatto che quasi qualunque appalto pubblico (specialmente se di costo riilevante) costa agli italiani molto più di quanto non costi ai nostri competitors. Per il resto ribadisco di dissentire profondamente da affermazioni che sostengono che il beneficio dell'alta formazione ricada essenzialmente sul singolo. Tutte le professioni della formazione, per esempio, portano a stipendi in generale ben inferiori a quelli citati nel vostro saggio, ma hanno un evidente beneficio a vantaggio di tutti, dato che la scuola è (per fortuna) obbligatoria per tutti, ricchi o poveri. Un discorso analogo si può fare per chi si occupa dei servizi ai cittadini con competenze tecnologiche, dalle infrastrutture in cemento al resto. Se si vuole incidere maggiormente su chi guadagna più degli altri sarebbe più efficace migliorare la progressività dell'imposizione fiscale, cosa che automaticamente riequilibrerebbe i prelievi della fiscalità generale per i vari servizi evitando di caricare sulle spalle degli studenti debili di 80keuro (per quanto income contingent) a inizio carriera. Non dimenticherei poi il fatto che nella vostra proposta le università i cui ex-studenti non ripagassero i debiti dovrebbero essere penalizzate non essendo state in grado di preparare studenti "meritevoli". Sul mio dissenso riguardo al concetto di meritevole o di successo legato principalmente al reddito percepito ho già detto e non mi ripeto. I "rates of return" per uno Stato per gli investimenti in formazione e ricerca sono su una scala temporale non immediata ma sono altrettanto certi, stando a diversi studi internazionali, mentre il disinvestimento comporta un aggravio dei costi per la situazione di arretramento culturale e tecnologico che ne deriva. Uno Stato che non investe di tasca propria in formazione e ricerca guardando lontano e non al ritorno monetario quasi immediato è uno Stato senza prospettiva, destinato al declino per una reiterata incapacità di produrre strategie di ampio respiro a fronte di problemi tamponati solo con l'emergenza e con pezze che portano solo a un'apparenza di soluzione. Un po' come dare la morfina a chi si rompe una gamba: allevia il dolore, ma certo non aggiusta la gamba. E la soluzione non è tagliare la gamba, ma aggiustarla con interventi mirati intelligenti (operazione che può avere un costo maggiore del taglio della gamba). Un'ultima considerazione sulla frase finale del vostro commento. Certo serve generare risorse per avere risorse da redistribuire. Mi sfugge tuttavia come queste risorse possano essere generate a partire da un indebitamento di chi è già in difficoltà. Le nuove risorse si possono creare a partire da persone preparate e competenti che avranno la capacità di sviluppare nuove strategie e nuove iniziative a vantaggio di tutti. E le persone capaci e competenti non si possono vedere solo sulla base del voto scolastico, ma serve dare l'accesso più ampio possibile all'università in modo da dare spazio per la formazione a tutti, senza lo spauracchio di un debito che, seppure restituito in funzione del reddito, rimarrebbe pur sempre un debito con influenza non trascurabile sulle future scelte delle persone. Solo per stipendi davvero elevati il prelievo sarebbe ininfluente, ma lo stipendio medio degli italiani è tutt'altro che molto elevato, con o senza laurea.
ritratto di gcaputo

I&T scrivono che "bisogna chiedersi se anche queste famiglie povere e senza figli all’università traggano un beneficio dal fatto che altri ci vadano, oppure no (nel gergo degli economisti, la questione è se ci siano rilevanti esternalità positive associate all’istruzione terziaria)". Tutta la questione si riduce quindi al problema dell'egoismo sociale. Pago se mi conviene. L'affermarsi di questa logica, applicata anche ai servizi essenziali, è in questo contesto apparentemente equa perché rivolta a tutelare i "poveri"; invece si ribalterebbe immediatamente quando anche i "ricchi" si chiederanno se finanziare un servizio pubblico gli convenga o meno. E una volta entrati nella logica dell'egoismo sociale anche la loro domanda sarebbe legittima. I ricchi si chiederanno quindi se gli convenga sovvenzionare la scuola pubblica, la sanità pubblica, la polizia e i carabinieri, ecc invece di rivolgersi a servizi privati. Oppure si chiederanno se convenga che la regione più ricca d'italia finanzi quelle meno povere...(ops sta già accadendo!). Alla fine di questo gioco dello stato sociale non rimarrebbe più nulla. Ritengo invece che la questione da porre per l'università sia quella di aumentare la % di laureati e di come porre in essere profonde trasformazioni del sistema produttivo italiano affinché possa avvantaggiarsi di una popolazione più istruita finanziata dall'intera popolazione.
ritratto di Andrea Ichino

Caputo si preoccupa del fatto che se cominciamo a far pagare ai ricchi di oggi e di domani il  considerevole beneficio che conseguono grazie a una laurea, non si sa dove andremo a finire. Magari i ricchi potrebbero decidere di chiamarsi fuori dal sistema sanitario, o dalla scuola pubblica, di cui usufruiscono meno.

Non ci sembra una preoccupazione fondata: non stiamo mica proponendo di abolire le tasse! Né di smantellare lo stato sociale. Siamo convinti che molti servizi (tra cui quelli citati da Caputo) debbano essere finanziati integralmente o prevalentemente attraverso la fiscalità generale. Ma questo non vuol dire che in altri casi non si possa fare una scelta diversa, senza che ciò scardini nulla. In particolare crediamo che, in alcuni casi, come quello dell’istruzione universitaria, la redistribuzione sociale sia più efficace se effettuata all’interno del servizio stesso invece che attraverso la fiscalità generale.

Lo ripetiamo: in attesa che si liberino altre risorse, cominciamo a far pagare a coloro che più beneficiano dell’università una parte maggiore dei costi che la società sopporta per loro; con le risorse ottenute potremo fare altre cose, tra cui istituire borse di studio a fondo perduto per gli studenti più poveri.

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Grazie, Obama!

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E’ giunta al termine una Presidenza, quella di Barack Obama, che lascerà il segno negli USA. Un segno importante nella ricerca scientifica e nell’innovazione tecnologica, in un Paese che negli ultimi 80 anni è stato all’avanguardia nella scienza e nella tecnologia.

Durante i suoi due mandati alla Casa Bianca, Obama ha fortemente enfatizzato la visione della ricerca scientifica e dell’innovazione tecnologica come uno dei pilastri della leadership degli USA nel mondo. E ha effettuato, a sostegno, gesti significativi - come ricevere alla Casa Bianca Emily Whitehead, bimba di 6 anni guarita dalla leucemia grazie alle nuove terapie immunologiche - e scelte finanziarie anche coraggiose. Ad esempio, investendo miliardi di dollari per favorire la ricerca, attraverso finanziamenti competitivi, nel momento di più profonda crisi finanziaria. Andando, quindi, controtendenza.

Emily Whitehead, la bambina di 6 anni, guarita dalla leucemia grazie alle nuove terapie immunologiche, ricevuta alla casa Bianca da Obama. Di fianco, la... giustifica per l'assenza da scuola

Questa mia percezione è stata confermata anche da alcuni amici, membri della National Academy, che hanno avuto modo di incontrare l’ormai ex Presidente USA personalmente.

Vale la pena ricordare le ultime due iniziative di Obama in questi ambiti. La prima è la Medicina di Precisione, che Obama ha non solo indicato come frontiera, ma anche concretamente sostenuto. Si tratta di una visione della medicina che incrocia le caratteristiche genetiche dell’individuo, lo stile di vita e l’ambiente in cui vive, e che utilizza i progressi della genomica per identificare strategie preventive e terapeutiche più efficaci e personalizzate. Una sfida che richiede l’integrazione di competenze diverse - medici, medici-ricercatori, ricercatori preclinici, tecnologie avanzate - al servizio del paziente. La “Precision Medicine Initiative” di Obama, annunciata nel 2015, ha visto un investimento di 215 milioni di dollari nel 2016: nel giro di poco tempo, dunque, si è passati da un annuncio di visione all’implementazione di azioni a sostegno.

La seconda iniziativa è l’operazione “Moonshot”, balzo sulla luna, per accelerare la ricerca sul cancro e trovare nuove cure per questa malattia che rappresenta, appunto, la luna da conquistare grazie all’avanzamento delle conoscenze, significativo negli ultimi 30 anni, ad esempio nel settore dell’immunologia e immunoterapia. Al lancio del Cancer Moonshot, sono seguiti una serie di finanziamenti e di azioni concrete, guidate dal vicepresidente Joe Biden, mirate non solo a rendere disponibili per i pazienti nuove terapie, ma anche a migliorare la capacità di prevenire il cancro e diagnosticarlo in fase precoce. E’ stata inoltre creata una task force di esperti, composta da alcuni dei migliori cervelli degli USA, che ha indicato le nuove sfide del settore ed una serie di azioni da intraprendere per raggiungere l’obiettivo Cancer Moonshot.

L’eredità che lascia Obama, dunque, dal punto di vista della ricerca scientifica per la salute è un’eredità di visione e di scelte - coerenti per contenuto e tempistica - mirate a realizzarla concretamente. Ci auguriamo che le prossime amministrazioni negli USA continuino sulla stessa linea. Per il bene di tutti.

Questa riflessione sulle scelte della presidenza Obama non può non farci interrogare su quanto accade nel nostro Paese. L’orizzonte tracciato negli USA è quello in cui dobbiamo muoverci anche noi. Per ora, siamo purtroppo sostanzialmente fermi al palo, ma non è troppo tardi: abbiamo un patrimonio di risorse intellettuali e di passione, nei nostri giovani, che ci consentirebbe al di fare un “moonshot” sul cancro e, più in generale, sulla ricerca scientifica. Dobbiamo quindi raccogliere la sfida che Obama ha lanciato: visione, scelte e sostegno economico alla ricerca. Per il futuro del nostro Paese.

Pubblicato su La stampa il 15/1/2017.