Terremoti: prevenire o scappare?

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Alcuni giorni fa mi sono imbattuto in due notizie, una dalla California e una dall’Italia.
Parlavano quasi della stessa cosa, ma con approcci diametralmente opposti.
Da un lato il piano di un sindaco di una città altamente sismica per la messa in sicurezza della città prima del prossimo forte terremoto, dall’altro la notizia della vendita al pubblico per meno di 100 euro di un sistema di “allarme sismico” che garantirebbe ai cittadini di essere avvisati prima dell’arrivo delle onde sismiche più forti. Riuscite a indovinare qual è la notizia italiana e quella californiana?
Il piano del sindaco di Los Angeles Eric Garcetti, preparato da un team di esperti dopo un anno di lavoro, pone le basi per un significativo aumento della sicurezza dei cittadini durante e dopo un sisma, e si basa su tre azioni fondamentali:
- Rinforzare gli edifici;
- Irrobustire il sistema di rifornimento dell’acqua;
- Migliorare il sistema delle telecomunicazioni.

Il primo punto include l’obbligo di adeguare o demolire gli edifici che non rispettino le norme antisimiche, gli altri due riguardano le criticità maggiori individuate per Los Angeles in caso di forte terremoto.
Il piano di Garcetti segue un’analoga iniziativa avviata nel corso degli ultimi anni dalla municipalità di San Francisco per la difesa dai terremoti. Nell’ottobre scorso, infatti, dopo la pubblicazione dell’elenco degli edifici che non erano stati messi a norma antisismica come veniva imposto da una legge del 1992, il direttore del Department of Building Inspection Tom Hui ha apposto un cartello di “Earthquake Warning” sugli edifici incriminati, per segnalarne a tutti la pericolosità e stimolare un comportamento virtuoso del proprietario.

Ve la immaginate una cosa del genere fatta da un sindaco italiano o da un equivalente nostrano di Tom Hui (come un assessore alla Protezione Civile)? Io no, pur essendo chiaro che secondo il nostro ordinamento è proprio il sindaco il primo responsabile di Protezione Civile e quindi della sicurezza dei cittadini. Il piano di Garcetti, infatti, ha un respiro trentennale, ben oltre quello di un mandato o due da primo cittadino. E da noi, si sa, si fa fatica a ragionare in tempi che vanno al di là di un mandato elettorale.

Ma veniamo all’Italia. I pochi tentativi di operare in questo senso si sono sempre infranti in resistenze, proroghe, pastoie burocratiche, interessi di categoria, e siamo ancora punto e capo (ad esempio l’OPCM n. 3274 del 2003, realizzata sull’onda emotiva del terremoto di San Giuliano del 2002 e la morte di un’intera classe di bambini, che prevedeva la verifica obbligatoria degli edifici di interesse pubblico entro cinque anni).
Da qualche giorno intanto passa insistentemente in televisione la pubblicità di uno strumento stile “salva-vita”, che aiuterebbe a ridurre il rischio sismico, allertando in caso di scossa sismica. In una pubblicità accattivante si vede una coppia di persone anziane (ma non troppo, altrimenti le cose si complicherebbero un bel po') a cui un figlio spiega al telefono il funzionamento del sistema di allerta sismico. Il sistema punta sulla sua semplicità e sul basso costo (99€) e si basa sul fatto che le onde più energetiche, le onde S, arrivano dopo le P. Il sistema dovrebbe venire attivato dalle P e avviserebbe quindi prima delle S.
Sul sito della ditta che lo produce si dice che “l’intervallo di tempo tra questi due eventi può raggiungere anche decine di secondi”), ma quel “può” fa venire più di un dubbio, come spiegato sotto. Sullo stesso sito non viene specificata una soglia di sensibilità. In un recente articolo, che contiene un’intervista all’Amministratore Delegato di Guardian Maurizio Taormina, si parla di una soglia di M3-3.2, ma non essendo specificata la distanza dal terremoto questa indicazione non ha alcun senso.  A cosa servirebbe? La ditta che lo produce parla in modo generico di allertamento. Taormina sostiene che "Una volta scattato l'allarme le persone hanno il tempo necessario per evacuare l'edificio o di mettersi al riparo da eventuali crolli. Si tratta di pochi attimi ma, in caso di eventi sismici, possono fare la differenza tra salvarsi o no".

Le persone che me lo hanno segnalato (amici e parenti) dopo aver visto la pubblicità, hanno tutti dichiarato che se fossero avvisati dallo strumento si precipiterebbero fuori dall’edificio.
Ho dovuto loro spiegare alcuni concetti, non chiari a un non-sismologo:

1. La storia sismica italiana insegna che i terremoti causano i danni e le vittime in prossimità dell’epicentro, dove la differenza di tempo tra le S e le P è dell’ordine di un paio di secondi (altro che decine!). Qui sotto un esempio: si tratta del terremoto del 6 aprile 2009 all’Aquila registrato al sismometro AQU dell’Ingv, ubicato in prossimità della città, nel Forte Spagnolo. L’onda S, quella più energetica, arriva meno di 2 secondi dopo la P. Lo stesso discorso vale per le aree danneggiate dai terremoti emiliani del 2012, del Molise del 2002, dell’Umbria-Marche del 1997 e così via: danni seri entro una ventina di chilometri dall’epicentro, tempi S-P di pochissimi secondi.

2. Nei casi come quello dell’Aquila, peraltro, è chiaro che chi abita nell’area epicentrale di un terremoto di magnitudo 6 le onde P le avverte da solo, e non ha certo bisogno di un avvisatore. Anche per la soglia 3-3.2 di cui si parlava sopra vale lo stesso discorso, se come probabile si intende in prossimità dell’epicentro. Provate a chiedere agli aquilani, o agli abitanti del modenese dove proprio poche ore fa (alle 8:01 del 12 dicembre) un terremoto di M3.2 è stato ben avvertito fino a oltre 30 km dall’epicentro.

3. In caso di un terremoto più lontano (ad esempio lo stesso terremoto dell’Aquila registrato a Roma, a circa 90 km di distanza) il tempo di tragitto dell’onda P è di circa 15 secondi, quello della S di circa 26, quindi la differenza è di una decina di secondi. Ammesso che l’avvisatore si attivi all’arrivo della prima onda P a Roma, cosa farebbe la signora un po’ sorda della pubblicità alle tre di notte, svegliata (forse) dal marito o forse direttamente dal tremore?

4. L’istinto di scappare di casa è comprensibile e difficilmente correggibile. Eppure è noto che le strutture più deboli durante un terremoto sono le scale, i balconi e i cornicioni, e ciò significa che fuggire in quella manciata di secondi espone le persone a un rischio maggiore di quello che corrono restando dentro casa. Nel terremoto di Lorca in Spagna nel 2011, di magnitudo modesta (5.1) alcune persone morirono in strada proprio per il crollo di balconi e facciate esterne, mentre le case rimasero in piedi. Per casi come questo spagnolo, e per molti altri analoghi, è sempre sconsigliato precipitarsi all’esterno di un edificio durante una scossa.

5. Per quanto sopra, la pratica consigliata da tutti gli istituti di sismologia e protezione civile è quella del “Drop! Cover! Hold on!” ("A terra! Copriti!Tieniti forte!").


Non mi risulta che simili apparecchiature vengano proposte in altri paesi sismici, e non credo sia il modo giusto né per salvare vite né per affrontare il problema del rischio sismico in Italia. Oltretutto, affidare la sicurezza a un apparecchio del genere mi pare fortemente diseducativo: potrebbe dare l’idea che con 100 euro si possa risolvere il problema, disinteressandosi della stabilità della propria casa. In California come in Giappone, nonostante i grandi progressi fatti nella mitigazione del rischio, si ritiene ancora necessario puntare decisamente sulla riduzione della vulnerabilità degli edifici.
Ma noi italiani siamo più furbi e aspettiamo sempre lo sciamano di turno che ci avverta del terremoto in arrivo qualche ora prima, o l’avvisatore sismico che ce lo dovrebbe segnalare addirittura in quella manciata di secondi tra l’onda P e l’onda S. E intanto continuiamo a non preoccuparci del resto. L’accostamento delle due notizie, e dei due approcci alla sicurezza dei cittadini, mi ha fatto venire in mente la sentenza del cosiddetto processo “grandi rischi”, istruito dopo il terremoto dell’Aquila per omicidio colposo nei confronti di sette esperti, accusati di avere indotto alcune vittime del sisma a non uscire dalle case la notte del 6 aprile.
Nelle motivazioni della sentenza di primo grado, il giudice Marco Billi definiva la riduzione della vulnerabilità un approccio “impraticabile” e questa necessità “tanto ovvia quanto inutile”. La sentenza Billi, lo ricordiamo, aveva condannato i sette esperti per omicidio colposo nei confronti di 29 persone, ma venne poi ribaltata nell’appello lo scorso mese di novembre. La frase riportata era stata giustamente criticata da sismologi, ingegneri e giuristi nel merito e anche per il suo effetto deresponsabilizzante. Un po’ come per chi decida di affidare la propria sicurezza a una macchinetta da 100€.

Nota dell'autore
Mentre scrivo apprendo che, a seguito di una denuncia del Dipartimento di Protezione Civile, l’autorità garante ha aperto un’istruttoria e sta valutando se interrompere la campagna pubblicitaria.
Le opinioni qui riportate sono a titolo personale dell’autore.

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Grazie, Obama!

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E’ giunta al termine una Presidenza, quella di Barack Obama, che lascerà il segno negli USA. Un segno importante nella ricerca scientifica e nell’innovazione tecnologica, in un Paese che negli ultimi 80 anni è stato all’avanguardia nella scienza e nella tecnologia.

Durante i suoi due mandati alla Casa Bianca, Obama ha fortemente enfatizzato la visione della ricerca scientifica e dell’innovazione tecnologica come uno dei pilastri della leadership degli USA nel mondo. E ha effettuato, a sostegno, gesti significativi - come ricevere alla Casa Bianca Emily Whitehead, bimba di 6 anni guarita dalla leucemia grazie alle nuove terapie immunologiche - e scelte finanziarie anche coraggiose. Ad esempio, investendo miliardi di dollari per favorire la ricerca, attraverso finanziamenti competitivi, nel momento di più profonda crisi finanziaria. Andando, quindi, controtendenza.

Emily Whitehead, la bambina di 6 anni, guarita dalla leucemia grazie alle nuove terapie immunologiche, ricevuta alla casa Bianca da Obama. Di fianco, la... giustifica per l'assenza da scuola

Questa mia percezione è stata confermata anche da alcuni amici, membri della National Academy, che hanno avuto modo di incontrare l’ormai ex Presidente USA personalmente.

Vale la pena ricordare le ultime due iniziative di Obama in questi ambiti. La prima è la Medicina di Precisione, che Obama ha non solo indicato come frontiera, ma anche concretamente sostenuto. Si tratta di una visione della medicina che incrocia le caratteristiche genetiche dell’individuo, lo stile di vita e l’ambiente in cui vive, e che utilizza i progressi della genomica per identificare strategie preventive e terapeutiche più efficaci e personalizzate. Una sfida che richiede l’integrazione di competenze diverse - medici, medici-ricercatori, ricercatori preclinici, tecnologie avanzate - al servizio del paziente. La “Precision Medicine Initiative” di Obama, annunciata nel 2015, ha visto un investimento di 215 milioni di dollari nel 2016: nel giro di poco tempo, dunque, si è passati da un annuncio di visione all’implementazione di azioni a sostegno.

La seconda iniziativa è l’operazione “Moonshot”, balzo sulla luna, per accelerare la ricerca sul cancro e trovare nuove cure per questa malattia che rappresenta, appunto, la luna da conquistare grazie all’avanzamento delle conoscenze, significativo negli ultimi 30 anni, ad esempio nel settore dell’immunologia e immunoterapia. Al lancio del Cancer Moonshot, sono seguiti una serie di finanziamenti e di azioni concrete, guidate dal vicepresidente Joe Biden, mirate non solo a rendere disponibili per i pazienti nuove terapie, ma anche a migliorare la capacità di prevenire il cancro e diagnosticarlo in fase precoce. E’ stata inoltre creata una task force di esperti, composta da alcuni dei migliori cervelli degli USA, che ha indicato le nuove sfide del settore ed una serie di azioni da intraprendere per raggiungere l’obiettivo Cancer Moonshot.

L’eredità che lascia Obama, dunque, dal punto di vista della ricerca scientifica per la salute è un’eredità di visione e di scelte - coerenti per contenuto e tempistica - mirate a realizzarla concretamente. Ci auguriamo che le prossime amministrazioni negli USA continuino sulla stessa linea. Per il bene di tutti.

Questa riflessione sulle scelte della presidenza Obama non può non farci interrogare su quanto accade nel nostro Paese. L’orizzonte tracciato negli USA è quello in cui dobbiamo muoverci anche noi. Per ora, siamo purtroppo sostanzialmente fermi al palo, ma non è troppo tardi: abbiamo un patrimonio di risorse intellettuali e di passione, nei nostri giovani, che ci consentirebbe al di fare un “moonshot” sul cancro e, più in generale, sulla ricerca scientifica. Dobbiamo quindi raccogliere la sfida che Obama ha lanciato: visione, scelte e sostegno economico alla ricerca. Per il futuro del nostro Paese.

Pubblicato su La stampa il 15/1/2017.