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No nuke in Africa

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Disarmo

La zona libera da armi nucleari africana è entrata in vigore il 15 luglio scorso con il deposito del 28-esimo strumento di ratifica del trattato di Pelindaba da parte del Burundi. La prima proposta per la creazione in Africa di una zona libera da armi nucleari (Nuclear-Weapon-Free Zone, NWFZ) risale a una risoluzione dell'Assemblea Generale dell'ONU del 1961, dopo il primo test nucleare francese in Algeria; nel 1991, a seguito dell'adesione del Sud Africa al Trattato di Non Proliferazione (NPT), l'Organizzazione per l'Unità Africana creò un gruppo di esperti per la stesura della bozza di trattato, che venne completato a Pelindaba (Sud Africa) nel giugno 1995 e aperto alla firma a Il Cairo l'11 aprile 1996. Nel corso degli ultimi 13 anni tutti i 52 stati africani lo hanno firmato e finalmente si è raggiunto il numero di ratifiche necessarie per la sua entrata in vigore.

La NWFZ copre l'intero continente africano e le isole circostanti e stabilisce un obbligo legalmente vincolante non solo a rinunciare allo sviluppo, produzione o acquisizione di armi nucleari, ma anche a non permettere o fornire assistenza per esplosioni di prova, scarico di scorie nucleari e stazionamento di tali armi nei territori dei paesi membri. Inoltre i paesi aderenti devono assicurare i massimi standard di sicurezza e protezione fisica e prevenire furti e uso non autorizzato dei materiali, della strumentazione e delle installazioni nucleari, che vanno sottoposti ai controlli di salvaguardia dell'Agenzia Atomica Internazionale (IAEA) di Vienna, nella loro forma estesa. Il trattato prevede inoltre il disarmo e la distruzione di ogni ordigno nucleare prodotto prima della firma del trattato e la conversione a usi civili degli impianti utilizzati a tale scopo. Di fatto il Sud Africa nel corso degli anni '80 aveva prodotto segretamente una decina di ordigni nucleari, che vennero successivamente fatti distruggere dal Presidente F.W. de Klerk nei primi anni '90.

Il trattato prevede 3 protocolli aggiuntivi per paesi non africani: il primo richiede ai 5 paesi "nucleari" secondo il NPT di non usare o minacciare di usare armi nucleari contro i paesi della NWFZ, il secondo di non eseguire o favorire o assistere test nucleari in Africa; Cina, Francia e UK hanno ratificato tali protocolli, mentre Russia e USA li hanno firmati ma non ratificati. Il terzo protocollo chiede a Francia e Spagna di rispettare le norme del trattato nei territori africani sotto la loro responsabilità: la Francia ha ratificato anche questo protocollo, mentre la Spagna non ha aderito.

Il trattato prevede ora la creazione di un'organizzazione regionale, l'African Commission on Nuclear Energy (AFCONE), con un duplice compito: la supervisione della piena realizzazione e rispetto dei vari obiettivi della NWFZ, e la promozione delle applicazioni pacifiche della scienza e tecnologia nucleare in Africa. L'AFCONE può agire da catalizzatore per la cooperazione fra i paesi africani non solo per la tecnologia nucleare ma anche per la protezione e la sicurezza ambientali, e il commercio internazionale nel settore nucleare.

Oltre all'impegno di creare e gestire in modo efficiente l'AFCONE, rimane la necessità di portare alla ratifica del trattato i paesi che ancora non l'hanno fatto, collaborando alla soluzione dei problemi locali alla base del ritardo: mancano i paesi di una banda diagonale che attraversa tutta l'Africa da nord-est a sud-ovest. Il caso più delicato è costituito dall'Egitto, che lega la sua ratifica all'adesione di Israele al NPT.

Con l'entrata in vigore della NWFZ africana sono ora operative tutte le NWFZ mondiali: l'Antartide (Trattato Antartico, 1959), l'America latina e i Caraibi (Trattato di Tlatelolco, 1967), il Pacifico meridionale (trattato di Rarotonga, 1985), l'Asia sud-orientale (Trattato di Bangkok, 1995) e l'Asia centrale (trattato di Semipalatinsk, 2006); assieme creano un vasto "santuario" mondiale impenetrabile alle armi nucleari, che include tutto l'emisfero meridionale.

Le NWFZ non solo costituiscono un approccio complementare al NPT per un regime di non-proliferazione nucleare, ma creano anche i presupposti e i meccanismi operativi per la soluzione di conflitti locali e il superamento di contrapposizioni storiche, per nuove forme di collaborazione e cooperazione regionale in tutti i campi, per forme di disarmo multilaterale, come si è potuto osservare in numerose circostanze.

Figura 1 | Le zone libere da armi nucleari (fonte ONU)

Le zone libere da armi nucleari (fonte ONU)
(Clicca per ingrandire)

Figura 2 | La zona libera da armi nucleari Africana (fonte International Organizations and Nonproliferation Program)

La zona libera da armi nucleari Africana
(Clicca per ingrandire)

ritratto di Alessandro Pascolini Alessandro Pascolini
Dipartimento di Fisica, Università di Padova - INFN Sezione di Padova

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31 agosto, 2009 da Alessandro Pascolini

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