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L'incubo della "bureau-crazy"

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Politica della ricerca

Che la burocrazia in Italia non sia agevole ed efficiente non è una novità, ma quando riguarda gli stranieri le cose si complicano ancora di più. E scienziati e ricercatori non fanno eccezione. L’ingresso in Italia è ovviamente il primo problema da affrontare, ma le difficoltà spesso si rivelano così grandi da scoraggiare i ricercatori stranieri nella scelta del nostro Paese come sede in cui svolgere il loro lavoro.

Se da una parte ci sono i tentativi del decreto dello scorso anno (D. Lgs. 9 gennaio 2008, n. 17, in vigore dal 21 febbraio 2008) di facilitare l’arrivo ed il soggiorno di categorie di lavoro specializzato, nella fattispecie i ricercatori, dall’altra rimangono molti problemi legati ai tempi di realizzazione dei documenti. Anche una parte della recente legge approvata dal Governo (legge 15 luglio 2009, n. 94 Disposizioni in materia di sicurezza pubblica) va nella direzione di una semplificazione delle procedure, rappresentando un piccolo segnale di cambiamento per i ricercatori stranieri che vogliono lavorare in Italia. I giornali ne hanno parlato a grandi linee, si sono occupati più di altri problemi legati all’immigrazione, ma non si è capito cosa sia davvero cambiato.

Quali sono quindi le attuali disposizioni del Governo e quali i problemi reali di chi in Italia si deve scontrare con la folle burocrazia (da qui bureau-crazy)? La legge del 94/2009 integra, tra le altre cose, i provvedimenti già previsti dall’Art.27 Ingresso per lavoro in casi particolari del Testo Unico per l’Immigrazione (D. Lgs. 25 luglio 1998, n. 286). Ma l’Art. 27 è composto da tre parti, la terza delle quali è denominata Art. 27-ter Ingresso e soggiorno per ricerca scientifica ed è stata già inserita, come detto sopra, con il D. Lgs. 17/2008. Questo decreto aveva lo scopo di recepire la Direttiva 2005/71/CE della Comunità Europea, concepita per favorire l’interscambio culturale tra i ricercatori di diversa nazionalità. Punto fondamentale di questa disposizione è il riconoscimento dell’ingresso e del soggiorno di lavoratori extracomunitari per ricerca scientifica come flusso indipendente dal conteggio in quote fisse annuali. E finalmente facciamo una distinzione. Riconoscere i meriti di una fonte di sviluppo e innovazione come i “cervelli” extracomunitari, africani, orientali o americani che siano, è necessario se non doveroso. I ricercatori (definiti nel testo “stranieri in possesso di un titolo di studio superiore, che nel Paese dove e' stato conseguito dia accesso a programmi di dottorato”) sono selezionati dall’ente di ricerca interessato, purché iscritto all’elenco del MIUR, per soggiornare per periodi superiori a tre mesi. L’iscrizione a questo elenco, unitamente ad una convenzione di accoglienza, disciplina l’impegno degli istituti verso i ricercatori e la realizzazione dei progetti di ricerca. L’ente di ricerca deve provvedere alla richiesta del nulla osta e, una volta ottenuto, il ricercatore può procede con la richiesta per il visto di ingresso. Succede qualcosa di simile per la richiesta del visto negli USA (categoria J e Q), alla quale si accede solo dopo una lunga procedura per l’ottenimento del modulo di nulla osta (DS-2019). Negli USA le peripezie si attenuano una volta toccato suolo americano: il permesso di soggiorno non è obbligatorio e, quando la permanenza è lunga, si può richiedere ed ottenere in tempi dignitosi. E in Italia?

Ancora prima dell’ottenimento del visto si incontrano i primi problemi: la mancanza di alcuni provvedimenti amministrativi di attuazione ha reso per molto tempo il decreto 17/2008 non operativo. Ciò significa che gli enti non hanno visto risposta alla richiesta di convenzione di accoglienza e si sono trovati nell’impossibilità di ricevere ricercatori stranieri. Quando anche si supera l’ostacolo dell’ottenimento del visto ci si scontra col secondo problema. In Italia è necessario avviare entro pochi giorni le pratiche per il permesso di soggiorno (e visti i tempi di rilascio, meglio il prima possibile). “Tale titolo di soggiorno è richiesto e rilasciato per la durata del programma di ricerca e consente lo svolgimento dell’attività indicata nella convenzione di accoglienza (…)”. Lecito. Ma è imbarazzante dover constatare quali siano i reali tempi di rilascio dei documenti. Le conseguenze sono inevitabili e seccanti, come le difficoltà a lasciare l’Italia nei tempi richiesti dalla realizzazione dei documenti e nell’ottenere ricongiungimenti familiari, i problemi ad ottenere servizi finanziari e alloggi, oltre alle perdite di tempo e giorni lavorativi nelle convocazioni per le procedure di rinnovo. Non meno importante, l’impossibilità di lasciare il paese (o meglio, di ritornarci) limita gravemente un’attività essenziale della comunità della ricerca, ovvero la mobilità internazionale per partecipare a congressi e approfondire collaborazioni.

Quali sono allora le nuove disposizioni che renderebbero tutto più semplice? Le modifiche introdotte con la legge del 2009 non riguardano l’Art.27-ter ma solo la prima parte dell’Art. 27. In particolare, sono stati aggiunti il comma 1-ter e 1-quater. Il primo prevede l’informatizzazione della richiesta di nulla osta da parte del datore di lavoro di alcune categorie specializzate o qualificate. Il secondo prevede che il datore di lavoro in questione abbia precedentemente sottoscritto un protocollo di intesa (un altro?) con il Ministero degli Interni, in accordo con altri Ministeri, attraverso il quale garantisce la copertura economica (ma non solo) del ricercatore e l’osservanza del contratto di lavoro. “Più semplice assumere stranieri- ricercatori” (Sole 24 Ore, 28 luglio 2009). Sembra solo a me che non sia cambiato un granché?

Bisogna dire che l’Italia vorrebbe provare a migliorare le cose ma è un paese poco attento ai veri problemi delle persone e la realtà è ben diversa da quella scritta sulla carta. Anzi non è scritta per niente. Non ci sono limiti di tempo per il rilascio del permesso di soggiorno e la maggior parte delle volte i ritardi sono a dir poco spiacevoli. E’inevitabile che tutte queste difficoltà burocratiche respingano i ricercatori stranieri da un paese come il nostro che ha così bisogno di talenti per riprendersi dalle ultime posizioni delle classifiche dei risultati della qualità della ricerca.

Le soluzioni, semplici ed immediate, sono già state proposte in diverse occasioni da gruppi di scienziati che non tollerano più la situazione. Come è accaduto durante la Fiera Internazionale dell’Editoria Scientifica di Trieste del 2008 e durante il Convegno “Insieme per la ricerca" promosso dal Gruppo 2003 nel settembre scorso. I suggerimenti riguardano l’introduzione di sistemi burocratici più snelli sulla base dei modelli internazionali (americano e tedesco, ad esempio): attraverso il rilascio di documenti in tempi ridotti per i ricercatori, la possibilità di accedere a sportelli dell’immigrazione agevolati (e preparati a parlare inglese), l’introduzione di un sistema a punti che favorisca gli studenti stranieri che hanno studiato in Italia per facilitare la conversione del permesso per studio in permesso di lavoro e l’istituzione di visti per studenti e l’avviamento di politiche davvero selettive dell’immigrazione.

ritratto di Laura Fedrizzi Laura Fedrizzi
Biochimica, Università degli Studi di Padova

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17 ottobre, 2009 da Laura Fedrizzi

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