L'evoluzione della moralità

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Domande circa la base e l’evoluzione della morale hanno sempre affascinato filosofi e psicologi. Le posizioni in campo sono delle più varie. Per esempio, alcuni studi empirici suggeriscono che i nostri giudizi su ciò che è giusto e ciò che è sbagliato sono influenzati da reazioni emozionali "viscerali" ("gut reactions") come empatia e disgusto. Questo sembrerebbe lasciare poco spazio al ruolo della deliberazione razionale nel modellare le nostre credenze morali, poiché gli argomenti razionali che creiamo a supporto delle nostre credenze sarebbero per la maggior parte giustificazioni post-hoc a reazioni viscerali. Come afferma lo psicologo sociale Jonathan Haidt (University of Virginia), anche se ci piace considerarci “giudici”, i quali ragionano e raggiungono conclusioni sui casi in base a solidi principi razionali, in realtà agiamo più come avvocati, che creano argomenti a posteriori per posizioni già state stabilite a priori.

Secondo Leon Kass, bioeticista americano ed ex presidente del Consiglio di Bioetica durante l'Amministrazione di George W. Bush, le reazioni di “disgusto” o di “ripugnanza” posseggono una saggezza intrinseca, che le eleva al grado di giudizi morali, senza bisogno del sostegno di argomenti razionali. Nel suo saggio intitolato La saggezza della ripugnanza (Kass L, The wisdome of repugnance, New Republic 1997, 216:22), Kass sostiene appunto che le convinzioni morali sono scatenate da "gut reactions", reazioni istintive “di pancia” che la sanno più lunga di tante elaborate argomentazioni filosofiche. La ripugnanza morale, secondo Kass, sarebbe in grado di dirimere “saggiamente” anche le più intricate questioni di etica pubblica: dalla clonazione umana agli embrioni ibridi o chimere, dalla diagnosi pre-impianto sugli embrioni ai matrimoni omosessuali; per farla breve a qualsiasi innovazione (bio)tecnologica che ci metta a disagio.

D'altro canto, bioeticisti d’impronta “razionalista”, come il britannico John Harris, hanno criticato Kass, accusandolo di non fare della vera bioetica, ma della “filosofia morale olfattiva”. Secondo Harris, il presunto “naso morale” di Kass  non è altro che un pretesto a cui può ricorrere chi, in realtà, non è in grado di trovare argomenti razionali a supporto dele proprie posizioni. Ma esiste una possibile riconciliazione tra le due opposte tesi filosofiche? Una via interessante potrebbe essere quella proposta da Paul Bloom (psicologo alla Yale University)  in un articolo pubblicato in marzo su Nature. Bloom afferma che ridurre la moralità a un semplice insieme di risposte emozionali non è sufficiente, poiché tale approccio non sarebbe in grado di spiegare l’aspetto più affascinante della questione: il fatto che le morali evolvono.

Secondo Bloom, i processi emozionali sono infatti importanti per l'evoluzione della moralità. Tra essi, il contatto umano è di fondamentale importanza. Per esempio, quando ci associamo con altre persone, condividendone gli obiettivi, estendiamo a loro il nostro affetto. Inoltre, l'aumento del numero di viaggi e della quantità  di informazioni a cui è possibile accedere fanno sì che nel 2010 la persona "media" si associ con un numero molto maggiore di persone di quanto non facessero i suoi nonni o genitori. Così, all’ampliamento del "circolo sociale" spesso corrsiponde quello del "circolo morale".

Questa ipotesi “del contatto”, sebbene in grado di illustrare alcuni aspetti della moralità individuale, non sembra altrettanto utile nello spiegare i vasti cambiamenti di opinioni su argomenti tradizionalmente controversi quali la schiavitù, i diritti delle donne o degli omosessuali. Inoltre, l'ipotesi del contatto non è in grado di spiegare le attitudini morali verso persone con cui non ci si associa direttamente. Per esempio, non è in grado di chiarire fenomeni come le “adozioni” a distanza, o altri fenomeni di beneficenza verso persone molto lontane con le quali non si entrerà mai in contatto fisicamente.

Secondo Bloom, ciò che manca per capire come la moralità evolve è una teoria che metta in evidenza il ruolo della persuasione deliberata, attraverso la narrazione di storie, scritte o orali. Come esempi, Bloom riporta il ruolo fondamentale svolto dal romanzo La capanna dello zio Tom(1852), nel mutare l'opinione pubblica verso la schiavitù negli Stati Uniti. Oppure, potremmo aggiungere, libri come Il buio oltre la siepe di Harper Lee, contro i pregiudizi verso i neri,  o film come Philadelphia, che hanno contribuito a ridurre lo stigma verso i gay e i sieropositivi.

Certo, pochi tra noi scrivono libri o dirigono film, ma molti raccontano, hanno raccontato o racconteranno storie a componenti del proprio nucleo familiare o ad amici. Il potere di convinzione e di influenza delle storie è notevole. Di conseguenza, sarebbe un errore - afferma Bloom - da parte degli scienziati, ma anche di tutti noi in qualità di cittadini, sottovalutare l'importanza di questo processo riflessivo del narrare storie e modellare, con esse, la nostra moralità e il mondo cui viviamo.

ritratto di Silvia Camporesi Silvia Camporesi
Scuola Europea di Medicina Molecolare (Semm), Università di Milano

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