Leonardo Sinisgalli e la civiltà delle macchine
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La Scienza e la Tecnica ci offrono ogni giorno nuovi
ideogrammi, nuovi simboli, ai quali non possiamo rimanere estranei o
indifferenti, senza il rischio di mummificazione o di una fossilizzazione totale
della nostra coscienza e della nostra vita. L'uomo nuovo che è nato dalle
equazioni di Einstein e dalle ricerche di Kandinskij è forse una specie di
insetto che ha rinunciato a molti postulati: è un insetto che sembra
incredibilmente sprovvisto di istinto di conservazione. […] L'Arte deve
conservare il controllo della verità, e la verità dei nostri tempi è una verità
di natura sfuggevole, probabile più che certa, una verità “al limite”, che
sconfina nelle ragioni ultime, dove il calcolo serve fino ad un certo punto e
soccorre una illuminazione; una folgorazione improvvisa. Scienza e poesia non
possono camminare su strade divergenti.
(Leonardo Sinisgalli, “Natura calcolo fantasia”, dalla
rivista Pirelli del giugno 1951)
Leonardo Sinisgalli apppartiene a quello sparuto gruppo del nostro Novecento (Primo Levi, Carlo Emilio Gadda, Italo Calvino) di coloro che hanno dato un grande contributo alla divugazione della matematica nella forma più consona alla loro indole, il racconto.
Nato nel Sud più profondo (Montemurro, in provincia di Potenza), fa studi di ingegneria, ma poi – emigrato in quel grande calderone intellettuale della Milano degli anni ‘30 – farà il poeta e il designer, ma soprattutto il grande progettista di riviste che gettino ponti tra le due culture, proprio perché profondamente convinto della necessità di superarne la perenne dicotomia. “Io non ho mai pensato – scriveva – che la matematica e la meccanica siano la stessa cosa della poesia… Quello che ci trovo in comune è una tensione dell’intelligenza, e la felicità nella fatica, nello sforzo... Nel sonetto c’è molto di più di quello che c’è scritto. E in una macchina c’è molto di più di quello che è disegnato. Sono forse entrambi dispositivi capaci di produrre energia e di trasformarla, di trasfigurarla” [1].
Sinisgalli ha l’intelligenza (e la fortuna) di cogliere il momento giusto, quello cioè – in uno dei più rari periodi del nostro Paese – in cui alcuni dirigenti industriali si fanno carico dell’aspetto culturale e dell’importanza della conoscenza e pubblicano riviste di grande spessore, con l’aiuto e la collaborazione di firme più o meno illustri. Abbiamo citato in epigrafe la rivista “Pirelli”, ma la sua creatura più illustre e più nota è certamente Civiltà delle macchine, che vede la luce nel 1953 e subito diviene una testata molto apprezzata dal pubblico del tempo, italiano e no.
Tra i vari fattori che hanno contribuito e determinato la fondazione del bimestrale, diretto da Sinisgalli fino al 1958, il più importante è legato sicuramente ad un nome, ad un uomo che ha letteralmente “scommesso” su Leonardo Sinisgalli: Giuseppe Eugenio Luraghi (1905-1991), uno dei manager intellettuali di grande rilievo, divenuto amico ed estimatore del lucano dopo la collaborazione con lui alla “Linoleum” ed alla “Pirelli”.
Luraghi era stato chiamato nel ’52 a dirigere la Finmeccanica, società finanziaria che più tardi è stata annessa, con Civiltà delle Macchine, al gruppo IRI. Insieme all’ENI, l’Istituto per la Ricostruzione Industriale costituì un colosso dell’industria italiana pubblica del “miracolo economico”. Al fianco di queste istituzioni c’erano anche aziende private e qui basti citare la “Olivetti”, anch’essa affidatasi al genio di Leonardo Sinisgalli [2].
La nascita della nuova rivista è raccontata da Sinisgalli in una intervista a Ferdinando Camon del 1965[3]: «L’inverno del 1953, a Roma in un ufficio di Piazza del Popolo, quando io misi a fuoco il progetto di Civiltà delle Macchine [...] la cultura dell’Occidente era rimasta incredibilmente arretrata e scettica nei confronti della tecnica, dell’ingegneria. Voglio dire che erano sfuggite alla cultura le scoperte di Archimede e di Leonardo, di Cardano e di Galilei, di Newton e di Einstein. Io volevo sfondare le porte dei laboratori, delle specole, delle celle. Mi ero convinto che c’è una simbiosi tra intelletto e istinto, tra ragione e passione, tra reale e immaginario. Ch’era urgente tentare una commistione, un innesto, anche a costo di sacrificare la purezza».
Sinisgalli si giovava in questa riuscitissima impresa editoriale, della sua consuetudine con la prosa dei filosofi meridionali, della sua esperienza al servizio della grande industria, e della sua consuetudine con pittori e poeti, per “spiegare le macchine” agli ingegneri e ai poeti: ai primi offre la letteratura, e i secondi li manda a frequentare le fabbriche [4].
1- Si veda L. Curcio,
Matematica e..., in D.A. XXV
[www.daonline.info/pagine/art1_riqua.php]
2- Come dimenticare la
stupenda pubblicità sinisgalliana (per l’Olivetti): “la rosa nel calamaio”?
3- Cfr. G. Lupo, G. Lacorazza,
L’anima meccanica, Le visite in fabbbrica
in «Civiltà delle Macchine» (1953-1957), avagliano editore, 2008, pp. 5-6.
4- Per una visione d’insieme
sull’opera di Sinisgalli si veda: G.I. Bischi e P. Nastasi, “Un ‘Leonardo’ del
Novecento: Leonardo Sinisgalli (1908-1981)”, Note di Matematica, Storia, Cultura, n. 23-24, 2009.
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