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Home » Vero o falso?

L'Italia, vittima della "fuga dei cervelli"

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Vero o falso?

Si dice che la “fuga dei cervelli” – gli scienziati italiani che, come Enrico Fermi all’indomani delle leggi razziali lasciano l’Italia e trovano riparo all’estero –  sia oggi uno dei grandi problemi del sistema di ricerca italiano. Ma sarà vero?

Facciamo un po’ di conti. Secondo i dati dell’OCSE i lavoratori italiani altamente qualificati che lavorano fuori dai confini italiani sono poco meno di 400.000: il 7% della popolazione italiana in possesso di laurea. Non è una percentuale molto alta. In Gran Bretagna  va a lavorare all’estero il 17% dei laureati; in Irlanda addirittura il 34%; in media, nel Nord Europa più del 14%. Per l’Italia, dunque, non si può parlare di “fuga dei cervelli”. I nostri giovani qualificati restano a casa, magari senza lavoro. Pochi, rispetto a quanto si fa nel resto d’Europa, preferiscono andare all’estero.

Si può parlare tuttavia di una fuga selettiva dei ricercatori. Nell’ambito della ricerca scientifica, infatti, la situazione è un po’ diversa. La percentuale di lavoratori italiani qualificati che va all’estero per lavorare nel settore della ricerca scientifica è più alta rispetto ad altri paesi. Si calcola che negli Usa, per esempio, lavorino 9.000 ricercatori italiani, una delle comunità di scienziati europei più numerose in America, pari al 17% dei lavoratori qualificati italiani che hanno trovato impiego negli Stati Uniti. In media i ricercatori sono solo il 9% degli immigrati con alta qualifica negli Usa.    

Si calcola, ancora, che i ricercatori italiani che lavorano in altri paesi dell’Europa siano in numero analogo. Cosicché, in totale, abbiamo poco meno di 20.000 ricercatori italiani che lavorano all’estero: circa un quarto dei ricercatori che lavorano in Italia, che sono circa 80.000. Un patrimonio grande, ma non drammatico. Non possiamo parlare di “fuga”. L’emigrazione dei ricercatori italiani è del tutto fisiologica.

Se non fosse che la medaglia della ricerca e dell’alta educazione italiana ha una faccia molto più grave che di solito non desta l’attenzione dell’opinione pubblica: l’Italia ha una scarsa o nulla capacità di attrarre i cervelli altrui. Pochi vengano dall’estero in Italia per fare ricerca o anche solo per studiare. Come è stato documentato in un recente convegno della Fondazione Debenedetti, gli stranieri con educazione terziaria presenti in Italia sono appena 142.000: pari al 2,3% della popolazione laureata del nostro paese. Sono, per confronto, il 10,8% in Francia, l’11,5% in Germania, il 17,3% in Gran Bretagna.

Non sono, dunque, le uscite, ma sono le mancate entrate il grande problema del “flusso dei cervelli” in Italia. Con 400.000 in uscita (pochi) e solo 140.000 in entrata (pochissimi), vantiamo – unici in Europa – una perdita secca di 260.000 “cervelli”. Un drenaggio di risorse che non possiamo permetterci.

La situazione è ancora più clamorosa nel settore specifico della ricerca scientifica. Gli stranieri impegnati in programmi avanzati di ricerca in Italia, come per esempio un dottorato, nel 2005 erano solo il 4,3%, contro il 14,5% della media europea, il 34,4% della Francia e, addirittura, il 41,4% della Gran Bretagna.

Di più. Quei pochi che vengono (il 40% dall’Asia, il 10% dall’Africa, il 17% dalle Americhe, il 21% dai paesi dell’Unione Europea, il restante 12% dall’Europa dell’est) sono sottoposti a spinte fortissime che, ahimé, vanno in direzioni opposte. Ci sono buone forze attrattive: secondo un’indagine della già citata Fondazione Rodolfo Debenedetti l’85%, infatti, riceve una borsa di studio nel nostro paese, dove viene perché attirato da un buon programma di ricerca e dalla buona qualità dell’insegnamento (63%) e anche dalla buona fama della qualità della ricerca italiana (43%). Poi, però, interviene la burocrazia. E intervengono potenti forze repulsive. Il 77% dei ricercatori stranieri in Italia ha dovuto aspettare più di un mese per ottenere il primo appuntamento e avviare le pratiche per regolarizzare la sua posizione. Molti (il 30%) hanno ottenuto i documenti necessari dopo un anno o più: spesso quando il loro tempo di permanenza in Italia era ormai scaduto. In Questura i temi di attesa sono lunghi e raramente qualcuno parla inglese. Quasi tutti hanno trovato seri impedimenti a uscire e rientrare in Italia. In definitiva, gli stranieri altamente qualificati in Italia trovano una buona università e un cattivo ambiente.

Così, alla fine, le forze repulsive prevalgono su quelle attrattive: l’88% dei giovani stranieri che hanno già deciso cosa fare dopo il dottorato dichiarano di voler lasciare l’Italia. Oltre al danno, la beffa. Li formiamo, anche bene, ma poi facciamo di tutto perché questi “cervelli” se ne vadano via.

Respinti oltre frontiera. 

Il fenomeno che ha un costo altissimo. Viviamo nell’era della conoscenza. E tutti i paesi sia a economia avanzata sia a economia emergente cercano di attirare in ogni modo “cervelli” dall’estero. È iniziata, dicono gli esperti, la “world brains war”: la battaglia globale per i cervelli. Non solo gli Stati Uniti e la Gran Bretagna, ma ben 36 paesi in tutto il mondo, le principali economie del pianeta, hanno messo in atto politiche attive per attrarre “cervelli” dall’estero. Di contro, solo cinque paesi (Arabia Saudita, Bhutan, Botswana, Egitto e Giordania) hanno politiche attive per disincentivare l’immigrazione di persone altamente qualificate. Con queste sue prassi e con alcune recenti leggi sulla sicurezza, l’Italia rischia seriamente di entrare in questo strettissimo nucleo di paesi che, con un riflesso di antimodernismo autolesionista, rifiutano la conoscenza, soprattutto se viene gratis da oltre confine.

8 gennaio, 2010 da Pietro Greco


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#1 Un grande piano di "bilanciamento" dei cervelli serve radicale!

ritratto di Michele Ciavarella
16 maggio, 2010 - 15:08 da Michele Ciavarella
Caro Dott Greco, complimenti per il suo articolo che mi trova daccordo, anche se non leggo una proposta. Un Grande Piano di Bilanciamento fuga/rientro dei cervelli (che comporti una nuova politica di immigrazione di cervelli, e non solo “condoni” di rientri di colf e badanti) occorre che si proponga per quanto è radicale in Italia, si deve passare da un cambiamento epocale di mentalità. In particolare, se molti parametri di spesa in R&S, la percentuale di laureati, il numero di operatori della Ricerca, sono circa alla metà delle medie Europee e OECD, parametri assolutamenti più critici sono - (i) secondo l’associazione AIR (http://www.associazionericerca.it/node/175) il numero di ricercatori pubblici (ca.90mila) in rapporto a quelli privati (ca.60mila) in Italia è 3:2, contro una media UE 1:1. In altre parole, “in Italia mancano aziende ad alto profilo tecnologico per un totale di almeno 120.000 posti di lavoro… …mancanza di un adeguato piano industriale nazionale che faccia leva sulle nuove tecnologie... Solo un indirizzo di medio e di lungo termine di investimento pubblico, di semplificazione burocratica, di applicazione certa del diritto, possono creare le condizioni affinché in mancanza di capitali nazionali vi sia attrazione di capitali dall'estero” - (ii) la infinitesima penetrazione di stranieri nel sistema della ricerca e dell’Università . Dati affidabili di Lorenzo Beltrame [1] su immigrazione di cervelli dicono che in Italia solo 1.3 % degli immigrati sono laureati (dati OECD 2005), mentre in USA sono il 42.4%, quasi quaranta volte di più, peggio di noi solo Irlanda Polonia e Messico nei paesi OECD! In pratica, gli USA hanno una bilancia di cervelli positiva per 8milioni di persone, noi negativa per 50mila. Simili rapporti tra i ricercatori: ogni anno ne escono in 30mila e ne entrano 3000, un bilancio negativo di 27mila persone altamente qualificate e che sono costate centinaia di migliaia di Euro di formazione in Italia, per poi lavorare per paesi esteri, senza che cio’ sia bilanciato da uguale scambio inverso! Coincidono i nostri dati? Ne avevo parlato recentemente anche in un'intervista ad una radio di Bruxelles. Che trova anche su Youtube a http://www.youtube.com/watch?v=PmL74jL3US8, e poi http://www.youtube.com/watch?v=9VP4Yh63u10. Sembra, come dico recentemente in un articolo (http://www.iltaccoditalia.info/sito/index-a.asp?id=10125, prima parte, e http://www.iltaccoditalia.info/sito/index-a.asp?id=10539), che si abbia “paura del nuovo”, per cui in analogia ai noti acronimi NIMBY (Not In My BackYard), NIMTO (Not In My Term of Office), BANANA (Build Absolutely Nothing Anywhere Near Anything, or Anyone) ho creato recentemente in un articolo l’acronimo “NIMU”, per descrivere "Not In My University". Basti ricordare cosa è successo alla legge Mussi del 2005 che cofinanziava al 95% le chiamate dei programmi “rientro di cervelli” e ciononostante, è stata utilizzata in piccolissima parte dalle Università Italiane (42 su 500 inizialmente rientrati!) . Su questo per es. andrebbe davvero concentrato lo sforzo da parte del Ministro Gelmini, perché incentivando operazioni radicali di questo tipo, e non il “taglio” di corsi di laurea, o “l’accorpamento dei dipartimenti” o altri cambi che possono si eventualmente snellire la burocrazia se tutto va bene, ma rimangono operazioni sofferte e cosmetiche, che non violano la proprietà commutativa dell’algebra per cui cambiando l’ordine degli addendi, la somma non cambia! [1] Lorenzo Beltrame. Realtà e Retorica del Brain Drain in Italia. http://www4.soc.unitn.it:8080/dsrs/content/e242/e245/e2209/quad35.pdf Cordiali Saluti e ancora in bocca al lupo per l'ottima rivista SCIRE!
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