L'Aquila può essere salvata?
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Non sempre un terremoto porta al declino delle zone colpite, nel rispetto di certe condizioni minime di buona amministrazione può anzi addirittura risultare un moltiplicatore d’energie e iniziative tale da condurre ad una fioritura economica. È certamente il caso del Friuli, un po’ meno dell’Umbria e delle Marche, ancora meno dell’Irpinia. E L’Aquila? Dopo il terremoto del 6 aprile 2009, è una città ferita, ma non annientata. Il tessuto sociale non è ancora andato perduto. La ricostruzione dovrà ispirarsi ai principi di conservazione integrata, preventiva, programmata, metodi certo meno efficienti sul breve periodo, ma che alla lunga restituiscono davvero la città. La riparazione delle case può, e dunque deve, attuarsi come processo partecipato, in cui gli abitanti siano coinvolti e responsabilizzati. Dialogo e partecipazione sociale difatti risultano indispensabili, ma dovranno nascere attorno ad una progettazione in grado di valorizzare tutti i possibili resti architettonici, veri e propri “documenti” che ancora conservano la “memoria” di ciò che è scomparso.
Detto questo, non si può certo consentire che un certo efficientismo d’immagine e la priorità del “fare” condizionino negativamente la ricostruzione: la volontà di procedere con tempi accelerati, pure comprensibile per motivi di ritorno alla normalità delle condizioni di vita della popolazione, dovrà ovviamente essere contemperata dalla necessità di garantire la qualità dell’intervento sia in fase progettuale che esecutiva. Sbagliatissimo sarebbe cedere alla tentazione di adottare soluzioni tecniche standardizzate e apparentemente risolutive, senza considerare l’identità costruttiva degli edifici, la specificità delle problematiche da essi presentate e la possibilità di sviluppare, caso per caso, le tecniche meno invasive e più appropriate.
D’altronde, la particolare natura dell’architettura aquilana, rigeneratasi continuamente dai frequenti terremoti, pone precisi problemi. La persistenza, nel centro storico dell’Aquila, di un tracciato urbano ‘forte’, che ha nel tempo costantemente ribadito l’armonica fusione (eccezionale in ambito montano) fra la griglia ortogonale angioina e il disegno delle arterie preesistenti, legate allo spontaneo attraversamento del territorio, segna un primo fondamentale requisito per il restauro e la ricostruzione che, nel ridare solidità e corpo all’abitato, dovrà ancora una volta rispettare la coerenza (tettonica, figurativa e materiale) e la continuità delle strade principali e delle piazze, particolarmente significative queste ultime dell'identità locale. Inutile aggiungere che andranno inoltre applicati i consueti principi - guida del restauro, quindi il “minimo intervento” e la “compatibilità” fisica e chimica delle nuove integrazioni ed aggiunte. Va ricordato poi che il rischio sismico si può mitigare soltanto riducendone gli effetti attraverso il miglioramento delle strutture, senza esagerare ad esempio col calcestruzzo, e il loro futuro mantenimento. L’esperienza insegna infatti anche che le strutture in buona efficienza si danneggiano meno, mentre spesso i danni sono aggravati dal guasto, non riparato a tempo debito, di qualche elemento del sistema edilizio (come tiranti spezzati, travi lignei marci, muri fradici).
Il crollo e il dissesto di numerose addizioni effettuate nella seconda metà del Novecento su monumenti e edilizia minore richiedono di correggere logiche e tecniche adoperate in passato e pongono diversi problemi di restauro. Si pensi ad esempio alle chiese, che nel tempo hanno subito riconfigurazioni spaziali, con innalzamenti murari, rimpelli, rifacimenti di coperture e rimozioni di alcune fasi costruttive, soprattutto barocche. Esistono poi alcune specificità costruttive, come la densa sovrapposizione muraria all’interno di una stessa costruzione, la presenza di colonnati e diaframmi murari ‘leggeri’, la disposizione dei campanili ‘a vela’, l’ampia diffusione di volte in mattoni in foglio o ad incannicciata, che costituiscono innegabili vulnerabilità dell’edificato.
Il loro restauro richiederà un’effettiva conoscenza della fabbrica e di tutto il suo ciclo di trasformazione, nonché una calibrata capacità di scelta d’opzioni tecniche e architettoniche, così da garantire l’opportuno miglioramento strutturale di queste componenti “deboli” evitando lo snaturamento della costruzione stessa.
Infine, cercando anche di risolvere i problemi di infrastrutturazione urbana generati dalle nuove case post-sismiche, si dovrà intervenire per favorire la mobilità e le connessioni fra capoluogo e abitati vicini, secondo il concetto di “città-territorio” che vede i diversi centri interagire fra loro e costituirsi in rete.
È una sfida impegnativa, che potrà essere superata solo se le diverse componenti sociali, politiche, amministrative, culturali e professionali sapranno collaborare. Da Italia Nostra arrivano idee e proposte, sviluppate in quasi un anno d’intenso lavoro, assolutamente condivisibili: una sorta di decalogo che, se condiviso e rispettato, potrebbe assicurare esiti operativi di qualità.
Eccone i punti fondamentali:
- l’attenzione ad estendere il recupero del tessuto fisico e morfologico al tessuto sociale (curando la riattivazione dell’economia e contrastando, quindi, ogni tendenza allo spopolamento), richiamando il concetto di “conservazione integrata” già evidenziato nella Carta europea del patrimonio architettonico (Amsterdam, 1975);
- la proposta d’un apposito decreto-legge sul centro storico dell’Aquila, a garanzia di procedure più snelle ma non per questo prive di trasparenza e, soprattutto, della definizione d’un quadro metodologico generale;
- il richiamo alla cooperazione interistituzionale in un fruttuoso rapporto pubblico-privato;
- la proposta di un vincolo complessivo per la città dell’Aquila, vista come “monumento unitario di cultura urbana”, e per gli altri centri storici colpiti;
- il rifiuto del ‘facciatismo’ e del mero intervento scenografico, ma il rispetto dovuto all’intero organismo architettonico, in tutti i suoi complessi valori;
- il richiamo alla reale competenza, propriamente di restauro architettonico e urbano, di professionisti e imprese;
- l’attenzione alle forme di appalto dei lavori, con esclusione del criterio del massimo ribasso e sempre con la massima cura nel selezionare imprese realmente capaci;
- adeguate misure economiche e finanziarie per la ricostruzione;
- attenzione alle politiche di prevenzione;
- la relazione tra ricerca e impresa, più precisamente, tra “ricerca avanzata” e “imprenditoria più sana”.
Sintesi – già apparso sul Bollettino Nazionale di Italia Nostra n. 451 - degli interventi tenuti al Convegno del 18 marzo 2010 “L'Aquila. Come restaurare i centri terremotati”, di Italia Nostra.
Per approfondimenti vai al sito di Italia Nostra
Pietro Petraroia
Consorzio Villa Reale e Parco di Monza
Stefano Della Torre
Architettura, Politecnico di Milano
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