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Trieste capitale dei migranti della ricerca

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A Trieste - vuoi per quella vocazione letteraria che nel Novecento ha saputo offrire a molti intellettuali un privilegiato punto d’osservazione sul presente dai confini sfuggenti che era la visione culturale della Mitteleuropa – eccellenza della ricerca fa rima con accoglienza.

È l’intera regione del Friuli Venezia Giulia, a dire il vero, a essere territorio di un sistema scientifico senza paragoni. La mondialità è una dimensione locale. Nel 2018, secondo l’edizione 2019 (l’ultima disponibile) de "La mobilità della conoscenza”, sono stati complessivamente 6.686 i ricercatori e i docenti stranieri che hanno svolto un periodo di lavoro in una delle istituzioni scientifiche regionali. Provengono soprattutto dall’Unione europea ma oltre un migliaio arrivano dai Paesi asiatici (India e Cina escluse), dall’Africa (878 unità) e dal Centro e Sud America (713 unità).

I dati relativi ai ricercatori e docenti presenti nelle istituzioni scientifiche regionali, sempre come documentato da “La mobilità della conoscenza”, mostrano come la componente straniera superi quella italiana di 774 unità. In particolare, per quanto riguarda la categoria dei ricercatori, i paesi asiatici (esclusa India e Cina) assieme all’Africa, sono i paesi da cui provengono più stranieri, seguiti dall’Europa UE e dal Centro Sud America.

Nel solo capoluogo giuliano si trovano oltre 30 centri di ricerca e alta formazione, secondo MIB Trieste School of Management, ed è in funzione di questa fervente vitalità che si adopera la rete Trieste Città della Conoscenza, nata nel 2007 con lo scopo di “divenire polo di riferimento europeo, attrarre in numero sempre crescente studenti e ricercatori internazionali, sviluppare concrete interazioni con il mondo delle imprese, garantendo ricadute positive sulla società e l’economia locali”.

L’esperienza dell’Ictp

Non ci sono molte altre istituzioni a livello mondiale che combinano queste due dimensioni: lavorare con Paesi in via di sviluppo e fare alta formazione. Questo però avviene quotidianamente all’International Centre for Theoretical Physics. Fondato nel 1964 dal premio Nobel per la Fisica Abdus Salam, l’Ictp opera per favorire un aggiornamento costante agli scienziati da tutto il mondo con un’attenzione primaria a supportare la crescita dei “cervelli” provenienti dalle zone periferiche del globo. Il centro è gestito nell'ambito di un accordo tripartito tra governo italiano, Agenzia internazionale per l'energia atomica (AIEA) e l'Organizzazione delle Nazioni Unite per l'educazione, la scienza e la cultura (UNESCO). Nel 2018 (ultimi dati disponibili) all’Ictp sono giunti 5607 visitatori, per 59 training o attività in campus e 21 nei Paesi di sviluppo. Sandro Scandolo, senior research scientist per l'Ictp, dedica la propria esperienza all'incontro tra comunità erigendo ponti per la conoscenza.

«Questi numeri riguardano soprattutto le attività dei gruppi che vengono a Trieste per seguire o tenere conferenze e training che durano da 1 a 4 settimane. Ogni anno sono organizzate circa 80 conferenze, gran parte delle quali nella sede friulana. Ma Trieste crea ponti e studenti, ricercatori e docenti si incontrano anche nelle aule delle università o degli istituti in quei Paesi in via di sviluppo. Questo “scambio” permette all’Istituto triestino di raggiungere più persone – soprattutto tra quanti hanno meno mezzi per muoversi e senza supporti istituzionali - e di avvalorare a livello internazionale l’attività scientifica delle istituzioni con cui è allacciata ogni collaborazione. Queste relazioni avviano progetti, stabiliscono canali di comunicazione in grado di poter aiutare concretamente chi ha desiderio di studiare e fare esperienze internazionali.

Ogni anno all’istituto accedono visitatori da tutti i continenti. Per citare qualche numero, nel solo 2018 hanno partecipato studenti, ricercatori e docenti da Egitto (71), India (328), Brasile (165), Nigeria (68) Iran (253), Argentina (140), Tunisia (60), Cina (144), Messico (82), Sud Africa (55), Pakistan (62), Colombia (55), Marocco (53), Cuba (36), Camerun (47), Turchia (33), Cile (33), Algeria (43), Filippine (23), Peru (20), Ghana (40), Malesia (20), Venezuela (16), Etiopia (39), Bangladesh (20), Guatemala (15), Kenya (35), Indonesia (18), Costa Rica (13) e l’elenco prosegue.

L’enfasi dei rapporti personali è qui un valore aggiunto: gli allievi sono seguiti in modo continuo lungo la loro carriera. Molti studenti venuti qui per conseguire il dottorato, ad esempio, dopo la formazione decidono di proseguire la carriera nel loro Paese e diventano un riferimento per allacciare collaborazioni proficue: chi è stato all’Ictp, infatti, quando diventa associato può in qualunque momento tornare e attivare nuove forme di collaborazione. L’Ictp può giocare una carta in più per favorire l’ingresso e il proseguo degli studi di chi si trova in una posizione più difficile.

In molti di quanti arrivano qui per imparare poi vogliono dare alla loro vita una direzione diversa. L’accompagnamento è garantito qualunque percorso si decida di intraprendere».

Women in science: studiare a Trieste per abbattere gli stereotipi di genere

Sempre all’Ictp si affronta un’altra sfida, quella di contribuire all’autodeterminazione delle donne che intraprendono una carriera scientifica in contesti dove l’autonomia è limitata da fattori religiosi o socio-culturali: il tetto di cristallo è un ostacolo alla professione femminile a diverse latitudini. Dal 2002, da quando l’Ictp ha iniziato a tenere traccia dei dati di genere, sono oltre 18mila le donne provenienti dai Paesi in via di sviluppo che hanno trovato qui un’opportunità per la propria formazione scientifica, ma non solo”. Con il progetto Women in science, infatti, alle partecipanti sono riservati particolari corsi di “management” in cui, accanto all’aggiornamento scientifico, viene proposto un modulo di iniziative in cui forniti suggerimenti pratici per affrontare difficoltà varie: dal come far valere le proprie posizioni, a come progredire in ambito accademico fino a come contrattare la propria posizione professionale. Anche queste “sessioni” di carrier development è una strada per la via dell’autodeterminazione.

SISSA, la formazione dottorale che non lascia indietro nessuno

»La ricerca scientifica è una attività e la scienza un linguaggio che permette di comunicare tra persone di culture, opinioni diverse ed è un forte elemento di integrazione. La comunità scientifica è una comunità aperta e si può mantenere il dialogo anche tra popoli che sono in guerra». Stefano Ruffo, direttore della Scuola internazionale superiore di studi avanzati (Sissa) di Trieste non ha dubbi sul significato di quell’aggettivo, internazionale, che dà il nome alla sua università.

Al 31 agosto 2019 la Sissa contava 1412 titoli di dottorato, di questi 451 (il 30,24%) sono stati assegnati a stranieri di circa 80 nazionalità. «Questi titoli sono stati assegnati a dottori provenienti dalla Cina (58), India (36), Iran (30), Russia (20), Polonia (17), Colombia (13) e poi a scalare – spiega Ruffo -. Fortissima è la presenza di dottori non EU, provenienti anche da Paesi anche in via di sviluppo: la SISSA fornisce il titolo di dottore in un contesto molto internazionalizzato. Dell’alta formazione dottorale c’è bisogno anche nei Paesi più in difficoltà e per questo ogni anno sono assegnate borse di studio finanziate anche grazie all’Ictp. Chi ha una borsa di studio è supportato economicamente al fine di poter frequentare i corsi: la selezione all’ingresso è molto dura, ogni anno riceviamo circa 1000 domande e ammettiamo circa 60 studenti fortemente motivati. Inoltre, sta per partire un progetto supportato da Twas (The World Academy of Sciences), il Ministero degli Esteri e l’Accademia dei Lincei per offrire borse di ricerca di tre mesi a ricercatori che risiedono in paesi in via di sviluppo: migliorando il livello di preparazione dei docenti garantiremo un livello più alto anche dei loro studenti».

Nel 2018 la Sissa si è fatta promotrice insieme a 10 realtà friulane di un protocollo di accordo per accogliere scienziati provenienti da nazioni in guerra o da altre situazioni critiche. Il progetto prevede di individuare scienziati richiedenti asilo anche nel flusso dei migranti.

«Nel regolamento della scuola – prosegue Ruffo – è comunque precisato che ogni anno viene fissata una quota di riservare a visite di scienziati proventi da luoghi in cui l’incolumità fisica o la libertà scientifica sia a rischio per fattori interni o esterni. Abbiamo aiutato un paio di scienziati. Il progetto è appena all’inizio. Contiamo in futuro di migliorare la nostra performance. La mobilità dei ricercatori è un elemento intrinseco nella vita stessa del ricercatore. I ricercatori si muovono là dove trovano un’opportunità di lavoro migliore e possano svolgere liberi la loro ricerca. Questo esprit libre si può respirare in quelle realtà in cui è concesso all’eccellenza di esprimersi. Alla Sissa questa eccellenza trova accoglienza».

Diplomazia scientifica

Nel 2018 a Trieste è stato presentato il Memorandum of Understanding sugli Scienziati Rifugiati, documento firmato da 10 istituzioni della Regione Friuli Venezia Giulia - Abdus Salam International Centre for Theoretical Physics (ICTP); Fondazione Internazionale Trieste per il Progresso e la Libertà delle Scienze (FIT); InterAcademy Partnership (IAP); International Centre for Genetic Engineering and Biotechnology (ICGEB); Istituto Nazionale di Astrofisica (INAF)-Osservatorio Astronomico di Trieste; Istituto Nazionale di Oceanografia e Geofisica Sperimentale (OGS); Scuola Internazionale Superiore di Studi Avanzati (SISSA); Università degli Studi di Trieste Università degli Studi di Udine; The World Academy of Sciences (TWAS).

I firmatari si sono impegnati a “offrire opportunità a questi ricercatori al fine di promuovere le loro capacità professionali e umane, accrescere un sistema di sviluppo e integrazione internazionale incoraggiando anche il reinserimento nel paese di origine quando le condizioni lo consentono”. Una presa d’atto ufficiale di una coscienza cooperante che in questi luoghi è una pratica consolidata.

La nota specifica che “è sconosciuto il numero di persone tra studenti, docenti e ricercatori che sono stati costretti a fuggire dal loro Paese di origine come Siria, Yemen, Afghanistan, Iraq. Molti hanno trovato rifugio nei Paesi vicini come Giordania, Turchia mentre altri sono giunti in Europa e Nord America. Se il Friuli Venezia Giulia è riconosciuto tra le capitali mondiali del mondo scientifico, con molte istituzioni concentrate nel supporto al consolidamento delle competenze scientifiche nei Paesi in via di Sviluppo, questa comprovata esperienza di diplomazia scientifica potrà svolgere un ruolo di leadership a livello internazionale”. Questo Memorandum è stato firmato a 80 anni esatti dall’emanazione delle leggi razziali (entrambi si documenti sono stati siglati nel mese di settembre). Allora si decideva che studenti, ma anche ricercatori e docenti ebrei dovessero essere allontanati dalle scuole italiane di ogni grado. A Trieste si riscrive tutta un’altra storia.

 

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Tempio di Horo, Idfu, Assuan, Egitto (foto di Luca Carra).

I modelli servono? Dipende. Covid-19 ci ha fatto toccare con mano l'importanza di elaborare modelli quantitativi per cercare di fornire scenari ai decisori. I primi modelli - a partire dai più famosi di Neil Ferguson dell'Imperial College - hanno avuto la funzione di allertare l'opinione pubblica e i politici sulla gravità della situazione e a spingere verso risposte decise come il lockdown, ma certamente partivano da dati molto parziali e, secondo i critici, hanno prodotto scenari eccessivamente pessimistici. Con l'avanzare della pandemia i modelli si sono via via raffinati.