fbpx Quale via d'uscita da Covid-19: crisi della democrazia e trionfo della tecnocrazia? | Scienza in rete
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Scienza ed economia alle prese con la crisi pandemica

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Immagine: Pixabay.

Quale sarà la risposta della politica, ora affidata ai "tecnici" dopo la crisi dei governi precedenti, di fronte alla sfida di una pandemia che sembra non volersi eclissare e di cui più volte abbiamo sottolineato le radici ambientali globali? Domanda difficile, per rispondere alla quale torna alla mente quanto scritto dal sociologo Luciano Gallino in «Finanzcapitalismo. La civiltà del denaro in crisi» (Ed. Einaudi 2013). Secondo Gallino, il successo del modello consumistico «non è dovuto a un'economia che con le sue innovazioni ha travolto la politica, bensì a una politica che ha identificato i propri fini con quelli dell'economia finanziaria, adoperandosi con ogni mezzo per favorire la sua ascesa. In tal modo la politica ha abdicato al proprio compito storico di incivilire, attraverso il governo dell'economia e la convivenza umana. Ma non si è limitata a questo. Ha contribuito a trasformare il finanzcapitalismo nel sistema politico dominante a livello mondiale, capace di unificare le civiltà preesistenti in una sola civiltà-mondo, al tempo stesso, di svuotare di sostanza e di senso il processo democratico».

A ragion veduta Gallino usa il termine di «estrazione di valore», quale principale attività di questa forma di economia il cui intento è «massimizzare e accumulare - denaro con denaro - sotto forma di capitale e insieme di potere, il valore estraibile sia dal maggior numero possibile di esseri umani, sia dagli ecosistemi - abbracciando - ogni momento e aspetto dell'esistenza degli uni e degli altri, dalla nascita alla morte o all'estinzione».

Recentemente sono stati pubblicati diversi rapporti che mettono in luce le origini della pandemia e le cause predisponenti e scatenanti, il più significativo rapporto è stato redatto da un team internazionale di esperti sotto l’egida della «Piattaforma intergovernativa di politica scientifica sulla biodiversità e i servizi ecosistemici» (IPBES) patrocinata dall’ONU. Secondo il panel di scienziati appartenenti a diverse discipline, le pandemie rappresentano una minaccia esistenziale per la salute e il benessere delle persone in tutto il pianeta. Le prove esaminate in questo rapporto scientifico dimostrano che le pandemie stanno diventando più frequenti, alimentate dal continuo aumento delle sottostanti malattie emergenti qualora non si cambi l'approccio al problema passando dalla reazione - agire dopo che il problema si è verificato - alla prevenzione. Il rapporto stima che esistano altri 1,7 milioni di virus ancora «non scoperti» nei mammiferi e negli uccelli di cui fino a 850.000 potrebbero avere la capacità di infettare le persone; il contesto socio-ambientale favorisce la vulnerabilità delle comunità, di fasce di popolazione e di singoli individui alle pandemie; gli sforzi economici per la ripresa sono stimati essere 100 volte superiori a quelli per la prevenzione.

Pertanto, senza strategie preventive, le pandemie emergeranno più spesso, si diffonderanno più rapidamente, uccideranno più persone e influenzeranno l'economia globale con un impatto più devastante che mai. Il rapporto quindi evidenzia che le strategie pandemiche si basano sulla risposta alle malattie dopo la loro comparsa, con misure di salute pubblica e soluzioni tecnologiche, in particolare con la progettazione e la distribuzione di nuovi vaccini e terapie. Tuttavia, Covid-19 dimostra che questo è un percorso lento e incerto e, mentre la popolazione globale attende affinché i vaccini diventino disponibili, i costi umani si fanno crescenti, in vite perse, crollo delle economie e perdita di mezzi di sussistenza. Il rapporto ha stimato costi per Covid-19, pari a 8-16 trilioni di dollari a livello globale fino a luglio 2020, destinati ad essere aggiornate al rialzo, potendo raggiungere i 16 trilioni di dollari entro il quarto trimestre del 2021 nei soli Stati Uniti.

La ricerca, inoltre, indica che le pandemie hanno le loro origini in diversi microbi trasportati da serbatoi animali, ma la loro apparizione è interamente guidata dalle attività umane. Le cause alla base delle pandemie sono gli stessi cambiamenti ambientali globali che determinano la perdita di biodiversità e il cambiamento climatico. Questi includono il cambiamento dell'uso del suolo, l'espansione dell'agricoltura, l'intensificazione del commercio e il consumo di fauna selvatica.  Questi fattori di cambiamento portano la fauna selvatica, quella domestica e le persone in più stretto contatto, consentendo ai microbi, conviventi con gli animali, a contagiare le persone, sviluppare focolai epidemici e vere pandemie diffuse attraverso reti stradali, metropoli e rotte commerciali globali. Pertanto, conclude il rapporto, Il recente aumento esponenziale di consumo e commercio, guidati dalla domanda nei paesi sviluppati e nei paesi ad economie emergenti, nonché da pressione demografica, ha portato a una serie di malattie emergenti che hanno origine principalmente nello sfruttamento della biodiversità.

Allora, la pandemia da virus Sars-CoV-2 sottolinea l'interconnessione della comunità mondiale e l’emergere di una minaccia rappresentata dalla disuguaglianza globale per la salute, il benessere e la sicurezza di tutte le persone. Mortalità e morbilità dovute a Covid-19 potrebbero essere più alte nei paesi in via di sviluppo, per le difficoltà di accesso all'assistenza sanitaria. Tuttavia, la pandemia da Covid-19 ha colpito drasticamente su larga scala, anche i paesi sviluppati che dipendono dalle economie globalizzate, come gli Stati Uniti d'America e tutti i paesi europei.  Dobbiamo precisare che già nel 2012, nella conferenza organizzata da IPBES con il ministero danese dell'Ambiente presso l'Università di Copenaghen, più di 100 scienziati e responsabili delle decisioni, lanciarono un forte ammonimento sostenendo che per «Affrontare la crisi della biodiversità si richiede una volontà politica che deve essere basata su una solida conoscenza scientifica se vogliamo garantire un futuro sicuro per il pianeta».

Tuttavia, pur essendo questo un tema rilevante per la salvaguardia della salute del pianeta e della salute umana, uno dei limiti che ha impedito di frenare la perdita di biodiversità a livello globale è il gap tra addetti ai lavori, scienziati e politici, la frammentazione delle discipline, la mancanza di una visione sistemica e l’affidamento fideistico a soluzioni tecnologiche lineari, meccanicistiche e verosimilmente riparatrici.

La visione separatrice e riduttiva della natura ha consegnato a specialisti e tecnocrati il potere della conoscenza alimentando la frammentazione e il conflitto tra le discipline, la creazione delle iperspecializzazioni, l’appropriazione da parte di esperti di un numero crescente di problemi vitali, arroccati dietro il baluardo dei loro linguaggi esoterici. Invero, la separazione delle discipline rende incapaci di comprendere la complessità di cogliere «ciò che è tessuto insieme», come gli ecosistemi, le organizzazioni sociali, le culture, la stessa democrazia, con l'effetto di espandere a dismisura i costi del sistema. Secondo il noto filosofo della scienza Karl Popper, la concezione di una natura passiva e manipolabile dalla tecnica, soggetta a leggi deterministiche, non solo rende impossibile l'incontro con la realtà, che è la vocazione della nostra conoscenza, ma mette in discussione la libertà umana. Il premio Nobel Ylia Prigogine, nella sua fondamentale opera «La nuova Alleanza. Metamorfosi della scienza» (Ed. Einaudi 1999) afferma che la scienza ha l'obbligo di impostare un nuovo metodo fondato su un dialogo con la natura, con la sua inestricabile complessità, nella consapevolezza della nostra appartenenza. «Capire la natura - scrive Prigogine - è uno dei grandi progetti del mondo occidentale. Esso non va confuso con quello di controllarla. La conoscenza non solo comporta un legame tra chi conosce e ciò che è conosciuto, bensì esige che questo legame crei una differenza tra passato e futuro». Un dialogo che presuppone il superamento della ragione scientifica contrapposta alla dimensione umanistica.

Lo stesso Prigogine, nel suo saggio «La fine delle certezze» (Ed. Bollati Boringhieri 2014), evidenzia che la scienza classica con il suo meccanicismo rigido, entra in collisione con una cultura politica fondata sulla democrazia; citiamo le sue parole «democrazia e scienze moderne sono eredi della stessa storia, la quale però condurrebbe a una contraddizione se le scienze facessero trionfare una concezione deterministica della natura, mentre la democrazia incarna l'ideale di una società libera»; poi aggiunge «come si può concepire la creatività umana, o come si può pensare l'etica in un mondo deterministico?» Citando Richard Tarnas, Prigogine richiama la passione per l'intellegibilità del mondo occidentale che è quella di «ritrovare la propria unità con le radici del proprio essere».

Fritjof Capra, nel saggio «Il punto di svolta» (Ed. Feltrinelli 1989), sostiene che «la crescita economica, nella nostra cultura, è inestricabilmente legata con la crescita tecnologica. Individui e istituzioni sono affascinati dai miracoli della tecnologia moderna e sono convinti che ogni problema abbia una soluzione tecnologica. Sia che la natura del problema sia politica, psicologica o ecologica, la prima reazione, quasi automaticamente, consiste nel far fronte ad esso applicando e sviluppando una qualche nuova tecnologia». Da cosa nasce questa concezione apparentemente liberatoria? Come ha scritto Marcel Proust in «Sodoma e Gomorra» «Le società come le folle sono dominate dall’istinto d’imitazione e dalla mancanza di coraggio». Oggi siamo al punto di affidare persino i nostri sentimenti e le nostre passioni nelle mani della tecnologia digitale volgendo lo sguardo redentivo verso il moderno «Sacro Graal», il 5G e, con esso, la cosiddetta intelligenza artificiale. Crediamo di trovare amici nel mondo virtuale dei social network, oppure navigando attraverso l’inestricabile reticolo elettromagnetico fatto di wireless, wi-fi, telefonini e iPad. Si evoca il digital divide per sostenere la diffusione della banda larga, per non lasciare orfani gli studenti costretti alla didattica a distanza ma, nello stesso tempo, si evoca il ritorno a scuola per ridare spazio al contatto umano e alla socializzazione. In una delle sue opere più significative - «I sette saperi necessari all’educazione del futuro» (Ed. Cortina Raffaello 2001) - Edgar Morin richiama la situazione paradossale della nostra terra dove «la comunicazione trionfa, il pianeta è attraversato da reti, telefoni cellulari, modem, internet. La coscienza di essere solidali nella vita e nella morte dovrebbe ormai legare gli umani gli uni agli altri.

Tuttavia, l’incomprensione rimane generale». «la comunicazione - prosegue Morin – non produce comprensione […] Vi è il rumore che parassita la trasmissione dell’informazione che crea il malinteso e il non inteso».  E allora da dove proviene questo «rumore»? Esso è prodotto da uno sviluppo tecnologico ingannevole, che non considera affatto la complessità dei sistemi viventi, che non tiene conto delle interrelazioni biologiche e sociali, delle necessità di sopravvivenza, delle relazioni e delle passioni umane. Uno sviluppo tecnologico che guarda solo al profitto fine a sé stesso sfruttando, in modo massiccio, le risorse del pianeta a favore di una minuta percentuale di popolazione. «Le attuali tecniche – ha scritto il medico igienista Aldo Sacchetti in «Scienza e coscienza: l’armonia del vivente» (Arianna Editrice 2006) – interferendo nella biosfera anche a livello microscopico, lacerano, sconvolgono, falsificano, in profondo il continuum informativo tessuto dalla vita nel tempo e nello spazio».

Purtroppo nell’economia prevale ancora la ricerca ossessiva di produttività, con l’obiettivo prevalente di incrementare il valore per gli azionisti, scaricandone i costi sulla collettività. Questa cultura, figlia del paradigma meccanicistico, si rivela nell’equazione crescita dell’economia = crescita del benessere, verso una corsa irrefrenabile del PIL. In verità ciò a cui si è assistito negli ultimi decenni è la crescita vertiginosa del capitalismo finanziario e nel contempo delle disuguaglianze, che ha favorito l'arricchimento dell'1% della popolazione americana, dove circa tre milioni di persone hanno accumulato una ricchezza superiore al doppio del restante 80% della popolazione. Ignazio Licata, Direttore scientifico dell'Istitut for Scientific Methodology riferisce di «una spirale ipertroficamente competitiva e unidimensionalmente moneto-centrica che ha ridotto l'economia da ‘scienza dei desideri umani' […] a uno stato esiziale, con l'espulsione progressiva della sostenibilità e dei valori di reciprocità» («Complessità. Un’introduzione semplice» – Di Renzo editore 2018). Affermazioni, queste, molto dure che accendono una profonda riflessione sulle improbabili vie di uscita da una economia finanziaria che ha scardinato il rapporto dell'uomo con la natura e le sue risorse, annichilendo i principi basilari della convivenza civile, entro gli Stati tra gli Stati.

I cosiddetti investitori istituzionali, tra cui le compagnie di assicurazione, i fondi pensione, i fondi comuni d'investimento, i fondi comuni speculativi, controllano le borse di tutto il mondo e sono divenute le maggiori potenze economiche; essi gestiscono sessanta trilioni di dollari, in altre parole l'equivalente del PIL mondiale e influenzano le sorti delle imprese e dei bilanci degli Stati.

Per Herman Daly, fondatore dell'economia ecologica, bisogna ricondurre lo sviluppo sostenibile a tre condizioni generali circa l'uso delle risorse naturali da parte dell'uomo; in altre parole il tasso di utilizzazione delle risorse rinnovabili non deve essere superiore al loro tasso di rigenerazione; l'immissione di sostanze inquinanti e di scorie nell'ambiente non deve superare la capacità di carico dell'ambiente stesso; lo stock di risorse non rinnovabili deve restare costante nel tempo.

L’emergere di un nuovo paradigma fondato su un approccio sistemico e sulla cultura e sulla gestione della complessità, deve necessariamente contaminare anche il campo della scienza economica, il cui compito è migliorare il benessere della società salvaguardando i servizi ecosistemici e i beni comuni, attraverso una riduzione e un’equa ridistribuzione dei consumi, per limitare la nostra impronta ecologica sul pianeta. Tuttavia, la nascita di un nuovo paradigma, come sostiene l’economista Alessandro Cravera, «significa, abbattere i confini delle discipline, i muri delle funzioni, gli steccati dei potentati del pensiero, gli iperspecialismi a favore di un pensiero contaminato, complesso, in grado di generare strategie economiche e aziendali sostenibili e prive di ripercussioni negative future» (A. Cravera – Competere nella complessità – Ed. Etas 2008).  

Riguardo le posizioni in gioco delle parti politiche, concludo con una citazione carica di riflessioni tratta da un passaggio del libro «Sviluppo o salute. La vera alternativa» (ed. Patron), scritto nel 1981 ma di grande attualità, dall’illustre scienziato e medico di sanita pubblica Aldo Sacchetti, del Premio Speciale Firenze Ecologia.

La tutela igienica della vita non sembra davvero riguardare seriamente i grandi partiti politici, il cui tessuto culturale, tutto centrato sulla cardinalità degli interessi economici e dello sviluppo produttivo, è intrinsecamente inadatto a valorizzare e salvaguardare esigenze biologiche incomprimibili quanto ardue a conciliare con siffatti interessi. L’argomento viene accuratamente evitato, preferendosi parlare piuttosto di ecologia che di salute, quando proprio è ineludibile affrontarlo lo si fa in termini di rasserenante sicurezza, vantando indirizzi programmatici, ma astenendosi poi dal farli valere nel concreto delle trattative che periodicamente si susseguono per la formazione dei programmi di governo e degli instabili equilibri di potere ad essi sottesi. Né mai è accaduto che un partito ponesse i problemi di igiene pubblica quale discriminante della propria posizione. Più sconcertante ancora è che perfino quanti sono politicamente preposti all’amministrazione sanitaria spesso non abbiano, o fingano di non avere, chiara consapevolezza delle insidie drammatiche cui oggi – era il 1981 - è sottoposta la salute collettiva.

Per questo, anche se sono passati quarant’anni da quelle considerazioni, circa la stesura del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza, in recepimento del Next Generation EU, resta la seria preoccupazione che dalla crisi scaturita dalla pandemia possano sortire soluzioni tecnologiche e finanziarie che poco hanno a che fare con la salute del pianeta e con la salute e il benessere umano, perché il vero significato della transizione ecologica non ammette compromessi con investimenti che hanno già danneggiato la salute del pianeta e quella umana, ma dovrebbe concentrarsi sulla tutela e sul ripristino dell’ambiente e della biodiversità, anche attraverso un incremento delle aree protette, in particolare sulla tutela dell’igiene pubblica, della salute collettiva, dei beni e del benessere comune, indicazioni queste già insite nell’accordo di Parigi sul clima e sull’Agenda 2030 per lo Sviluppo Sostenibile.

 

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