La ricerca sui macachi raccontata a senso unico

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Se quando si parla di scienza bisogna stare in guardia dalla cosiddetta “false balance”, che mette sullo stesso piano idee bislacche e conoscenze accertate e condivise, quando si tratta di cronaca sarebbe buona pratica giornalistica sentire entrambe le campane per verificare i fatti, soprattutto se riferiti da una fonte che non si può ritenere al di sopra delle parti. Non si può dire che abbiano seguito questo principio Striscia la notizia e il Tg1 (al minuto 20’25"), nei loro recenti servizi sulla vicenda dei 16 macachi dismessi dall’Università di Modena e Reggio Emilia e affidati alla LAV per essere mantenuti nel centro di Semproniano, in provincia di Grosseto. In entrambi i casi si è infatti data voce solo alla versione, in diversi punti falsa o tendenziosa, degli animalisti, senza alcun contraddittorio da parte dei ricercatori o delle autorità accademiche.

I fatti si riassumono in poche parole. A conclusione di un ciclo di ricerca sulla coordinazione tra testa, occhi e padiglione auricolare nell’orientamento verso stimoli acustici, importante nello studio dell’autismo, il gruppo di ricerca emiliano ha deciso di non proseguire oltre: già molti i dati raccolti su cui lavorare a tavolino, pochi invece i fondi pubblici per la ricerca di base. E mantenere gli animali, soprattutto i primati, costa. Per questo gli studiosi hanno deciso di rinunciare alla loro colonia di macachi, l’unica esistente nelle università italiane.

È stata quindi cercata dall’ateneo, già dalla primavera del 2015, una possibile soluzione per l’affidamento degli animali. Quella proposta dalla LAV è risultata idonea ai requisiti richiesti, mentre altre alternative sembravano più difficili da praticare. Nessun “braccio di ferro”, come si è detto in televisione, contro l’università che “voleva continuare la sperimentazione”, ma un normale accordo definito, tra l’altro, molti mesi fa. Nemmeno una notizia di attualità, quindi: sebbene il passaggio di custodia degli animali sia avvenuto a luglio, se ne parla solo oggi, a distanza di mesi, ignorando i patti secondo cui la comunicazione al pubblico sarebbe dovuta essere concordata tra le parti per evitare possibili strumentalizzazioni, che si sono poi puntualmente avverate.

Nessuna “vittoria” degli animalisti

Entrambi i programmi televisivi, infatti, hanno presentato l’evento come una vittoria del movimento animalista sul mondo della ricerca. In una lettera rivolta al direttore del Tg1 Mario Orfeo, che si può sottoscrivere nella piattaforma di petizioni change.org, l’associazione Pro-Test Italia lamenta che anche questa volta non sia stato dato all’università il diritto di replica. A parlare solo la solita Michela Kuan, anima “scientifica” della LAV, laureata in biologia secondo cui (cito testualmente dal servizio del principale telegiornale nazionale), ai macachi sottoposti a sperimentazione sarebbero inseriti “elettrodi per levare quelli che sono i movimenti dei neuroni, quello che è il movimento legato all’ottico, addirittura agli arti artificiali”.

A parte il fatto che i neuroni non si muovono, come ogni alunno della scuola primaria sa, la Kuan afferma che “i primati sono utilizzati ‘sempre’ per sperimentazioni molto invasive, collegate per esempio al cervello, un organo così sensibile, così importante”. In realtà, quasi il 70 per cento dei primati usati per la ricerca in Europa servono per la tappa finale di verifica della sicurezza dei farmaci, prima che si passi a sperimentarli sugli esseri umani, come si può vedere in questo rapporto. Molti altri sono usati nelle scienze di base per studiare i comportamenti e l’apprendimento. “In molti studi di neuroscienze vengono, è vero, usati elettrodi intracerebrali – precisano i ricercatori, – ma è una pratica del tutto indolore. Non solo perché, al contrario di quel che intuitivamente si può pensare e che vuol far credere la Kuan, il cervello non è affatto un organo sensibile – anzi, non possiede nemmeno recettori dolorifici – ma perché questi impianti vengono inseriti nel corso di interventi chirurgici in anestesia generale, così come si fa nei molti pazienti con morbo di Parkinson che, grazie a questa linea di ricerca, hanno recuperato il controllo dei loro movimenti”. Attraverso la ricerca nei primati, non in una provetta, si potrebbe ugualmente arrivare a trovare soluzioni per altri gravi malattie e condizioni neurologiche. Per esempio, uno studio recentemente pubblicato su Nature apre la speranza di ridare in futuro la possibilità di camminare a persone paraplegiche: ci si è riusciti proprio su due macachi con lesioni spinali, a cui è stato impiantato un dispositivo che rimette in comunicazione il cervello con il midollo danneggiato.

È a queste situazioni che pensano i ricercatori, quando lavorano con gli animali, non per il gusto di tenerli in gabbia o sottoporli a esperimenti. Un’altra falsità per esempio è che gli animali tenuti all’Università di Modena e Reggio Emilia, fino al momento di arrivare al rifugio della LAV, fossero chiusi in strutture da cui non potevano vedere la luce del sole. Come si può vedere in questo video di Pro-Test girato un paio di anni fa, in occasione di un altro attacco al centro emiliano, lo stabulario in realtà aveva una parte interna climatizzata sia per il caldo sia per il freddo, dove gli animali si potevano riparare, e una esterna a cui i macachi potevano liberamente accedere tramite una porta basculante.

Non apparivano sofferenti ed erano in ottime condizioni di salute, come hanno certificato i veterinari della LAV quando li hanno presi in carico.

Qualche richiamo alla realtà dei fatti

Eppure non è questa l’impressione che lasciano i due servizi. E se quello del Tg1 contiene inesattezze, quello di Edoardo Stoppa a Striscia la notizia snocciola una lunga serie di bugie, di cui un post sul blog di Pro-Test fa un elenco dettagliato. La prima cosa da far notare, come sempre, è l’uso che si continua imperterriti a fare della parola “vivisezione”: un termine che richiama vere e proprie “torture” degli animali – a cui allo stesso modo si continua a far riferimento -, quando si sa perfettamente che il benessere degli animali da esperimento è protetto da una legislazione severissima e che qualunque procedura anche solo minimamente dolorosa deve essere condotta, tranne casi particolarissimi, in anestesia. Se poi non si vuole proprio credere al fatto che gli scienziati non sono sadici torturatori, si pensi almeno al fatto che avere un animale sofferente non è nel loro interesse, perché produrrebbe risultati scientifici distorti e non affidabili.

Negli stessi servizi si sottolinea poi, come fosse ragione di scandalo, che i macachi attualmente ospitati in Toscana non sono nemmeno mai stati usati per la sperimentazione. “Questo è vero – conferma la ricercatrice che conduceva gli studi -. La colonia era tenuta a disposizione per la ricerca. Prima di ogni studio occorre chiedere l’autorizzazione per l’utilizzo di un determinato numero di animali, specificando le procedure a cui verranno sottoposti, il grado di invasività delle stesse e così via. Questi non erano ancora stati usati”. Ma non erano stati sottratti alla natura e tenuti inutilmente in cattività: per ragioni di affidabilità e sicurezza gli animali usati nei laboratori non sono catturati nelle foreste o, come si dice dei cani, raccolti tra i randagi, ma devono provenire da allevamenti certificati che ne garantiscano la provenienza, l’origine, la salute e la storia da generazioni.

All’Università di Modena e Reggio Emilia inoltre gli animali non erano affatto isolati, come è stato detto, ma vivevano in comunità. Il decreto 26/2014 che ha applicato in Italia la direttiva europea ha poi costretto a separare i maschi dalle femmine, per impedire la riproduzione, vietata dalla norma che impedisce l’allevamento di primati, cani e gatti a scopo di ricerca in Italia.

Non è bello giocare con i numeri

In entrambi i servizi poi si gioca un po’ con i numeri. La dottoressa Kuan parla di 700.000 animali utilizzati ogni anno in Italia, guardandosi bene dal precisare che, secondo i dati pubblicati sulla Gazzetta ufficiale, su 691.666 animali usati nel 2014nel nostro Paese, 615.266 sono ratti e topi, 28.215 sono polli (per esempio pulcini di cui si studia il comportamento prima che siano ceduti all’esterno), 17. 099 sono porcellini d’India, mentre i 454 primati rappresentano solo poco più dello 0,06% del totale.

Si fa anche un po’ confusione con numeri e specie dei primati stessi. Per sostenere che l’uso dei macachi è aumentato si fa riferimento ai 302 esemplari usati nel 2012, senza contare che nello stesso anno furono usate anche 35 “scimmie del nuovo mondo”. Se invece, in maniera più corretta, il confronto si fa con l’anno precedente a quello considerato, cioè il 2013, si vede che in quell’anno sono state usate 459 scimmie “del vecchio mondo”, sostanzialmente macachi, e 56 cebidi “del nuovo mondo”, come callithrix, per un totale di 515 primati. Oltre 60 in più dei 454 (448 macachi e 6 callithrix) utilizzati nel 2014, che registra quindi un netto calo nell’uso totale dei primati rispetto all’anno precedente. Nello stesso periodo il numero di cani si è ridotto da 300 a 191 e quello totale degli animali usati nei laboratori è calato in 12 mesi del 4,4%, scendendo per la prima volta sotto la soglia dei 700.000 citati dalla Kuan.

Ma il culmine dell’assurdità nel servizio di Striscia si ha con l’affermazione secondo cui gli animali vengono “uccisi onde evitare di lasciare tracce dei danni permanenti procurati”.  Nella realtà, gli animali, non fosse altro che per il loro costo, vengono sacrificati solo alla fine degli esperimenti se questo è indispensabile per la raccolta di dati che non possono essere ottenuti diversamente. Ogni procedura, compresa questa, deve essere autorizzata dal Ministero della Salute con il parere dell’Istituto Superiore di Sanità. In altri casi, se i test a cui erano stati sottoposti non erano particolarmente invasivi, per esempio studi di psicologia comportamentale, gli animali, secondo la nuova direttiva europea, possono essere riutilizzati per altri esperimenti, al fine di ridurre il numero totale di animali coinvolti.

Tanto per confondere un po’ le acque, Striscia la notizia inserisce infine nel servizio sui macachi di Modena anche un aggiornamento su quelli del CNR di Roma, di cui la trasmissione satirica si era già occupata in passato.

Lo Stabilimento Primati non umani del CNR, avviato nel 1981 è stato autorizzato con un decreto ministeriale nel 1994, riconfermato nel 2012. Ospita due tipi di scimmie, Macaca fascicularis Callithrixjacchus, tutti nati in cattività presso lo stabulario stesso.

Alcuni animali sono portatori sani di un virus innocuo nelle scimmie, ma che può essere molto pericoloso per gli esseri umani, l’Herpes virus-B. Per questo devono essere custoditi in una struttura che garantisca le giuste misure di sicurezza e personale addestrato, come accade nel centro romano. Qui, dal 2013, non si svolge attività di ricerca, ma solo di mantenimento e cura degli animali, accuditi da una ditta specializzata e controllati dal punto di vista psico-fisico da un veterinario designato e dal responsabile del benessere animale incaricato di questo compito.

“Per la colonia di macachi risultata negativa all’Herpes virus B è stato invece individuato un Centro di recupero per la difesa degli animali all’interno della Comunità Europea, per cui sono già state avviate tutte le pratiche burocratiche e sanitarie previste dalla legislazione per la movimentazione di animali in Europa – spiegano i responsabili del centro di Roma -. Per quanto riguarda la ricollocazione delle Callithrix, sempre tramite il suddetto Centro di Recupero, si stanno prendendo accordi con un giardino zoologico europeo che sta preparando una struttura adatta ad accoglierle”.

Nessun braccio di ferro, nessun complotto. Se proprio non si vogliono riportare le opinioni di chi lavora sul campo, bisogna almeno attenersi ai fatti.

 

Pubblicato su www.research4life.it il 12 dicembre 2016.  

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