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Ricerca e innovazione nel "Progetto Monti"

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Come è noto il Progetto che il Presidente Monti ha affidato al paese per proseguire la sua opera parla anche di Scuola, Università, Ricerca, Cultura e di Rivitalizzare la vocazione industriale dell’Italia.

Prima di entrare nel merito e necessario riprendere testualmente questi messaggi:

Incominciamo intanto dal tema relativo alla “Ricerca e Innovazione”.

“E’ prioritario accrescere gli investimenti  nella ricerca e nell’innovazione incentivando in particolare gli investimenti nel settore privato, anche mediante agevolazioni fiscali e rafforzando il dialogo tra imprese e università. Bisogna rendere le università e i centri di ricerca italiani capaci di competere con successo per i fondi di ricerca europei, sulla scorta del lavoro avviato nei mesi passati. “

Questo concetto è ripetuto nel capitolo dedicato a “rivitalizzare la vocazione industriale dell’Italia” dove si afferma infatti che “occorre aumentare gli investimenti in ricerca e innovazione attraverso il credito strutturale di imposta”.  Potrà sembrare strano, ma nel testo del Progetto le parti dedicate al tema Ricerca-Innovazione, ecc. non vanno oltre a queste due battute. Manca, in proposito, solo la citazione del possibile aiuto "alle nuove piccole imprese innovative facendo emergere un mercato dei capitali di rischio". Ci sono poi una serie di battute dedicate alla scuola, all’università al capitale umano per i quali il centro dell’intervento ruota intorno al principio che “Man mano che si riduce il costo del debito pubblico e si eliminano spese inutili, possiamo creare nuovi spazi per investimenti nell’istruzione.” 

Il Sen. Monti ha inteso questo suo Messaggio come un dovere verso la Nazione, come una serie di indicazioni “per non buttare a mare i grandi sacrifici fatti dal popolo italiano”. Nello stesso spirito da parte nostra sembra doveroso che – almeno per quanto riguarda la questione Ricerca-Innovazione – il messaggio sia ancora, se possibile, più chiaro.

Per incominciare occorre ricordare che in questi stessi giorni il ministro della pubblica istruzione avvertiva – buon ultimo – che per il 2013 ci poteva essere il ragionevole rischio che un numero sensibile di Università avrebbero potuto chiudere per collasso finanziario. Nel frattempo svariati Enti pubblici di ricerca stavano seguendo le vicende di quote di ricercatori precari a rischio del posto del lavoro dopo che alcune centinaia erano già stati persi negli anni precedenti. In parallelo ci si apprestava a ridurre gli abbonamenti alle pubblicazioni scientifiche, altri ad approfittare della vacanze di Natale per aumentare i giorni di chiusura e ridurre le spese di riscaldamento, altri a come motivare la rinuncia alla partecipazione a Convegni o a bandi non avendo il coraggio di confessare di non avere i soldi per le missioni, ecc. Un mondo del tutto diverso da quello disegnato da Monti che, peraltro, per tutto ciò che è pubblico non sembrerebbe avere una particolare attenzione o interesse che non sia – stando ai fatti – per la loro chiusura  o privatizzazione.

La prima osservazione è che evidentemente tutti gli addetti alla ricerca pubblica a tutti i livelli guarderanno a Monti come forse ad un tecnico, ma certamente Marziano.

La seconda osservazione nasce dal fatto che, mentre si riconosce come prioritario la necessità di accrescere gli investimenti nella ricerca e nell’innovazione, si precisa poi che questo obiettivo si raggiunge  “…incentivando in particolare gli investimenti del settore privato….”. Visto che il Sen. Monti accetta in questo caso di immaginare un intervento pubblico in economia che abbia il senso del trasferimento finanziario e considerato inoltre che, giustamente, si batte contro le spese pubbliche inutili, sarà bene verificare questo tipo di intervento da lui suggerito.

Che il nostro sistema industriale investa in ricerca molto meno degli altri sistemi industriali è questione nota da decenni. Correggere questa differenza con degli incentivi pubblici implica l’assumere due ipotesi, non necessariamente alternative, ma che almeno una deve risultare corretta: la prima consiste nel fatto che  il nostro sistema delle imprese riceve dal pubblico in materia di R&S minori aiuti rispetto a quelli ricevuti delle imprese degli altri paesi, venendosi a trovare così in condizioni di sfavore. La seconda ipotesi presume che i nostri imprenditori siano presi da una improvvisa crisi di avarizia autolesionistica tutte le volte che si presenta un possibile investimento in ricerca. La prima ipotesi è smentita dai fatti, basta leggere le statistiche; la seconda la lasciamo a Monti perche noi ne abbiamo una terza del tutto differente e cioè che quella differenza di spesa in ricerca tra le nostre imprese e le altre non esiste se solo i confronti vengono fatti con un minimo di intelligenza e cioè a parità di dimensione d’impresa e a parità di specializzazione produttiva. Così facendo si vedrà che la terapia per le nostre imprese non è di natura psicopatica. Ma si dovrà allora constatare che quella difficoltà competitiva che anche Monti rileva non può essere affrontata con qualche incentivo. Ci vuole ben altro per cambiare la specializzazione produttiva, ci vuole qualcosa di cui non c’è traccia nel Messaggio per il futuro e tanto meno nelle politiche attuate in questi mesi dal Sen. Monti. Poiché tutto l’impianto del Messaggio di Monti è finalizzato al superamento della divergenza economica e sociale del nostro paese dal resto dei soci europei, per quanto riguarda la questione della ricerca/sviluppo/competitività ci sembra di poter sostenere che con questa cura il nostro sistema produttivo continuerà a declinare. A questo punto bisognerebbe dimostrare che, invece, la divergenza economica e sociale (e culturale) si potrà ridurre, magari anche privatizzando il sistema della ricerca pubblica.

Auguri, attendiamo. Ma il Messaggio presentato alcune settimane fa su questa materia, su Scienzainrete e su Roars, ci sembra - senza pretendere alcun confronto irriverente - più convincente. 

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