Resilienza e adattamento dopo le catastrofi

Read time: 8 mins

L'uragano Irma colpisce la Biscayne Bay a Miami il 10 settembre 2017. Credits: Wilfredo Lee / AP.

Come ormai saputo da sempre più persone, prevenire è meglio che curare e  l’invito a ricorrere alla prevenzione viene ripetutamente fatto l’indomani delle cronache di morti annunciate delle quali sono ricchi i mezzi di comunicazione.

Realisticamente, però, è anche vero che come non tutto si può prevedere, non sempre e tutto si può prevenire. Le cause di rischio – spesso amplificate nelle dinamiche naturali da improvvide azioni umane - sono molte e varie. E il rischio dipende non solo dalla possibilità che un evento catastrofico si verifichi, ma anche, talora soprattutto, dalla vulnerabilità dell’area esposta, cioè dalla quantità di presenze umane.

Il rischio, dunque, essendo strettamente collegato con la possibilità di misurare un danno,  si riferisce quasi esclusivamente all'uomo, ai suoi insediamenti e alle sue attività produttive. Di conseguenza il rischio è amplificato dai livelli di antropizzazione del territorio esposto.

Calcolare il rischio

Pertanto un insediamento umano che voglia affrontare in modo razionale il problema deve innanzi tutto valutare la pericolosità del proprio territorio relativamente al rischio o ai rischi ai quali è esposto. Per farlo è molto utile anche il ricorso ai documenti storici e d’archivio, e l’applicazione di metodologie statistiche ai dati ottenuti. In questo modo è possibile determinare gli intervalli di tempo medi (detti anche periodi di ritorno) con cui un dato fenomeno tende a riproporsi. 

Il censimento di tutto ciò che è stato costruito dall’uomo, e delle sue caratteristiche costruttive, consente di valutare la vulnerabilità del territorio al manifestarsi di questi eventi. La stima economica dei danni prevedibili, effettuata in base alla vulnerabilità del costruito e all’uso del territorio non costruito (agricoltura, pastorizia o altro), insieme con la stima della relativa perdita in vite umane, consente, infine, di dare una valutazione complessiva del rischio cui la comunità considerata è esposta da parte di un determinato evento naturale.

Con questi dati a disposizione la comunità può decidere se il rischio così calcolato è più alto di quello che è disposta ad accettare e, se la risposta è affermativa, deve prendere misure che riportino il rischio entro i limiti ritenuti accettabili. Non potendo interferire con la pericolosità e la probabilità che un rischio si manifesti, la pianificazione urbanistica e territoriale deve doverosamente intervenire sulla vulnerabilità.

Dopo il disastro, che fare?

D’altra parte un fenomeno naturale potenzialmente calamitoso come  un terremoto o un’eruzione vulcanica, non deve essere visto solo come una sciagura da subire o dalla quale fuggire. Per migliaia di anni questo è stato l’unico possibile approccio, ma oggi è sempre più diffusa la consapevolezza di poter convivere con molti fenomeni naturali riducendone la pericolosità. E, poiché, come abbiamo visto, molto della gravità degli effetti di un evento naturale dipende dalla presenza di esseri umani e dei suoi prodotti materiali e immateriali, bisogna anche riflettere su una categoria particolare di rischio che è quella del rischio accettabile. Può sembrare sgradevole il concetto di accettabilità, ma è così.

Insomma su un pianeta fragile e vulnerabile come la Terra e la cui vulnerabilità aumenta con l’ancora inarrestabile crescita della popolazione, il problema non è solo come prevenire e difendersi, ma è anche “dopo il disastro che fare?”.

Le risposte sono due e rientrano nei concetti (e nelle pratiche) della resilienza e dell’adattamento concetti e pratiche che hanno a che fare con la fisica e la biologia ma che sono perfettamente applicabili al genere umano.

La resilienza

La resilienza è la capacità di un materiale di resistere a urti improvvisi senza spezzarsi e di riprendere la sua forma originaria. Naturalmente non tutti i materiali hanno questa possibilità e non tutti allo stesso modo. Ma se il “materiale” è quello umano e, quindi, dal campo della fisica si entra in quello delle scienze sociali, che cosa succede agli esseri umani dopo uno shock traumatizzante? Dopo un disastro naturale, dopo un attentato terroristico con il loro carico di morti e danni materiali? Le reazioni sono diverse; la ricostituzione dello stato originario (la resilienza) avviene in modi e tempi diversi e consiste nella capacità umana di affrontare le avversità della vita, superarle e uscirne trasformati o addirittura rafforzati.

Innanzitutto diversa è la reazione se lo shock colpisce soggetti “preparati”. Soggetti, cioè, che, per averne già vissuto l’esperienza, ne hanno la percezione, “sanno di che si tratta”. Un terremoto in Giappone, California, Irpinia, Friuli, Belice ha effetti diversi, profondamente diversi sugli abituali residenti di queste aree geografiche e su quanti, residenti in zone non sismiche, vi si dovessero trovare per caso a subire l’evento. Altrettanto vale per attentati terroristici e altri fenomeni calamitosi naturali e/o d’origine umana.

La percezione del rischio, basata su esperienze vissute, è una discriminante importante nel determinare tempi e modi della resilienza. E, al contrario del materiale “fisico”, quello umano può non farcela da solo a riprendersi. Ha bisogno di un aiuto. Dopo un terremoto non si ricostruiscono solo le case: più impegnativo talora è ricostruire le menti, le coscienze turbate, talora sconvolte dall’evento.

In conclusione è importante introdurre il concetto di resilienza come ulteriore elemento di gestione del rischio durante e dopo il suo verificarsi.

Pensare ai superstiti

Il concetto è nato negli Stati Uniti e se ne è cominciato a riparlare  con particolare attenzione dopo la sciagura delle torri gemelle. Ma il problema è sempre vivo e incombente perché si propone l’indomani di ogni disastro: specialmente dopo i disastri naturali: terremoti, e eruzioni vulcaniche, uragani, in modo particolare.

L’eccezionale numero di vittime in eventi come l’attentato alle torri gemelle; i terremoti in Belice, Friuli, Irpinia; l’uragano Katrina, gli tsunami nelle Filippine e in Giappone, quelle provocate (mentre scrivo) dagli uragani nell’America centrale e dal tremendo terremoto in Messico, questo numero, per quanto elevatissimo sottostima la realtà perché non tiene conto delle “vittime superstiti”, dei sopravvissuti agli eventi disastrosi. Non tiene conto, cioè di quanti per anni avranno negli occhi e nella mente l’aereo che trapassa le torri, la scossa che scuote le abitazioni e quanto c’è dentro, il vento che solleva auto e case, il mare che travolge tutto quanto trova lungo la sua strada. 

L’obiettivo per chi si propone questo “aiuto” è di non far perdere la memoria delle vittime, ad essere un punto di riferimento per i sopravvissuti e uno stimolo per le istituzioni con appelli, denunce preventive, controlli.

È un obiettivo importante, ma se il recupero della memoria è soprattutto importante per evitare che si ripetano certe sciagure, per i sopravvissuti vi sono anche altri problemi legati al modo in cui si esce dalla sciagura. È, appunto, quella che si chiama “capacità di resilienza” che consente di reagire di fronte alle situazioni di sofferenza. 

Come si vede, l’approccio e l’approfondimento del discorso sulla resilienza sono di ordine squisitamente socio-psicologico e riguardano il comportamento degli esseri umani come risposta ad una sofferenza scatenata da un evento doloroso. 

Le comunità davanti al cambiamento climatico

Ma non è solo l’essere umano a trovarsi di fronte a questo problema in seguito ad un evento traumatizzante. Lo sono anche l’economia, la società nel suo complesso o una più piccola comunità; lo è la politica internazionale o locale. Possono esserlo anche, e lo sono specialmente a valle di un evento calamitoso, l’ambiente e il territorio.

In conclusione la resilienza si può considerare una pratica la cui preparazione dà abbastanza per scontato che un evento si manifesti col suo carico di pericolosità e che dopo aver fatto danni e vittime restano non solo da “riparare” i danni e ricostruire il distrutto, ma restano da recuperare i superstiti alla loro vita precedente. 

Adattarsi per sopravvivere

I milioni di persone che mentre scrivo (sono le 17 del 9 settembre 2017) stanno evacuando le aree minacciate dall’uragano Irma sapevano bene che esse quasi ogni anno e verosimilmente sempre più di frequente in futuro, vivono in zone di estrema vulnerabilità e di enorme esposizione a questo rischio. Non per questo hanno desertificato quei territori. Si sono adattati a questa situazione; hanno costruito barricate a difesa dei loro beni immobili con la speranza che quando vi torneranno tra qualche giorno possano trovare il meno distrutto possibile.  E questo è un esempio che riguarda “solo” alcuni milioni dei 7,5 miliardi di abitanti della Terra. Altri se ne potrebbero fare per altri casi con numeri comunque “piccoli”. Ma c’è una situazione che può coinvolgere la Terra nella sua interezza e la totalità dei suoi abitanti che, nel frattempo potrebbero essere diventati 10 miliardi. È il fenomeno, chiamiamolo così, dei mutamenti climatici alle cui conseguenze o ci si adatta o ci estinguiamo.

Adattarsi, dunque. Che non è assuefazione o rassegnazione

Il termine adattamento in biologia si riferisce alla facoltà degli organismi viventi di mutare i propri processi metabolici, fisiologici e comportamentali, consentendo loro di adattarsi alle condizioni dell'ambiente nel quale vivono. Come ha ricordato Piero Angela, in una citatissima frase, “la storia della vita sulla Terra è la storia dell’adattamento all’ambiente. Attraverso una serie di mutazioni e di selezioni, le specie vegetali e animali si sono continuamente adattate all’ambiente in trasformazione, trovando ogni volta le soluzioni giuste per sopravvivere nei climi più diversi. Chi non si adattava si estingueva”.

C’è, poi, una specie – quella umana - che ha ritenuto di modificare questa tendenza cercando di adattare l’ambiente alle sue esigenze. Lo sta facendo da almeno dodicimila anni e, paradossalmente, per il modo in cui nell’ultimo centinaio di anni ha portato avanti questo processo, rischia di estinguersi. A meno che non riesca ad adattarsi alle mutate situazioni che ha provocato forzando la natura che non ne vuole sapere.

Quello dei mutamenti climatici sempre più evidentemente provocati da comportanti umani è l’esempio più calzante. Se, per esempio, si continuasse ad accumulare in atmosfera una intollerabile quantità di anidride carbonica e altri gas serra, sarebbe inevitabile l’innesco irreversibile di quella catena di eventi che va dall’aumento delle temperature, allo scioglimento dei ghiacciai all’innalzamento del livello di mari ed oceani, alla sommersione delle terre costiere. Cioè alla sesta estinzione.

Allora quale può essere il ruolo dell’adattamento rispetto al modificarsi delle condizioni esterne? L’obiettivo è duplice: non estinguersi e adattarsi a vivere nel migliore dei modi possibile, nel migliore dei mondi possibile. In questo senso il concetto di adattamento può  meglio “adattarsi” e intendersi come la capacità che hanno gli organismi viventi – gli esseri umani, in questo caso -  di sopravvivere all'ambiente che cambia continuamente, in maniera più o meno prevedibile. In biologia questo variare è anche causa e risultato di una selezione naturale. Non lo è né deve esserlo (ma il rischio non è remoto) nel caso di una “popolazione” di esseri umani.

 

altri articoli

Una meravigliosa pelle transgenica per il piccolo Hassan

Colonie generate da un oloclone 1 © CMR Unimore - Credits Sergio Bondanza and Francesca La Mantia.

Sicuramente avrete già sentito la storia del bimbo-farfalla, così soprannominato per la fragilità della sua pelle, guarito grazie al trapianto di cellule staminali transgeniche. Sicuramente vi avrà colpito, come è successo a me, il lato fiabesco della vicenda: un bambino siriano figlio di profughi rifugiati in Germania affetto da un male oscuro e incurabile che viene salvato non da un prode cavaliere ma da uno straordinario scienziato che, a onor del vero, con barba e folti capelli bianchi somiglia più a un mago, se vogliamo mantenerci in ambito fiabesco.