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La ragione della narrazione

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Questa intensa opera di Giuseppe O. Longo (Il senso e la narrazione, Springer, Milano, 2008, pagg. 209, € 20), pubblicata nella bella collana "I blu" di Springer, riprende e approfondisce temi a lui cari, e in parte già proposti nei suoi lavori precedenti. Qui, in particolare, il filo conduttore è quello del potere conoscitivo della scienza, dell'importanza della narrazione, della ricerca di senso. L'autore, che è scienziato oltre che saggista e narratore, non intende sminuire l'importanza della conoscenza scientifica, ma si oppone piuttosto alla sua pretesa di ergersi a unica modalità di conoscenza accettabile: una pretesa che egli ritrova in molti di coloro che oggi fanno scienza e parlano di scienza.

Alla conoscenza scientifica viene così affiancata, in quest'opera, la conoscenza narrativa di un mondo che appare irriducibile nella sua complessità. "Tutte le descrizioni" - afferma l'autore - "sono complementari, nessuna esaurisce il mondo. A volte il mondo può essere approfondito meglio da un romanzo che da un trattato, perché nel romanzo non si corre il rischio dell'amputazione riduzionistica tipica del metodo scientifico - il romanzo presenta altre forme, non di amputazione, bensì di condensazione" (pag. 44). Anche perché non si tratta di contrapporre una conoscenza - quella narrativa - di tipo soggettivo a una conoscenza - quella scientifica - di tipo oggettivo. "Scienza e romanzo offrono conoscenze diverse: diverse come intenzioni e diverse come esiti, ma entrambe intersoggettive. [...] Una letteratura puramente soggettiva non potrebbe esistere, o meglio sarebbe incomunicabile; allo stesso modo, una scienza puramente oggettiva non potrebbe esistere, perché ogni conoscenza postula un soggetto ce di quella conoscenza sia titolare e protagonista attivo e, insieme, ascoltatore filtrante e costruttivo" (pag. 81).

L'intero volume è strutturato come una appassionata e appassionante argomentazione a favore della conoscenza narrativa: una argomentazione che non teme di camminare sull'orlo del paradosso, utilizzando a proprio favore un procedimento che privilegia "la ragione e il giudizio" (pag.155) per segnalare i limiti di un pensiero rigorosamente razionale, un procedimento che fa ampio uso di conoscenze scientifiche.

Così, ad esempio, le categorie a priori di reminiscenza kantiana sono definite come "categorie di origine fisico-biologica, perché sono basate sulla nostra fisiologia e sull'interazione coevolutiva con l'ambiente in cui questa fisiologia si è sviluppata e raffinata. I determinanti chimico-fisici dell'ambiente (la carica dell'elettrone, la massa del protone, l'abbondanza relativa degli elementi, la forza di gravità...) si sono inscritti nel corpo e sono compendiati nella sua struttura e nelle sue funzioni" (pag. 93). E "i meccanismi percettivi e cognitivi sono quelli che sono perché nel corso dell'evoluzione sono stati selezionati in base al loro valore di sopravvivenza" (pag.156).

Più esplicitamente ancora, verso la fine di quello che darwinianamente potremmo definire "un lungo ragionamento", l'autore ci propone un'affermazione di sapore, appunto, strettamente scientifico: "Se accettiamo la lezione darwiniana, dobbiamo ammettere che la nostra mente, al pari di quella degli altri animali, serve a mantenerci in vita nel mutevole ambiente che di volta in volta ci circonda: il parametro di valutazione della mente non è la sua capacità di raggiungere la verità, ma la sopravvivenza della specie. [...] Di fatto siamo animali e la nostra mente è un prodotto dell'evoluzione al pari dell'apparato digerente" (pag. 166).

Ma è proprio utilizzando anche affermazioni come questa - accanto a irruzioni narrative nello schema dell'argomentazione razionale - che l'autore giunge a riconoscere l'importanza conoscitiva della narrazione, con un procedimento che irresistibilmente fa pensare alla penultima proposizione del Tractatus di Ludwig Wittgenstein: "Le mie proposizioni illuminano così: Colui che mi comprende [...] deve, per così dire, gettare via la scala dopo essere asceso su essa. [...] E' allora che egli vede rettamente il mondo" (prop. 6.54). D'altra parte, anche i trattati scientifici sono, per l'autore, "narrazioni del secondo ordine", ossia "sublimati di narrazioni del primo ordine" (pag. 70)...

Il volume, per quanto si è detto, non può chiudersi su di una verità forte e immutabile. "Siamo animali opportunistici, che tendono tuttavia ad assolutizzare i loro strumenti occasionali. La mutevolezza storica di questi strumenti [...] dovrebbe infonderci una buona dose di autoironia. Forse ci prendiamo troppo sul serio" (pag. 166). Dietro questa conclusione, però, si nasconde "una struggente nostalgia: abbiamo perduto un bene prezioso, un luogo d'osservazione assoluto da cui la vista spaziava e il mondo ci appariva uno" (pag. 91): una nostalgia di assoluto, di ineffabile che, ancora una volta, fa pensare a Wittgenstein: "V'è dell'ineffabile. Esso mostra sé, è il Mistico" (prop. 6.522). "Forse nessuno è mai stato felice, di questa specie infelice che è l'uomo: vive nel finito e vorrebbe abitare l'infinito" (pag. x).

C'è un aspetto particolare, una dimensione di questa nostalgia di assoluto che incontriamo già nel titolo del volume: la ricerca, l'esigenza di senso. Ma il riferimento alla scienza sembra per un momento naturalizzare e sminuire questa necessità profonda. "La necessità di senso, la sua ricerca, la passione per gli dèi e per l'anima, il bisogno di assoluto: sono tutte creazioni della mente officina: illusioni, chimere. Basta uno spostamento micrometrico, un intoppo molecolare, un trauma infinitesimo, una variazione elettrochimica minuscola e tutte queste idee svaniscono: allora la nostra vita, di ciascuno e di tutti, dall'anellide a Darwin, è priva di senso? E' una partita giocata su una scacchiera sghemba da due scacchisti idioti: il Caso e la Necessità? Eppure..." (pag. xi).

In questo "eppure", in questa frase sospesa è racchiusa la ragione più profonda - ma anche, forse, il limite invalicabile - della narrazione come ricerca di senso. "Forse il mondo è congegnato in modo che del senso possiamo scorgere solo un bagliore, udire solo un bisbiglio, avvertire solo l'eco, il fremito lontano. [...] Del resto, l'unica cosa di cui ci interessa parlare è l'indicibile, il resto è stato detto, è vuoto: è stato riportato nel territorio solcato e preciso del dicibile, del numerabile, del traguardabile: ha perso il senso. E' nell'indicibile che cerchiamo il senso" (pagg. xiii - xiv).


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