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Quando la scienza deve parlare: l'ecocidio nella Striscia di Gaza

Gaza a febbraio 2025

Parlare di ambiente mentre a Gaza si consuma una catastrofe umanitaria può sembrare inappropriato. Eppure la distruzione ecologica è parte integrante della violenza, perché acqua, suolo e aria contaminati e compromessi prolungano nel tempo i danni alla salute e alla vita delle comunità. Il concetto di ecocidio offre una chiave per comprendere la portata strutturale del disastro e le responsabilità che ne derivano. E anche per questo la comunità scientifica è chiamata a documentare e denunciare ciò che accade.
 

In copertina: Gaza City a febbraio 2025. Crediti: Jaber Jehad Badwan/Wikimedia Commons. Licenza: CC BY-SA 4.0

Tempo di lettura: 5 mins

Può apparire fuori luogo parlare di ecologia di fronte al disastro umanitario nella Striscia di Gaza, una tragedia immane che non è certo il risultato di eventi ‘naturali’. Le operazioni condotte dalle Israel Defense Forces (IDF) sono al centro di accuse di genocidio all’esame della Corte Internazionale di Giustizia, mentre davanti alla Corte Penale Internazionale sono in corso procedimenti nei confronti di esponenti del governo israeliano per presunti crimini internazionali. Nella stessa direzione convergono le prese di posizione di importanti organizzazioni per i diritti umani e di autorevoli società scientifiche di salute pubblica, oltre agli allarmi di esperti ONU.

In questo quadro, la dimensione ambientale non è un elemento secondario, ma è essenziale per comprenderne fino in fondo la gravità della situazione. Ed è anche un modo per riportare sotto i riflettori una tragedia epocale che, spenta l’attenzione mediatica, rischia di diventare rumore di fondo. I conflitti occupano l’attenzione pubblica per un tempo limitato, ma i loro effetti ambientali e sanitari si protraggono ben oltre il ciclo delle notizie. Quando acqua, suolo, aria e sistemi biologici vengono compromessi in modo duraturo e in larga parte irreversibile, gli effetti della violenza sulla salute delle popolazioni sono destinati a perdurare nel tempo. C’è una parola che tiene insieme distruzione ecologica e sofferenza umana, nel presente e nel futuro: ecocidio.

Questo termine compare ufficialmente alla Conference on War and National Responsibility (Washington, D.C., febbraio 1970), per descrivere la distruzione intenzionale e su larga scala dell’ambiente naturale causata da operazioni militari, in particolare dall’uso massiccio di defolianti e bombardamenti durante la guerra del Vietnam. Negli ultimi anni il concetto è stato progressivamente precisato dal lavoro congiunto di studiosi delle scienze ambientali, esperti di diritto internazionale e centri di ricerca interdisciplinari. Nel 2021 una commissione indipendente ha proposto una definizione finalizzata all’inserimento dell’ecocidio tra i crimini perseguibili dalla Corte Penale Internazionale: un atto illecito o arbitrario compiuto nella consapevolezza di una sostanziale probabilità di causare danni ambientali gravi, diffusi o duraturi, tali da compromettere la sopravvivenza delle popolazioni umane. In termini giuridici, l’accertamento ruota attorno a tre profili: la natura e l’entità del danno ambientale (actus reus), l’assenza di un vantaggio militare concreto e diretto e l’elemento soggettivo della condotta (mens rea).

Il concetto di ecocidio consente di leggere i crimini di guerra e contro l’umanità in una prospettiva più ampia, portando in primo piano una dimensione strutturale che può non essere evidente: il nesso tra distruzione ambientale, compromissione della salute e negazione del futuro delle comunità colpite. Quindi, riconoscere un ecocidio significa stabilire che la responsabilità giuridica non si esaurisce negli atti violenti commessi, ma si estende alle conseguenze che inevitabilmente ne derivano nel corso del tempo. 

Guardando alla situazione della Striscia di Gaza, bisogna innanzitutto riconoscere che la distruzione non è iniziata il 7 ottobre 2023. Le sue radici sono più profonde e risalgono a decenni di occupazione militare. Restrizioni alla mobilità, controllo delle risorse idriche e progressivo impoverimento delle infrastrutture civili e ambientali hanno reso il territorio estremamente fragile, accentuando progressivamente le difficoltà e la precarietà delle condizioni di vita della popolazione. Processi analoghi, seppur con modalità diverse, hanno interessato anche la Cisgiordania, soprattutto sul piano agricolo, oltre che ecologico.

Dopo il disumano attacco terroristico di Hamas del 7 ottobre 2023, questo quadro già critico ha subito un’accelerazione catastrofica. Il punto di partenza dell’analisi resta umano: decine di migliaia di morti, tra cui moltissimi bambini; un numero ancora maggiore di feriti e mutilati; sfollamenti di massa; carestia; collasso del sistema sanitario. Ma in questi stessi dati è già inscritta la dimensione ambientale del disastro. Come mostrano diverse analisi scientifiche, la distruzione delle infrastrutture per l’acqua, l’energia e la gestione dei rifiuti ha prodotto una contaminazione estesa di suoli, falde e aria. Macerie contenenti materiali tossici, residui bellici, incendi e il crollo delle attività agricole e di pesca configurano un danno ambientale massivo, destinato a produrre effetti duraturi e in larga parte irreversibili sulla salute umana e animale.

La comunità scientifica è chiamata quindi a prendere parola per testimoniare pubblicamente che quanto accade a Gaza e in Palestina va riconosciuto come un ecocidio. Da questa consapevolezza nasce la lettera aperta Disastro umanitario e ambientale nella Striscia di Gaza e necessità di una risposta scientifica e diplomatica, sottoscritta da centinaia di ricercatrici e ricercatori italiani e da importanti società scientifiche, e inviata ai Ministri competenti negli ambiti della Ricerca, dell’Ambiente, degli Affari Esteri e dell’Agricoltura. La lettera è accompagnata da un dossier scientifico

Documentare e misurare gli effetti è compito della comunità scientifica. Agire sulla base di queste evidenze richiede l’intervento della politica. Garantire un monitoraggio ambientale indipendente e avviare il recupero degli ecosistemi, come richiesto dai firmatari della lettera alle istituzioni di governo, è parte fondamentale della risposta alla crisi. Al contrario, la mancata attivazione di queste misure aggrava e protrae nel tempo i danni inferti alle popolazioni e ai loro ambienti. Riconoscere l’urgenza degli interventi, sollecitando anche i partner internazionali, non significa ignorare le difficoltà dell’emergenza ancora in corso, ma evitare che il vuoto creato oggi dall’assenza di iniziative politiche comprometta la possibilità di intervenire domani.

Accanto alla politica, anche la ricerca, l’educazione e l’informazione hanno un ruolo decisivo. Tenere insieme la dimensione umanitaria e quella ambientale e, più in generale, difendere la conoscenza come bene pubblico, non è un gesto marginale. In questi tempi sempre più difficili e instabili, rendere visibili e comprensibili le evidenze scientifiche, anche fuori dagli ambienti specialistici, è essenziale per dare ai cittadini strumenti per leggere i fatti e orientare le proprie scelte.
 

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