Nativi digitali: un mito?

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"Baby Sees The iPad Magic". Credit: Steve Paine / Flickr.

Lo spartiacque si colloca nel 1980: i nati dopo questa data sono “nativi digitali”, aborigeni del computer e di internet, quelli nati prima sono “immigrati digitali” e sono destinati a restare per sempre stranieri in un territorio alieno fondato sull’informatica.

Nativi e immigrati digitali

Non vi è alcun dubbio che i giovani nati nei decenni più recenti siano stati esposti a dosi massicce di tecnologia digitale, almeno nei Paesi più avanzati. Anche in Italia si parla da anni di nativi digitali, sottintendendo che essi siano portatori di una certa quantità di differenze rispetto agli immigrati, differenze dovute in sostanza all’esposizione precoce e massiccia alle tecnologie dell’informazione: telefoni cellulari, smartphones, computer di vario tipo dimensione e accessibilità, videogiochi, televisori: tenendo anche conto della tendenza inarrestabile alla fusione convergente di tutti questi dispositivi.

Homo Zappiens

Il libro che forse più d’ogni altro ha consacrato l’uso del termine e la tipologia dei nativi digitali è Homo Zappiens. Crescere nell'era digitale, di due studiosi olandesi, Wim Veen, Ben Vrakking, pubblicato in Italia nel 2010 (Idea, Roma, 192 pp. 18 €), quando cioè molto era già stato scritto e dibattuto sul tema. Secondo gli autori, i nativi digitali usano le tecnologie dell’informazione e comunicazione con grande disinvoltura e insieme con profonda indifferenza per i loro meccanismi profondi, attenti solo al loro utilizzo opportunistico. Veen e Vrakking considerano questa generazione, chiamata Homo Zappiens (HZ) per l’uso frenetico del telecomando, catalizzatrice e protagonista di cambiamenti essenziali nel nostro modo di vedere il mondo, di comunicare e di apprendere. In particolare, gli HZ avrebbero indotto una profonda metamorfosi nella scuola, obbligandola a rinnovarsi e ad abbandonare la struttura tradizionale per la robusta concorrenza di Internet, protagonista di un incremento impressionante (e accattivante) dei flussi d'informazione, che per la vecchia generazione sono un sovraccarico, ma che per HZ sono un ricco giacimento nel quale reperire i dati di volta in volta utili.

Apprendere esplorando e giocando

Ed è proprio sulla scuola che il libro si concentra, dopo aver descritto le peculiarità di HZ in termini perentori e venati di entusiasmo profetico. I giovani nati e cresciuti all'ombra delle tecnologie mentali sono abilissimi nel gestire il flusso di informazioni che circola nei nuovi media, nell'intrecciare le comunicazioni faccia a faccia con quelle virtuali e nell'interagire con i loro interlocutori connessi in rete per risolvere in modo cooperativo i loro problemi. Infatti HZ apprende esplorando e giocando, cioè trasferendo le tecniche dei videogiochi a problemi di varia natura e impadronendosi di conoscenze che non fanno più parte di un canone scolastico fisso ma sono negoziabili e mutevoli a seconda del contesto e delle circostanze. Secondo Veen e Vrakking, questa capacità di apprendimento flessibile sarà utilissima a HZ nella società della conoscenza “liquida” che si profila, caratterizzata da indeterminatezza e instabilità, dall'apprendimento continuo e dalla necessità di imparare e disimparare rapidamente.

A scuola HZ manifesta un tempo di attenzione breve, un comportamento iperattivo, un'indipendenza nell'apprendere e un'impazienza cognitiva. Ciò fa dello scolaro HZ un soggetto difficile ma stimolante, che impone metodi nuovi e originali di insegnamento. E la scuola si deve adattare perché la società che si annuncia avrà bisogno di persone capaci di affrontare la complessità, la mutevolezza, l'adattamento e l'incertezza.

Impazienza e multitasking

I giovani digitali sono impazienti, vogliono immediatamente le risposte ai loro quesiti, non si concentrano per risolvere categorie di problemi, ma si gettano sul caso particolare passando subito oltre, non fanno mai una sola cosa alla volta, saltano da Internet alla Tv, dal cellulare all'iPod con una divisione di tempo vertiginosa che tende alla simultaneità del multitasking. Tutto ciò è il risultato dell'incontro precoce con una realtà “virtualizzata”, cioè filtrata dai dispositivi digitali, e con la possibilità di comunicare a costo nullo senza limiti spaziali. Armati di telecomando, mouse e cellulare, hanno il mondo a portata di clic, non conoscono i tempi lunghi della riflessione e ai libri e agli svaghi all'aria aperta preferiscono i videogiochi, anche i più violenti, senza imbarazzi morali. HZ non ama la tecnologia di per sé, bensì per ciò che può consentirgli di fare, dimostrando tutta la chiusura della generazione digitale, che adotta un atteggiamento magico, strumentale e indifferente.

Dalla scuola di massa a una scuola modellata sui singoli

Le caratteristiche di HZ segnerebbero il passaggio da (una società e da) una scuola di massa a una scuola modellata sui singoli: non più programmi ed esami uguali per tutti, ma ampia libertà per ciascuno di ritagliarsi il proprio percorso di studi, da seguire con i tempi individuali, non più insegnanti ma tutori, cioè assistenti per superare i momenti di difficoltà, niente libri e niente compiti a casa.

La contestazione del mito “nativi digitali”

Ora questa descrizione, o meglio esaltazione, dei nativi digitali, che sembrano annunciare l’avvento di un mondo nuovo caratterizzato da una scuola nuova, frequentata da allievi di nuovo tipo, dediti al multitasking più sfrenato e al consumo disinvolto delle tecnologie dell’informazione e della comunicazione, è stata contestata da Paul A. Kirschner, olandese, e Pedro De Bruyckere, belga, i quali in un articolo di prossima pubblicazione sulla rivista Teaching and Teacher Education sostengono tre tesi eterodosse:

- I nativi digitali, acrobati dell’informazione, non esistono.

- I discenti non sono in grado di praticare il multitasking, che influirebbe negativamente sul loro apprendimento (del resto è abbastanza evidente che leggere i messaggini sul cellulare durante le lezioni universitarie ha un costo cognitivo, come pure giocherellare con gli smartphone e i laptop durante le riunioni aziendali).

- I progetti scolastici basati su questi miti non agevolano, anzi rallentano l’apprendimento.

L’ipotesi su cui si basano molte politiche scolastiche recenti è che gli studenti nati nell’era dell’informatica onnipresente siano fondamentalmente diversi dai loro predecessori. La loro supposta natura di nativi digitali e la loro supposta abilità nel multitasking richiederebbero un’impostazione scolastica affatto nuova. Kirschner e De Bruyckere affermano di avere le prove scientifiche che si tratta di un mito. Le conseguenze di questa posizione sarebbero di vasta portata, poiché l’esistenza e le caratteristiche dei nativi digitali sono usate come giustificazione per introdurre cambiamenti significativi nella politica scolastica. Già nel 2011 una rassegna commissionata dalla Higher Education Academy di York, in Gran Bretagna, concludeva tra l’altro che “non esistono prove a dimostrazione che i giovani che entrano nel sistema dell’istruzione superiore costituiscano una categoria omogenea e le locuzioni ‘nativi digitali’ e ‘generazione internet’ non riflettono i cambiamenti che stanno avvenendo”.

Le voghe effimere degli indirizzi dell’istruzione scolastica

Nel riportare e commentare l’articolo di Kirschner e De Bruyckere, Nature (27 luglio 2017) osserva che gli indirizzi dell’istruzione scolastica sono particolarmente soggetti a stravaganze politiche, voghe effimere e ipotesi non verificate. In ogni caso l’ipotesi HZ ne esce fortemente ridimensionata. È pur vero che un’esposizione precoce agli strumenti digitali, compresi i videogiochi, non può non avere effetti sulle connessioni cerebrali dei bambini: quello che si contesta è che le differenze rispetto alle generazioni precedenti siano “molto significative”. Ma qui si entra in un terreno infido, quello delle valutazioni qualitative, che diventano subito soggettive: che cosa vuol dire che i ragazzini di oggi non sono poi “molto diversi” da quelli di una volta? Quale metrica si deve adottare per misurare la differenza? E come interpretare questa misura? Nel bene e nel male, le interpretazioni sono sempre condizionate dalle emozioni, dalle esperienze personali, dalle inclinazioni, dalle abitudini...

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