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La lezione delle epidemie e la memoria dei sistemi sanitari

Mappa geografica del mondo con bolli rossi di dimensioni diverse che indicano la presenza di patologie

Perché nella prevenzione delle epidemie, con i loro pattern ripetitivi, non si riescono a mettere a frutto le lezioni del passato? Le istituzioni sanitarie le conoscono, ma oggi non hanno meccanismi strutturati per mantenerle operative nel tempo. Per uscire da questa amnesia ciclica serve un'infrastruttura permanente di apprendimento istituzionale, sul modello di quella dell'aviazione civile o della sicurezza nucleare. Una proposta concreta, sotto egida OMS, con autonomia metodologica garantita.
Crediti immagine: foto di Martin Sanchez su Unsplash

Tempo di lettura: 8 mins

Il focolaio di virus Andes (Andes virus, ANDV) a bordo della nave da crociera MV Hondius, con almeno tre decessi e una decina di casi confermati, ripropone una sequenza nota nel campo delle epidemie: ritardo nel riconoscimento, dispersione dei contatti, costruzione affannosa della risposta.

È lo stesso schema della Severe Acute Respiratory Syndrome (Sars) del 2003, della pandemia di Coronavirus del 2020, dei focolai a bordo di navi dell'ultimo ventennio. In queste settimane si è aggiunto il nuovo cluster di Ebola da Bundibugyo virus in Repubblica Democratica del Congo e Uganda, dichiarato emergenza di sanità pubblica di rilevanza internazionale dall'OMS il 17 maggio 2026.

Le lezioni delle precedenti epidemie esistono

Le lezioni provenienti dalle precedenti epidemie esistono, sono documentate, sono state oggetto di simulazione.

Ma non sono operative.

La tesi di questo contributo è che le istituzioni sanitarie non ignorano le lezioni del passato: tuttavia non hanno meccanismi strutturati per mantenerle operative nel tempo. Per uscire da questa amnesia ciclica serve un'infrastruttura permanente di apprendimento istituzionale, sul modello di quelle dell'aviazione civile e della sicurezza nucleare. Una proposta concreta situata sotto egida OMS, con autonomia metodologica garantita.

La Hondius come specchio

L'11 aprile 2026 una nave da crociera, la MV Hondius, partita da Ushuaia, in Argentina, con 147 persone a bordo, registra il primo decesso senza diagnosi. La nave fa scalo a Sant'Elena: una trentina di passeggeri scendono; una passeggera vola a Johannesburg e muore in ospedale. Solo settimane più tardi un laboratorio sudafricano identifica per PCR un hantavirus, su un paziente evacuato da Ascension Island per un quadro di polmonite con febbre e insufficienza respiratoria. Il 2 maggio una terza passeggera muore a bordo e parte la notifica formale all'OMS. Tra il primo decesso e la prima conferma passano tre settimane: i passeggeri sbarcati si sono dispersi in oltre dieci paesi, la finestra di contenimento è ormai compromessa.

La Hondius non è una storia di sfortuna. È l'ennesima evidenza della perdita di memoria collettiva degli organismi preposti alla sanità pubblica. La sequenza degli eventi non è nuova. È esattamente quella della Sars nel 2003, della Middle East Respiratory Syndrome (Mers) nel 2012, di Ebola nel 2014, del Covid nel 2020.

La struttura del problema si ripete. La risposta arriva come se fosse la prima volta. Perché?

La tesi è semplice e scomoda: le istituzioni sanitarie non ignorano le lezioni delle pandemie passate, tuttavia non hanno meccanismi strutturati per mantenerle operative nel tempo. La conseguenza è un'amnesia ciclica che produce, a ogni nuovo evento, il riapprendimento da zero di lezioni già pagate. Costruire infrastrutture di memoria istituzionale è il compito politico da darsi prima del prossimo evento.

Una breve storia della memoria sanitaria

La storia della sanità pubblica occidentale può essere letta come la storia di una memoria che si è fatta istituzione, e poi negli ultimi decenni ha cominciato a sfilacciarsi.

Venezia, ‘400. Nei lazzaretti veneziani nasce la prima codifica istituzionale della memoria sanitaria europea. La quarantena, quaranta giorni di isolamento per le navi sospette, è il prodotto di un secolo di esperienze pestilenziali: il sapere accumulato diventa norma operativa, infrastruttura fisica, procedura giuridica codificata. La memoria si fa istituzione.

Manchester, ‘800. La sanità pubblica moderna ha origine dalla memoria di Edwin Chadwick e di John Snow. Il colera del 1854 viene risolto da Snow perché si fa memoria attiva delle epidemie del 1832 e del 1849. La memoria diventa epidemiologia.

Hanoi, 2003. Carlo Urbani, medico italiano dell'OMS, viene chiamato il 28 febbraio al Vietnam-French Hospital per un quadro clinico anomalo. Nei giorni successivi capisce che non è un'influenza atipica, ma una malattia nuova, e allerta l'OMS. La notifica innesca la prima risposta globale rapida a un patogeno emergente. Urbani muore di Sars a Bangkok il 29 marzo. Era uno specialista in malattie infettive e tropicali, attivo in Vietnam come funzionario OMS per il controllo delle malattie parassitarie nella regione del Mekong. La sua memoria personale di clinico, costruita in anni di lavoro su patologie trascurate, diventa attraverso quella notifica memoria istituzionale del mondo.

Wuhan, 2020. È qui che il modello si rompe. Le esercitazioni precedenti (Crimson Contagion negli Stati Uniti nel 2019, Cygnus nel Regno Unito nel 2016, Clade X al Johns Hopkins Center for Health Security nel 2018) avevano previsto con accuratezza esattamente quello che sarebbe successo: ritardo nel riconoscimento, carenza di dispositivi di protezione, sovraccarico degli ospedali, comunicazione contraddittoria. Le simulazioni esistevano. I rapporti erano pubblici. Non sono diventati operativi. La memoria era documentata ma non era istituzione.

Perché la memoria evapora

Come si passa da una memoria che si fa istituzione a una memoria che evapora pur essendo scritta? Tre meccanismi convergono.

Il primo è la rotazione del personale e la perdita di memoria tacita. Le emergenze formano competenze che vivono nelle persone più che nei manuali: leggere un segnale debole, scegliere la sequenza giusta delle decisioni, muovere risorse attraverso una rete di contatti informali. Quando le persone lasciano il servizio pubblico, quella memoria si dissolve. La Sars aveva formato in Asia e in Europa una generazione di operatori della sanità pubblica. Nel 2020 quella generazione era in gran parte fuori servizio.

Il secondo è il ciclo politico del disinvestimento. Le risorse per la preparedness si riducono nei periodi di calma, quando il costo politico del taglio è basso e quello del mantenimento è alto. Non è una patologia italiana: è un meccanismo strutturale dei sistemi democratici, che premiano l'investimento visibile e penalizzano quello latente. Nel decennio tra il 2008 e il 2018 la spesa per la sorveglianza epidemiologica e per le scorte strategiche è stata erosa in molti paesi europei. In Italia il piano pandemico nazionale è rimasto sostanzialmente fermo dal 2006 al 2021.

Il terzo è la frammentazione delle responsabilità. La memoria istituzionale richiede un soggetto che la custodisca, con statuto, mandato, budget. Nella sanità italiana questo soggetto non è chiaramente identificato: tra Istituto superiore di sanità (Iss), ministero della Salute, Regioni, Agenzia italiana del farmaco (Aifa), Centro europeo per la prevenzione e il controllo delle malattie (Ecdc), OMS, la memoria delle emergenze si diluisce in mille rivoli, e quando tutti sono responsabili in pratica nessuno lo è davvero.

Si aggiunge un'asimmetria strutturale: le emergenze emergono prevalentemente nel Sud del mondo, le risorse di apprendimento si concentrano nel Nord. L'asimmetria si autoperpetua.

Che cosa avremmo già dovuto sapere

La Hondius ripropone in scala ridotta due lezioni già pagate dalla sanità globale negli ultimi vent'anni.
La prima riguarda le navi da crociera come unità epidemiologiche ad altissima densità di contatto. Lo sapevamo da Diamond Princess nel febbraio 2020, da Grand Princess nel marzo 2020, dalle decine di focolai documentati su navi tra il 2020 e il 2023. Esiste una letteratura scientifica solida sulle dinamiche di trasmissione a bordo. Eppure nel 2026 la risposta alla Hondius si è costruita sotto pressione temporale, in coordinamento estemporaneo tra più giurisdizioni, senza un protocollo internazionale rodato.

La seconda riguarda la dispersione geografica come moltiplicatore di rischio. Il pattern Hondius, passeggeri che si disperdono in più paesi prima che la diagnosi sia confermata, è esattamente quello che H1N1 nel 2009, Mers nel 2012, Covid nel 2020 hanno reso esemplare.

Mentre scriviamo, lo stesso pattern torna a manifestarsi in forma diversa con il cluster di Ebola da Bundibugyo virus che dal 5 maggio 2026 si è propagato in Repubblica Democratica del Congo e in Uganda, fino al ricovero precauzionale al Sacco di Milano, il 25 maggio, di due cooperanti italiani rientrati dall'Uganda con sintomi febbrili, poi risultati negativi al test (diagnosi successiva: infezione da Shigella).

Un richiamo all'attualità, non un'analisi, ma sufficiente a ricordare che il problema è strutturale e non episodico. A monte resta la lezione più grande, e la più ignorata: le zoonosi emergenti non sono cigni neri. Sono ormai una catena prevedibile, alimentata dalla pressione antropica sugli habitat selvatici, dal cambiamento climatico, dal commercio globale di animali.

Quando l'eccezione diventa la regola, occorre prenderne atto rapidamente e riorganizzare di conseguenza i sistemi di risposta.

Una proposta: l'Osservatorio sull'apprendimento istituzionale

Se la diagnosi è amnesia istituzionale, la terapia deve essere infrastruttura permanente di memoria. Altri settori esposti a eventi catastrofici hanno costruito infrastrutture analoghe. L'aviazione civile si è dotata di sistemi obbligatori di apprendimento istituzionale: il National Transportation Safety Board statunitense e l'Agenzia europea per la sicurezza aerea (Easa) producono dopo ogni incidente rapporti di analisi delle cause con raccomandazioni tracciate fino all'implementazione.

La sicurezza nucleare, sotto l'Agenzia internazionale per l'energia atomica (Iaea), ha un sistema strutturato di lezioni apprese per ogni evento sopra soglia.

La sicurezza sul lavoro, attraverso l'Istituto nazionale assicurazione infortuni sul lavoro (Inail) e l'Agenzia europea per la sicurezza e la salute sul lavoro (EU-Osha), traccia gli infortuni mortali con diffusione vincolante delle raccomandazioni.

Per la sanità pubblica non c'è alcun ente analogo strutturato. Esistono iniziative parziali e pregevoli, le After action review dell'OMS, da rafforzare e rendere strutturalmente vincolanti, alcuni rapporti dell'Ecdc, le revisioni dello Spallanzani e dell'Iss dopo emergenze specifiche. Ma manca l'infrastruttura permanente con potere di raccomandazione vincolante.

Ecco, allora, la proposta, in quattro punti.

• Primo: istituire un nuovo centro OMS per la memoria istituzionale delle emergenze sanitarie, distinto e complementare rispetto alla Global Outbreak Alert and Response Network (Goarn) e al WHO Health Emergencies Programme (Whe), con mandato specifico di apprendimento sistematico e tracciamento dell'implementazione delle lezioni. Board internazionale con rappresentanza geografica equilibrata tra Nord e Sud del mondo, finanziamento da fonti molteplici, protetto dai cicli elettorali nazionali.

• Secondo: dopo ogni evento di rilievo, redazione obbligatoria di un rapporto pubblico di lezioni apprese con raccomandazioni scritte in linguaggio di procedura.

• Terzo: il centro stabilisce, sulla base delle lezioni passate, obblighi vincolanti di preparedness per gli Stati membri (sorveglianza, scorte strategiche, protocolli per trasporti internazionali, formazione), con verifiche periodiche tracciabili. Nelle fasi iniziali di una nuova emergenza, emette indirizzi operativi vincolanti. La memoria deve farsi azione, non solo archivio.

• Quarto: autonomia metodologica e scientifica del board, indipendente sia dai governi nazionali sia dalle pressioni di blocchi geopolitici interni all'OMS stessa. La memoria delle emergenze sanitarie deve servire la salute pubblica globale, non gli equilibri politici contingenti.

Il dovere della memoria

Mentre scrivo, la MV Hondius è attraccata a Rotterdam. I passeggeri sono tornati nei loro paesi sotto sorveglianza; l'equipaggio è in quarantena di sei settimane in container al porto; la nave verrà disinfettata. La notizia esce dai titoli. Nel frattempo, in qualche luogo del mondo che non sappiamo ancora identificare, il prossimo evento si sta preparando - o è già qui, mentre in Congo e Uganda si combatte un Ebola Bundibugyo per cui nessun vaccino è ancora disponibile.

Carlo Urbani, ventitrè anni fa, salvò migliaia di vite con una notifica fatta in tempo. La sua memoria personale di clinico è diventata, attraverso quella notifica, memoria istituzionale del mondo.

Ma affidarsi alle persone non basta più. Le persone vanno in pensione, cambiano ruolo, muoiono. La memoria, per durare, deve diventare infrastruttura. Acquedotto, non secchio.

La Hondius ci ricorda quello che già sapevamo. Sta a noi decidere se questa volta lo terremo a mente.

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