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La green road, un’opportunità unica per il libero accesso al sapere biomedico

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L’accesso aperto alle pubblicazioni scientifiche è una risorsa determinante per il progresso della ricerca biomedica. Per facilitarlo, i principali editori, le istituzioni accademiche e le biblioteche hanno iniziato a negoziare contratti mirati a combinare i costi degli abbonamenti delle riviste con quelli necessari a rendere liberamente accessibili i loro contenuti. Mentre il dibattito sull’effettiva efficacia di questi accordi è tuttora in corso, molta meno attenzione è stata invece dedicata all’importanza del ruolo che la cosiddetta green road può giocare da questo punto di vista.

Diciassette anni dopo la Berlin Declaration on Open Access to Knowledge in the Sciences and Humanities, l’accesso aperto alle pubblicazioni scientifiche è ampiamente riconosciuto come la principale risorsa per l’avanzamento della ricerca scientifica, una pratica determinante per far sì che la scienza possa divenire un bene pubblico globale. La disponibilità delle informazioni scientifiche in ambito biomedico è fondamentale per favorire la ricerca e le attività di intervento, per supportare programmi mirati a ridurre le disparità riguardanti la salute e per facilitare scelte che siano realmente informate. Nel 2013, l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) ha riconosciuto l’importanza della condivisione e dell’accessibilità ai metodi di ricerca, ai risultati e ai dati come base per il loro sfruttamento per scopi pratici, compreso il miglioramento della salute. Qualche anno dopo, nel 2019, la World Medical Association ha riaffermato questo principio, sottolineando l’importanza di un accesso alle informazioni riguardanti l’assistenza sanitaria che sia tempestivo, attuale e basato su solide evidenze scientifiche.

Una più ampia disponibilità della letteratura scientifica è indispensabile per i ricercatori e gli studenti universitari, ma lo è anche per i professori di scuola, oltre che per gli istituti di ricerca dei paesi in via di sviluppo dove molto spesso solo una parte delle riviste scientifiche sono effettivamente accessibili a causa della ridotta disponibilità di fondi da destinare al pagamento degli abbonamenti. Seppure numerosi enti finanziatori e istituzioni accademiche oggi incoraggino e supportino le pubblicazioni in Open Access, in un recente studio condotto da Heather Piwowar e collaboratori è emerso come quasi la metà degli studi di medicina clinica e di biomedicina risultino ancora accessibili solamente a pagamento. Inoltre, iniziative mirate a fornire l’accesso aperto agli articoli a gruppi di ricerca operanti in paesi a basso e medio reddito non hanno dato dimostrazione di produrre gli effetti sperati. Ci riferiamo in particolare all’Health Internetwork Access to Research Initiative (HINARI) avviato nel gennaio del 2002 dall’OMS in collaborazione con alcuni dei principali editori di riviste scientifiche (come Blackwell, Elsevier e il Nature Publishing Group). HINARI è stato oggetto di critiche soprattutto in quanto risulta ancora troppo costoso e perché, solo alcuni anni dopo il suo lancio, la disponibilità effettiva delle riviste di maggiore impatto è andata via via riducendosi.

Per accelerare la transizione verso l’Open Access, nel 2018 un consorzio di enti finanziatori della ricerca operanti in dodici paesi europei, con il supporto della Commissione Europea e dell’European Research Council, ha lanciato un’iniziativa denominata PlanS. Essenzialmente, essa si basa sui principi emersi a partire dal 2002 con l’Open Access Initiative di Budapest, e successivamente con lo Statement on Open Access Publishing di Bethesda e la Dichiarazione di Berlino del 2003. PlanS prevede che gli studi realizzati con fondi pubblici, pubblicati a partire dall’anno 2021, dovranno essere liberamente disponibili a chiunque, senza restrizioni. Il raggiungimento di questo obiettivo si basa sulla stipula di particolari contratti fra istituzioni e publisher che combinano la sottoscrizione degli abbonamenti alle riviste scientifiche con l’accesso aperto ai lavori pubblicati nelle stesse: i cosiddetti transformative agreement. Oltre alle legittime aspettative, ad essi si accompagnano anche preoccupazioni, soprattutto per ciò che concerne il rischio di una transizione incompleta verso l’Open Access. Ci riferiamo in particolare alla possibilità da parte degli editori di poter restringere l’accesso solamente a una porzione del loro catalogo. Per non parlare delle distorsioni del mercato legate al fatto che con essi si potrebbero escludere dagli accordi tutti quegli editori che pubblicano riviste che sono nativamente ad accesso aperto.

Mentre il dibattito riguardante i transformative agreement è nel suo vivo, la green road, ovvero la pratica di auto-archiviazione dei manoscritti accettati per la pubblicazione da parte delle riviste ma non ancora formattati nella loro versione finale (i cosiddetti post-print), sembra ancora attrarre molto meno l’attenzione generale della comunità scientifica. Un vero peccato, in quanto questa presenta due vantaggi che la rendono un mezzo in grado di superare di gran lunga i transformative agreement al fine di incrementare l’Open Access. Innanzitutto, la green road consente di ridurre i costi, in quanto non richiede alcuno sforzo economico addizionale, a differenza dei transformative agreement che sono spesso costosi e sovente meno economici delle normali spese di abbonamento, perché dipendenti dalle capacità di negoziazione delle istituzioni e dei loro consorzi nazionali con gli editori. In paesi dove i fondi per la ricerca sono limitati, l’onere delle spese può passare dagli autori dei lavori alle istituzioni finanziatrici, che a questo punto si potranno trovare nella condizione di dover recuperare queste spese aggiuntive andando a ridurre altre voci di bilancio. In secondo luogo, la green road permette di raggiungere risultati in maniera più rapida in quanto, a differenza dei transformative agreement, non richiede negoziazioni e quindi può divenire velocemente attiva.

L’efficacia della green road è tangibile ed è supportata dai dati empirici. Infatti, attraverso la condivisione dei post-print non sottoposti a embargo (ovvero quelli per i quali le riviste non prevedono un periodo di latenza per la loro condivisione), il tasso di Open Access delle pubblicazioni peer-reviewed riguardanti le dieci malattie causanti il maggior numero di morti nel mondo crescerebbe mediamente dal 49% al 77% (dati relativi al primo semestre dell’anno 2020). Un’importante implicazione di questo risultato è che i transformative agreement fin qui stabiliti non hanno impedito che una significativa parte (51%) delle pubblicazioni non sia disponibile in accesso aperto. Inoltre, va notato che attraverso il ricorso sistematico alla green road si potrebbe portare la letteratura scientifica in ambito medico ad avvicinarsi al tasso di Open Access osservato per gli articoli riguardanti la COVID-19, corrispondente a quasi il 90%, ovvero il miglior caso osservato finora di apertura nell'editoria scientifica.

Da quanto abbiamo esposto emerge la necessità urgente di un cambio di prospettiva. I ricercatori dovrebbero iniziare a vedere la green road come una concreta opportunità per incrementare l’accesso aperto alle pubblicazioni e di conseguenza la condivisione delle informazioni scientifiche, in modo da raggiungere un pubblico molto più ampio. Si tratta indubbiamente di un obiettivo ambizioso che potrà essere raggiunto solamente attraverso una più ampia diffusione della cultura della cooperazione. Le società scientifiche, le università e i centri di ricerca, oltre che le organizzazioni che operano in difesa dei pazienti, dovrebbero assumersi l’impegno a collaborare per promuovere il ricorso alla green road per la letteratura scientifica medica secondo modalità più specifiche ed efficaci, per far sì che tutto questo non rimanga solamente un proposito.

A Pietro Greco, umile, grande maestro di scienza e di cultura.

 

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