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Fuori dal nido

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Aperti giovedì 11 maggio gli Stati generali della natalità che discuteranno le possibili strategie per invertire una tendenza consolidata nel nostro paese. Tra i critici sulle misure finora annunciate che sembrano puntare principalmente alla riduzione delle tasse per le famiglie che fanno figli, ci sono le voci di chi mette in luce quanto pesino le drammatiche carenze strutturali dei servizi. Tra queste il progetto europeo 4e-parent che promuove la partecipazione attiva dei padri nella cura di figli e figlie e che ha appena pubblicato un approfondimento sulla situazione degli asili nido e che Scienza in rete ripropone.

Crediti immagine: Markus Spiske/Unsplash

La vicenda è nota: in Italia gli asili nido scarseggiano. I dati Istat, aggiornati al 2020, parlano di 27,2 posti ogni 100 bambini e bambine nei servizi prima infanzia. Questo si traduce, finito il periodo di maternità obbligatoria (di cinque mesi), in frustranti tentativi, liste d’attesa e in scelte non sempre semplici. Quando se ne ha la possibilità ci si affida alla buona volontà dei familiari, in particolare nonni (e soprattutto nonne) che supportano il 60,4% di coppie il cui figlio o figlia abbia fino a due anni di età. Ma non sempre il welfare familiare è praticabile o sufficiente. Alternativa dai macroscopici effetti è la decisione, quasi sempre femminile, di abbandonare il lavoro per dedicarsi alla cura genitoriale.

Perché sarebbe importante avere più asili nido? Le donne italiane che lasciano il lavoro dichiarano di farlo in quasi la metà dei casi per la difficoltà a conciliare i carichi lavorativi con quelli di cura. In questo senso i dati sull’occupazione sono netti: le madri che lavorano sono l’8% in meno delle donne senza figli. Questo in una situazione nazionale caratterizzata da bassa occupazione femminile - con un divario medio tra occupazione femminile e maschile del 28,3% - e in un contesto internazionale che vede le donne con due figli nei maggiori paesi Ue partecipare al mercato del lavoro in misura maggiore delle italiane senza figli.

Come sintetizzato da Openpolis, sono generalmente i territori con meno servizi per l’infanzia ad avere una minore occupazione femminile, e viceversa. Una relazione che va letta nei due sensi: nei territori in cui poche donne lavorano, la percezione della necessità di servizi è spesso inferiore; allo stesso tempo, la mancanza di nidi rappresenta un disincentivo all’occupazione femminile, alla luce soprattutto di una divisione dei ruoli di cura e lavoro domestico diseguale in famiglia.

Se la disponibilità di servizi per la prima infanzia può aiutare a bilanciare le disuguaglianze di genere in termini occupazionali, queste carenze strutturali appaiono tanto più gravi quanto più si accumulano le evidenze sull’importanza degli asili nido anche su altri livelli.

Come sottolineato da un report dello scorso anno della Commissione europea, l’educazione nella prima infanzia ha impatti positivi sul piano cognitivo e socio-comportamentale e, sul lungo periodo, è in relazione con il miglioramento degli esiti scolastici, occupazionali, economici, e in termini di qualità di salute e benessere nella fase adulta.

Lo stesso rapporto sottolinea come i vantaggi nel frequentare asili nido siano maggiori per chi provenga da contesti più svantaggiati a livello socioeconomico.

Le disuguaglianze nell’offerta e nell’accesso in Italia

Si esprime in questa direzione anche l’Istat, che mette in evidenza come la frequenza del nido da parte di bimbi e bimbe provenienti da famiglie a basso reddito può contribuire a spezzare il circolo vizioso dello svantaggio sociale.

Tuttavia, i dati mostrano come ci sia ancora molto da fare per garantire un accesso equo dal punto di vista socioeconomico: i tassi di frequenza dei nidi crescono all’aumentare della fascia di reddito delle famiglie e sono decisamente più alti se la madre lavora (il 32,4% contro il 15,1% di famiglie in cui lavora solo il padre) e se i genitori hanno un titolo di studio elevato (il possesso di laurea o titolo più alto è associato al 33,4% di frequenza del nido, che scende al 18,9% per i genitori con al massimo il diploma superiore).

Una fotografia che si può mettere in relazione da una parte con i criteri di selezione dei comuni che favoriscono nelle graduatorie le famiglie in cui la madre lavori, e dall’altra con gli elevati costi degli asili privati, che in alcune zone del paese rappresentano più della metà dell’offerta.

È così nella maggior parte delle regioni meridionali, dove i posti nei servizi educativi di prima infanzia a titolarità comunale è inferiore al 50% e la spesa supportata dai comuni sotto la media nazionale, come mostra ancora l’Istat. D’altra parte, famiglie del Mezzogiorno e dei comuni più piccoli sono quelle che hanno meno disponibilità di servizi per la prima infanzia che siano pubblici, privati o aziendali. E il punto non può ridursi alla mancanza di richiesta del servizio: nelle regioni del Mezzogiorno, dove gli asili nido sono molto meno diffusi, è infatti più alta la quota di anticipatori alla scuola dell’infanzia.

Come ha di recente osservato la sociologa Antonella Ciocia in un’intervista su Aboutpharma, «L’asilo nido, negli anni, da ente assistenziale è divenuto una struttura educativa, in cui il bambino compie un percorso in continuità con la scuola. (…) Oggi il problema della disuguaglianza sociale è una questione da risolvere e non può essere più rinviabile. Le politiche di welfare, frammentate e particolaristiche, hanno fatto aumentare la povertà relativa e assoluta».

La spinta europea per implementare l’offerta

Per far fronte alla distribuzione scarsa e diseguale dell’offerta educativa della prima infanzia, la Commissione europea ha aggiornato gli obiettivi che in questo ambito erano stati fissati nel 2002 dal Consiglio europeo di Barcellona. In base a questi, entro il 2010 gli Stati membri avrebbero dovuto garantire un posto in un nido ad almeno 33 bambini e bambine sotto i 3 anni ogni 100.

Come anticipato, ancora oggi la media italiana è sotto questo target, raggiunto solo da 30 su 107 tra province e città metropolitane in 6 Regioni: Umbria, Emilia-Romagna, Valle d’Aosta, Toscana, Lazio e Friuli-Venezia Giulia. Come riassume Openpolis, negli ultimi anni miglioramenti si registrano in maniera generalizzata. A Sud, la Campania è passata dal 6,2% di offerta del 2013 all’11% del 2020, con un incremento di 5500 posti, ma anche Basilicata e Puglia passate rispettivamente da 12,9 a 21,5 e da 12,1 a 19,6 posti ogni 100 bambini. Di certo ancora lontani dal 33% fissato a Barcellona e che si sarebbe dovuto raggiungere entro il 2010.

La nuova soglia fissata dalla raccomandazione europea del novembre 2022 è del 45%. Oggi sarebbe superata solo in 3 province tutte in Emilia-Romagna: Ravenna, Bologna e Ferrara. L’ha sostanzialmente raggiunta anche Perugia (44,8%), e vi si avvicinano altre province, tutte dell’Italia centro-settentrionale.

La raccomandazione, a differenza delle decisioni di Barcellona, non pone obiettivi solo in termini quantitativi funzionali a incentivare l’occupazione femminile, ma punta l’attenzione alla qualità e all’inclusività del servizio. Gli obiettivi europei fanno dunque proprie le evidenze sull’efficacia dei servizi di prima infanzia come strumento per contribuire ad abbattere le disuguaglianze socioeconomiche.

I fondi del PNRR e le sfide attuali

Vista l’attenzione a livello europeo e i molteplici piani di interesse (i servizi di prima infanzia sono stati definiti infatti Lep, livelli essenziali di prestazione), l’intervento di potenziamento infrastrutturale di asili nido e scuole dell’infanzia costituisce una delle misure bandiera del PNRR.

L’economista Alberto Zanardi ha fatto di recente il punto sullo stato dei lavori sulla rivista Il Mulino: dei fondi PNRR 2,4 miliardi riguardano la costruzione di asili nido (fascia di età 0-2 anni) e 600 milioni quella delle scuole dell’infanzia (3-6 anni) e dei poli dell’infanzia (che accolgono anche bambini 0-2 anni). Come per molte altre linee di intervento del Piano, non è stata definita e gestita una pianificazione centrale ma sono stati interpellati i comuni tramite avviso pubblico, perché presentassero progetti, selezionati su base competitiva con graduatorie regionali e i fondi pre-allocati in base al divario nell’offerta di servizi per la fascia 0-2 anni e la proiezione della medesima popolazione al 2035.

Negli ultimi mesi più voci hanno espresso preoccupazione per l’andamento dei lavori, che rischiano di essere inefficaci se non impraticabili. In breve, i bandi sono stati riaperti più volte visto lo scarso numero di progetti presentati, che in prima istanza non raggiungevano la metà dei fondi messi a disposizione. Ciò ha determinato un preoccupante slittamento dei tempi per la realizzazione delle fasi successive che rischia di far sfondare i termini dei finanziamenti. I fondi hanno inoltre subito una significativa ridistribuzione soprattutto tra le regioni meridionali: la Sicilia ha rinunciato al 43% e la Basilicata alla metà dei rispettivi plafond regionali. I comuni in cui oggi manca del tutto il servizio rappresentano soltanto il 34% del totale di quelli in graduatoria.

Mentre si continua a sottolineare la necessità di lavorare per scongiurare il rischio che gli investimenti e l’impegno per la realizzazione di nuovi asili nido vengano ritenuti sacrificabili, come ha di recente rimarcato la sociologa Chiara Saraceno su La Stampa, un’altra criticità è stata messa in luce. Qualora si riuscisse davvero a raggiungere il target mancherebbero 32.000 educatori ed educatrici. Le cause sono diverse e pesano sui servizi socioeducativi già presenti: la figura professionale dell’educatore – a cui si accede esclusivamente tramite laurea in scienze dell’educazione (a numero chiuso) – affronta condizioni stipendiali tra le più basse nel nostro paese e condizioni contrattuali particolarmente fragili, soprattutto alla luce dell’esternalizzazione dei servizi socioeducativi. Inoltre, educatrici ed educatori vengono spesso assorbiti all’interno dei percorsi scolastici.

 


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