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A che punto siamo con la transizione energetica? L’aggiornamento IEA

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L’Agenzia internazionale per l’energia ha pubblicato la sua Roadmap per lo zero netto al 2050 aggiornata al 2023, dopo quella uscita nel 2021. Sono stati fatti numerosi passi avanti. Serve comunque ancora impegno in rinnovabili ed elettrificazione, che faranno il grosso della transizione, con anche altre tecnologie di supporto. Bisogna aumentare la spesa pubblica e privata, anche per la ricerca di tecnologie oggi poco o per nulla diffuse. È assolutamente vietato estrarre nuovi combustibili fossili.

Foto di Bill Mead su Unsplash

Ecco come appare nei minimi termini la transizione energetica per raggiungere zero emissioni nette di gas serra entro il 2050, secondo l’aggiornamento dell’Agenzia internazionale per l’energia (IEA) da poco uscito.

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Le rinnovabili innanzitutto

Il grosso della transizione lo devono fare le energie rinnovabili, in particolare il fotovoltaico, che fra 27 anni dovranno coprire il 90% della produzione di elettricità. Considerando insieme i pannelli fotovoltaici e i veicoli elettrici, questi serviranno a coprire un terzo della riduzione di emissioni già nel 2030. Ormai il mercato ha capito in che direzione andare, ma non può essere lasciato improvvisamente allo sbaraglio e necessita di chiare indicazioni statali e internazionali. Si dovrà infatti triplicare entro il 2030 la capacità rinnovabile istallata fino a 11 000 gigawatt.

Nel 2022, con 37 miliardi di tonnellate, le emissioni di CO2 dal settore energetico sono state dell’1% sopra i livelli pre-pandemia, toccando un nuovo record. Tuttavia, il rapporto scrive che il picco delle emissioni dovrà avvenire in questo decennio. Le economie avanzate hanno il dovere e la capacità di raggiungere lo zero netto entro il 2045, per dare modo ai paesi poveri e in via di sviluppo di arrivarci un po’ dopo il 2050 (la Cina dovrà centrare l’obiettivo nel 2050 invece). È sempre bene ricordare che i paesi poveri sono quelli a oggi meno responsabili dell’attuale concentrazione di gas serra in atmosfera e sciaguratamente, per motivi sia geografici che infrastrutturali, quelli maggiormente colpiti dagli impatti del riscaldamento globale.

Tra gli interventi infrastrutturali da effettuare entro il 2030 segnaliamo l’espansione della rete energetica di trasmissione e distribuzione di circa 2 milioni di chilometri all’anno.

Nell’immagine seguente, alcuni punti cardine: le rinnovabili vanno triplicate entro il 2030 e gli investimenti sulla rete vanno raddoppiati entro il 2030. Il carbone deve dimezzarsi entro il 2030 e sparire insieme al gas entro il 2040. Anche se assai meno presente rispetto alle rinnovabili, il nucleare va comunque raddoppiato entro il 2050. È molto chiaro quindi che un eventuale sviluppo di tecnologia nucleare non può e non deve in alcun modo sovrastare o rallentare il ben più corposo e urgente impegno per le tecnologie rinnovabili (30 000 contro 900 gigawatt nel 2050).

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Quelli che possono sembrare interventi costosi e pesanti in realtà vanno a ridurre moltissimo i costi del non fare niente e continuare a dipendere dai combustibili fossili. L’IEA riporta che, se si continuerà ad andare al rallentatore in questo decennio, avremo un costo addizionale di 1,3 trilioni di dollari all’anno: «il 50% in più di quanto investito nell'approvvigionamento di combustibili fossili nel 2022».

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Differenze tra le due versioni della Roadmap per alcuni indicatori selezionati, è evidente come si sia dato più respiro all’abbattimento dei combustibili fossili, ma allo stesso tempo maggiore richiesta di capacità rinnovabile istallata.

Nota: si segnala che nel capitolo 2 a p.91 del rapporto è presente un elenco di 15 dashboard su specifiche tecnologie che mette insieme il vecchio elenco di 400 azioni del precedente rapporto, rivelatesi molto utili per numerosi stakeholder. 

Il progresso tecnologico

Una delle notizie migliori che ci arriva dall'aggiornamento dell’IEA è che il divario tecnologico che ci separava dal 2050 per una completa decarbonizzazione si è ridotto. Nell’edizione del 2021, almeno la metà delle tecnologie per la transizione era da sviluppare o non esisteva, oggi la percentuale è arrivata al 35%. Tra le tecnologie che hanno registrato uno sviluppo maggiore ci sono le batterie e gli elettrolizzatori. Le già citate tecnologie che serviranno a coprire i due terzi dell'abbattimento delle emissioni entro il 2030, fotovoltaico e veicoli elettrici, sono cresciute in linea con gli obiettivi.

In particolare, tra il 2015 e il 2022, si è aggiunto più del 400% della capacità fotovoltaica (circa 1 terawatt, quasi come la capacità elettrica installata in Europa); la vendita di auto elettriche è aumentata del 2000% con oltre 25 milioni di auto vendute (come la quantità di automobili sulle strade del Canada); le pompe di calore sono aumentate del 225% (tanto quanto tutto il riscaldamento domestico russo); la capacità di accumulo di batterie è aumentata del 2500% (come tutta l’elettricità installata in Argentina).

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L’innovazione necessaria

La maggior parte delle tecnologie necessarie per limitare il riscaldamento a 1,5°C sono disponibili già oggi, come abbiamo visto. Di seguito lo stato dell’arte di alcune delle tecnologie ancora non prodotte su larga scala. Le batterie a ioni di sodio e gli elettrolizzatori sono quelle più prossime alla maturazione. Invece, i reattori modulari nucleari difficilmente saranno diffusi su larga scala prima del 2035, dunque non possono essere considerati prioritari per la riduzione delle emissioni per la fine di questo decennio.

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I settori più interessati da un urgente sviluppo tecnologico sono gli “hard to abate”, difficili da abbattere, che richiedono grandi quantità di energia e potenza: sostanzialmente l’industria pesante e il trasporto pesante. Serve infatti spingere molto di più la ricerca in batterie più potenti, in combustibili meno emissivi e più efficienti, in metodi di cattura di CO2 già in fase di produzione, e così via.

Assolutamente prioritario è anche il potenziamento del riciclo dei minerali come litio e nichel, oltre inevitabilmente all’espansione delle estrazioni che debbono diventare molto più diversificate geograficamente. Per prevenire l’obiezione per cui la transizione aumenterà i siti di estrazione sul pianeta, è bene ricordare che con l’abbattimento massiccio dell’industria dei combustibili fossili, le estrazioni complessive si ridurranno drasticamente, pesando molto meno sull’ambiente e le comunità locali.

Il risultato netto è che per ogni unità di energia erogata nel 2050, il sistema energetico consumerà due terzi in meno di materiali (combustibili fossili e minerali critici insieme) rispetto a oggi.

In ogni caso, aumentare i tassi di riciclo, dice l’IEA, «contribuirebbe a ridurre la pressione sull'approvvigionamento primario e apporterebbe anche benefici in termini di sicurezza energetica, soprattutto alle regioni con una maggiore diffusione di tecnologie energetiche pulite e una dotazione limitata di risorse». Per ridurre la domanda di minerali del 3% nel 2030 e del 10% nel 2050, tra l’altro, è utile adottare più linee di trasmissione «ad alta tensione in corrente continua nelle reti elettriche». Per quanto riguarda i veicoli elettrici, una riduzione analoga del 7% nel 2030 e del 20% del 2050 può venire dall’uso di prodotti al litio-ferro-fosfato e di batterie agli ioni di sodio.

Secondo l’agenzia, nel 2023 spenderemo circa 1,8 trilioni di dollari in energia pulita. Ma non basta, perché gli investimenti dovranno salire a 4,5 trilioni di dollari all’anno entro i primi anni del 2030. Per assicurare la già citata triplicazione delle rinnovabili per il 2030, servono

politiche più incisive e sostegno internazionale, in particolare nei mercati emergenti e nelle economie in via di sviluppo […] accelerare le autorizzazioni e la modernizzazione delle reti elettriche per integrare meglio la generazione rinnovabile variabile. […] I finanziamenti annuali agevolati per l'energia pulita nei mercati emergenti e nelle economie in via di sviluppo dovranno raggiungere circa 80-100 miliardi di dollari entro i primi anni 2030.

L’immagine mostra come è aumentata la spesa in ricerca applicata per l’energia pulita negli ultimi anni.

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È severamente vietato estrarre ulteriori combustibili fossili

In Italia l’ENI dice di voler aumentare le estrazioni di gas per ridurre la produzione degli altri idrocarburi, ma è in contraddizione con quanto afferma l’IEA. Non si possono continuare a estrarre altri combustibili fossili dal sottosuolo, altrimenti l’obiettivo di 1,5°C non potrà essere raggiunto. E lo stesso vale per Shell, TotalEnergies, BP, Equinor e Repsol, tutte con piani industriali incompatibili con l’obiettivo 1,5°C. Entro il 2030 la domanda dovrà ridursi del 25% e dell’80% entro il 2050. Per «evitare picchi di prezzo o di domanda potenzialmente dannosi», gli attuali progetti sono sufficienti.

In particolare, la domanda di carbone deve scendere dalle attuali 5800 milioni di tonnellate a 3250 nel 2030 e 500 nel 2050. Il petrolio: da 100 milioni di barili al giorno a 77 nel 2030 e 24 nel 2050. Il gas naturale, spesso presentato come combustibile “pulito” dagli spot greenwashing di aziende estrattrici e governi, deve scendere dagli attuali 4150 miliardi di metri cubi a 3400 nel 2030 a 900 nel 2050.

I mercati hanno già capito quale sia la direzione, come già detto: i costi delle tecnologie pulite stanno calando vertiginosamente. Per altro, è bene ricordare che, se i prezzi di beni e servizi avessero inglobato tutte le esternalità negative (dagli impatti sulla salute a quelli sull’ambiente), quelli riconducibili alle energie rinnovabili sarebbero probabilmente già stati da tempo di gran lunga più competitivi.

Con le attuali politiche, dice l’IEA,

si prevede che nel 2030 le emissioni saranno inferiori di 7,5 miliardi di tonnellate rispetto allo scenario di riferimento pre-Parigi del 2015, di cui l'espansione del solare fotovoltaico e dell'eolico […] rappresenta 5 miliardi di tonnellate e i veicoli elettrici quasi 1 miliardo di tonnellate. […] Il riscaldamento previsto di 2,4 °C nel 2100 in base alle attuali impostazioni politiche, sebbene ancora preoccupantemente elevato, è ora inferiore di 1 °C rispetto a quanto previsto prima dell'Accordo di Parigi del 2015.

È molto importante, anche sul piano comunicativo, riconoscere i progressi fatti in questi anni, per poter pretendere un decisivo impegno ulteriore che centri l’obiettivo di riscaldamento massimo di 1,5°C. In questo modo, anche l’opinione pubblica e la classe politica si possono rendere conto che i negoziati climatici servono a qualcosa, anche se lunghi e faticosi, così come anche l’informazione e la sensibilizzazione scientifica.

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Nell’immagine il confronto tra gli obiettivi climatici nazionali (NDCs) vecchi e nuovi, e i tre scenari STEPS (politiche attuali), APS (politiche annunciate), NZE (net zero emissions). Sono riferiti alle emissioni provenienti dai combustibili fossili nel 2030.

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