Biodiversità appesa a un filo

Tempo di lettura: 4 mins

Torna l'allarme lanciato 57 anni fa Rachel Carson con "Primavera silenziosa". Un nuovo studio, pubblicato su Science, analizza l'abbondanza dell'avifauna negli Stati Uniti e in Canada negli ultimi cinquant'anni. I risultati sono sconfortanti: si registra una perdita del 29 per cento dell'avifauna, corrispondente a quasi tre miliardi di uccelli. Crediti: 3D_Maennchen/Pixabay. Licenza: Pixabay License

Per capire come sta un ecosistema, uno dei primi elementi da valutare è l'abbondanza delle specie. Per farlo, sono necessari dataset ampi e costruiti in un lungo arco di tempo; dataset che per molti animali non sono disponibili, ma che esistono invece per diverse popolazioni di uccelli. Purtroppo, la loro analisi non porta buone notizie. Secondo uno studio recentemente pubblicato su Science, infatti, la popolazione di oltre 500 specie di uccelli, in Canada e negli Stati Uniti, è calata del 29 per cento negli ultimi 48 anni. E non si tratta solo di specie già a rischio: il declino è stato osservato anche in uccelli comuni, come i passeri e i fringuelli. È il segnale di una crisi della biodiversità aviaria che è stata ampiamente sottostimata, ma che va avanti da tempo.

Una perdita ingente, anche tra specie comuni

I ricercatori hanno analizzato diversi dataset standardizzati su 529 specie di uccelli, (che comprendevano i dati provenienti da diverse esperienze di citizen science), raccolti a partire dal 1970. A questi, hanno aggiunto le informazioni provenienti dalle stazioni radar NEXRAD, che hanno consentito d'indagare i cambiamenti a lungo termine del passaggio degli uccelli migratori notturni, valutati per gli ultimi dieci anni. I risultati della loro analisi mostrano un declino del 29 per cento della popolazione aviaria, con una perdita netta di 2,9 miliardi di uccelli.

«Ci aspettavamo di vedere continuare il declino delle specie a rischio. Ma per la prima volta, i risultati indicano perdite diffuse anche tra specie comuni, distribuite in diversi habitat», spiega in un comunicato Ken Rosenberg, senior scientist del Cornell Lab of Ornithology e primo autore dello studio. Si tratta di un dato particolarmente rilevante, perché sono proprio le specie più comuni e diffuse le più importanti per il benessere degli ecosistemi, per i quali svolgono ruoli fondamentali nella catena trofica, nella dispersione dei semi e nel controllo degli insetti.

I dati mostrano che, dal 1970, gli Stati Uniti e il Canada hanno perso quasi 3 miliardi di uccelli. Si tratta di una massicia riduzione dell'abbondanza di questi animali, che coinvolge centinaia di specie, dagli uccelli canori ai migratori. Crediti: Cornell Lab of Ornithology

Gli scienziati hanno anche notato che il declino non procede alla pari tra le diverse specie di uccelli: circa il 90 per cento delle perdite si registrano in 12 famiglie, che comprendono diverse specie di uccelli canori. Tra le più colpite vi sono le specie che abitano le praterie, la cui popolazione si è ridotta del 53 per cento, ma anche gli uccelli costieri, che hanno perso un terzo della loro popolazione. L'analisi dei dati raccolti dalle stazioni radar ha poi rivelato un calo del 14 per cento degli uccelli migratori, avvenuto negli ultimi dieci anni, soprattutto negli Stati Uniti orientali. Non per tutte le specie le notizie sono cattive. Alcune, anzi, mostrano segni di ripresa: è il caso di alcune specie acquatiche come le anatre, oche e i cigni. Bisogna tuttavia considerare che a molti di questi uccelli sono stati dedicati ingenti sforzi di conservazione, e che sono tutelati dall'Edagered Species Act.

Biodiversità tra rischi e sforzi di conservazione 

«Questi dati sono coerenti con quanto osservato per altri taxa di animali, tra cui gli insetti e gli anfibi», commenta Peter Marra, direttore della Georgetown Environment Initiative alla Georgetown University e co-autore dello studio. «È imperativo, ora, occuparsi delle minacce a questi animali». La ricerca non ha indagato le cause del declino, ma gli autori segnalano che procede anche in altre parti del mondo, a suggerire che siano diverse cause a concorrere nel diminuito successo della riproduzione e nell'aumento della mortalità. I fattori che più concorrono a questo processo sono l'urbanizzazione e l'intensificarsi dell'agricoltura, che determinano la perdita di habitat per gli animali; altri studi hanno inoltre evidenziato il ruolo dell'uso dei pesticidi (che elimina una delle principali fonti di cibo per molti atri animali), la predazione da parte dei gatti, nonché la collisione con infrastrutture e strumenti umani. Per quanto riguarda gli uccelli migratori, inoltre, è noto che cambiamenti climatici possono influenzare negativamente i viaggi di questi animali, e che l'inquinamento luminoso può distoglierli dalle rotte e determinare alterazioni comportamentali.

«Questa crisi va ben oltre i confini nazionali. Molti degli uccelli che si riproducono in Canada migrano per passare l'inverno negli Stati Uniti o ancora più a sud, dal Messico e Caraibi fino all'America centrale e meridionale», commenta il co-autore Adam Smith. «Ciò di cui questi animali hanno bisogno ora è uno sforzo storico, che unisca i singoli e le organizzazioni in un unico obiettivo: riportare indietro gli uccelli perduti».

Lo studio sul declino degli uccelli in Canada e negli Stati Uniti arriva in contemporanea a una lettera, firmata da oltre 1.600 scienziati, tra cui "padre della biodiversità" Thomas Lovejoy, che afferma la necessità di stanziare urgentemente finanziamenti per la tutela delle specie. I firmatari evidenziano come l'Endagered Species Act, dimostratosi fondamentale per evitare l'estinzione di molte specie (come il furetto dai piedi neri o, per rimanere in tema di uccelli, il condor della California), sia stato, negli ultimi anni, pesantemente sottofinanziato, e richiamano quindi il Congresso degli Stati Uniti a colmare questa lacuna e impegnarsi per la conservazione della biodiversità.

 

Articoli correlati

altri articoli

La Terra dopo di noi, il libro di Telmo Pievani

Pietro Greco recensisce “La Terra dopo di noi”, il libro nel quale Telmo Pievani e il fotografo Frans Lanting ci propongono d'immaginare un pianeta senza traccia umana. Un libro per riflettere sulla crisi ambientale e su quella sociale. Perché, come spiega Pievani, la scomparsa improvvisa della nostra specie non è uno scenario plausibile nel breve e medio termine: noi sulla Terra ci resteremo. Il problema è come.
Crediti immagine: Sonja Sonja/Pixabay. Licenza: Pixabay License

Dobbiamo dotarci, noi membri della specie Homo sapiens, di umiltà evoluzionistica. E inaugurare la stagione di un nuovo ambientalismo, scientifico e umanistico. Per fare tutto ciò, Telmo Pievani, filosofo della biologia in forze all’Università di Padova, nel suo nuovo libro realizzato insieme al fotografo Frans Lanting, ci propone un esercizio che non è, sia ben chiaro, un augurio: immaginare una Terra senza di noi. Un pianeta senza i sedicenti sapiens.