​​​​​​​L’Europa sta perdendo la sfida della ricerca

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Il Brunswick, nel Land della Bassa Sassonia, non molto lontano da Hannover, ha di che esserne fiero. Il recente rapporto pubblicato a Bruxelles, Science, Research and Innovation Performance of the EU 2018. Strengthening the foundations for Europe's future, con il 9,5% di investimenti rispetto al Prodotto interno lordo (PIL), lo classifica primo tra le trenta aree a maggiore intensità di R&S (ricerca scientifica e tecnologica) dell’Unione Europea.

Certo, il Brunswick è un’area piuttosto piccola, con i suoi 250.000 abitanti non supera un quartiere di Roma o di Milano. Ma non è sola. L’area di Stoccarda, che ospita due industrie importanti come la Mercedes-Benz e la Porsche, figura al terzo posto, con il 6,2% di investimenti in R&S rispetto al PIL. E l’intera Germania conta ben sei aree ad alta intensità di R&S tra le prime 12 classificate dal rapporto.

Per quanto riguarda l’Italia, non entra in classifica. Tra le trenta aree europee più avanzate nell’economia della conoscenza, di cui l’intensità di R&S è il principale anche se non unico indicatore, non ce n’è neppure una colorata di bianco, rosso e verde. A dimostrazione che l’Italia è ai margini di questa economia.

Ebbene, la Germania intende continuare in questa Science, Research and Innovation Performance, tant’è che negli accordi del nuovo governo guidato da Angela Merkel è scritto nero su bianco che il paese intende aumentare gli investimenti in R&S puntando al 3,5% del PIL: il che collocherebbe l’intero paese al tredicesimo posto tra le aree a maggiore intensità di ricerca d’Europa. E al top tra i più grandi paesi del mondo.

Ma non tutta l’Europa è Germania. Anzi, tra le 504 pagine del rapporto emerge un quadro dell’Unione con molti scuri, oltre che con diversi chiari. Il rapporto andrebbe letto per intero, per coglierli tutti. Ma l’analisi comparata tra l’Europa e le altre grandi aree del mondo, ma anche tra i paesi interni all’Unione, che ci offrono Ana Correia; Richard Deiss e Dermot Lally nel terzo capitolo della prima parte, sono la base per ogni altra considerazione. Anche perché è un’analisi dinamica. Ci dice come sono cambiati i rapporti nella geografia della ricerca tra l’anno 2000 e l’anno 2016.

Già l’esordio del capitolo è illuminante. Nell’anno 2000 gli investimenti della Cina rappresentavano il 5% del totale mondiale. Nel 2016 erano già saliti al 21%. Al contrario, quelli dell’Europa, che nel 2000 rappresentavano il 25% del totale mondiale, sono scesi al 20% nel 2016. Non meglio è andata agli Stati Uniti, che sulla bilancia globale sono passati nel medesimo periodo dal 37 al 27%.

La Cina ha aumentato l’intensità degli investimenti a ritmi impressionanti, passando dallo 0,89% del PIL nell’anno 2000 al 2,07% del 2015. Ma non c’è solo il paese del Dragone. Nel medesimo periodo la Corea del Sud è passata dal 2,18 al 4,23% e il Giappone dal 2,91 al 3,29%. In altri termini nella geografia della ricerca c’è un evidente shift dall’Occidente verso l’Oriente, dall’Atlantico all’Indopacifico.

Chi segue Scienzainrete sa che questo non costituisce una novità. Sono molti anni che il nostro giornale monitora questo shift. Nulla di preoccupante, se questa globalizzazione della ricerca non vedesse gli altri correre e l’Europa camminare al passo e non stare ferma.

Figura 1
Investimenti in R&S tra gli anni 2000 e 2016 (% rispetto al PIL)

Fonte: Evolution of R&D intensity, 2000-2016 (Eurostat, OECD).

In realtà sono tutte le regioni di quello che una volta veniva chiamato Occidente a restare ferme. Nel corso degli ultimi diciassette anni, infatti, anche Giappone e Stati Uniti hanno sostanzialmente segnato il passo e hanno aumentato di poco le loro performance. Mentre la crescita di Cina e Corea del Sud, che il rapporto mette a confronto con l’Europa, è stata a dir poco spettacolare. Ma Stati Uniti e Giappone sono in una posizione alta. La loro intensità di investimenti sfiora o supera il 3%. Mentre l’Europa, con il suo stentato 2,0%, è ormai ultima tra tutte i grandi paesi presi in considerazione. Anche la Cina ci ha superato.

Gli investimenti in R&S hanno due gambe: l’una pubblica, che premia un po’ di più la ricerca di base, l’altra privata, che tende verso l’innovazione tecnologica. Ebbene - questo è il dato principale che emerge dal rapporto - entrambe questa gambe in Europa sono ferme.

Figura 2
Investimenti pubblici in R&S tra gli anni 2000 e 2016 (% rispetto al PIL)

Fonte: Evolution of public R&D intensity, 2000-2016 (Eurostat, OECD).

L’Europa vanta un’antica tradizione di investimenti pubblici. E, di conseguenza, una particolare attenzione alla ricerca di base. Ma, come mostrato in figura 2, è almeno dal 2009 che gli investimenti pubblici ristagnano se non diminuiscono. Gli stati europei, con meno dello 0,7% di investimenti pubblici in R&S rispetto al PIL, stanno alimentando sempre meno il motore che produce innovazione e nuova conoscenza. Non molto diversamente vanno le cose in Giappone e Stati Uniti. Al contrario, Cina e Corea del Sud smentiscono molti luoghi comuni e investono sempre più quattrini pubblici nella ricerca. La Cina è passata da meno dello 0,4 allo 0,5% pieno di investimenti pubblici in R&S. La Corea del Sud da meno dello 0,6 allo 0,9%: è oggi tra i grandi investitori quello che mette sul piatto della bilancia più quattrini in assoluto.

Anche l’asse del motore della ricerca si sta spostando a Oriente. Ma non diversamente vanno le cose nella ricerca industriale. L’andamento è sostanzialmente analogo (figura 3).

Figura 3
Investimenti privati in R&S tra gli anni 2000 e 2016 (% rispetto al PIL)

Fonte: Evolution of business R&D intensity, 2000-2016 (Eurostat, OECD).

L’intensità degli investimenti privati è in lenta crescita in Europa e Giappone, stagnante negli Stati Uniti (per quanto enorme, in termini assoluti). In Cina, invece, sono passati dallo 0,5% del PIL dell’anno 2000 all’1,6% del 2015: più che raddoppiati. In Corea del Sud dall’1,6 al 3,4%: più che raddoppiati. Anche in questo caso è evidente che la bilancia dell’innovazione e dell’alta tecnologia pende sempre più verso Oriente.

E tuttavia il quadro è più articolato. L’Unione europea ha al suo interno un atteggiamento molto diversificato nei confronti della ricerca scientifica e dello sviluppo tecnologico. Basta un’analisi comparata tra cinque diverse gradi aree per rendersene conto.

Tabella 1
Investimenti in R&S nei vari paesi europei (in % rispetto al PIL)

Fonte: R&D intensity 2016 (Eurostat, Member States).

C’è un’area, quella che abbiamo definito, con un minimo di forzatura, teutonica cui dovremmo aggiungere anche la Svizzera, anche se non fa parte dell’Unione europea, che propone investimenti molto vicini al 3,0% che è l’obiettivo che gli europei si sono dati a Barcellona nel 2002 per fare dell’Europa l’area leader al mondo dell’economia della conoscenza.

Quest’area è in grado di competere alla pari anche con le più aggressive tigri del Sud-est asiatico, oltre che con Giappone e Stati Uniti. C’è un’area di mezzo, che abbiamo definito anglo-francese che tende a divergere al suo interno (e non solo per la Brexit) e che mostra già una certa fatica a tenere il passo. C’è poi l’area mediterranea, di cui fa parte l’Italia, che è decisamente indietro. Infine ci sono i paesi ex comunisti. Tutti piuttosto indietro. Ma non tutti allo stesso modo. Quelli dell’Europa centrale, più vicini, fisicamente ed economicamente, alla Germania, sono un passo più avanti degli altri.

Ecco, l’Europa non solo risulta - speriamo solo momentaneamente - perdente rispetto alle aree più avanzate del mondo. Ma giunge a giocare la sua partita in maniera estremamente frammentata. Troppo, per poter sperare di vincerla. E anche solo di pareggiarla.

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Credit: ISO Republic. Licenza: CC0.

"If you think research is expensive, try disease" è una famosa citazione di Mary Lasker, filantropa americana nata nel 1900 a cui è intitolato uno dei più prestigiosi premi della Medicina dopo il Nobel. Il principio si applica bene all’estenuante ricerca di un vaccino preventivo dell’infezione da virus dell’immunodeficienza umana (HIV) con cui convivono circa 37 milioni di persone sul pianeta e che, nel solo 2016, nonostante i numerosi e convergenti sforzi di prevenzione, ha causato 1,8 milioni di nuove infezioni.