<?xml version="1.0" encoding="utf-8" standalone="yes"?><rss version="2.0" xmlns:atom="http://www.w3.org/2005/Atom" xmlns:media="http://search.yahoo.com/mrss/" xmlns:dc="http://purl.org/dc/elements/1.1/" xmlns:content="http://purl.org/rss/1.0/modules/content/"><channel><title>Scienza in rete — università + ricerca</title><link>https://www.scienzainrete.it/</link><description>Articoli della sezione università + ricerca su Scienza in rete</description><generator>Hugo</generator><language>it-IT</language><lastBuildDate>Tue, 13 Oct 2026 08:21:00 +0200</lastBuildDate><item><title>Il precariato della ricerca pubblica italiana non può aspettare</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/precariato-ricerca-pubblica-italiana-puo-aspettare/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/precariato-ricerca-pubblica-italiana-puo-aspettare/</guid><pubDate>Tue, 13 Oct 2026 08:21:00 +0200</pubDate><description>Riceviamo e pubblichiamo il comunicato congiunto delle precarie e dei precari di otto enti pubblici di ricerca italiani, che chiedono al Governo un intervento urgente per prorogare le procedure di stabilizzazione previste dalla Legge Madia, in scadenza il 31 dicembre 2026, e garantire le risorse necessarie alla loro attuazione. Una mobilitazione unitaria contro il precariato strutturale nella ricerca pubblica, per tutelare migliaia di lavoratrici e lavoratori e salvaguardare competenze fondamentali per il Paese.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/precariato-ricerca-pubblica-italiana-puo-aspettare-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/precariato-ricerca-pubblica-italiana-puo-aspettare-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>I Precari e le Precarie di CNR, INAF, INFN, INGV, CREA, ISPRA, Stazione Zoologica Anton Dohrn e OGS, riuniti in un fronte comune, denunciano con forza l&rsquo;inerzia del Governo di fronte alla scadenza ormai imminente del 31 dicembre 2026, termine ultimo fissato per l&rsquo;applicazione delle procedure di stabilizzazione previste dall&rsquo;articolo 20, commi 1 e 2, del D.Lgs. 75/2017 (Legge Madia) per gli Enti Pubblici di Ricerca. A pochi mesi da questa scadenza, migliaia di lavoratrici e lavoratori precari, molti dei quali impegnati da anni, in attività di ricerca fondamentali per il Paese, restano senza certezze sul proprio futuro professionale. Il rischio concreto è che una parte consistente del personale precario, pur in possesso dei requisiti, venga escluso da qualunque percorso di stabilizzazione per la sola assenza di un intervento normativo e di adeguate risorse economiche.</p>
<p>Non possiamo accettare che professionalità costruite negli anni all&rsquo;interno degli Enti Pubblici di Ricerca vengano disperse proprio mentre il sistema della ricerca italiana ha bisogno di continuità, competenze e programmazione.</p>
<p>Di fronte a questa situazione, chiediamo con urgenza al Governo:</p>
<ol>
<li>La proroga della Legge Madia (D.Lgs. 75/2017, art. 20, commi 1 e 2), attualmente in scadenza al 31 dicembre 2026, estendendo sia il termine per la maturazione dei requisiti sia quello per l’espletamento delle procedure concorsuali, per consentire a tutti gli Enti Pubblici di Ricerca di completare i percorsi di superamento del precariato già avviati e di avviarne di nuovi.</li>
<li>Le risorse economiche necessarie per l&rsquo;applicazione piena del comma 1 in tutti gli Enti Pubblici di Ricerca, affinché la stabilizzazione diretta del personale in possesso dei requisiti trovi concreta e integrale attuazione. Tali risorse sono indispensabili affinché il personale idoneo ma non ancora stabilizzato non venga lasciato fuori a causa di stanziamenti insufficienti, disperdendo professionalità già selezionate e formate all&rsquo;interno degli Enti stessi, sulle quali il Paese ha già investito milioni di euro.</li>
<li>Risorse per l&rsquo;immediata pubblicazione dei bandi per le procedure concorsuali riservate previste dal comma 2, ad oggi bloccati o rallentati in diversi Enti, con conseguente e ingiustificabile allungamento dei tempi di attesa per lavoratrici e lavoratori che hanno già maturato o stanno per maturare i requisiti di anzianità richiesti dalla norma.</li>
</ol>
<p>Il precariato negli Enti Pubblici di Ricerca non è un&rsquo;anomalia contingente, ma il risultato di anni di sotto-finanziamento cronico del sistema della ricerca italiana. Un sistema che scarica sulle spalle di ricercatrici, ricercatori, tecnologhe, tecnologi, personale tecnico e amministrativo l&rsquo;incertezza che dovrebbe invece essere assorbita da una programmazione seria e da investimenti pubblici adeguati. Non è più tollerabile che il destino professionale di migliaia di persone, e con esso la tenuta stessa del sistema della ricerca pubblica italiana, dipenda da proroghe concesse all&rsquo;ultimo momento, da risorse stanziate col contagocce o da bandi rinviati sine die.</p>
<p>Se il Governo non darà seguito a queste richieste in tempi rapidi, i precari e le precarie di CNR, INAF, INFN, INGV, CREA, ISPRA, Stazione Zoologica Anton Dohrn e OGS intendono portare avanti una mobilitazione unitaria con iniziative pubbliche, presidi e ogni altra azione necessaria a far valere il diritto di migliaia di lavoratrici e lavoratori a un futuro stabile.</p>
<p>Auspichiamo, inoltre, che attorno a queste richieste si costruisca una piena unità sindacale, condizione importante per dare forza alla vertenza e ottenere risposte concrete.</p>
<p>La ricerca pubblica va finanziata perché il Paese cresca e si rafforzi. E la ricerca si fa con le persone: le stesse che oggi, unite, chiedono al Governo una scelta chiara e un sostegno reale e concreto all&rsquo;intero comparto.</p>
<p><em>I Precari e le precarie di CNR, INAF, INFN, INGV, CREA, ISPRA, Stazione Zoologica Anton Dohrn, OGS</em></p>
]]></content:encoded></item><item><title>Ricerca e sviluppo, nel 2024 la spesa sale a 31 miliardi: crescono le università, arretrano le piccole imprese</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/ricerca-sviluppo-italia-istat-2024/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/ricerca-sviluppo-italia-istat-2024/</guid><pubDate>Thu, 08 Oct 2026 10:00:00 +0200</pubDate><dc:creator>Redazione</dc:creator><category>ricerca-scientifica</category><description>Secondo l&amp;amp;rsquo;Istat nel 2024 l&amp;amp;rsquo;Italia ha speso in ricerca e sviluppo 31 miliardi, l&amp;#39;1,40% del Pil. Le università crescono del 13,4%, le piccole imprese perdono il 13,7%.</description><content:encoded><![CDATA[<p>Nel 2024 l&rsquo;Italia ha speso in ricerca e sviluppo circa 31 miliardi di euro, il 5,6% in più dell&rsquo;anno precedente a prezzi correnti. In rapporto al Pil la spesa sale dall'1,37% all'1,40%. Lo dice il report <a href="https://www.istat.it/comunicato-stampa/la-ricerca-e-sviluppo-in-italia-anni-2024-2026/" rel="noopener">La ricerca e sviluppo in Italia</a> che l&rsquo;Istat ha pubblicato il 24 settembre, con i consuntivi del 2024 e le stime preliminari per il 2025. Dentro la media ci sono due andamenti opposti: le università crescono molto, mentre nelle imprese aumenta la spesa delle grandi e si riduce quella delle piccole e medie.</p>
<h2 id="le-università-crescono-più-di-tutti">Le università crescono più di tutti</h2><p>La spesa delle università aumenta del 13,4% e arriva al 26,9% del totale nazionale, quasi due punti in più del 2023. Cresce anche il personale: gli addetti alla ricerca, contati in unità equivalenti a tempo pieno, sono il 13,6% in più, e i ricercatori il 15,3% in più. La ricerca delle università è finanziata per l'81,1% dal settore pubblico, e più della metà della spesa va alla ricerca di base.</p>
<p>Aumentano, ma meno, anche le istituzioni private non profit (+7,9%) e le istituzioni pubbliche (+4,7%). In tutto il paese i ricercatori sono circa 179mila in equivalenti a tempo pieno, il 5,4% in più; le donne sono il 37,7% degli addetti alla ricerca.</p>
<h2 id="nelle-imprese-spendono-le-grandi">Nelle imprese spendono le grandi</h2><p>Le imprese restano il primo attore, con circa 18 miliardi e il 56,6% della spesa, ma crescono solo del 2,4% e perdono quasi due punti di quota. La crescita viene tutta dalle grandi imprese (+6,4%), che da sole fanno il 76% della spesa del settore. Le piccole, sotto i cinquanta addetti, spendono il 13,7% in meno e le medie il 5,2% in meno. L'82,2% della spesa dipende dalle multinazionali, divise a metà fra quelle a controllo italiano e quelle a controllo estero.</p>
<p>Nelle imprese cala anche il personale: gli addetti alla ricerca scendono del 5,9% in equivalenti a tempo pieno. L&rsquo;Istat vede in questo squilibrio, legato al peso delle piccole e medie imprese nel sistema produttivo, una delle ragioni per cui l&rsquo;Italia non raggiunge l&rsquo;intensità di ricerca dei principali paesi europei.</p>
<h2 id="dove-si-spende">Dove si spende</h2><p>Oltre il 60% della spesa, 18,9 miliardi, si concentra in quattro regioni: Lombardia, Emilia-Romagna, Lazio e Piemonte. L&rsquo;aumento più forte è però nel Sud (+8,9%). In rapporto al Pil regionale sono in testa l&rsquo;Emilia-Romagna (2,32%) e il Piemonte (2,20%), mentre nel Mezzogiorno la spesa resta in genere sotto l'1%. Al Nord prevale la spesa delle imprese, nel Mezzogiorno quella del settore pubblico e delle università.</p>
<h2 id="che-cosa-dicono-le-stime-per-il-2025">Che cosa dicono le stime per il 2025</h2><p>I dati preliminari indicano per il 2025 una riduzione della spesa delle imprese (-2,6%) e un aumento per le istituzioni pubbliche (+6,2%) e per il non profit (+6,4%).</p>
<p>Il report dà conto anche degli stanziamenti pubblici per la ricerca, cioè di quanto amministrazioni centrali, regioni e province autonome mettono a bilancio. Nel 2024 sono stati circa 13,5 miliardi, stabili rispetto all&rsquo;anno prima (+0,5%); il 40,7% arriva alle università attraverso il Fondo di finanziamento ordinario. Per il 2025 le previsioni iniziali si fermano a circa 13,1 miliardi, il 3,2% in meno.</p>
<p>Il report completo, con le tavole e la nota metodologica, è fra i documenti raccolti nella pagina della <a href="https://www.scienzainrete.it/rete-delle-societ%c3%a0-scientifiche-italiane/">Rete delle Società scientifiche italiane</a>.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Un pool di esperti prova ad allineare i bandi italiani agli standard internazionali</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/pool-esperti-prova-allineare-bandi-italiani-standard-internazionali/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/pool-esperti-prova-allineare-bandi-italiani-standard-internazionali/</guid><pubDate>Tue, 06 Oct 2026 23:47:00 +0100</pubDate><dc:creator>Luca Carra</dc:creator><category>politica-della-ricerca</category><description>Un gruppo di esperti presieduto dall’infettivologo Matteo Bassetti e composto da Stefano Bertuzzi, Angela Liberatore, Carlo Mango, Francesca Pasinelli e Anna Pelagotti, e ispirato da Elena Cattaneo, ha dato ai bandi di ricerca italiani regole certe per potersi confrontare con le migliori pratiche di quelli europei e mondiali, sulla falsariga di ERC, NIH e UKRI. E dopo tanti errori ora si spera di riguadagnare la fiducia dei nostri ricercatori che non ci credevano più. Per Elena Cattaneo, è un passo avanti importante, anche se ci sono ancora molti ostacoli. Un risultato positivo anche per la ministra all&amp;amp;rsquo;Università e la ricerca Anna Maria Bernini, che ha istituito il gruppo di lavoro.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/pool-esperti-prova-allineare-bandi-italiani-standard-internazionali-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/pool-esperti-prova-allineare-bandi-italiani-standard-internazionali-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>È da tempo che aspettavamo un sistema di bandi che garantisse una valutazione equa e indipendente, e che non stonasse rispetto alla ricerca competitiva d’eccellenza degli altri Paesi avanzati. Ebbene, quel momento si avvicina almeno un po’ con la pubblicazione delle “Linee guida per la gestione dei bandi pubblici di ricerca e la valutazione delle proposte di ricerca”, che riportiamo in anteprima in questo <a href="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/pool-esperti-prova-allineare-bandi-italiani-standard-internazionali-allegato.pdf">link</a>. Il documento, datato luglio 2026, è opera di un gruppo di esperti presieduto dall’infettivologo Matteo Bassetti e composto da Stefano Bertuzzi, Angela Liberatore, Carlo Mango, Francesca Pasinelli e Anna Pelagotti. È stato presentato ieri al Ministero dell’Università e della Ricerca dalla ministra Anna Maria Bernini e nasce da una proposta della senatrice a vita Elena Cattaneo, a cui la responsabile del dicastero ha voluto dar seguito. L’obiettivo dichiarato è allineare la gestione dei bandi e la valutazione dei progetti alle migliori pratiche internazionali, quelle di ERC, DFG, NIH e UKRI, vale a dire le grandi agenzie di ricerca europea, tedesca, statunitense e britannica (vedi <a href="https://www.scienzainrete.it/articoli/cos-agenzia-nazionale-ricerca/">qui</a>).</p>
<p>Come ha spiegato Matteo Bassetti in conferenza stampa, le linee guida si condensano in dieci raccomandazioni che tendono a “rendere la valutazione della nostra ricerca più meritocratica e indipendente”. La prima è dotarsi di una struttura professionale e permanente per la valutazione: funzionari a tempo pieno (i <em>Research Programme Officers</em> del modello ERC e NIH) che gestiscono le procedure e i conflitti di interesse senza entrare nel merito scientifico, e che non siano accademici a loro volta in corsa per i finanziamenti. Sopra di loro, un Consiglio scientifico consultivo istituito per legge e indipendente dal ministero, con autorità esclusiva su criteri di valutazione, scelta dei panel e controllo dell’integrità del processo: la politica fissa il bilancio e le grandi priorità, ma non deve avere alcun ruolo nella selezione dei vincitori o dei revisori. Poi: revisori di caratura internazionale (almeno la metà dei membri dei panel e dei revisori esterni deve venire da istituzioni non italiane, con una banca dati di 5-10 mila esperti stranieri e il coinvolgimento attivo dei ricercatori italiani all’estero); una gestione rigorosa dei conflitti d’interesse, con dichiarazioni obbligatorie prima di ogni sessione e sanzioni per chi omette; più spazio ai criteri di qualità rispetto a quelli quantitativi come impact factor e soglie bibliometriche, secondo i principi della dichiarazione DORA e della coalizione CoARA, con l’introduzione dei curriculum narrativi e il riconoscimento di prodotti della ricerca diversi dalle pubblicazioni (dataset, software, brevetti, divulgazione) e dei percorsi di carriera non lineari. La peer review va organizzata su due livelli: almeno due o tre revisori specialisti esterni per ogni proposta, i cui giudizi confluiscono in un panel di generalisti presieduto da uno scienziato di comprovata esperienza. E soprattutto ogni candidato deve ricevere una valutazione dettagliata del suo progetto, con il giudizio condiviso del panel, le revisioni individuali anonimizzate, il punteggio e la posizione in graduatoria, in modo da capire il verdetto e far meglio la prossima volta. I bandi, continua il documento, devono essere prevedibili e costanti nei tempi e nelle risorse: calendari pubblicati con almeno dodici mesi di anticipo, fondi programmati su base pluriennale e un tasso di successo dichiarato in anticipo, indicativamente fra il 15 e il 25%. L’uso ormai debordante dell’intelligenza artificiale va regolato: si propone di vietare ai revisori l’uso dell’IA generativa per analizzare, riassumere o giudicare le proposte, come già fa il NIH, e di chiarire che le domande scritte in buona parte da una macchina non sono prodotti originali del proponente (auguri…). Infine, un’attenzione particolare a ricercatrici e ricercatori giovani, con <em>early career grant</em> sul modello degli ERC Starting Grant (1-1,5 milioni per 4-5 anni, aperti a chi ha preso il dottorato da 2 a 8 anni e “portabili” da un ateneo all’altro), mentre un gruppo permanente di supervisione della peer review dovrà verificare periodicamente il funzionamento del sistema, scovare eventuali distorsioni sistematiche e riferirne pubblicamente al MUR.</p>
<p>Fra gli esperti che hanno stilato le nuove regole, è significativa la presenza di rappresentanti di fondazioni non profit, come Carlo Mango di Fondazione Cariplo e Francesca Pasinelli di Fondazione Telethon, che da decenni applicano questi standard internazionali nei loro bandi.</p>
<p>“Con queste linee guida abbiamo internazionalizzato ancora di più i criteri di valutazione della nostra ricerca” ha detto la ministra Bernini. “Questo la rende più facilmente aggregabile ai progetti di ricerca internazionali, e ci mette nella condizione di comunicare meglio con i sistemi di ricerca degli altri paesi”. La ministra ha rivendicato la programmazione avviata con il Piano triennale della ricerca 2026-2028, che vale circa 1,2 miliardi l’anno: bandi pubblicati ogni anno entro il 30 aprile e graduatorie entro il 30 settembre, come è avvenuto già quest’anno. Le linee guida dovrebbero essere il passo successivo, quello che dà regole di qualità a una macchina che ha finalmente un calendario.</p>
<p>Come ha commentato Elena Cattaneo, con queste linee guida si passa da bandi i cui esiti in molti casi ricordano le lotterie a qualcosa che, almeno sulla carta, comincia ad avvicinarsi alle prassi di ERC, DFG, NIH e UKRI, come auspicato in premessa dal gruppo di esperti. “Oggi è una giornata davvero importante che sognavo da tempo, che sancisce la professionalizzazione della valutazione della ricerca” ha detto Cattaneo. “Soprattutto perché siamo qui per riconquistare la fiducia dei nostri ricercatori, facendo capire che a livello istituzionale si stanno riconoscendo degli errori e delle manchevolezze e ci si sta attrezzando per farvi fronte. Le linee guida sono un primo passo, come lo è il programma triennale per la ricerca voluta dalla ministra che per la prima volta vede bandi aprirsi e chiudersi in data certa. Ora, con una valutazione indipendente e di qualità, possiamo contribuire a contrastare le fughe all’estero dei più giovani&quot;.</p>
<p>Sarebbe bello che le linee guida si trasformassero presto in leggi vincolanti. Lo chiedono del resto gli stessi esperti, che in apertura ricordano di aver svolto un ruolo “consultivo non vincolante” e raccomandano che il Consiglio scientifico e le garanzie contro le interferenze politiche siano codificati nella legislazione. E servirebbero risorse sufficienti a far funzionare come si deve una struttura di valutazione con queste caratteristiche, e a finanziare in modo adeguato tutti i meritevoli, non solo quelli baciati dalla sorte. Come ha fatto notare il presidente dell’INFN Antonio Zoccoli, “la prima volta che ho partecipato al PRIN ho preso 98/100 e non sono passato. Ci ho riprovato la volta dopo e ho preso ancora 98/100 e non sono passato. A quel punto ho smesso di partecipare ai PRIN. Speriamo che con queste linee guida le cose cambino”.</p>
<p>L’ultima tornata dei PRIN, lanciata quest’anno e sorprendentemente valutata in appena quattro mesi come promesso, ha premiato 199 gruppi di ricerca su 4.279 proposte, per un totale di 260 milioni di euro disponibili, con l’87% dei revisori provenienti dall’estero. Quindi alcune buone regole si stanno già seguendo. Ma un tasso di successo di poco inferiore al 5% è ben al di sotto di quella soglia del 15% sotto la quale, scrive il documento, la selezione scoraggia i candidati migliori, sovraccarica i revisori e diventa statisticamente incapace di distinguere le proposte meritevoli da quelle eccezionali. Segno forse che il livello generale delle proposte non era adeguato. Oppure che il finanziamento competitivo pubblico (fra PRIN, PRIN Hybrid e Synergy Grant, 364 milioni per 239 progetti nel 2026) è ancora troppo modesto rispetto alla “fame” dei nostri scienziati e agli standard internazionali. Ricordiamo che l’Italia investe in ricerca e sviluppo l’1,3% del PIL contro una media europea del 2,24%, e il bilancio dei bandi competitivi del MUR si aggira sui 200 milioni l’anno, contro i 3,5 miliardi di euro della DFG tedesca e gli 8 miliardi di sterline di UKRI. “Aumentare la quota di ricerca finanziabile”, si legge nel documento stilato dagli esperti, “è più efficace che perfezionare ulteriormente il sistema di selezione”.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Il CREA rischia una grave perdita di autorevolezza scientifica</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/crea-rischia-grave-perdita-autorevolezza-scientifica/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/crea-rischia-grave-perdita-autorevolezza-scientifica/</guid><pubDate>Fri, 10 Jul 2026 07:27:00 +0100</pubDate><description>In una lettera aperta un gruppo di ricercatori, fra i quali il Nobel Giorgio Parisi, Elena Cattaneo e Paola Bonfante, esprime la preoccupazione per le nuove nomine di direttori del CREA (Consiglio per la ricerca in agricoltura e l&amp;amp;rsquo;analisi dell&amp;amp;rsquo;economia agraria), l&amp;amp;rsquo;ente nazionale di ricerca vigilato dal Ministero dell&amp;amp;rsquo;agricoltura, della sovranità alimentare e delle foreste. Le nomine sembrano infatti «trascurare l’attinenza fra la carriera scientifica dei prescelti come direttori e le aree di ricerca dei Centri ». Alcuni profili dei nuovi direttori mostrano curricula da «giovane borsista» più che da ricercatore maturo».In conclusione: « Chiediamo quindi che le procedure di nomina dei Direttori dei Centri CREA siano rese pienamente trasparenti, verificabili e fondate su criteri scientifici chiari, comparabili e coerenti con la missione dei singoli Centri. Il Paese ha bisogno di un CREA forte, autorevole e rispettato a livello internazionale. Per esserlo, deve essere guidato da figure scientificamente riconosciute nei settori che sono chiamate a rappresentare ».</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/crea-rischia-grave-perdita-autorevolezza-scientifica-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/crea-rischia-grave-perdita-autorevolezza-scientifica-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>Il <a href="https://www.crea.gov.it/" rel="noopener">CREA</a> è il principale ente pubblico italiano di ricerca in agricoltura e scienze agroalimentari. Per questo, le recenti nomine da parte della dirigenza dei 12 Direttori dei suoi Centri di ricerca non possono essere considerate una vicenda interna all’Ente, ma riguardano la credibilità stessa della ricerca pubblica nazionale in un settore strategico per il Paese.</p>
<p>Come studiosi impegnati a promuovere la ricerca di eccellenza in Italia, esprimiamo forte preoccupazione per le scelte fatte che sembrano trascurare l’attinenza fra la carriera scientifica dei prescelti come Direttori e le aree di ricerca dei Centri: appare sorprendente, ad esempio, il caso del Centro di Genomica e Bioinformatica, una struttura cruciale per il futuro del miglioramento genetico, della biodiversità agraria e delle biotecnologie vegetali, alla cui direzione è stato nominato un professore di Meccanica Agraria che si occupa di meccanizzazione forestale e sicurezza del lavoro. Il punto non è mettere in discussione la dignità scientifica di una disciplina rispetto ad un&rsquo;altra, ma chiedere coerenza tra il profilo del Direttore e la missione del Centro che è chiamato a guidare. I ricercatori chiedono autorevolezza e competenza al proprio Direttore: il livello scientifico-tecnologico della ricerca prodotta dal Centro di Genomica e Bioinformatica richiede un Direttore con esperienza e prestigio in tali discipline.</p>
<p>La direzione di un Centro di ricerca non è una semplice funzione amministrativa: richiede un profilo scientifico riconosciuto come autorevole, conoscenza profonda del settore, capacità di orientare programmi, valutare priorità e rappresentare l’Ente nella comunità internazionale. Questo aspetto è ben sottolineato nello statuto del CREA dove è riportato che i direttori devono avere un “alto profilo scientifico nelle materie oggetto di attività del Centro”. Ciononostante, i curricula di alcuni dei nuovi Direttori sembrano talora riflettere il profilo scientifico di un giovane borsista e non quello di un ricercatore maturo, con livelli di impatto scientifico che in alcuni casi è prossimo a zero.</p>
<p>In un momento in cui l’agricoltura italiana deve affrontare sfide epocali - cambiamento climatico, sicurezza alimentare, sostenibilità, innovazione varietale, transizione digitale - in un contesto geopolitico sempre più complesso indebolire la guida scientifica dell’Ente nazionale di riferimento appare una scelta difficilmente comprensibile. Il merito e la competenza, nella ricerca, non possono essere evocati come principio generale e poi disattesi nelle decisioni operative.</p>
<p>Chiediamo quindi che le procedure di nomina dei Direttori dei Centri CREA siano rese pienamente trasparenti, verificabili e fondate su criteri scientifici chiari, comparabili e coerenti con la missione dei singoli Centri. Il Paese ha bisogno di un CREA forte, autorevole e rispettato a livello internazionale. Per esserlo, deve essere guidato da figure scientificamente riconosciute nei settori che sono chiamate a rappresentare.</p>
<h4 id="paola-bonfante---prof-emerita-università-degli-studi-di-torino-commissione-agricoltura-accademia-dei-lincei"><strong>Paola Bonfante</strong> - Prof Emerita Università degli Studi di Torino, Commissione Agricoltura Accademia dei Lincei</h4><h4 id="elena-cattaneo---università-degli-studi-di-milano-e-senatrice-a-vita-accademia-dei-lincei"><strong>Elena Cattaneo</strong> - Università degli Studi di Milano e Senatrice a vita, Accademia dei Lincei</h4><h4 id="giorgio-parisi---premio-nobel-università-la-sapienza-roma-accademia-dei-lincei"><strong>Giorgio Parisi</strong> - Premio Nobel, Università La Sapienza Roma, Accademia dei Lincei</h4><h4 id="lucia-colombo---università-degli-studi-di-milano-commissione-agricoltura-accademia-dei-lincei"><strong>Lucia Colombo</strong> - Università degli Studi di Milano, Commissione Agricoltura Accademia dei Lincei</h4><h4 id="paolo-costantino---prof-emerito-università-la-sapienza-roma-accademia-dei-lincei"><strong>Paolo Costantino -</strong> Prof. Emerito Università La Sapienza Roma, Accademia dei Lincei</h4><h4 id="carlo-doglioni---università-la-sapienza-roma-accademia-dei-lincei"><strong>Carlo Doglioni</strong> - Università La Sapienza Roma, Accademia dei Lincei</h4><h4 id="marcella-frangipane---accademia-dei-lincei"><strong>Marcella Frangipane</strong> - Accademia dei Lincei</h4><h4 id="michele-morgante---università-degli-studi-di-udine-commissione-agricoltura-accademia-dei-lincei"><strong>Michele Morgante</strong> - Università degli studi di Udine, Commissione Agricoltura Accademia dei Lincei</h4><h4 id="cosimo-palagiano---commissione-agricoltura-accademia-dei-lincei"><strong>Cosimo Palagiano</strong> - Commissione Agricoltura Accademia dei Lincei</h4><h4 id="annalisa-rosselli--presidente-commissione-ricerca-accademia-dei-lincei"><strong>Annalisa Rosselli</strong> – Presidente Commissione Ricerca Accademia dei Lincei</h4><h4 id="enrico-alleva---past-president-fed-it-scienze-natura-e-ambiente-accademia-dei-lincei"><strong>Enrico Alleva</strong> - Past-President, Fed. It. Scienze Natura e Ambiente, Accademia dei Lincei</h4><h4 id="giovanni-giuliano--centro-ricerche-casaccia-enea-in-pensione-visiting-professor-northwest-af-university-cina"><strong>Giovanni Giuliano</strong> – Centro Ricerche Casaccia, ENEA (in pensione). Visiting professor, Northwest A&amp;F University, Cina</h4><h4 id="massimo-delledonne--università-di-verona"><strong>Massimo Delledonne</strong> – Università di Verona</h4><h4 id="fiorella-lo-schiavo--università-di-padova-e-past-president-società-italiana-di-biologia-vegetale"><strong>Fiorella Lo Schiavo</strong> – Università di Padova e Past President, Società Italiana di Biologia Vegetale</h4><h4 id="alessandro-vitale--ricercatore-senior-associato-istituto-di-biologia-e-biotecnologia-agraria-cnr"><strong>Alessandro Vitale</strong> – Ricercatore senior associato Istituto di Biologia e Biotecnologia Agraria, CNR</h4><h4 id="silvio-salvi---università-di-bologna-e-past-president-società-italiana-di-genetica-agraria"><strong>Silvio Salvi</strong> - Università di Bologna e past President, Società Italiana di Genetica Agraria</h4><h4 id="aldo-ceriotti---istituto-di-biologia-e-biotecnologia-agraria-cnr"><strong>Aldo Ceriotti -</strong> Istituto di Biologia e Biotecnologia Agraria, CNR</h4><h4 id="giulia-de-lorenzo--università-di-roma-la-sapienza"><strong>Giulia De Lorenzo –</strong> Università di Roma “La Sapienza”</h4><h4 id="roberto-tuberosa--università-di-bologna"><strong>Roberto Tuberosa</strong> – Università di Bologna</h4><h4 id="stefania-masci-presidente-società-italiana-di-genetica-agraria"><strong>Stefania Masci</strong> –** **Presidente Società Italiana di Genetica Agraria</h4><p><a href="https://forms.gle/WUBmTZ9pMSZXtWRY9" rel="noopener">Per firmare vai qui</a>.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Quando l'open access diventa pay to publish</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/quando-lopen-access-diventa-pay-to-publish/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/quando-lopen-access-diventa-pay-to-publish/</guid><pubDate>Mon, 25 May 2026 08:02:00 +0100</pubDate><category>politica-della-ricerca</category><description>L&amp;amp;rsquo;accesso aperto alla conoscenza è un principio giusto. Ma se il costo passa dai lettori agli autori, la libertà della ricerca rischia di dipendere dai fondi disponibili.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/quando-lopen-access-diventa-pay-to-publish-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/quando-lopen-access-diventa-pay-to-publish-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>L&rsquo;open access nasce da un&rsquo;idea logica, semplice e condivisibile: i risultati della ricerca scientifica, soprattutto quando finanziata con fondi pubblici, devono essere accessibili a tutti. Non solo agli studiosi delle università più ricche, non solo agli abbonati delle grandi biblioteche, non solo a chi può permettersi il costo spesso molto elevato degli articoli scientifici.<br>
Da questo punto di vista, l&rsquo;accesso aperto rappresenta una conquista culturale. Ha infatti dato corpo a un principio fondamentale: la conoscenza scientifica è un bene pubblico, e la sua circolazione non dovrebbe essere limitata da barriere economiche. La storia recente dell&rsquo;open access, dalla Budapest Open Access Initiative alla Dichiarazione di Berlino, fino alle raccomandazioni europee, si è sviluppata proprio intorno a questo ideale. Anche <em>Scienza in rete</em> ha più volte discusso il tema, riconoscendo l&rsquo;importanza dell&rsquo;accesso libero alla letteratura scientifica e il ruolo dell&rsquo;open science nella democrazia della conoscenza.</p>
<p>Il problema, dunque, non è l&rsquo;open access in quanto tale. Il problema è ciò che una (gran) parte dell&rsquo;open access è diventata. In molti casi, infatti, l&rsquo;accesso aperto non ha eliminato la barriera economica, ma l&rsquo;ha semplicemente spostata: dal lettore all&rsquo;autore. Prima bisognava pagare per leggere; ora, sempre più spesso, bisogna pagare per pubblicare.</p>
<p>È qui che l&rsquo;open access rischia di trasformarsi in qualcosa di diverso: non più accesso libero alla conoscenza, ma <em>pay to publish</em>. O, in modo ancora più selettivo, <em>publish if funded</em>.</p>
<h2 id="dal-lettore-allautore-la-barriera-cambia-posto">Dal lettore all&rsquo;autore: la barriera cambia posto</h2><p>Il modello tradizionale dell&rsquo;editoria scientifica era fondato sugli abbonamenti. Le università, le biblioteche o i singoli lettori pagavano per accedere agli articoli. Era un sistema profondamente problematico: gran parte della ricerca scientifica viene prodotta da ricercatori pagati con fondi pubblici, valutata gratuitamente da altri ricercatori attraverso il sistema di peer review e poi venduta dagli editori alle stesse istituzioni che l&rsquo;hanno resa possibile. Pietro Greco, su <em>Scienza in rete</em>, <a href="https://www.scienzainrete.it/articoli/risparmi-dellopen-access/">ricordava</a> già anni fa l&rsquo;assurdità di un sistema in cui la comunità scientifica produce, valuta e infine ricompra ciò che essa stessa ha generato.</p>
<p>L&rsquo;open access nasce proprio per correggere questa distorsione. Ma alcune sue forme, soprattutto il cosiddetto “gold open access”, introducono un altro problema. L&rsquo;articolo diventa liberamente accessibile ai lettori, ma i costi di pubblicazione vengono caricati sugli autori, sulle loro università o sui loro progetti di ricerca attraverso le <em>article processing charges</em>, le APC. Per dare un ordine di grandezza, una rivista come <em>British Journal of Cancer</em> richiede oggi un APC di circa 4.490 euro per articolo, e tariffe simili o superiori sono prassi nelle riviste di punta dei grandi editori commerciali. Per pubblicare una lettera o un articolo su <em>Science</em> o <em>Nature</em>, per dire, si arriva a circa 12.000 euro.</p>
<p>Il risultato è ambiguo. Da un lato, certamente più persone possono leggere. Dall&rsquo;altro, non tutti possono pubblicare. La conoscenza diventa aperta in uscita, ma selettiva all&rsquo;origine.<br>
Questa distinzione è cruciale. La pubblicazione non è un dettaglio secondario della ricerca. È il modo in cui un risultato entra nello spazio pubblico della scienza, viene discusso, criticato, verificato, confutato o utilizzato da altri. Se la possibilità di pubblicare dipende anche dalla disponibilità di fondi, allora al criterio scientifico si aggiunge un criterio economico.</p>
<p>Non basta più avere qualcosa di valido da dire. Bisogna anche potersi permettere di dirlo nel luogo giusto.</p>
<h2 id="una-nuova-disuguaglianza-nella-ricerca">Una nuova disuguaglianza nella ricerca</h2><p>I sostenitori dell&rsquo;open access sottolineano giustamente che esso riduce le disuguaglianze nell&rsquo;accesso alla lettura. Uno studente, un medico, un ricercatore di un paese povero, un cittadino interessato possono leggere gratuitamente articoli che prima sarebbero rimasti dietro un paywall. Questo è un vantaggio reale.</p>
<p>Ma dal lato della produzione scientifica la situazione è diversa. Se pubblicare costa migliaia di euro, il sistema favorisce chi lavora in università ricche, in grandi gruppi internazionali, in istituzioni ben finanziate o in progetti che prevedono esplicitamente fondi per la disseminazione. Penalizza invece i ricercatori indipendenti, i giovani studiosi, i precari, le piccole università, gli atenei meno finanziati, le discipline meno dotate di grant, e tutti coloro che portano avanti linee di ricerca non immediatamente allineate alle priorità dei finanziatori.</p>
<p>L&rsquo;open access non elimina quindi la disuguaglianza, ma semplicemente la riconfigura. Prima il problema era: chi può leggere? Ora diventa anche: chi può permettersi di pubblicare?<br>
La promessa di democratizzazione rischia così di produrre un effetto paradossale. I ricercatori con meno risorse possono leggere di più ciò che pubblicano i ricercatori con più risorse, ma hanno meno possibilità di rendere visibile il proprio lavoro. La scienza diventa più aperta come archivio, ma non necessariamente più equa come processo di produzione.</p>
<h2 id="il-nodo-dei-finanziamenti">Il nodo dei finanziamenti</h2><p>Il problema diventa ancora più serio quando l&rsquo;open access viene reso obbligatorio - pena la restituzione del budget - nei progetti finanziati, e questo accade ormai costantemente a livello nazionale ed europeo. In apparenza, il principio è ragionevole: se una ricerca è pagata con fondi pubblici, i suoi risultati devono essere pubblicamente accessibili. Ma nella pratica, finché il sistema resta dominato dal modello gold con APC, questo obbligo finisce per rafforzare una dipendenza strutturale della ricerca dai finanziamenti.</p>
<p>Per pubblicare in open access servono fondi. Per avere fondi bisogna spesso aderire a linee tematiche, priorità strategiche, obiettivi sociali, sanitari, tecnologici o economici stabiliti da agenzie, ministeri, fondazioni o programmi europei. Molte di queste priorità sono legittime e importanti. Ma non esauriscono lo spazio della ricerca possibile.</p>
<p>La scienza vive anche di domande inattuali, laterali, minoritarie, speculative o semplicemente visionarie, non immediatamente applicabili. Vive di ricerche che all&rsquo;inizio non sembrano utili, non sono facilmente finanziabili, non rispondono a una parola d&rsquo;ordine del momento. Se la visibilità editoriale dipende sempre più dai fondi, queste forme di ricerca rischiano di essere penalizzate.</p>
<p>Non si tratta di censura. Si tratta di qualcosa di più sottile: una selezione economica preventiva. Si pubblica più facilmente ciò che è già stato finanziabile. E ciò che è finanziabile è spesso ciò che si adatta meglio a priorità definite altrove.</p>
<p>La libertà della ricerca non consiste soltanto nel poter pensare liberamente. Consiste anche nel poter far circolare liberamente i risultati del proprio pensiero. La tensione si scioglie solo se, accanto all&rsquo;obbligo di apertura, si costruiscono infrastrutture editoriali che non scarichino il costo sull&rsquo;autore: torneremo più avanti su questa alternativa.</p>
<h2 id="gli-editori-e-il-nuovo-mercato-dellopen-access">Gli editori e il nuovo mercato dell&rsquo;open access</h2><p>Un altro punto riguarda il ruolo dei grandi editori scientifici. L&rsquo;open access avrebbe potuto ridurre il loro potere. In molti casi, invece, lo ha trasformato, configurando una sorta di oligopolio.</p>
<p>I cosiddetti contratti trasformativi nascono per accompagnare il passaggio dal modello ad abbonamento al modello ad accesso aperto. In Italia, questi accordi sono negoziati a livello consortile dal servizio CRUI-CARE, l&rsquo;organismo della Conferenza dei Rettori delle Università Italiane che cura le contrattazioni con i grandi editori. In sostanza, le università aderenti pagano un canone complessivo che include sia l&rsquo;accesso in lettura sia un certo numero di pubblicazioni in open access per i propri autori, senza che questi debbano versare individualmente l&rsquo;APC. Purtroppo, ci sono già piccoli e medi atenei nel nostro paese che dall’inizio dell’anno corrente non hanno rinnovato questo accordo. </p>
<p>Sulla carta, l&rsquo;idea è ragionevole: spostare progressivamente il sistema dagli abbonamenti alla copertura dei costi di pubblicazione in accesso aperto. Nella pratica, però, gli importi sono molto rilevanti. Secondo i <a href="https://aisa.sp.unipi.it/contratti-trasformativi-perche-varrebbe-la-pena-discuterne/" rel="noopener">dati</a> raccolti dall&rsquo;AISA (Associazione Italiana per la promozione della Scienza Aperta) a partire dalla documentazione resa pubblica da CRUI-Amministrazione trasparente, il contratto italiano con Elsevier rinegoziato nel 2023 ammonta a oltre 167 milioni di euro, quello con Springer-Nature a oltre 45 milioni, quello con Wiley a oltre 36 milioni. Sono cifre che, complessivamente, superano i 250 milioni di euro di risorse pubbliche destinate a un numero molto ristretto di interlocutori privati.</p>
<p>Il punto non è soltanto quanto si spende. È a chi si paga e per quale sistema. Se risorse pubbliche o universitarie molto consistenti vengono usate per alimentare un mercato editoriale oligopolistico — un mercato in cui pochi grandi gruppi commerciali realizzano margini di profitto fra i più alti di qualunque settore industriale — allora l&rsquo;open access rischia di diventare una nuova forma di finanziamento pubblico a favore di infrastrutture private. In altre parole: cambia il modello di pagamento, ma non necessariamente il rapporto di potere.<br>
Le metriche e la corruzione degli indicatori</p>
<p>La degenerazione dell&rsquo;open access a pagamento si inserisce in un fenomeno più ampio: la trasformazione della ricerca in un sistema governato da metriche quantitative.<br>
Da anni la produzione scientifica viene valutata attraverso indicatori: numero di articoli, citazioni, impact factor, ranking delle riviste, classificazioni, quartili. Gli indicatori possono essere utili, ma diventano pericolosi quando smettono di misurare un&rsquo;attività e iniziano a determinarla. È il principio di Campbell, vicino alla più nota legge di Goodhart: quando una misura diventa un obiettivo, cessa di essere una buona misura secondo il noto meccanismo dell’eterogenesi dei fini.</p>
<p>Se il sistema premia il numero di pubblicazioni, i ricercatori saranno spinti a pubblicare di più. Se premia le pubblicazioni in certe sedi, quelle sedi acquisiranno un potere crescente. Se premia l&rsquo;open access senza interrogarsi sui suoi costi e sulle sue condizioni, il sistema produrrà sempre più open access, anche quando questo significa pagare cifre sproporzionate.<br>
In questo contesto, gli autori diventano clienti perfetti. Devono pubblicare per fare carriera, per ottenere fondi, per superare valutazioni, per essere visibili. Gli editori lo sanno. E un mercato che prima vendeva l&rsquo;accesso ai lettori può riconvertirsi vendendo la pubblicazione agli autori. Il rischio è che la rivista scientifica non sia più soltanto un luogo di selezione e circolazione del sapere, ma anche un punto di estrazione economica da un sistema accademico già sottoposto a forti pressioni valutative.</p>
<h2 id="il-caso-cancer-research-uk">Il caso Cancer Research UK</h2><p>Un segnale interessante arriva da Cancer Research UK (CRUK), una delle più importanti fondazioni britanniche per la ricerca oncologica. Il 1° aprile 2026 la fondazione <a href="https://news.cancerresearchuk.org/2026/04/01/why-we-wont-be-funding-open-access-publishing-any-more/" rel="noopener">ha annunciato</a> che, a partire dall&rsquo;ottobre dello stesso anno, non finanzierà più i costi di pubblicazione in open access dei propri ricercatori (né tramite block grants alle istituzioni, né tramite l&rsquo;uso dei fondi residui di progetto). La ragione, esplicitata nel comunicato ufficiale della fondazione, non è un rifiuto dell&rsquo;accesso aperto: ai ricercatori CRUK resta l&rsquo;obbligo di rendere disponibili i propri lavori su Europe PMC, eventualmente attraverso la via green, cioè il deposito dell&rsquo;Author Accepted Manuscript dopo un periodo di embargo. Ciò che viene messo in discussione è la sostenibilità economica dell&rsquo;attuale modello commerciale, dominato da APC sempre più elevati.</p>
<p>Il caso è importante perché mostra che la critica all&rsquo;open access commerciale non coincide con una difesa del vecchio sistema chiuso. Si può essere favorevoli all&rsquo;accesso aperto e, allo stesso tempo, contrari al finanziamento indiscriminato delle APC. Si può volere una scienza più accessibile senza accettare che la pubblicazione diventi una tassa di ingresso.</p>
<h2 id="il-diamond-open-access-o-gli-archivi-liberi-come-alternativa">Il diamond open access o gli archivi liberi come alternativa</h2><p>Esiste un modello più coerente con l&rsquo;idea della conoscenza come bene comune: il diamond open access. In questo modello non pagano né i lettori né gli autori. Le riviste sono sostenute da università, istituzioni pubbliche, consorzi, società scientifiche o infrastrutture comunitarie.</p>
<p>È il modello che più si avvicina all&rsquo;ideale originario dell&rsquo;open access. Non sposta la barriera economica: la rimuove. Non chiede al lettore di pagare per accedere, né all&rsquo;autore di pagare per contribuire. Science Europe e cOAlition S hanno riconosciuto il valore di questo modello, definendolo come una via non commerciale, accademica e comunitaria all&rsquo;accesso aperto.</p>
<p>Naturalmente, il diamond open access non è una soluzione magica. Richiede risorse, infrastrutture, lavoro editoriale, competenze tecniche, riconoscimento istituzionale. Una rivista diamond deve poter competere con riviste commerciali dotate di marchi prestigiosi, piattaforme efficienti, impact factor consolidati e grande visibilità internazionale.</p>
<p>Per questo non basta invocare il diamond open access, ma bisogna mettersi al lavoro  per costruirlo: servono finanziamenti pubblici, piattaforme condivise, biblioteche universitarie più forti, società scientifiche coinvolte, criteri di valutazione meno dipendenti dai marchi editoriali commerciali. Soprattutto, serve riconoscere che la comunicazione scientifica è parte dell&rsquo;infrastruttura pubblica della ricerca, non un servizio accessorio da acquistare sul mercato.</p>
<p>Forse, la base concettuale per un diamond open access potrebbe essere rappresentata da piattaforme aperte già esistenti come arXiv e bioRxiv, dove gli autori pubblicano gratuitamente il pre-print del loro articolo (senza peer review), che è accessibile a tutti e può anche essere commentato da un punto di vista scientifico. Ovviamente, l’infrastruttura, che è appunto un server di preprint, e la filosofia di queste piattaforme non possono essere ancora considerate un sistema editoriale completo, ma rappresentano un ottimo prototipo di una possibile infrastruttura pubblica, comunitaria e non-APC della comunicazione scientifica.</p>
<h2 id="difendere-lopen-access-dalla-sua-degenerazione">Difendere l&rsquo;open access dalla sua degenerazione</h2><p>La critica qui proposta non è una critica acefala all&rsquo;accesso aperto. È, al contrario, un tentativo di difenderlo dalla sua degenerazione commerciale. Una scienza davvero aperta non può essere una scienza in cui tutti possono leggere ma solo alcuni possono pubblicare, in cui la visibilità dipende dalla ricchezza dell&rsquo;istituzione di appartenenza, in cui le risorse destinate alla ricerca vengono assorbite da costi editoriali sempre più elevati (a fronte di una riduzione reale dei costi editoriali con la digitalizzazione dei processi), in cui il principio della conoscenza come bene comune diventa l&rsquo;occasione per rafforzare nuovi monopoli.</p>
<p>L&rsquo;open access è nato per liberare la conoscenza. Ma nessun principio, per quanto giusto, è immune dalle proprie applicazioni concrete. Anche le buone intenzioni possono produrre effetti perversi quando entrano in sistemi dominati da incentivi economici, metriche quantitative e poteri editoriali concentrati. Per questo occorre distinguere: l&rsquo;accesso aperto alla conoscenza è un fine da difendere, il <em>pay to publish</em> non lo è.</p>
<p>La domanda decisiva, allora, non è se vogliamo una scienza aperta, ma quale scienza aperta vogliamo: una scienza in cui la conoscenza circola liberamente perché la comunità scientifica ne governa le infrastrutture, oppure una scienza in cui l&rsquo;apertura diventa un nuovo mercato, pagato dagli stessi ricercatori e dalle stesse istituzioni pubbliche che producono il sapere.</p>
<p><em>Questo testo nasce dalla rielaborazione di una <a href="https://www.change.org/p/contro-il-lato-oscuro-dell-open-access-libert%C3%A0-di-pubblicare-vs-libert%C3%A0-di-pagare" rel="noopener">petizione</a> pubblicata il 23 aprile 2026 da Riccardo Manzotti e Simone Rossi, sottoscritta da studiosi di diverse discipline: filosofia, neuroscienze, medicina, fisica, bioingegneria, linguistica, giurisprudenza, economia, semiotica e scienze cognitive. La pluralità delle adesioni mostra che il problema non riguarda una singola area del sapere, ma l&rsquo;intero ecosistema della ricerca.</em></p>
]]></content:encoded></item><item><title>La ricerca e l'innovazione dell'IA in mano a oligopoli privati: l’allarme e le soluzioni</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/ricerca-linnovazione-dellia-mano-oligopoli-privati-allarme-soluzioni/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/ricerca-linnovazione-dellia-mano-oligopoli-privati-allarme-soluzioni/</guid><pubDate>Fri, 15 May 2026 09:54:00 +0100</pubDate><dc:creator>Luca Carra</dc:creator><description>L&amp;amp;rsquo;intelligenza artificiale va regolamentata prima che si affermino forme di oligopolio, o persino di monopolio, capaci controllare l&amp;amp;rsquo;accesso alle informazioni e la produzione di nuove conoscenze: per questo serve un grande centro di ricerca pubblico che oggi può essere realizzato solo in Europa. Lo afferma il premio Nobel per la fisica Giorgio Parisi in occasione del convegno ⁠ &amp;amp;ldquo;Ricerca e democrazia nell&amp;amp;rsquo;epoca delle Big Tech&amp;amp;rdquo; ⁠ organizzato dal Gruppo 2003 per la ricerca scientifica il 14 maggio presso la sede del CNR a Roma, in collaborazione con Scienza in rete. Il dossier presentato dall&amp;amp;rsquo;associazione sostiene con dati i rischi posti da un predominio economico schiacciante esercitato da poche aziende che valgono quanto il PIL degli USA, e che stanno condizionando profondamente anche l&amp;amp;rsquo;ecosistema della ricerca scientifica, sempre meno aperto e controllato dalla comunità di riferimento. Nell&amp;amp;rsquo;immagine Giorgio Parisi, foto di Luca Carra.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/ricerca-linnovazione-dellia-mano-oligopoli-privati-allarme-soluzioni-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/ricerca-linnovazione-dellia-mano-oligopoli-privati-allarme-soluzioni-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[
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<p>Sei aziende (NVIDIA, Alphabet, Apple, Microsoft, Amazon e Meta) valgono oggi circa 22.000 miliardi di dollari, tre quarti del PIL degli Stati Uniti. Nel solo 2026 spenderanno in infrastrutture digitali tra 660 e 725 miliardi di dollari, circa tre volte e mezzo il bilancio federale americano per tutta la ricerca civile. Mentre i finanziamenti pubblici alla ricerca nell&rsquo;area OCSE calano del 4,1% in termini reali, e negli Stati Uniti vengono cancellati o sospesi oltre 7.800 grant di NIH e NSF, la frontiera scientifica dell&rsquo;intelligenza artificiale si sposta sempre più verso i laboratori privati: nel 2025 oltre il 90% dei modelli AI di rilievo viene prodotto dall&rsquo;industria.</p>
<p>Sono i numeri del <a href="https://www.gruppo2003.org/sites/default/files/Dossier_RD_BigTech_web.pdf" rel="noopener">dossier <em>Ricerca e democrazia nell&rsquo;epoca delle Big Tech</em></a>, presentato il 14 maggio nella sede centrale del CNR di Roma in occasione del convegno omonimo organizzato dal Gruppo 2003 per la ricerca, che lo ha intitolato a Gino Nicolais, scomparso di recente e ricordato, oltre che in un messaggio del presidente della Repubblica Sergio Mattarella e dal presidente del CNR Andrea Lenzi, da colleghi e amici come Maria Pia Abbracchio, Caterina Meglio e Alessandro Sannino.</p>
<h2 id="parisi-solo-una-grande-struttura-pubblica-può-salvarci-dal-monopolio-delle-conoscenze">Parisi: solo una grande struttura pubblica può salvarci dal monopolio delle conoscenze</h2><p>Il dossier non si limita a fotografare la concentrazione di potere economico e scientifico nelle mani di pochi giganti globali, ma ne traccia le implicazioni per la democrazia (dalla sorveglianza di massa alla manipolazione dell&rsquo;informazione) e avanza proposte concrete per invertire la rotta. La situazione attuale, ha detto il Nobel Giorgio Parisi, non è ancora drammatica, ma «richiede un controllo, un&rsquo;attenzione estremamente forte, prima di tutto da parte della comunità scientifica ma anche dei governi». Il rischio concreto è quello di un monopolio sull&rsquo;accesso alla conoscenza: «Oggi alcuni usano Gemini, altri Claude, altri ancora ChatGPT o DeepSeek. C&rsquo;è però la possibilità che tutto questo evolva verso un monopolio, come è accaduto negli anni Novanta nel campo dei motori di ricerca», oggi dominato da Google. Uno scenario che Parisi definisce «il più terrificante, ma in cui anche un oligopolio tra attori della stessa area geografica e della stessa ideologia sarebbe non molto differente».</p>
<p>Parisi ha richiamato l&rsquo;esperienza di Wikipedia e del software libero Linux come modelli di resistenza possibile. Per l&rsquo;IA, però, la scala del problema è diversa: servono database, potenza di calcolo e programmi di ricerca che solo un grande centro pubblico può sviluppare. «In questo momento storico», ha concluso, «è immaginabile solo in Europa»: un&rsquo;istituzione sul modello del CERN, dedicata all&rsquo;ICT avanzato e all&rsquo;intelligenza artificiale.</p>
<h2 id="algoritmi-e-libertà">Algoritmi e libertà</h2><p>Gli ha fatto eco Rocco De Nicola, presidente del Gruppo 2003: «Viviamo un passaggio storico in cui le scelte sulla governance della ricerca e dell&rsquo;intelligenza artificiale determineranno, per i decenni a venire, il perimetro del progresso scientifico e la tenuta della nostra democrazia». La tesi del dossier è che concentrazione economica, scientifica e delle capacità di sorveglianza siano lo stesso problema visto da angolazioni diverse: chi controlla modelli, dati e infrastrutture controlla anche una parte rilevante dell&rsquo;agenda scientifica, nonché delle carriere dei ricercatori attratti da salari molto più appetibili rispetto al pubblico. Il documento, riassunto da De Nicola, mostra come l&rsquo;AI stia diventando uno strumento di governo sempre meno trasparente, dal contratto ICE-Palantir per ImmigrationOS ai quindici anni consecutivi di declino della libertà di Internet certificati da Freedom House. </p>
<h2 id="scienza-chiara-e-scienza-oscura">Scienza chiara e scienza oscura</h2><p>Gianfranco Pacchioni, ordinario di scienza dei materiali alla Milano-Bicocca e membro dell&rsquo;Accademia dei Lincei, ha messo a fuoco la frattura storica che stiamo attraversando ponendo una domanda: cosa hanno in comune Starlink, AlphaFold e l&rsquo;impianto neurale di Neuralink? Niente, se non che tutti e tre sono nati in laboratori privati (SpaceX, DeepMind, Neuralink), riservati e non aperti alla comunità scientifica. Negli anni Sessanta era impensabile: il satellite Explorer, la struttura delle proteine, il primo trapianto di fegato erano tutti frutto di istituzioni pubbliche. In meno di mezzo secolo quel mondo si è rovesciato.</p>
<p>Pacchioni ha ripreso la distinzione al centro del suo recente libro <em>Scienza chiara, scienza oscura</em>: contrapposta alla scienza accademica aperta, verificabile, replicabile, cresce una produzione di conoscenza che rimane molto spesso proprietà privata, non sottoposta a peer review, non accessibile. Come peraltro per definizione è quella militare, in forte crescita, e in alcuni paesi addirittura prevalente. Il rischio non è solo per la ricerca in sé, ma per la fiducia pubblica nella scienza: come possiamo aspettarci che le persone si fidino della scienza se una parte crescente di essa avviene nell&rsquo;ombra? La sua conclusione è che finanziare la ricerca pubblica non è più solo una questione di competizione tra sistemi, è fondamentale per la difesa della democrazia.</p>
<h2 id="anche-su-energia-e-transizione-si-pone-un-problema-di-democrazia">Anche su energia e transizione si pone un problema di democrazia</h2><p>Il convegno ha affrontato anche il tema dell&rsquo;energia. Nel confronto tra Carlo Cecati dell&rsquo;Università dell&rsquo;Aquila, e membro del Gruppo 2003, e Letizia Magaldi, imprenditrice nelle rinnovabili e presidente del Kyoto Club, è emerso che le logiche di condizionamento dei grandi gruppi non riguardano solo lil mondo digitale: anche nella transizione energetica si riscontrano pressioni e resistenze da parte di interessi consolidati. Eppure, le energie rinnovabili restano la via maestra, convenienti sul piano economico, necessarie su quello climatico, e strategicamente indispensabili su quello geopolitico: la dipendenza dalle fonti fossili, come mostrano la guerra russo-ucraina e le tensioni nel Golfo di Hormuz, è un rischio che l&rsquo;Europa non può continuare a permettersi. L&rsquo;Italia, pur in ritardo rispetto a Spagna e Germania nel percorso di decarbonizzazione, ha competenze ed eccellenze nella conversione delle energie rinnovabili in energia elettrica che andrebbero messe nelle condizioni di lavorare a ritmi più serrati, a beneficio di una gestione condivisa e democratica di questo bene. Senza inseguire il nucleare, che di fatto comporterebbe gravi problemi quel che riguarda le tempistiche, i costi e le tensioni sociali.</p>
<h2 id="cinque-proposte-e-uneredità">Cinque proposte e un&rsquo;eredità</h2><p>Il dossier chiude con cinque linee d&rsquo;azione: adeguata capacità di calcolo accessibile alle università, dati e benchmark aperti, carriere accademiche stabili per contrastare il brain drain verso l&rsquo;industria, che si può permettere di pagare molto di più i giovani ricercatori), trasparenza e governance sui sistemi AI venduti alla pubblica amministrazione, investimento pubblico stabile e pluriennale. E, come proposta di orizzonte, un&rsquo;istituzione europea permanente sull&rsquo;IA il &ldquo;CERN dell&rsquo;IA&rdquo; evocato da Parisi.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>I ricercatori e tecnologi INAF precari richiedono un intervento urgente alla Presidenza del Consiglio</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/inaf-stabilizzandi-lettera-aperta-presidenza-consiglio/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/inaf-stabilizzandi-lettera-aperta-presidenza-consiglio/</guid><pubDate>Thu, 23 Apr 2026 18:25:00 +0200</pubDate><dc:creator>Precari Stabilizzandi INAF</dc:creator><category>ricerca-scientifica</category><description>La Rete Stabilizzandi INAF chiede un intervento legislativo urgente per stabilizzare 660 figure precarie (oltre il 40% del personale) che da anni svolgono ricerca strategica con contratti a termine.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/inaf-stabilizzandi-lettera-aperta.jpg" type="image/jpeg" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/inaf-stabilizzandi-lettera-aperta.jpg" medium="image" type="image/jpeg"/><content:encoded><![CDATA[<p>Onorevole Presidente del Consiglio,</p>
<p>siamo ricercatori e tecnologi precari dell&rsquo;Istituto Nazionale di Astrofisica (INAF).</p>
<p>Possediamo il Dottorato di Ricerca e una media di 8 anni di esperienza lavorativa e di 40 anni di età. Siamo pertanto professionisti qualificati, che da tempo guidano e garantiscono continuità a progetti di ricerca strategici nazionali e internazionali del nostro Ente: ormai non siamo più giovani in formazione.</p>
<p>Con questa lettera aperta chiediamo il Suo intervento circa la drammatica situazione di precariato che si è venuta a creare.</p>
<h2 id="il-contesto-del-problema">Il contesto del problema</h2><p>La maggior parte degli <a href="https://www.mur.gov.it/it/news/martedi-24022026/ricerca-al-il-piano-triennale-bandi-programmati-nuovi-strumenti-e-risorse" rel="noopener">investimenti del MUR</a> è destinata a infrastrutture, come telescopi e centri di calcolo, con il risultato di aumentare il personale a tempo determinato senza promuovere una vera pianificazione a lungo termine del personale necessario alla loro gestione.</p>
<p>Il problema del precariato in INAF è ormai strutturale e da anni manca un percorso chiaro e stabile di inserimento. Attualmente in INAF si contano 1.920 risorse di personale di cui 660 sono precari. Nello specifico, il numero complessivo di ricercatori e tecnologi a tempo indeterminato è 800 mentre i precari sono 560, ovvero oltre il 40% su 1.360 totali. Di questi, 300 sarebbero subito stabilizzabili secondo i commi 1 e 2 del Decreto-legge 25 maggio 2017, n. 75 (&ldquo;Legge Madia&rdquo;), in scadenza a fine anno.</p>
<h2 id="le-promesse-non-mantenute">Le promesse non mantenute</h2><p>Questa situazione è ben nota al Ministero di competenza, il MUR, che consapevole dei numeri così drammatici lo scorso anno ha convocato diversi tavoli tecnici con le rappresentanze sindacali sul tema. Questi si sono conclusi con la <a href="https://blog.imm.cnr.it/content/fir-cisl-comunicato-incontro-al-mur-24-06-2025" rel="noopener">promessa di un finanziamento di 6,5 milioni di euro</a> destinato alla stabilizzazione dei lavoratori precari applicando proprio la legge Madia. Questo intervento avrebbe permesso di stabilizzare circa il 40% dei precari con requisiti Madia; il Ministero, inoltre, aveva menzionato l&rsquo;intenzione di intraprendere ulteriori interventi nel 2026, per completare le assunzioni e risolvere così la situazione emergenziale.</p>
<p>A seguito di queste promesse, nel luglio 2025 è stato presentato dalla maggioranza un primo emendamento (1.0.6) ad un decreto-legge relativo al comparto della ricerca (D.L. 90/2025), purtroppo poi ritirato. In sede di legge di Bilancio, una proposta emendativa, uguale nei contenuti a quella di luglio, presentata e supersegnalata dai Senatori di Fratelli d&rsquo;Italia Bucalo, Marcheschi e Gelmetti <a href="https://www.senato.it/show-doc?leg=19&amp;tipodoc=EMENDC&amp;id=1481642&amp;idoggetto=1477272" rel="noopener">(61.0.50, testo 1)</a> ha visto una mobilitazione compatta e corale di tutta la maggioranza. L&rsquo;emendamento è stato infatti rafforzato da ben sette emendamenti gemelli (identici nella finalità) a firma di esponenti di Fratelli d&rsquo;Italia (Sen. Pogliese, Russo e Sallemi), Lega, Forza Italia e UDC (emendamenti al ddl Bilancio 2026 n° 60.0.36, 61.0.50, 107.0.77, 107.0.78, 107.0.79, 107.0.80, 107.0.81, 107.0.82, 107.0.83, 107.0.84).</p>
<h2 id="lo-stravolgimento-della-norma">Lo stravolgimento della norma</h2><p>Purtroppo, nonostante la chiara volontà politica espressa dal Suo partito, nei passaggi tecnico-amministrativi in sede ministeriale tale norma è stata inspiegabilmente e improvvisamente sostituita da una nuova formulazione (<a href="https://www.senato.it/show-doc?leg=19&amp;tipodoc=EMENDC&amp;id=1486527&amp;idoggetto=1477272" rel="noopener">confluita nel testo 2 del 61.0.50</a>) che ne ha completamente stravolto e vanificato l&rsquo;efficacia. L&rsquo;attuale norma:</p>
<ul>
<li>non opera in deroga ai limiti di turnover, rendendo di fatto impraticabile un piano assunzionale significativo;</li>
<li>prevede il ricorso a procedure concorsuali lente e costose che rendono la misura incompatibile con i caratteri di urgenza. Al contrario, l&rsquo;applicazione della Legge Madia consentirebbe la chiamata diretta e immediata, senza spreco di denaro pubblico, di professionisti che hanno già superato diversi concorsi pubblici;</li>
<li>penalizza gran parte dei precari con maggiore anzianità di servizio;</li>
<li>impone un cofinanziamento a carico degli enti, in una fase in cui INAF non dispone di margini di bilancio sufficienti.</li>
</ul>
<p>Nel caso dell&rsquo;INAF, ciò si traduce in un numero estremamente ridotto di assunzioni effettive, circa 52 (incluso il co-finanziamento al 50% che INAF sembra non essere in grado di sostenere). L&rsquo;emendamento originario di FdI, invece, avrebbe consentito l&rsquo;immissione in ruolo nel nostro Ente di circa 120 ricercatori e tecnologi meritevoli e con grande anzianità di servizio (tra cui molti PNRR). Inoltre, senza un nuovo intervento straordinario, circa un centinaio di precari altamente qualificati – molti con oltre dieci anni di esperienza – rischiano di lasciare l&rsquo;INAF, o addirittura il Paese, a causa del limite ormai raggiunto dei contratti a termine.</p>
<h2 id="limportanza-strategica-dellinaf">L&rsquo;importanza strategica dell&rsquo;INAF</h2><p>L&rsquo;INAF è – anche grazie al nostro contributo – un leader mondiale nella scienza e nelle tecnologie astronomiche. Le soluzioni che sviluppiamo per esplorare l&rsquo;Universo, dai sensori ottici ai sistemi di sincronizzazione temporale, hanno ricadute dirette nella vita quotidiana, come il GPS o la diagnostica medica. Per questo l&rsquo;Italia svolge un ruolo chiave nei principali progetti internazionali, ottenendo un ritorno non solo scientifico, ma anche economico: dalle commesse milionarie alla grande industria (come l&rsquo;Einstein Telescope, per cui l&rsquo;Italia è candidata, o la cupola dell&rsquo;ELT, il più grande contratto mai assegnato a un telescopio terrestre, affidato ad Astaldi‑Cimolai per 400 milioni di euro) alle PMI specializzate, fino alla creazione di posti di lavoro e prodotti ad altissimo valore aggiunto.</p>
<p>Il nostro lavoro è quindi essenziale per le filiere e per il tessuto d&rsquo;impresa, riconosciuti come uno dei motori del benessere del Paese.</p>
<h2 id="lappello-finale">L&rsquo;appello finale</h2><p>Presidente, il tema non riguarda una singola categoria di lavoratori, ma la capacità dell&rsquo;Italia di trattenere competenze altamente qualificate in un settore strategico. Perdere questo capitale umano significherebbe consegnare a competitor esteri un know‑how che lo Stato ha formato a proprie spese: tra 150.000 e 250.000 euro per ciascun percorso accademico fino al Dottorato, cui si aggiungono gli investimenti per 8 – 12 anni di assegni di ricerca e contratti a termine.</p>
<p>Molti di noi sono inoltre &ldquo;cervelli di ritorno&rdquo;, rientrati grazie a incentivi fiscali: costringerci a un nuovo espatrio sarebbe una tripla sconfitta per lo Stato, per la ricerca e per le nostre famiglie, private della stabilità necessaria per restare in Italia.</p>
<p>Facendo appello al Suo pragmatismo, Le chiediamo un intervento diretto affinché, nel primo veicolo normativo utile, venga riproposta e approvata la misura sostenuta da Fratelli d&rsquo;Italia.</p>
<p>Confidando nella Sua attenzione e nella volontà di affrontare con urgenza una situazione che riguarda il futuro della ricerca italiana, Le porgiamo i nostri più rispettosi saluti.</p>
<p><em>I Precari Stabilizzandi dell&rsquo;INAF</em></p>
]]></content:encoded></item><item><title>Ricerca e sviluppo nel vortice della guerra</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/ricerca-sviluppo-vortice-guerra/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/ricerca-sviluppo-vortice-guerra/</guid><pubDate>Tue, 03 Mar 2026 20:22:00 +0100</pubDate><dc:creator>Luca Carra</dc:creator><description>I modelli di intelligenza artificiale che selezionano i bersagli militari e guidano droni e missili, le aziende tecnologiche che diventano fornitori di sistemi.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/ricerca-sviluppo-vortice-guerra-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/ricerca-sviluppo-vortice-guerra-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>I modelli di intelligenza artificiale che selezionano i bersagli militari e guidano droni e missili, le aziende tecnologiche che diventano fornitori di sistemi d&rsquo;arma, i bilanci della difesa che crescono mentre quelli della ricerca civile calano. Il nuovo <a href="http://doi.org/10.1787/5fe57b90-en" rel="noopener">OECD Science, Technology and Innovation Outlook 2025</a>  pubblicato il 28 ottobre 2025, ha colto chiaramente questi segnali nell’economia della ricerca globale. Ma nulla come una guerra in corso, come quella che vede schierati Usa e Israele contro l&rsquo;Iran, mostra la misura di questo coinvolgimento. </p>
<h2 id="quando-lia-sceglie-i-bersagli">Quando l&rsquo;IA sceglie i bersagli</h2><p>Un caso emblematico di questi giorni è quello di Anthropic. L’azienda californiana che ha sviluppato il modello Claude — già integrato da Palantir nelle reti “classified” del Pentagono e usato dai comandi militari per analisi di intelligence e selezione dei bersagli — si è trovata al centro di uno scontro senza precedenti con l’amministrazione Trump. Il segretario alla difesa Pete Hegseth ha posto un ultimatum: rimuovere i &ldquo;guardrail etici&rdquo; che impediscono al modello di essere usato per sistemi d’arma autonomi e sorveglianza di massa dei cittadini americani, o perdere il contratto da 200 milioni di dollari ed essere designata come «rischio per la catena di approvvigionamento della sicurezza nazionale», <a href="https://www.washingtonpost.com/opinions/2026/02/26/hegseth-anthropic-ai-model-claude/" rel="noopener">una misura mai applicata prima a un’impresa americana</a>. Il CEO Dario Amodei ha rifiutato, dichiarando di non poter in buona coscienza acconsentire, e che dissentire dal governo «è la cosa più americana del mondo». La risposta è stata immediata: Trump ha ordinato a tutti gli enti federali di cessare l’uso di prodotti Anthropic. OpenAI ha firmato un accordo con il Pentagono la stessa sera, sostenendo di non aver abbandonato i propri principi etici, affermazione che, alla luce di quanto appena accaduto ad Anthropic, suona come il cortocircuito più eloquente dell&rsquo;intera vicenda.</p>
<p>Il paradosso è che poche ore dopo la scomunica presidenziale Claude era operativo durante i bombardamenti sull’Iran. L’integrazione dei modelli di IA nelle infrastrutture operative militari è già così profonda da non poter essere smontata nemmeno per ordine del Presidente degli Stati Uniti. Si può anche fare il <em>beau geste</em> di invocare l’etica, ma ormai ci sei dentro fino al collo, e l’unica etica possibile è quella di rendere l’opera di distruzione e disarmo del nemico la più rapida ed efficiente possibile. </p>
<p>C’è poco da fare, anche la ricerca è stata arruolata dai comandi militari, oltre che per scopi di sorveglianza civile anche in paesi un tempo democratici come gli Stati Uniti. Nel luglio 2025 il Dipartimento della Difesa americano ha assegnato contratti individuali fino a 200 milioni di dollari a Anthropic, OpenAI, Google e xAI per l’accesso ai loro modelli su reti governative classificate. Scale AI ha sviluppato il “Defense Llama”, un LLM ottimizzato per utenti militari, basato su Llama 3 di Meta. Palantir di Peter Thiel ha integrato Claude di Anthropic nelle reti del Pentagono per analisi di intelligence e supporto decisionale in tempo reale. In pochi anni, la Silicon Valley è diventata insomma la principale fornitrice di capacità cognitiva all’apparato militare americano. Come documenta l’OCSE nel suo Outlook, le prime cento aziende mondiali coprono già il 50% della R&amp;S privata globale: nell’IA di frontiera questa concentrazione è ancora più estrema, e le scelte tecnologiche ed etiche dei principali sviluppatori diventano di fatto scelte di politica pubblica, senza che nessun parlamento le abbia deliberate.</p>
<p><img src="https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2026/ricerca-sviluppo-vortice-guerra-body-1.png.webp" srcset="https://www.scienzainrete.it/media/_web/720/articoli/2026/ricerca-sviluppo-vortice-guerra-body-1.png.webp 720w, https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2026/ricerca-sviluppo-vortice-guerra-body-1.png.webp 1280w" sizes="(max-width: 760px) 100vw, 720px" alt="Investimenti medi in R&amp;S delle prime 2000 aziende mondiali, 2023. Il grafico illustra la concentrazione degli investimenti privati in poche grandi imprese tecnologiche. Fonte:…" width="1444" height="820" loading="lazy" decoding="async">
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<p class="didascalia">Investimenti medi in R&amp;S delle prime 2000 aziende mondiali, 2023. Il grafico illustra la concentrazione degli investimenti privati in poche grandi imprese tecnologiche. Fonte: OCSE (2025), basato su dati S&amp;P CapitalIQ.</p>

<h2 id="la-deriva-securitaria-della-ricerca">La deriva securitaria della ricerca</h2><p>A ben vedere ricerca civile e militare spesso rimandano una all’altra, ma non nel senso di un trasferimento virtuoso di risorse dalla sfera militare a quella civile, come vuole lo stantio apologo della nascita di internet dal DARPA. Oggi accade piuttosto il contrario. Secondo il <a href="https://www.sipri.org/search/node?keys=media%20press%20release%202025%20global%20military%20expenditure%20reaches%20new%20high" rel="noopener">SIPRI</a>, la spesa militare globale ha raggiunto i 2.718 miliardi di dollari nel 2024 (una crescita del 9,4% in termini reali, il tasso più alto dagli anni della Guerra Fredda) mentre i bilanci pubblici per la ricerca civile calano. La ricerca militare compete con quella civile per gli stessi ricercatori, le stesse infrastrutture, gli stessi talenti in formazione. Come documenta un <a href="https://www.nature.com/articles/d41586-025-04168-0" rel="noopener">recente articolo di <em>Nature</em></a>, la militarizzazione della spesa pubblica sta già ridisegnando le carriere scientifiche: i giovani ricercatori nei campi più appetibili per la difesa si trovano a navigare tra vincoli di riservatezza, limitazioni alla pubblicazione e aspettative di fedeltà istituzionale che mal si conciliano con la scienza aperta. Le disuguaglianze tra paesi sono la conseguenza più preoccupante. I sistemi scientifici dei paesi ad alto reddito possono permettersi di far correre in parallelo ricerca militare e ricerca civile, con budget separati e infrastrutture dedicate. I sistemi più fragili non hanno questa opzione: devono scegliere tra tenere il passo nella corsa alla “sicurezza” o restare irrilevanti nelle aree strategicamente sensibili. L’obiettivo NATO di portare la spesa per la difesa al 5% del PIL prospetta una pressione ancora maggiore. Si configura così una scienza a due velocità: chi corre e chi è lasciato indietro. Nel 2024 i bilanci pubblici per la ricerca calano dell’1,9% nell’area OCSE, mentre l&rsquo;intensità dell’investimento in R&amp;S si ferma al 2,7% del PIL (l’Italia è nella coda con l’1,3%). Chi tira oggi è il mercato della difesa. Non è un caso se Israele guida la classifica dell’investimento in ricerca e sviluppo con oltre il 6% del PIL. E la società Leonardo già nel 2023 investe più di 2 miliardi di euro in R&amp;S pari al 12% dell’intera ricerca privata nazionale.</p>
<p><img src="https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2026/ricerca-sviluppo-vortice-guerra-body-2.png.webp" srcset="https://www.scienzainrete.it/media/_web/720/articoli/2026/ricerca-sviluppo-vortice-guerra-body-2.png.webp 720w, https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2026/ricerca-sviluppo-vortice-guerra-body-2.png.webp 1280w" sizes="(max-width: 760px) 100vw, 720px" alt="Intensità di R&amp;S in percentuale del PIL, paesi selezionati, 2013 e 2023. Le barre arancioni evidenziano la media OCSE e l’UE27. Fonte: OCSE (2025), Main Science and Technology…" width="2110" height="1060" loading="lazy" decoding="async">
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<p class="didascalia">Intensità di R&amp;S in percentuale del PIL, paesi selezionati, 2013 e 2023. Le barre arancioni evidenziano la media OCSE e l’UE27. Fonte: OCSE (2025), Main Science and Technology Indicators Database.</p>

<h2 id="ognuno-gioca-a-casa-sua-o-da-amici-fidati">Ognuno gioca a casa sua, o da amici fidati</h2><p>Fino a non molti anni fa, le collaborazioni scientifiche con altri paesi erano considerate un valore positivo, e la mobilità dei ricercatori veniva considerata un indicatore di salute del sistema. Il quadro è ancora questo? L’OCSE usa il termine “securitizzazione” per descrivere il cambiamento in corso: le politiche della ricerca vengono ridisegnate sempre più in funzione di obiettivi di sicurezza nazionale ed economica, e la domanda che orienta le scelte non è più solo «questa ricerca è utile?», ma «questa ricerca è sicura? chi ne beneficia? rischia di rafforzare un avversario?».</p>
<p>Il rapporto identifica tre nuovi filoni attraverso cui viene perseguita la “sicurezza” della ricerca. Il primo è la <strong>promozione</strong>: i governi investono in modo massiccio nello sviluppo autonomo di tecnologie critiche, non solo per ragioni commerciali ma per evitare dipendenze strategiche. Ne sono esempio il CHIPS Act americano, l’EU Chips Act europeo e i sussidi giapponesi per la produzione di semiconduttori — tutti interventi nati dall’esperienza della crisi delle catene di fornitura durante la pandemia e dall’accelerazione della competizione con la Cina. Il secondo filone è la <strong>protezione</strong>: difendere la conoscenza rilevante dall’acquisizione da parte di attori stranieri considerati ostili. Questo si traduce in controlli sulle esportazioni di tecnologie dual-use, in screening degli investimenti esteri nelle aziende tecnologiche, in restrizioni alle collaborazioni accademiche con certi paesi e in procedure di sicurezza sempre più invasive per i ricercatori che lavorano in aree strategicamente sensibili. Il terzo filone è la <strong>proiezione</strong>: usare la scienza come strumento di influenza internazionale, imponendo standard tecnologici, costruendo reti di alleanze scientifiche selettive e orientando la definizione delle regole globali per le tecnologie emergenti, dall’intelligenza artificiale al nucleare civile.</p>
<p>Questo schema è ora esplicitamente adottato dalla maggior parte dei paesi sviluppati. La Strategia di sicurezza economica europea del 2023 è il primo documento in cui l’Unione inquadra formalmente la politica tecnologica in termini di riduzione del rischio strategico. Il rapporto Draghi sulla competitività europea e il rapporto sulla preparazione civile e militare firmato dall’ex presidente finlandese Sauli Niinistö nel 2024 convergono nel chiedere all’Unione di sfruttare meglio il duplice uso civile e militare di tecnologie come l’IA e il quantum computing. Ad aprile 2025 la Commissione europea ha modificato il regolamento dell’European Innovation Council per consentire esplicitamente il finanziamento di tecnologie a potenziale duplice uso. Il decimo Programma Quadro (2028–2034), le cui proposte sono state pubblicate a luglio 2025, adotta per la prima volta un «modello dual-use by design» su larga scala: il budget destinato a ricerca e innovazione dovrebbe raddoppiare a 175 miliardi, ma una quota significativa andrà in sicurezza e difesa. La svolta non è piaciuta a tutti: la <a href="https://www.leru.org/news/dual-use-and-defence-in-horizon-europe-this-is-not-the-way-to-go" rel="noopener">League of European Research Universities (LERU)</a>, per esempio, ha protestato, accusando la Commissione di «procedere a testa bassa, senza consultazione né trasparenza». La distinzione tra ricerca civile e militare, in altre parole, si assottiglia.</p>
<p>Il Giappone ha varato il “K Program”: 500 miliardi di yen su dieci anni dedicato a tecnologie critiche in ambito marittimo, aerospaziale e cyber. Gli Stati Uniti hanno rafforzato il Committee on Foreign Investment (CFIUS) e introdotto restrizioni senza precedenti sull’export di chip più evoluti verso la Cina. </p>
<p>Il risultato complessivo è che la scienza, aperta al mondo, si trova sempre di più a dover scegliere i partner in base alle collocazioni geopolitiche. Nel 2023, il 27% delle pubblicazioni scientifiche nei paesi OCSE aveva autori di paesi diversi, contro il 22% del 2013. Ma la crescita si è fermata: il tasso di collaborazione internazionale di Stati Uniti e Unione Europea è sostanzialmente stabile dal 2018. La collaborazione tra Cina e Stati Uniti - per due decenni uno dei motori del progresso scientifico globale - è calata dopo il 2019. E la mobilità dei ricercatori è sotto pressione ovunque.</p>
<p><img src="https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2026/ricerca-sviluppo-vortice-guerra-body-3.png.webp" srcset="https://www.scienzainrete.it/media/_web/720/articoli/2026/ricerca-sviluppo-vortice-guerra-body-3.png.webp 720w, https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2026/ricerca-sviluppo-vortice-guerra-body-3.png.webp 1280w" sizes="(max-width: 760px) 100vw, 720px" alt="Variazioni nella collaborazione scientifica tra Cina e Stati Uniti per campo disciplinare, 2019–2023 (variazione % rispetto alla baseline 2019). Il calo è diffuso in quasi tutti i…" width="2110" height="1280" loading="lazy" decoding="async">
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<p class="didascalia">Variazioni nella collaborazione scientifica tra Cina e Stati Uniti per campo disciplinare, 2019–2023 (variazione % rispetto alla baseline 2019). Il calo è diffuso in quasi tutti i settori, con l’eccezione delle scienze sociali, della psicologia e delle arti. Fonte: OCSE, elaborazioni su dati Scopus/Elsevier (2025).</p>

<p>Il grafico sulla collaborazione Cina-USA mostra bene dove il confine si sta irrigidendo: il calo più netto riguarda scienze dei materiali, chimica, ingegneria e informatica — proprio i campi con il maggiore potenziale applicativo in ambito difesa e sicurezza economica. Le scienze sociali, la psicologia e le arti subiscono restrizioni molto minori, non perché siano meno importanti, ma perché interessano di meno a chi disegna le politiche di sicurezza. </p>
<h2 id="il-difficile-equilibrio-fra-ricerca-e-sicurezza">Il difficile equilibrio fra ricerca e sicurezza</h2><p>Il quinto capitolo del rapporto è dedicato alla “convergenza tecnologica”: il processo per cui tecnologie un tempo separate si integrano e generano campi del tutto nuovi. Il motore è l’intelligenza artificiale, che funge da connettivo universale L&rsquo;OCSE individua quattro aree in cui la convergenza tra discipline produce già risultati concreti, e in cui il confine tra applicazione civile e militare è particolarmente poroso. La biologia sintetica, che combina biologia molecolare, machine learning e automazione, può produrre farmaci su misura ma anche agenti patogeni modificati. Le neurotecnologie aprono nuovi fronti terapeutici per le malattie neurologiche, ma la stessa tecnologia può essere impiegata per sorveglianza cognitiva e potenziamento dei combattenti. Le tecnologie quantistiche sono esplicitamente a doppio uso: la crittografia quantistica ha valore strategico diretto, e i sensori quantistici trovano applicazioni nella navigazione militare e nel rilevamento di sottomarini. L&rsquo;osservazione terrestre dallo spazio, con microsatelliti a basso costo e algoritmi di visione artificiale, produce strumenti preziosi per il monitoraggio climatico — e altrettanto utili per la sorveglianza militare in tempo reale. Il dual use non è un&rsquo;eccezione: è la regola. L&rsquo;OCSE lo riconosce, e il decimo Programma Quadro europeo ne ha fatto un principio esplicito di finanziamento. </p>
<p>Intendiamoci, questo porterà anche a notevoli avanzamenti in diversi campi della ricerca civile, dalla biomedicina al monitoraggio ambientale per rispondere alla, attualmente non molto considerata, sfida climatica. Resta però la preoccupazione per una ricerca subordinata a logiche autoritarie e belliciste. Per contrastare questa progressiva chiusura, l’OCSE propone tre criteri di governo della sicurezza: <strong>proporzionalità</strong> (calibrare le misure al rischio reale, non applicare restrizioni indiscriminate), <strong>precisione</strong> (identificare le aree sensibili senza colpire la ricerca in modo generico) e <strong>partenariato</strong> (coinvolgere la comunità scientifica nella progettazione delle misure, non imporle dall’alto). A questi si aggiungono due imperativi che il rapporto considera non negoziabili: la <strong>difesa dell’autonomia e dell’integrità scientifica</strong>: la capacità della ricerca di preservare la pubblicazione liberamente disponibile, la revisione tra pari e la libertà di definire le proprie domande, resistendo alle pressioni che la subordinano a obiettivi politici di breve periodo. E l’investimento nella <strong>diplomazia scientifica</strong> come strumento attivo per mantenere canali di cooperazione anche tra paesi in tensione, dimostrando che la scienza può essere uno spazio di fiducia reciproca quando la politica tace.</p>
<p>Si tratta, tutto sommato, di indicazioni utili e ragionevoli. Ma funzioneranno in tempi così poco ragionevoli?</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Ricerca, il MUR fissa bandi e risorse fino al 2028</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/ricerca-mur-fissa-bandi-risorse-fino-2028/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/ricerca-mur-fissa-bandi-risorse-fino-2028/</guid><pubDate>Fri, 20 Feb 2026 10:43:00 +0100</pubDate><dc:creator>Fabio Turone</dc:creator><category>politica-della-ricerca</category><description>Alla fine di gennaio, quasi alla chetichella, è stato pubblicato un decreto che numerosi accademici spesso critici nei confronti del MUR non hanno esitato a.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/ricerca-mur-fissa-bandi-risorse-fino-2028-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/ricerca-mur-fissa-bandi-risorse-fino-2028-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>Alla fine di gennaio, quasi alla chetichella, è stato pubblicato un decreto che numerosi accademici spesso critici nei confronti del MUR non hanno esitato a definire “rivoluzionario” (l’autore di questo articolo <a href="https://www.researchprofessionalnews.com/rr-news-europe-italy-2026-2-ministry-sets-out-revolutionary-2026-28-italian-funding-plan/" rel="noopener">ne ha scritto</a> per una testata in inglese su abbonamento, e per la sua newsletter gratuita <a href="https://scienzasenzamaiuscola.substack.com" rel="noopener">scienza senza maiuscola</a>). Il decreto contiene il nuovo <a href="https://www.mur.gov.it/sites/default/files/2026-02/Decreto%20Ministeriale%20n.%20150%20del%2030-01-2026%20-%20PTR%202026-2028.pdf" rel="noopener">Piano Triennale della Ricerca 2026-2028</a>, che non solo definisce già da ora le somme allocate in ciascuno dei prossimi sei anni, ma chiarisce anche quali bandi saranno aperti entro la fine di aprile da qui alla fine del 2028, con i rispettivi importi e una promessa di tempi di completamento delle graduatorie a dir poco incredibili: le scadenze sono talmente ravvicinate da suggerire di far loro un po’ di tara, perché l’eventuale completamento entro settembre dello stesso anno, come previsto dal cronoprogramma, sarebbe semmai motivo di profonda inquietudine.</p>
<p>In dettaglio, entro la fine di aprile di quest’anno – e forse già a metà marzo, secondo voci raccolte al MUR – uscirà finalmente il bando PRIN (per i Progetti di Rilevante Interesse Nazionale) con una dotazione di 270 milioni di euro, affiancato da due nuovi bandi orientati alla multidisciplinarità: il PRIN Hybrid per la ricerca di base, con una dotazione di 59 milioni, e il Synergy Grant per la ricerca applicata con una dotazione di 50 milioni di euro. L’aggiunta di 30 milioni di euro per le partnership europee e per l’attuazione dei memorandum of understanding porta il totale per l’anno in corso a 409 milioni di euro (vedi tabella). </p>
<p><img src="https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2026/ricerca-mur-fissa-bandi-risorse-fino-2028-body-1.png.webp" srcset="https://www.scienzainrete.it/media/_web/720/articoli/2026/ricerca-mur-fissa-bandi-risorse-fino-2028-body-1.png.webp 720w, https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2026/ricerca-mur-fissa-bandi-risorse-fino-2028-body-1.png.webp 1280w" sizes="(max-width: 760px) 100vw, 720px" alt="" width="1475" height="916" loading="lazy" decoding="async">
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I bandi del Fondo Italiano per la Scienza (FIS), che erano partiti con l’obiettivo di una cadenza annuale, ricompaiono nel 2027 per quanto riguarda lo Starting (con 100 milioni di euro di dotazione) e solo nel 2028 per Consolidator e Advanced (con una dotazione complessiva di 130 milioni di euro). Gli altri bandi previsti nel 2026 rimangono una costante, seppure con importi ridotti in funzione dell’aggiunta dei FIS: il totale del 2027 è fissato in 407 milioni e quello del 2028 in 435 milioni di euro. </p>
<p>Questa alternanza è anche finalizzata a una migliore gestione dei revisori impegnati nella valutazione. Se nei primi round del FIS la valutazione è stata tortuosa e complessivamente molto lenta, il MUR si dichiara fiducioso di aver messo a punto un sistema che dovrebbe essere in grado di completare tutte le valutazioni entro sei mesi dalla chiusura dei rispettivi bandi, anche se su questo punto c’è una significativa discrepanza tra appunto i sei mesi menzionati nel testo del Piano  e gli inverosimili 5 mesi – non dalla chiusura ma dall’apertura dei bandi – riportati nel <a href="https://www.mur.gov.it/sites/default/files/2026-02/Decreto%20Ministeriale%20n.%20150%20del%2030-01-2026%20-%20Cronoprogramma%202026-2028.pdf" rel="noopener">cronoprogramma</a>. Se i mesi saranno 8 – due per la presentazione dei progetti e sei per la valutazione vera e propria – sarà comunque un risultato rivoluzionario anch’esso.</p>
<p>Il Piano era stato preannunciato nei mesi scorsi dal nuovo segretario generale del Ministero dell’Università e della Ricerca, Marco Mancini, che continua a presiedere il Comitato Nazionale per la Valutazione della Ricerca, in un’<a href="https://www.researchprofessionalnews.com/rr-news-europe-italy-2025-10-italy-promised-new-paradigm-for-research-funding/" rel="noopener">intervista</a> concessa all’autore per la rivista <em>Research Professional News</em>.</p>
<p>Mancini è stato al centro anche di <a href="https://www.mur.gov.it/it/ministero/organizzazione" rel="noopener">un’altra rivoluzione interna</a> al Ministero, iniziata nell’aprile dello scorso anno. Le direzioni generali sono passate da 5 a 8, e alla DG ricerca è stata affiancata una nuova DG dedicata specificamente alla valutazione, oggi diretta da Vincenzo Di Felice, che ha lasciato la direzione della DG ricerca a Melissa Valentino, che era stata la sua vice.</p>
<p>Nelle scorse settimane sono partiti anche i lavori di un tavolo di esperti indipendenti che nel giro di sei mesi dovranno produrre un documento con le linee di indirizzo per progettare e implementare procedure più chiare per la gestione e valutazione dei bandi competitivi di ricerca pubblica, e avvicinare i processi italiani alle buone pratiche europee. Presieduto dall’infettivologo Matteo Bassetti, il gruppo di lavoro comprende Stefano Bertuzzi (dell’American Society for Microbiology), Angela Liberatore (già a capo del dipartimento scientifico dell’European Research Council), Anna Pelagotti (liaison officer del Consiglio Nazionale delle Ricerche a Bruxelles), Carlo Mango (direttore dell’area scientifica di Fondazione Cariplo) e Francesca Pasinelli (ex DG e oggi consigliere di amministrazione di Telethon).</p>
<p>«Lo sforzo continuo volto a migliorare ogni aspetto del finanziamento della ricerca e della sua valutazione è positivo, a partire da una pianificazione più solida, ma per valutarlo dovremo esaminare i risultati in dettaglio. In generale, siamo ancora convinti che sia necessaria un&rsquo;agenzia per la ricerca, indipendente», ha commentato il presidente del Gruppo 2003, Rocco De Nicola.</p>
<p>Anche Menico Rizzi – già membro del direttivo della Agenzia di Valutazione dell’Università e della Ricerca (ANVUR), e ora Rettore dell’Università del Piemonte Orientale e responsabile per la ricerca della Conferenza dei rettori (CRUI) – ha espresso grande soddisfazione per l’introduzione di una programmazione triennale, e dei nuovi bandi rivolti alla ricerca multidisciplinare. La prorettrice alla ricerca dell’Università Statale di Milano Monica Di Luca, da parte sua, ha accolto con soddisfazione anche la possibilità finalmente di partecipare alle partnership europee, finora precluse proprio per mancanza di fondi.</p>
<p>La Senatrice a vita Elena Cattaneo ha condiviso gli entusiasmi per una svolta che aveva più volte richiesto, senza però trascurare la parte rimasta mezzo vuota del bicchiere, riguardo all’inadeguatezza dei fondi. «Poter contare su una tabella di marcia che mette nero su bianco le tempistiche di apertura e chiusura dei bandi e delle valutazioni e sapere che queste sono fisse e ricorrenti nel tempo è qualcosa di rivoluzionario per il sistema della ricerca pubblica del nostro Paese», ha affermato Cattaneo nel suo commento inviato via e-mail, per poi toccare i tasti dolenti. «Nel formulare una prima osservazione alle misure previste dal Piano del MUR, posso dire che è un bene aver portato i fondi per i prossimi bandi PRIN dai 150 milioni previsti dalla legge di Bilancio ai 270 attuali. Pur restando lontani dagli standard europei, è una cifra che dà garanzia al sistema di restare competitivo». Diverso il giudizio sull’immediato futuro: «Mi preoccupa, invece, che le annualità 2027 e 2028 vengano ‘depotenziate’ a favore dei FIS, mentre sarebbe stato opportuno prevedere che le due misure e i relativi fondi procedessero quantomeno in parallelo. Confido che il lavoro del MUR andrà in questa direzione», ha aggiunto. (<a href="https://www.dropbox.com/scl/fi/3sfm43r30cux83qrsxecn/Commento-Cattaneo.pdf?rlkey=j9r64rhefk1b91pzy4ws8azpt&amp;dl=0" rel="noopener">Qui è disponibile</a> il commento integrale di Elena Cattaneo)</p>
<p>Sulla stessa lunghezza d’onda si è espressa Maria Pia Abbracchio, farmacologa dell’Università Statale di Milano ed ex Presidente del Gruppo 2003. Abbracchio stima che l’investimento complessivo in ricerca dovrebbe essere quasi doppio rispetto agli stanziamenti attuali.</p>
<p>E in effetti nelle 34 pagine del Piano triennale vengono illustrate anche le cifre per il triennio 2029-2031, con un quasi raddoppio dei totali annui: dovrebbero salire a 816 milioni per il 2029 e per il 2030 e addirittura a 838 per il 2031. Per il momento alle orecchie smaliziate di chi conosce le giravolte della politica italiana fa un po’ l’effetto dei cosiddetti impegni “a babbo morto”, ma sono pur sempre le cifre che sono state formalmente approvate nella Legge di Bilancio 2026. Questo ovviamente impegna solo fino a un certo punto i governi che saranno in carica nei prossimi anni, ma se non altro li obbligherà eventualmente a decidere di tagliare somme formalmente già stanziate.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>L’esodo dei dottori di ricerca dalle agenzie scientifiche USA</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/esodo-dottori-ricerca-agenzie-scientifiche-usa/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/esodo-dottori-ricerca-agenzie-scientifiche-usa/</guid><pubDate>Tue, 03 Feb 2026 09:27:00 +0100</pubDate><dc:creator>Patrizia Caraveo</dc:creator><category>politica-della-ricerca</category><description>Nel mondo della ricerca i primi anni sono caratterizzati da una notevole mobilità.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/esodo-dottori-ricerca-agenzie-scientifiche-usa-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/esodo-dottori-ricerca-agenzie-scientifiche-usa-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>Nel mondo della ricerca i primi anni sono caratterizzati da una notevole mobilità. Chi, ottenuto il dottorato di ricerca, inizia la carriera ha contratti temporanei ed è normale che, finito uno, ne inizi un altro, magari in un altro istituto, in un’altra università, in un’altra città, oppure in un&rsquo;altra nazione.</p>
<p>È anche normale che non tutti e tutte continuino sulla strada iniziata: a volte si scopre che, dopo tutto, non era quella la carriera o l’impiego ideale. </p>
<p>Inoltre, se si guarda alla popolazione totale dei ricercatori, bisogna considerare chi arriva all’età della pensione e lascia libere posizioni che vanno poi riempite secondo i meccanismi del turnover adottati. In una situazione ideale, il numero di coloro che escono dovrebbe essere almeno rimpiazzato da quelli che vengono assunti, vuoi con posizioni permanenti, vuoi con contratti a tempo determinato. Un modus operandi profondamente scosso dalla presidenza Trump che, evidentemente, ritiene che la ricerca scientifica non sia una priorità.</p>
<p>La scure del famigerato DOGE, che avrebbe dovuto snellire l’apparato federale per portare a notevoli risparmi grazie alla riduzione del personale, ha causato danni macroscopici senza portare ai risultati promessi. Una capillare politica del terrore, basata sulla cancellazione dei contratti già in essere (che servivano a pagare gli stipendi del personale con contratti a tempo determinato) e sull&rsquo;insistente offerta di scivoli verso la pensione (con la velata minaccia di possibili licenziamenti), ha causato una diminuzione nel numero dei dottori di ricerca tra il personale delle varie agenzie federali americane. </p>
<p>Il fatto che il DOGE sia scomparso senza lasciare rimpianti e che i tagli draconiani ai finanziamenti delle agenzia di ricerca USA <a href="https://www.scienzainrete.it/articoli/congresso-americano-riduce-quasi-zero-tagli-agenzie-scientifiche/">siano stati annullati</a> dal Congresso non offre rimedio a una situazione che è stata svelata in tutta la sua drammaticità in uno <a href="https://www.science.org/content/article/u-s-government-has-lost-more-10-000-stem-ph-d-s-trump-took-office" rel="noopener">studio</a> condotto dalla rivista <em>Science</em>. Quest&rsquo;ultimo ha esaminato il numero dei dottori di ricerca (il personale più qualificato di ogni agenzia di ricerca) che hanno lasciato un determinato ente paragonandolo con quelli che sono entrati confrontando i numeri del 2024 (l’ultimo anno di normalità) e del 2025 (il primo anno della presidenza Trump).<br>
Nell’infografica di <em>Science</em> le partenze sono in rosso e gli arrivi in azzurro. Per i dati del 2024 sono stati usati i colori più tenui per quelli del 2025 quelli più scuri.</p>
<p><img src="https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2026/esodo-dottori-ricerca-agenzie-scientifiche-usa-body-1.png.webp" srcset="https://www.scienzainrete.it/media/_web/720/articoli/2026/esodo-dottori-ricerca-agenzie-scientifiche-usa-body-1.png.webp 720w, https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2026/esodo-dottori-ricerca-agenzie-scientifiche-usa-body-1.png.webp 738w" sizes="(max-width: 760px) 100vw, 720px" alt="" width="738" height="1240" loading="lazy" decoding="async">
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<p>Infografica di Monica Hersher da &ldquo;<a href="http://www.science.org/content/article/u-s-government-has-lost-more-10-000-stem-ph-d-s-trump-took-office" rel="noopener">The great government brain drain</a>&rdquo;, <em>Science</em></p>
<p>Il colpo d’occhio mostra l’entità del problema. In tutti i settori il 2025 ha fatto registrare un numero di partenze molto superiore a quanto avvenuto nel 2024. La situazione varia da agenzia ad agenzia, ma il pattern è sempre lo stesso. In media nel 2025 è andato via un numero di dottori di ricerca in scienze, tecnologia, ingegneria e matematica (STEM) tre volte superiori a quello del 2024.</p>
<p>A rendere il quadro ancora più drammatico sono i dati delle assunzioni, che hanno numeri decisamente piccoli. Mentre nel 2024 il numero dei nuovi assunti era pari o superiore a quello di chi se ne andava, nel 2025 si nota un fortissimo squilibrio: in media la differenza fra le posizioni perse e quelle guadagnate è di un fattore 11. </p>
<p>Secondo <em>Science</em> sono circa 10.109 gli esperti con dottorato in materie scientifiche e sanitarie che hanno lasciato (o perso) il lavoro lo scorso anno a seguito delle azioni di un presidente intenzionato a ridurre drasticamente il personale federale complessivo. L’esodo dei dottori di ricerca rappresenta il 3% dei 335.192 dipendenti federali che hanno lasciato il lavoro lo scorso anno, ma è pari al 14% del numero totale di dottori di ricerca in materie STEM o in campo sanitario impiegati che erano attivi alla fine del 2024.</p>
<p>Quattro agenzie sono state particolarmente colpite. Alla National Science Foundation (NSF), la riduzione netta di 205 dottori di ricerca in discipline STEM ha rappresentato il 40% della sua forza lavoro totale di dottori di ricerca che, prima di Trump, era di 517 unità. In effetti, per la sua stessa natura, la NSF impiega la percentuale più alta di dottori di ricerca tra tutte le agenzie. Le altre entità duramente colpite dall’esodo sono il Dipartimento dell’Energia, lo US Forest Service e l’Environmental Protection Agency (EPA), che il Presidente vorrebbe cancellare. <br>
In effetti, nessuna agenzia o ente di ricerca è stato risparmiato dalla scure trumpiana. Come dimostrato eloquentemente in questa grafica, che riassume le variazioni di personale diviso tra i dottori di ricerca in rosso e tutto il resto del personale in grigio, la perdita media è stata del 17%</p>
<p><img src="https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2026/esodo-dottori-ricerca-agenzie-scientifiche-usa-body-2.png.webp" alt="" width="512" height="1238" loading="lazy" decoding="async">
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Infografica di Monica Hersher da &ldquo;<a href="http://www.science.org/content/article/u-s-government-has-lost-more-10-000-stem-ph-d-s-trump-took-office" rel="noopener">The great government brain drain</a>&rdquo;, <em>Science</em></p>
<p>L&rsquo;analisi di <em>Science</em> ha rilevato che nel 2025 i licenziamenti, che vengono parafrasati come riduzioni di personale, hanno rappresentato una percentuale relativamente bassa dell’esodo. Solo nel Centro per il controllo e la prevenzione delle malattie (CDC), la percentuale di chi ha ricevuto una lettera di licenziamento ha superato il 6% del personale totale, con il 16% dei 519 dottori di ricerca in discipline STEM che hanno lasciato il lavoro lo scorso anno. Per contro, alcune agenzie non hanno segnalato alcun caso di licenziamento tra i dottori di ricerca in discipline STEM nel 2025.</p>
<p>Nella maggior parte dei casi, i motivi delle partenze sono stati il pensionamento e le dimissioni classificate come volontarie, anche se è indubbio che fattori esterni, quali il timore di essere licenziati, le offerte di prepensionamento o un profondo disaccordo con le politiche di Trump abbiano probabilmente influenzato molte decisioni di dimissioni.</p>
<p>Il fatto che il Congresso abbia annullato i tagli di bilancio alle agenzie di ricerca e che molte delle interruzioni dei finanziamenti a progetti già approvati siano state dichiarate illegali non fa tornare indietro le lancette del tempo. La strategia della presidenza, basata su raffiche di ordini esecutivi,  ha avuto l’effetto voluto: il danno alle agenzie che gestiscono la ricerca è testimoniato da numeri che non lasciano dubbi.</p>
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]]></content:encoded></item><item><title>Ricerca pubblica e lavoro precario: il nodo irrisolto del CNR</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/ricerca-pubblica-lavoro-precario-nodo-irrisolto-cnr/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/ricerca-pubblica-lavoro-precario-nodo-irrisolto-cnr/</guid><pubDate>Thu, 29 Jan 2026 09:11:00 +0100</pubDate><dc:creator>Precari Uniti CNR</dc:creator><category>politica-della-ricerca</category><description>Negli ultimi mesi il precariato nella ricerca pubblica è tornato al centro del dibattito politico grazie alla mobilitazione dei lavoratori e delle lavoratrici.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/ricerca-pubblica-lavoro-precario-nodo-irrisolto-cnr-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/ricerca-pubblica-lavoro-precario-nodo-irrisolto-cnr-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>Negli ultimi mesi il precariato nella ricerca pubblica è tornato al centro del dibattito politico grazie alla mobilitazione dei lavoratori e delle lavoratrici del Consiglio Nazionale delle Ricerche (CNR). Una mobilitazione che mette in luce la fragilità strutturale del sistema della ricerca italiana, cronicamente sottofinanziato e incapace di garantire percorsi di stabilizzazione adeguati a chi da anni ne sostiene il funzionamento quotidiano. Si tratta di una questione che riguarda direttamente la capacità del Paese di fare ricerca competitiva a livello europeo e non disperdere un capitale umano formato con risorse pubbliche.</p>
<p>Il caso del CNR è paradigmatico: il più grande ente pubblico di ricerca italiano funziona oggi grazie a una quota rilevantissima di lavoro precario, in un contesto di sottofinanziamento cronico che rende strutturale ciò che dovrebbe essere eccezionale. Le leggi di bilancio 2024 e 2025 hanno introdotto alcune misure, frutto diretto della mobilitazione, ma lasciano irrisolti i nodi fondamentali.</p>
<h2 id="i-numeri-del-precariato-al-cnr-un-problema-strutturale-non-transitorio">I numeri del precariato al CNR: un problema strutturale, non transitorio</h2><p>Per comprendere la portata della questione è necessario partire dai dati. Secondo il <a href="https://blog.imm.cnr.it/content/uil-rua-piano-di-fabbisogno-del-personale-2025-2027-servono-certezze-su-stabilizzazioni-prog" rel="noopener">Piano di Fabbisogno del Personale del CNR</a>, al 31 dicembre 2024 l’ente contava circa 9.300 dipendenti tra tempo indeterminato e tempo determinato. A questi si affianca una platea ampia di lavoratori con contratti cosiddetti flessibili — assegni di ricerca, borse, collaborazioni — che non rientrano nell’organico formale, ma svolgono attività di ricerca continuative e centrali per il funzionamento degli istituti.</p>
<p>I dati amministrativi parlano di 1.227 lavoratori a tempo determinato, oltre 550 dei quali con più di tre anni di anzianità e quasi 300 con oltre cinque anni. A questi si aggiungono circa 1.700 lavoratori con contratti flessibili. Sommando queste due componenti, i precari formalmente in servizio superano le 2.900 unità. Tuttavia, questo dato sottostima ampiamente la realtà: non include chi ha lavorato per anni al CNR con contratti nel frattempo scaduti, né tiene conto dei periodi di precariato maturati in altri enti pubblici di ricerca o università.</p>
<p>Considerando anche questi elementi, il numero complessivo di persone che negli ultimi anni hanno lavorato in condizioni precarie al CNR può essere stimato in circa 4.000 unità. In molti istituti i precari rappresentano oltre il 40% del personale. I dati estratti dal Piano di Fabbisogno evidenziano inoltre che, se si considera il solo personale a tempo determinato, almeno 525 dipendenti hanno una anzianità di servizio superiore ai 3 anni. Non si tratta quindi di personale “in formazione” o temporaneamente inserito nei gruppi di ricerca, ma di lavoratori e lavoratrici che da anni contribuiscono in modo organico e strutturale alle attività scientifiche dell’ente.</p>
<p>Questo precariato non è frutto di una contingenza recente, ma dell’assenza di concorsi di dimensioni adeguate al fabbisogno dell’ente: l’ultimo concorso di portata significativa risale infatti al 2018, mentre le procedure avviate negli anni successivi sono state numericamente marginali rispetto all’accumulo di precariato. Questa mancanza risulta essere particolarmente preoccupante alla luce dell’investimento effettuato con il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR), che ha portato un nuovo bacino di lavoratori precari all’interno dell’ente e ha permesso di avviare ulteriori progetti. Senza garantire la continuità lavorativa e progettuale a lungo termine, l’investimento del PNRR rischia di perdersi per l’imminente scadenza dei contratti e il conseguente depauperamento del capitale umano accumulato. </p>
<h2 id="la-legge-madia-e-la-legge-di-bilancio-2024-un-primo-passo-non-la-soluzione">La legge Madia e la legge di bilancio 2024: un primo passo, non la soluzione</h2><p>È in questo contesto che va letta la legge Madia, spesso fraintesa nel dibattito pubblico. La norma nasce esplicitamente per tamponare l’abuso di contratti flessibili nella pubblica amministrazione, più volte sanzionato anche a livello europeo, e per sanare situazioni di precariato storico. Non è uno strumento per assumere personale in formazione, ma per riconoscere e stabilizzare chi già lavora da anni in modo continuativo nell’ente.</p>
<p>La legge distingue due principali percorsi. Il comma 1 prevede la stabilizzazione diretta del personale assunto a tempo determinato che abbia già superato almeno una procedura concorsuale pubblica. Il comma 2, invece, riguarda chi ha maturato l’anzianità richiesta esclusivamente attraverso contratti parasubordinati (come assegni di ricerca e co.co.co.) e prevede per questi lavoratori l’apertura di procedure concorsuali riservate per una quota dei posti messi a bando.</p>
<p>Nel caso del CNR, molti dei lavoratori che rientrano in questi percorsi sono stati selezionati più volte tramite concorsi a tempo determinato, hanno coordinato linee di ricerca, scritto progetti competitivi, prodotto pubblicazioni e brevetti. Dopo anni di attività continuativa, svolgono di fatto funzioni strutturali all’interno dell’ente, al pari del personale strutturato a tempo indeterminato. La loro stabilizzazione non rappresenta una deroga al merito, ma il completamento di un percorso di selezione già avvenuto.</p>
<p>La mobilitazione dei Precari Uniti del CNR, supportata dalle organizzazioni sindacali FLC CGIL, FIR CISL e UIL Scuola RUA, ha prodotto un primo risultato concreto con la legge di bilancio 2024, che ha stanziato risorse dedicate alle stabilizzazioni: circa 9 milioni di euro per il 2025, 12,5 milioni per il 2026 e 10,5 milioni a regime dal 2027. Questi fondi consentono di avviare il processo di stabilizzazione per circa 180 lavoratori.</p>
<p>Nel mese di ottobre 2025 è stata avviata una manifestazione di interesse rivolta al personale rientrante nel comma 1 della legge Madia. La valutazione delle domande è ancora in corso, ma dalle informative presentate dalla dirigenza del CNR emerge che tra 470 e 680 domande risultano potenzialmente ammissibili in base ai requisiti. A fronte di questi numeri, la capienza finanziaria appare chiaramente insufficiente.</p>
<p>Ancora più grave è il fatto che per i lavoratori rientranti nel comma 2 non sia stato avviato alcun bando di concorso riservato, nonostante la legge lo preveda esplicitamente. Una parte rilevante del precariato storico resta quindi, allo stato attuale, completamente esclusa da qualsiasi percorso di stabilizzazione, situazione che amplifica una discriminazione già esistente ab initio con le forme contrattuali lavorative di parasubordinazione, a parità di attività concrete e lavoro svolto.</p>
<h2 id="la-legge-di-bilancio-2025-e-lemendamento-lotito-perché-non-basta">La legge di bilancio 2025 e l’emendamento Lotito: perché non basta</h2><p>La legge di bilancio 2025 non ha rafforzato in modo significativo questo percorso. In particolare, l’emendamento Lotito è stato presentato come una risposta al precariato legato ai progetti PNRR, ma mostra limiti strutturali evidenti.</p>
<p>L’incremento del Fondo Ordinario per gli Enti di Ricerca (FOE) previsto dall’emendamento — poco più di 8 milioni di euro — deve essere ripartito tra tutti gli enti pubblici di ricerca. Anche ipotizzando una quota rilevante per il CNR, l’impatto occupazionale sarà marginale. Infatti, la misura consente concorsi riservati al personale in servizio a tempo determinato alla data del 30 giugno 2025, che abbia maturato almeno 2 anni di anzianità nell’ambito dei progetti PNRR. Dalla relazione tecnica di accompagnamento all’emendamento si evince che questi requisiti  sono posseduti solamente da circa 156 unità di personale del CNR (secondo quanto comunicato dall’Ente stesso al Ministero), perché la maggior parte degli assunti su progetti PNRR non ha maturato i requisiti temporali, spesso a causa di ritardi burocratici nell’attivazione dei contratti, incluso personale con molti anni di contratti parasubordinati e/o subordinati. Tenendo conto dell’entità delle risorse stanziate, il numero di assunzioni sarà pari a poche decine di unità, comunque molto minore del numero degli idonei.</p>
<p>L’emendamento Lotito, quindi, non affronta il precariato storico del CNR e non si integra in modo coerente con la legge Madia. Rischia anzi di produrre nuove disparità tra lavoratori che svolgono le stesse attività, rafforzando un approccio emergenziale e frammentato, anziché una strategia strutturale, che, oltre a penalizzare le persone, penalizzerà anche alcune linee di ricerca, che non saranno più sviluppate</p>
<h2 id="competitività-scientifica-e-sottofinanziamento-il-nodo-politico-centrale">Competitività scientifica e sottofinanziamento: il nodo politico centrale</h2><p>Tutto questo si inserisce in un quadro più ampio: l’Italia investe in ricerca e sviluppo circa l’1,3% del PIL, contro una media europea superiore al 2,2% e valori ben oltre il 3% nei Paesi più sviluppati scientificamente e tecnologicamente. Questo sottofinanziamento si riflette direttamente sugli organici degli enti di ricerca.</p>
<p>Il CNR si confronta quotidianamente con istituzioni omologhe come il CNRS francese o il Max Planck tedesco, che dispongono di un numero di ricercatori strutturati circa triplo. Eppure, normalizzando la produzione scientifica per il numero di ricercatori, il CNR risulta secondo in Europa per produttività scientifica. Un dato che evidenzia il paradosso italiano: un ente estremamente produttivo che opera in condizioni di svantaggio strutturale, colmato solo grazie a un ricorso sistematico del lavoro precario.</p>
<p>Continuare su questa strada significa compromettere la competitività del sistema pubblico della ricerca italiano e disperdere un capitale umano formato con ingenti risorse pubbliche. Le misure introdotte nelle ultime leggi di bilancio rappresentano un primo passo, ma senza un investimento strutturale e pluriennale sul personale rischiano di restare interventi tampone e improduttivi<br>
La mobilitazione dei precari del CNR ha dimostrato che il tema può essere portato all’attenzione politica. Ora la sfida è trasformare segnali episodici in una strategia coerente, capace di riconoscere che la stabilità del lavoro nella ricerca non è un costo, ma una condizione necessaria per la competitività scientifica ed economica del Paese.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Addio a Gino Nicolais, ci mancherà</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/addio-gino-nicolais-ci-manchera/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/addio-gino-nicolais-ci-manchera/</guid><pubDate>Tue, 13 Jan 2026 09:23:00 +0100</pubDate><dc:creator>Luca Carra</dc:creator><description>Ho avuto l&amp;amp;rsquo;onore di conoscere Gino Nicolais nei ranghi del Gruppo 2003 per la ricerca, associazione che in quell&amp;amp;rsquo;anno &amp;amp;lsquo;Gino&amp;amp;rsquo;, come si faceva chiamare.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/addio-gino-nicolais-ci-manchera-hero.jpg" type="image/jpeg" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/addio-gino-nicolais-ci-manchera-hero.jpg" medium="image" type="image/jpeg"/><content:encoded><![CDATA[<p>Ho avuto l&rsquo;onore di conoscere Gino Nicolais nei ranghi del <a href="https://www.gruppo2003.org/" rel="noopener">Gruppo 2003 per la ricerca</a>, associazione che in quell&rsquo;anno &ldquo;Gino&rdquo;, come si faceva chiamare, ha fondato insieme ad altri noti scienziati italiani con l’obiettivo di aumentare la reputazione della cultura scientifica e promuoverne il ruolo strategico nel nostro Paese. </p>
<p>Nel corso della sua lunga carriera scientifica e pubblica, Gino Nicolais ha rappresentato una delle figure più autorevoli della ricerca italiana. Professore ordinario di Tecnologia dei polimeri all’Università degli Studi di Napoli Federico II, è stato incluso nella lista degli scienziati italiani che rientrano nell’1% dei più citati al mondo, a testimonianza della rilevanza internazionale del suo contributo scientifico.</p>
<p>Alla carriera accademica ha affiancato importanti responsabilità pubbliche: è stato presidente del Consiglio nazionale delle ricerche, ministro per le Riforme e le Innovazioni nella Pubblica Amministrazione nel Governo Prodi II e assessore alla Ricerca e all’innovazione della Regione Campania. Rilevante anche il suo impegno come presidente del Comitato scientifico della Città della scienza, che lo <a href="https://www.cittadellascienza.it/addio-a-luigi-nicolais-presidente-del-comitato-scientifico-di-citta-della-scienza/" rel="noopener">ricorda</a> a sua volta per il profondo legame con questa importante istituzione culturale di Napoli. Ha inoltre svolto un’intensa attività imprenditoriale nel campo delle tecnologie avanzate e dell’innovazione. Fino agli ultimi giorni continuava a lavorare a nuovi progetti, tanto che avrebbe dovuto partecipare il prossimo 3 febbraio a una giornata dedicata alle tecnologie quantistiche e ai programmi nazionali in questo settore.</p>
<p>Uomo di scienza e delle istituzioni, ma anche persona garbata e disponibile, Gino Nicolais viene ricordato così da molti che lo hanno conosciuto e che ora lo compiangono. «Non posso dimenticare l’incoraggiamento che Luigi mi diede nel 2024, quando mi sollecitò con convinzione a candidarmi alla presidenza del Gruppo, spronandomi a mettere la mia esperienza al servizio della comunità scientifica. Con la sua scomparsa perdiamo una figura di riferimento per la ricerca e per la politica della ricerca nel nostro Paese; io perdo prima di tutto un amico generoso, che si è sempre messo a disposizione del Gruppo e della nostra comunità con passione, autorevolezza e un impegno costante per il bene comune» dice il presidente del Gruppo 2003, Rocco De Nicola.</p>
<p>«Era un vero innovatore col pensiero sempre rivolto al futuro. Alla sua straordinaria capacità intuitiva affiancava tratti umani non comuni: apertura, sensibilità, capacità di mediazione, di grande determinazione ma anche di immensa pazienza. Possedeva il dono di saper ascoltare, di cogliere il meglio dalle persone con cui lavorava, e di imparare con umiltà dagli altri» raccontano le scienziate <a href="https://www.scienzainrete.it/autori/maria-pia-abbracchio/">Maria Pia Abbracchio</a> e <a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Maria_Cristina_Messa" rel="noopener">Maria Cristina Messa</a>. «Rappresentava uno dei rari casi in cui l’indole di scienziato si fonde perfettamente con la capacità politica: era capace di visione a lungo termine, ma anche di quella pragmaticità e concretezza che rendono possibili le grandi imprese. Lavorare con lui è stato un grande onore e una scuola di vita. Continueremo sempre ad onorarlo camminando sui sentieri che lui ha tracciato, continuando le attività in cui credeva e insegnando ogni giorno i suoi valori ai nostri collaboratori e all’interno delle nostre comunità».</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Gli Stati Uniti si sfilano dalle agenzie di cooperazione e ricerca globale</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/stati-uniti-si-sfilano-agenzie-cooperazione-ricerca-globale/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/stati-uniti-si-sfilano-agenzie-cooperazione-ricerca-globale/</guid><pubDate>Fri, 09 Jan 2026 09:36:00 +0100</pubDate><dc:creator>Luca Carra</dc:creator><description>Mercoledì 7 gennaio 2026, mentre il Congresso discuteva gli stanziamenti 2026 per le agenzie scientifiche federali (vedi articolo di Patrizia Caraveo)</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/stati-uniti-si-sfilano-agenzie-cooperazione-ricerca-globale-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/stati-uniti-si-sfilano-agenzie-cooperazione-ricerca-globale-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>Mercoledì 7 gennaio 2026, mentre il Congresso discuteva gli stanziamenti 2026 per le agenzie scientifiche federali (vedi <a href="https://www.scienzainrete.it/articoli/congresso-americano-riduce-quasi-zero-tagli-agenzie-scientifiche/">articolo di Patrizia Caraveo)</a>, la Casa Bianca ha firmato un <a href="https://www.whitehouse.gov/presidential-actions/2026/01/withdrawing-the-united-states-from-international-organizations-conventions-and-treaties-that-are-contrary-to-the-interests-of-the-united-states/?utm" rel="noopener">memorandum</a> presidenziale che segna forse il punto di non ritorno nell&rsquo;offensiva contro quello che viene percepito come il “carrozzone” delle agenzie UN e affini, e le politiche di cooperazione internazionale sulle grandi sfide di clima, biodiversità, salute, migrazione e diritti. Gli USA infatti annunciano il ritiro da 66 organizzazioni, tra cui il Panel Intergovernativo sul Cambiamento Climatico (IPCC) e la Convenzione Quadro delle Nazioni Unite sui Cambiamenti Climatici (UNFCCC).</p>
<p>L&rsquo;IPCC, creato nel 1988 dall&rsquo;Organizzazione Meteorologica Mondiale e dal Programma Ambientale delle Nazioni Unite, è l&rsquo;organismo scientifico che dal 2007 – quando ha ricevuto il Premio Nobel per la Pace insieme ad Al Gore – rappresenta la principale autorità mondiale sulla scienza del clima. Non conduce ricerche proprie, ma coordina migliaia di scienziati che ogni cinque-sette anni su base volontaria valutano decine di migliaia di pubblicazioni scientifiche per produrre rapporti di sintesi che informano le politiche climatiche dei 195 paesi membri.</p>
<p>Il ritiro dall&rsquo;UNFCCC è ancora più radicale: si tratta del Convenzione quadro sui cambiamenti climatici, ratificata dal Senato americano nel 1992, di fatto la base giuridica delle COP e di tutti gli accordi climatici che ne sono discesi, incluso quello di Parigi del 2015. </p>
<p><a href="https://sustainability.stanford.edu/people/rob-jackson" rel="noopener">Rob Jackson</a>, scienziato del clima dell’Università di Stanford che presiede il Global Carbon Project, ha avvertito che il ritiro degli Stati Uniti potrebbe ostacolare gli sforzi globali per ridurre i gas serra perché «dà ad altre nazioni la scusa per ritardare le proprie azioni e impegni». Sarà difficile ottenere progressi significativi sul cambiamento climatico senza la cooperazione degli Stati Uniti, uno dei maggiori emettitori mondiali e una delle maggiori economie del pianeta.</p>
<p>Ma non solo le politiche globali sul clima sono in gioco. Il ritiro statunitense dall&rsquo;Organizzazione Mondiale della Sanità, annunciato un anno fa, diventerà effettivo il 22 gennaio 2026. Tra il 2024 e il 2025, gli Stati Uniti hanno contribuito con 261 milioni di dollari al finanziamento dell&rsquo;OMS, circa il 18% del budget totale dell&rsquo;organizzazione che coordina la cooperazione globale su tubercolosi, pandemie come il COVID-19 e altre questioni sanitarie urgenti e di vitale importanza soprattutto per i paesi più poveri.</p>
<p>Il memorandum presidenziale colpisce 31 entità delle Nazioni Unite e 35 altre organizzazioni, molte focalizzate su clima, lavoro, migrazione e questioni che l&rsquo;amministrazione ha categorizzato come iniziative &ldquo;woke&rdquo; e contrarie alla sovranità americana. Di fatto al multilateralismo. Il Segretario di Stato Marco Rubio ha dichiarato che queste istituzioni sono «ridondanti, mal gestite, inutili, dispendiose, monopolizzate da interessi con agende contrarie alle nostre, che mettono a repentaglio la sovranità, le libertà e la prosperità generale della nostra nazione». Tra queste: il Programma Collaborativo ONU per la Riduzione delle Emissioni da Deforestazione, l&rsquo;UNFPA (il fondo ONU per la popolazione che si occupa di salute riproduttiva), UN Women, l’IUCN che si occupa di biodiversità e conservazione delle specie, organismi di promozione del (molto bistrattato ) diritto internazionale, il registro UN sulle armi convenzionali, alcuni centri di contrasto della violenza sui minori, agenzie per la promozione del disarmo e della pace, così come un centro di scienza e tecnologia ucraino.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Il Congresso americano riduce quasi a zero i tagli alle agenzie scientifiche voluti da Trump</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/congresso-americano-riduce-quasi-zero-tagli-agenzie-scientifiche/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/congresso-americano-riduce-quasi-zero-tagli-agenzie-scientifiche/</guid><pubDate>Fri, 09 Jan 2026 08:59:00 +0100</pubDate><dc:creator>Patrizia Caraveo</dc:creator><category>politica-della-ricerca</category><description>Tutti noi abbiamo sempre guardato con ammirazione alle istituzioni scientifiche statunitensi.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/congresso-americano-riduce-quasi-zero-tagli-agenzie-scientifiche-hero.jpg" type="image/jpeg" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/congresso-americano-riduce-quasi-zero-tagli-agenzie-scientifiche-hero.jpg" medium="image" type="image/jpeg"/><content:encoded><![CDATA[<p>Tutti noi abbiamo sempre guardato con ammirazione alle istituzioni scientifiche statunitensi. Università e centri di ricerca prestigiosi, poi istituzioni come NASA, NSF (National Science Foundation), DOE  (Department of Energy) solo per citarne alcuni. Tutti impegnati in ricerca scientifica di punta nei settori di loro competenza. Tutte queste istituzioni ricevono finanziamenti federali che, ogni anno, entrano a fare parte del budget proposto dal governo per l’anno successivo. Chiunque lavori nel campo scientifico sa che i budget non sono scolpiti nel marmo, possono variare a volte con il segno +, a volte con il segno -, ma quello che è successo all’inizio di maggio del 2025 per scienziati e tecnologi statunitensi è stata una doccia fredda senza precedenti. </p>
<p>Il nuovo Presidente, dopo avere sparigliato tutta l’amministrazione con le follie del programma di ottimizzazione DOGE (che ha fatto danni incalcolabili prima di sparire nel nulla), ha deciso di colpire università e centri di ricerca, identificati come covi di oppositori, proponendo tagli draconiani al budget. Non piccole variazioni, ma vere e proprie picconate in tutti i settori a eccezione della difesa. Il bilancio proposto per tutte le agenzie federali era il più basso di sempre. Poco importa che gli economisti dicessero che una riduzione del finanziamento alla ricerca del 25% avrebbe ridotto del 4% l’anno gli introiti federali.</p>
<p>L’infografica del <em>New York Times</em> costruita per illustrare la proposta di finanziamento per la ricerca USA è illuminante. La National Science Foundation, alla quale si deve la scoperta delle onde gravitazionali, avrebbe dovuto avere il budget ridotto di oltre la metà.    </p>
<p><img src="https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2026/congresso-americano-riduce-quasi-zero-tagli-agenzie-scientifiche-body-1.png.webp" alt="" width="700" height="681" loading="lazy" decoding="async">
</p>
<p>La NASA vedeva ridimensionato il suo budget del 24% con una riduzione totale di 6,34 miliardi di dollari rispetto al budget di 25,4 miliardi di dollari assegnato per l&rsquo;anno fiscale 2025. Con 18,8 miliardi di dollari, la NASA avrebbe avuto un finanziamento più o meno equivalente a quello del 1980 (18,9 miliardi di dollari, corretti per l&rsquo;inflazione). I tagli non erano ugualmente ripartiti, la scienza sarebbe stata falcidiata mentre il direttorato per il volo umano veniva colpito in modo più limitato. </p>
<p>Era stato subito evidente che si trattava di una proposta inaccettabile e deputati e senatori avevano subito messo in chiaro che non avrebbero sottoscritto quanto proposto dal Presidente. Non che la cosa avesse avuto particolare effetto immediato. Colleghi della NASA hanno iniziato a non venire più alle riunioni in Europa a causa dei tagli dei budget. La continuazione delle missioni spaziali è stata messa in dubbio senza però che fosse stata presa alcuna decisione. Nel frattempo il DOGE, messo in piedi da Musk per realizzare risparmi miliardari, cercava di convincere la gente a dare le dimissioni con buone proposte economiche e velate minacce. In questo modo, la NASA ha perso il 20% del suo personale. Quelli che non si sono fatti convincere a dare le dimissioni dicevano di sentirsi sulle sabbie mobili. Una situazione veramente difficile che adesso sembra migliorata, perché il 5 gennaio il Congresso, o meglio, l’apposita commissione del Congresso, dopo aver discusso i progetti di legge definitivi relativi alla National Science Foundation (NSF), alla NASA e ai programmi di ricerca del Dipartimento dell&rsquo;Energia (DOE), ha annunciato che è stato raggiunto un accordo per mantenere la spesa a livelli molto vicini a quelli attuali.</p>
<p>I tre disegni di legge sui finanziamenti (<em><a href="https://en.wikipedia.org/wiki/Appropriations_bill_%28United_States%29" rel="noopener">appropriation bill</a></em>) sono stati negoziati da una commissione composta da senatori e membri della Camera dei Rappresentanti. Il pacchetto di spesa proposto per il 2026 ridurrebbe il bilancio di 9,06 miliardi di dollari della NSF del 3,4% quest&rsquo;anno, ovvero 300 milioni di dollari, molto meno del taglio del 56%  richiesto richiesto da Trump. Lo stanziamento per la ricerca rimarrebbe stabile a 7,18 miliardi di dollari e i programmi dedicati all’istruzione, che Trump cercava sostanzialmente di eliminare, riceverebbero 938 milioni di dollari - un importo che è inferiore di 180 milioni di dollari rispetto a quello ricevuto dalla NSF nel 2025, ma ben diverso da zero.</p>
<p>Alla NASA, le missioni scientifiche, che avrebbero dovuto essere duramente tagliate, riceverebbero 7,25 miliardi di dollari, 84 milioni in meno rispetto a quest&rsquo;anno, con un calo dell'1,1%. Infinitamente meno del taglio del 47% proposto dal Presidente. L’unica cancellazione approvata dalla commissione si riferisce alla missione Mars Sample Return, che avrebbe dovuto riportare a Terra i campioni raccolti e incapsulati dal rover Perseverance. Sembra che i campioni dovranno avere molta pazienza, perché la missione non si farà. Le attività educative dell&rsquo;agenzia spaziale, che Trump voleva eliminare, riceverebbero 143 milioni di dollari, lo stesso importo dell&rsquo;anno scorso. </p>
<p>Il budget dell&rsquo;Ufficio della Scienza del Dipartimento dell&rsquo;Energia (DOE) aumenterà quest&rsquo;anno di quasi il 2%, passando da 8,24 miliardi di dollari a 8,4 miliardi. Trump avrebbe voluto tagliare più di 1 miliardo di dollari. </p>
<p>Il bilancio dell&rsquo;U.S. Geological Survey diminuirebbe del 2,1%, attestandosi a 1,4 miliardi di dollari. Rispetto alla riduzione del 59% richiesta dal presidente, si tratta di un taglio irrisorio. Allo stesso modo, i programmi scientifici e tecnologici dell&rsquo;Environmental Protection Agency,  che avrebbero dovuto essere ridotti del 43% subirebbero un calo del 3,5%, attestandosi a 744 milioni di dollari. Altre agenzie, come il colossale NHI sulla ricerca sanitaria, con il suo budget che sfiora i 50 miliardi di dollari, non è compreso in questi disegni di legge di spesa ma lo sarà nei prossimi, e vedremo se anche l&rsquo;epidemiologia e la salute pubblica sarà riuscita a evitare le sforbiciate di Trump.</p>
<p>In generale si può dire che certo non si sta parlando di un budget in crescita, ma, vista la situazione - che rimane molto seria sotto altri profili, come i licenziamenti, le vere e proprie censure su molti temi ritenuti &ldquo;ideologici&rdquo;, e il cambio delle regole di valutazione delle ricerche per renderle più controllabili - è quanto di meglio si potesse sperare. Sempre che queste leggi vengano effettivamente approvate così come sono entro la fine del mese, onde evitare un nuovo shutdown delle agenzie federali.</p>
<p>Non ho ancora avuto modo di parlare con i colleghi americani, che sono diventati molto riservati su tutto ciò che riguarda i rapporti con l’amministrazione. Spero per loro che le nubi plumbee che sembravano essere all’orizzonte ora siano un po’ meno scure.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Ricerca pubblica, un piano che non salva i ricercatori</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/ricerca-pubblica-piano-salva-ricercatori/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/ricerca-pubblica-piano-salva-ricercatori/</guid><pubDate>Thu, 08 Jan 2026 08:34:00 +0100</pubDate><dc:creator>Coordinamento Nazionale dei Ricercatori Universitari PNRR</dc:creator><category>politica-della-ricerca</category><description>Nei giorni scorsi è stato inserito un emendamento alla legge di bilancio su iniziativa della maggioranza che attribuisce risorse ad un piano di reclutamento.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/ricerca-pubblica-piano-salva-ricercatori-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/ricerca-pubblica-piano-salva-ricercatori-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>Nei giorni scorsi è stato inserito un emendamento alla legge di bilancio su iniziativa della maggioranza che attribuisce risorse ad un piano di reclutamento straordinario per l’assunzione di ricercatori nelle università e negli enti di ricerca, con particolare riguardo al personale a tempo determinato impegnato in progetti finanziati con risorse del PNRR. Questa proposta tuttavia presenta numerose limitazioni e risulta di fatto inadeguata ad affrontare le attuali difficoltà del sistema della ricerca italiano. Le modalità con le quali la maggioranza ha portato avanti questa iniziativa sollevano inoltre importanti preoccupazioni sul piano della partecipazione ai processi democratici.</p>
<p>Per affrontare la grave situazione di emergenza sociale e istituzionale che si è generata negli anni all’interno dell’università, il Coordinamento Nazionale dei Ricercatori Universitari PNRR ha formulato e avanzato alle istituzioni diverse proposte concrete nel corso dell’ultimo anno per una gestione responsabile dell’attuale e imminente scadenza dei contratti finanziati dal PNRR e delle conseguenti ricadute occupazionali e professionali. In particolare, a partire dal mese di aprile sono state inviate diverse lettere al Ministero dell’Università e della Ricerca, al Governo e al Parlamento per sollecitare l’immediata attuazione di un piano straordinario di reclutamento che prevedesse il bando di un numero di concorsi con prospettive di stabilizzazione che fosse commisurato al numero di contratti in scadenza e alle esigenze del sistema universitario.</p>
<p>Nel corso dell’Assemblea Nazionale dei Ricercatori Universitari PNRR tenutasi il 18 ottobre scorso, queste istanze sono state ulteriormente ribadite, sottolineando l’urgenza di un piano straordinario di concorsi, di un programma pluriennale di riassorbimento del precariato universitario che non riguardasse solamente i ricercatori assunti nell’ambito del PNRR e di un significativo incremento del Fondo di Finanziamento Ordinario, al fine di allineare la spesa pubblica in istruzione e ricerca almeno agli standard europei e garantire stabilità, continuità e qualità al sistema universitario nazionale.</p>
<p>Pur accogliendo positivamente i segnali di apertura del Ministero verso l’avvio di un piano di reclutamento, riteniamo che le misure attualmente prospettate non risultino sufficienti a dare una risposta adeguata alla gravità e all’urgenza della situazione. In poche parole, il piano  approvato in Senato non è il piano straordinario di reclutamento che è stato richiesto e non si avvicina neppure a quanto sarebbe necessario. Infatti, l’emendamento proposto alla legge di bilancio presenta diverse criticità che lo rendono di fatto inefficace, oltre a introdurre delle disparità inaccettabili per l’accesso ai bandi per i ricercatori con diversi inquadramenti contrattuali.</p>
<p>La prima criticità è evidentemente il volume delle risorse messe a disposizione, oltre alla loro distribuzione iniqua nel biennio 2026/2027. I 50 milioni di euro stanziati infatti riuscirebbero a permettere l’apertura, nella migliore delle ipotesi, di circa 1600 posti da ricercatore in tenure track, a fronte di una mole di contratti in scadenza che si aggira sulle 20000 unità entro il 2026 (tra Ricercatori a Tempo Determinato di tipo a e Assegnisti di Ricerca) e che supera le 30000 unità se si considerano anche quelli di recente scadenza o in scadenza a inizio 2027. Il piano straordinario proposto quindi definisce una soluzione che è di un ordine di grandezza inferiore rispetto al problema che si propone di risolvere.</p>
<p>Una criticità fondamentale è legata al meccanismo di cofinanziamento delle posizioni da ricercatore in tenure track. L’emendamento presentato infatti propone un cofinanziamento al 50% del costo di un contratto da ricercatore con prospettive di stabilizzazione, lasciando a carico degli atenei lo stanziamento del restante 50%, oltre alle risorse necessarie per il successivo passaggio a Professore Associato. Vista l’attuale situazione di grave difficoltà dei bilanci della maggior parte degli atenei italiani, il meccanismo del cofinanziamento di fatto non permetterà a molti atenei di usufruire del piano, visto che sono di fatto nell’impossibilità di poter garantire le risorse restanti nell’ambito delle proprie facoltà assunzionali. A dimostrazione di questo scenario c’è il fatto che molti atenei già rifiutano la chiamata diretta a vincitori di prestigiosi bandi internazionali come le Marie Skłodowska-Curie Actions, perché impossibilitati a coprire la quota di punti organico che rimane esclusa dal cofinanziamento ministeriale. Molte università inoltre si trovano nella situazione paradossale di avere punti organico vacanti che non riescono ad essere utilizzati a causa della mancanza della necessaria copertura finanziaria all’interno dei propri bilanci in difficoltà. Per risolvere questa situazione ci sarebbe bisogno di un’iniezione sostanziale di risorse che permetta di dare ossigeno al sistema, mentre invece gli aumenti previsti per i finanziamenti non riescono nemmeno a tenere il passo dell’aumento dei costi dovuti all’inflazione.</p>
<p>In questo contesto, un’altra criticità del piano straordinario proposto riguarda la concreta possibilità che una quota rilevante delle risorse non venga impiegata per il reclutamento di ricercatori e sia di conseguenza trasferita alla quota base del Fondo di Finanziamento Ordinario, come previsto dall’emendamento stesso. In questo modo il piano si configura effettivamente come straordinario, ma non è un piano finalizzato al reclutamento. Infatti i fondi stanziati saranno in larga parte utilizzati non per i reclutamenti, ma di fatto per la copertura delle spese ordinarie di esercizio dei singoli atenei. Più che un investimento finalizzato alla “stabilizzazione del capitale umano” (come auspicato dalla presidente della CRUI), questa misura appare destinata a diventare una spesa per consolidare un sistema che non riesce a valorizzare il lavoro effettivo e che si troverà a dover funzionare con sempre meno persone che lavorano al suo interno.</p>
<p>L’emendamento inoltre introduce delle inaccettabili disparità di trattamento tra precari dell’università solamente sulla base del loro inquadramento contrattuale, impedendo una selezione basata sulle reali competenze del personale e delle necessità del sistema. Riteniamo infatti che le posizioni aperte nell’ambito del piano straordinario debbano essere accessibili anche a chi ha usufruito di Assegni di Ricerca per una durata comparabile a quella di un Ricercatore a Tempo Determinato (ovvero 3 anni). Inoltre è inaccettabile che le quote di concorsi riservate a ricercatori reclutati nell’ambito del PNRR non siano accessibili a chi è stato reclutato su progetti analoghi, come ad esempio i ricercatori dei progetti PON conclusisi solo un anno fa.</p>
<p>Queste criticità sono state a più riprese e in più sedi esposte alle istituzioni (MUR, Parlamento, Governo) da parte di associazioni di categoria, sindacati e forze parlamentari di opposizione, ma queste iniziative sono rimaste totalmente inascoltate. La totale mancanza di apertura dimostrata dalla maggioranza di governo verso le proposte di modifica e di emendamento arrivate da tutte queste realtà, oltre che i tempi strettissimi di discussione in Senato, hanno di fatto impedito ogni forma di partecipazione. Questo rappresenta a nostro avviso una grave responsabilità politica e morale, perché è stato precluso un confronto aperto,  marginalizzando di fatto il contributo e il parere di chi vive la realtà universitaria, facendo perdere così fiducia nelle istituzioni e nei processi democratici a chi mette il proprio impegno civile a servizio della comunità. Le conseguenze dirette sul sistema universitario sono evidenti: aggravamento del precariato, esclusione dei ricercatori, ulterior impoverimento del sistema universitario, fuga di competenze dal Paese. Questo piano straordinario sembra purtroppo destinato a rappresentare l’ennesima occasione sprecata che si consuma sulla pelle di migliaia di lavoratori qualificati.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>La necessità di una nuova alleanza tra scienza e società</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/necessita-nuova-alleanza-scienza-societa/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/necessita-nuova-alleanza-scienza-societa/</guid><pubDate>Thu, 01 Jan 2026 10:50:00 +0100</pubDate><dc:creator>Rino Falcone</dc:creator><description>La scienza nasce nella società. È il “prodotto” sofisticato e accurato che deriva, esplicitamente e implicitamente.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/necessita-nuova-alleanza-scienza-societa-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/necessita-nuova-alleanza-scienza-societa-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>La scienza nasce nella società. È il “prodotto” sofisticato e accurato che deriva, esplicitamente e implicitamente, dal sistema di formazione che addestra gli umani, li educa ai metodi e ai contenuti dei saperi già sviluppati in precedenza e ne potenzia creatività e rigore metodologico. Eppure, sebbene figlia predeterminata e legittima della società, la scienza risulta a volte separata e distaccata dalle finalizzazioni che la società assume, dal senso e sentire comune. Anche per questo, di conseguenza, le sue risultanze, e a volte il suo stesso metodo di elaborazione, possono venire ignorate e sottovalutate dalla politica. Politica che della società dovrebbe piuttosto interpretare - se strategicamente conforme alle proprie prerogative - bisogni e aspirazioni di lunga prospettiva.</p>
<p>Nel caso dell’Italia, per esempio, le politiche della ricerca hanno visto alternarsi approcci differenti con sensibilità leggermente variabili ma con un sostanziale reiterato disinteresse da parte di tutti gli schieramenti politici verso la ricerca: eloquenti sono i confronti storici tra l’investimento italiano e quelli dei Paesi analogamente sviluppati. Per un attuale aggiornamento (2023): 1,37% del PIL in Italia; 2,26% del PIL per media EU; 2,7% del PIL per media OCSE.</p>
<p>Insomma, veniamo da una lunga fase in cui la visione politica di indirizzo del Paese non ha compiutamente considerato la scienza, la ricerca e l’innovazione tecnologica come un riferimento essenziale del motore strategico italiano, se non in marginali esperienze e in singoli protagonisti.</p>
<p>Come detto, la difficoltà di questa scarsa sensibilità della politica nei confronti della scienza è il risultato di una più evidente separazione tra scienza e società che ha prodotto nell’evoluzione umana straordinarie opportunità e al tempo stesso è stata attraversata da incomprensioni e conflitti. Il “luddismo”, movimento di protesta contro l’introduzione degli automatismi tecnologici nel periodo della rivoluzione industriale o i recenti fenomeni di scetticismo vaccinale, ne sono emblematici esempi.</p>
<p>In particolare, i conflitti che nascono tra scienza e società possono essere ricondotti a differenti ragioni:</p>
<ul>
<li>Una <em>naturale resistenza verso le trasformazioni</em> che determinano un profondo cambiamento tanto nella sfera cognitivo-concettuale che nella vita pratica. Queste trasformazioni vivono, negli ultimi tempi, ritmi più accelerati a causa del fatto che scienza e tecnologia si intrecciano più intensamente (a volte confondendosi l’una con l’altra). Le resistenze quindi vanno seriamente considerate, indagate e analizzate. Il successo delle nuove acquisizioni scientifiche e degli impatti che ne possono derivare dipenderà dall’adeguatezza delle risposte nel risultare oneste, esplicative e convincenti.</li>
<li>La <em>confusione</em> tra l’autorità della scienza, legittimata dal consolidamento dei propri risultati attraverso il metodo scientifico, e l’ufficialità del potere politico/istituzionale, legittimato dal consenso popolare attraverso le regole democratiche. Le verità scientifiche non sono di parte, e il fatto che i poteri ufficiali le riconoscano, non le riduce agli obiettivi che quei poteri perseguono, ma che riguardano una visione futura non necessariamente oggettiva e condivisa (mentre autorevole e condiviso deve risultare l’avanzamento della ricerca). Resta oggetto di discussione e confronto, l’utilizzo e l’applicazione delle ricadute della scienza e della tecnologia.</li>
<li>Gli <em>effetti distorcenti</em> sulla realtà introdotti dai nuovi mezzi e modalità di comunicazione: la connessione globale, i social media, la condivisione virtuale, che hanno prodotto enormi potenzialità ma anche pericolosi passaggi semplificatori. L’idea che il sapere specializzato (la conoscenza più avanzata) sia sostanzialmente comprensibile e gestibile da chiunque senza alcuna mediazione, ossia senza il possesso di alcuni strumenti fondamentali (le competenze), acquisibili attraverso formazione e studio specifico. In questo senso, la conoscenza viene sostanzialmente assimilata con l’informazione: essere informati corrisponde anche ad avere acquisito conoscenza. Allo stesso modo e in tutti i domini. </li>
<li>La <em>complessità nella</em> <em>costruzione dei saperi</em>, con produzione di enormi benefici ma anche di effetti non sempre e per tutti: positivi, comprensibili, accettabili. Di fatto, gli avanzamenti scientifici procedono in modo non lineare, a volte ambivalente fino al maturare delle ipotesi prevalenti: si è potuto constatare come dubbio e incertezza (e disaccordo e discussione) siano parte integrante e motore attivo della ricerca scientifica e che le teorie e i modelli di successo che la scienza è in grado di offrire, siano risultanza di processi lunghi, faticosi e irti di ostacoli. Mai comunque definitivi. </li>
<li>ll <em>propagarsi delle cosiddette pseudoscienze</em>, ossia “verità” non avvalorate dal metodo scientifico, ma che si presentano come portatrici di ipotesi che il potere volutamente nasconderebbe alle masse. Alternative quindi alle verità delle scienze ufficiali, ingannevoli queste ultime in quanto tali e/o sottomesse ad interessi economici.</li>
</ul>
<p>Guardando a questi conflitti si comprende come la politica possa svolgere un ruolo chiave su di essi sia in senso di moderazione e risoluzione quanto nel senso di strumentalizzazione ed esasperazione degli stessi.</p>
<p>I movimenti populisti fanno spesso leva su queste strumentalizzazioni per sollecitare paure e superstizioni adducendo responsabilità inesistenti agli avanzamenti della scienza e alle autorità che ne farebbero uso contro la popolazione. Sfiduciare la scienza e le istituzioni permette a questi movimenti di rendere più fragili i presidi consolidati degli avanzamenti sociali, indirizzando il consenso nelle direzioni scelte dalla manipolazione organizzata.</p>
<p>D’altronde, le inadeguatezze della politica nel rapporto con la scienza possono produrre mostri.</p>
<p>Consideriamo due esempi assai diversi tra loro ma paradigmatici.</p>
<p>Il primo riguarda il caso della agricoltura biodinamica. Nel 2021 il Senato della Repubblica vota una Legge (all’unanimità, esclusa la senatrice Elena Cattaneo) che permetterebbe di equiparare l’agricoltura biodinamica a quella biologica, concedendole finanziamenti e avallando l’utilità produttiva di un tale metodo agricolo. L’agricoltura biodinamica si distingue da quella biologica in quanto integrata da pratiche magico-esoteriche che ne favorirebbero qualità e quantità della produzione. Con pratiche del tipo: “letame infilato nel cavo di un corno di una vacca che abbia partorito almeno una volta”, o ancora “una vescica di cervo maschio riempita di fiori di achillea, lasciata essiccare al sole per tutta l’estate, sotterrata a 30 centimetri di profondità in autunno e dissotterrata nel periodo di Pasqua”.</p>
<p>La sollevazione degli scienziati (in particolare le più prestigiose associazioni scientifiche, inclusa l’Accademia dei Lincei) ha fatto sì che intervenisse direttamente il Presidente Mattarella con il suo potere di influenza. E la legge fu emendata alla Camera. Aldilà di altre ragioni che possono individuarsi dietro questa linea di comportamento, è preoccupante il mescolamento di piani differenti: il valore antropologico di alcune tradizioni con la fondatezza e la razionalità produttiva delle tecniche agricole.</p>
<p>Un secondo caso riguarda l’appropriazione dei dati degli utilizzatori dei social media da parte delle BigTech (Google, Facebook, Amazon, IBM, etc). Le politiche internazionali non sono state in grado di contrastare questo fenomeno che oggi si sta rivelando eclatante con l’ingresso nella scena mondiale della AI generativa. Per comprendere quale investimento sia necessario per poter sviluppare questi sistemi, si valuti che le spese in AI da parte delle BigTech corrispondeva, nel 2021, a 340 miliardi di dollari (fonte Statista), laddove il Governo USA ne spendeva nello stesso anno 2,5 miliardi. Ma queste società potevano e possono accedere a tali investimenti proprio a causa della appropriazione sopra denunciata e non contrastata dal potere pubblico. Infatti, le risorse pubblicitarie vengono garantite dalla enorme utenza dei social media. Utenza che gratuitamente offre i propri dati e si espone alle pubblicità. Ecco alcuni dati: introiti pubblicitari nel 2022, 114 miliardi di dollari per Meta; 225 miliardi per Google (fonte Statista).</p>
<p>La quantità di risorse accumulabili in tal modo facilita, oltretutto, la capacità di attrarre le menti migliori, quei talenti che fanno dello sviluppo della AI una tecnologia in enorme crescita. La concentrazione di risorse e di potere tecnologico a questo livello dimensionale sta presentando un potenziale di trasformazione della società, non prevedibile e del tutto ignoto.</p>
<p>Il fenomeno Elon Musk che da singolo individuo, proprietario di aziende con la forza economica di uno Stato, decide di assumere poteri politici di straordinaria portata, indica la gravità della prospettiva in cui la governance sociale rischia di terminare. </p>
<p>Come si comprende da questi esempi, il ruolo della politica nel modulare il rapporto scienza-società è fondamentale, così come spetta ad essa il compito di recuperare un dialogo più sistematico e operativo con la scienza. Mantenendo il rispetto per la sua autonomia ma modulando/mediando/interpretando gli impatti che l’evoluzione scientifica comporta con le priorità che emergono nel dominio dell’etica, della democrazia, dei diritti e dei doveri, di cui la politica deve farsi carico. Senza un’adeguata mediazione, rischiamo di trovarci ad inseguire e a tentare di correggere modelli imposti dagli avanzamenti tecnologici, senza filtri se non quelli del profitto e della rendita di mercato. Uno sbilanciamento a cui già assistiamo con i giganti del monopolio di cui parlavamo sopra.</p>
<p>Una nuova alleanza tra scienza e politica è quindi necessaria. Le sfide che abbiamo davanti riguardano: i) quella del digitale e della nuova AI: strumento di libertà ma anche di dominio; ii) quella ecologica: crescente degrado di biosfera, atmosfera, oceani, continenti, città, fiumi, colture; iii) quella della globalizzazione: interdipendenza per profitto piuttosto che per solidarietà; iv) quella della <em>democrazia</em>: autocrazie, nazionalismi e xenofobia crescenti, incapacità di arginare le crescenti disuguaglianze.</p>
<p>Un capitolo a parte, di sempre più pregnante attualità, è il ruolo che i più avanzati sviluppi tecnologici possono svolgere nella realizzazione degli strumenti di guerra. Le scienze dell’artificiale e della comunicazione sono oggi in grado di elaborare e realizzare sistemi sempre più pervasivi e con capacità di decisione autonoma operanti nei conflitti armati. Si tratta di una frontiera del tutto nuova che, anche alla luce dei recenti e drammatici cambiamenti geopolitici, ci impone sostanziali problematiche di ordine etico/morale mai prima realmente affrontate.</p>
<p>In un mondo in cui l’uso distorcente e/o malevolo della tecnologia può rapidamente stravolgere gli equilibri consolidati nei più disparati campi di esercizio individuale e sociale, il futuro del genere umano resta legato alla capacità di stabilire una nuova alleanza, coerente ed equilibrata, con la scienza e la ricerca, così che la conoscenza risulti al servizio degli obiettivi prioritari e condivisi del bene pubblico.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Bibliometria e impact factor: riapriamo il dibattito</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/bibliometria-impact-factor-riapriamo-dibattito/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/bibliometria-impact-factor-riapriamo-dibattito/</guid><pubDate>Tue, 16 Dec 2025 08:14:00 +0100</pubDate><dc:creator>Rocco De Nicola</dc:creator><category>politica-della-ricerca</category><description>In risposta al recente articolo di Gilberto Corbellini, una riflessione sull’uso delle metriche bibliometriche e sulla necessità di riaprire il dibattito sulla valutazione della ricerca.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2025/bibliometria-impact-factor-riapriamo-dibattito-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2025/bibliometria-impact-factor-riapriamo-dibattito-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>Un numero crescente di istituzioni scientifiche sta rinunciando a strumenti come Web of Science e Scopus, le principali banche dati bibliometriche utilizzate per cercare articoli, tracciare le citazioni e valutare l’impatto della ricerca. Altre, in nome dell’Open Science, mettono in discussione i contratti con i grandi editori commerciali, come Springer ed Elsevier. Nonostante ciò, il tema delle citazioni e dell’impact factor resta centrale nella vita dei ricercatori e dei gruppi di ricerca. Per il Gruppo 2003, che presiedo, l’affiliazione stessa dipende dalla presenza nella lista dei <em>highly cited researchers</em> di Clarivate.</p>
<p>Eppure, l’uso sempre più meccanico di queste metriche ha iniziato a mostrare crepe profonde. Alain Schuhl, vicedirettore scientifico del CNRS, ha recentemente ribadito come l’abuso dell’impact factor nella valutazione abbia contribuito a distorcere le pratiche editoriali e, a cascata, le stesse pratiche di ricerca. </p>
<p>Alcuni sottolineano che la deriva bibliometrica sta avendo effetti perversi, soprattutto sulle nuove generazioni di ricercatori, spinte a scegliere argomenti «citabili» più che scientificamente necessari. Pratiche ambigue — talvolta vere e proprie frodi — vengono adottate sia da autori sia da editori per gonfiare h-index, citation index e impact factor. In un recente <a href="https://www.scienzainrete.it/articoli/identita-rubate-referee-fantasma-paper-mills-aggirano-riviste/">articolo</a> su questa stessa rivista, Patrizia Caraveo spiega come le agenzie di produzione e vendita di articoli con garanzia di pubblicazione (le <em>paper mills</em>) aggirino i controlli delle riviste attraverso identità rubate e <em>referee</em> fantasma.</p>
<p>Si sta infatti creando un cortocircuito che rischia di premiare chi sa ottimizzare gli indicatori, più che chi genera reale conoscenza.</p>
<p>Sebbene citazioni e impact factor costituiscano metriche consolidate per valutare la portata di una ricerca, non sono sufficienti a definire appieno il profilo scientifico di un ricercatore. Forse la via più equilibrata consiste nel combinare approcci diversi: da un lato le metriche quantitative, che offrono un riferimento immediato; dall’altro una valutazione qualitativa, capace di contestualizzare i risultati e di coglierne aspetti meno immediatamente misurabili. Un’integrazione di questo tipo potrebbe aiutare a contenere sia l’eccesso di fiducia nei numeri sia, per contro, il rischio di valutazioni troppo generiche o legate a dinamiche personali.</p>
<p>Il problema sta diventando sempre più serio, e il futuro assetto dell’ANVUR, l’Agenzia nazionale di valutazione del sistema universitario e della ricerca, potrebbe amplificarne o mitigarne gli effetti in Italia. È il momento di avviare una discussione ampia e pluralista — anche conflittuale, se necessario — coinvolgendo le diverse comunità disciplinari, raccogliendo punti di vista alternativi e organizzando occasioni di confronto dedicate.</p>
<p>Intanto <em>Scienza in rete</em> pubblica un <a href="https://www.scienzainrete.it/articoli/numeri-sostituiscono-idee-bibliometria-sta-cambiando-scienza/">articolo di Gilberto Corbellini</a> che solleva critiche articolate e anche molto dure contro l’uso della «numerologia» nella valutazione dei ricercatori. L’auspicio è che questo possa aprire un confronto ampio e non predefinito nei suoi esiti, e che arrivino anche contributi, analisi e proposte alternative, sia da parte di chi ritiene necessario superare l’attuale centralità degli indicatori bibliometrici, sia da parte di chi ne difende l’utilità o teme che non se ne possa fare a meno senza cadere in forme di valutazione troppo soggettiva. </p>
<p>In questa fase, più che conclusioni definitive, servono prospettive diverse, affinché si possa costruire un dibattito informato e, auspicabilmente, un sistema di valutazione più adeguato alle esigenze della ricerca.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Numeri che sostituiscono le idee: come la bibliometria sta cambiando la scienza</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/numeri-sostituiscono-idee-bibliometria-sta-cambiando-scienza/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/numeri-sostituiscono-idee-bibliometria-sta-cambiando-scienza/</guid><pubDate>Tue, 16 Dec 2025 08:14:00 +0100</pubDate><dc:creator>Gilberto Corbellini</dc:creator><category>politica-della-ricerca</category><description>Tra colossi editoriali e riviste predatorie, le metriche ridefiniscono carriere e conoscenza trasformando la scienza in una macchina produttiva. La riflessione di Gilberto Corbellini, cui risponde qui Rocco De Nicola.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2025/numeri-sostituiscono-idee-bibliometria-sta-cambiando-scienza-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2025/numeri-sostituiscono-idee-bibliometria-sta-cambiando-scienza-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>«La scienza è diventata un gioco in cui si pubblica e si fa carriera, non un modo per cercare la verità. Le riviste e le metriche stanno distruggendo la scienza», Sydney Brenner, 2017.<br>
«Non avrei mai fatto carriera in un sistema che richiede continuamente pubblicazioni. Il mio lavoro fondamentale non sarebbe stato possibile con l’attuale cultura dei paper», Peter Higgs, 2013.<br>
«L’impact factor ha invaso la biologia come un virus. È una metrica tossica», Bruce Albert in un editoriale su <em>Science</em>, 2013.<br>
«Le riviste prestigio-centriche distorcono la scienza. L’impact factor è diventato una malattia», Randy Schekman, 2013, che in quell’anno annunciava che il suo laboratorio avrebbe boicottato <em>Nature</em>, <em>Science</em> e <em>Cell</em>.</p>
<p>Da almeno vent’anni si leggono autorevoli avvertimenti su come la bibliometria stia distruggendo la basi cognitive e morali di quel fragile ecosistema intellettuale che è la scienza. Le personalità sopra citate – tre delle quali premi Nobel – forse sono state ascoltate dalla Sorbona e dal CNRS, che sono usciti da Web of Science e Scopus. La decisione ha un significato politico forte, che non resterà senza conseguenze. Enrico Bucci, che per primo ne ha parlato e che conosce meglio di chiunque in Italia le dinamiche dell’editoria scientifica e della valutazione della ricerca, <a href="https://www.ilfoglio.it/scienza/2025/12/03/news/la-scelta-del-cnrs-ci-dice-che-un-sistema-scientifico-basato-sulle-sue-competenze-e-ancora-possibile-8392288/" rel="noopener">scrive</a> che gli eventi recenti dimostrano che qualcosa si può ancora fare. Non sono così ottimista.</p>
<p>Con un solo gesto, in Francia vengono respinte sia la bibliometria come criterio centrale di valutazione, sia le pratiche ricattatorie degli oligopoli editoriali (inclusi i costi per abbonamenti e <em>Article Access Charges</em>). Per i francesi, la bibliometria è incompatibile con i principi dell&rsquo;Open Science. Sono trascorsi quattordici anni dalla San Francisco Declaration on Research Assessment (DORA), che criticava la pratica di collegare l’impact factor (IF) delle riviste scientifiche al merito dei singoli ricercatori. Un simile uso, si sosteneva, introduce pregiudizi e inesattezze nella valutazione della ricerca: l’IF non deve essere utilizzato come misura sostitutiva della qualità dei singoli articoli, né nelle decisioni di assunzione, promozione o finanziamento. Nel 2015 seguiva il Manifesto di Leiden, che formulò dieci princìpi per contrastare l’uso improprio della bibliometria nella valutazione della letteratura scientifica: le metriche correnti, si diceva, portano regolarmente a valutazioni errate dei contenuti scientifici.</p>
<p>Subito ebbe inizio un processo di studio della questione che ha portato alla decisione francese. Sorprendente in parte, perché altri paesi erano già più avanti nel riformare i propri sistemi di valutazione e nel ridurre il più possibile l’uso di strumenti bibliometrici. Tra questi spiccano Paesi Bassi e Norvegia. Se i miseri curricula puramente numerici che da noi vengono presentati per concorsi o finanziamenti fossero sottomessi lì, finirebbero direttamente in un cestino. I curricula devono essere scritti in forma «narrativa», come quelli che trent’anni fa dovevo preparare quando partecipavo ai concorsi. Si vuole sapere nel dettaglio cosa è stato fatto nel periodo in cui si ricopriva le posizioni documentate, e quali idee o progetti un candidato ha per la testa. Altri paesi nordeuropei stanno lavorando alle riforme. L’ANVUR, l’Agenzia nazionale di valutazione del sistema universitario e della ricerca, è diventata operativa solo un anno prima di DORA, e ha riconosciuto di recente i limiti della bibliometria. E tuttavia continua a fondare le sue procedure su strumenti bibliometrici.</p>
<p>La bibliometria nacque negli anni Sessanta e sviluppò nel tempo una serie di indicatori (metriche) destinati a descrivere l’attività scientifica: numero di articoli, citazioni, impact factor, h-index, ecc. In origine avevano una funzione descrittiva, cioè leggere dinamiche generali dei sistemi della ricerca, non valutare individui. A partire dagli anni Novanta la produzione scientifica quantitativa era sostenuta da un sistema altamente efficiente su diversi livelli e la domanda di oggettività nella gestione di massicci finanziamenti rendeva l’ecosistema della ricerca facile preda della burocratizzazione. Le metriche erano comodi strumenti per decidere carriere individuali o criteri per la distribuzione di fondi, premi e riconoscimenti. In pratica, numeri che servivano per capire dinamiche complessive sono stati reclutati per valutare singoli ricercatori, spacciando convenienze e pseudo-misurazioni per strumenti di meritocrazia.</p>
<p>Gli effetti furono molteplici e si sommarono progressivamente, erodendo innanzitutto l’etica della ricerca. Poiché i ricercatori devono pubblicare sempre più articoli e sempre più rapidamente per sopravvivere nella lotta per l’esistenza, la domanda strutturalmente insaziabile di spazi editoriali ha portato all’invasione di specie nuove di editori, che hanno scoperto e ampliato una ricca nicchia adattativa. La cosiddetta «editoria predatoria» vede editori senza scrupoli offrire pubblicazioni rapide, con revisioni fittizie o inesistenti, dietro pagamento. Un modello economicamente redditizio, perché risponde a bisogni reali: velocità, volume, facilità. L’espansione esplosiva delle riviste predatorie, che sono circa un quinto di tutte le riviste scientifiche oggi pubblicate, si è verificata soprattutto nei Paesi in cui i sistemi di valutazione bibliometrica dominano la vita scientifica. Non è la cattiva etica di singoli editori ad alimentare il <em>predatory publishing</em>, ma la struttura stessa degli incentivi scientifici. Quando una pubblicazione, di qualunque qualità, vale più del suo contenuto, il mercato risponde offrendo prodotti che massimizzano la quantità. In questo senso il <em>predatory publishing</em> non è un’anomalia, ma l’esito necessario del modello bibliometrico. E si è facili profeti a dire che tale fenomeno, se nulla cambia, <a href="https://www.scienzainrete.it/articoli/gatto-larry-linganno-citazioni/">sarà amplificato</a> a dismisura dall’uso delle IA generative.</p>
<p>Un altro effetto della bibliometria è l’aumento delle pratiche scorrette, dal <em>p-hacking</em> al <em>cherry-picking</em> fino alla falsificazione diretta dei dati, alle <em>paper mills</em> eccetera. Quando la quantità (numeri alti) pesa più della qualità (originalità e rigore metodologico), la competizione esasperata per la visibilità – qualunque cosa significhi – induce alcuni a superare i limiti dell’integrità. <a href="https://www.scienzainrete.it/articoli/ritrattazioni-articoli-scientifici-problema-continua-crescita/">Aumentano così le <em>retraction</em></a>, gli scandali, le pubblicazioni dubbie e il generale clima di sfiducia nella scienza. Qualcuno sostiene che le percentuali di frodi rimane bassa e che forse è costante. Ma anche solo il 2-3% di oltre 50 milioni, il totale di pubblicazioni negli ultimi anni, è un numero significativo e c’è una vasta area grigia che non è analizzabile. Diverse interviste ai ricercatori riportano che circa il 40% afferma di avere avuto uno o più comportamenti non integri nella carriera.  Quale sarà l’impatto dell’IA generativa nell’esplosione del combinato disposto truffe (moltiplicabili all’infinito e fatte meglio delle persone) più editoria predatoria? E i costi in termini di denaro dilapidato o di posizioni assegnate a incapaci?</p>
<p>Lo «stile bibliometrico» ha favorito una massiccia concentrazione del settore editoriale: multinazionali come Elsevier, Springer Nature, Wiley, Taylor &amp; Francis e Sage controllano gran parte delle riviste scientifiche del mondo. Era chiaro da subito che la bibliometria era una fonte cospicua di rendita economica. L’impact factor, attribuito alle riviste e non ai singoli articoli, è una sorta di marchio di lusso: pubblicare in riviste di alto livello porta vantaggi di carriera, e così le istituzioni pagano somme altissime per accedere ai contenuti e per coprire gli APC (<em>Article Processing Charges</em>, le tariffe richieste per pubblicare un articolo scientifico). Acquistare e inglobare riviste già esistenti e allo stesso tempo crearne di nuove (a volte anche decine per singola disciplina, o decine griffate, si veda il portfolio <em>Nature</em>) si è rivelato un affare. La proliferazione non risponde a esigenze scientifiche, ma a logiche economiche: più riviste significa più articoli, più citazioni, più flussi di denaro. Il risultato è un ecosistema dominato da oligopoli privati, che drogano pesantemente il mercato, ma anche l’immagine stessa del prestigio scientifico.</p>
<p>Il modello APC, per cui l’autore paga per rendere l’articolo accessibile, crea un incentivo diretto per gli editori ad accettare quanti più articoli possibile. E così si compromette la qualità della <em>peer review</em> e il livello di selettività. Nelle riviste create appositamente per sfruttare questo modello, i tassi di accettazione sono spesso molto elevati e la pressione sui revisori enorme. Gli editori predatori hanno imitato e radicalizzato questa logica, trasformando la pubblicazione in una transazione puramente commerciale. In questo senso, il confine tra editoria predatoria ed editoria commerciale aggressiva, in alcuni contesti, è meno netto di quanto sembri: la bibliometria monetizza la produzione scientifica. Il risultato è una perdita di qualità e un aumento dei costi.</p>
<p>L’effetto è devastante non solo sul piano etico, ma anche su quello epistemologico. La ricerca diventa più superficiale, più rapida, più orientata verso risultati positivi e citabili. Studi lunghi, complessi, teorici o con esiti negativi hanno poche possibilità di pubblicazione. L’innovazione <em>disruptive</em>, che richiede tempo, è penalizzata. Le repliche quasi scompaiono. L’aumento del volume delle pubblicazioni genera un sovraccarico cognitivo che rende difficile ai ricercatori rimanere aggiornati e si compromette la capacità di distinguere ciò che è significativo da ciò che è banale. Il sistema non sta già reggendo all’impatto ed è drammaticamente impoverito. Risultato: la credibilità del sistema editoriale si assottiglia progressivamente. Inoltre, le discipline con basso indice di citazione naturale, le scienze umane o parti della matematica, sono snobbate. In area umanistica, non bibliometrica, si allestiscono procedure che scimmiottano su un piano qualitativo quelle delle aree bibliometriche, tanto per aumentare l’arbitrarietà e la discrezionalità. </p>
<p>La crisi della bibliometria riguarda la natura stessa della scienza come impresa cooperativa che esiste come tale nella misura in cui conquista sempre nuovi territori conoscitivi sulla base di libertà, creatività, etica e competizione per l’oggettività. L’editoria predatoria, la manipolazione dei dati e la concentrazione del potere editoriale sono sintomi di un sistema in cui gli incentivi sono diventati più importanti dei contenuti. Ma l’innovazione scientifica non può funzionare sulla base di una organizzazione taylorista della produzione. </p>
<p>Che fare? La Francia ha lanciato la sfida. Negli Stati Uniti non si muove quasi nulla. Nel mezzo ci sono i paesi nordeuropei che cercano di capire se nell’acqua sporca si trova anche un bambino, prima di buttarla via. Scorrendo la letteratura scritta da persone più competenti di me, mi sono fatto l’idea che non sarebbe tardi per riformare la burocrazia della scienza. Ma che può essere tardi per riformare la psicologia della ricerca generata nelle persone dalla bibliometria. I condizionamenti sopravvivono ai regolamenti. La cultura accademica sclerotizzata difende privilegi ormai solo formali, per cui i burocrati proliferano senza controllo nelle università. L’editoria è ormai troppo potente, il volume delle pubblicazioni è fuori controllo, il <em>peer review</em> è saturo e gli incentivi sono consolidati. Se le istituzioni accademiche e gli enti sono abitati da persone selezionate dal sistema in corso, come possono cambiare? Scegliendo come è nella natura umana in situazioni simili il gattopardismo?</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Identità rubate e referee fantasma: come le paper mills aggirano le riviste</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/identita-rubate-referee-fantasma-paper-mills-aggirano-riviste/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/identita-rubate-referee-fantasma-paper-mills-aggirano-riviste/</guid><pubDate>Tue, 09 Dec 2025 08:26:00 +0100</pubDate><dc:creator>Patrizia Caraveo</dc:creator><category>ricerca-scientifica</category><description>Se la prossima volta che inviate un articolo a una rivista scientifica vi sentirete chiedere un documento d’identità, non abbiatene a male.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2025/identita-rubate-referee-fantasma-paper-mills-aggirano-riviste-hero.jpg" type="image/jpeg" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2025/identita-rubate-referee-fantasma-paper-mills-aggirano-riviste-hero.jpg" medium="image" type="image/jpeg"/><content:encoded><![CDATA[<p>Se la prossima volta che inviate un articolo a una rivista scientifica vi sentirete chiedere un documento d’identità, non abbiatene a male. Le case editrici si interrogano su quale sia il miglior metodo per verificare di avere a che fare con un ricercatore o una ricercatrice reale. Nel mondo editoriale, dove tutte le interazioni avvengono per e-mail, c’è sempre maggior preoccupazione per i furti d’identità. Questi vengono perpetrati attraverso indirizzi e-mail apparentemente legittimi, fino ad arrivare a produrre autori inesistenti, con indirizzi in università o centri di ricerca reali. </p>
<p>Costruire un ricercatore fittizio non è neanche troppo difficile. Abbiamo già raccontato la storia del <a href="https://www.scienzainrete.it/articoli/gatto-larry-linganno-citazioni/">gatto che scriveva articoli</a> di matematica oppure della <a href="https://www.scienzainrete.it/articoli/ricercatore-esiste-contro-politica-citazioni/">ricercatrice francese immaginaria</a>, ma questi erano casi allestiti dai ricercatori per mettere in luce le storture del sistema di valutazione basato sul conteggio degli articoli e delle loro citazioni. Non sono queste azioni dimostrative che preoccupano le case editrici ma piuttosto il variegato sottobosco delle <em>paper mills</em>, società che vendono articoli taroccati o inventati di sana pianta.</p>
<p>Tutto deriva dalla pressione a pubblicare sempre di più che caratterizza il mondo della ricerca, dove avanzamenti di carriera, e magari anche la possibilità di ottenere finanziamenti, dipendono dalla produttività. Dato che valutare la qualità delle pubblicazioni è più difficile che contarle, in molti casi a pesare è soprattutto la quantità. </p>
<p>Questo spiega la nascita delle <em>paper mills</em>, organizzazioni che vendono a ricercatori bisognosi di pubblicazioni la possibilità di firmare articoli, per lo più costruiti ad hoc con l’utilizzo dell’intelligenza artificiale. Ovviamente quest’ultima non è né originale né infallibile e il risultato dipende dal tempo e dall’attenzione investiti nella costruzione di un testo. Visto che le fabbriche di articoli non possono andare tanto per il sottile, spesso i testi sono scopiazzati e di scarsa qualità. Capita anche che contengano errori che sarebbero facilmente individuati nel processo di valutazione dell’articolo da parte di esperti ed esperte del settore: quello che in gergo si chiama <em>referee</em>, che è come l’arbitro di una partita di calcio. </p>
<p>Dal momento che difficilmente un cliente pagherebbe per un articolo rifiutato dalla rivista, occorre che i gestori delle <em>paper mills</em> siano sicuri di avere <em>referee</em> compiacenti che approvino i lavori ricevuti. Per arrivare a questo risultato si possono percorrere due strade: farsi passare per un vero ricercatore conosciuto e rispettato grazie a un furto d’identità mail (per esempio il <a href="https://www.scienzainrete.it/articoli/frodi-scientifiche-nuova-truffa-processi-revisione/">caso STOTEN</a>), oppure creare di sana pianta un profilo da ricercatore o ricercatrice da utilizzare al bisogno. Questo secondo processo è più lungo e complesso ma è quello che, qualche anno fa, è stato smascherato in un lungo lavoro da parte di “detective scientifici”.</p>
<p>Tutto è iniziato nel 2018 con la segnalazione di un lettore che aveva trovato due articoli palesemente falsi quasi identici in due diversi giornali di area matematica appartenenti al gruppo editoriale Springer Nature. Ne è seguita un’indagine, la quale ha messo in luce che i <em>referee</em> dei due articoli erano personaggi inventati, comparsi anche come autori di articoli nelle stesse riviste. Il fatto stesso di essere autori di articoli pubblicati li rendeva idonei a essere suggeriti come possibili <em>referee</em> aprendo la porta alla pubblicazione di lavori prodotti dalla <em>paper mill</em> che li aveva creati. Per vendere la firma su articoli tarocchi a scienziati reali le <em>paper mills</em> hanno creato autori immaginari per trasformarli in <em>referee</em> compiacenti. Gli investigatori si sono resi conto che tra il 2011 ed il 2020 quella particolare <em>paper mill</em> aveva pubblicato 55 articoli con l’aiuto di 13 <em>referee</em>, tutti ovviamente fasulli. E con affiliazioni in tutto il mondo. </p>
<p>Dal lavoro investigativo, è emerso come il ruolo fondamentale nell’industria delle pubblicazioni tarocche sia giocato dai <em>referee</em>, dal momento che autori di poche pubblicazioni vengono proposti per decine di valutazioni. Così, la <em>paper mill</em> riesce a far accettare più facilmente gli articoli, presentandosi ai propri clienti come capace di garantire la pubblicazione dei lavori che vendono. </p>
<p>Come mostrano i risultati dell’<a href="https://www.nature.com/articles/d41586-025-03341-9" rel="noopener">inchiesta su 12 gruppi editoriali scientifici</a>, la frequenza degli articoli falsi che ricevono è simile a quella dei suggerimenti dei nomi di <em>referee</em> compiacenti (immaginari oppure ottenuti con furto di identità). <a href="https://www.nature.com/articles/d41586-025-03341-9" rel="noopener">Qui</a> è disponibile un grafico che evidenzia la frequenza di proposte fraudolente (l&rsquo;articolo è a pagamento).</p>
<p>L’ultimo tassello è venuto dal controllo delle affiliazioni, quando è risultato chiaro che i presunti ricercatori non avevano mai fatto parte dello staff delle istituzioni alle quali dichiaravano di appartenere. Ovviamente, i loro indirizzi mail - apparentemente istituzionali - erano alias, pertanto indirizzi fittizi.</p>
<p>Le 55 pubblicazioni sospette sono state ritirate, ma è chiaro che la truffa scoperta è la cima dell’iceberg e che il problema è alla radice. Se la tua carriera dipende dal numero di lavori pubblicati, indipendentemente dalla loro qualità, ci sarà sempre qualcuno interessato a comprare i servizi dei fabbricatori di articoli.  Per questo le riviste devono controllare l’identità delle persone che sottomettono articoli. </p>
<p>Una piattaforma molto utilizzata dagli editori è l&rsquo;Open Researcher and Contributor ID (ORCID), lanciata nel 2012 come servizio di identificazione gratuito che chiunque può utilizzare per registrare se stesso e i propri articoli, libri eccetera. Circa 10 milioni di ricercatori utilizzano ORCID, un numero unico di 16 cifre, che segue la persona per tutta la sua carriera anche se cambierà affiliazione. Per questo motivo i principali editori richiedono agli autori che inviano articoli di specificare il proprio identificativo ORCID che, tuttavia, non fornisce prova certa di identità. Chiunque può registrarsi sulla piattaforma, che non discrimina account duplicati. Prova ne sia che dai risultati dell’indagine sui 12 editori, l’utilizzo di ORCID fasulli è piuttosto comune.</p>
<p>Conscia di questa pecca, la piattaforma chiede alle sue quasi 1.500 organizzazioni affiliate di contribuire ai suoi archivi confermando informazioni quali affiliazioni, pubblicazioni, finanziamenti. Queste voci verificate, denominate <em>trust marker</em>, appaiono come segni di spunta verdi sui profili dei ricercatori.</p>
<p>Circa 5,7 milioni di account ORCID contengono almeno un indicatore di affidabilità. Per curiosità sono andata a vedere il mio profilo ORCID e ho trovato che l’unico punto non marcato in verde è il mio indirizzo mail, perché mi sono iscritta con quello personale piuttosto che con quello istituzionale.</p>
<p>Visto il pressante bisogno di identificazione certa da parte delle case editrici, alcune start-up sono già in pista per offrire i metodi più idonei. All&rsquo;inizio di quest&rsquo;anno, Laurel Haak, che è stata la direttrice esecutiva oltre che fondatrice di ORCID, ha lanciato una piattaforma di verifica dell&rsquo;identità chiamata VeriMe che ha sede a Denver, in Colorado. Con un finanziamento iniziale da parte dell&rsquo;azionista di maggioranza di Springer Nature, si presenta come un&rsquo;integrazione di ORCID. Gli utenti possono registrarsi sulla piattaforma dopo aver completato un&rsquo;autenticazione a più fattori e aver inserito le loro affiliazioni, gli indirizzi e-mail istituzionali, il profilo ORCID. Per la convalida di passaporti e documenti di identità ufficiali bisogna passare al livello a pagamento perché, a quel punto, occorre gestire problemi di privacy non banali.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>“Non è vero che all’INFN non c’è precariato”. I precari INFN rispondono alle dichiarazioni del presidente Zoccoli</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/vero-all-infn-c-precariato-precari-infn-rispondono/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/vero-all-infn-c-precariato-precari-infn-rispondono/</guid><pubDate>Fri, 21 Nov 2025 23:45:00 +0100</pubDate><dc:creator>Precari Uniti INFN</dc:creator><category>politica-della-ricerca</category><description>Il gruppo Precari Uniti INFN risponde alle recenti dichiarazioni del presidente dell&amp;amp;rsquo;Istituto, che nega l&amp;amp;rsquo;esistenza di un problema di precarietà. Secondo il gruppo, l’INFN è un’eccellenza scientifica italiana riconosciuta a livello mondiale, ma si regge sul lavoro di centinaia di precari. Negare questa evidenza, affermano, o interpretare erroneamente le norme di stabilizzazione, significa tradire lo spirito stesso della legge Madia, nata per valorizzare chi ha contribuito alla ricerca pubblica per anni senza tutele e ignorare il riconoscimento del valore e del merito delle carriere del personale precario che lavora nell’INFN.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2025/vero-all-infn-c-precariato-precari-infn-rispondono-hero.jpg" type="image/jpeg" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2025/vero-all-infn-c-precariato-precari-infn-rispondono-hero.jpg" medium="image" type="image/jpeg"/><content:encoded><![CDATA[<p>In merito alle dichiarazioni rilasciate dal presidente dell’INFN Antonio Zoccoli sui media, riteniamo necessario chiarire alcuni punti che, nella loro formulazione, risultano inesatti o fuorvianti rispetto alla realtà del lavoro precario all’interno dell’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare.</p>
<p><em>‘Ma all’INFN non c’è un problema di precariato.’ cit. A. Zoccoli</em><br>
<strong>Esiste eccome un problema di precariato all’INFN</strong>. Contrariamente a quanto affermato dal presidente, all’INFN operano oltre 800 persone senza un contratto stabile, di cui circa 300 come dipendenti a tempo determinato, e oltre 500 con assegni di ricerca o borse di studio che da anni svolgono attività fondamentali per gli esperimenti e i progetti scientifici dell’Ente. A fronte di 2100 dipendenti di ruolo, quasi un terzo del personale risulta precario. Il precariato non si misura solo dal numero di contratti stabilizzabili, ma dal grado di dipendenza strutturale dell’ente da personale non stabile. Negare l’esistenza del precariato significa negare la realtà quotidiana di chi garantisce continuità alla ricerca italiana, spesso senza tutele e senza prospettive di stabilità.</p>
<p><em>‘…secondo la legge Madia vanno stabilizzati i dipendenti con almeno tre anni di contratto a tempo determinato.’ Cit. A. Zoccoli</em><br>
<strong>La Legge Madia non riguarda solo i “dipendenti a tempo determinato”</strong>. Il presidente sostiene che la Legge Madia (D.Lgs. 75/2017) consenta la stabilizzazione solo dei dipendenti con contratti a tempo determinato. Tale interpretazione è errata.  L’art. 20 della legge Madia prevede la possibilità di stabilizzare il personale precario purché abbia maturato almeno 36 mesi di servizio, negli ultimi 8 anni, con qualsiasi rapporto di lavoro flessibile, inclusi gli assegni di ricerca presso INFN o altri enti pubblici di ricerca ed Università e, nel caso del comma 1, è prevista la stabilizzazione diretta, senza concorso, del personale che abbia anche superato una procedura selettiva pubblica (ad es. concorso per Tempo Determinato). Questo è stato ribadito da circolari ufficiali del Dipartimento della Funzione Pubblica e da numerose sentenze del Consiglio di Stato. Pertanto, i potenziali aventi diritto alla stabilizzazione all’INFN non sono “meno di dieci” ma diverse centinaia di persone che soddisfano pienamente i requisiti previsti dalla Legge Madia. Ridurre la norma ai soli contratti “da dipendente” significa escludere artificialmente gran parte del personale precario stabilizzabile e che da anni contribuisce alla missione scientifica dell’Ente. </p>
<p><em>‘Quanto agli assegni di ricerca, pensiamo che sia un passaggio formativo importante’ cit. A. Zoccoli</em><br>
<strong>Gli assegni di ricerca non sono più “formativi”</strong>. Gli assegni di ricerca dovevano, in teoria, essere uno strumento post-dottorale di formazione e transizione. Ad oggi però, definire l’assegno di ricerca come “un passaggio formativo” ignora la realtà: la maggior parte degli assegnisti INFN lavora da 5, 10 o più anni su attività scientifiche strutturali, ricoprendo crescenti incarichi di responsabilità e di gestione in collaborazioni internazionali e in gruppi di ricerca che non potrebbero funzionare senza il loro contributo. Molti assegnisti lavorano in ambito precario presso l’INFN o le Università da oltre un decennio. L’assegno di ricerca non è più uno strumento “formativo”, ma una forma di lavoro stabile senza diritti stabili.</p>
<p><em>‘…nel nostro Ente la durata media dell’assegno è inferiore ai due anni, e questo dimostra che è stato uno strumento utilizzato in modo sano.’ cit. A. Zoccoli</em><br>
<strong>La durata media dei contratti non racconta la precarietà reale</strong>. Il presidente cita una durata media degli assegni “inferiore ai due anni” per sostenere che lo strumento sia usato in modo “sano”. Purtroppo però, tale durata media si riferisce al singolo contratto, e non alla durata effettiva della precarietà della persona. Tale dato è statisticamente ingannevole: i contratti sono brevi, ma le persone restano precarie per anni, spesso con rinnovi successivi o interruzioni artificiali ma con continuità di mansioni. Da un recente sondaggio (promosso da noi precari e tuttora in corso) che ha coinvolto circa un centinaio di ex o attuali assegnisti il 52% ha dichiarato di aver avuto 3 o più anni di assegni di ricerca INFN.  Si tratta quindi di precarietà seriale, non di un sistema “sano”.</p>
<p><em>‘Abbiamo avuto un incontro con la ministra […] Bernini: il piano è di regolarizzare chi ha lavorato a progetti PNRR, […] ma noi vogliamo assumere per concorso e basandoci sul merito.’ cit. A. Zoccoli</em><br>
<strong>Il PNRR non può essere un alibi</strong>. I contratti finanziati dal PNRR stanno producendo una nuova generazione di precari, spesso con altissima qualificazione scientifica. Annunciare “regolarizzazioni” ma ribadire che “si assumerà solo per concorso” ignora che molti di questi precari hanno già superato selezioni pubbliche competitive. È necessario un piano straordinario di stabilizzazione e di riconoscimento del merito, non l’ennesimo azzeramento.</p>
<p><em>‘Due anni fa abbiamo assunto 50 ricercatori e oltre 100 tecnologi, più altri 50 ricercatori quest’anno e 45 tecnologi nel 2026. Non è poco.’ cit. A. Zoccoli</em><br>
<strong>Le assunzioni tramite concorso non risolvono il problema</strong>. I concorsi citati dal presidente (50 ricercatori, 100 tecnologi, e altri previsti nel 2026) rappresentano una frazione minima del personale precario in servizio senza incidere sul fenomeno strutturale. Lo dimostra l’esorbitante numero di candidati dell’ ultimo concorso per ricercatori (più di 500 domande per soli 40 posti). Inoltre, tali concorsi coinvolgono giustamente anche i precari universitari e di altri enti, esterni agli INFN. Le assunzioni ci sono state, ma con tempistiche dilatate e numericamente irrilevanti rispetto ai precari in servizio. Il turnover naturale non è una soluzione ad un emergenza, ma una sostituzione naturale. Senza un piano straordinario di stabilizzazione, il fenomeno del precariato resta invariato.</p>
<p>In conclusione: <br>
L’INFN è un’eccellenza scientifica italiana riconosciuta a livello mondiale, ma si regge sul lavoro di centinaia di precari. Negare questa evidenza, o interpretare erroneamente le norme di stabilizzazione, significa tradire lo spirito stesso della legge Madia, nata per valorizzare chi ha contribuito alla ricerca pubblica per anni senza tutele e ignorare il riconoscimento del valore e del merito delle carriere del personale precario che lavora nell’INFN. Gli strumenti legislativi sono lì per essere usati: chiediamo che l’Ente si attivi immediatamente per effettuare una reale ricognizione dei precari e degli aventi diritto alla stabilizzazione mediante Legge Madia e art. 12 bis del d.lgs. 218/2016 applicando la normativa in modo pieno. È il momento di avviare un percorso concreto di riconoscimento e stabilizzazione di chi ha sostenuto con passione, competenza e continuità le attività scientifiche dell’INFN e, con esse, l’intera ricerca italiana.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>PRIN: perché la dotazione di 150 milioni non regge il peso dei costi</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/prin-perche-dotazione-150-milioni-regge-peso-costi/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/prin-perche-dotazione-150-milioni-regge-peso-costi/</guid><pubDate>Fri, 21 Nov 2025 18:19:00 +0100</pubDate><description>La dotazione di 150 milioni di euro annui destinata ai Progetti di Rilevante Interesse Nazionale (PRIN) non rappresenta,  purtroppo, come da dichiarazione della ministra Bernini, un “risultato straordinario”. Pur riconoscendo il valore della programmazione e della continuità dei bandi, gli autori sottolineano che la cifra è insufficiente rispetto alle reali esigenze della ricerca, soprattutto alla luce dell’assenza di finanziamenti per tre anni e dell’aumento significativo dei costi per reagenti, strumentazioni e personale.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2025/prin-perche-dotazione-150-milioni-regge-peso-costi-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2025/prin-perche-dotazione-150-milioni-regge-peso-costi-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>La ministra dell’Università e della Ricerca, On. Anna Maria Bernini, è di recente <a href="https://www.lastampa.it/tuttoscienze/2025/11/11/news/tre_motivi_per_spiegare_che_la_ricerca_italiana_non_e_a_corto_di_fondi-15390694/" rel="noopener">intervenuta</a> in merito ai fondi annui stanziati per la ricerca italiana, sollecitata anche da un nostro articolo su <a href="https://www.lastampa.it/tuttoscienze/2025/11/05/news/ricerca_made_in_italy_150_milioni_sono_troppo_pochi-15379687/" rel="noopener">Tuttoscienze</a> nel quale avvertivamo l’esiguità del finanziamento (150 milioni di euro per anno) riservato ai Progetti di Rilevante Interesse Nazionale (PRIN). Nel suo intervento, la ministra ha dissentito da questa visione, affermando che si tratta di “un risultato straordinario per la ricerca italiana” e allargando il dibattito a un ambito molto più ampio.</p>
<p>Poiché il nostro breve intervento - definito “una lettura di parte” – non voleva affrontare un tema ampio (che meriterebbe spazi molto diversi), ci preme ritornare sul punto che avevamo sollevato, e che è comunque paradigmatico: la dotazione del PRIN. Su questo punto, sulle pagine di <a href="https://www.scienzainrete.it/articoli/garantire-risorse-adeguate-prin/">Scienza in Rete</a>, si era anche espresso il Patto Trasversale per la Scienza che sollecitava il governo a garantire risorse adeguate ai PRIN.</p>
<p>In questi interventi, è stata enfatizzata in modo esplicito l’importanza della programmazione dei bandi e di un finanziamento continuativo, riconoscendo al governo e al ministro il mantenimento dell’impegno assunto nella primavera scorsa davanti al Parlamento. Su questo punto l’apprezzamento è stato chiaro, sottolineando che “la programmazione rappresenta un eccezionale elemento di novità”.</p>
<p>L’aspetto su cui il ministro può legittimamente fare leva riguarda il presunto confronto tra risorse straordinarie (quelle allocate all’ultimo PRIN, bandito nel 2022) e finanziamenti strutturali (i 150 milioni di euro annui previsti nella Legge di Bilancio). Tuttavia, l’obiettivo era sì segnalare la necessità di risorse più cospicue, ma soprattutto evidenziare il tempo trascorso: nessuno stanziamento per 3 anni. </p>
<p>È vero, facendo la media matematica di tutti gli stanziamenti PRIN degli ultimi 10 anni (attenzione: includendo gli zeri nei numerosi anni “buchi”) si ha un valore leggermente inferiore a 150 milioni annui. È questo aumento “un risultato straordinario”? Noi pensiamo di no. </p>
<p>In primo luogo, crediamo che quanto fosse legittimamente atteso dalla comunità della ricerca, a valle della citata discussione in Parlamento della primavera scorsa, fosse non solo una dotazione continuativa, ma anche una dotazione congrua. La senatrice a vita Elena Cattaneo l’aveva inizialmente quantificata in 350 milioni all’anno, e aveva successivamente stimato un “minimo di sopravvivenza” in 216 milioni all’anno. </p>
<p>In secondo luogo, il modesto incremento rispetto alla media “storica” non è sufficiente ad assorbire i grossi aumenti dei costi per reagenti e strumentazioni che si sono verificati negli ultimi anni. Soprattutto, non basta a compensare l’aumento dei costi per il personale della ricerca, i giovani neo-dottorati e neo-specializzati che in passato venivano pagati con assegni di ricerca e ora con incarichi e contratti che (giustamente!) includono maggiori tutele rispetto agli assegni. Se anche i fondi erogati a favore di progetti valutati meritevoli fossero sufficienti a pagare un incarico o un contratto di ricerca, risulterebbero poi insufficienti per dotare il gruppo di ricerca dei mezzi per condurre lo studio. </p>
<p>Come tutti gli indicatori continuano a dimostrare, e come soprattutto sanno bene i ricercatori, il risultato è che i nostri giovani più promettenti continuano ad abbandonare il Paese. La nostra “lettura di parte” racconta l’aspettativa e la disillusione che leggiamo sui volti dei nostri giovani.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Appello per l’autonomia, il finanziamento e la dignità dell’università e della ricerca</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/appello-autonomia-finanziamento-dignita-dell-universita-ricerca/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/appello-autonomia-finanziamento-dignita-dell-universita-ricerca/</guid><pubDate>Thu, 20 Nov 2025 11:59:00 +0100</pubDate><dc:creator>Rete delle Società Scientifiche</dc:creator><category>politica-della-ricerca</category><description>L’Università e la Ricerca italiane stanno attraversando un momento cruciale.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2025/appello-autonomia-finanziamento-dignita-dell-universita-ricerca-hero.jpeg" type="image/jpeg" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2025/appello-autonomia-finanziamento-dignita-dell-universita-ricerca-hero.jpeg" medium="image" type="image/jpeg"/><content:encoded><![CDATA[<p>L’Università e la Ricerca italiane stanno attraversando un momento cruciale. Dopo anni di sottofinanziamento strutturale e di crescente burocratizzazione, e dopo il diluvio effimero dei finanziamenti PNRR, si profila oggi il rischio di un ulteriore arretramento: un sistema sempre più centralizzato, meno libero, meno capace di produrre sapere critico e innovazione.</p>
<p><strong>Finanziamenti e programmazione</strong><br>
L’Italia investe in università e ricerca molto meno della media europea. Questo sottofinanziamento cronico, unito a regole troppo restrittive per i contratti di collaborazione alla ricerca,  produce effetti devastanti: carriere bloccate, emigrazione verso centri di ricerca e università straniere, riduzione della qualità dell’offerta formativa, impossibilità di competere sul piano internazionale.<br>
Il PNRR ha offerto un’occasione straordinaria, ma gli interventi una tantum non possono sostituire un finanziamento ordinario stabile e sufficiente. Ora è necessario un progetto durevole e massiccio di rifinanziamento del sistema universitario, accompagnato da meccanismi che garantiscano che l’autonomia nella gestione delle risorse, da parte delle università, sia esercitata in modo responsabile. <br>
E’ necessario stabilizzare la spesa per ricerca pubblica e università allo 0,7% del prodotto interno lordo, un livello raggiunto nel 2023 grazie ai fondi straordinari del PNRR. La legge di bilancio ora in discussione in Parlamento dovrebbe assicurare finanziamenti complessivi che mantengano in termini reali la spesa realizzata nel 2023.<br>
Tale impegno potrebbe offrire prospettive a una generazione di giovani studiosi, che sono stati finanziati con il PNRR e rischiano di essere esclusi dai processi di reclutamento delle università e dei centri di ricerca pubblici.<br>
Per questi scopi sarebbe utile un’agenzia nazionale per la ricerca realmente indipendente, dotata di risorse proprie, che sostenga la ricerca di base e quella libera, senza ingerenze politiche o burocratiche, e che promuova bandi di finanziamento a cadenza regolare e con regole certe. </p>
<p><strong>Autonomia vs centralizzazione</strong><br>
Alla luce delle preoccupanti voci sul progetto ministeriale che prevederebbe la designazione di un rappresentante del Governo in tutti i CdA delle Università pubbliche, e del decreto del Consiglio dei Ministri che pone l’ANVUR (Agenzia Nazionale di Valutazione del sistema Universitario e della Ricerca) sotto il controllo dell’esecutivo, è necessario ribadire che l’autonomia universitaria non è un privilegio corporativo, ma un principio costituzionale (art. 33) e una condizione imprescindibile per la qualità della ricerca e della didattica. Negli ultimi anni abbiamo assistito a un progressivo spostamento del potere decisionale verso il centro: bandi e fondi gestiti in modo accentrato, indicatori e parametri calati dall’alto, agenzie di valutazione che finiscono per indirizzare — più che valutare — le scelte scientifiche.<br>
Peraltro, ben due dei tre componenti del collegio dei revisori dei conti, presenti in tutti i CdA, sono già di nomina governativa, essendo designati, rispettivamente, dal Ministero dell’Economia e delle Finanze e dal Ministero dell’Università e della Ricerca, tra dirigenti o funzionari dei ministeri stessi. Se è ragionevole che i revisori dei conti siano in sintonia con l’esecutivo e con i ministeri maggiormente interessati, sarebbe invece esiziale (e anti-costituzionale) introdurre un controllo sulle attività di didattica e ricerca.<br>
Un sistema universitario vitale ha bisogno di pluralità, libertà di indirizzo e responsabilità locale, non di una catena di comando uniforme e gerarchica.</p>
<p><strong>Governance e ruolo della CRUI</strong><br>
La ridefinizione della governance del sistema universitario deve essere frutto di un confronto ampio e aperto. Come insegna l’esperienza, le riforme più efficaci e virtuose sono quelle preventivamente discusse con le comunità di riferimento. La CRUI, come conferenza dei rettori, non può limitarsi a recepire le decisioni del Governo: deve tornare a essere parte attiva del processo, riportando al centro le comunità accademiche. Il CUN – che sarà presto investito da una riforma annunciata dal governo - deve mantenere il suo ruolo di espressione di tutte le componenti del mondo accademico. L’Università è una comunità di persone, non una piramide amministrativa.</p>
<p><strong>ANVUR e valutazione</strong><br>
La valutazione è necessaria, ma non può trasformarsi in un controllo meramente burocratico. Una buona valutazione contribuisce alla crescita delle performance e sostiene la ricerca. L’ANVUR deve essere uno strumento indipendente che assicuri trasparenza e miglioramento, non un meccanismo punitivo o una leva di indirizzo politico.<br>
È tempo di un ripensamento profondo dei criteri di valutazione, superando la numerologia e il feticismo bibliometrico, restituendo così spazio alla qualità e libertà di ricerca, alla multidisciplinarietà e al rischio intellettuale.</p>
<p><strong>Concorsi e reclutamento</strong><br>
È in corso un progetto di riforma dei concorsi universitari che prevede di effettuare concorsi locali ma con commissari estratti a sorte da una lista nazionale di idonei, allo scopo dichiarato di combattere nepotismo e corruzione. Il dibattito ricorrente tra concorsi locali e nazionali deve essere affrontato senza ideologie ma con chiarezza. Serve un modello di reclutamento trasparente, fondato sulla qualità scientifica e sulla responsabilità delle sedi: non possiamo tornare a un centralismo che mortifica l’autonomia degli atenei, né possiamo accettare pratiche opache a livello locale.<br>
L’esperienza mostra che irrigidire ulteriormente le regole dei concorsi produce benefici limitati. Può risultare più efficace favorire una maggiore assunzione di responsabilità da parte delle università e dei Dipartimenti. L’obiettivo deve essere quello di creare condizioni in cui il reclutamento di personale non idoneo si riveli, nel medio periodo, una scelta poco vantaggiosa.</p>
<p><strong>Ribadiamo alcuni punti fermi:</strong></p>
<ul>
<li>L’autonomia universitaria è un bene pubblico da difendere.</li>
<li>La ricerca libera e di qualità richiede fiducia e risorse, non commissariamenti.</li>
<li>La valutazione deve essere al servizio della crescita, non del controllo burocratico.</li>
<li>Il finanziamento stabile dell’università è una scelta strategica per il futuro del Paese.</li>
<li>È necessario attivare un programma di finanziamenti regolari per concorsi per l’immissione in ruolo di giovani ricercatori.</li>
</ul>
<p>Chiediamo al Governo e al Parlamento di ascoltare la voce della comunità accademica e di aprire un confronto vero sulla governance del sistema, sui meccanismi di finanziamento e di reclutamento e sul ruolo delle agenzie di valutazione.<br>
Difendere l’università pubblica e la ricerca indipendente significa difendere la democrazia, la cultura e il futuro dell’Italia.</p>
<h4 id="primi-firmatari"><strong>Primi firmatari</strong></h4><ol>
<li>Assemblea della Conferenza delle Associazione e delle Società di area giuridica (CASAG), il Presidente Maurizio Ricci </li>
<li>Associazione Antropologica Italiana (AAI), la Presidente Maria Giovanna Belcastro</li>
<li>Associazione Comunità Scientifica di Diritto Agrario (CSDA), la Presidente Pamela Lattanzi </li>
<li>Associazione degli Italianisti (ADI), la Presidente Silvia Tatti</li>
<li>Associazione delle Geografe e dei Geografi Italiani (AGEI), la Presidente Elena Dell’Agnese</li>
<li>Associazione di Biologia Cellulare e del Differenziamento (ABCD), la Presidente Sara Sigismund</li>
<li>Associazione di diritto pubblico comparato ed europeo (DPCE), il Presidente Rolando Tarchi </li>
<li>Associazione di Informatica Umanistica e Cultura Digitale (AIUCD), la Presidente Marina Buzzoni</li>
<li>Associazione di Teoria e Storia Comparata della Letteratura (COMPALIT), il Presidente Massimo Fusillo</li>
<li>Associazione Genetica Italiana (AGI), il Presidente Giuseppe Passarino</li>
<li>Associazione ispanisti italiani  (AISPI), la Presidente Renata Londero</li>
<li>Associazione Italiana degli Economisti dell’Ambiente e delle Risorse Naturali (IAERE), la Presidente Valeria Costantini</li>
<li>Associazione Italiana degli Slavisti, il Presidente Cristiano Diddi</li>
<li>Associazione italiana dei Paleografi e Diplomatisti (AIPD), la presidente Laura Pani </li>
<li>Associazione Italiana dei Professori e degli Studiosi di Diritto Tributario (AIPSDT), il Presidente Maurizio Logozzo</li>
<li>Associazione Italiana di Anglistica (AIA), il Presidente Giuseppe Balirano </li>
<li>Associazione Italiana di Biologia e Genetica Generale e Molecolare (AIBG), la Presidente Cecilia Bucci </li>
<li>Associazione Italiana di Diritto del Lavoro e della Sicurezza sociale (AIDLASS), il Presidente Domenico Garofalo</li>
<li>Associazione Italiana di Diritto Romano (AIDR), la Presidente Carla Masi Doria </li>
<li>Associazione Italiana di Economia Agraria e Applicata (AIEAA), il Presidente è Meri Raggi</li>
<li>Associazione Italiana di Economia del Lavoro (AIEL), la Presidente Maria De Paola </li>
<li>Associazione Italiana di Economia Sanitaria (AIES), la Presidente Cinzia Di Novi </li>
<li>Associazione Italiana di Filologia Germanica, il Presidente Alessandro Zironi</li>
<li>Associazione Italiana di Ingegneria Agraria (AIIA), il Presidente Giuseppe Giordano  </li>
<li>Associazione Italiana di Linguistica Computazionale (AILC), la Presidente Simonetta Montemagni</li>
<li>Associazione Italiana di Logica e Applicazioni (AILA), il Presidente Silvio Ghilardi</li>
<li>Associazione Italiana di Psicologia, il Presidente Sergio Salvatore</li>
<li>Associazione Italiana di Public History (AIPH), la Presidente Enrica Salvatori </li>
<li>Associazione Italiana di Scienze Regionali (AISRe) e Sezione Italiana della Regional Science Association International (RSAI), il Presidente Giulio Cainelli</li>
<li>Associazione Italiana di Sociologia (AIS), il Presidente Stefano Tomelleri </li>
<li>Associazione italiana di storia del pensiero politico (AISPP), la Presidente Francesca Russo </li>
<li>Associazione Italiana di Studi Iberoamericani (AISI), la Presidente Emilia Perassi </li>
<li>Associazione Italiana di Studi sulle Culture e Letterature di Lingua  Inglese (AISCLI), la Presidente Mariaconcetta Costantini </li>
<li>Associazione Italiana Docenti Universitari Scienze Archivistiche(AIDUSA), il Presidente Federico Valacchi </li>
<li>Associazione Italiana per gli Studi di Popolazione (AISP), la Presidente Anna Paterno  </li>
<li>Associazione Italiana per la Protezione delle Piante (AIPP), il Presidente Gianfranco Romanazzi</li>
<li>Associazione Italiana per la Ricerca in Storia economica (ARiSE), il Presidente Giuseppe De Luca</li>
<li>Associazione Italiana per la Storia del Pensiero Economico (AISPE ), la Presidente Manuela Mosca</li>
<li>Associazione Italiana per la Storia dell’Economia Politica (STOREP), il Presidente Saverio Maria Fratini</li>
<li>Associazione Italiana per lo Studio dei Sistemi Economici Comparati (AISSEC), il Presidente Dario Sciulli</li>
<li>Associazione Italiana Scienze della Voce (AISV), il Presidente Antonio Romano</li>
<li>Associazione Italiana Società Scientifiche Agrarie (AISSA), il Presidente Nicolò Pietro Paolo Macciotta</li>
<li>Associazione LLC - Labour Law Community, la Presidente Marzia Barbera </li>
<li>Associazione Nazionale Docenti di Anglistica (ANDA), la Presidente Antonella Riem</li>
<li>Associazione per gli Studi Africani in Italia (ASAI), la Presidente Daniela Melfa  </li>
<li>Associazione per la Matematica Applicata alle Scienze Economiche e Sociali (AMASES), il Presidente Marco Li Calzi </li>
<li>Associazione per la Storia della Lingua Italiana (ASLI), il Presidente Sergio Lubello </li>
<li>Associazione Universitaria per lo Studio del Mondo Greco “TO HELLENIKON”, la Presidente Olimpia Imperio</li>
<li>Consulta di Critica letteraria e letterature comparate, la Presidente Simona Micali </li>
<li>Consulta di Topografia Antica, il Presidente Paolo Liverani</li>
<li>Consulta Nazionale di Filosofia, il Presidente Adriano Fabris</li>
<li>Consulta per il Medioevo e l’Umanesimo Latini (CoMUL), il Presidente Fulvio Delle Donne </li>
<li>Consulta Universitaria dei Paleografi, Diplomatisti e Codicologi (CUPaDiC), il Presidente Sandro Bertelli</li>
<li>Consulta Universitaria del Greco (CUG), la Presidente Liana Lomiento </li>
<li>Consulta Universitaria di Filologia Greca e Latina (CUFiGL), il Presidente Giovan Battista D’Alessio</li>
<li>Consulta Universitaria di Studi Latini (CUSL), il Presidente Claudio Buongiovanni</li>
<li>Consulta Universitaria di Studi sull&rsquo;Asia e sull&rsquo;Africa (CUSTAA), la Presidente Stefania Stafutti </li>
<li>Consulta Universitaria di Teatro (CUT), la Presidente Donatella Maria Giovanna Orecchia </li>
<li>Consulta Universitaria Nazionale per la Storia dell&rsquo;Arte (CUNSTA), il Direttivo CUNSTA </li>
<li>Consulta Universitaria per la Civiltà Bizantina e Neogreca (CUBN), il Presidente Salvatore Cosentino </li>
<li>Consulta Universitaria per la Letteratura cristiana antica (CULCA), la Presidente Maria Veronese</li>
<li>Consulta Universitaria per la Storia delle Religioni (CUSR), la Presidente Marianna Ferrara</li>
<li>Consulta Universitaria per la Storia Greca e Romana (CUSGR), la Presidente Cecilia Ricci</li>
<li>Economists for Peace and Security (EPS), il Responsabile del capitolo italiano di EPS  Raul Caruso</li>
<li>Energy Finance Italia (EFI), Energy Finance Italia (EFI), il Presidente Tiziano Vargiolu</li>
<li>Federazione delle Consulte universitarie di Archeologia (FCdA), il Presidente Giuliano Volpe</li>
<li>Federazione Italiana delle Scienze della Natura e dell&rsquo;Ambiente (FISNA) in rappresentanza delle 22 Società scientifiche federate, la Presidente Elisa Anna Fano</li>
<li>Federazione Italiana Scienze della Vita (FISV), la Presidente Chiara Tonelli</li>
<li>For Rheuma APS – Forum Italiano dei Professionisti Sanitari in Reumatologia, la Presidente Khadija El Aoufy </li>
<li>Gruppo 2003 per la ricerca scientifica, il Presidente Rocco De Nicola</li>
<li>Science and Technology Studies (STS Italia), la Presidente Annalisa Pelizza </li>
<li>Seminario di Filologia Francese (SFF), il Presidente Luca Pietromarchi  </li>
<li>Società Chimica Italiana (SCI), il Presidente Gianluca Maria Farinola</li>
<li>Società dei Filologi della Letteratura italiana, il Presidente Andrea Mazzucchi </li>
<li>Società di linguistica italiana, la Presidente Miriam Voghera</li>
<li>Società Filosofica Italiana (SFI), la Presidente Clementina Cantillo</li>
<li>Società Geologica Italiana, il Presidente Rodolfo Carosi </li>
<li>Società Italiana degli Storici della Fisica e dell&rsquo;Astronomia (SISFA), la Presidente Valeria Zanini</li>
<li>Società italiana degli Storici economici (SISE), il presidente Marco Doria </li>
<li>Società Italiana degli Urbanisti (SIU), la Presidente Angela Barbanente </li>
<li>Società italiana delle Storiche, la Presidente Vinzia Fiorino </li>
<li>Società italiana di Antropologia e Etnologia, il Presidente Luca Sìneo</li>
<li>Società Italiana di Biochimica e Biologia Molecolare (SIB), il Presidente Andrea Bellelli </li>
<li>Società Italiana di Biofisica e Biologia Molecolare (SIBBM), il Presidente Salvatore Oliviero</li>
<li>Società Italiana di Biofisica Pura e Applicata (SIBPA), la Presidente Velia Minicozzi </li>
<li>Società Italiana di Biologia dello Sviluppo e della Cellula (GEI-SIBSC), il Presidente Massimo Pasqualetti </li>
<li>Società Italiana di Biologia Evoluzionistica (SIBE), il Presidente Lino Ometto</li>
<li>Società Italiana di Biologia Sperimentale (SIBS), il Presidente Francesco Cappello</li>
<li>Società Italiana di Biologia Vegetale (SIBV) il Presidente Fiorella Lo Schiavo</li>
<li>Società Italiana di Diritto ed Economia (SIDE), il Presidente Giovanni Ramello </li>
<li>Società Italiana di Diritto Internazionale e di Diritto dell&rsquo;Unione europea (SIDI), Il Presidente Edoardo Greppi. </li>
<li>Società Italiana di Econometria (SidE), la Presidente Camilla Mastromarco </li>
<li>Società Italiana di Economia (SIE), il Presidente Roberto Cellini</li>
<li>Società Italiana Di Economia Agraria (SIDEA), il Presidente Gianluca Brunori </li>
<li>Società Italiana di Economia Agroalimentare (SIEA), la presidente Christine Mauracher  </li>
<li>Società Italiana di Economia dei Trasporti e della Logistica (SIET), il Segretario Generale Elena Maggi</li>
<li>Società Italiana di Economia dello Sviluppo (SITRES), il Presidente Federico Perali </li>
<li>Società Italiana di Economia e Politica Industriale (SIEPI), il presidente Carlo Cambini </li>
<li>Società Italiana di Economia Pubblica (SIEP), il Presidente Gilberto Turati</li>
<li>Società Italiana di Economia, Demografia e Statistica (SIEDS), il Presidente Salvatore Strozza </li>
<li>Società Italiana di Estetica (SIE), il Presidente Paolo D’Angelo</li>
<li>Società Italiana di Farmacognosia, il Presidente Raffaele Capasso</li>
<li>Società Italiana di Filologia Romanza, la Presidente Maria Sofia Lannutti</li>
<li>Società Italiana di Filosofia Analitica (SIFA), la Presidente Sofia Bonicalzi</li>
<li>Società Italiana di Filosofia del Diritto (SIFD), il Presidente Baldassare Pastore </li>
<li>Società Italiana di Filosofia Morale (SIFM), il Presidente Massimo Reichlin</li>
<li>Società Italiana di Filosofia Politica (SIFP), il Presidente Michele Nicoletti</li>
<li>Società Italiana di Filosofia Teoretica (SiFiT), il Presidente Adriano Ardovino</li>
<li>Società Italiana di Fisica, la Presidente Angela Bracco</li>
<li>Società Italiana di Immunologia Clinica e Allergologia (SIICA), il Presidente Massimo Locati </li>
<li>Società Italiana di Informatica (GRIN), il Presidente Fabio Gadducci  </li>
<li>Società Italiana di Logica e Filosofia delle Scienze (SILFS), il Presidente Vincenzo Fano</li>
<li>Società Italiana di Matematica Applicata e Industriale (SIMAI), il Presidente Gianluigi Rozza</li>
<li>Società Italiana di Nefrologia (SIN), il Presidente Luca De Nicola</li>
<li>Società Italiana di Ottica e Fotonica (SIOF), la Presidente Ambra Giannetti</li>
<li>Società Italiana di Psicologia di Comunità (SIPCO), la Presidente Laura Migliorini </li>
<li>Società Italiana di Relatività Generale e Fisica della Gravitazione (SIGRAV), il Presidente Stefano Liberati </li>
<li>Società Italiana di Scienza delle Costruzioni (SISCo), il presidente: Luciano Rosati </li>
<li>Società italiana di Scienza politica (SISP), la Presidente Franca Roncarolo</li>
<li>Società Italiana di Scienze del Turismo (SISTUR), il Presidente Francesco Torchia </li>
<li>Società Italiana di Servizio Sociale  (SocISS), la Presidente Silvia Nicoletta Fargion </li>
<li>Società Italiana di Sociologia Economica (SISEC), il Presidente Luigi Burroni</li>
<li>Società Italiana di Statistica (SIS), il Presidente Marcello Chiodi</li>
<li>Società italiana di storia ambientale (Sisam), il Presidente Salvatore Adorno </li>
<li>Società Italiana di Storia del Lavoro (SISlav), la Presidente Nicoletta Rolla  </li>
<li>Società Italiana di Storia della Filosofia (SISF), il Presidente Edoardo Massimilla</li>
<li>Società Italiana di Storia della Filosofia Antica, il Presidente Riccardo Chiaradonna</li>
<li>Società Italiana di Storia della Scienza (SISS), la Presidente Elena Canadelli</li>
<li>Società italiana di Storia internazionale (SISI), il Presidente Daniele Pasquinucci</li>
<li>Società Italiana di Studi sul Medio Oriente (SeSaMO), la Presidente Rosita Di Peri</li>
<li>Società italiana per la storia contemporanea di area di lingua tedesca (SISCALT), il Presidente Carlo Spagnolo</li>
<li>Società italiana per la storia dell’età moderna (SISEM), il Presidente Giorgio Caravale </li>
<li>Società italiana per la Storia Medievale (SISMED), il Presidente Francesco Panarelli,</li>
<li>Società Italiana per le Donne in Filosofia (SWIP Italia), la Presidente Claudia Bianchi </li>
<li>Società Italiana per lo Studio del Pensiero Medievale (SISPM), il Presidente Luca Bianchi</li>
<li>Società italiana per lo studio della Modernità letteraria (MOD), la Presidente Marina Paino  </li>
<li>Società italiana per lo studio della storia contemporanea (SISSCO), il Presidente Marco De Nicolò</li>
<li>Società per gli studi di storia delle istituzioni, la Presidente Antonella Meniconi</li>
<li>Società scientifica Italiana degli Studi su Mafie e Antimafia (SISMA), il Presidente Rocco Sciarrone</li>
<li>Società Scientifica Italiana di Sociologia, Cultura e Comunicazione (SISCC), il Presidente Giovanni Boccia Artieri</li>
<li>Società Scientifica nazionale dei docenti di Progettazione Architettonica (ProArch), il Presidente Pasquale Miano</li>
<li>Società Universitaria per gli Studi di Lingua e Letteratura Francese (SUSLLF), il Presidente Ruggero Druetta</li>
<li>Unione Italiana per il Disegno (UID), la Presidente Ornella Zerlenga</li>
<li>Unione Matematica Italiana (UMI), il Presidente Marco Andreatta</li>
</ol>
]]></content:encoded></item><item><title>Premio Gruppo 2003: una grande festa della ricerca italiana</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/premio-gruppo-2003-grande-festa-ricerca-italiana/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/premio-gruppo-2003-grande-festa-ricerca-italiana/</guid><pubDate>Thu, 13 Nov 2025 09:26:00 +0100</pubDate><dc:creator>Luca Carra</dc:creator><description>Una grande festa della ricerca. Questa è stata la quarta edizione del Premio Giovani ricercatrici e ricercatori del Gruppo 2003 che si è svolta l&amp;#39;11 novembre.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2025/premio-gruppo-2003-grande-festa-ricerca-italiana-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2025/premio-gruppo-2003-grande-festa-ricerca-italiana-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[
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  <div class="frame video player-clic" data-src="https://www.youtube-nocookie.com/embed/PjrYTmS2-Ck" data-titolo="Video: Premiazione dei vincitori del quarto Premio giovani ricercatrici e ricercatori del Gruppo 2003" data-allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture; web-share">
  <p class="player-titolo">Premiazione dei vincitori del quarto Premio giovani ricercatrici e ricercatori del Gruppo 2003</p>
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</div>
</figure>

<p>Una grande festa della ricerca. Questa è stata la quarta edizione del Premio Giovani ricercatrici e ricercatori del Gruppo 2003 che si è svolta l'11 novembre presso la Sala Marconi del CNR di  Roma. Il premio ha selezionato dieci vincitori tra le 470 candidature arrivate, valorizzando l&rsquo;eccellenza della ricerca italiana in dieci ambiti di grande attualità scientifica. Sono state inoltre assegnate sedici menzioni speciali.</p>
<p>&ldquo;I più di 40 giurati sono rimasti colpiti dall&rsquo;elevata qualità delle ricerche&rdquo; ha dichiarato Rocco De Nicola presidente del Gruppo 2003, sottolineando come il Premio sia stata &ldquo;una vera festa, all&rsquo;insegna del talento e dell&rsquo;innovazione&rdquo;. Come per le altre edizioni, anche questa ha mostrato le capacità divulgative di buona parte dei premiati e menzionati che si sono alternati sul palco a raccontare in sintesi le loro ricerche, che peraltro hanno mostrato immediati risvolti pratici in risposta a emergenze ambientali, sanitarie, informatiche e territoriali del Paese.</p>
<p>L&rsquo;evento - dove ha portato il saluto anche il presidente del CNR Andrea Lenzi - si è concluso con una discussione sul futuro della ricerca dopo il PNRR, che giustamente preoccupa soprattutto i molti giovani dottorandi e ricercatori che non sanno se e come continuerà la loro carriera una volta esauriti i contratti in scadenza. Il dibattito - che ha visto confrontarsi il presidente del Gruppo 2003 Rocco De Nicola con Alessandro Armando (presidente Consiglio scientifico del PE SERICS) e Giuseppe de Pietro (Presidente della Fondazione FAIR), è stato introdotto da una interessante <a href="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2025/premio-gruppo-2003-grande-festa-ricerca-italiana-20251111_perani-cnr.pdf">relazione</a> sui fondi del PNRR dedicati alla ricerca del dirigente ISTAT Giulio Perani.</p>
<ul>
<li><a href="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2025/premio-gruppo-2003-grande-festa-ricerca-italiana-premio-g2003-2025_motivazioni_0.pdf">Profilo dei premiati e motivazioni del premio</a>.</li>
<li><a href="https://www.flickr.com/photos/gruppo2003/albums/72177720330857083/" rel="noopener">Galleria fotografia della premiazione</a>.</li>
<li><a href="https://www.youtube.com/playlist?list=PL3q0UeM5FX436vOcwdQ2tUImMfnbHfVWr" rel="noopener">Playlist YouTube con registrazione dell&rsquo;evento e interviste ai vincitori</a>.</li>
<li><a href="https://www.scienzainrete.it/premio2025-bando">Regolamento del premio</a>.</li>
<li><a href="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2025/premio-gruppo-2003-grande-festa-ricerca-italiana-g2003_premio_2025_rassegna_stampa.pdf">Rassegna stampa</a>.</li>
</ul>
<p><a href="https://www.flickr.com/photos/gruppo2003/albums/72177720330857083" title="Premio Giovani ricercatrici e ricercatori del Gruppo 2003 ed 2025" rel="noopener"><img src="https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2025/premio-gruppo-2003-grande-festa-ricerca-italiana-esterna-1.jpg.webp" alt="Premio Giovani ricercatrici e ricercatori del Gruppo 2003 ed 2025" width="480" height="640" loading="lazy" decoding="async">
</a></p>
<h2 id="risultati-del-premio">Risultati del Premio</h2><p><strong>AGRICOLTURA<br>
Vincitrice: Alice Pieri</strong> (Università Politecnica delle Marche)<br>
La ricerca ha analizzato le risposte genetiche del grano duro tetraploide alla disponibilità di azoto, rivelando meccanismi di adattamento evolutivo che potranno guidare lo sviluppo di varietà più sostenibili e resistenti. <br>
<a href="https://academic.oup.com/plcell/article/36/9/3809/7721302" rel="noopener">“Transcriptomic response to nitrogen availability reveals signatures of adaptive plasticity during tetraploid wheat domestication”</a>, <em>The Plant Cell</em>, 2024.<br>
<strong>Menzione speciale: Paolo Maria Triozzi</strong> (Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa)<br>
Ha osservato per la prima volta cicli di ipossia nei giovani tessuti vegetali, aprendo nuove prospettive per la comprensione della fisiologia e dell’adattamento delle piante.<br>
<a href="https://www.cell.com/molecular-plant/fulltext/S1674-2052%2824%2900006-6" rel="noopener">“Spatiotemporal oxygen dynamics in young leaves reveal cyclic hypoxia in plants”</a>, <em>Molecular Plant</em>, 2024.</p>
<p><strong>ASTRONAUTICA<br>
Vincitore: Riccardo Augello</strong> (Politecnico di Torino) <br>
Ha sviluppato un modello innovativo per simulare la deformazione di strutture sottilissime, migliorando la sicurezza e l’efficienza dei materiali impiegati in satelliti e veicoli spaziali.<br>
<a href="https://arc.aiaa.org/doi/10.2514/1.J065448" rel="noopener">“Implicit folding simulation of ultrathin shells using refined one dimensional finite elements”</a>, <em>AIAA Journal</em>, 2025.<br>
<strong>Menzione speciale: Michele Maestrini</strong> (Politecnico di Milano) <br>
Ha ideato una strategia di navigazione autonoma per veicoli spaziali in prossimità di oggetti non cooperativi, come satelliti dismessi o asteroidi, contribuendo all’esplorazione spaziale autonoma.<br>
<a href="https://arc.aiaa.org/doi/10.2514/1.G007337" rel="noopener">“Relative navigation strategy about unknown and uncooperative targets”</a>, <em>AIAA Journal</em>, 2023.</p>
<p><strong>ASTROFISICA E ASTRONOMIA<br>
Vincitrice: Valeria Grisoni</strong> (INAF) <br>
Ha chiarito l’origine di un particolare gruppo di stelle “giovani” e ricche di elementi α, fornendo nuovi indizi sulla formazione e sull’evoluzione della Via Lattea.<br>
<a href="https://www.aanda.org/articles/aa/full_html/2024/03/aa47440-23/aa47440-23.html" rel="noopener">“K2 results for “young” α-rich stars in the Galaxy”</a>. <em>Astronomy &amp; Astrophysics</em>, 2024.<br>
<strong>Menzione speciale: Yuhan Yang</strong> (Università di Roma Tor Vergata) <br>
Ha studiato una rara kilonova ricca di lantanidi generata dopo un lungo lampo gamma, offrendo nuove informazioni sulla produzione di elementi pesanti nell’universo.<br>
“<a href="https://www.nature.com/articles/s41586-023-06979-5" rel="noopener">A lanthanide-rich kilonova in the aftermath of a long gamma-ray burst</a>”. <em>Nature</em>, 2024.<br>
<strong>Menzione speciale: Antonio Pensabene</strong> (Università di Milano-Bicocca) <br>
Ha scoperto, grazie all’osservatorio ALMA, una grande concentrazione di galassie in formazione nell’universo primordiale, fornendo dati preziosi per la cosmologia.<br>
“<a href="https://www.aanda.org/articles/aa/full_html/2024/04/aa48659-23/aa48659-23.html" rel="noopener">ALMA survey of a massive node of the Cosmic Web at z∼ 3 - I. Discovery of a large overdensity of CO emitters</a>”, <em>Astronomy &amp; Astrophysics</em>, 2024.<br>
<strong>Menzione speciale: Antonio Ambrosone</strong> (Gran Sasso Science Institute) <br>
Ha analizzato l’origine dei raggi γ diffusi ad altissima energia, evidenziando il ruolo dei “cocoon” galattici come sorgenti principali di emissione.<br>
“<a href="https://www.aanda.org/articles/aa/full_html/2025/06/aa54796-25/aa54796-25.html" rel="noopener">The origin of very high-energy diffuse γ-ray emission: The case for galactic source cocoons</a>”, <em>Astronomy &amp; Astrophysics</em>, 2025.</p>
<p><strong>BIODIVERSITÀ<br>
Vincitore: Lorenzo Fant</strong> (OGS Trieste)<br>
Ha dimostrato come la competizione per la biomassa regoli i rapporti tra organismi e comunità, fornendo un modello innovativo per interpretare la struttura degli ecosistemi.<br>
“<a href="https://www.nature.com/articles/s41467-024-54307-w" rel="noopener">Biomass competition connects individual and community scaling patterns</a>”, <em>Nature Communications</em>, 2024.<br>
<strong>Menzione speciale: Ilaria Cunico</strong> (OGS Trieste)<br>
Ha mostrato come i modelli di dinamica fluviale possano manifestare caratteristiche caotiche e non lineari, con importanti implicazioni per la gestione ambientale.<br>
“<a href="https://agupubs.onlinelibrary.wiley.com/doi/full/10.1029/2023GL107951" rel="noopener">River ecomorphodynamic models exhibit features of Nonlinear dynamics and chaos</a>”, <em>Geophysical Research Letters</em>, 2024.</p>
<p><strong>CAMBIAMENTO CLIMATICO<br>
Vincitrice: Silvia Maritano</strong> (Università di Torino)<br>
Ha evidenziato un legame tra l’esposizione precoce a eventi climatici estremi e l’aumento del rischio di disturbi respiratori infantili, sottolineando le conseguenze sanitarie del cambiamento climatico.<br>
“<a href="https://www.sciencedirect.com/science/article/pii/S0160412025000546" rel="noopener">Exposure to climate change-related extreme events in the first year of life and occurrence of infant wheezing</a>”, <em>Environment International</em>, 2025.<br>
<strong>Menzione speciale: Marie-Lou Bachèlery</strong> (CMCC)<br>
Ha applicato algoritmi di deep learning per prevedere fenomeni oceanici come gli <em>Atlantic</em> e <em>Benguela Niño events</em>, migliorando le capacità predittive dei modelli climatici globali.<br>
“<a href="https://www.science.org/doi/10.1126/sciadv.ads5185" rel="noopener">Predicting Atlantic and Benguela Niño events with deep learning</a>”, <em>Science Advances</em>, 2025.</p>
<p><strong>CYBERSECURITY<br>
Vincitore: Giulio Rossolini</strong> (Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa)<br>
Ha valutato la vulnerabilità dei sistemi di visione utilizzati nei veicoli autonomi, proponendo soluzioni per aumentarne la resilienza contro gli attacchi informatici.<br>
“<a href="https://ieeexplore.ieee.org/document/10268597" rel="noopener">On the real-world adversarial robustness of real-time semantic segmentation models for autonomous driving</a>”, <em>IEEE Transactions on Neural Networks and Learning Systems</em>, 2024.<br>
<strong>Menzione speciale: Eleonora Losiouk</strong> (Università di Padova)<br>
Ha sviluppato una difesa multilivello contro i malware di tipo “repackaging” su Android, migliorando la sicurezza delle app mobili.<br>
“<a href="https://ieeexplore.ieee.org/document/10917506" rel="noopener">R+R: Matrioska: a user-centric defense against virtualization-based repackaging malware on Android</a>”, <em>Proceedings of the Annual Computer Security Applications Conference,</em> 2024*.*<br>
<strong>Menzione speciale: Giacomo Longo</strong> (Centro Alti Studi Difesa)<br>
Ha individuato rischi di interferenza nei sistemi di comunicazione aerea (TCAS), suggerendo misure di protezione contro possibili attacchi wireless.<br>
“<a href="https://www.usenix.org/conference/usenixsecurity24/presentation/longo" rel="noopener">On a collision course: Unveiling wireless attacks to the Aircraft Traffic Collision Avoidance System (TCAS)</a>”, <em><em>Usenix</em> 2025.</em></p>
<p><strong>INTELLIGENZA ARTIFICIALE<br>
Vincitore: Francesco Regazzoni</strong> (Politecnico di Milano)<br>
Ha ideato una rete neurale capace di apprendere dinamiche spazio-temporali complesse, con applicazioni in robotica, meteorologia e medicina predittiva.<br>
“<a href="https://www.nature.com/articles/s41467-024-45323-x" rel="noopener">Learning the intrinsic dynamics of spatio-temporal processes through Latent Dynamics Networks</a>”, <em>Nature Communications</em>, 2024.<br>
<strong>Menzione speciale: Andrea Cossu</strong> (Università di Pisa)<br>
Ha dimostrato che il pre-training continuo può ridurre il “dimenticare” dei modelli di intelligenza artificiale multimodali.<br>
“<a href="https://www.sciencedirect.com/science/article/pii/S0893608024004167" rel="noopener">Continual pre-training mitigates forgetting in language and vision</a>”, <em>Neural Networks</em>, 2024.<br>
<strong>Menzione speciale: Eleonora Grassucci</strong> (Sapienza Università di Roma)<br>
Ha progettato reti neurali leggere basate su convoluzioni ipercomplesse, ideali per dispositivi mobili e applicazioni a basso consumo energetico.<br>
“<a href="https://ieeexplore.ieee.org/document/9983846" rel="noopener">PHNNs: Lightweight Neural Networks via Parameterized Hypercomplex Convolutions</a>”, <em>IEEE Transactions on Neural Networks and Learning Systems</em>, 2024.<br>
<strong>Menzione speciale: Michela Gravina</strong> (Università di Napoli Federico II)<br>
Ha migliorato l’analisi medica automatica combinando immagini radiologiche e dati clinici in reti multimodali.<br>
“<a href="https://ieeexplore.ieee.org/document/10535471" rel="noopener">Cross-modality calibration in multi-input network for axillary lymph node metastasis evaluation</a>”, <em>IEEE Transactions on Artificial Intelligence</em>, 2024.</p>
<p><strong>MEDICINA PERSONALIZZATA<br>
Vincitrice: Chiara Sinisgalli</strong> (Università di Padova)<br>
Ha creato nanocorpi capaci di agire come chaperoni molecolari, correggendo difetti proteici nella malattia di Gaucher e aprendo la strada a nuove terapie personalizzate.<br>
“<a href="https://www.nature.com/articles/s41467-025-60134-4" rel="noopener">Developing nanobodies as allosteric molecular chaperones of glucocerebrosidase function</a>”, <em>Nature Communications</em>, 2025.<br>
<strong>Menzione speciale: Ilaria Crespiatico</strong> (Università di Milano-Bicocca) –<br>
Ha identificato una mutazione genetica responsabile di una rara forma di disturbo mieloproliferativo, suggerendo nuovi approcci diagnostici e terapeutici.<br>
“<a href="https://ashpublications.org/blood/article/143/14/1399/507095/First-hit-SETBP1-mutations-cause-a" rel="noopener">First-hit SETBP1 mutations cause a myeloproliferative disorder with bone marrow fibrosis</a>”, <em>Blood</em>, 2024.</p>
<p><strong>RISCHI NATURALI E ANTROPICI<br>
Vincitrice: Camilla Medici</strong> (Università di Firenze)<br>
Ha utilizzato dati satellitari InSAR per mappare il cedimento del suolo dovuto all’eccessivo sfruttamento delle falde, con un caso di studio nell’area industriale di Prato.<br>
“<a href="https://www.nature.com/articles/s41598-024-67725-z" rel="noopener">InSAR data for detection and modelling of overexploitation‑induced subsidence: application in the industrial area of Prato (Italy)</a>”, <em>Scientific Reports,</em> 2024.<br>
<strong>Menzione speciale: Francesco Scotto di Uccio</strong> (Università di Napoli Federico II)<br>
Ha ricostruito la struttura di faglie attive nei Campi Flegrei, contribuendo alla comprensione dei fenomeni sismici e vulcanici nell’area.<br>
“<a href="https://agupubs.onlinelibrary.wiley.com/doi/full/10.1029/2023GL107680" rel="noopener">Delineation and fine‐scale structure of fault zones activated during the 2014–2024 unrest at the Campi Flegrei caldera (Southern Italy) from high‐precision earthquake locations</a>”, <em>Geophysical Research Letters</em>, 2024.</p>
<p><strong>SCLEROSI MULTIPLA<br>
Vincitrice: Valeria Pozzilli</strong> (Campus Bio-Medico di Roma)<br>
Ha individuato un tipo di lesioni cerebrali a lenta espansione nei casi pediatrici, offrendo un nuovo indicatore per monitorare l’evoluzione della malattia.<br>
“<a href="https://jamanetwork.com/journals/jamaneurology/article-abstract/2837587" rel="noopener">Slowly expanding lesions in pediatric-onset multiple sclerosis</a>”,  <em>JAMA Neurology</em>, 2025.<br>
<strong>Menzione speciale: Jessica Podda</strong> (Fondazione Italiana Sclerosi Multipla)<br>
Ha validato un’app digitale per l’autovalutazione delle funzioni cognitive nei pazienti con sclerosi multipla.<br>
“<a href="https://formative.jmir.org/2024/1/e56074" rel="noopener">Mobile health App (DIGICOG-MS) for self-assessment of cognitive impairment in people with multiple sclerosis: instrument validation and usability study</a>”, <em>JMIR Formative Research</em>, 2024.<br>
<strong>Menzione speciale: Gianmarco Abbadessa</strong> (Università della Campania Luigi Vanvitelli)<br>
Ha studiato gli effetti immunitari del farmaco ocrelizumab, fornendo nuove conoscenze sui meccanismi cellulari della terapia.<br>
“<a href="https://www.neurology.org/doi/10.1212/NXI.0000000000200250" rel="noopener">Ocrelizumab alters cytotoxic lymphocyte function while reducing EBV-specific CD8+ T-Cell proliferation in patients with multiple sclerosis</a>”, Neurology Neuroimmunology &amp; <em>Neuroinflammation</em>, 2024.</p>
<p>* *</p>
<p><em>Il Premio giovani ricercatrici e ricercatori 2025 è sostenuto da: <strong>AIDAA</strong> (Associazione Italiana di Aeronautica e Astronautica), <strong>Chiesi farmaceutici</strong>, <strong>FENDA</strong> (Federazione Nazionale Dirigenti e Alte Professionalità dell&rsquo;Agricoltura e dell&rsquo;Ambiente), <strong>FISM</strong> (Fondazione Italiana Sclerosi Multipla), <strong>Fondazione</strong> <strong>Bracco</strong>, <strong>INAF</strong> (Istituto Nazionale di Astrofisica), <strong>Fondazione</strong> <strong>FAIR</strong> (Future Artificial Intelligence Research), <strong>Fondazione</strong> <strong>RETURN</strong> (Multi-Risk sciEnce for resilienT commUnities undeR a changiNg climate), <strong>Fondazione</strong> <strong>SERICS</strong> (SEcurity and RIghts in the CyberSpace), <strong>NBFC</strong> (National Biodiversity Future Center).</em></p>
<p><em><img src="https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2025/premio-gruppo-2003-grande-festa-ricerca-italiana-body-1.png.webp" srcset="https://www.scienzainrete.it/media/_web/720/articoli/2025/premio-gruppo-2003-grande-festa-ricerca-italiana-body-1.png.webp 720w, https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2025/premio-gruppo-2003-grande-festa-ricerca-italiana-body-1.png.webp 1280w" sizes="(max-width: 760px) 100vw, 720px" alt="" width="2620" height="1166" loading="lazy" decoding="async">
</em></p>
]]></content:encoded></item><item><title>Garantire risorse adeguate ai PRIN</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/garantire-risorse-adeguate-prin/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/garantire-risorse-adeguate-prin/</guid><pubDate>Tue, 04 Nov 2025 08:39:00 +0100</pubDate><category>politica-della-ricerca</category><description>La ricerca scientifica è un pilastro fondamentale per lo sviluppo economico, sociale e culturale dell’Italia. Ma senza investimenti stabili e una visione di lungo periodo, il sistema rischia di restare fragile. La proposta della senatrice Elena Cattaneo rilancia l’urgenza di un finanziamento strutturale e continuativo per la ricerca pubblica.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2025/garantire-risorse-adeguate-prin-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2025/garantire-risorse-adeguate-prin-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>La ricerca scientifica rappresenta una leva strategica per la crescita economica, sociale e culturale dell’Italia. Tuttavia, la ricerca scientifica pubblica nel nostro Paese continua a soffrire di scarse risorse strutturali e della mancanza di meccanismi di gestione autonomi, trasparenti e realmente competitivi.</p>
<p>Rendere strutturale il finanziamento alla ricerca scientifica significa non solo superare la logica emergenziale e i limiti temporali del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR), che scadrà nel 2026, ma costruire finalmente una vera politica della scienza, capace di sostenere nel tempo innovazione, sviluppo e competitività.</p>
<p>Nonostante i ripetuti appelli della comunità scientifica, le risposte istituzionali sono spesso rimaste deboli o episodiche. Abbiamo sperato in un cambio di passo quando l’Aula del Senato, il 19 febbraio 2025, approvò all’unanimità la mozione della senatrice Elena Cattaneo, impegnando il Governo a garantire fondi stabili e bandi annuali per i Progetti di rilevante interesse nazionale (PRIN), a partire dal 2026. È importante specificare che i PRIN rappresentano la spina dorsale di funzionamento della ricerca universitaria e rappresentano un importante sostegno ai giovani ricercatori.</p>
<p>Il disegno di legge di Bilancio approvato dal Consiglio dei Ministri lo scorso 17 ottobre 2025 e ora all’esame del Senato introduce un Piano triennale della ricerca e un Fondo Unico per la<br>
programmazione (FPR), che dovrebbero garantire una maggiore continuità nei finanziamenti. Un segnale finalmente incoraggiante, che tuttavia lascia spazio a più di una riserva, soprattutto per quanto riguarda le risorse destinate ai PRIN.</p>
<p>Secondo quanto indicato nella legge di bilancio, le risorse previste per i PRIN ammontano a 150 milioni di euro a partire dal 2026, una cifra molto lontana da quella necessaria per sostenere in modo strutturale il sistema della ricerca universitaria italiana. Al riguardo, la Senatrice Cattaneo aveva indicato, nella sua mozione, che la cifra necessaria per portare i PRIN a livello degli standard europei fosse di 350 milioni di euro mentre almeno 216 milioni di euro l’anno rappresenterebbero la “soglia minima di sopravvivenza” per il sistema pubblico della ricerca scientifica universitaria. Un investimento, sottolinea la Senatrice Cattaneo, indispensabile non solo per rendere l’Italia competitiva sia nella ricerca di base sia in quella traslazionale/applicata, ma anche per favorire il rientro di valenti ricercatori dall’estero. </p>
<p>Il Bilancio 2026 può rappresentare un passo nella giusta direzione, ma solo se accompagnato da una visione di lungo periodo e risorse adeguate. Il PTS rivolge, quindi, un appello al governo e a tutte le forze politiche perché sostengano la proposta della senatrice Elena Cattaneo di garantire finanziamenti pubblici stabili e adeguati, garantendo la soglia minima di 216 milioni di euro l’anno destinati ai PRIN.</p>
<p>In un mondo segnato da sfide globali in continua evoluzione, investire con risorse adeguate nella ricerca scientifica, universitaria e non, significa investire nel futuro del Paese, nella sua capacità innovativa, nella sua competitività internazionale e nella formazione delle nuove generazioni di ricercatori.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>ANVUR, università e ricerca: valutazione o controllo ministeriale?</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/anvur-universita-ricerca-valutazione-controllo-ministeriale/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/anvur-universita-ricerca-valutazione-controllo-ministeriale/</guid><pubDate>Thu, 30 Oct 2025 08:06:00 +0100</pubDate><dc:creator>Società italiana di economia</dc:creator><category>politica-della-ricerca</category><description>Il nuovo assetto dell’ANVUR, previsto dall’Atto del Governo 304, segna una svolta nel sistema della valutazione universitaria e della ricerca in Italia. L’Agenzia rischia di perdere la sua indipendenza, diventando uno strumento del Ministero, mentre si rafforzano i controlli centrali e si riducono autonomia, risorse e libertà accademica.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2025/anvur-universita-ricerca-valutazione-controllo-ministeriale-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2025/anvur-universita-ricerca-valutazione-controllo-ministeriale-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>L’Atto del Governo 304 sul nuovo assetto per l’ANVUR - l’Agenzia nazionale di valutazione del sistema universitario e della ricerca – va considerato nel quadro della trasformazione complessiva che il governo ha avviato per il sistema dell’università e della ricerca.</p>
<p>Nello specifico, la proposta del governo allontana l’ANVUR dal ruolo di agenzia indipendente, espressione della varietà di soggetti nel mondo della ricerca, focalizzata sulla qualità della ricerca, e la avvicina a un ruolo di strumento del Ministero – che ne nomina direttamente il presidente – con un’azione ispirata ai principi di premialità, efficienza, efficacia e semplificazione.</p>
<p>Ci sono numerosi paradossi nell’Atto del Governo 304. <br>
Si propone un nuovo assetto dell’ANVUR quando il governo ha bloccato da mesi la nomina dei nuovi membri selezionati dall’apposita Commissione di esperti. <br>
Si parla di autonomia mentre si rafforza il controllo diretto del governo sull’ANVUR attraverso le procedure di nomina degli organi. <br>
Si parla di “alta qualità” e allo stesso tempo si estendono gli ambiti di valutazione dell’ANVUR anche alla “valorizzazione della conoscenza” da parte degli atenei, in cui i criteri di mercato possono essere in contrasto con l’eccellenza scientifica. <br>
Si parla di semplificazione e flessibilità quando le modalità di intervento dell’ANVUR in questi anni hanno rappresentato un pesante onere burocratico per gli atenei e l’ANVUR stessa ha promosso l’adozione di rigidi parametri quantitativi in attività come l’Abilitazione Scientifica Nazionale, la VQR, l’accreditamento dei corsi universitari, i criteri di assegnazione dei fondi premiali per gli atenei. <br>
Inoltre, nulla si dice nell’Atto del Governo a proposito dell’aspetto più problematico che caratterizza oggi il sistema universitario italiano: la crescita di università telematiche private i cui standard di qualità – il numero di docenti strutturati per corso di laurea, il rapporto tra docenti e studenti, le modalità di realizzazione degli esami – sono gravemente inadeguati. </p>
<p>L’ANVUR che emerge dall’Atto del Governo sembra caratterizzarsi per attività di valutazione che hanno soprattutto la funzione di estendere logiche premiali nella distribuzione di risorse limitate, con una maggior gerarchizzazione degli atenei, nel quadro di un maggior controllo da parte del Ministero.</p>
<p>Le misure sull’ANVUR vanno considerate in rapporto agli interventi in corso sui concorsi universitari. </p>
<p>Appare incomprensibile come la riaffermazione dei principi di valutazione e del ruolo dell’ANVUR si accompagni all’<a href="https://www.scienzainrete.it/articoli/pericoloso-ritorno-passato-concorsi-universitari/">abolizione dell’Abilitazione Scientifica Nazionale</a> (ASN) nella riforma dei concorsi univeritari - DDL 1518, attualmente in discussione, su la “Revisione delle modalità di accesso, valutazione e reclutamento del personale ricercatore e docente universitario”, che introduce il ritorno a concorsi locali.</p>
<p>Le procedure dell’ASN avevano contribuito a migliorare la qualità della ricerca. Attraverso il sorteggio delle Commissioni, avevano indirizzato i giovani ricercatori verso una maggior produzione scientifica di livello internazionale, avevano limitato il peso degli interessi universitari locali, avevano ridotto la dipendenza dei giovani ricercatori dai poteri accademici, pur con alcuni problemi relativi alla definizione dei titoli e all’eccessivo ricorso a strumenti quantitativi. Il rischio per i nuovi concorsi è ora un minor riconoscimento della qualità della ricerca e un ritorno a logiche localistiche.</p>
<p>Gli emendamenti introdotti di recente al DDL 1516 chiariscono alcuni aspetti ma non mutano le preoccupazioni di fondo su un “ritorno al passato”. È importante che il sorteggio dei commissari dei concorsi si faccia da una lista nazionale di docenti qualificati, evitando il rischio di sorteggi tra commissari candidatisi per i singoli concorsi locali. Andrebbe inoltre tutelata l’esperienza delle Scuole superiori a ordinamento speciale, in cui la qualità delle commissioni di concorso è attualmente rafforzata dai requisiti relativi alla presenza di commissari stranieri e alla parità di genere.</p>
<p>In un periodo in cui si discute in Parlamento la Legge di bilancio, non si può non considerare la questione delle risorse per l’università e la ricerca. Nel 2025 il Fondo di finanziamento ordinario ha  raggiunto i 9,4 miliardi di euro, un valore inferiore, in termini reali a quello del 2023 e che è inferiore  di 170 milioni rispetto alle previsioni definite tre anni prima. Non si hanno ancora informazioni sul bilancio del MUR per il 2026, ma con la fine dei finanziamenti del PNRR, nel 2026 si prospetta in molti ambiti una riduzione di risorse. Non ci sono informazioni su nuovi bandi per progetti di ricerca PRIN. In particolare, migliaia di ricercatori precari – RTDA e assegnisti di ricerca – stanno terminando i loro contratti senza prospettive di rinnovo. La nuova legge che ha introdotto gli incarichi di ricerca e gli incarichi post-doc ha ulteriormente complicato il panorama del precariato universitario, senza fornire risorse. Ricordiamo che oggi il 35% di tutto il personale di ricerca ha posizioni precarie. Si prospetta una grave dispersione di capacità e di risorse, e un’ulteriore emigrazione di ricercatori, oltre ai circa 14 mila trasferitisi all’estero nei passati dieci anni.</p>
<p>Infine, un’ulteriore fonte di preoccupazione sono le voci che le Commissioni del MUR possano proporre di inserire in tutti i Consigli di Amministrazione degli atenei un rappresentante del governo e di estendere a otto anni (forse rinnovabili) i mandati dei Rettori. </p>
<p>Dall’insieme di queste iniziative, si profila un quadro preoccupante di ridimensionamento e frammentazione dell’università pubblica, in cui l’autonomia degli atenei e la libertà di ricerca e di insegnamento vengono indebolite, in palese contrasto con il dettato della Costituzione italiana.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>INAF, lettera aperta al MUR: senza i fondi promessi, a rischio il futuro della ricerca</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/inaf-lettera-aperta-mur-senza-fondi-promessi-rischio/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/inaf-lettera-aperta-mur-senza-fondi-promessi-rischio/</guid><pubDate>Fri, 24 Oct 2025 10:04:00 +0100</pubDate><dc:creator>Precari Stabilizzandi INAF</dc:creator><description>Pubblichiamo la lettera aperta firmata dal personale precario dell&amp;amp;rsquo;INAF che, dopo mesi di confronti e rassicurazioni, denuncia l’assenza, nella Legge di Bilancio, dei fondi promessi per la stabilizzazione. Una mancanza che mette a rischio il futuro di centinaia di ricercatori e tecnologi, pilastri della ricerca astrofisica italiana e della sua competitività internazionale.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2025/inaf-lettera-aperta-mur-senza-fondi-promessi-rischio-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2025/inaf-lettera-aperta-mur-senza-fondi-promessi-rischio-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>Egregia Ministra Bernini,</p>
<p>Siamo ricercatrici, ricercatori, tecnologi, tecnologhe e personale tecnico-amministrativo precario dell&rsquo;Istituto Nazionale di Astrofisica (INAF), e Le scriviamo con profondo smarrimento e crescente preoccupazione.</p>
<p>Dopo mesi di dialoghi costruttivi e rassicurazioni, abbiamo appreso con sconcerto che la versione bollinata della Legge di Bilancio, attualmente in discussione, non contiene alcun riferimento al finanziamento promesso, destinato all’urgente stabilizzazione del personale precario del nostro ente. Questa assenza sembra vanificare un percorso che avevamo intrapreso con fiducia insieme al Ministero da Lei guidato.</p>
<p>Come ricorderà, a seguito della Sua dichiarazione pubblica del Dicembre 2024 sull&rsquo;intenzione di avviare un piano di stabilizzazione, si sono tenuti tre tavoli tecnici tra il MUR e le rappresentanze sindacali. In particolare, durante l&rsquo;ultimo tavolo tecnico tenutosi il 24 giugno scorso e dedicato principalmente al problema del precariato, il Suo Capo di Gabinetto, Prof. Rubechi, aveva confermato l&rsquo;impegno del Ministero a destinare un primo promettente sblocco di risorse per le stabilizzazioni secondo Legge Madia, quantificato complessivamente in un finanziamento di 8 milioni di Euro annui per INAF e INGV.</p>
<p>L&rsquo;impegno era stato successivamente tradotto nell&rsquo;emendamento 1.0.6 al D.L. 90/2025, che specificava la ripartizione di tali fondi (assegnando 6,5 milioni annui all&rsquo;INAF e 1,5 a INGV). Questo stanziamento, pur coprendo solo il 40% circa della platea con requisiti al 31/12/2024 (personale commi 1 e 2 secondo Legge Madia), a valle di una precisa ricognizione richiesta dal MUR al nostro Ente, rappresentava per noi l&rsquo;inizio di una soluzione. Quando l&rsquo;emendamento è stato ritirato per motivi legati alle coperture finanziarie, ci è stata riferita l’intenzione di riproporre quello stesso finanziamento nella Legge di Bilancio 2026. È significativo notare che, grazie al finanziamento ottenuto con la legge di bilancio dell&rsquo;anno scorso, proprio in questi giorni il CNR ha già cominciato il processo di stabilizzazione, seguendo proprio i requisiti della legge Madia che noi stessi riteniamo validi e chiediamo vengano applicati anche per noi.</p>
<p>Constatare ora l’assenza di quell’impegno nel Disegno di Legge di Bilancio ci lascia smarriti. Uno smarrimento reso ancora più profondo dalla discrepanza con le Sue stesse dichiarazioni, che giustamente sottolineavano l&rsquo;importanza di fornire sicurezza ai ricercatori, privilegiando la qualità della ricerca rispetto alla quantità dei progetti.</p>
<p>Non siamo numeri. Siamo professionisti che da anni contribuiscono all’eccellenza della ricerca astrofisica italiana a livello internazionale. Siamo noi, in larga parte dottori di ricerca formati in Italia, a portare avanti, con il nostro lavoro quotidiano, gran parte delle attività che rendono possibile il progresso dei progetti scientifici dell’INAF. Una buona parte di noi sono &lsquo;cervelli rientrati&rsquo;, che dopo esperienze all&rsquo;estero hanno scelto di tornare per valorizzare il nostro Paese e che ora, invece di trovare una stabilità lavorativa, rischiano di essere espulsi una seconda volta.</p>
<p>L’INAF è, grazie anche al nostro essenziale contributo, leader mondiale nella scienza e nelle tecnologie astronomiche. Molte delle tecnologie che sviluppiamo per esplorare l&rsquo;Universo, dai sensori ottici ai sistemi di sincronizzazione temporale, hanno ricadute fondamentali nella vita di tutti i giorni, come il GPS o la diagnostica medica. Per questo l’Italia gioca un ruolo chiave in tutti i principali progetti internazionali, guadagnandone di fatto un ritorno non solo in termini di conoscenza del Cosmo, ma anche in termini economici tramite commesse milionarie alla grande industria (un esempio su tutti, la cupola dell&rsquo;ELT, il più grande contratto mai fatto per un telescopio a terra, assegnato ad Astaldi-Cimolai per 400 milioni di euro), alle PMI specializzate del settore, e nella conseguente creazione di posti di lavoro e prodotti ad altissimo valore aggiunto. Il nostro lavoro è, quindi, propedeutico alle filiere e al tessuto d’impresa che spesso viene considerato uno dei motori principali del benessere dell’Italia.</p>
<p>Ciononostante, la nostra situazione è drammatica: la maggior parte di noi ha un&rsquo;anzianità di precariato di circa 7 anni, ma molti superano i 10 e persino i 13 anni di servizio. Quasi la metà di noi ha più di 40 anni e guida progetti scientifici cruciali per l&rsquo;Ente, inclusi alcuni finanziati dal PNRR, ed opera con grande entusiasmo pur avendo contratti soggetti a tutte le incertezze derivanti da una prospettiva di rinnovo annuale. </p>
<p>Siamo inoltre una risorsa fondamentale per la formazione universitaria, svolgendo attività di docenza e mentoring per tesi di laurea e dottorato, e contribuiamo attivamente alla diffusione della cultura scientifica nel Paese attraverso innumerevoli eventi pubblici e attività nelle scuole.</p>
<p>Senza un intervento immediato, una parte consistente di noi perderà il lavoro entro il primo semestre del 2026, e sarà costretta a emigrare o a cambiare vita, disperdendo un patrimonio di competenze incalcolabile a vantaggio delle nazioni estere che godranno dei frutti coltivati in Italia. In questo modo si creerebbe così il paradossale risultato di investire nuove ingenti risorse pubbliche per il &lsquo;rientro dei cervelli&rsquo;, e al tempo stesso lasciare andare via le eccellenze che già operano quotidianamente in Italia.</p>
<p>Riconosciamo con favore l’impegno del Ministero nel sostenere progetti strategici dell’INAF – quali CTA, Einstein Telescope, SKA e molti altri – nonché, più in generale, nell’aver istituito un fondo unico per la ricerca, accompagnato da un piano triennale con scadenze chiare e regolari. Siamo anche noi, oggi, a formare (attraverso il mentoring di studenti di Master e PhD) la generazione di scienziati che utilizzerà quegli stessi grandi strumenti che il Governo sta giustamente finanziando. Tuttavia, riteniamo che, in assenza di un adeguato investimento nel capitale umano stabile, che costituisce la base operativa e strategica di tali iniziative, anche i progetti più ambiziosi non potranno produrre i risultati attesi.</p>
<p>Gentile Ministro, gli 8 milioni di Euro promessi ad INAF e INGV costituirebbero un impegno finanziario assolutamente sostenibile per il bilancio dello Stato (meno dello 0,5 per mille dell&rsquo;attuale manovra). Non si tratta di una spesa, ma di una continuazione d’investimento strategico per la competitività scientifica e tecnologica del Paese, che preserverebbe competenze di altissimo livello e, inoltre, darebbe stabilità a centinaia di famiglie. </p>
<p>Confidiamo nella Sua sensibilità e lungimiranza, che abbiamo avuto modo di riconoscere, e Le chiediamo di farsi interprete delle nostre legittime aspettative di stabilità. Le chiediamo di intervenire con urgenza per dare seguito alla promessa fatta al tavolo tecnico, inserendo nella Legge di Bilancio i fondi necessari per avviare la nostra stabilizzazione.</p>
<p>Abbiamo bisogno di chiarezza e di un segnale concreto. Il nostro futuro, quello delle nostre famiglie, e quello di una parte importante della ricerca pubblica e dell&rsquo;eccellenza tecnologica e industriale italiane dipendono da questo Suo intervento.</p>
<p>Confidando nella Sua attenzione, Le porgiamo i nostri più cordiali saluti.</p>
<p><em>Precari Stabilizzandi INAF</em></p>
<p><a href="https://forms.gle/3bsLtMzvjnrnxFDz8" rel="noopener">Qui il form</a> per aderire all&rsquo;appello.</p>
<p><a href="https://docs.google.com/spreadsheets/d/e/2PACX-1vQ7XmIKmESe9Ako8hTgi_x0A1CeKG7VPArkUUh_bDRPMhRqh-xe0gv8Ea4QGH33Ra3hAvKDE5Q0gxJJ/pubhtml" rel="noopener">Vedi l&rsquo;elenco dei firmatari.</a></p>
]]></content:encoded></item><item><title>Talenti e ammissione nelle università in Cina: qualche spunto per l’Italia?</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/talenti-ammissione-universita-cina-qualche-spunto-italia/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/talenti-ammissione-universita-cina-qualche-spunto-italia/</guid><pubDate>Fri, 08 Aug 2025 09:17:00 +0100</pubDate><dc:creator>Michele Ciavarella</dc:creator><category>societa</category><description>Ogni anno milioni di studenti cinesi affrontano il Gaokao, un esame durissimo che può cambiare il destino di una vita. Ma cosa può insegnarci questo sistema? Tra pressioni estreme e percorsi d’eccellenza, uno spunto per riflettere sul merito anche in Italia.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2025/talenti-ammissione-universita-cina-qualche-spunto-italia-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2025/talenti-ammissione-universita-cina-qualche-spunto-italia-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>Ogni anno, oltre 12 milioni di studenti cinesi affrontano il Gaokao (高考), l’esame nazionale di ammissione all’università, considerato uno degli esami più difficili e determinanti al mondo. Questo test, che si svolge in tre giorni intensi, è composto da prove su lingua cinese, matematica, inglese e una materia a scelta tra scienze o studi umanistici. Il punteggio massimo varia da 750 a 900 punti, a seconda della provincia, e le soglie di ammissione per le università d’élite possono superare i 680-700 punti. In media, meno del 2% degli studenti riesce a entrare nelle università più prestigiose come la Peking University o la Tsinghua University. Per arrivare a questo test così severo, l’intero percorso scolastico è considerato dai più estremamente duro e massacrante, con studenti che studiano moltissime ore al giorno e spesso si vedono dormire sulle sedie o le scrivanie.</p>
<h2 id="storia-del-gaokao">Storia del Gaokao</h2><p>In quanto esame basato sul merito, il Gaokao si basa sulla tradizione secolare del Keju, un esame di stato civile utilizzato per verificare l&rsquo;idoneità degli accademici a ricoprire cariche ufficiali nella Cina imperiale. Il Keju fu abolito nel 1905. Il suo successore, il Gaokao, fu introdotto come percorso meritocratico per l&rsquo;avanzamento accademico e sociale nel 1952, tre anni dopo la nascita della Repubblica Popolare Cinese Comunista. Circa 14 anni dopo, l&rsquo;esame fu sospeso, vittima della Rivoluzione Culturale, che vide la chiusura sistematica delle università e l&rsquo;emarginazione e la persecuzione dell&rsquo;élite intellettuale del Paese per un decennio. Nel 1977, il Gaokao fu reintrodotto.</p>
<p>L&rsquo;evento segnò la rinascita delle opportunità per milioni di giovani oppressi in Cina. Rappresentava anche un impegno a valutare gli studenti in base al loro merito accademico piuttosto che alle loro affiliazioni politiche, un investimento nello sviluppo di una forza lavoro qualificata e un intento di promuovere lo sviluppo economico e la modernizzazione. Milioni di persone si iscrissero all&rsquo;esame. Quell&rsquo;anno erano disponibili solo 220.000 posti universitari. Sebbene il test in sé sia cambiato, rimane una porta d&rsquo;accesso a opportunità per milioni di persone.</p>
<h2 id="il-gaokao-oggi">Il Gaokao oggi</h2><p>Il sistema scolastico cinese, nelle intenzioni molto meritocratico, non è privo di difetti: nonostante le intenzioni, non si riescono ad evitare forti disparità territoriali. Gli studenti delle città costiere, come Pechino o Shanghai, hanno accesso a scuole meglio attrezzate, insegnanti più qualificati e un ambiente competitivo più stimolante. Al contrario, nelle regioni rurali o interne – come il Guizhou o il Gansu – le risorse educative sono spesso scarse. Secondo i dati del Ministero dell’Istruzione cinese, gli studenti delle aree urbane hanno una probabilità 5 volte maggiore di accedere alle università di alto livello rispetto ai loro coetanei delle campagne.</p>
<p>Per colmare queste disparità e valorizzare i giovani con potenziale, la Cina ha avviato negli ultimi anni programmi come lo “Strong Base Plan” (Qiang Ji Hua, 强基计划), introdotto nel 2020. Questo programma coinvolge 36 tra le migliori università del paese e mira a selezionare talenti in discipline fondamentali per lo sviluppo nazionale: matematica, fisica, chimica, biologia, informatica e studi storici. Le selezioni combinano il punteggio del Gaokao con prove supplementari, colloqui, e valutazioni delle competenze critiche. Secondo i dati ufficiali, nel 2023 sono stati ammessi circa 25.000 studenti attraverso questo canale, un numero ancora contenuto ma in crescita.</p>
<p><strong>Cosa comporta classificarsi bene al Gaokao</strong></p>
<p>Chi arriva ben piazzato al Gaokao di solito ottiene:</p>
<ol>
<li>Accesso garantito alle università più prestigiose, come: Tsinghua University, Peking University, Fudan University, Università di Zhejiang, ecc.</li>
<li>Borse di studio totali: molte università offrono borse di eccellenza automatiche ai top scorer del Gaokao.</li>
<li>3. Celebrità locale o nazionale: i media spesso pubblicano interviste e storie sui “campioni del Gaokao” e alcune scuole mettono cartelloni pubblicitari con il volto dello studente per attirare nuovi iscritti.</li>
<li>Offerte anticipate dalle università (per alcuni): anche prima dei risultati ufficiali, certi top scorer ricevono inviti speciali da università di élite.</li>
<li>In alcuni casi: incentivi economici anche dalle autorità locali, come premi in denaro, viaggi, o riconoscimenti ufficiali.</li>
</ol>
<p>Chi eccelle ha già spalancate tutte le porte. Ma la vera pressione viene prima dell’esame. Come riferisce RaiNews, «Il giorno dell&rsquo;esame, la Cina si ferma: le strade intorno ai centri d&rsquo;esame vengono chiuse al traffico, i lavori edili vengono sospesi, e perfino le forze dell&rsquo;ordine si mobilitano per garantire il silenzio e la puntualità. Le famiglie attendono fuori  dalle scuole pregando, mentre gli studenti affrontano ore di prove che spaziano dal cinese alla matematica, dall&rsquo;inglese alla storia, spesso in condizioni psicologiche estreme». Il problema non è l’ammissione, ma l’ammissione in università top! Molti studenti infatti scelgono di ripetere l&rsquo;esame l&rsquo;anno successivo, perché il voto ottenuto è troppo basso per accedere all&rsquo;ateneo voluto.</p>
<h2 id="e-in-italia">E in Italia?</h2><p>Il contrasto con l’Italia è netto. Nel nostro paese, l’accesso all’università è in gran parte libero: nel 2024, solo circa il 22% dei corsi di laurea è a numero programmato a livello nazionale (come medicina, veterinaria, architettura, psicologia), con un totale di circa 120.000 candidati che sostengono i test di ammissione ogni anno. Quindi c’è già un problema di una scala 1 a 100 come numero di studenti da valutare. C’è qualche spunto da considerare dall’esempio del Gaokao per fare proposte in Italia?</p>
<p>Nel panorama italiano mancano programmi strutturati e su scala nazionale per l’identificazione precoce e la valorizzazione dei giovani ad alto potenziale. Molti studenti rimangono a studiare nelle proprie università locali, anche per una tradizione italiana di restare in famiglia il più a lungo possibile. Questo però comporta che i talenti si ritrovano in percorsi strutturati per grandi numeri di studenti, ma non per l’eccellenza. La spinta degli ultimi decenni è stata quella di aumentare il numero di laureati a ogni costo (data la generale carenza, e in realtà con poco successo), piuttosto che curarsi delle punte, o spingere che i talenti seguano percorsi diversi. Ne risulta che un talento può anche laurearsi molto prima degli altri, con media più alta, ma il 110 e lode oggi ormai viene raggiunto da larghe fette della popolazione studentesca (così come anche alla maturità la lode è intorno al 30%, una percentuale che non permette di distinguersi). Il talento che si laurea in regola e con il massimo dei voti non fa notizia, e non ha particolare attenzione, a meno che non si laurei in 5 materie in pochi anni <a href="https://www.scienzainrete.it/articoli/elogio-genio-sua-utilita/">come Giulio De Angeli</a>s, o prenda due lauree nello stesso giorno, come recentemente avvenuto al Politecnico di Milano. Ancora peggio, non ha corsie nettamente preferenziali rispetto ad altri laureati con lode negli esami di ammissione al dottorato, e rischia (se non ben “supportato” da qualcuno interno alla commissione) di non essere nemmeno selezionato per i posti cruciali per lo sviluppo culturale del Paese come quelli di dottorato.</p>
<p>Esistono realtà d’eccellenza come la Scuola Normale Superiore di Pisa, la Scuola Superiore Sant’Anna, la Scuola Galileiana di Studi Superiori (Padova) o la Scuola di Studi Superiori Ferdinando Rossi (Torino), che offrono percorsi avanzati a studenti selezionati, ma si tratta di strutture d’élite che coinvolgono complessivamente meno di 2.000 studenti all’anno, su una popolazione universitaria che supera gli 1,7 milioni.  Nascono dall’impostazione di Napoleone che appunto voleva formare la classe dirigente, e aveva fondato le scuole analoghe in Francia: le Grandes Écoles francesi sono istituzioni d’élite, parallele ma distinte dalle università pubbliche. Accedervi è molto selettivo e richiede solitamente il superamento di <em>concours</em> dopo due anni di <em>classes préparatoires</em>. Le Grandes Écoles rappresentano quindi circa l’8-9% del totale degli studenti universitari in Francia, ma a esse vengono destinate grandi risorse. La cosa sorprendente è che i suoi laureati <a href="https://www.forumpa.it/pa-digitale/no-non-siamo-come-la-francia/" rel="noopener">vanno poi a ricoprire il 50%</a>) circa dei posti della classe di alta dirigenza del paese. Non è possibile fare quindi alcun confronto con i numeri italiani. Anche qui l’accesso è meritocratico, ma la perfezione non è stata ancora raggiunta!  Nella pratica il 30-40% degli studenti nelle Grandes Écoles proviene da famiglie alto-borghesi (solo circa il 10% degli studenti proviene da famiglie operaie, rispetto al 30% nella popolazione generale).</p>
<h2 id="ma-scuola-e-test-così-duri-non-hanno-anche-altri-svantaggi">Ma scuola e test così duri non hanno anche altri svantaggi?</h2><p>La pressione del Gaokao è enorme: studenti che studiano 12-14 o più ore al giorno, per anni, in un sistema scolastico che punta tutto sull’accumulo di conoscenze e sul risultato finale. Il Gaokao è, per molti, l’unica via di mobilità sociale: una remota chance per emergere, soprattutto se si proviene da un contesto svantaggiato. In alcune discipline, come la creatività, i dati OECD’s 2023 Education Report non mostrano risultati brillanti, probabilmente per l’impostazione nozionistica della scuola in vista del Gaokao. OECD classifica la Cina come sesta in <em>knowledge application</em>, ma l’Italia quarta in <em>creativity cultivation</em> - mostrando che su qualche aspetto ancora diciamo la nostra.</p>
<p>In Italia, il sistema appare più inclusivo, ma anche più dispersivo: il merito non è sistematicamente premiato, e le opportunità per gli studenti più capaci spesso dipendono dal caso, dalla famiglia, dalla scuola frequentata. Il rischio è che i talenti facciano più fatica e ci mettano più tempo per essere riconosciuti, magari spesso emigrando all’estero o in sistemi con riconoscimenti più rapidi della capacità. Non si può invece dire che non abbiamo talenti, data la generale impressione che un giovane volenteroso, anche in Università di massa, perlomeno come preparazione teorica da noi non ha nulla da invidiare nemmeno ai laureati delle università migliori al mondo. Stiamo cercando di dire altro: che la sua laurea non gli aprirà di per sé grandi possibilità, e che dovrà faticare ancora anni per cercare di emergere.</p>
<h2 id="oltre-il-gaokao-programmi-accelerati-per-studenti-precoci">Oltre il Gaokao: programmi accelerati per studenti precoci</h2><p>Esistono anche programmi ancora più estremi “Accelerazione d&rsquo;Elite per i Dotati” (per esempio, il programma dell&rsquo;Università di Xi&rsquo;an Jiaotong). Si rivolgono a studenti accademicamente dotati di età compresa tra 12 e 15 anni, bypassando il Gaokao attraverso rigorosi test di valutazione e valutazioni olistiche. Offrono percorsi senza soluzione di continuità dalla scuola media al dottorato, enfatizzando l&rsquo;apprendimento interdisciplinare e la ricerca. L&rsquo;ammissione è ancora più altamente selettiva (tasso di accettazione di circa lo 0,5%), ed esercita una pressione ancora più forte del Gaokao. Sfide: i corsi sono più avanzati rispetto ai programmi del Gaokao (per esempio, matematica/fisica di livello universitario), richiedendo eccezionali capacità di problem-solving. Non mancano i critici per il rischio di <em>burn-out</em>, di rovinare l’adolescenza di questi ragazzi isolati rispetto ai loro coetanei (o perlomeno inseriti solo in contesti di altrettanti talenti). Percorsi diversi, potenziali diversi. Il Gaokao e le classi giovanili cinesi rappresentano ideali opposti: il primo premia la perseveranza in sistemi standardizzati, mentre il secondo coltiva il talento precoce. Le storie dei campioni del Gaokao e dell&rsquo;apprendimento italiano ispirato al Rinascimento ci ricordano che sistemi diversi possono accendere fiamme straordinarie. </p>
<h2 id="casi-agli-opposti-su-cui-riflettere">Casi agli opposti su cui riflettere</h2><p>Lo scopo del Gaokao è di gestire risorse umane in modo più “efficiente”: selezionare gli studenti in base al loro livello di apprendimento e talento, e mettere loro a disposizioni le università più adatte e appropriate. Ma è anche vero che non si riesce sempre a inquadrare il successo tutto dalle capacità scolastiche. L’esempio numero uno è Jack Ma, fondatore di Alibaba. Ha ripetuto il Gaokao tre volte perché in matematica andava molto male. Ma è diventato l’uomo più ricco della Cina!  </p>
<p>Al suo opposto Liang Wenfeng, il fondatore di Deepseek, che ora rivaleggia nella guerra tecnologica più importante del mondo (quella per il Large Language Models, con ChatGPT per intenderci), era invece un ragazzo prodigio. Nato in una famiglia a basso reddito in una città sottosviluppata, il caso dimostra il successo della meritocrazia in Cina. Liang aveva una straordinaria sete di conoscenza a 11 anni. Alle scuole medie, aveva già imparato da autodidatta la matematica delle scuole superiori cinesi e si era persino immerso in materiali di livello universitario. Nel 2002, all&rsquo;età di 17 anni, è arrivato addirittura primo al Gaokao!  Liang divenne il migliore studente di scienze e si iscrisse all&rsquo;università cinese migliore di informatica, specializzandosi in Ingegneria Elettronica dell&rsquo;Informazione, che lo avrebbe poi proiettato nei campi del trading quantitativo e dell&rsquo;intelligenza artificiale. Tuttavia, lo slancio si interruppe. A differenza delle tipiche storie di fondatori che abbandonano gli studi o accelerano gli studi, Liang si prese il suo tempo. Conseguì la laurea triennale nel 2007 e la laurea magistrale nel 2010, entrambe in ingegneria. Invece di affrettarsi, Liang ha sviluppato metodicamente le sue competenze. E non si è accontentato di un percorso di carriera convenzionale. Nel 2015, all&rsquo;età di trent&rsquo;anni, Liang ha fondato &ldquo;Ningbo High-Flyer Quantitative Investment&rdquo; con due compagni di corso dell&rsquo;università. In soli quattro anni, ha gestito oltre 10 miliardi di RMB (1,4 miliardi di dollari), guadagnandosi il soprannome di Liang come uno dei &ldquo;Quattro Re&rdquo; del private equity quantitativo cinese. Nel 2023, ha fondato DeepSeek. Un anno dopo, DeepSeek &ldquo;batte&rdquo; OpenAI con il 5% del budget di OpenAI in 55 giorni. Ecco i suoi tre segreti principali: - (1) Controllo dei costi &ldquo;a livello di Elon Musk&rdquo;; (2) DeepSeek ha solo 139 ingegneri, eppure Liang ritiene che le persone &ldquo;istruite&rdquo; da una missione supereranno sempre quelle reclutate per stipendi elevati; (3) &ldquo;I sistemi closed-source non sono un vero e proprio fossato&rdquo;, e spinge per sistemi “open weights” che sono quasi “open source”. </p>
<h2 id="classe-dirigente-politica">Classe dirigente politica</h2><p>L’Italia è il paese in assoluto con la più alta percentuale di parlamentari senza istruzione terziaria di qualche tipo. Dopo di noi India e Tanzania (fonte <em>Economist</em>). Già uno studio della Bocconi di 15 anni fa metteva in luce come, rispetto al primo parlamento del 1946, la percentuale di parlamentari laureati fosse calata dal 91 al 64 per cento nel 2007. Il dato è maggiormente preoccupante considerando che il tasso di popolazione maggiorenne laureata cresceva nello stesso periodo dal 1% al 14% circa. E ancora peggio considerando che il fenomeno è inverso a quello avvenuto negli Stati Uniti, dove i parlamentari laureati sono aumentati e comunque sono vicini alla totalità, passando dall’88,5% a quasi il 94 per cento dal 1947 al 1993. Quindi il discorso della selezione della classe dirigente è profondamente problematico in Italia.</p>
<h2 id="conclusione">Conclusione</h2><p>C’è spazio per i giovani talenti in Cina e in Italia? Affidarsi solo al Gaokao non è salutare, e sicuramente non è nemmeno lontanamente realistico proporlo in Italia, quindi non lo farò nemmeno io, nemmeno solo per spirito di creare dibattito in un articolo. Ma è un fatto che in Cina, seppur in un contesto ipercompetitivo e selettivo, si stanno aprendo canali per il riconoscimento delle eccellenze. In Italia, serve invece un cambio di passo: sebbene l’università di massa abbia fatto passi da gigante, e sebbene in molte attività servono quantità di laureati di buon livello piuttosto che le punte, forse i talenti sono sottovalutati e mal gestiti. Il Gaokao, che va visto come un programma di gestione delle risorse umane, nasce per investire in programmi nazionali per i migliori, riformare i criteri di selezione universitari e sviluppare una cultura del merito reale, addirittura anche per i giovanissimi, con percorsi accelerati.</p>
<p>Sebbene l’università italiana mantenga uno standard piuttosto alto, il progressivo incremento degli studenti fino agli attuali circa 2 milioni insieme allo sforzo di diminuire la durata media degli studi, ha portato inevitabilmente a qualche segnale di cedimento sul controllo della qualità. I talenti, che pure ci sono, tendono a restare intrappolati in questo sistema che premia il percorso medio piuttosto che di eccellenza, e non vengono nemmeno segnalati dal sistema, o lanciati verso carriere particolari. Ci sono giovani desiderosi di impressionare con il loro percorso scolastico, tramite doppie, triple, quadruple e quintuple lauree che appunto creano percorsi esclusivi proprio per distinguersi dalla massa. In Italia il discorso della valorizzazione del merito rimane molto spesso sulla carta e nei discorsi di facciata. Sicuramente ci sono tanti colleghi che riconoscono e valorizzano il merito, ma un vero progetto non può essere lasciato solo alle iniziative dei singoli, e richiede uno sforzo del Ministero e del Governo. Al momento non mi risulta granché di interessante inserito nella Riforma Bernini dell’Università specificamente per la valorizzazione del merito degli studenti, e nemmeno nella azione del Ministro Valditara della Scuola, ministero che ha avuto addirittura l’orgoglio di inserire la parola merito nel suo nome. Questo forse non tanto per cattiva volontà del governo, ma perché i programmi sul merito incontrano enormi resistenze. E invece le pressioni per diplomare/laureare tantissimi con la lode prendono il sopravvento.</p>
<h4 id="si-noti-che-luiss-e-sapienza-università-di-romahanno-fatto-riconoscimento-del-gaokao-come-test-di-ammissione-utile-a-tutti-i-fini-italiani">Si noti che <a href="https://share.google/veKZcGQrbuNK5Q79k" rel="noopener">Luiss</a> e <a href="https://www.uniroma1.it/en/pagina/international-admissions-chinese-students?utm_source=chatgpt.com" rel="noopener">Sapienza Università di Roma</a> hanno fatto riconoscimento del Gaokao come test di ammissione utile a tutti i fini italiani.</h4><p>*Ringraziamenti: ringrazio il prof. Stefano Paleari di Bergamo, grande servitore dello Stato e sempre prodigo di consigli anche se non condivide certo al 100% il testo; il prof. Gao, grandissimo scienziato di riferimento in Cina; il dottorando S.Chen in visita al Politecnico di Bari; Marco Circella, e l’ing. Domenico Claudio di Vittorio ingegnere Marelli, con lunga esperienza in Cina, per i preziosi commenti al manoscritto. *</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Un pericoloso ritorno al passato nei concorsi universitari</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/pericoloso-ritorno-passato-concorsi-universitari/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/pericoloso-ritorno-passato-concorsi-universitari/</guid><pubDate>Thu, 10 Jul 2025 13:12:00 +0100</pubDate><dc:creator>Società italiana di economia</dc:creator><category>politica-della-ricerca</category><description>Il sistema universitario italiano sta affrontando una profonda e preoccupante trasformazione. Diversi provvedimenti governativi delineano una riforma radicale che rischia di ridimensionare l&amp;amp;rsquo;università pubblica. Questo processo potrebbe favorire il ritorno a poteri accademici locali, con il conseguente rischio di un aggravamento del precariato e dell&amp;amp;rsquo;emigrazione dei cervelli, portando a un ulteriore allontanamento dagli standard internazionali per l&amp;amp;rsquo;università e la ricerca.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2025/pericoloso-ritorno-passato-concorsi-universitari-hero.jpg" type="image/jpeg" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2025/pericoloso-ritorno-passato-concorsi-universitari-hero.jpg" medium="image" type="image/jpeg"/><content:encoded><![CDATA[<p>Il sistema dell’università italiana è al centro di una profonda trasformazione, realizzata con una serie di provvedimenti governativi che intervengono su aspetti differenziati ma che, nell’insieme, delineano una riforma radicale e preoccupante: si prospetta un ridimensionamento dell’università pubblica, la frammentazione del sistema, il ritorno a poteri accademici locali, l’aggravamento del precariato e dell’emigrazione all’estero, un ulteriore allontanamento dagli standard internazionali per l’università e la ricerca.</p>
<p>Nel giugno 2025 è diventato legge il DDL 45/2025 (AC 2420), che ha introdotto le due nuove figure degli incarichi di ricerca e degli incarichi post doc. Si sono moltiplicate così le figure tra la laurea magistrale e i professori associati, con complicate sovrapposizioni che sono destinate ad aggravare ulteriormente il problema del precariato nella ricerca. In parallelo, si prepara la riforma che ridimensiona il CUN, non vengono rinnovati i membri dell’ANVUR, che dovrebbe assumere nuove responsabilità di valutazione, e vengono mantenuti i gravi trattamenti di favore per le università telematiche private. Le nuove assegnazioni del Fondo di finanziamento ordinario per il 2025 rappresentano un miglioramento rispetto ai tagli del 2024, ma delineano ancora il ridimensionamento in termini reali – al netto dell’inflazione, rispetto agli anni precedenti - delle risorse per le università pubbliche, che sarà aggravato a partire dal 2026 dalla fine dei finanziamenti del PNRR. È opportuno ricordare qui che il governatore della Banca d’Italia Fabio Panetta, nelle sue Considerazioni finali del 30 maggio 2025, ha affermato: «In Europa, la spesa universitaria media è pari all’1,3 per cento del PIL; in Italia si ferma all’1. Colmare questo divario rappresenterebbe un investimento lungimirante, attuabile con risorse relativamente contenute».</p>
<p>Gli interventi di maggior portata, destinati a segnare in modo strutturale il sistema universitario del Paese, sono contenuti nel DDL 1518 – attualmente in discussione - sulla <em><a href="https://www.senato.it/service/PDF/PDFServer/BGT/01459425.pdf" rel="noopener">Revisione delle modalità di accesso, valutazione e reclutamento del personale ricercatore e docente universitario</a></em>.</p>
<p>Le nuove procedure per i concorsi universitari prevedono l’abolizione dell’Abilitazione scientifica nazionale (ASN). Per candidarsi ai concorsi di professore ordinario o associato sarà sufficiente dichiarare il possesso di requisiti definiti dal Ministero – in sostanza i titoli che erano richiesti dall’ASN - e non più aver ottenuto l’abilitazione.<br>
L’Abilitazione scientifica nazionale, introdotta nel 2012, nasceva dall’esigenza di assicurare la qualità del reclutamento accademico. In questi anni le modalità della valutazione hanno influenzato le attività di ricerca, soprattutto dei più giovani, indirizzandoli a privilegiare la quantità dei lavori pubblicati sulle riviste di rilievo internazionale, a volte a danno degli aspetti di qualità. Pur con molti problemi, le procedure dell’ASN – con il sorteggio delle Commissioni – avevano contribuito a un maggior respiro internazionale della ricerca, limitato il peso degli interessi universitari locali, ridotto la dipendenza dei giovani ricercatori dai poteri accademici. È possibile ora migliorare le procedure dell’ASN, in particolare con la sostituzione dei titoli come requisiti necessari con un CV redatto secondo un formato internazionale. È incomprensibile che la relazione al DDL 1518 giustifichi l’abolizione dell’ASN con la tesi secondo cui «Si è invece radicata l’aspettativa che questa costituisca una sorta di diritto acquisito alla chiamata di ruolo» (pagina 4).<br>
Il DDL 1518 – con norme ancora poco chiare, e con diverse formulazioni problematiche – reintroduce per i concorsi meccanismi unicamente locali: si forma una commissione giudicatrice con un componente interno e quattro esterni all’ateneo, individuati “previo sorteggio tra i docenti disponibili a livello nazionale” (pagina 8 della relazione): in altre parole per ogni concorso i docenti interessati a far parte di quella specifica commissione dovranno candidarsi a essere sorteggiati. In questo modo si apre alla possibilità di formare commissioni composte da docenti con i legami più stretti con l’ateneo che bandisce il concorso, con un meccanismo che può mettere in secondo piano il riconoscimento della qualità della ricerca.</p>
<p>Il DDL 1518 prevede inoltre – con modalità tutte da definire – la «valutazione, dopo due anni dalla presa di servizio e con cadenza triennale per la durata del rapporto di lavoro, dei vincitori  […] ai fini del computo delle assegnazioni del fondo per il finanziamento ordinario» (pagina 28, art. 4-quater). È difficile immaginare come tale prospettiva di valutazione - che finirebbe per riguardare tutti i nuovi professori e che andrebbe ad aggiungersi alla VQR attuale relativa alle sedi universitarie - possa scoraggiare scelte che privilegino logiche localistiche anziché la qualità della ricerca. Non è definito chi, e con quali criteri, dovrebbe effettuare tale valutazione e come essa influenzerebbe la distribuzione dei fondi agli atenei.<br>
Va inoltre sottolineato che la riforma dei concorsi viene introdotta senza alcuna definizione delle dimensioni del reclutamento che è necessario per il sistema universitario: negli ultimi tre anni è andato in pensione il 10% dei professori ordinari e associati e nell’autunno 2024 il governo ha introdotto il limite del 75% al rinnovo del turnover per i docenti. Oggi il 35% di tutto il personale di ricerca ha posizioni precarie. In questo contesto il problema non è moltiplicare le figure nelle fasi di carriera iniziali, come ha fatto la legge sugli incarichi, ma offrire prospettive di avanzamento agli attuali assegnisti di ricerca e RTDA verso la posizione di Ricercatore Tenure Track (RTT) e riprendere il piano di reclutamento di professori associati.</p>
<p>Su questi interventi del governo la Società italiana di economia ha già preso posizione il 27 maggio 2025 con il documento <em><a href="https://www.scienzainrete.it/articolo/ritorno-al-passato-luniversit%C3%A0/societ%C3%A0-italiana-di-economia/2025-05-28">Un ritorno al passato per l’Università. Le misure del governo sulle nuove figure per i giovani ricercatori e sul passaggio a concorsi universitari locali</a></em>.<br>
Di fronte alle prospettive di interventi di questo tipo, già nell’ottobre 2024 la Rete delle Società Scientifiche aveva pubblicato un documento, sottoscritto da oltre 130 Società Scientifiche e <a href="https://www.scienzainrete.it/articolo/rischi-di-ridimensionamento-delluniversit%C3%A0-e-della-ricerca-lettera-delle-societ%C3%A0">pubblicato da <em>Scienza in rete</em></a>, che sottolineava:</p>
<blockquote>
<p>È necessario che le nuove regole e le risorse per il reclutamento consentano di rinnovare il personale docente di ruolo e ridurre le condizioni di precariato. Sul piano della qualità della ricerca – un tema su cui si è molto insistito negli ultimi anni, anche con l’introduzione dall’Abilitazione scientifica nazionale (ASN) – ci sono preoccupanti segnali di ritorno indietro […]. È necessario che chi insegna all’università sia scelto attraverso adeguati meccanismi di verifica delle competenze. Ulteriori preoccupazioni sul piano della qualità della formazione superiore provengono dall’espansione delle università telematiche private.</p></blockquote>
<p>In questa prospettiva, il DDL 1518 rappresenta un intervento di particolare gravità, che potrebbe avere conseguenze negative di lungo periodo, frammentando il sistema universitario del Paese, peggiorando la qualità della ricerca e il ruolo dell’università italiana. È importante che il mondo dell’università, della ricerca, della scienza e della cultura prenda una posizione critica verso un ritorno al passato di questo tipo, e chieda al Parlamento e al governo di modificare profondamente l’orientamento della riforma dei concorsi universitari.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Recovery Fund: un effetto evidente sulla qualità della produzione scientifica</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/recovery-fund-effetto-evidente-qualita-produzione-scientifica/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/recovery-fund-effetto-evidente-qualita-produzione-scientifica/</guid><pubDate>Wed, 02 Jul 2025 10:11:00 +0100</pubDate><dc:creator>Michele Ciavarella</dc:creator><category>politica-della-ricerca</category><description>A circa quattro anni dall’introduzione del Recovery Fund, un finanziamento straordinario post-COVID, si può tentare qualche analisi di massima sugli effetti dello stesso nella produzione scientifica italiana (ed europea). Mentre gli effetti sulla quantità sembrano poco significativi, emerge un dato interessante: l’incremento del Nature Index Count, che raccoglie il numero di pubblicazioni su circa 140 riviste considerate di alta qualità. L’Italia ha visto un incremento del 10% di questo indice, sostanzialmente invariato dal 2015 al 2019, per effetto delle pubblicazioni del periodo COVID, e un ulteriore aumento di circa il 40% dall’introduzione del PNRR a oggi, mentre paesi come Francia, Germania e USA (dove non risulta un paragonabile incremento di investimenti) hanno un valore di tale indice molto più stabile. La Grecia e la Romania, che hanno anch&amp;amp;rsquo;esse investito fortemente in R&amp;amp;amp;S con il Recovery Fund come l’Italia, confermano l’effetto. Si nota infine che le (ben più economiche, ovviamente) valutazioni bibliometriche dell’ANVUR hanno avuto effetto prevalentemente sulla quantità di pubblicazioni di minore qualità, e infine che costo per pubblicazione di qualità, siamo al momento allineati a Francia, Germania e Cina.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2025/recovery-fund-effetto-evidente-qualita-produzione-scientifica-hero.jpg" type="image/jpeg" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2025/recovery-fund-effetto-evidente-qualita-produzione-scientifica-hero.jpg" medium="image" type="image/jpeg"/><content:encoded><![CDATA[<p>Il PNRR ha incrementato significativamente la percentuale del PIL in R&amp;S in Italia (di circa uno 0,10%, ossia del 20% della spesa pubblica degli anni precedenti, GBARD - Government budget allocations for R&amp;D) anche se la spesa totale in R&amp;S (GERD, Gross Domestic Expenditure on R&amp;D) (circa 1,3%) rimane lontana dai paesi leader mondiali (Israele, Corea del Sud, vedi tabella 1) che come è noto superano il 5%, con economie sviluppate come USA, Giappone, Germania, Svezia e Belgio nell’intervallo 3-4%. L’UE‑27 in generale si posiziona attorno al 2%, con alcune eccezioni come la Germania (3,1%) e la Francia (2,2%). Italia e Spagna sono ampiamente sotto la media, rilevando un’intensità R&amp;S del 1,5 %circa.  La Cina ha un’intensità pari al 2,5 %circa, vicino alla media OCSE. Come è noto, oltre alle carenze degli investimenti pubblici, sono molto forti le carenze della parte privata, per effetto del tessuto industriale prevalentemente costituito da piccole e medie industrie.</p>

<div class="tabella-scorre" role="region" aria-label="Tabella 1" tabindex="0">
<table>
  <thead>
    <tr>
      <th>Paese <img src="data:image/svg&#43;xml;base64,PHN2ZyBjbGFzcz0iZHQtaWNvbiIgZmlsbD0ibm9uZSIgc3Ryb2tlPSJjdXJyZW50Q29sb3IiIHN0cm9rZS13aWR0aD0iMiIgdmlld2JveD0iMCAwIDI0IDI0Ij48cGF0aCBkPSJNNyAxNGw1LTUgNSA1IiAvPjwvc3ZnPg==" alt="" loading="lazy" decoding="async">
</th>
      <th>GBARD (% PIL) <img src="data:image/svg&#43;xml;base64,PHN2ZyBjbGFzcz0iZHQtaWNvbiIgZmlsbD0ibm9uZSIgc3Ryb2tlPSJjdXJyZW50Q29sb3IiIHN0cm9rZS13aWR0aD0iMiIgdmlld2JveD0iMCAwIDI0IDI0Ij48cGF0aCBkPSJNNyAxNGw1LTUgNSA1IiAvPjwvc3ZnPg==" alt="" loading="lazy" decoding="async">
</th>
      <th>Spesa totale GERD (% PIL) <img src="data:image/svg&#43;xml;base64,PHN2ZyBjbGFzcz0iZHQtaWNvbiIgZmlsbD0ibm9uZSIgc3Ryb2tlPSJjdXJyZW50Q29sb3IiIHN0cm9rZS13aWR0aD0iMiIgdmlld2JveD0iMCAwIDI0IDI0Ij48cGF0aCBkPSJNNyAxNGw1LTUgNSA1IiAvPjwvc3ZnPg==" alt="" loading="lazy" decoding="async">
</th>
    </tr>
  </thead>
  <tbody>
    <tr>
      <td>Italia</td>
      <td>0,65%</td>
      <td>1,3%</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>Germania</td>
      <td>0,98%</td>
      <td>3,1%</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>Francia</td>
      <td>0,90%</td>
      <td>2,2%</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>Regno Unito</td>
      <td>0,63%</td>
      <td>1,8%</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>Stati Uniti</td>
      <td>0,72%</td>
      <td>3,4%</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>Giappone</td>
      <td>0,85%</td>
      <td>3,4%</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>Corea del Sud</td>
      <td>1,10%</td>
      <td>5,0%</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>Israele</td>
      <td>1,20%</td>
      <td>6,3%</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>Cina</td>
      <td>0,70%</td>
      <td>2,4%</td>
    </tr>
  </tbody>
</table>
</div>
<p>Tabella1. Spesa pubblica in R&amp;S – GBARD E GERD (% del PIL, 2023). Fonti e riferimenti: OECD Main Science and Technology Indicators (<a href="https://stats.oecd.org/Index.aspx?DataSetCode=MSTI_PUB" rel="noopener">MSTI</a>) e <a href="https://www.oecd.org/en/data/indicators/gross-domestic-spending-on-r-d.html?oecdcontrol-8027380c62-var3=2023" rel="noopener">OECD</a>; UNESCO Institute for Statistics (UIS) <a href="http://uis.unesco.org/en/topic/research-and-development" rel="noopener">UNESCO UIS R&amp;D Data</a>; National Science Foundation (USA) <a href="https://ncses.nsf.gov/interest-areas/research-development" rel="noopener">NSF R&amp;D Statistics</a>; National Science Foundation (USA) - Science and Engineering Indicators NSF S&amp;E Indicators; <a href="https://www.istat.it/tag/ricerca-sviluppo/" rel="noopener">ISTAT (Italia) ISTAT R&amp;S</a>.</p>
<p>Il Recovery Fund, tramite il PNRR 2021-2026, ha destinato una quantità senza precedenti alla R&amp;S italiana, circa 17 mld € complessivi. La maggior parte (9-10 mld €) è andata a Università ed enti di ricerca. Circa 2,3 mld € sono stati orientati a imprese tramite progetti, trasferimento e innovazione. Altri 2,5 mld € hanno agito attraverso incentivi fiscali per favorire investimenti privati in R&amp;I.  Non è semplice rintracciare quale quota del Recovery Fund sia andato in R&amp;S in ogni singolo paese. La Grecia sembra che sia il paese che investito di più, con circa 30mld € complessivi.</p>
<p>La tabella 2 riporta alcuni dei paesi UE che hanno richiesto fondi dal Recovery and Resilience Facility (RRF, anche detto Recovery Fund) in termini percentuali del PIL: Grecia, Romania e Italia sono sopra il 10% del PIL, mentre Francia e Germania intorno al 1%. E’ stato deciso che in Italia fosse destinata forte concentrazione di risorse verso infrastrutture, trasferimento tecnologico e ricerca applicata, con un peso relativamente basso per la ricerca di base nei soli enti pubblici (circa 2,3 mld €).</p>

<div class="tabella-scorre" role="region" aria-label="Tabella 2" tabindex="0">
<table>
  <thead>
    <tr>
      <th>Paese <img src="data:image/svg&#43;xml;base64,PHN2ZyBjbGFzcz0iZHQtaWNvbiIgZmlsbD0ibm9uZSIgc3Ryb2tlPSJjdXJyZW50Q29sb3IiIHN0cm9rZS13aWR0aD0iMiIgdmlld2JveD0iMCAwIDI0IDI0Ij48cGF0aCBkPSJNNyAxNGw1LTUgNSA1IiAvPjwvc3ZnPg==" alt="" loading="lazy" decoding="async">
</th>
      <th>% PIL RRF <img src="data:image/svg&#43;xml;base64,PHN2ZyBjbGFzcz0iZHQtaWNvbiIgZmlsbD0ibm9uZSIgc3Ryb2tlPSJjdXJyZW50Q29sb3IiIHN0cm9rZS13aWR0aD0iMiIgdmlld2JveD0iMCAwIDI0IDI0Ij48cGF0aCBkPSJNNyAxNGw1LTUgNSA1IiAvPjwvc3ZnPg==" alt="" loading="lazy" decoding="async">
</th>
    </tr>
  </thead>
  <tbody>
    <tr>
      <td>Grecia</td>
      <td>16,3%</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>Romania</td>
      <td>12,3%</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>Italia</td>
      <td>11,9%</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>Francia</td>
      <td>1,6%</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>Germania</td>
      <td>0,8%</td>
    </tr>
  </tbody>
</table>
</div>
<p>Tabella 2. Fondi richiesti da alcuni paesi UE nel Recovery and Resilience Facility (RRF, o Recovery Fund) in termini percentuali del PIL (le percentuali sono calcolate rispetto al PIL nominale 2021/2022 di ciascun paese). Fonti: <a href="https://ec.europa.eu/info/business-economy-euro/recovery-coronavirus/recovery-and-resilience-facility_en" rel="noopener">European Commission - Recovery and Resilience Facility</a> e <a href="https://www.governo.it/it/approfondimento/piano-nazionale-ripresa-e-resilienza-pnrr/16913" rel="noopener">Italia PNRR</a>. I fondi effettivamente assegnati sono ovviamente variabili in funzione dello stato di avanzamento della spesa.</p>
<p>In questo breve articolo, vogliamo soffermarci su due indicatori molto globali e come tali da considerare solo per una prima analisi di massima dei possibili effetti del PNRR sulla produzione scientifica, che è a sua volta solo una parte del risultato atteso dal PNRR, ottimisticamente la punta dell’iceberg, anche perché effetti su indicatori affidabili di competitività non sono al momento disponibili. Ci soffermeremo su pochi paesi a noi paragonabili (prevalentemente Francia e Germania) che hanno però notevole differenza nei fondi richiesti nel RRF, aggiungendo confronti con altri (Grecia e Romania) perché invece sono simili in quanto a richieste nel RRF, e infine considerando USA e Cina come riferimenti molto significativi rispettivamente di un paese con qualità e quantità di ricerca ben riconosciuta, e un paese molto emergente. </p>
<h2 id="quantità">Quantità</h2><p>In figura 1 si mostra la crescita del numero totale di pubblicazioni sul database SCOPUS con un autore almeno della nazione indicata nell’anno dato rispetto all’anno 2000, per i paesi a crescita “lenta”. Si nota che Francia e USA hanno un andamento estremamente simile, ossia una situazione sostanzialmente stazionaria dal 2015, con un <a href="https://royalsocietypublishing.org/doi/10.1098/rsos.210389" rel="noopener">piccolo picco per COVID</a>, e la Germania non è molto diversa. Il dato del mondo intero (WORLD) mostra invece una crescita continua, non troppo lontana dall&rsquo;essere lineare. L’Italia mostra una crescita che dal 2012 circa sembra essere più rapida di WORLD, forse per effetto ddell&rsquo;introduzione delle misurazioni bibliometriche per raggiungere le soglie di abilitazione “ASN” a professore di prima o seconda fascia, o in generale le misurazioni VQR di ANVUR che hanno effetto sui finanziamenti alle università, che hanno comportato un aumento anche di autocitazioni, come <a href="https://www.scienzainrete.it/articoli/ricerca-italia-piangiamoci-addosso/">documentato da vari autori</a>. Nel periodo COVID c’è un notevole incremento di pubblicazioni, e poi un plateau che possiamo leggere come recupero del trend precedente. La Grecia è cresciuta di più negli anni 2000, ma poi ha rallentato e si è messa su velocità più simili a noi, anche lei con picco COVID e rallentamento successivo.</p>
<p>Se consideriamo che le nazioni che hanno avuto più Recovery Fund sono Grecia, Romania, Italia, e quelle che ne hanno avuto meno sono Francia e Germania, l’effetto del Recovery Fund è davvero minimo e poco chiaro, nella quantità.  Dalla figura 2, che include anche Romania e Cina, si vede inoltre che questi incrementi sono molto inferiori a quelli della Romania e soprattutto della Cina, <a href="https://www.researchgate.net/publication/385267566_Paradoxical_growth_of_publications_by_authors_from_developing_countries_in_gold_open_access_journals_a_commentary_on_Dr_Cernat%27s_2024_article#:~:text=The%20paradoxical%20growth%20in%20open,science%20practices%20in%20these%20regions." rel="noopener">probabilmente per ragioni diverse</a>, e comunque non dipendenti dal Recovery Fund, perché non correlate con il periodo corrispondente.</p>
<p><img src="https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2025/recovery-fund-effetto-evidente-qualita-produzione-scientifica-body-1.png.webp" srcset="https://www.scienzainrete.it/media/_web/720/articoli/2025/recovery-fund-effetto-evidente-qualita-produzione-scientifica-body-1.png.webp 720w, https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2025/recovery-fund-effetto-evidente-qualita-produzione-scientifica-body-1.png.webp 1280w" sizes="(max-width: 760px) 100vw, 720px" alt="" width="1716" height="1120" loading="lazy" decoding="async">
</p>
<p><img src="https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2025/recovery-fund-effetto-evidente-qualita-produzione-scientifica-body-2.png.webp" srcset="https://www.scienzainrete.it/media/_web/720/articoli/2025/recovery-fund-effetto-evidente-qualita-produzione-scientifica-body-2.png.webp 720w, https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2025/recovery-fund-effetto-evidente-qualita-produzione-scientifica-body-2.png.webp 1280w" sizes="(max-width: 760px) 100vw, 720px" alt="Figura 1. La crescita del numero totale di pubblicazioni con un autore almeno della nazione x rispetto all’anno 2000, per i paesi a crescita “lenta”" width="1716" height="1122" loading="lazy" decoding="async">
</p>
<p class="didascalia">Figura 1. La crescita del numero totale di pubblicazioni con un autore almeno della nazione x rispetto all’anno 2000, per i paesi a crescita “lenta”. Fonte: SCOPUS.</p>

<p class="didascalia">Figura 2. La crescita del numero totale di pubblicazioni con un autore almeno della nazione x rispetto all’anno 2000, per i paesi a crescita “lenta” e “veloce” (si sono aggiunti Cina e Romania). Fonte: SCOPUS.</p>

<p>Si possono riassumere questi trend di crescita nella seguente tabella 3.</p>

<div class="tabella-scorre" role="region" aria-label="Tabella 3" tabindex="0">
<table>
  <thead>
    <tr>
      <th>Paese <img src="data:image/svg&#43;xml;base64,PHN2ZyBjbGFzcz0iZHQtaWNvbiIgZmlsbD0ibm9uZSIgc3Ryb2tlPSJjdXJyZW50Q29sb3IiIHN0cm9rZS13aWR0aD0iMiIgdmlld2JveD0iMCAwIDI0IDI0Ij48cGF0aCBkPSJNNyAxNGw1LTUgNSA1IiAvPjwvc3ZnPg==" alt="" loading="lazy" decoding="async">
</th>
      <th>Valore <img src="data:image/svg&#43;xml;base64,PHN2ZyBjbGFzcz0iZHQtaWNvbiIgZmlsbD0ibm9uZSIgc3Ryb2tlPSJjdXJyZW50Q29sb3IiIHN0cm9rZS13aWR0aD0iMiIgdmlld2JveD0iMCAwIDI0IDI0Ij48cGF0aCBkPSJNNyAxNGw1LTUgNSA1IiAvPjwvc3ZnPg==" alt="" loading="lazy" decoding="async">
</th>
    </tr>
  </thead>
  <tbody>
    <tr>
      <td>Grecia</td>
      <td>4,036</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>Francia</td>
      <td>1,99</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>Germania</td>
      <td>2,33</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>Italia</td>
      <td>3,69</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>World</td>
      <td>3,38</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>USA</td>
      <td>2,02</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>Romania</td>
      <td>6,71</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>Cina</td>
      <td>24</td>
    </tr>
  </tbody>
</table>
</div>
<p>Tabella 3. Crescita di numero di pubblicazioni nei vari paesi (o nel mondo) nel periodo 2000-2024. Fonte: SCOPUS.</p>
<h2 id="misurazione-delle-qualità">Misurazione delle qualità</h2><p>Si è ritenuto che una misurazione della qualità delle pubblicazioni, abbastanza riconosciuto, sia il Nature index count. Il Nature Index traccia le pubblicazioni scientifiche in cui almeno un autore appartenga alla nazione data, in una selezione di circa 145 riviste scientifiche di alta qualità, scelte da un comitato indipendente, coprendo aree come: scienze fisiche; scienze della vita; chimica; scienze della terra e ambientali. I dati <a href="https://www.nature.com/nature-index/" rel="noopener">sono disponibili qui</a> solo a partire dal 2015.  Inizialmente, il Nature Index si concentrava su 64 riviste di scienze naturali. Nel 2018, il numero di riviste di scienze naturali è stato aumentato a 82. Nel 2023, sono state aggiunte 64 riviste di scienze della salute, per un totale attuale di 146 riviste. Siccome però faremo analisi comparative tra varie nazioni, questo effetto di aumento delle riviste considerate dall’indice è statisticamente simile per tutte le nazioni, e non impedisce di valutare il trend.</p>
<p>La figura 3 riporta che evidentemente i valori assoluti sono abbastanza stabili di massima per molte nazioni, con l’eccezione della Cina, che ha visto una crescita vertiginosa.</p>
<p><img src="https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2025/recovery-fund-effetto-evidente-qualita-produzione-scientifica-body-3.png.webp" srcset="https://www.scienzainrete.it/media/_web/720/articoli/2025/recovery-fund-effetto-evidente-qualita-produzione-scientifica-body-3.png.webp 720w, https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2025/recovery-fund-effetto-evidente-qualita-produzione-scientifica-body-3.png.webp 805w" sizes="(max-width: 760px) 100vw, 720px" alt="Figura 3. Valore del Nature index count (numero di pubblicazioni sulle riviste più di qualità) dal 2015 al 2024 per le 6 nazioni in legenda" width="805" height="530" loading="lazy" decoding="async">
</p>
<p class="didascalia">Figura 3. Valore del Nature index count (numero di pubblicazioni sulle riviste più di qualità) dal 2015 al 2024 per le 6 nazioni in legenda.</p>

<p>Per poter vedere meglio il valore della crescita, si è quindi diagrammato il valore rispetto all’anno 2015, che è il primo anno per il cui il dato è disponibile, ottenendo la figura 4. Tralasciando il caso della Cina, si vede anche che l’Italia ha un andamento molto simile a quello degli altri paesi presi a riferimento, e piuttosto costante, fino al 2020. Poi c’è una piccola crescita nel 2021 (dovuta probabilmente all’effetto COVID), e poi una molto più significativa crescita successiva, che parrebbe associata all’effetto dei finanziamenti PNRR. Si conferma la correlazione con il Recovery Fund perché anche la Grecia e la Romania riportano lo stesso effetto, leggermente inferiore per la Grecia, mentre maggiore per la Romania, e tuttavia i loro due dati sono meno affidabili e statisticamente significativi, perché i numeri relativi sono inferiori, come dimostrano le oscillazioni dell’indice.</p>
<p><img src="https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2025/recovery-fund-effetto-evidente-qualita-produzione-scientifica-body-4.png.webp" srcset="https://www.scienzainrete.it/media/_web/720/articoli/2025/recovery-fund-effetto-evidente-qualita-produzione-scientifica-body-4.png.webp 720w, https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2025/recovery-fund-effetto-evidente-qualita-produzione-scientifica-body-4.png.webp 805w" sizes="(max-width: 760px) 100vw, 720px" alt="" width="805" height="530" loading="lazy" decoding="async">
</p>
<p><img src="https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2025/recovery-fund-effetto-evidente-qualita-produzione-scientifica-body-5.png.webp" srcset="https://www.scienzainrete.it/media/_web/720/articoli/2025/recovery-fund-effetto-evidente-qualita-produzione-scientifica-body-5.png.webp 720w, https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2025/recovery-fund-effetto-evidente-qualita-produzione-scientifica-body-5.png.webp 805w" sizes="(max-width: 760px) 100vw, 720px" alt="Figura 4. Valore della crescita del Nature index count (numero di pubblicazioni sulle riviste più di qualità) dal 2015 al 2024 per 5 nazioni in legenda, rispetto al valore…" width="805" height="528" loading="lazy" decoding="async">
</p>
<p class="didascalia">Figura 4. Valore della crescita del Nature index count (numero di pubblicazioni sulle riviste più di qualità) dal 2015 al 2024 per 5 nazioni in legenda, rispetto al valore dell’anno 2015.</p>

<p class="didascalia">Figura 5. Correlazione tra Nature Index Count (numero di pubblicazioni sulle riviste più di qualità) nel 2024 per 5 nazioni in legenda, rispetto alla spesa totale in R&amp;S (in trilioni di US$, ossia migliaia di miliardi) nello stesso anno.</p>

<p>In figura 5 si mostra infine che l’Italia, Francia, Germania e Cina si allineano quasi su una retta di proporzionalità tra spesa in R&amp;S (totale) e Nature Index Count, mentre gli USA sembrano meno efficienti perché hanno un costo per pubblicazione evidentemente maggiore. Se si diagrammasse il numero totale di papers invece (non riportato per brevità), il risultato sarebbe simile, ma l’Italia mostrerebbe un numero un po&rsquo; superiore a quanto atteso dalla spesa per le altre tre nazioni prese a riferimento, per effetto della superiore quantità già discussa in precedenza, che sembra mostrare quindi una coda eccessiva di pubblicazioni di qualità inferiore.  </p>
<h2 id="leffetto-pnrr-e-le-scelte-future">L&rsquo;effetto PNRR e le scelte future</h2><p>L’Italia nel periodo di azione del PNRR ha una produzione scientifica che quantitativamente segue dei trend già esistenti, ma mostra un incremento molto significativo e netto della qualità, misurata dal Nature index count. Il dato pare interessante e di rilievo anche perché non trova corrispettivo in paesi come Francia, Germania e USA, che hanno un valore di tale indice molto più stabile, mentre invece trova conferma nella Grecia e nella Romania, che hanno elevato Recovery Fund come l’Italia, e investito in R&amp;S anche più dell’Italia (almeno nel caso della Grecia). Come mostrato nella figura 5, sembrerebbe tuttavia che, almeno per tre paesi europei paragonabili come Francia Italia e Germania, e la Cina, il Nature Index Count sia quasi proporzionale alla spesa in R&amp;S. Questo suggerisce che occorre sostenere investimenti intensi se vogliamo avvicinare per esempio paesi come Francia e Germania.</p>
<p>Il PNRR ha dato fiato alla ricerca tuttavia con un input molto concentrato e con contratti a tempo, e il suo effetto positivo anche su ricerca di qualità potrebbe ora recedere nel caso si torni, come è probabile, ai livelli di finanziamento molto inferiori precedenti.  Quindi la scelta che l’Italia possa pesare di più nella produzione scientifica di qualità è una scelta puramente politica e di investimenti, anche perché al momento, che come costo per pubblicazione di qualità, siamo al momento allineati a Francia, Germania e Cina. Da un punto di vista politico da questa breve indagine emerge anche un’altra indicazione interessante, ossia che le valutazioni bibliometriche dell’ANVUR non sembrano aver avuto effetto sulla quantità di pubblicazioni di qualità, mentre invece potrebbero averlo avuto sulla quantità complessiva, e quindi ovviamente sembrano meno globalmente efficaci da questo punto di vista, anche se ovviamente estremamente più economiche.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>PNRR e precariato: una lettera aperta per salvare la ricerca</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/pnrr-precariato-lettera-aperta-salvare-ricerca/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/pnrr-precariato-lettera-aperta-salvare-ricerca/</guid><pubDate>Thu, 19 Jun 2025 15:55:00 +0100</pubDate><category>politica-della-ricerca</category><description>Pubblichiamo l&amp;amp;rsquo;appello urgente che ricercatori e ricercatrici PNRR lanciano alle istituzioni per evitare l’espulsione di massa dal sistema universitario: serve un piano straordinario di reclutamento per garantire continuità, valorizzare le competenze e tutelare il futuro della ricerca pubblica.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2025/pnrr-precariato-lettera-aperta-salvare-ricerca-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2025/pnrr-precariato-lettera-aperta-salvare-ricerca-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p><em>Onorevole Ministro Bernini,<br>
Onorevole Presidente del Consiglio Meloni,<br>
Onorevoli Membri della 7ª Commissione permanente (Cultura e patrimonio culturale, istruzione pubblica, ricerca scientifica, spettacolo e sport) della Camera dei Deputati e del Senato della Repubblica,<br>
Onorevoli Parlamentari della Repubblica Italiana,</em></p>
<p>Siamo i ricercatori e le ricercatrici a tempo determinato assunti nelle Università italiane nell’ambito del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza, PNRR [1], di seguito denominati RTDa PNRR. Vi scriviamo per condividere con voi la nostra sentita preoccupazione riguardo al nostro prossimo futuro e per cercare di convergere assieme su possibili soluzioni, per far sì che il PNRR non diventi la pietra tombale delle nostre carriere, già precarie ancora prima del suo avvio. </p>
<p>Come noto, la maggior parte dei nostri contratti scadrà nel giro di meno di un anno (tra fine 2025 e inizio 2026). Purtroppo, la congiuntura tra la riduzione effettiva del Fondo di Finanziamento Ordinario (FFO) alle Università e l’aumento dei costi del monte stipendi, legato all’ultimo adeguamento salariale all’inflazione, ha messo in grave difficoltà economica tutti gli Atenei Italiani. Questo ha determinato una rimodulazione sostanziale della programmazione, portando a una paralisi del sistema dei concorsi per posti da strutturato e, di fatto, a un blocco del turnover. Questo accade proprio nel momento in cui i nostri contratti si avvicinano inesorabilmente alla loro scadenza, materializzando il rischio effettivo di un&rsquo;espulsione in massa di un’intera generazione di ricercatori universitari. La maggior parte di noi vanta un’esperienza pluriennale (se non decennale) nel sistema della ricerca e della didattica universitaria, maturata adempiendo con responsabilità a quanto richiesto negli anni dagli Atenei, in attesa di opportunità di stabilizzazione, ovviamente basate sulla valutazione del percorso scientifico e professionale.</p>
<p>L’attuale situazione ci pone in una condizione di forte incertezza, lasciandoci di fatto due sole alternative: investire (o reinvestire) le nostre maturate competenze all’estero, oppure abbandonare definitivamente il percorso accademico, con la forte probabilità di attraversare un periodo più o meno lungo senza lavoro. È importante sottolineare come questa dinamica rappresenti un vero e proprio paradosso economico per il nostro Paese: da un lato, lo Stato ha investito ingenti risorse nella nostra formazione; dall’altro, ha introdotto misure fiscali per favorire il “rientro dei cervelli”, di cui molti di noi hanno beneficiato, tornando in Italia proprio per contribuire ai progetti legati al PNRR. Se non ci venisse data la possibilità di mettere a frutto queste competenze sul territorio nazionale, tale investimento si tradurrebbe in un enorme spreco di denaro pubblico. Inoltre, l’interruzione dei nostri contratti ci costringerebbe, in molti casi, a ricorrere al sussidio di disoccupazione, generando un ulteriore costo per lo Stato, che potrebbe invece essere impiegato per garantire la continuità delle nostre carriere.</p>
<p>A questo si aggiunge il recente bando da 50 milioni di euro pubblicato dal MUR interamente destinati ad incentivare l’arrivo in Italia di ricercatori risultati in passato vincitori di bandi ERC e attualmente impegnati all’estero ([2]), ai quali vengono promessi ambienti dotati di infrastrutture all’avanguardia. Queste infrastrutture sono state in gran parte acquisite con i fondi PNRR, attraverso progetti ai quali noi RTDa PNRR abbiamo dedicato tre anni di lavoro, spesso permettendo la messa in opera delle strumentazioni e/o delle infrastrutture digitali. Eppure, alla fine di questi progetti, saremo noi ad essere spinti fuori dal mondo accademico o indotti a emigrare/tornare all’estero.</p>
<p>La nostra espulsione dall’accademia non sarebbe solo un evento drammatico per le nostre vite e per le nostre carriere, ma rappresenterebbe anche un grave problema per la tenuta dell&rsquo;intero sistema universitario italiano. Infatti, il rapporto tra numero di docenti e di studenti universitari in Italia è di gran lunga tra i più bassi d’Europa (si vedano ad esempio i dati dell’Organisation for Economic Cooperation and Development [3], con circa 22 studenti per docente in Italia a fronte di una media europea di circa 14 studenti per docente). Una riduzione del personale non potrebbe che far aggravare questa già difficile situazione.</p>
<p>Per evitare che la fine del PNRR si traduca nella fine delle nostre carriere, in contrasto peraltro con i principi alla base del PNRR, che tra i suoi obiettivi ha quello della Ripresa,<br>
chiediamo:</p>
<ul>
<li>l’immediata attuazione di un piano straordinario di reclutamento che consenta di bandire un numero di contratti da ricercatore in tenure track, così come definiti dall’attuale versione dell’art. 24, comma 3, lett. a, della Legge n. 240/2010 (ovvero come modificato dal Decreto Legge n. 36/2022; di seguito denominati RTT) uguale a quello dei contratti RTDa attualmente in essere;</li>
<li>che vengano garantite risorse adeguate al fine di consentire il passaggio a Professore Associato a partire dal secondo anno di contratto per i titolari di Abilitazione Scientifica Nazionale, in accordo con la normativa vigente ([4]), tenuto conto dei 3 anni di prestato servizio come RTDa e delle altre posizioni precarie precedentemente ricoperte (come, ad esempio, gli assegni di ricerca).</li>
</ul>
<p>Ribadiamo che l’attivazione del piano deve avvenire nell’immediato. Infatti, anche nell’ipotesi di un incremento sostanziale del FFO da parte del MUR a sostegno della programmazione 2026, nel lasso di tempo necessario affinché le posizioni da RTT vengano effettivamente bandite e si tengano i concorsi, la maggior parte dei nostri contratti sarà scaduta già da tempo. Proponiamo inoltre che i canali per chiamata diretta attualmente destinati al reclutamento di professori e ricercatori “stabilmente impegnati all&rsquo;estero in attività di ricerca o insegnamento a livello universitario” siano allargati anche a coloro che abbiano già svolto periodi di almeno tre anni all’estero e siano rientrati in Italia attraverso bandi PNRR o simili.</p>
<p>Siamo tuttavia più che disponibili a valutare anche altre possibili soluzioni che permettano di dare continuità e prospettive adeguate alle nostre carriere, in un’ottica di reciproca collaborazione per l’immediata risoluzione del problema.</p>
<p>Riteniamo inoltre che tale piano straordinario non debba riguardare solamente chi è stato assunto nell’ambito del PNRR, ma tutti gli RTDa attualmente attivi o di recente scadenza (come ad esempio gli RTDa PON) e che questo dovrebbe avvenire nel quadro più generale di un programma di riassorbimento del precariato universitario.</p>
<p>A tal proposito, chiediamo la convocazione con urgenza di un tavolo di confronto con il Ministero, che includa la presenza di sindacati ed associazioni di categoria (ADI, ARTeD, ecc…), per trovare rapidamente delle soluzioni condivise che tengano conto delle necessità di tutto il precariato universitario.</p>
<p>Siamo convinti che investire nella ricerca pubblica e nella didattica universitaria sia fondamentale per poter costruire un sistema che sia davvero resiliente rispetto a situazioni di crisi su vasta scala. L’Università può rappresentare un volano per il paese solamente se adeguatamente finanziata. Se questo momento di crisi dovesse portare all’estinzione di massa dei ricercatori precari che, ad oggi, permettono il funzionamento dell’Accademia, l’Università italiana ne risulterebbe danneggiata in maniera irreversibile. Questa grave sconfitta comprometterebbe il futuro dell’intero Paese, limitandone le prospettive di sviluppo e riducendolo ad una condizione di subalternità nel difficile momento storico che il mondo si trova ad affrontare. Per rispondere in modo davvero resiliente alle sfide difficili che ci attendono ed evitare l’ennesima diaspora di ricercatori italiani, crediamo che sia essenziale investire sui pilastri fondamentali della crescita e dello sviluppo: lavoro, ricerca e istruzione.</p>
<p>Firmato,<br>
<em>i Ricercatori e le Ricercatrici a Tempo Determinato PNRR<br>
e altre figure accademiche a supporto (<a href="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2025/pnrr-precariato-lettera-aperta-salvare-ricerca-elenco-firme-17.06.2025.pdf">firme in allegato</a>)</em></p>
<p>Note:<br>
[1] ai sensi dell’art. 24, comma 3, lett. a, della Legge n. 240/2010 nel testo vigente prima della data<br>
di entrata in vigore della legge di conversione del Decreto-Legge n. 36/2022.<br>
[2] Decreto Direttoriale n. 72 del 07-04-2025 (<a href="https://www.mur.gov.it/it/atti-e-normativa/decretodirettoriale-n-72-del-07-04-2025" rel="noopener">https://www.mur.gov.it/it/atti-e-normativa/decretodirettoriale-n-72-del-&hellip;</a>).<br>
[3] OECD: Students per teaching staff (<a href="https://www.oecd.org/en/data/indicators/students-perteaching-staff.html?oecdcontrol-8476e61c3c-var6=TRY" rel="noopener">https://www.oecd.org/en/data/indicators/students-perteaching-staff.html?&hellip;</a>).<br>
[4] si veda il Decreto-Legge n. 36/2022, articolo 14, comma 6-duodevicies. Si noti che il predetto comma potrebbe dover necessitare di integrazioni/modifiche per poter andare in deroga oltre la scadenza del 31 dicembre 2026.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Ricerca negli USA: il valore della collaborazione internazionale</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/ricerca-usa-valore-collaborazione-internazionale/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/ricerca-usa-valore-collaborazione-internazionale/</guid><pubDate>Thu, 19 Jun 2025 08:27:00 +0100</pubDate><dc:creator>Lucio Miele</dc:creator><category>ricerca-scientifica</category><description>È periodo di cerimonie di laurea negli Stati Uniti, che però rischiano di perdere la loro leadership nella ricerca biomedica. I tagli ai fondi e il clima politico ostile minacciano un modello fondato sull&amp;amp;rsquo;inclusione e sull’eccellenza globale, con effetti che potrebbero essere incalcolabili, tanto per la scienza (e quella autentica non ha frontiere) quanto per la società.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2025/ricerca-usa-valore-collaborazione-internazionale-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2025/ricerca-usa-valore-collaborazione-internazionale-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>È tempo di cerimonie di laurea, qui negli Stati Uniti. Università pubbliche e private in tutto il paese celebrano i propri neo-laureati, laureati magistrali e dottori di ricerca (Philosophiae Doctor o PhD, il titolo di studio più avanzato). Chiunque partecipi a una di queste cerimonie può constatare che sia studenti sia docenti provengono da paesi di tutto il mondo. Circa la metà dei PhD e il 29% dei medici che conducono attività di ricerca negli Stati Uniti <a href="https://www.pbs.org/newshour/health/new-study-shows-1-in-6-u-s-health-care-workers-are-immigrants" rel="noopener">sono immigrati</a>. Il 50-70% dei ricercatori post-dottorali (postdoctoral fellows) nel nostro paese sono immigrati. Dopo l’esperienza americana, molti ritornano ai paesi di origine, ma molti restano – e spesso raggiungono posizioni di leadership in un sistema che è  fondamentalmente meritocratico e attribuisce fondi in modo rigorosamente competitivo.</p>
<p>Questa massa critica di scienziati di culture diverse è essenziale al successo della ricerca americana. Ciò è vero per molte discipline e in particolare per il mio campo, la ricerca biomedica, che si sta evolvendo verso il “team science”, scienza di squadra, in cui grandi coalizioni di scienziati perseguono obiettivi che sarebbero impossibili per un gruppo di ricerca limitato a un solo laboratorio o a una sola istituzione. Basti pensare a progetti come il programma di medicina di precisione <a href="https://www.researchallofus.org/data-tools/data-snapshots/" rel="noopener">All of Us</a>, che si propone di reclutare un milione o più partecipanti per creare il database clinico e molecolare più grande del mondo (siamo a quota 863.000). I partecipanti a “All of Us” hanno inoltre l’opportunità di partecipare a ulteriori studi, come il <a href="https://commonfund.nih.gov/nutritionforprecisionhealth" rel="noopener">Nutrition for Precision Health</a> (Nutrizione per una salute di precisione), che studia le differenze individuali nella risposta alla dieta in 10.000 volontari. Lo studio <a href="https://recovercovid.org/" rel="noopener">RECOVER</a>, che si prefigge di stabilire le cause, la patogenesi e il trattamento per il Long COVID, la temuta serie di proteiformi complicazioni croniche cui vanno incontro numerosi pazienti dopo il COVID, è una collaborazione tra decine di università che ha reclutato finora circa 30.000 soggetti tra adulti, pazienti pediatrici e donne in gravidanza. Questi studi richiedono la partecipazione di centinaia di esperti multidisciplinari, dalla medicina clinica alla biologia molecolare all’informatica. Il <em>brain trust</em>, il patrimonio di talento necessario per studi come questi sarebbe molto difficile se non impossibile da raccogliere senza la partecipazione di ricercatori venuti da tutto il mondo.</p>
<p>Questo modello è oggi in pericolo. Le proposte di drastici tagli al finanziamento pubblico della ricerca e il pesante clima politico in cui le università sono costrette a operare rischiano di avere effetti negativi sia sull’interesse di ricercatori stranieri a venire negli Stati Uniti sia sull’interesse di studenti americani a intraprendere carriere scientifiche. Un recente <a href="https://www.science.org/doi/10.1126/science.adz3915" rel="noopener">editoriale</a> di <em>Science</em>, una delle più prestigiose riviste scientifiche del mondo,  a firma dell’editor-in-chief Holden Thorpe, scrive tra l’altro che «The United States will no longer have the same window into the technologies of the future» (gli Stati Uniti non avranno più la stessa vista sulle tecnologie del futuro). Gli Stati Uniti hanno prodotto innovazioni tecnologiche che hanno definito il mondo moderno, dall’internet all’intelligenza artificiale. Queste innovazioni sono fondate sulla ricerca di base finanziata pubblicamente. </p>
<p>Se gli Stati Uniti dovessero rinunciare alla propria leadership scientifica internazionale, gli effetti globali potrebbero essere incalcolabili. Un esempio per tutti: Zhang Yongzhen, lo scienziato cinese che nel gennaio 2020 condivise per primo la sequenza del genoma del SARS-CoV-2 su un sito pubblico ospitato dai National Institutes of Health (NIH) a Bethesda e aperto a ricercatori di tutto il mondo. Letteralmente poche ore dopo la condivisione scienziati alla Moderna negli Stati Uniti stavano disegnando il loro futuro vaccino ispirandosi alle scoperte di un’immigrata ungherese, Katalin Karikò.  Allo stesso tempo, scienziati della BionTech, guidata da immigrati turchi in Germania, disegnavano il futuro vaccino Pfizer. L’esistenza di una comunità scientifica collaborativa internazionale, con uno scambio aperto di informazioni, ha permesso un’impresa scientifica e medica senza precedenti. Ma il coraggio del dottor Zhang non è stato premiato dal suo governo. Anzi, Zhang <a href="https://edition.cnn.com/2024/04/30/china/zhang-yongzhen-china-scientist-protest-intl-hnk-scn" rel="noopener">è stato licenziato</a> e privato del suo laboratorio di ricerca, con vari pretesti, per aver condiviso dati che avrebbero salvato milioni di vite umane. Il controllo politico su questi dati avrebbe ritardato la risposta globale alla pandemia, costando vite umane in tutto il mondo.</p>
<p>Quando giunsi negli Stati Uniti nell’ormai lontano gennaio 1986, per perseguire una fellowship in genetica all’NIH, il Presidente Reagan dipingeva il nostro Paese come «a shining city on the hill», una città scintillante sulla collina, un ovvio riferimento ai centri della civiltà classica che hanno ispirato sia le istituzioni sia l’architettura di Washington: Roma e Atene. E per la ricerca biomedica, il paragone era appropriato. Il campus dell’NIH a Bethesda dava l’impressione di essere al centro del mondo scientifico. Si potevano scambiare idee con premi Nobel in caffetteria e ascoltare seminari dai più grandi scienziati del mondo praticamente ogni giorno. Migliaia di ricercatori dediti esclusivamente alla ricerca biomedica lavoravano giorno e notte per il bene dell’umanità, senza scopi di lucro. Quell’esperienza inimitabile cambiò la mia carriera e la mia vita, come quelle di migliaia di ricercatori di tutto il mondo. La grandezza dell’NIH risiedeva - e risiede tuttora - proprio nel suo carattere internazionale e apolitico, che si trasmette alle istituzioni accademiche sostenute da fondi NIH.</p>
<p>Quando la politica - di qualunque colore - ha cercato in passato di imporre alla scienza bavagli ideologici, i risultati sono stati catastrofici. Stalin, per esempio, detestava la genetica, a suo dire scienza “borghese”. Trovò un entusiastico seguace nel biologo “alternativo” Trofim Lysenko. Lysenko, basando le proprie ipotesi pseudoscientifiche sull’ideologia comunista, tentò di dimostrare che il grano può essere “addestrato” a crescere in condizioni sfavorevoli senza selezione genetica. Il risultato fu un colossale fallimento, con raccolti perduti e una grave carestia nell’Unione Sovietica. D’altro canto, l’eugenica, pseudoscienza nata in Gran Bretagna ed esportata negli Stati Uniti e in Germania, fu usata per giustificare il razzismo e il nazismo. La genetica moderna ha completamente sfatato questa pseudoscienza.</p>
<p>La scienza autentica, che usa esclusivamente l’evidenza per valutare le proprie teorie ed è pronta a rivedere qualunque teoria se l’evidenza lo richiede, è un valore universale e un patrimonio dell’umanità.</p>
<p>Una ingloriosa ritirata degli Stati Uniti dal ruolo di leader della ricerca biomedica internazionale sarebbe una calamità, non solo per la scienza ma per la società. La speranza è che il buon senso prevalga e che la “shining city on the hill” ritorni presto a brillare per il bene dell’umanità.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Difendiamo le università dagli assalti trumpiani, ma ripensiamo il loro ruolo sociale</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/difendiamo-universita-assalti-trumpiani-ripensiamo-loro-ruolo-sociale/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/difendiamo-universita-assalti-trumpiani-ripensiamo-loro-ruolo-sociale/</guid><pubDate>Fri, 13 Jun 2025 08:00:00 +0100</pubDate><dc:creator>Luigi Marengo</dc:creator><category>societa</category><description>I provvedimenti dell’amministrazione Trump contro il sistema universitario e della ricerca sono una inaccettabile violazione della libertà di ricerca e insegnamento. Ma c’è da chiedersi perché queste politiche abbiano un ampio consenso in una parte rilevante dell’opinione pubblica americana: una ragione profonda ha a che vedere con la crescente polarizzazione sociale della società americana e vede nelle università, soprattutto quelle più prestigiose, uno dei fattori che hanno ad essa contribuito.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2025/difendiamo-universita-assalti-trumpiani-ripensiamo-loro-ruolo-sociale-hero.jpg" type="image/jpeg" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2025/difendiamo-universita-assalti-trumpiani-ripensiamo-loro-ruolo-sociale-hero.jpg" medium="image" type="image/jpeg"/><content:encoded><![CDATA[<p>Inizio con una premessa fondamentale: i provvedimenti dell’amministrazione Trump contro il sistema universitario e della ricerca sono un&rsquo;inaccettabile violazione della libertà di ricerca e insegnamento, una grave minaccia alla libera circolazione delle idee, e sono anche una manifestazione di miope stupidità di un’amministrazione che sembra non comprendere il ruolo che queste università (anche e soprattutto grazie alla loro apertura internazionale) hanno avuto nella costruzione della potenza tecnologica, economica, militare e culturale degli Stati Uniti. Harvard, Princeton, Stanford e le altre più prestigiose università sono state e sono tuttora un pilastro fondamentale su cui poggia la “grandezza” americana che Trump dice di voler rilanciare.</p>
<p>Fatta questa premessa c’è però da chiedersi perché queste politiche sconsiderate abbiano un ampio consenso in una parte rilevante dell’opinione pubblica americana. Queste università sono viste come luoghi principali dell’elaborazione del pensiero progressista e della cultura woke, operano in un contesto globale che supera i confini nazionali e, pur con non pochi limiti, lasciano i propri docenti e studenti liberi di esprimere un pensiero critico anche radicale. Quindi queste università incarnano tutto ciò che l’America trumpiana e i suoi adepti odiano maggiormente e di cui desiderano liberarsi.</p>
<p>Esiste però anche un altro motivo più profondo che ha a che vedere con la crescente polarizzazione della società americana e che vede nelle università, soprattutto quelle più prestigiose, uno dei fattori che hanno ad essa contribuito. Purtroppo questa visione ha un fondamento: anche il sistema universitario ha dato il suo contributo al crescere della disuguaglianza e della frammentazione sociale della società americana. </p>
<p>È noto che il successo di Trump (come quello delle destre populiste europee) è ampiamente legato alla insoddisfazione e rabbia di una parte consistente della popolazione nei confronti della crescente disuguaglianza sociale. Negli USA e in generale nell’Occidente l’ascensore sociale si è fondamentalmente bloccato negli ultimi quarant&rsquo;anni. Per gli USA esistono molti studi che certificano questo fenomeno. Per esempio <a href="https://www.science.org/doi/10.1126/science.aal4617" rel="noopener">questo</a>, del 2017, mostra che a partire dal 1984 negli USA è crollata la <em>absolute income mobility</em>, cioè la frazione di figli che guadagnano più dei loro genitori. Branko Milanovic ha messo in evidenza la drammatica riduzione della quota di reddito e ricchezza che va alla classe media occidentale (<em>Ingiustizia globale. Migrazioni, disuguaglianze e il futuro della classe media</em>, LUISS University Press, 2017) , mentre Thomas Piketty (<em>Il capitale nel XXI secolo</em>, Bompiani, 2018) ha mostrato la crescita della quota che va a un ristretto gruppo di super-ricchi (l’1% più ricco della popolazione).</p>
<p>Questa panne dell’ascensore sociale ha molte cause: riforme fiscali e del welfare fortemente regressive, cambiamento tecnologico, globalizzazione, migrazioni, ecc. ma le università, e in particolare quelle di élite, non sono esenti da responsabilità.</p>
<p>Sono almeno tre i fattori che determinano queste responsabilità: 1) le top universities americane (le 8 della cosiddetta Ivy League¹, più Stanford, MIT, Duke e Chicago) ammettono in proporzione molti più studenti provenienti dalle classi più agiate; 2) il rapporto tra i redditi dei laureati di queste università e il reddito medio della popolazione è notevolmente cresciuto; 3) la ricerca svolta in queste università ha avuto un ruolo importante nel promuovere un cambiamento tecnologico che ha effetti negativi sull’uguaglianza sociale.</p>
<p>Per quanto riguarda il primo fattore, Raj Chetty, David Deming e John Friedman <a href="https://opportunityinsights.org/wp-content/uploads/2023/07/CollegeAdmissions_Paper.pdf" rel="noopener">mostrano</a> che studenti provenienti da famiglie appartenenti all’1% più ricco della popolazione hanno una probabilità doppia di essere ammessi in una delle 12 università top rispetto a studenti della classe media con la stessa qualificazione accademica. Questa differenza si spiega con l’altissimo costo dell’ammissione (solo in parte compensato da borse di studio e prestiti sull’onore), con la preferenza che le università accordano a studenti imparentati con ex-allievi della stessa università e con l’importanza per l’ammissione delle attività extra-curriculari e sportive che sono tipicamente più frequenti nei curricula di studenti provenienti da famiglie agiate. </p>
<p>Se esiste questo divario a parità di performance accademica, è peraltro noto da tempo che esiste anche un profondo divario tra le classi sociali nella performance accademica stessa. Per esempio Garcia e Weiss <a href="https://files.epi.org/pdf/132500.pdf" rel="noopener">mostrano</a> che questi divari compaiono molto presto (fin dalla scuola materna e elementare) e persistono in tutta la carriera degli studenti. Nemmeno un maggiore coinvolgimento dei genitori nei processi educativi sembra poter ovviare a questi divari, che sono innanzitutto imputabili ai differenziali nella qualità delle scuole e del corpo docente. È noto che uno dei primi fattori che determinano la scelta del luogo di residenza di una giovane coppia statunitense è la reputazione delle scuole limitrofe e che le scuole migliori tendono a essere in aree in cui il prezzo delle case è più alto.</p>
<p>Pertanto le università non fanno altro che rafforzare ulteriormente una divaricazione tra classi sociali che inizia già nei primi anni di scuola. Ma al contrario le università potrebbero fare qualcosa per contrastare questa divaricazione. Interessante a questo proposito è stata l’iniziativa intrapresa nel 2001 da Sciences Po, una prestigiosa grande école francese, di ammettere una quota di studenti provenienti da licei delle periferie povere di Parigi e Nancy. Questa operazione ha richiesto la formulazione di un test di ingresso per questi studenti diverso dalle tradizionali prove scritte e orali che potevano essere superate solo da studenti provenienti dai licei prestigiosi dei quartieri ricchi (si veda per esempio il resoconto fornito dallo stesso curatore di questa iniziativa:  Cyril Delhay, <em>Promotion ZEP: des quartiers à Sciences Po</em>, Hachette, 2006).</p>
<p>Il secondo fattore riguarda invece il maggior reddito che i laureati nelle università top ricevono rispetto ai laureati in altre università e ai non laureati. Lo stesso studio di Chetty Deming e Friedman trova che un laureato di una di queste università ha il 60% di probabilità in più di ritrovarsi nell’1% più ricco della popolazione rispetto a un laureato di un’altra università. Un laureato generico ha poi in media uno stipendio che è superiore del 75% rispetto a un non laureato e questo divario (il cosiddetto <em>college wage premium</em>) è cresciuto costantemente negli ultimi 25 anni (era del 68% nel 2000), con delle flessioni di alcuni punti percentuali solamente durante la crisi finanziaria del 2007-9 e durante la crisi di Covid-19.</p>
<p>Il terzo fattore non riguarda il ruolo delle università nella formazione ma piuttosto nella ricerca. Negli ultimi decenni abbiamo assistito a un notevole e costante aumento della quota di finanziamento alla ricerca (anche quella di base) proveniente dalle imprese private. Questo aumento ha riguardato anche la ricerca svolta all’interno delle università. Le conseguenze riguardano sia la direzione della ricerca stessa, sempre più determinata dalle opportunità di ritorno economico che essa può offrire (la ricerca medico-farmaceutica offre numerosi esempi), sia la forte spinta verso la privatizzazione dei benefici (con un crescente ruolo dei brevetti, anche per i risultati della ricerca pubblica).</p>
<p>Gli sciagurati provvedimenti dell’amministrazione Trump possono offrire una grande opportunità alle università e alla ricerca europee. La <a href="https://www.lincei.it/sites/default/files/2025/UE_Programma_ventennale_per_la_ricerca_pubblica-17.04.25.pdf" rel="noopener">proposta</a> formulata da Ugo Amaldi, Roberto Antonelli, Luciano Maiani e Giorgio Parisi di un piano ventennale di finanziamento della ricerca pubblica in Europa e l’<a href="https://docs.google.com/forms/d/e/1FAIpQLSeLrs3evyN3k0ZplOu4YCuUWgu92GSoiA3hmsvVge-vaUxMRg/viewform" rel="noopener">appello Re-Brain Europe</a> chiedono alle istituzioni comunitarie e nazionali europee di impegnarsi in questo senso con le risorse finanziarie necessarie. Diverse università europee hanno già varato programmi che cercano di attirare scienziati in fuga dall’America trumpiana. In un recente <a href="https://www.scienzainrete.it/articoli/europa-liberta-ricerca-100-miliardi-euro-rebrain-europe/">articolo</a> su <em>Scienza in rete</em>, Giovanni Dosi e Rocco De Nicola si uniscono a questi appelli, sottolineando però l’esigenza che questo rilancio della ricerca europea riguardi in modo essenziale la ricerca di base <em>curiosity-driven</em>, e che resista alle prevedibili forti pressioni in favore sia della privatizzazione della ricerca sia del suo controllo politico. Condivido totalmente queste raccomandazioni, ma ne aggiungerei una ulteriore: bisogna resistere alle crescenti (e purtroppo largamente vincenti) pressioni sul sistema universitario europeo per diventare sempre più, sul modello americano, una istituzione al servizio della formazione e perpetuazione di una classe sociale privilegiata e di una ricerca prevalentemente a beneficio di una oligarchia industriale. </p>
<p>Per quanto riguarda la formazione, l’operazione deve partire fin dalla scuola primaria, con investimenti nelle scuole delle aree disagiate e incentivi ai migliori docenti a trasferirvisi. A livello di università occorre ampliare notevolmente il ricorso alle borse di studio, incentivare la mobilità degli studenti (anche con borse che consentano di trasferirsi lontano dal luogo di residenza), accrescere i legami tra le università e le scuole superiori delle aree disagiate (si veda a questo proposito l’iniziativa della Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa <a href="https://www.santannapisa.it/it/progetto-memo" rel="noopener"><em>Progetto Merito e Mobilità Sociale</em></a>, descritto anche nel volume a cura di Sabina Nuti e Alessandro Ghio, <em>Obiettivo mobilità sociale. Sostenere il merito per creare valore nel sistema Paese</em>, Il Mulino, 2017) e, nel caso vi siano test di ingresso, favorire test centrati sulle capacità psico-attitudinali dei potenziali studenti piuttosto che sulle nozioni da loro apprese nelle scuole superiori.</p>
<h4 id="1le-otto-università-dellivy-league-sono-tutte-sulla-costa-est-e-sono-brown-columbia-cornell-dartmouth-harvard-pennsylvania-princeton-e-yale">1. Le otto università dell’Ivy League sono tutte sulla costa est e sono: Brown, Columbia, Cornell, Dartmouth, Harvard, Pennsylvania, Princeton e Yale.</h4>]]></content:encoded></item><item><title>Viterbo, il giorno dopo l’incendio all’università</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/viterbo-giorno-dopo-incendio-all-universita/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/viterbo-giorno-dopo-incendio-all-universita/</guid><pubDate>Fri, 06 Jun 2025 07:21:00 +0100</pubDate><dc:creator>Antonino Michienzi</dc:creator><description>Viterbo, incendio all&amp;amp;rsquo;Università della Tuscia: anni di lavoro andati persi, ricercatori spaesati. E c’è chi sui social scrive: “È la nostra Notre Dame”</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2025/viterbo-giorno-dopo-incendio-all-universita-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2025/viterbo-giorno-dopo-incendio-all-universita-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>Il giorno dopo il terribile <a href="https://www.tgcom24.mediaset.it/cronaca/viterbo-incendio-universita-della-tuscia_99126092-202502k.shtml" rel="noopener">incendio</a> che ha colpito l’Università della Tuscia, le scene sembrano quelle del post-terremoto. Capannelli di ricercatori, docenti, tecnologi nel piazzale antistante l’edificio andato a fuoco: tutti in attesa di essere scortati dai vigili del fuoco tra gli uffici e i laboratori distrutti per estrarre quel poco che si è salvato dal rogo. <br>
Qualcuno torna con semplici effetti personali lasciati sulla scrivania negli attimi precipitosi della fuga: un telefono; una borsetta. Altri con faldoni di documenti. C’è chi è riuscito a recuperare i resti di decenni di ricordi che addobbavano il proprio ufficio: il certificato di laurea, qualche foto di famiglia, un quadretto. Una ricercatrice minuta porta un computer fisso ancora caldo per effetto dell’incendio: “Speriamo che il disco rigido sia salvo”, dice. </p>
<p>È un pellegrinaggio che si protrae per ore. Chi ancora non è entrato nell’edificio chiede informazioni a chi sta uscendo, con la speranza di ricevere un anticipo della consolazione che non tutto è andato perduto. Per molti non è così.</p>
<p>Pacche sulle spalle, timidi abbracci, occhi lucidi. </p>
<p>Anche Eddo Rugini fatica a trattenere le lacrime e per un attimo non trova le parole. Rugini è uno dei decani della ricerca agraria in Italia. Ha diretto la facoltà di Agraria dell’ateneo viterbese dal 1997 al 2018. «Conosco ogni mattone di questo edificio, l’ho visto crescere», racconta. Nel 2012 era finito al centro delle cronache perché una sua coltivazione sperimentale era stata distrutta come conseguenza del divieto alle colture OGM.</p>
<p>«È una giornata difficile. Ci sono voluti decenni per costruire tutto questo», dice osservando il lavorio di ricercatori e addetti alla sicurezza da dietro le sbarre che separano la facoltà dalla strada. «Il pensiero è per i tanti ricercatori, soprattutto per quelli più giovani».</p>
<p>Qualcuno, intanto, sui social posta le immagini del rogo di ieri, scrivendo: «È la nostra Notre Dame». Non è un paragone eccessivo. La facoltà di Agraria per Viterbo è un pezzo di storia e tra le eccellenze italiane in questo settore. </p>
<p>In realtà la facoltà di Agraria non esiste da tempo. Nella riorganizzazione dell’ateneo, la struttura si è liquefatta in tre dipartimenti: quello di scienze agrarie e forestali, quello per l’innovazione nei sistemi biologici, agroalimentari e forestali e quello di scienze ecologiche e biologiche. </p>
<p>Un giovane docente esce felice: i droni sono salvi. Tra le discipline dell’ateneo c’è infatti l’uso dei dati digitali, della sensoristica, dei droni in agricoltura.  Per ogni ricercatore che gioisce, ce ne sono però molti la cui sorte è stata diversa. «Non abbiamo più niente. Assolutamente niente. Nel laboratorio di protezione delle piante abbiamo perso diverse collezioni di funghi collezionati nel tempo». Campioni provenienti da tutte le parti del mondo dai primi anni 2000, dice Chiara, che ha finito il dottorato a novembre e ora continua a fare ricerca con una assegno annuale.  </p>
<p>Come lei molti altri ricercatori appesi al filo: non sanno cosa sarà del loro lavoro nei prossimi mesi, fino alla fine del finanziamento. Sopratutto non sanno cosa aspettarsi per il dopo. <br>
Filippo è nella stessa condizione. Studia le api: il modo in cui proteggerle da patogeni e come ottimizzare gli allevamenti. Nello stesso laboratorio, c’è chi lavora su altre specie animali: conigli, bovini, ovini. </p>
<p>Poco più in là Paolo lavora sul luppolo. «Per farci la birra?». «Sì, anche per quello. Abbiamo sviluppato delle varietà particolari; stiamo cercando di capire come si adattano al clima. Il nostro scopo fondamentale è rendere la coltivazione, oltre che produttiva, soprattutto sostenibile», racconta.</p>
<p>La ricerca va anche a scale microscopiche: c’è chi studia le vescicole extracellulari del latte e come possano essere sfruttate per la loro azione antinfiammatoria e immunomodulante. E chi si dedica ai danni al DNA: «Come quello che rischia di causare il fumo che è ancora nell’aria», scherza - ma non troppo - una docente. </p>
<p>A 24 ore dall’incendio, infatti, nei pressi dell’ateneo della Tuscia si respira un’aria satura di fumi e plastiche. I vigili del fuoco continuano incessanti il lavoro per mettere la struttura in sicurezza e salvare il salvabile. «Abbiamo sentito un boato. Poi qualcuno che urlava di uscire dall’edificio», racconta una dottoranda. «Le fiamme non sembravano particolarmente preoccupanti, ma in pochi minuti sono diventate alte tre metri», ricorda. </p>
<p>Il tetto di un’ala della struttura è crollato; il primo piano è inservibile. L’incendio si è propagato, a macchia di leopardo, al piano terra. <br>
Qualcuno vocifera che occorreranno almeno 15 milioni per rimettere a posto tutto. Circa il triplo se il fuoco avesse causato danni strutturali che costringeranno a demolire e ricostruire il tutto. </p>
<p><img src="https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2025/viterbo-giorno-dopo-incendio-all-universita-body-1.jpg.webp" srcset="https://www.scienzainrete.it/media/_web/720/articoli/2025/viterbo-giorno-dopo-incendio-all-universita-body-1.jpg.webp 720w, https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2025/viterbo-giorno-dopo-incendio-all-universita-body-1.jpg.webp 1280w" sizes="(max-width: 760px) 100vw, 720px" alt="" width="1600" height="1066" loading="lazy" decoding="async">
</p>
<p><img src="https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2025/viterbo-giorno-dopo-incendio-all-universita-body-2.jpg.webp" srcset="https://www.scienzainrete.it/media/_web/720/articoli/2025/viterbo-giorno-dopo-incendio-all-universita-body-2.jpg.webp 720w, https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2025/viterbo-giorno-dopo-incendio-all-universita-body-2.jpg.webp 1280w" sizes="(max-width: 760px) 100vw, 720px" alt="" width="1600" height="1066" loading="lazy" decoding="async">
</p>
<p>Due immagini della facoltà di Agraria dell&rsquo;Università della Tuscia all&rsquo;indomani dell&rsquo;incendio</p>
<p>«Questa mattina avrei dovuto fare un’esame a quattro ragazzi di Progettazione del Paesaggio e del Territorio. Ironia della sorte: avevano elaborato un progetto di riqualificazione di quest’area», racconta Raffaele. </p>
<p>L’attenzione al paesaggio e il suo legame con la scienza è una delle peculiarità dell’ateneo. Elena si occupa di biotecnologie forestali. Tra i suoi interessi, “la conservazione degli esemplari storici dei platani rinascimentali”, quegli esemplari che ancora oggi abbelliscono le molte ville e parchi rinascimentali del Lazio.  «Il mio laboratorio non esiste più. C’erano l’attrezzatura, i dati degli studenti, i computer su cui stavano lavorando per la tesi. E poi i campioni, che sono anni che stiamo raccogliendo, collezionando, portando avanti e che non esistono più».</p>
<p> La ministra dell&rsquo;Università e della ricerca Anna Maria Bernini nel pomeriggio ha visitato la struttura. «Questo non è il giorno dopo un incendio, ma è il primo giorno di una rigenerazione», ha affermato. «Siamo qui per ricostruire e per farlo nel più breve tempo possibile». </p>
<p>Nella comunità della ricerca, però, si fa fatica a pensare al futuro.  «A sei anni dalla pensione è un po&rsquo; dura pensare di rimettere in piedi un laboratorio», dice Elena. «Almeno oggi mi sento così. Poi, domani, spero tornerà la voglia di costruire».</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Cosa resta del DOGE: l’impatto di Trump e Musk sulla ricerca scientifica</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/cosa-resta-doge-impatto-trump-musk-ricerca-scientifica/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/cosa-resta-doge-impatto-trump-musk-ricerca-scientifica/</guid><pubDate>Wed, 04 Jun 2025 08:46:00 +0100</pubDate><category>dati</category><description>Dopo quattro mesi di attività, Elon Musk ha abbandonato il suo ruolo di capo del Department of Government Efficiency (DOGE)</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2025/cosa-resta-doge-impatto-trump-musk-ricerca-scientifica-hero.jpeg" type="image/jpeg" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2025/cosa-resta-doge-impatto-trump-musk-ricerca-scientifica-hero.jpeg" medium="image" type="image/jpeg"/><content:encoded><![CDATA[<p>Dopo quattro mesi di attività, Elon Musk ha abbandonato il suo ruolo di capo del Department of Government Efficiency (DOGE), avendo fallito nel trovare anche solo una frazione dei <a href="https://www.youtube.com/watch?v=8yRmHoCtTg8" rel="noopener">2.000 miliardi di dollari di risparmi originariamente promessi</a>: al momento sul <a href="https://doge.gov/savings" rel="noopener">sito DOGE</a> si elencano risparmi per 180 miliardi di dollari, molti dei quali sono ancora in fase di proposta o negoziazione congressuale (o al vaglio dei giudici).</p>
<p><a href="https://www.cato.org/blog/americans-say-federal-govt-wastes-59-cents-dollar" rel="noopener">L'89% degli americani</a> supporta ancora l&rsquo;eliminazione degli sprechi nella spesa pubblica, ma l&rsquo;approccio del DOGE e dell&rsquo;amministrazione Trump appare indiscriminato e potenzialmente dannoso: l&rsquo;esperimento di Musk nel governo si è rivelato più una vendetta contro una burocrazia che vedeva come nemica dell&rsquo;innovazione piuttosto che un&rsquo;operazione mirata all&rsquo;eliminazione degli sprechi. Se i vantaggi per i contribuenti sono minimi, non così i danni per il mondo della ricerca scientifica. Emblematico il <a href="https://www.seattletimes.com/seattle-news/politics/doge-cut-off-this-uw-scientists-grant-to-save-866/" rel="noopener">caso dell&rsquo;Università di Washington</a>, dove un progetto è stato interrotto per risparmiare $866 dopo averne spesi circa 200.000. Se si legge la lista dei tagli e delle spese bloccate non sembra che l&rsquo;intento sia eliminare gli sprechi, ma amputare indiscriminatamente parti vitali dell&rsquo;ecosistema scientifico statunitense la cui leadership rischia di essere compromessa con implicazioni significative per l&rsquo;innovazione, la salute pubblica e la sicurezza globale.</p>
<p>L&rsquo;impatto dei tagli si estende ben oltre singole istituzioni di cui si è parlato molto (come nel caso del blocco delle iscrizioni degli studenti stranieri a Harvard), ma ha colpito l&rsquo;intero ecosistema della ricerca americana, pubblica e privata. Tra le agenzie federali, la National Science Foundation e i National Institutes of Health hanno subito riduzioni significative, con la NSF che ha dimezzato i suoi prestigiosi programmi di borse di studio per dottorandi. L&rsquo;Environmental Protection Agency ha visto smantellare la sua divisione di ricerca principale, mentre la NASA ha dovuto cancellare progetti di monitoraggio climatico e missioni planetarie. Il Department of Defense ha terminato decine di studi sulle scienze sociali, e il CDC ha eliminato programmi di prevenzione delle malattie croniche. USAID è stato sostanzialmente azzerato, interrompendo miliardi in programmi di salute globale.</p>
<p><strong>Tagli ai finanziamenti per agenzia governativa</strong></p>
<p>Dal lato delle università e istituzioni di ricerca, Harvard University, Johns Hopkins University, Columbia University, Università della Pennsylvania dopo la cancellazione di centinaia di milioni in finanziamenti e contratti per servizi al governo hanno dovuto licenziare molti dipendenti, congelare assunzioni, cancellare viaggi per convegni. L&rsquo;effetto si è esteso anche a istituzioni canadesi come la McGill University, dove ricercatori al lavoro sul cambiamento climatico hanno perso progetti finanziati dagli USA, dimostrando come i tagli abbiano superato i confini nazionali.</p>
<p><strong>Tagli ai finanziamenti per ente ricevente</strong></p>
<p>Mentre alcuni settori come l&rsquo;intelligenza artificiale e le scienze quantistiche continuano a ricevere finanziamenti, l&rsquo;amministrazione ha sistematicamente preso di mira i programmi di diversità, equità e inclusione, la ricerca climatica e le collaborazioni internazionali, seguendo gran parte del programma delineato nel <a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Project_2025" rel="noopener">Project 2025</a>. </p>
<p>Analizzando i titoli dei progetti tagliati abbiamo estratto, tramite un algoritmo di machine learning, gli argomenti centrali: il risultato è una mappa semantica da cui emerge che il DOGE ha puntato soprattutto a rimuovere alcune linee di ricerca legate a salute, equità sociale, giustizia ambientale, inclusione delle minoranze e supporto alle comunità vulnerabili. </p>
<p><strong>Parole contenute nei titoli dei progetti che hanno subito un taglio dei finanziamenti</strong></p>
<p>La risposta della comunità scientifica, che include crescenti proteste, azioni legali e iniziative alternative, dimostra la resilienza del settore, ma anche la gravità della situazione. Sono aumentati gli scienziati statunitensi che hanno presentato candidature per lavori all&rsquo;estero tra gennaio e marzo 2025 rispetto allo stesso periodo del 2024: questa inedita tendenza dei ricercatori USA a cercare opportunità all&rsquo;estero potrebbe portare a una &ldquo;fuga di cervelli&rdquo; senza precedenti, e minare la posizione degli Stati Uniti come leader globale nella scienza e nella tecnologia.</p>
<p>Vediamo di seguito un&rsquo;analisi dei recenti tagli alla ricerca scientifica, le loro conseguenze immediate e i potenziali impatti a lungo termine sul panorama scientifico statunitense e globale. L&rsquo;analisi è basata su articoli recenti pubblicati su <a href="https://www.nature.com/collections/jcjhabjhgi" rel="noopener">Nature</a> che ha dedicato una sezione ad hoc per seguire le evoluzioni del governo USA.</p>
<h2 id="panoramica-dei-tagli-ai-finanziamenti">Panoramica dei tagli ai finanziamenti</h2><p><strong>Tabella 1: Panoramica dei tagli ai finanziamenti per la ricerca</strong></p>
<p>[TABLE]</p>
<p><strong>Tabella 2: Progetti di ricerca cancellati o sospesi</strong></p>

<div class="tabella-scorre" role="region" aria-label="Tabella 1" tabindex="0">
<table>
  <thead>
    <tr>
      <th></th>
      <th></th>
      <th></th>
      <th></th>
    </tr>
  </thead>
  <tbody>
    <tr>
      <td>Categoria di ricerca</td>
      <td>Progetti colpiti</td>
      <td>Impatto</td>
      <td>Fonti</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>Ricerca sul clima</td>
      <td>National Climate Assessment, National Nature Assessment</td>
      <td>Licenziamento di quasi 400 scienziati esterni; tentativo di continuare la pubblicazione attraverso canali indipendenti</td>
      <td>Nature (02 maggio 2025): &ldquo;Trump gutted two landmark environmental reports — can researchers save them?&rdquo;</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>Ricerca su HIV/AIDS</td>
      <td>200+ sovvenzioni federali, programma PEPFAR</td>
      <td>Interruzione di trattamenti salvavita per oltre 20 milioni di persone, principalmente in Africa; sospensione di progetti per sviluppare vaccini</td>
      <td>Nature (22 aprile 2025): &ldquo;Exclusive: a Nature analysis signals the beginnings of a US science brain drain&rdquo;</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>Ricerca sulla malaria</td>
      <td>President&rsquo;s Malaria Initiative</td>
      <td>Impossibilità di distribuire zanzariere trattate con insetticida, farmaci antimalarici e diagnostica</td>
      <td>Nature (13 febbraio 2025): &ldquo;&lsquo;It is chaos&rsquo;: US funding freezes are endangering global health&rdquo;</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>Long COVID</td>
      <td>RECOVER (iniziativa di ricerca da $1,8 miliardi)</td>
      <td>Inizialmente cancellata, parzialmente ripristinata dopo proteste</td>
      <td>Nature (07 aprile 2025): &ldquo;Long COVID activists fought Trump team&rsquo;s research cuts and won ― for now&rdquo;</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>Ricerca COVID-19</td>
      <td>Miliardi di dollari in finanziamenti</td>
      <td>Cancellazione di progetti che studiano il virus, le modalità di infezione e la risposta del governo alla pandemia</td>
      <td>Nature (07 aprile 2025): &ldquo;Long COVID activists fought Trump team&rsquo;s research cuts and won ― for now&rdquo;</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>Difesa e Sicurezza</td>
      <td>91 studi di scienze sociali</td>
      <td>taglio di ricerche sull&rsquo;IA nel combattimento, estremismo online, sicurezza alimentare, rischi climatici</td>
      <td>Nature (21 marzo 2025): &ldquo;&lsquo;Boggles the mind&rsquo;: US defence department slashes research on emerging threats&rdquo;</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>Ricerca Internazionale</td>
      <td>Subawards esteri del NIH (~$500 milioni/anno)</td>
      <td>Fine di collaborazioni internazionali su malattie infettive emergenti, cancro e salute materno-infantile</td>
      <td>Nature (30 aprile 2025): &ldquo;Exclusive: NIH to end billions of dollars in foreign research grants&rdquo;</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>Impatto del clima sulla salute</td>
      <td>Progetti del Department of Health</td>
      <td>Cancellazione di ricerche sugli effetti del cambiamento climatico sulla salute umana</td>
      <td>Documento aggiuntivo &ldquo;paste.txt&rdquo; (maggio 2025)</td>
    </tr>
  </tbody>
</table>
</div>
<p><strong>Tabella 3: Effetti sui ricercatori e sulle università</strong></p>

<div class="tabella-scorre" role="region" aria-label="Tabella 2" tabindex="0">
<table>
  <thead>
    <tr>
      <th></th>
      <th></th>
      <th></th>
      <th></th>
    </tr>
  </thead>
  <tbody>
    <tr>
      <td>Impatto</td>
      <td>Dati/Statistiche</td>
      <td>Contesto</td>
      <td>Fonti</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>Fuga di cervelli</td>
      <td>+32% di domande di lavoro all&rsquo;estero (gen-mar 2025 vs 2024); +35% di visualizzazioni di annunci di lavoro all&rsquo;estero</td>
      <td>Piattaforma Nature Careers; +68% solo a marzo 2025</td>
      <td>Nature (22 aprile 2025): &ldquo;Exclusive: a Nature analysis signals the beginnings of a US science brain drain&rdquo;</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>Domande di lavoro in Canada</td>
      <td>+41% (gen-mar 2025 vs 2024)</td>
      <td>Diminuzione del 13% di domande dal Canada verso gli USA</td>
      <td>Nature (22 aprile 2025): &ldquo;Exclusive: a Nature analysis signals the beginnings of a US science brain drain&rdquo;</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>Interesse per posizioni in Europa</td>
      <td>+32% di domande e +41% di visualizzazioni (marzo 2025 vs marzo 2024)</td>
      <td>Diminuzione del 41% di domande dall&rsquo;Europa verso gli USA</td>
      <td>Nature (22 aprile 2025): &ldquo;Exclusive: a Nature analysis signals the beginnings of a US science brain drain&rdquo;</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>Ricercatori che considerano di lasciare gli USA</td>
      <td>75%</td>
      <td>Sondaggio del team News di Nature</td>
      <td>Nature (22 aprile 2025): &ldquo;Exclusive: a Nature analysis signals the beginnings of a US science brain drain&rdquo;</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>Borse di dottorato NSF</td>
      <td>Ridotte da circa 2.000 a 1.000 (aprile 2025)</td>
      <td>Livello più basso in 15 anni</td>
      <td>Nature (08 aprile 2025): &ldquo;NSF slashes prestigious PhD fellowship awards by half&rdquo;</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>Tagli al personale</td>
      <td>1.975 internazionali + 247 USA (Johns Hopkins), 1.200 (NIH), 20+ (NASA)</td>
      <td>Licenziamenti presso università e agenzie federali</td>
      <td>Nature (21 marzo 2025): &ldquo;&lsquo;All this is in crisis&rsquo;: US universities curtail staff and spending as Trump cuts take hold&rdquo;</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>Misure universitarie</td>
      <td>Congelamento delle assunzioni, restrizioni ai viaggi, moratorie sugli aumenti salariali</td>
      <td>Università colpite: Pittsburgh, MIT, Pennsylvania, Washington</td>
      <td>Nature (21 marzo 2025): &ldquo;&lsquo;All this is in crisis&rsquo;: US universities curtail staff and spending as Trump cuts take hold&rdquo;</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>Impatto sugli studenti</td>
      <td>Limitazione delle ammissioni ai dottorati</td>
      <td>Harvard, MIT, West Virginia University, UMass Chan Medical School</td>
      <td>Nature (21 marzo 2025): &ldquo;&lsquo;All this is in crisis&rsquo;: US universities curtail staff and spending as Trump cuts take hold&rdquo;</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>Chiusura di laboratori</td>
      <td>Ridimensionamento di programmi di ricerca</td>
      <td>Università della Pennsylvania e altre istituzioni hanno ridotto il personale e rescisso offerte di lavoro</td>
      <td>Documento aggiuntivo &ldquo;paste.txt&rdquo; (maggio 2025)</td>
    </tr>
  </tbody>
</table>
</div>
<p><strong>Tabella 4: Risposte e reazioni</strong></p>

<div class="tabella-scorre" role="region" aria-label="Tabella 3" tabindex="0">
<table>
  <thead>
    <tr>
      <th></th>
      <th></th>
      <th></th>
      <th></th>
    </tr>
  </thead>
  <tbody>
    <tr>
      <td>Tipo di risposta</td>
      <td>Esempi</td>
      <td>Dettagli</td>
      <td>Fonti</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>Proteste</td>
      <td>&ldquo;Stand Up for Science&rdquo;</td>
      <td>Manifestazioni in 32 città il 7 marzo; manifestazioni a Washington DC il 24 febbraio</td>
      <td>Nature (03 marzo 2025): &ldquo;US science is under threat ― now scientists are fighting back&rdquo;</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>Azioni legali</td>
      <td>Ingiunzione temporanea</td>
      <td>Blocco del taglio del 15% ai costi indiretti del NIH alle università; blocco temporaneo del taglio di $11 miliardi alle iniziative COVID-19</td>
      <td>Nature (21 marzo 2025): &ldquo;&lsquo;All this is in crisis&rsquo;: US universities curtail staff and spending as Trump cuts take hold&rdquo;; Nature (07 aprile 2025): &ldquo;Long COVID activists fought Trump team&rsquo;s research cuts and won ― for now&rdquo;</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>Iniziative europee</td>
      <td>Safe Place for Science</td>
      <td>Aix-Marseille University ha stanziato €15 milioni per sponsorizzare 15 ricercatori; programma Max Planck Transatlantic</td>
      <td>Nature (22 aprile 2025): &ldquo;Exclusive: a Nature analysis signals the beginnings of a US science brain drain&rdquo;</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>Pubblicazioni alternative</td>
      <td>United by Nature</td>
      <td>Tentativo di pubblicare indipendentemente il National Nature Assessment con finanziamenti privati</td>
      <td>Nature (02 maggio 2025): &ldquo;Trump gutted two landmark environmental reports — can researchers save them?&rdquo;</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>Advocacy</td>
      <td>49 società scientifiche</td>
      <td>Lettera al Congresso per proteggere la ricerca finanziata dai contribuenti</td>
      <td>Nature (03 marzo 2025): &ldquo;US science is under threat ― now scientists are fighting back&rdquo;</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>Mobilitazione politica</td>
      <td>314 Action</td>
      <td>Obiettivo di eleggere 100 medici a cariche pubbliche entro il 2030</td>
      <td>Nature (03 marzo 2025): &ldquo;US science is under threat ― now scientists are fighting back&rdquo;</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>Campagne specifiche</td>
      <td>Attivisti Long COVID</td>
      <td>Hanno ottenuto il ripristino di alcune sovvenzioni RECOVER dopo una campagna di pressione</td>
      <td>Nature (07 aprile 2025): &ldquo;Long COVID activists fought Trump team&rsquo;s research cuts and won ― for now&rdquo;</td>
    </tr>
  </tbody>
</table>
</div>
]]></content:encoded></item><item><title>Risorse e diritti per il rilancio di università e ricerca</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/risorse-diritti-rilancio-universita-ricerca/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/risorse-diritti-rilancio-universita-ricerca/</guid><pubDate>Fri, 30 May 2025 17:48:00 +0100</pubDate><category>politica-della-ricerca</category><description>Mentre cresce la confusione sul futuro del pre-ruolo universitario, Giuseppe Mattioli e Francesco Verducci chiariscono gli effetti reali della legge 79/2022, evidenziando le criticità applicative e proponendo correttivi utili, a partire dai diritti dei giovani ricercatori.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2025/risorse-diritti-rilancio-universita-ricerca-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2025/risorse-diritti-rilancio-universita-ricerca-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>Interveniamo nel dibattito sul pre-ruolo universitario con un contributo che vuole cercare di riportare su binari di maggiore correttezza l’informazione sull’impatto che la legge 79/2022 ha avuto sul sistema nazionale dell’università e della ricerca pubblica, contrastando la proliferazione di informazioni false o ambigue, e sui correttivi che sarebbe realmente necessario introdurre per migliorarne l’applicabilità. Cogliamo subito l’occasione per sottolineare, qualora fosse necessario, che non riteniamo intoccabile la legge 79 e che riteniamo positiva una discussione aperta sul miglior modo di ritoccarla, purché le modifiche conseguano risultati che siano realmente migliorativi per tutte le parti nel sistema, a partire prioritariamente dai lavoratori della ricerca a cui la norma si applica. L’intervento legislativo sul pre-ruolo universitario e degli enti pubblici di ricerca non comincia all’improvviso con la legge 79/2022, e non può essere ridotto alla feroce contrapposizione che si è creata ad arte negli ultimi mesi sul Contratto di ricerca. Abbiamo individuato tre momenti significativi che determinano il contesto indispensabile in cui calare questa discussione.</p>
<p>Il primo è la dettagliata <em>Indagine conoscitiva sulla condizione studentesca nelle università e il precariato nella ricerca universitaria</em>, condotta dalla 7a Commissione del Senato della Repubblica durante la scorsa legislatura con audizioni di tutte le parti interessate, inclusa la CRUI, e conclusa con un documento approvato all’unanimità dalla Commissione¹. Da questa indagine estraiamo due passi delle conclusioni particolarmente rilevanti:</p>
<ul>
<li>Sul precariato nella ricerca universitaria e sulle misure strutturali di contrasto da cui muove l&rsquo;istituzione della presente Indagine conoscitiva, è stata evidenziata, innanzitutto, la questione della modifica del sistema attuale in quanto caratterizzato da un percorso di pre-ruolo successivo al dottorato di ricerca eccessivamente lungo e costellato da una serie di posizioni a tempo determinato - incluse quelle di natura occasionale, a progetto, di collaborazione, spesso con una durata non in linea con le esigenze dell&rsquo;attività di ricerca e caratterizzate da forme di tutela inferiori rispetto a quelle tipiche dei rapporti di lavoro subordinati - al termine di ciascuna delle quali si pone il rischio del mancato rinnovo. Al riguardo, si segnalano alcune priorità: […] ii) la necessità di una radicale revisione dell&rsquo;attuale disciplina normativa dell&rsquo;assegno di ricerca. Nel corso delle audizioni, è stato evidenziato con forza come esso costituisca l&rsquo;anello debole del sistema nazionale di pre-ruolo, con un utilizzo abnorme e surrettizio che ha indotto negli anni una pesante precarizzazione del sistema a scapito della qualità e della potenzialità di migliaia di ricercatori.</li>
<li>È fondamentale rimarcare la necessità di programmare un piano di rilancio ed espansione del sistema universitario che abbia l&rsquo;obiettivo di recuperare il terreno perduto a seguito di pesanti tagli di risorse e di incrementare la dotazione del personale di ricerca ai livelli necessari a fare fronte alle esigenze del sistema Paese, con l&rsquo;obiettivo di varare un programma di reclutamento strutturale e pluriennale, superando la logica dei piani straordinari (pure dimostratisi assolutamente importanti per aver consentito di recuperare una parte dei ruoli strutturati che erano andati perduti).</li>
</ul>
<p>Il Parlamento aveva quindi già nel 2021 individuato i due obiettivi fondamentali del superamento dell’assegno di ricerca come tipologia contrattuale, sul quale sin dal 2016 si era espressa con una censura formale la Commissione europea, e nell’incremento significativo del personale di ricerca strutturato.</p>
<p>Il secondo, strettamente connesso, è il lungo iter del disegno di legge 2285 di riforma del pre-ruolo e del reclutamento nell’università e negli enti di ricerca, approvato in prima lettura dalla Camera dei deputati nel giugno del 2021 e sottoposto dal Senato ad una lunga serie di audizioni a partire dal settembre 2021, che includevano la CRUI e la Consulta dei presidenti degli enti di ricerca. Quando nel giugno 2022 la ministra dell’Università e della Ricerca, Maria Cristina Messa, propose alla Commissione di stralciare la parte del Ddl poi confluita nella legge 79/2022, quale riforma a sostegno dell’investimento ricevuto con il PNRR, la maggioranza parlamentare, in cui erano presenti pezzi importanti dell’attuale maggioranza, accettò la proposta subordinandola ad un accordo politico con due condizioni: l’approvazione delle parti del Ddl non inserite nello stralcio, inclusa l’introduzione di un nuovo regime di reclutamento tenure-track negli enti di ricerca, e la promessa di un finanziamento nella legge di bilancio per il 2023 per far fronte alle criticità finanziarie introdotte con la nuova legge. Proprio per questo motivo il regime transitorio di conferimento di Assegni di ricerca era stato prorogato solo fino alla fine del 2022. E’ quindi falsa l’affermazione che gli estensori della norma non avessero pensato originariamente alla sua applicazione pratica. La fine prematura e improvvisa della legislatura, per le ragioni che tutti conoscono, ha invece fatto venire meno gli accordi presi, ed è particolarmente grave il fatto che le forze politiche componenti la maggioranza di governo in questa e nella precedente legislatura non abbiano dato seguito agli accordi, manifestando invece una torsione di 180 gradi sulla norma.</p>
<p>Precede temporalmente i primi due ed è apparentemente laterale invece la riforma Madia della pubblica amministrazione, ovvero il decreto legislativo 75/2017. La lunga applicazione delle norme per il superamento del precariato negli enti pubblici di ricerca negli anni 2018-2022 ha avuto il merito di evidenziare il fatto che gli Assegni di ricerca fossero contratti di lavoro flessibili, sciogliendo le ambiguità sulla formazione anche nel caso degli assegni post-lauream, e che anche se indirettamente e nel contesto di una norma straordinaria si riconosceva per la prima volta un abuso ai sensi della fondamentale direttiva 70/1999 della Commissione europea circa il conferimento di contratti a termine anche se flessibili e l’accesso, almeno nel contesto degli enti pubblici di ricerca, a procedure concorsuali riservate per l’assunzione in ruolo per i titolari di Assegni di ricerca. La risonanza che queste procedure hanno avuto ha certamente contribuito a far crescere negli atenei, anche in comparazione con le procedure di assunzione straordinaria che stavano avendo luogo negli enti di ricerca, l’insofferenza per le forme contrattuali flessibili, intermittenti e poco retribuite che invece permanevano nell’università e la richiesta duplice di contratti migliori e più assunzioni.</p>
<p>Fatta questa doverosa premessa, analizziamo alcuni aspetti tecnici delle norme sul pre-ruolo.</p>
<h3 id="1-analisi-del-costo-dellassegno-di-ricerca-e-del-contratto-di-ricerca-volta-a-dimostrare-che-lincremento-del-costo-minimo-se-correttamente-calcolato-non-supererebbe-il-29">1) Analisi del costo dell&rsquo;Assegno di ricerca e del Contratto di ricerca volta a dimostrare che l&rsquo;incremento del costo minimo, se correttamente calcolato, non supererebbe il 29%</h3><p>L’Assegno di ricerca, introdotto nell’ordinamento con la legge 341/1990 (legge Ruberti), è stato novellato con l’articolo 22 della legge 240/2010 (legge Gelmini). La riforma Gelmini ha demandato ad un successivo decreto ministeriale, il DM 102 del 9 marzo 2011, l’onere di stabilire il costo minimo della retribuzione annua, pari a 19.367 euro. Includendo anche i contributi previdenziali a carico del datore di lavoro si ottiene un costo totale pari a 24.015 euro, di cui 6.527 euro sono contributi previdenziali. Questo valore minimo è rimasto inalterato dal 2011, quindi qualsiasi comparazione di costo con un nuovo contratto non può prescindere da una rivalutazione del costo totale originario dell’assegno rispetto al potere d’acquisto che aveva a marzo del 2011. La rivalutazione restituisce un costo totale attualizzato di 30.619 euro, con un netto a pagare di circa 1.690 euro per dodici mensilità. Scendere al di sotto di questa soglia annuale significherebbe pagare i ricercatori ancora meno che con il vecchio Assegno di ricerca, aggravando uno sfruttamento del lavoro che cozzerebbe violentemente con l’art. 36 della Costituzione. Nel caso del Contratto di ricerca la legge 79/2022 ha ancorato la retribuzione minima a quella del ricercatore a tempo definito dell’università in classe 0, proprio per evitare che una retribuzione minima stabilita una tantum per decreto ministeriale rimanesse poi bloccata per molti anni, come avvenuto per l’Assegno di ricerca. Tale retribuzione è pari a 39.547 euro annui, con un incremento complessivo del 29% rispetto al costo rivalutato dell’Assegno di ricerca. A tale costo totale corrisponde uno stipendio netto che dipende da componenti fiscali e addizionali locali, ma può essere stimato mediamente attorno ai 23.000 euro, con un netto a pagare che per comodità di confronto con l’Assegno è pari a circa 1.900 euro su 12 mensilità, oppure a circa 1.650 euro su 13 mensilità più l’accantonamento per il TFR. Il pagamento dell’IRPEF è lungi dall’essere solo un costo, ma dà accesso al sistema delle agevolazioni fiscali individuali, che integrano la retribuzione e permettono di godere pienamente di tutti i diritti di cittadinanza associati al lavoro dipendente, inclusa la nuova assicurazione sociale per l’impiego (NASPI). La previsione catastrofica che l’incremento del costo del lavoro provochi il dimezzamento del personale con contratti a termine è quantomeno tendenziosa se non falsa per tre motivi: i) perché non computa il doveroso innalzamento del costo minimo dell’Assegno di ricerca dovuto al recupero dell’inflazione dal 2011; ii) perché non computa le migliaia di Ricercatori a tempo determinato di tipo A che hanno già oggi un costo pari al massimale del Contratto di ricerca; iii) perché dà per scontato che l’offerta di lavoro finanziato da fondi esterni in ambiti disciplinari tradizionalmente ricchi come quelli della biomedicina non si adegui automaticamente all’incremento del costo del lavoro, scaricando questo incremento sui finanziatori invece che sui lavoratori.</p>
<h3 id="2-confronto-tra-dottorato-di-ricerca-finanziato-dallffo-o-da-fondi-straordinari-nazionali-e-dottorato-msca-dn-e-relativo-inquadramento-considerazioni-sulla-forma-di-contratto-richiesta-dallunione-europea-per-i-rapporti-di-lavoro-dei-dottorandi-di-ricerca">2) Confronto tra dottorato di ricerca finanziato dall’FFO o da fondi straordinari nazionali e dottorato MSCA-DN e relativo inquadramento; considerazioni sulla forma di contratto richiesta dall&rsquo;Unione europea per i rapporti di lavoro dei dottorandi di ricerca</h3><p>Tra le polemiche pretestuose che hanno contrassegnato la campagna a favore della riforma Bernini-Cattaneo ha spiccato nelle ultime settimane quella sulla mancanza di una forma contrattuale adeguata al pagamento dei contratti di lavoro finanziati dall’Unione europea tramite i network europei per il dottorato di ricerca, conosciuti con la sigla MSCA-DN, Marie Skłodowska-Curie Actions – Doctoral Networks. Pretestuosa e ambigua perché lasciava credere che il problema riguardasse le opportunità di lavoro per i giovani ricercatori italiani. Il regolamento degli MSCA-DN è basato invece strettamente sulla mobilità dei dottorandi di ricerca tra le nazioni e prevede quindi regole molto stringenti sulla provenienza dei candidati da nazioni diverse rispetto all&rsquo;istituzione vincitrice del bando che offre le posizioni di dottorato di ricerca. La mancanza di una forma contrattuale adeguata ad arruolare i dottorandi riguarda quindi essenzialmente i laureati stranieri, o al limite italiani ma formati da istituzioni straniere, che vogliano venire a svolgere il dottorato di ricerca in Italia. Non sottovalutiamo il problema, riteniamo una ricchezza per il sistema pari a quella del programma Erasmus la possibilità per i giovani ricercatori di svolgere il dottorato di ricerca all’estero grazie ad un finanziamento dell’UE. La formulazione originaria della legge 79/2022 proibisce in effetti agli atenei di conferire il Contratto di ricerca a coloro che non sono titolari del dottorato di ricerca, ma prevede anche deroghe, ad esempio nel caso degli Enti pubblici di ricerca, per i quali il dottorato è un titolo preferenziale e non obbligatorio. La stessa deroga può quindi essere estesa ai dottorati MSCA-DN, che prevedono che i dottorandi abbiano un contratto di lavoro con l&rsquo;istituzione ospitante. Non possiamo però non soffermarci sulla maiuscola ipocrisia nascosta da questa polemica pretestuosa. Il fatto che l&rsquo;Unione europea pretenda che i dottorandi nei programmi MSCA-DN siano arruolati mediante un vero contratto di lavoro ci sembra pacificamente accettato da tutti i colleghi che si sono preoccupati di non avere più nella normativa una forma contrattuale adatta a soddisfare tali requisiti. Cogliamo un&rsquo;illogicità di fondo nell&rsquo;accettare che in Italia ci siano due tipi di dottorato di ricerca conferiti dalle stesse istituzioni universitarie e di alta formazione, che differiscono solo per la fonte di finanziamento. Quelli finanziati dall&rsquo;UE, i cui beneficiari sono considerati lavoratori ai quali è necessario dare un contratto di lavoro con determinati requisiti retributivi, fiscali e contributivi; quelli finanziati con i fondi nazionali, i cui beneficiari sono considerati studenti, e questo avviene solo in Italia, e pagati con una borsa di studio con retribuzione che non permette di vivere dignitosamente nella maggior parte delle città universitarie italiane. Logica vorrebbe quindi che tutti coloro che oggi si indignano per l&rsquo;impossibilità di pagare qualche centinaio di studenti stranieri che vengono a svolgere il dottorato di ricerca in Italia pretendessero che tutti i dottorandi abbiano contratti di lavoro con i requisiti che l&rsquo;UE richiede per quelli finanziati tramite i programmi MSCA-DN.</p>
<h3 id="3-correttivi-applicabili-al-contratto-di-ricerca">3) Correttivi applicabili al Contratto di ricerca</h3><p>Il Parlamento avrebbe la possibilità di correggere alcune parti della legge 79/2022, per rendere più flessibile l’applicazione del Contratto di ricerca in tutti i contesti, senza però far venire meno la sua natura di contratto di lavoro subordinato a tempo determinato che è allo stesso tempo la richiesta che proviene dai ricercatori precari e da una parte significativa dei docenti e dei ricercatori dell’università e degli enti di ricerca, e dalla Commissione europea che ha acceso un faro sulla attuale discussione in Parlamento per verificare che il Governo italiano non venga meno agli impegni sottoscritti con la legge 79/2022, ovvero con il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza, di eliminare dall’ordinamento universitario e degli enti di ricerca le forme contrattuali di tipo parasubordinato, facendo esplicito riferimento all’Assegno di ricerca sia nella relazione tecnica redatta dal MUR alla legge di conversione del decreto legge 36/2022, sia negli allegati al PNRR. Il Governo, incomprensibilmente, non permette la revisione migliorativa della norma, avendo recentemente espresso parere contrario all’emendamento presentato dal sen. Verducci ed altri contestualmente all’approvazione del testo Occhiuto-Cattaneo volto a reintrodurre i rapporti di collaborazione flessibili ed i contratti parasubordinati nel sistema. Questi correttivi vengono incontro ad alcune ragionevoli richieste di flessibilità che provengono dal sistema stesso:</p>
<ol>
<li>Durata. La durata biennale del Contratto di ricerca è stata prevista per contrastare la piaga dell’intermittenza degli Assegni di ricerca, che in particolare affligge l’università e molto meno gli enti di ricerca, e anche per dare alle posizioni post-doc quel minimo respiro e quell’autonomia di ricerca previste dalla Carta europea dei ricercatori, normalmente previste nella maggior parte delle istituzioni di ricerca europee. Il lavoro di ricerca ha infatti bisogno di un respiro temporale anche più ampio di due anni per produrre risultati originali, senza il quale il giovane ricercatore e la giovane ricercatrice sono condannati ad entrare in una catena di montaggio (il “progettificio”) in cui espletano un lavoro più tecnico che scientifico al servizio delle idee di altri. Pur condividendo questa impostazione, ci rendiamo conto che essa possa mettere in difficoltà i gruppi di ricerca, soprattutto in contesti positivamente ricchi di piccoli gruppi con idee originali, per cui riteniamo accettabile la riduzione della durata minima del Contratto di ricerca ad un solo anno, più semplice da finanziare, rinnovabile nell’ambito di progetti o programmi di ricerca.</li>
<li>Didattica. La proibizione iniziale di fare didattica era dettata dalla considerazione, espressa anche nelle conclusioni dell’Indagine conoscitiva riportate nelle premesse, che assieme al superamento dell’assegno di ricerca fosse necessaria una significativa immissione in ruolo di docenti. La legge 79/2022 ha concretizzato questo percorso con la figura del Ricercatore tenure-track, RTT, che riuniva in un unico ruolo i precedenti RTDA ed RTDB, che hanno compiti di didattica, ricerca e terza missione. Il pur insufficiente finanziamento straordinario della legge di bilancio per il 2022 doveva quindi essere un primo passo per trasferire il carico didattico su una figura ancora a tempo determinato ma comunque orientata in modo chiaro verso la docenza strutturata in caso di valutazione positiva. Il percorso virtuoso si è interrotto con la contrazione dei fondi: si può quindi ritenere un compromesso accettabile che i titolari di contratto di ricerca possano ricevere carichi didattici, subordinato al vincolo che gli stessi siano retribuiti addizionalmente e siano stabiliti dei limiti al carico didattico idonei e compatibili con la preminente attività di ricerca.</li>
<li>Costo. Abbiamo analizzato al punto 1) il costo del lavoro post-dottorale. Aggiungiamo qui che l’emendamento bocciato dalla 7a Commissione puntava a riprendere l’idea di un finanziamento che favorisse la transizione dal regime dell’Assegno di ricerca a quello del Contratto di ricerca, recuperando le buone intenzioni che erano state espresse con l’approvazione della legge 79. Il sostegno previsto consisterebbe nel creare un fondo di finanziamento pluriennale che possa versare all’INPS, fino ad esaurimento della propria capienza, i contributi dovuti dal datore di lavoro, evitando quindi le penalità per il lavoratore associate a forme di contribuzione figurativa. L’investimento è quantificato in circa 5.000 euro annui per ciascun Contratto e richiederebbe quindi circa 100 milioni di euro l’anno alle casse dello Stato per il cofinanziamento di ventimila Contratti. Finanziamento che peraltro costituisce una partita di giro perché finisce nelle casse dell’INPS e viene contestualmente utilizzato per pagare i trattamenti pensionistici attuali. L’applicazione di tale regime consentirebbe di ridurre al 13% l’incremento del costo annuale del lavoro nel passaggio dall’Assegno di ricerca, opportunamente rivalutato, al Contratto di ricerca. Un passaggio quasi inavvertibile per un sistema sano con un livello di finanziamento almeno costante al netto dell’inflazione. Passaggio che invece diventa certamente più critico in un contesto in cui il Governo riduce il Fondo di finanziamento ordinario dell’università, tra tagli diretti di capitoli di spesa come il piano straordinario di assunzioni varato dal Governo Draghi e tagli indiretti come la mancata copertura degli adeguamenti stipendiali del personale, dopo un triennio 2022-2024 pesantissimo per tutti i lavoratori, in cui l’inflazione cumulativa ha toccato il 18%.</li>
<li>MSCA-DN. Non aggiungiamo nulla alle considerazioni fatte al punto 2), se non il fatto che l’emendamento respinto avrebbe consentito l’uso dei Contratti di ricerca per il conferimento delle posizioni attivate con i finanziamenti MSCA-DN. A malincuore, pensando invece a tutti i dottorandi di ricerca trattati come studenti invece che come lavoratori in formazione.</li>
</ol>
<h3 id="4-il-dito-o-la-luna-il-nodo-del-finanziamento">4) Il dito o la luna? Il nodo del finanziamento</h3><p>Questa breve disamina di alcuni aspetti tecnici dovrebbe aver reso chiaro che stiamo discutendo da mesi delle forme di contratto a termine subordinato o flessibile nel sistema dell’università e degli enti di ricerca perdendo di vista la luna, cioè la contrazione a volte esplicita, a volte strisciante del finanziamento pubblico al sistema stesso, minando alla radice la competitività del nostro paese. Analizziamo solo due dati di portata generale a supporto di questa tesi. Dal 2006 al 2024, arco temporale in cui si possono avere dati omogenei, il fondo ordinario di finanziamento degli enti di ricerca vigilati dal M(I)UR è cresciuto del 19,5% in termini assoluti. A questa crescita in termini assoluti corrisponde un decremento di quasi il 15% in termini di valore relativo al 2006. Nel frattempo il costo del lavoro, parametrizzato sulla figura del ricercatore degli enti pubblici di ricerca, è cresciuto del 30% in valore assoluto grazie ai sacrosanti aumenti contrattuali, anche se il triennio 2022-2024 vede un arretramento netto in termini di potere d’acquisto in conseguenza di un’inflazione cumulativa al 18%. Gli enti di ricerca sono quindi tra l’incudine di un finanziamento che decresce perché non tiene il passo dell’inflazione ed il martello di un costo del lavoro che sale più rapidamente del finanziamento. Poco meglio è apparentemente andata all’università, con una crescita in termini assoluti del 25,5% dell’FFO tra il 2007 ed il 2024, ma sempre con un decremento di circa il 10% in termini di valore relativo al 2007, aggravato da una distribuzione profondamente ineguale del finanziamento dovuta alla presenza di un 30% di quota premiale nella composizione del fondo, e da una stasi di fatto nel triennio 22-24 che sta mettendo in ginocchio molti atenei a causa dell’inflazione. La soluzione a questo problema, che ha certamente radici pluriennali ma è esacerbato dalle politiche attuali, che ci viene proposta da questo governo è quella di assecondare ulteriormente il trend di decrescita dei finanziamenti, mediante la contrazione ulteriore del personale strutturato e con l’abbassamento ulteriore del costo di un lavoro privo di diritti elementari per la parte più debole del sistema, costituita dai giovani e dalle giovani che cominciano il percorso guidati dalla passione per il lavoro di ricerca. Un sistema che in mancanza di un incremento significativo del finanziamento strutturale, dell’ordine di qualche miliardo di euro, li condannerà al ricatto inaccettabile tra un lavoro a bassa retribuzione e senza diritti e l’espulsione immediata dal sistema. Espulsione che sarà solo ritardata nel primo caso, perché in mancanza di un finanziamento straordinario più del 90% di loro verrà comunque sfruttato all’osso e poi ugualmente espulso dal sistema per mancanza di posizioni disponibili, probabilmente molto oltre i 40 anni. Noi non accettiamo questo disegno e abbiamo assistito costernati in questi mesi al coinvolgimento di colleghi prestigiosi, che abbiamo sempre stimato, in una campagna di opinione propagandistica ed ambigua che punta a riversare sui giovani il costo del definanziamento del sistema invece di chiedere con forza contratti dignitosi e finanziamenti adeguati per l’università e la ricerca pubblica.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Un CERN per l’intelligenza artificiale: siamo già in ritardo?</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/cern-intelligenza-artificiale-siamo-gia-ritardo/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/cern-intelligenza-artificiale-siamo-gia-ritardo/</guid><pubDate>Wed, 28 May 2025 08:37:00 +0100</pubDate><dc:creator>Simone Ramello</dc:creator><category>innovazione</category><description>L&amp;amp;rsquo;iniziativa InvestAI punta a riportare l&amp;amp;rsquo;Unione Europea al passo nello sviluppo dell&amp;amp;rsquo;intelligenza artificiale, ma ha grosse criticità. Ne parliamo con Giuseppe Attardi, già ordinario di Informatica dell&amp;amp;rsquo;Università di Pisa e proponente di un &amp;amp;ldquo;CERN per l&amp;amp;rsquo;IA&amp;amp;rdquo;.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2025/cern-intelligenza-artificiale-siamo-gia-ritardo-hero.jpg" type="image/jpeg" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2025/cern-intelligenza-artificiale-siamo-gia-ritardo-hero.jpg" medium="image" type="image/jpeg"/><content:encoded><![CDATA[<p>L&rsquo;Europa del secondo dopoguerra aveva un problema: i principali centri di ricerca in fisica si trovavano negli Stati Uniti, dove i talenti avevano accesso a fondi e strumenti per portare avanti esperimenti anche piuttosto costosi. Un tipo di risorse che i singoli stati europei non erano in grado di offrire, ma che un ente internazionale avrebbe potuto mettere insieme. Un&rsquo;idea che la delegazione francese alle Nazioni Unite aveva già sollevato nel 1946, in un&rsquo;escalation politica che porterà alla nascita dell&rsquo;odierno CERN.</p>
<p>L&rsquo;Europa del 2025 si trova di fronte a un problema dalle caratteristiche simili. Quasi un anno fa, in un&rsquo;intervista al settimanale greco <em>To Vima</em>, l&rsquo;allora commissario europeo per il mercato interno Thierry Breton sottolineava come si dovesse garantire a start-up e centri di ricerca europei accesso ai quattro &ldquo;ingredienti chiave&rdquo; per l&rsquo;intelligenza artificiale: dati, potere computazionale, algoritmi e talenti. Risorse che abbondano nelle mani delle grandi multinazionali come Meta o Google, ma a cui invece piccole start-up e istituzioni pubbliche faticano ad accedere, soprattutto in termini di dati, potere computazionale e talenti.</p>
<p>Le grandi aziende che producono modelli di intelligenza artificiale, infatti, hanno spesso un altro tipo di business come cuore delle loro attività, che permette loro di ottenere quantità di dati molto più grandi di quelle disponibili per il settore pubblico o per compagnie più piccole. Pensiamo a Meta, Microsoft o Google: le loro normali attività commerciali producono ingenti quantità di dati tramite i servizi che forniscono agli utenti. Su questi dati possono poi essere allenati modelli di intelligenza artificiale (soprattutto, in questo caso, generativa). Un <a href="https://www.sciencedirect.com/science/article/abs/pii/S0160791X25000107?via%3Dihub" rel="noopener">articolo</a> in uscita a giugno 2025 su <em>Technology in Society</em> analizza 8.000 preprint in intelligenza artificiale, portando a galla le notevoli differenze in risultati che le aziende riescono a ottenere utilizzando dati esclusivi a cui il pubblico non ha accesso.</p>
<p>Allo stesso modo, allenare e operare un modello di intelligenza artificiale come GPT-4.1 (rilasciato poche settimane fa da OpenAI) richiede ingenti quantità di potere computazionale ed energia. Questo a sua volta si traduce nella necessità di un gran numero di processori, una risorsa piuttosto costosa, prodotta solo da un numero ridotto di aziende perlopiù americane, come Nvidia e AMD. L&rsquo;hardware in questione, inoltre, richiede spesso un tipo di competenza ingegneristica specialistica che manca nel mondo accademico. Al contrario, molte delle grandi aziende che producono modelli di intelligenza artificiale offrono da tempo anche servizi di cloud computing e hanno, dunque, accesso al potere computazionale e al talento umano necessari. Un <a href="https://arxiv.org/abs/2401.02452" rel="noopener">preprint</a> di gennaio 2024 analizza 650 modelli di machine learning per stimare l&rsquo;impatto che la differenza di accesso alle risorse computazionali ha sulla ricerca: se si guarda a quelli cosiddetti large scale (che stanno, cioè, nel primo quartile del potere computazionale richiesto), la percentuale prodotta da laboratori universitari cala drasticamente negli anni, dal 65% degli anni Dieci del 2000 fino al 10% all&rsquo;inizio degli anni Venti.</p>
<p>Parallelo al divario pubblico-privato in sviluppo e sperimentazione con l&rsquo;intelligenza artificiale si apre quello fra Europa e resto del mondo, in particolare Stati Uniti e Cina. I più celebri modelli di intelligenza artificiale, soprattutto generativa, sono stati sviluppati da aziende statunitensi e cinesi, con l&rsquo;eccezione della francese Mistral. Nella corsa per l&rsquo;accesso a questa tecnologia rivoluzionaria, con i conseguenti vantaggi economici e geopolitici, l&rsquo;Europa sembra rimanere indietro.</p>
<p>«<em>Too often, I hear that Europe is late to the race &ndash; while the US and China have already gotten ahead</em>», ha detto Ursula von der Leyen all&rsquo;AI Action Summit del 10 febbraio 2025. «<em>I disagree</em>».</p>
<p>La conferenza parigina è il momento in cui la presidente della Commissione Europea ha annunciato InvestAI, l&rsquo;iniziativa europea che punta a smuovere 200 miliardi di euro di investimenti per l&rsquo;intelligenza artificiale. Di questi, 20 dovrebbero essere dedicati alla creazione di quattro cosiddette AI Gigafactories, grossi centri di ricerca (l&rsquo;annuncio parla di &ldquo;centomila chip di nuova generazione&rdquo;) per lo sviluppo e la sperimentazione con modelli di intelligenza artificiale. Nel suo discorso, von der Leyen parla di «replicare il successo del CERN di Ginevra», fornendo l&rsquo;infrastruttura necessaria perché ricercatori e start-up europee possano giocare sullo stesso piano delle loro controparti fuori dall&rsquo;Unione.</p>
<p>Un annuncio che lascia molti insoddisfatti. Tra questi, Giuseppe Attardi, già professore di Informatica dell&rsquo;Università di Pisa e proponente di un&rsquo;iniziativa europea per un &ldquo;CERN per l&rsquo;intelligenza artificiale&rdquo;. Una proposta sollevata assieme a decine di altri ricercatori ed esperti del continente con la creazione del network CAIRNE, che già nel 2018 (quando si chiamava CLAIRE) <a href="https://cairne.eu/cern-for-ai/" rel="noopener">portava avanti</a> esplicitamente l&rsquo;idea di centralizzare risorse e talenti per non rimanere indietro nella corsa allo sviluppo e l&rsquo;applicazione dell&rsquo;IA.</p>
<p>«Per stare al passo è necessario accelerare, è necessario un intervento straordinario», ha commentato Attardi. La creazione delle AI Gigafactories non sarebbe sufficiente: all&rsquo;atto pratico, si tratterebbe di trasformare i centri di ricerca di EuroHPC (l&rsquo;infrastruttura europea di supercomputer) in centri che sviluppino modelli e svolgano esperimenti sull&rsquo;intelligenza artificiale. Ma tanto le tecnologie quanto le metodologie sperimentali di questi centri sono molto diverse da quelle richieste per tenere il passo con l&rsquo;evoluzione dell&rsquo;IA. Per poter utilizzare Leonardo, il supercomputer EuroHPC ospitato a Bologna da Cineca, è necessario trovare i fondi per il progetto, farlo approvare da Cineca, e infine attendere che si liberi una parte di macchina su cui far girare il proprio esperimento. «Gli esperimenti su modelli di intelligenza artificiale richiedono molta più flessibilità e rapidità», spiega Attardi. «Per un CERN dell&rsquo;IA è necessario mettere insieme competenze altamente specializzate e molto diverse, che a oggi non esistono all&rsquo;interno dei centri di EuroHPC». E che l&rsquo;evoluzione in AI Gigafactories difficilmente introdurrà.</p>
<p>Non è la prima volta che la strategia della Commissione Europea delude gli esperti di intelligenza artificiale. «Le precedenti call del programma Horizon non contenevano nemmeno le parole &lsquo;intelligenza artificiale&rsquo;», ha notato Attardi, «a riprova della lentezza e incapacità dei funzionari politici nel rispondere a una tecnologia che evolve a velocità mai viste prima». Un vero CERN dell&rsquo;IA, puntualizza il professore, dovrebbe centralizzare le risorse e i talenti, offrendo stipendi competitivi e mettendo la governance in mano ai ricercatori stessi. Come il CERN di Ginevra, infatti, un centro europeo per l&rsquo;intelligenza artificiale dovrebbe sottostare alla direzione strategica degli esperti, senza rimettersi ai tempi e agli interessi dei politici. Solo in questo modo potrebbe concentrarsi sullo sviluppo scientifico e tecnologico in maniera dinamica e concreta, senza inseguire l&rsquo;ultima moda o le tendenze di mercato ma portando a vera innovazione.</p>
<p>Attardi mette in guardia dal rischio di perdere opportunità importanti. L&rsquo;Europa ne ha già perse due: le rivoluzioni dei personal computer e del cloud computing, entrambe fermamente in campo statunitense. Un predominio che però ora sembra essere messo in discussione dall&rsquo;evoluzione politica nordamericana: si apre una grossa opportunità per l&rsquo;Unione Europea, dato che «tre quarti delle startup americane sono fondate da immigrati, che nell&rsquo;attuale clima politico potrebbero voler lasciare il paese e portare le loro competenze e idee altrove». Per esempio, in Europa. Un invito che sembra essere stato raccolto dalla Commissione Europea: il 5 maggio, alla Sorbona di Parigi, Ursula von der Leyen ha infatti annunciato un investimento da 500 milioni di euro per l’iniziativa Choose Europe, che punta ad attirare ricercatori verso l’Unione con grant particolarmente vantaggiosi. L’occhio, è chiaro, è rivolto a tutti coloro che fuggono da Stati Uniti sempre più instabili e la cui ricerca è sempre meno finanziata. E che potrebbero portare al vecchio continente le competenze necessarie per l’auspicato intervento straordinario.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Un ritorno al passato per l’università</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/ritorno-passato-universita/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/ritorno-passato-universita/</guid><pubDate>Wed, 28 May 2025 08:30:00 +0100</pubDate><dc:creator>Società italiana di economia</dc:creator><category>politica-della-ricerca</category><description>Il governo ha presentato due disegni di legge che modificano l’accesso e le carriere nell’università. Nuove figure si aggiungono a quelle esistenti, aumentando la frammentazione e la precarietà. Mentre si tagliano le risorse, cresce il rischio di un sistema sempre più instabile e privo di prospettive.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2025/ritorno-passato-universita-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2025/ritorno-passato-universita-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>Il governo ha presentato due disegni di legge che introducono importanti modifiche nel sistema universitario. Il primo - DDL 45/2025 (AC 2420) - introduce le due nuove figure degli incarichi di ricerca e degli incarichi post doc. Il secondo riguarda la “Revisione delle modalità di accesso, valutazione e reclutamento del personale ricercatore e docente universitario”.</p>
<h2 id="lintroduzione-degli-incarichi-di-ricerca-e-degli-incarichi-post-doc">L’introduzione degli incarichi di ricerca e degli incarichi post doc</h2><p>Il primo provvedimento introduce:</p>
<ul>
<li>gli incarichi di ricerca per chi una laurea magistrale da meno di sei anni, assegnati attraverso bandi e selezioni oppure con conferimento diretto, che prevedono assistenza alla ricerca sotto la supervisione di un tutor, della durata da 1 a 3 anni, con un trattamento economico deciso da chi li bandisce, a partire da un minimo stabilito dal Ministero.</li>
<li>gli incarichi post doc per chi ha il dottorato di ricerca, assegnati attraverso bandi e selezioni, che prevedono attività di ricerca e di didattica, della durata da 1 a 3 anni, con un trattamento economico pari a quello dei ricercatori a tempo definito.</li>
</ul>
<p>In questo modo nelle università italiane andranno così a coesistere – per diversi anni a venire - le seguenti figure:</p>
<ul>
<li>Borse di ricerca pre-dottorato</li>
<li>Nuovi incarichi di ricerca</li>
<li>Borse per dottorati di ricerca: 40.000, aumentate negli ultimi anni con le risorse del PNRR</li>
<li>Vecchi assegni di ricerca: 24.500, ancora con alcune possibilità di essere rinnovati</li>
<li>Vecchi RTDA: 7500, ancora con alcune possibilità di attivazione</li>
<li>Vecchi RTDB in corso di completamento prima del passaggio a Professore Associato; insieme ai Ricercatori Tenure Track (RTT) sono 7000 </li>
<li>Nuovi incarichi post doc</li>
<li>Contratti di ricerca, appena introdotti ufficialmente (poche decine attualmente)</li>
<li>Ricercatori Tenure Track (RTT) che consentono il passaggio alla posizione di Professore Associato</li>
</ul>
<p>Tali nuove figure e la grave frammentazione delle posizioni che si prospettano tra la laurea magistrale e i docenti di ruolo dell’università sono problematiche sotto diversi aspetti.</p>
<p>Gli incarichi di ricerca si sovrappongono alle attuali Borse di ricerca e creano un percorso parallelo – anch’esso di 3 anni - ai dottorati di ricerca, ma senza prospettive. Si crea una figura di assistente legato a un docente di riferimento, che può essere scelto direttamente, con una remunerazione incerta e differenziata da un’università all’altra, senza precisazioni sul rapporto di lavoro e sul trattamento economico previsto.<br>
Nell’attuale prospettiva di riduzione delle risorse per le università pubbliche, si potrebbero presentare situazioni paradossali in cui, per esempio, in assenza di posti adeguati per Contratti di ricerca o incarichi post doc, persone più qualificate - con dottorati e esperienza di assegni di ricerca - si candidano a incarichi di ricerca in competizione con chi ha solo la laurea magistrale.</p>
<p>Gli incarichi post doc si sovrappongono agli attuali Contratti di ricerca e replicano in sostanza le posizioni di RTDA (ma con durata inferiore e retribuzione minore) e di assegni di ricerca. Hanno meno tutele contrattuali e minori costi per gli atenei dei Contratti di ricerca e potrebbero quindi portare gli atenei a privilegiare tale figura per le opportunità di ricerca dei neodottorati e per la continuazione delle attività degli attuali assegni e RTDA. <br>
Una proposta opportuna – già avanzata dalla Rete delle Società Scientifiche – per ridurre i costi per gli atenei riguardava la possibilità di una fiscalizzazione degli oneri contributivi relativi ai Contratti di ricerca. Tale misura avvicinerebbe i costi per i Contratti di ricerca ai costi sostenuti in passato per gli assegni di ricerca. Si potrebbe evitare in tal modo l’introduzione delle nuove figure, favorendo un ragionevole passaggio dei giovani ricercatori verso figure con maggiori tutele contrattuali. Tale proposta potrebbe essere oggetto di un emendamento al DDL attualmente in discussione.</p>
<p>Un problema specifico riguarda le attività didattiche che potranno essere svolte dagli incarichi post doc, rinnovando l’impegno previsto in precedenza per gli RTDA, un impegno che non è previsto invece per i Contratti di ricerca. Va ricordato che la didattica universitaria si appoggia oggi su 30 mila contratti di insegnamento che vanno ad assegnisti, RTDA e altre figure, oltre che a esperti esterni, e che hanno spesso remunerazioni poco più che simboliche. Di fatto i requisiti minimi per l’offerta formativa sono raggiunti in molti atenei considerando anche la presenza di RTDA e di professori a contratto. La programmazione delle attività didattiche richiede un rafforzamento delle posizioni di RTT e di ruolo.</p>
<p>L’introduzione degli incarichi di ricerca è stata stimolata dal caso specifico dei beneficiari italiani dei progetti Marie Skłodowska-Curie Actions (MSCA) nell’ambito dello schema del Doctoral Network (12 progetti vinti in Italia nel 2024, per un totale di circa 60 Dottorandi). È possibile risolvere tale problema specifico attraverso modifiche alle norme sulle figure esistenti, senza creare necessariamente una nuova figura. </p>
<p>Inoltre per i nuovi incarichi di ricerca e post doc potrebbero rinnovarsi le obiezioni che la Commissione europea ha rivolto agli assegni di ricerca e alle figure previste dal precedente DDL 1240. Il governo italiano ha preso impegni con la Commissione europea in sede di PNRR per il superamento degli assegni di ricerca e per la destinazione delle risorse per attività di ricerca a effettivi contratti di lavoro.</p>
<p>Considerando le dimensioni delle posizioni precarie nell’università italiana – il 35% di tutto il personale di ricerca è oggi precario - il problema non è moltiplicare le figure nelle fasi di carriera iniziali, ma offrire prospettive di avanzamento agli attuali assegni e RTDA verso la posizione di Ricercatore Tenure Track (RTT) e riprendere il piano di reclutamento di professori associati. Va ricordato l’invecchiamento dei docenti: negli ultimi tre anni è andato in pensione il 10% dei professori ordinari e associati. Un problema ulteriore a questo proposito è stata la decisione del governo nell’autunno scorso di introdurre il limite del 75% del rinnovo del turnover per i docenti.</p>
<p>Da questi dati emerge l’esigenza di intervenire sulle figure di ricerca che vanno dalla laurea magistrale al ruolo di professore associato, ma nella direzione di ridurne il numero, evitare sovrapposizioni, introdurre alcune flessibilità, riconoscere le tutele contrattuali, programmare le figure in parallelo ad una ripresa e a una stabilizzazione in termini reali dei finanziamenti assegnati all’università, specie al termine dei fondi straordinari legati al PNRR.</p>
<h2 id="le-nuove-procedure-per-i-concorsi-universitari-e-labolizione-dellabilitazione-scientifica-nazionale">Le nuove procedure per i concorsi universitari e l’abolizione dell’Abilitazione Scientifica Nazionale</h2><p>Il DDL del governo sul cambiamento delle procedure per i concorsi universitari, con l’abolizione dell’Abilitazione Scientifica Nazionale, introduce maggiori margini di autonomia per gli atenei. Per candidarsi ai concorsi di ordinario o associato sarà sufficiente dichiarare il possesso di requisiti che saranno definiti dal Ministero e non più aver ottenuto l’Abilitazione. <br>
L’Abilitazione Scientifica Nazionale, introdotta nel 2012, nasceva dall’esigenza di assicurare la qualità del reclutamento accademico. In questi anni le modalità della valutazione hanno influenzato le attività di ricerca, soprattutto dei più giovani, indirizzandoli a privilegiare la quantità dei lavori pubblicati sulle riviste di rilievo internazionale, a volte a danno degli aspetti di qualità. Pur con molti problemi, le procedure dell’ASN – con il sorteggio delle Commissioni – avevano contribuito a un maggior respiro internazionale della ricerca e avevano ridotto il peso degli interessi universitari locali.<br>
Le nuove norme – ancora poco chiare - prevedono commissioni individuate dagli atenei “previo sorteggio tra i docenti disponibili a livello nazionale” con un componente interno.<br>
Il rischio delle nuove norme del governo è un minor riconoscimento della qualità della ricerca e un ritorno a logiche localistiche.</p>
<p>È opportuno infine ricordare altre misure del governo che delineano un quadro problematico per l’università italiana.</p>
<ul>
<li><strong>La riduzione dei finanziamenti all’università</strong>. Il Fondo di Finanziamento Ordinario del 2024 <a href="https://www.scienzainrete.it/articoli/rischi-ridimensionamento-dell-universita-ricerca-lettera-societa-scientifiche/">ha avuto un taglio</a> di 173 milioni rispetto al 2023, che ha colpito quasi tutte le università statali. La legge di bilancio 2025 ha previsto tagli nel bilancio MUR di 247 milioni di euro nel 2025, di 239 milioni nel 2026 e di 216 milioni nel 2027, una riduzione cumulativa che avrebbe effetti molto gravi. L’aumento degli stipendi dei docenti (+4,8% per recupero inflazione Istat) non ha avuto coperture e ha gravato sui bilanci degli atenei. Non sono disponibili le risorse per il Piano di reclutamento degli Associati avviato dal governo precedente. Non è possibile ridefinire le figure del personale di ricerca senza una corrispondente definizione delle risorse disponibili.</li>
<li><strong>L’incertezza istituzionale</strong>. C’è una forte incertezza legata al futuro ruolo del CUN e alle mancate nomine per il rinnovo dell’ANVUR.</li>
<li><strong>Il trattamento di favore offerto dal governo alle università telematiche private</strong>. Attualmente le università telematiche private non rispettano gli standard di qualità dell’insegnamento universitario tipici delle università pubbliche in termini di procedure d’esame e di rapporto tra il numero di docenti e il numero di studenti.</li>
</ul>
<p>In sintesi, l’università che si disegna con le misure del governo rappresenta un ritorno al passato con una moltiplicazione caotica delle posizione precarie e un potere discrezionale di professori e atenei sui giovani ricercatori. Il sistema universitario ritorna al passato con i concorsi locali e subisce un ridimensionamento, con riduzioni di risorse, incertezza istituzionale e rischi di peggioramento per la qualità della ricerca e dell’insegnamento universitario.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Contratti di ricerca: lettera aperta al Partito Democratico e ai decisori politici</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/contratti-ricerca-lettera-aperta-partito-democratico-decisori-politici/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/contratti-ricerca-lettera-aperta-partito-democratico-decisori-politici/</guid><pubDate>Tue, 27 May 2025 08:22:00 +0100</pubDate><dc:creator>Autori vari</dc:creator><category>politica-della-ricerca</category><description>Il nuovo Contratto di Ricerca (CDR), introdotto dalla legge 79/2022 per garantire tutele e dignità ai ricercatori, presenta in realtà forti criticità applicative, costi insostenibili e rigidità che escludono migliaia di giovani dal sistema della ricerca pubblica. E analizzando punto per punto le affermazioni dei suoi promotori, si evidenzia come il CDR non superi il precariato, non favorisca l’indipendenza scientifica e limiti l’accesso alla carriera accademica, a fronte di alternative più flessibili e inclusive come gli incarichi di ricerca e post-doc.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2025/contratti-ricerca-lettera-aperta-partito-democratico-decisori-politici-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2025/contratti-ricerca-lettera-aperta-partito-democratico-decisori-politici-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>Usciamo da mesi di duro confronto politico su una questione che ha visto tanti ricercatori, università, la CRUI, gli enti di ricerca, l’Accademia dei Lincei, oltre a giovani dottorandi, dottori di ricerca e assegnisti non afferenti ad alcuna sigla, rispondere con una compattezza trasversale. Il tema del contendere è stato il Contratto di Ricerca (CDR), un nuovo strumento contrattuale introdotto nella precedente legislatura con la legge n. 79 del 29 giugno 2022 e diventato operativo come sostituto dell’Assegno di Ricerca (ADR) solo pochi mesi fa, nel febbraio 2025, sebbene carico di aspetti in parte poco chiari persino per gli esperti di diritto del lavoro.</p>
<p>L’obiettivo del CDR, secondo il legislatore, era quello di «istituire un rapporto di lavoro pienamente subordinato, biennale, rinnovabile una sola volta e prorogabile di un ulteriore anno per specifici progetti di ricerca».</p>
<p>Il senatore Francesco Verducci (Partito Democratico), tra i promotori del CDR, sulle pagine de <em>il Manifesto</em> (21/5/2025), ha ammonito: «Non torniamo indietro da ciò che è stato conquistato con la legge 79 del 2022: il riconoscimento della dignità del lavoro della ricerca. È questo il punto oggi sotto attacco. C’è un dibattito regressivo, distorto, fuorviante. Una campagna contro il contratto di ricerca accusato di essere troppo costoso per il solo fatto che, allineandosi alla Carta europea dei ricercatori, finalmente assicura una retribuzione dignitosa e piene tutele (malattia, ferie, contributi). In un mondo normale il tema sarebbe: facciamo una battaglia per le risorse».</p>
<p>Proviamo a fare una disamina di queste e altre affermazioni e proporre alcune riflessioni:</p>
<ol>
<li>Il CDR è una realtà di fatto; è uno strumento che sarà utilizzato nei modi e nelle forme volute dal legislatore. Il CDR non è mai stato sotto attacco per il fatto che “darebbe dignità al lavoro della ricerca”. Molto più semplicemente, da più parti sono invece stati evidenziati una serie di seri problemi applicativi e rigidità esecutive del nuovo contratto, che suggeriscono di affiancargli figure più idonee a particolari situazioni della progressione di formazione e carriera nella ricerca.<br>
Riguardo alla critica che il problema si risolverebbe aumentando le risorse (il CDR ha un costo molto più elevato dell’ADR), ci chiediamo perché il legislatore non abbia pensato a questa soluzione nel momento in cui proponeva il CDR. Era il 2022 quando la norma veniva approvata e il legislatore aveva certamente contezza dei numeri e delle risorse necessarie. Ma il CDR veniva approvato a invarianza di spesa. Non è quindi chiaro quali strategie proponga oggi il legislatore per finanziare il maggiore costo di un numero di CDR compatibile con i numeri dei sorpassati ADR – a fronte dei pochi ADR su fondi ministeriali, si ricorda che nel 2022 erano già 13 mila e oggi, per la sollecitazione a reclutare giovani neo-dottori data dal Pnrr, sono circa 24 mila gli ADR su finanziamenti non ministeriali. Quale futuro per le migliaia di giovani ricercatori ex-ADR che non riusciranno a restare nel campo della ricerca viste le specificità e i costi del CDR?</li>
<li>È stato detto che il CDR assicura una retribuzione dignitosa rispetto a quanto garantivano i sorpassati ADR. A fronte di un costo lordo di 83.000 euro per i due anni di contratto (41.500 euro per anno), il netto in busta paga del percettore di CDR si aggira intorno ai 1.800 euro mensili. Con lo strumento dell’ADR (che garantiva tutte le tutele essenziali) la stessa cifra produceva un netto di 2.450 euro mensili. Questo perché una quota significativa del costo del CDR è destinata a imposte (IRAP, IRPEF, TFR). Avendo poi il CDR un massimale, non superabile, di 2.200 euro netti al mese, a questi giovani ricercatori – a cui il CDR non fornisce alcuna ipoteca circa una futura stabilizzazione - non si potrà nemmeno aumentare più di tanto lo stipendio in funzione delle competenze acquisite. Sarà, inoltre, molto difficile attrarre giovani dall’estero, poiché si tratta di una somma netta molto lontana da quella normalmente percepita dai ricercatori con un simile inquadramento in altri paesi europei, quali la Francia, la Spagna, la Germania. L’ADR era peraltro rendicontabile anche nei progetti europei, attenendosi alle indicazioni che la <em>list of country-specific issues</em> emanata dalla Commissione europea per i grant europei nel periodo 2021-2027 dava, cioè che «le condizioni di lavoro siano simili a quelle di un dipendente con funzioni analoghe». Forme ulteriori e migliori sono sempre auspicabili ma occorre capire cosa si elimina, cosa si propone e comprendere le conseguenze che ne derivano, alle condizioni date.</li>
<li>Si sostiene che il CDR !garantisce piene tutele (malattia, ferie, contributi)» e a più riprese viene sottolineato che le nuove forme di reclutamento introdotte nel DL 45 PNRR Scuola (gli “incarichi di ricerca” e gli “incarichi post-doc” dell’emendamento del Senatore Mario Occhiuto, Forza Italia, poi approvato in Commissione e in Aula con la fiducia al DL) non garantiscono tutele. Se è vero che il CDR introduce una forma di reclutamento esito della contrattazione nazionale collettiva e le tutele contemplate, è tuttavia contrario al vero sostenere che i sorpassati ADR, così come i nuovi “incarichi di ricerca” e “incarichi post-doc” dell’emendamento Occhiuto, non garantiscano alcuna tutela in materia fiscale e previdenziale. Non è nemmeno vero, come invece più volte ripetuto in Aula lo scorso 21 maggio durante gli interventi del PD, che gli “incarichi di ricerca” e gli “incarichi post-doc” prevedano il conferimento diretto, senza concorso pubblico, in contrasto con l&rsquo;articolo 97 della Costituzione. Come è stato rimarcato dalla senatrice a vita Elena Cattaneo nella stessa discussione in Aula e, come sottolineato dal relatore Presidente della Commissione 7°, senatore Roberto Marti della Lega, «gli incarichi di ricerca e gli incarichi post-doc [così come il contratto di ricerca, aggiungiamo noi], prevedono bandi di selezione pubblici nella totalità dei casi». Tranne – si specifica nell’emendamento Occhiuto - alcune eccezioni, che rappresentano una prassi per molte forme di reclutamento, perché a poter essere reclutati per chiamata diretta sono coloro che hanno già vinto una selezione competitiva da parte di agenzie e fondazioni riconosciute; una prassi consolidata nel rispetto di tutti i principi costituzionali e già usata nelle Università per alcuni reclutamenti in diverse posizioni.</li>
<li>Il senatore Verducci in più occasioni ha sostenuto che «il CDR si allinea alla Carta europea dei ricercatori», che «mette fine al precariato» e che con i nuovi incarichi dell’emendamento Occhiuto verrebbero !reintrodotte sotto nuove vesti le stesse forme di precarizzazione che la riforma del 2022 aveva superato». Ripetere una falsità non la rende vera: il CDR non è uno strumento che contrasta il precariato e, anzi, non sposta nulla circa il precariato. Lo dicono anche diversi giuslavoristi riunitisi in una tavola rotonda organizzata nell’aprile del 2025 dall’Università Sapienza di Roma. Non vi è infatti alcuna garanzia che tale forma contrattuale sia propedeutica all’ingresso in ruoli universitari – anzi questa possibilità è espressamente esclusa. Il CDR è infatti legato alla realizzazione di una specifica ricerca e il contrattista non è inserito in alcuna organizzazione del dipartimento. È inoltre fuorviante identificare come “precari” coloro che si avviano alla carriera nella ricerca il giorno dopo aver conseguito il dottorato o la laurea, poiché il loro curriculum è ancora in fase di costruzione. Questa definizione rischia di distogliere l’attenzione dai “veri precari”: ricercatori con un curriculum solido, ma privi di reali opportunità di stabilizzazione.<br>
In sintesi, il CDR è stato incomprensibilmente concepito, sin dalla sua genesi, affinché il beneficiario - il giovane ricercatore universitario - non faccia né didattica, né assistenza a studenti, nemmeno un’attività di ricerca di carattere generale, bensì agisca su un solo progetto – quello di altri, a cui ESCLUSIVAMENTE, come la norma recita, deve dedicarsi: «esclusivo svolgimento di specifici progetti di ricerca». Oggi, quindi, chi percepisce un CDR non può partecipare ad altri progetti di ricerca, né a bandi per giovani con un proprio progetto di ricerca, limitando in modo importante la costruzione della propria indipendenza e vedendo ridotta la possibilità di accrescere e rendere sempre più competitivo il proprio CV.<br>
Questo problema è stato riconosciuto dagli stessi estensori della legge n. 79 del 29 giugno 2022, contenente lo strumento del CDR che, durante la discussione in Commissione 7a di poche settimane fa, hanno proposto un emendamento correttivo su specifici punti - l’emendamento non è stato approvato. L’esito è che il dispositivo finale del CDR - a nostro avviso - collide con la Carta europea dei ricercatori, a cui il CDR pretende di ispirarsi: «…i ricercatori dovrebbero godere della libertà di pensiero, opinione ed espressione ed essere liberi di definire i temi da sottoporre a ricerca, di individuare i metodi per risolvere i problemi, di scegliere ed elaborare teorie, di mettere in discussione le opinioni comuni e proporre nuove idee, nonché di associarsi in organismi accademici professionali o rappresentativi. I ricercatori dovrebbero avere il diritto di diffondere e pubblicare i risultati delle loro ricerche anche attraverso attività di formazione e insegnamento».</li>
<li>Come più volte ribadito, l’assenza di una forma di reclutamento “junior” rende l’accesso al CDR da parte dei neodottori di ricerca quasi impossibile, per il loro trovarsi a competere – per l’assegnazione di quell’unica tipologia di contratto - con i profili più esperti di chi ha già alle spalle esperienze e un curriculum più strutturato e competitivo. Per esempio, quello maturato proprio durante gli anni di ADR e di altre forme di collaborazione, tra cui i contratti di ricercatore a tempo determinato di tipo A (RTD-A), aboliti dalla stessa riforma che ha introdotto i CDR. Tra costi maggiori e mancato accesso, la stima fatta dalla Ragioneria dello Stato (RdS) nella relazione tecnica a quella riforma del 2022, prevedeva la perdita di circa il 50% del personale che entra nella ricerca dopo il dottorato: circa 6-7.000 giovani secondo le stime di allora (e molti di più oggi, visto l’aumento del numero di ADR citato sopra) costretti, per legge, a scomparire dal panorama della ricerca pubblica in Italia. Questo genera e alimenta il paradosso di formare per espellere.<br>
In questo contesto, è ancora più sconcertante quanto esplicitato dalla stessa relazione tecnica della RdS, nella quale si dichiara che le finalità perseguite dall’intervento normativo di istituzione del CDR sono di rendere “più armonica la struttura piramidale della carriera accademica” riducendo “il numero assoluto dei soggetti titolari delle posizioni”, ieri di assegnista, oggi di contrattista, per diminuire “le pressioni per ulteriori interventi normativi tesi alla stabilizzazione”. In altre parole, il legislatore era già consapevole che definendo un nuovo e più alto costo lordo per la nuova forma contrattuale del CDR - in assenza, come poi verificatosi, di un aumento delle risorse a copertura della differenza dei costi – l’effetto certo sarebbe stato quello di attivare molti meno CDR, rispetto ai “sorpassati” ADR. E così è stato. Pensando alla sola piccola quota dei CDR coperti da fondi ministeriali (una minima percentuale dell’intero panorama) il MUR ha emesso un bando di 37,5 milioni di euro (la stessa che veniva resa disponibile per gli ADR ministeriali), finanziando complessivamente 369 CDR in enti di ricerca e università. Metà di quelli che venivano istituiti come ADR e molto pochi (l’1,5%!) rispetto ai 24.000 ADR attivati nell’ultimo anno. Questo dimostra inoltre che “anche se vi fossero più risorse” queste non potrebbero certo coprire i costi aggiuntivi dell’istituzione di migliaia di CDR che ricadrebbero totalmente su finanziamenti vinti dai ricercatori italiani e che, spesso – si pensi all’importo medio finanziato dai bandi Prin - non hanno la capienza finanziaria per sostenere il costo di un singolo CDR.</li>
<li>L’accesso ai CDR è subordinato all’ottenimento del titolo di dottore di ricerca, escludendo di fatto dal mondo della ricerca i neolaureati. Non solo. Dal percepimento di uno stipendio con CDR (qualora vincitori del bando) sono esclusi anche coloro che, terminati i tre anni di dottorato, sono in attesa di discutere la tesi. Questo “buco” può durare molti mesi, fino a un anno. Chi si farebbe carico del sostegno economico per questo giovane ricercatore nel periodo in cui è tenuto a lavorare alla revisione della propria tesi, successivamente alla consegna dell’elaborato, prima della sua discussione per l’acquisizione del titolo di dottore di ricerca? Il giovane si troverebbe a fare ricerca non retribuito. In aggiunta a queste criticità, non è possibile reclutare personale con CDR su fondi, per esempio, ottenuti da enti come l’Associazione Italiana Ricerca contro il Cancro (AIRC), e la disponibilità del solo strumento contrattuale del CDR impedisce il reclutamento di dottorandi nei consorzi Marie Skłodowska-Curie Actions (MSCA) Doctoral Network (anche questo un vulnus ora compreso dagli estensori del CDR).</li>
<li>È infine grave e inaccettabile sostenere di dare voce a ricercatori e ricercatrici «contro le menzogne di un potere politico e accademico che li vuole zittire»– come ha dichiarato il senatore Verducci in Aula lo scorso 21 maggio – lasciando intendere quasi un intento intimidatorio da parte di professori e docenti nei confronti dei giovani ricercatori. Da professori universitari e ricercatori di enti pubblici ci chiediamo su quali basi si fondi un&rsquo;affermazione così grave. In assenza di riscontri reali, queste dichiarazioni risultano lesive della dignità del lavoro di coloro che, con rigore e impegno, in ogni università e centro di ricerca italiano, in condizioni spesso di estrema difficoltà e mancanza di risorse, cercano soluzioni e mettono in campo passione, dedizione, competenza e ogni forma di sostegno per la formazione e la valorizzazione di migliaia di giovanissimi studiosi.</li>
</ol>
<p>A valle di queste considerazioni, la riforma che ha introdotto il CDR sembra aver puntato più a restringere gli accessi che a valorizzare le competenze o a garantire un futuro alla ricerca. Come si può parlare di «piena dignità» tacendo che il CDR elimina di colpo il 50% degli aspiranti, negando loro il diritto e la libertà di immaginarsi in un percorso di ricerca? Come si può parlare di «piena dignità» senza garantire «piene opportunità»? È dignitoso un CDR che riconosce tutele (quelle essenziali già esistenti con le altre forme) ma esclude tanti giovani dalla vita accademica e scientifica? È equo un sistema che forma talenti per poi espellerli? Gli “incarichi di ricerca”, per il personale junior, danno tutele maggiori delle vecchie borse post-laurea e permettono ai giovani di avviarsi alla ricerca altrimenti loro preclusa dal CDR. Gli “incarichi post-doc” danno maggiore libertà, progettualità e compensi dei CdR. Sono strumenti migliorativi in tutti i sensi. La cosa da cui si discostano di più rispetto al CDR è il vincolo della contrattazione collettiva. Tuttavia, non è chiaro quali vantaggi potrebbe portare la contrattazione collettiva ai “precari”.</p>
<p>Noi non condividiamo l’idea di una università in cui i giovani e la ricerca debbano dipendere da un CDR subordinato alla contrattazione collettiva nazionale, improntato a modalità esecutive, limitato nell’iniziativa progettuale, vincolato da un massimale economico mensile, che esclude il 50% dei giovani, ostacola il reclutamento dall’estero, e si dimostra rigido e inadeguato a rispondere alla molteplicità delle esigenze del comparto ricerca.</p>
<p>Alcune istituzioni, come CGIL e ADI, hanno già annunciato l’intenzione di presentare un esposto alla Commissione europea, contestando la compatibilità dei due nuovi strumenti, “l’incarico di ricerca” e “l’incarico post-doc”, con i principi di libertà e con le modalità di reclutamento previste dal diritto europeo e dalle misure del Pnrr. Poiché il nostro punto di vista è opposto, con i mezzi di coloro che non si riconoscono in sigle, riteniamo invece di poter interpellare la medesima Commissione – molti lo possono fare- per segnalare le limitazioni alle libertà di ricerca implicite nel CDR, contribuendo a chiarire che le due nuove figure professionali introdotte dall’emendamento Occhiuto, proprio grazie alle garanzie previste, all’accesso su base competitiva e a retribuzioni adeguate estendibili in funzione delle competenze, rappresentano un miglioramento concreto che tutela la libertà di ricerca e offre un’opportunità di crescita e occupazionale reale per un numero significativamente maggiore di giovani, nel pieno rispetto dei diritti costituzionali. Opportunità che, altrimenti, risulterebbero loro precluse.</p>
<p><em>Antonio Musarò (Sapienza Università di Roma)<br>
Elisabetta Cerbai (Università di Firenze)<br>
Michele Simonato (Università di Ferrara)<br>
Marco Tamietto (Università di Torino)<br>
Graziella Messina (Università di Milano)<br>
Thomas Vaccari (Università di Milano)<br>
Giulio Cossu (Istituto Scientifico San Raffaele, Milano)<br>
Michele De Luca (Università di Modena e Reggio Emilia)<br>
Marco Onorati (Università di Pisa)<br>
Maria Giovanna Durante (Università della Calabria)<br>
Fabrizio Nicastro (Istituto Nazionale di Astrofisica-Roma)<br>
Guido Poli (Università Vita-Salute San Raffaele Milano)<br>
Miriam Melis (Università di Cagliari)<br>
Giovanna Borsellino (Fondazione Santa Lucia IRCCS)<br>
Gianpaolo Papaccio (Università degli Studi della Campania Luigi Vanvitelli, Napoli)<br>
Guglielmo Sorci (Università di Perugia)<br>
Carmine Settembre (Università Federico II, Napoli)<br>
Cesare Gargioli (Università di Roma Tor Vergata)<br>
Maria Grano (Università di Bari)<br>
Luca Battistini (Fondazione Santa Lucia IRCCS)<br>
Daniele Bani (Università di Firenze)<br>
Silvia Parolini (Università di Brescia)</em></p>
<p>Per adesioni <a href="https://docs.google.com/forms/d/e/1FAIpQLSeMBOS1xtaJyCTO3A1-AXWRmPNgUJiFPaxnoAVRsVwte2FcLA/viewform" rel="noopener">compilare questo modulo</a></p>
<p><a href="https://docs.google.com/spreadsheets/d/e/2PACX-1vSC2pqEeEBLKv8dLIrjRnWGWXjc9ooO-ZS0MAvTmHnXRulas6JEqHp4Hlt1Fy3o5gyWtv7OQw6t_oA5/pubhtml" rel="noopener">Vedi l&rsquo;elenco dei firmatari</a></p>
]]></content:encoded></item><item><title>CNR verso il commissariamento: siamo al controllo politico sulla ricerca?</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/cnr-verso-commissariamento-siamo-controllo-politico-ricerca/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/cnr-verso-commissariamento-siamo-controllo-politico-ricerca/</guid><pubDate>Mon, 26 May 2025 08:23:00 +0100</pubDate><dc:creator>Rino Falcone</dc:creator><category>politica-della-ricerca</category><description>Il più grande ente pubblico di ricerca italiano sta per essere commissariato senza alcuna irregolarità a giustificarlo. È un atto che impone dall’alto una gestione politica e autoritaria, violando l’autonomia sancita dalla Costituzione e mettendo a rischio la libertà della scienza. Condividiamo l&amp;amp;rsquo;articolo di Rino Falcone, già Direttore dell’Istituto di Scienze e Tecnologie della Cognizione del CNR, originariamente pubblicato su Left .</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2025/cnr-verso-commissariamento-siamo-controllo-politico-ricerca-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2025/cnr-verso-commissariamento-siamo-controllo-politico-ricerca-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>Cosa sta succedendo al Consiglio nazionale delle ricerche? Per quale ragione non si è avviata la procedura per il rinnovo degli Organi ordinari (presidente e consiglio di amministrazione) nei tempi dovuti e si sta procedendo al commissariamento dell’ente? Imponendo così un regime monocratico e di controllo politico del tutto estraneo alle esigenze della ricerca e contrario a ciò che la nostra Costituzione prescrive.</p>
<p>Riassumiamo la situazione.<br>
La prossima settimana il Consiglio nazionale delle ricerche (CNR) verrà commissariato. Questo atto, ormai ineludibile, deriva dal mancato avvio da parte del ministero competente (il MUR) della procedura concorsuale per il nuovo presidente del CNR in concomitanza con la scadenza di quello attuale.</p>
<p>Come è noto il CNR è il più importante e grande ente di ricerca pubblico del Paese e gode, per ragioni strettamente collegate al funzionamento basilare della scienza, di un’autonomia che gli viene riconosciuta, come per tutte le organizzazioni pubbliche produttrici di nuova conoscenza, dalla nostra Costituzione (“L’arte e la scienza sono libere e libero ne è l’insegnamento (…)”).</p>
<p>L’autonomia di cui parliamo è al cuore del funzionamento ordinato e costruttivo del CNR e si articola su più livelli: scientifica, organizzativa, gestionale-finanziaria.<br>
È grazie a questa caratterizzazione che viene garantita quella “libertà della Scienza” a cui fa riferimento il dettato costituzionale.</p>
<p>Attraverso l’autonomia scientifica il CNR può individuare i programmi di ricerca, i settori e le tematiche su cui investire. Definire, su base scientifica, il giusto equilibrio tra ricerche fondamentali e applicate. Determinare le proprie compatibilità con le linee di indirizzo, definite dal Programma nazionale della ricerca (PNRR), a cui pure deve adeguarsi e corrispondere.</p>
<p>Attraverso l’autonomia organizzativa - approvando il proprio Statuto e i regolamenti interni che determinano strutture come istituti di ricerca, dipartimenti di coordinamento e il loro conseguente funzionamento - il CNR caratterizza la propria organizzazione in modo da soddisfare al meglio gli indirizzi scientifici autonomamente individuati.</p>
<p>Grazie all’autonomia gestionale-finanziaria, il CNR è in grado di gestire in modo autonomo il proprio bilancio, le risorse assegnate dallo Stato e quelle derivanti da finanziamenti privati o europei. Assumere personale, stabilire regole di contabilità e gestione (ovviamente nel rispetto delle leggi dello Stato).</p>
<p>Questa autonomia, ossigeno essenziale per l’evolversi delle ricerche che si svolgono nel maggiore ente di ricerca del Paese, resta comunque “vigilata” da altri, superiori per rango, Organi dello Stato. Nel caso specifico, dal Ministero dell’Università e della Ricerca (MUR). E questa vigilanza si esercita tanto sugli “indirizzi” (approvazione di atti fondamentali come lo Statuto, il bilancio preventivo e consuntivo, il piano di fabbisogno del personale), quanto sul “controllo di legittimità” (nel caso di abusi e atti contrari alla Legge).</p>
<p>Il fatto che si stia procedendo alla nomina di un commissario ministeriale, misura assolutamente straordinaria, dovrebbe derivare da un caso di grave irregolarità: amministrativa-gestionale; violazione di legge o dello statuto dell’ente; incapacità di funzionamento del CNR, motivi di ordine pubblico, interesse nazionale, o tutela dell’interesse pubblico (scandali che coinvolgano la governance o minacce alla regolarità dell’attività scientifica nazionale).</p>
<p>Ma nulla di tutto questo sembra poter essere attribuito al CNR in questa fase. Il resoconto che la presidente uscente Maria Chiara Carrozza ha riassunto al personale nel saluto di chiusura di mandato, indica chiaramente un Ente sano e in espansione. Con un bilancio solido come attestato dall’approvazione con parere positivo da parte dei revisori dei conti del rendiconto del 2024 (che non ha potuto vedere il via libera del cda del CNR solo in quanto lo stesso cda si trova con tre dei cinque membri scaduti e non rinnovati dal MUR). Un bilancio solido con addirittura un avanzo di gestione da investire sulla missione dell’Ente. Infine anche la valenza scientifica del CNR non può essere messa in discussione in quanto il Piano di Rilancio (un insieme di azioni realizzate nel mandato presidenziale e volte al rinnovamento del CNR) è stato valutato positivamente dal Supervisory Board (la Commissione internazionale nominata dal Governo a questo scopo).</p>
<p>Perché allora si è evitato finora da parte del MUR di avviare la procedura per la nomina del nuovo presidente e si sta di fatto convergendo verso il commissariamento?<br>
Non siamo di fronte alla incredibile aggressione alla libertà di ricerca e di insegnamento che il presidente Trump sta esercitando contro le università americane, ma è chiaramente in atto un tentativo di prevaricazione del legittimo funzionamento autonomo del CNR.</p>
<p>Quali che siano le ragioni, una cosa è certa. La scienza e la ricerca del CNR, quindi i benefici che da queste traggono gli sviluppi socio-economici-tecnologici e scientifici del Paese ne subiranno un danno. Così come un grave rischio potranno subire alcuni processi di assimilazione del personale ricercatore in fase di consolidamento. Sarebbe un danno pesante tanto per i progetti avviati quanto per il personale con le competenze maturate in queste attività.</p>
<p>Il commissariamento del CNR viola senza ragioni apparentemente legittime una norma costituzionale e, simbolicamente, adotta un metodo di subordinazione della Scienza pericoloso non solo per la comunità scientifica del CNR ma per i principi di tutela dei saperi e della conoscenza fondamentali per l’intero Paese.</p>
<p><em>Questo articolo è stato pubblicato originariamente <a href="https://left.it/2025/05/25/cnr-verso-il-commissariamento-controllo-politico-sulla-ricerca/" rel="noopener">su</a></em> <a href="https://left.it/2025/05/25/cnr-verso-il-commissariamento-controllo-politico-sulla-ricerca/" rel="noopener">Left</a><em>.</em></p>
]]></content:encoded></item><item><title>Il contratto di ricerca va adattato alla situazione delle nostre università</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/contratto-ricerca-va-adattato-situazione-nostre-universita/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/contratto-ricerca-va-adattato-situazione-nostre-universita/</guid><pubDate>Mon, 19 May 2025 08:38:00 +0100</pubDate><category>politica-della-ricerca</category><description>Il nuovo Contratto di Ricerca (CDR) solleva questioni che vanno oltre la precarietà: servono risorse, riforme strutturali e una visione condivisa per salvare il futuro della ricerca in Italia.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2025/contratto-ricerca-va-adattato-situazione-nostre-universita-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2025/contratto-ricerca-va-adattato-situazione-nostre-universita-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>In merito alla <a href="https://www.scienzainrete.it/articoli/lettera-risposta-posizione-critica-contratto-ricerca/">risposta</a> delle assemblee e dei coordinamenti dei precari alla nostra <a href="https://www.scienzainrete.it/articoli/lettera-aperta-criticita-nuovo-contratto-ricerca/">lettera aperta sulle criticità del nuovo Contratto di Ricerca</a> (CDR), desideriamo fare chiarezza e spiegare meglio il punto centrale. Le problematiche sollevate non riguardano esclusivamente i ricercatori precari ma coinvolgono l’intero sistema della ricerca, inclusi coloro che formano e impiegano i ricercatori, tra cui noi stessi.</p>
<p>Come attori dello stesso processo scientifico, siamo naturalmente uniti nell’intento di promuovere il progresso della conoscenza. Ci preme sottolineare che la situazione attuale non è il risultato di una mera, e strumentale, contrapposizione tra categorie, bensì di una storica e cronica insufficienza di risorse dedicate alla ricerca e di un’organizzazione sistemica che necessita di profonde revisioni. In questa ottica, il nostro obiettivo è contribuire a un dibattito costruttivo e orientato alla ricerca di soluzioni, evitando di alimentare contrapposizioni che rischiano di distogliere l’attenzione dalle vere priorità: la valorizzazione del ruolo della ricerca e dei suoi protagonisti nel tessuto sociale ed economico del Paese.</p>
<h2 id="affamare-lecosistema-della-ricerca-è-un-cattivo-investimento">Affamare l’ecosistema della ricerca è un cattivo investimento</h2><p>Con il passaggio ai CDR, sta alla logica dedurre che se sono circa il doppio più onerosi dei precedenti assegni di ricerca, il doppio delle risorse debbano essere impiegate, per rimanere dove si è. Di più se si vuole progredire. Ricordiamo che gli investimenti in ricerca sono tra i più redditizi, come più volte ricordatoci da molti studi e dai successi nei più svariati ambiti, come quelli della medicina e dell’intelligenza artificiale.</p>
<h2 id="le-non-più-rinviabili-riforme-dellecosistema-della-ricerca">Le non più rinviabili riforme dell’ecosistema della ricerca</h2><p>Risulta sempre più evidente che il nostro paese necessita di una riorganizzazione radicale e sistematica del sistema di sostegno e finanziamento della ricerca. Come sottolineato da numerosi esperti del settore questo cambiamento non è più rinviabile. È essenziale avviare una strutturazione efficace degli strumenti di finanziamento, che preveda bandi con frequenze e cadenze regolari, accompagnati da sistemi di revisione trasparenti, competenti e costruttivi. Ogni ricercatore, sia esso junior o senior, deve potere accedere a procedure di finanziamento competitive che ne accompagnino la progressiva maturazione scientifica e che permettano una programmazione pluriennale degli sforzi. Nelle scienze della vita, esistono esempi virtuosi di come strutturare questi processi. Sono quelli messi in atto da anni da associazioni del terzo settore come AIRC e Telethon Italia, i cui ruolo non è quello di reperire più risorse per sopperire alle mancanze dei finanziamenti pubblici, ma potrebbe essere quello di indicare la rotta verso la quale dirigerci nel riformare il sistema.</p>
<p>Questi cambiamenti devono necessariamente essere accompagnati dalla creazione di un’Agenzia Nazionale per la Ricerca, capace di mettere a sistema le risorse oggi disperse in molteplici rivoli. L’attuale frammentazione contribuisce a un sistema non solo povero di mezzi, ma anche estremamente inefficiente. Un’agenzia centralizzata e ben strutturata garantirebbe una gestione più coerente e strategica delle risorse, favorendo un approccio integrato e omogeneo che supporti lo sviluppo della ricerca in modo più incisivo.</p>
<h2 id="un-periodo-di-regime-transitorio">Un periodo di regime transitorio</h2><p>La pratica scientifica insegna che le novità dovrebbero essere introdotte gradualmente, sperimentandole inizialmente su scala ridotta per valutarne le ripercussioni. Non si comprende, quindi, perché la normativa dei CDR non possa essere, perlomeno inizialmente, limitata ad alcuni ambiti e affiancata da forme di impiego che siano più flessibili e adatte alla situazione attuale. È facile immaginare che anche se il legislatore accogliesse in toto i cambiamenti proposti sopra, un sistema capace di sostenere i CDR richiederebbe almeno un quinquennio per andare a regime. Alla luce di ciò, sarebbe auspicabile che, per il momento, i CDR rimangano circoscritti ai contesti in cui risultano effettivamente sostenibili, evitando così di compromettere ulteriormente la stabilità di un sistema già fragile.</p>
<h2 id="la-direzione-nella-modifica-dei-cdr">La direzione nella modifica dei CDR</h2><p>Pur preservando le tutele esistenti, è evidente che altri aspetti dei CDR necessitano di miglioramenti, specialmente in vista di un futuro in cui, come tutti auspichiamo, le risorse saranno incrementate e il sistema opportunamente strutturato. Infatti, se non si vuole introdurre altri strumenti occupazionali, bisogna risolvere le inflessibilità dei CDR come la durata minima di due anni e la mancanza di progressività per accompagnare il passaggio da postdoc junior a postdoc senior. Le modifiche minime dunque devono introdurre una durata minima di 6 mesi e prevedere meccanismi per non svantaggiare i ricercatori più giovani nei processi concorsuali di selezione.</p>
<p>Inoltre, almeno durante una fase transitoria, sarebbe necessario reperire risorse per ridurre il divario di costo tra le forme di impiego precedenti e i CDR, evitando così di penalizzare ulteriormente un sistema già in difficoltà. La situazione attuale vede il legislatore alle prese con due possibilità: l’approvazione dell’emendamento Occhiuto o la prosecuzione dell’iter del disegno di legge 1240. Entrambi possono e devono essere rivisti nella direzione che auspichiamo, ed è ora fondamentale agire con urgenza, viste anche le ripercussioni dell’inadeguatezza dei CDR a livello Europeo.</p>
<h2 id="verso-un-sistema-più-equo-e-sostenibile">Verso un sistema più equo e sostenibile</h2><p>Non possiamo limitarci a osservare la punta dell’iceberg, rappresentata dalle condizioni contrattuali, senza considerarne la base, cioè l’intero sistema della ricerca. La mancanza di risorse adeguate e la loro strutturazione rimangono il problema di fondo, e solo con un impegno concreto e condiviso sarà possibile costruire un sistema che non solo tuteli i nostri giovani ricercatori, ma offra loro opportunità reali di crescita e stabilità.</p>
<p>Siamo tutti mossi dallo stesso obiettivo: il bene dei nostri giovani talenti e il progresso delle conoscenze. Tuttavia, per raggiungerli, è necessario navigare da qui in avanti con strumenti validi e mezzi adeguati, senza i quali il futuro della ricerca in Italia rimarrà inevitabilmente incerto.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Contratti per i ricercatori: sciopero contro tagli, precarietà e guerra</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/contratti-ricercatori-sciopero-contro-tagli-precarieta-guerra/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/contratti-ricercatori-sciopero-contro-tagli-precarieta-guerra/</guid><pubDate>Thu, 15 May 2025 10:07:00 +0100</pubDate><dc:creator>Cristiana Pulcinelli</dc:creator><category>politica-della-ricerca</category><description>In molte città italiane il 12 maggio scorso i precari delle università sono scesi in piazza. È il primo sciopero nazionale ad avere come protagonisti ricercatrici e ricercatori, assegnisti, dottorandi, personale precario. Le richieste: più fondi per garantire posizioni stabili a chi fa ricerca, meno risorse per la guerra. Al centro del dibattito c’è il contratto di ricerca istituito dal governo Draghi in sostituzione degli assegni di ricerca. Contestate le modifiche proposte dal governo.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2025/contratti-ricercatori-sciopero-contro-tagli-precarieta-guerra-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2025/contratti-ricercatori-sciopero-contro-tagli-precarieta-guerra-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>Torino, Milano, Siena, Bologna, Roma, Palermo, Napoli, Venezia e molte altre città il 12 maggio scorso hanno visto scendere in piazza i precari delle università. È stato il primo sciopero nazionale ad avere come protagonisti ricercatrici e ricercatori, assegnisti, dottorandi, personale precario. Un&rsquo;impresa importante, visto che anche scioperare diventa difficile per questi lavoratori e lavoratrici, come <a href="https://www.editorialedomani.it/fatti/precari-universita-ddl-bernini-sciopero-ragioni-t5fghzn5" rel="noopener">ha spiegato</a> uno degli organizzatori al quotidiano <em>Domani</em>: «Siamo costretti a inventarci delle forme simboliche di sciopero perché non essendo inquadrati come lavoratori veri non possiamo attingere alle forme di protesta classiche e già questo ci fa capire quando il sistema universitario sia delirante».</p>
<p>A indire la mobilitazione è stata l’Assemblee Precarie Unitarie (APU), la piattaforma che riunisce le tante assemblee nate nell’ultimo anno negli atenei, insieme all’Associazione dottorandi italiani (ADI) e a molte sigle sindacali: ADL Cobas, CLAP, Confederazione Cobas, CUB, FLC CGIL, USB, USI. Accanto ai precari e alle precarie della ricerca hanno manifestato studentesse e studenti, alcuni docenti, personale tecnico-amministrativo, personale esternalizzato delle biblioteche e degli appalti multiservizi delle università. Le parole d’ordine portate in piazza: «Contro tagli, precarietà, guerra».</p>
<h2 id="le-richieste-dellapu-sono-state-raccolte-in-sette-punti">Le richieste dell’APU sono state raccolte in sette punti</h2><p>Già, perché le cose sono collegate, come vedremo. E le richieste dei manifestanti sono riassunte in sette punti:</p>
<ol>
<li>Raddoppio del Fondo di Finanziamento Ordinario</li>
<li>Stabilizzazione per tutte/i e contratto unico post-doc. Ritiro del DDL Bernini</li>
<li>Stop a guerra e militarizzazione: no al piano Rearm Europe e al decreto sicurezza</li>
<li>Fine del sistema di valutazione ANVUR e dei meccanismi premiali di redistribuzione del FFO</li>
<li>Didattica e ricerca libere da logiche di mercato e da progetti privati e competitivi</li>
<li>Stop esternalizzazioni: contratti stabili per tutte le figure che lavorano in università</li>
<li>Più borse di studio, mense e alloggi gratuiti per studenti e studentesse</li>
</ol>
<h2 id="chi-sono-i-membri-dellapu">Chi sono i membri dell’APU?</h2><p>Innanzitutto, chi sono i membri dell’APU? «Siamo le lavoratrici precarie e i lavoratori precari che portano avanti la didattica e la ricerca nell’università italiana. Siamo quasi la metà del personale docente e di ricerca. Il nostro lavoro è essenziale per il funzionamento dell’università, anche se è spesso invisibile e isolato, reso flessibile, incerto e senza garanzie contrattuali, né sindacali. Siamo le/i dottorande/i il cui lavoro non è riconosciuto come tale, in una condizione di ricattabilità che ci impone di svolgere gratuitamente mansioni richieste dal docente di riferimento o da aziende che ci finanziano il dottorato. Siamo collaboratrici/tori all’attività di ricerca, assegniste/i, ricercatori/trici e docenti a contratto che lavorano per salari insufficienti, con contratti brevi e senza tutele, senza garanzie di rinnovo, senza sapere in che città vivremo né a quale progetto ci dedicheremo l’anno successivo».</p>
<p>Così si presentano loro stessi nel <a href="https://www.roars.it/wp-content/uploads/2025/03/Manifesto-APU-1.pdf" rel="noopener">manifesto</a> redatto a febbraio 2025. Un esercito di 30.000 precari e 40.000 dottorandi senza tutele e senza diritti, sul cui lavoro l’università si regge e che per di più rischiano l’espulsione nei prossimi mesi. Perché? I problemi vengono da lontano: parliamo di decenni di sottofinanziamento e di tagli alle università, di un blocco del turnover del 75%. Ma nell’ultimo periodo le cose sono peggiorate.</p>
<h2 id="i-tagli-alluniversità-italiana-sottofinanziata">I tagli all’università italiana, sottofinanziata</h2><p>L’università italiana è già pesantemente sottofinanziata: il nostro Paese investe solo l’1,5% della spesa pubblica nell’università, a fronte di una media UE del 2,5%. Se guardiamo al finanziamento pubblico per università e ricerca in percentuale sul Pil il risultato è impietoso: secondo Istat, nel 2022 l’Italia ha speso in ricerca e sviluppo (R&amp;D) l’1,37% del Pil, contro il 2,8% dei Paesi OCSE e il 2,1 della UE. Di questa percentuale, solo il 36,5% proviene da istituzioni pubbliche. Quindi il finanziamento pubblico in R&amp;D nel 2022 è stato meno dello 0,5% del Pil.</p>
<p>Grazie ai finanziamenti straordinari e temporanei del PNRR, la spesa per ricerca pubblica era un po’ aumentata. L’obiettivo indicato nel 2022 dal rapporto del “Tavolo tecnico” insediato dal governo di Mario Draghi era raggiungere lo 0,75%, entro il 2027 come spiega il documento della Rete che riunisce 119 società scientifiche italiane <a href="https://www.scienzainrete.it/articoli/rischi-ridimensionamento-dell-universita-ricerca-lettera-societa-scientifiche/">uscito su <em>Scienza in rete</em></a> a ottobre del 2024. Ma nel 2024 un clamoroso passo indietro: i tagli del governo al Fondo di finanziamento ordinario <a href="https://www.scienzainrete.it/articoli/taglio-universita-doccia-fredda-piano-rilancio-nostra-ricerca/#:~:text=Il%20Fondo%20di%20finanziamento%20ordinario,il%202019%20e%20il%20202">sono ammontati a 500 milioni di euro</a>.</p>
<p>E, secondo l’APU, supereranno il miliardo di euro nel prossimo triennio, calcolando le molteplici voci di spesa soggette a tagli: «In alcuni atenei si è già assistito a una riduzione dei servizi, all’aumento delle tasse studentesche, alla riduzione delle borse di dottorato, alla chiusura di corsi di laurea e di linee di ricerca, a licenziamenti delle lavoratrici/tori dei servizi esternalizzate/i. I tagli penalizzano soprattutto la ricerca di base e favoriscono i finanziamenti privati alla ricerca», scrivono nel comunicato stampa. E, aggiungono i rappresentanti della Rete delle società scientifiche, considerando che l’Italia è ora agli ultimi posti nella UE in termini di percentuale di laureati sugli occupati, i tagli aggravano le distanze nei confronti dei maggiori paesi in termini di risorse disponibili. Il movimento dei precari chiede che si arrivi almeno all’1% del Pil per il finanziamento pubblico della ricerca e delle università.</p>
<h2 id="il-dilagare-della-precarietà">Il dilagare della precarietà</h2><p>Strettamente connesso al problema dei tagli ai finanziamenti è quello del personale. Come, anche in questo caso, aveva già denunciato la Rete delle società scientifiche: «Oggi circa il 40% di tutto il personale docente e di ricerca è costituito dagli oltre 20 mila assegnisti di ricerca e 9 mila RTDA, anche a seguito della proliferazione di posizioni di ricerca finanziate con i fondi PNRR. Nei prossimi tre anni intorno al 10% dei professori ordinari e associati andrà in pensione. Anziché favorire nuovi concorsi, il governo ha rallentato il turnover e creato incertezza sul reclutamento. Nel corso di un decennio, circa 15 mila ricercatori e ricercatrici italiane hanno trovato lavoro all’estero».</p>
<p>Al centro del dibattito c’è il contratto di ricerca istituito dal governo Draghi in sostituzione degli assegni di ricerca. Il contratto di ricerca riconosce ai lavoratori diritti fino ad allora non garantiti: malattia, ferie, tredicesima, piena indennità di disoccupazione, più contributi previdenziali. Il problema è che questi contratti costano di più e le università non hanno i soldi, anche a causa degli ultimi tagli. Con i 37,5 milioni di euro stanziati dal ministero con fondi PNRR, infatti, potranno essere stipulati circa tre contratti di ricerca per ogni ateneo, secondo i calcoli dell’APU. Un numero largamente insufficiente.</p>
<p>A questo punto si inserisce il Ddl 1240 firmato dal ministro Bernini che reintroduce, sotto un altro nome, l’assegno di ricerca, «una forma di post-doc precario, sottopagato e privo di tutele senza eguali in Europa», si legge sul sito dell’Associazione dottorandi italiani (ADI). Proprio ADI, insieme all’FLC CGIL, a febbraio scorso ha presentato un esposto alla Commissione europea per denunciare che l’Italia non sta rispettando gli obblighi del PNRR sull’università, e anzi rischia di ostacolare il percorso per stabilizzare i suoi lavoratori chiesto dall’Europa.</p>
<p>L’esposto ha costretto il governo a sospendere temporaneamente l’attuazione del Ddl Bernini perché contrasta in pieno con gli obiettivi del Pnrr che, invece, mirano a mitigare il precariato e chiedono contratti di lavoro di tipo subordinato con il pagamento dei contributi e le tutele adeguate. In pratica, rendere attuativo il Ddl 1240 avrebbe significato per il governo correre il serio rischio di perdere i finanziamenti del PNRR dedicati alla ricerca e all’università. Quindi il decreto è bloccato; nel frattempo il contratto di ricerca non viene sostenuto finanziariamente.</p>
<p>Tutto questo ha creato di fatto un vuoto legislativo per cui molti ricercatori, i cui contratti e le cui borse sono scaduti, non possono essere riassunti, mentre altri che aspettavano un primo contratto di ricerca non lo avranno.</p>
<p>Il vuoto preoccupa il mondo della ricerca: il 13 maggio scorso le principali istituzioni scientifiche italiane - tra cui Accademia Nazionale dei Lincei, ANVUR, CNR, CoPER, CRUI, INFN, insieme al premio Nobel Giorgio Parisi, hanno sottoscritto una nota di preoccupazione stilata dal Rappresentante nazionale per le azioni Marie Skłodowska-Curie (MSCA) di Horizon Europe e del National Contact Point APRE e indirizzata al Parlamento. A partire da gennaio 2025, si legge nel comunicato stampa, «è entrata in vigore l’abolizione degli assegni di ricerca, una decisione ereditata dall’attuale Governo. Questo cambiamento normativo ha lasciato il sistema nazionale senza uno strumento contrattuale adeguato per assumere i giovani dottorandi che partecipano ai progetti europei Marie Skłodowska-Curie (MSCA), finanziati al 100% dalla Commissione europea». La nota sottolinea che «per avviare una carriera nella ricerca è necessario disporre di strumenti flessibili, in grado di offrire a un numero ampio di giovani l’opportunità di misurarsi con questo percorso e valutarne l’attitudine. La mancanza di contratti adeguati penalizza fortemente questa fase iniziale. (…) È fondamentale distinguere questa esigenza da quella, parimenti legittima ma distinta, di chi opera da anni nel mondo della ricerca e necessita di prospettive stabili e strutturate. Le due sfide richiedono soluzioni differenziate, ma complementari». Tuttavia, il problema della possibilità di “testare l’attitudine” e lasciare aperte le porte per i giovani che verranno non dovrebbe favorire un precariato senza diritti e senza certezze di prospettiva, che nelle università italiane può durare fino a 12 anni.</p>
<h2 id="due-emendamenti-si-sono-inseriti-in-questo-quadro">Due emendamenti si sono inseriti in questo quadro</h2><p>In questo quadro si sono inseriti due emendamenti, il primo concordato col governo e presentato dal senatore Mario Occhiuto di Forza Italia e sostenuto anche da Elena Cattaneo, il secondo presentato dal senatore Verducci del PD.</p>
<p>L’emendamento Occhiuto, che viene discusso in questi giorni al Senato, sembra pensato per mettere una pezza a questo buco legislativo. Accanto al Contratto di ricerca prevede infatti due nuove figure, più “flessibili”: gli incarichi di ricerca per chi ha una laurea magistrale e gli incarichi post-doc per chi ha il PhD. L’APU ha criticato duramente questo emendamento: «L’ennesimo tentativo di precarizzare la ricerca, promettendo incarichi post-doc senza contratto né tutele, in cambio di un’indennità. Il tutto in totale contrasto con gli standard minimi europei». Anche la Rete delle società scientifiche ha redatto una nota in cui si espongono le molte perplessità su questa soluzione: «Si moltiplicano le figure precarie, accanto ai Borsisti e al Contratto di ricerca che è ora decollato; gli incarichi non si configurano come contratti di lavoro subordinato, sembrano essere borse simili ai vecchi assegni di ricerca, con costi inferiori. Ma allo stesso tempo sono dichiarati incompatibili con attività di lavoro subordinato».</p>
<p>Più nel dettaglio, spiega Mario Pianta, professore di Politica Economica presso la Scuola Normale Superiore e membro della Rete: «Per questi incarichi nell’emendamento non si parla di salario, ma di indennità, non si capisce se c’è una contrattualizzazione e, per l’incarico di ricerca, non viene neppure fissato un limite minimo di compenso. Insomma, ci troviamo di fronte a una spinta pericolosa perché aprirebbe una nuova controversia con l’Europa e ci farebbe fare un passo indietro».</p>
<p>Con parole diverse, ma concetti simili si esprime l’ADI: «L’introduzione di uno strumento giuridicamente anomalo e privo delle garanzie del lavoro subordinato – per attività di ricerca, didattica e terza missione – costituisce un grave precedente, che svilisce la dignità professionale dei ricercatori, contraddice i principi costituzionali di una Repubblica fondata sul lavoro ed espone l&rsquo;Italia al rischio di infrazione degli obblighi assunti in sede europea».</p>
<p>L’emendamento Verducci invece modifica il Contratto di ricerca introducendo un periodo minimo di un anno, rinnovabile; introduce anche la possibilità di fare didattica per i titolari di contratti di ricerca e prevede la fiscalizzazione degli oneri contributivi, riducendo i costi per gli atenei.</p>
<h2 id="una-posizione-ferma-contro-la-guerra">Una posizione ferma contro la guerra</h2><p>L’altra parola d’ordine dello sciopero del 12 maggio è “contro la guerra”. Non è difficile capire perché. A fronte di tagli all’università e alla ricerca, il governo Meloni si dice pronto a spendere il 2% del Pil in difesa. «Ogni euro speso per le armi è un euro tolto alla ricerca», dicono i ricercatori. Ma c’è di più: «Le istituzioni nazionali ed europee scommettono sulla ricerca come elemento strategico per i piani di riarmo. Il “dual use” si accredita gradualmente come criterio di valutazione dei progetti, ma quasi ogni ricerca è ormai potenzialmente sia militare che civile». Gli ulteriori tagli spingono i piani di finanziamento verso grandi fondi a progetto, oppure verso accordi con grandi produttori di armi.</p>
<p>La collaborazione tra università e industria bellica e militare non è una novità: per esempio, un anno fa, Leonardo aveva in corso una sessantina di progetti di ricerca con gli atenei italiani più cinque accordi quadro con altrettante università. Mentre altre università sviluppano progetti comuni con le forze armate. Naturalmente anche in questo caso la mancanza di finanziamenti pubblici favorisce la spinta a reperire fondi da altre fonti. In questo quadro spicca l’Università di Pisa, che a gennaio scorso ha approvato una modifica allo statuto per vietare la partecipazione dell’ateneo in attività finalizzate alla produzione, sviluppo e perfezionamento di armamenti.</p>
<p>Accanto a questa battaglia c’è anche quella contro il decreto sicurezza, che «consente l’ingresso dei Servizi Segreti in università per operare controlli su bandi, persone e risultati di progetto, scavalcando la privacy anche del singolo ricercatore».</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Lettera di risposta alla posizione critica sul Contratto di ricerca</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/lettera-risposta-posizione-critica-contratto-ricerca/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/lettera-risposta-posizione-critica-contratto-ricerca/</guid><pubDate>Mon, 12 May 2025 21:51:00 +0100</pubDate><category>politica-della-ricerca</category><description>Abbiamo letto con attenzione la lettera aperta sulle criticità del nuovo Contratto di ricerca (CDR) pubblicata il 15 aprile scorso.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2025/lettera-risposta-posizione-critica-contratto-ricerca.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2025/lettera-risposta-posizione-critica-contratto-ricerca.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>Abbiamo letto con attenzione la <a href="https://www.scienzainrete.it/node/20381">lettera aperta sulle criticità del nuovo Contratto di ricerca</a> (CDR) pubblicata il 15 aprile scorso. Pur apprezzando l’intenzione della docente e dei docenti firmatari di aprire un dibattito, riteniamo urgente e necessario chiarire alcuni punti fondamentali che riguardano il presente e il futuro del lavoro nella ricerca.</p>
<p>L’argomento principale della critica rivolta al CDR è il suo costo, ritenuto troppo elevato per il sistema universitario italiano. A questa critica si accompagna la richiesta implicita di ritorno all’ormai abolito assegno di ricerca o a forme contrattuali ad esso affini. Entrambi i punti, per le precarie e i precari della ricerca universitaria, sono irricevibili. Le ragioni sono molteplici:</p>
<ol>
<li>il CDR è uno strumento che garantisce una corresponsione economica consona al ruolo, non soltanto per lo stipendio netto mensile, ma soprattutto in termini di durata temporale e diritti contrattuali (per stare a due esempi soltanto, entrambi basilari in qualsiasi forma di lavoro degna di essere definita tale: le tredici mensilità e il TFR);</li>
<li>il CDR favorisce la continuità del rapporto di lavoro e rafforza le condizioni di tenuta occupazionale. Si spiega così, alla luce del diritto del lavoro, il suo presunto costo eccessivo: al di là della remunerazione, la posta in gioco sono i contributi pensionistici, il diritto alla maternità/paternità e ai relativi congedi, l’indennità di disoccupazione, la tutela contro il licenziamento illegittimo, la tutela contro ogni forma di discriminazione (di genere, età, orientamento sessuale, religione), l’accesso agli ammortizzatori sociali nei periodi di crisi o sospensione didattica.</li>
</ol>
<p>Dichiarare il CDR insostenibile, va da sé, equivale a dichiarare insostenibili i diritti appena elencati. Non si tratta di privilegi, sembra paradossale anche solo doverlo ribadire, ma di diritti: soglie minime della civiltà giuridica e della legalità costituzionale.</p>
<p>Non è tutto. Nella lettera sopra citata emerge una contraddizione evidente: si criticano le borse di ricerca, perché considerate prive di tutele, ma contestualmente si propone di tornare alla forma dell’assegno o di ammettere le cosiddette borse “junior/senior” proposte dal ddl 1240 attualmente sospeso per risparmiare. Il che vale a dire che si vuole più flessibilità, ma a netto discapito della dignità delle ricercatrici e dei ricercatori. Questo approccio non fa che perpetuare un sistema fondato sull’ingiustizia e sullo sfruttamento mascherato da gavetta (quest’ultima accettabilissima e anzi costitutiva alla professione, se non fosse che è interminabile, solo in Italia, e in nessun altro Paese civile del mondo).</p>
<p>Il vero nodo della questione, che la lettera si astiene clamorosamente dal menzionare, è che la ricerca pubblica in Italia è sottofinanziata in modo sistemico, da anni e su scala strutturale. Continuare a spostare il dibattito sulle forme contrattuali, anziché affrontare - indignandosi in massa come personale universitario strutturato e non - il tema della scarsità delle risorse, equivale a distorcere la prospettiva e disinnescare ogni reale possibilità di riforma.</p>
<p>Come precarie e precari della ricerca, sappiamo perfettamente che nessuna singola forma contrattuale, da sola, CDR compreso, potrà mai farsi carico della complessità del pre-ruolo accademico. Ma se l’attenzione resta fissa sul costo del CDR, ignorando il quadro complessivo, si finisce per legittimare un sistema in cui la sopravvivenza della ricerca è affidata alla capacità di attrarre fondi esterni, spesso provenienti dal settore privato, e dove il finanziamento ordinario si riduce a quota marginale. In un simile scenario, la competizione per le risorse sostituisce la progettualità, l&rsquo;interesse collettivo viene scalzato dalla logica del rendimento immediato (o presunto tale), e il lavoro scientifico perde la sua funzione pubblica. Due elementi devono essere chiari e non negoziabili. Primo: le ricercatrici e i ricercatori non cercano sostegni alla formazione né premi all&rsquo;eccellenza; chiedono un lavoro tutelato, stabile, che permetta loro di progettare il proprio futuro entro un orizzonte professionale e di vita chiaro. Secondo: una ricerca realmente autonoma ha bisogno di investimenti pubblici significativi e vincolati, che ne garantiscano l&rsquo;indipendenza, la continuità e l&rsquo;accesso non condizionato.</p>
<p>Senza queste premesse, ogni dibattito sul “come” contrattualizzare rischia di trasformarsi in una schermaglia tecnica che elude il punto politico essenziale: una società democratica investe nella ricerca come asset strategico, non come settore residuale da rendere competitivo a suon di risparmi e precarietà.</p>
<p>Beninteso: nell’invitare la firmataria e i firmatari della lettera a non separare il dibattito sulle forme contrattuali dalla necessaria attenzione al quadro complessivo, non intendiamo, in alcun modo e per nessun motivo, ignorare gli aspetti più tecnici delle loro osservazioni. Come ricercatrici e ricercatori riteniamo che, invece di adattarsi a qualsiasi condizione di lavoro e perdere inesorabilmente terreno in termini di capacità attrattive, sarebbe molto più costruttivo per il sistema universitario italiano sollecitare il governo a mettere in campo provvedimenti che rendano sostenibile il nuovo contratto di ricerca.</p>
<p>Alcune criticità potrebbero essere superate anche con semplici misure di buon senso. Data la durata biennale del contratto, ad esempio, sarebbe banalmente auspicabile che lo stanziamento dei fondi del finanziamento ordinario venisse calibrato almeno su uno stesso lasso di tempo, in modo tale da permettere alle università di programmare congruamente le proprie attività di reclutamento e offrire al corpo dei ricercatori precari prospettive di impiego meno incerte. Anche le problematiche inerenti la gestione dei fondi derivanti da donazioni potrebbero essere superate tramite semplici strumenti correttivi, come l&rsquo;introduzione di versioni “light” del CDR da utilizzare esclusivamente per fondi di breve durata, a condizione che vengano mantenuti gli stessi diritti essenziali. D’altra parte, è necessario che anche enti come AIRC o Telethon aggiornino le loro policy di finanziamento, adattandosi al nuovo contesto normativo. Sorprende, sempre su questo punto, l&rsquo;osservazione della firmataria e dei firmatari della lettera sul problema della tassazione dei fondi provenienti da Enti del Terzo Settore. È sicuramente un nodo delicato, ma non può essere affrontato con una visione così parziale. È paradossale che si sollevi oggi il problema della “tassazione” di questi fondi, quando da anni sappiamo che una quota significativa delle donazioni finisce regolarmente in campagne pubblicitarie, gadget promozionali e costi di raccolta fondi: una forma di &ldquo;spreco accettato&rdquo; in nome della visibilità e dell’efficacia comunicativa. Possibile che si consideri più tollerabile finanziare uno spot televisivo piuttosto che garantire ferie, maternità, malattia e contributi pensionistici a chi lavora ogni giorno nei laboratori? Se davvero vogliamo che ogni euro donato “vada alla ricerca”, allora iniziamo a considerare anche i diritti dei ricercatori come parte integrante e irrinunciabile di ogni progetto.</p>
<p>Ribadendo tutto questo, riteniamo in ogni caso utile aprire una riflessione su possibili strumenti correttivi: servirebbe ad esempio un’esenzione specifica per i contratti di ricerca finanziati da enti del terzo settore, oppure un meccanismo fiscale che consenta di detrarre tali oneri a favore della ricerca. L&rsquo;obiettivo deve però restare chiaro: tutelare al tempo stesso l&rsquo;efficacia delle donazioni e i diritti contrattuali di chi porta avanti, concretamente, l’attività scientifica. Per quanto riguarda, invece, le attività finanziate con bandi premiali di natura esclusivamente pubblica (che raramente hanno una durata inferiore ai due anni) teniamo a precisare anche come rientri nelle responsabilità del P.I individuare con quale strumento contrattuale inquadrare le ricercatrici e i ricercatori da impiegare nel progetto. Se ci fosse una volontà autentica di riconoscere dignità al lavoro della ricerca, l&rsquo;impegno di tutti andrebbe incanalato nel rendere i progetti che saranno banditi da ora in avanti compatibili con strumenti che riflettono una scelta di civiltà come il CDR, invece di auspicare il ritorno a forme di lavoro ancora più precarie. Resta ovviamente ferma la nostra disponibilità al dialogo su eventuali accorgimenti tecnici che rendano questo strumento più facilmente adattabile al funzionamento attuale della ricerca, a patto che questi non intacchino in un alcun modo i diritti elementari che abbiamo descritto sopra e che non venga persa di vista l’esigenza principale del sistema universitario italiano.</p>
<p>A lungo termine soltanto un finanziamento stabile e in grado di offrire condizioni di lavoro dignitose a tutte e a tutti potrà garantire un funzionamento sano del nostro sistema.</p>
<p>Coordinamento del Precariato Universitario di Siena<br>
Assemblea Precaria di Trento<br>
Assemblea Precaria Universitaria di Torino<br>
Assemblea Precaria Universitaria di Milano<br>
Assemblea Precaria di Genova<br>
Assemblea Precaria Sapienza<br>
Ricercatori Precari Ca’ Foscari</p>
]]></content:encoded></item><item><title>L’Europa della libertà di ricerca: 100 miliardi di euro per ReBrain Europe</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/europa-liberta-ricerca-100-miliardi-euro-rebrain-europe/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/europa-liberta-ricerca-100-miliardi-euro-rebrain-europe/</guid><pubDate>Thu, 24 Apr 2025 11:05:00 +0100</pubDate><category>politica-della-ricerca</category><description>Un programma europeo può attrarre un contro-esodo di talenti scientifici dagli Stati Uniti, con un rinnovamento delle nostre istituzioni di ricerca. Di fronte al conflitto tra l’amministrazione Trump e le università americane, e alle opportunità che si aprono per l’Europa, è importante un’operazione di grande respiro, politico e culturale, con un adeguato investimento di risorse. ReBrain Europa è un’occasione che non dobbiamo mancare.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2025/europa-liberta-ricerca-100-miliardi-euro-rebrain-europe-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2025/europa-liberta-ricerca-100-miliardi-euro-rebrain-europe-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>Negli anni 30 le scellerate politiche nazi-fasciste hanno indotto un esodo senza precedenti di almeno 15.000 intellettuali – scienziati e artisti, ebrei e no – verso gli Stati Uniti (si veda la ricostruzione storica in Adorno, Fleming, &amp; Bailyn, <em>The Intellectual Migration. Europe and America, 1930–1960,</em> Harvard University Press, 1969; e in Claus-Dieter Krohn, <em>Emigration 1933–1945/1950,</em> <a href="https://www.ieg-ego.eu/en/threads/europe-on-the-road/political-migration-exile/claus-dieter-krohn-emigration-1933-1945-1950" rel="noopener">Europaische Geschichte Online</a>, 2011).</p>
<p>Tutti ricordano, per esempio, Einstein, Fermi, Segre, von Neumann, Morgenstern, Gödel, ma anche Adorno, Marcuse, Fromm, tra tanti altri, oltre ai quasi mille artisti che hanno reso Hollywood quella che conosciamo. Senza questa immigrazione difficilmente gli USA avrebbero raggiunto la frontiera scientifica internazionale dalla fisica alla chimica alla medicina, non avrebbero mai raggiunto una qualche maturità nelle discipline sociali, e avrebbero avuto anche molte più difficoltà negli avanzamenti nelle tecnologie militari (a partire dal Progetto Manhattan che ha dato luogo alla bomba atomica).</p>
<p>Oggi le politiche dell’attuale amministrazione americana offrono l’occasione all’Europa di mettere in moto un flusso inverso. Le politiche di Trump hanno portato a massici tagli ai fondi - effettivi e minacciati - ma, ancora più grave, a restrizioni su temi di ricerca (in particolare sul clima e sulla diversità) e più in generale a restrizioni delle libertà accademiche in forme che ricordano il Maccartismo, che negli anni 40 e 50 impose significative restrizioni alla libertà di pensiero e di parola in nome dell’anticomunismo e della “sicurezza nazionale”.</p>
<p>Nell’accademia americana c’è un palpabile clima di paura, che si estende dai ricercatori senza cittadinanza statunitense – sottoposti a controlli migratori più severi e al continuo ricatto dell’espulsione – fino alla generalità degli accademici che sentono minacciato il diritto più grande della professione: la libertà di ricerca e di espressione. È in corso una battaglia senza precedenti tra l’amministrazione federale e la Harvard University, che va ben oltre i pur significativi miliardi di finanziamenti in gioco e investe l’autonomia accademica in generale. L’attacco a Harvard è avvenuto dopo quello a Columbia e, secondo quanto riportato dal <em><a href="https://www.nytimes.com/article/trump-university-college.html" rel="noopener">New York Times</a></em> è stato seguito da azioni simili ai danni di Princeton, Brown, Cornell, UPenn e Northwestern. Tutto lascia pensare che questi attacchi facciano da apripista all’assalto contro il sistema universitario pubblico della California.</p>
<h2 id="aprire-la-porte-agli-scienziati-usa-è-unopportunità-per-leuropa">Aprire la porte agli scienziati USA è un&rsquo;opportunità per l&rsquo;Europa</h2><p>Un sondaggio di <em>Nature</em> ha rivelato che il 75% degli scienziati statunitensi intervistati stava valutando di lasciare il Paese, con una percentuale che sale all'80% tra i ricercatori junior. Robert Quinn, direttore esecutivo della rete <em>Scholars at Risk,</em> ha dichiarato a <em>THE</em> (Times Higher Education) che l&rsquo;istruzione superiore americana sta «sperimentando livelli senza precedenti di minacce, citando «minacce finanziarie» e «ingerenze statali in ammissioni, assunzioni, contenuti didattici e gerarchie istituzionali».</p>
<p>L’Europa, anche se ancora troppo timidamente, si sta lentamente rendendo conto che questa disgrazia per la scienza internazionale può trasformarsi in una enorme opportunità. Negli anni 30 lo storico dell’arte americano William Spencer Cook diceva «Hitler è il mio migliore amico. Lui scuote l’albero, noi raccogliamo i frutti». Di fronte a una tragedia incomparabilmente minore, l’Europa può comunque cogliere i frutti dell’albero che l’amministrazione americana scuote.</p>
<p>Dodici ministri europei della Ricerca hanno firmato una lettera per chiedere iniziative a livello europeo per coordinare lo sforzo di accoglienza di ricercatori stranieri la cui attività è minacciata da interferenze politiche e drastici tagli ai fondi di ricerca. Tra i Paesi firmatari figurano Austria, Bulgaria, Estonia, Francia, Germania, Grecia, Lettonia, Paesi Bassi, Repubblica Ceca, Slovacchia, Slovenia, Spagna. Non l’Italia.</p>
<p>Diverse università europee hanno già messo a punto iniziative in questa direzione. L’Università di Toulouse ha stanziato 6 milioni di euro per accogliere ricercatori americani nei settori della biologia, della salute, del cambiamento climatico e dell’energia. Aix-Marseille Université ha annunciato un piano per raccogliere fino a 15 milioni di euro con l’obiettivo di reclutare circa 15 ricercatori e ha già ricevuto più di 300 domande, mentre Université Paris-Saclay prevede di finanziare contratti di dottorato e soggiorni di ricerca per accademici americani. Anche il Belgio e la Norvegia si stanno muovendo in questa direzione: la Vrije Universiteit Brussel ha aperto 12 posizioni post-dottorali con un’attenzione particolare ai ricercatori statunitensi, mentre il governo norvegese sta valutando misure per facilitare l’ingresso di scienziati e studenti provenienti dagli USA. Anche in Italia parecchi atenei hanno espresso la volontà di incentivare l’assunzione di talenti americani. Sul fronte parlamentare, in Francia è stata presentata una proposta di legge che prevede l’istituzione dello status di &ldquo;rifugiato scientifico&rdquo;.</p>
<h2 id="lappello-rebrain-europe-per-rilanciare-la-ricerca-e-leconomia">L&rsquo;appello ReBrain Europe per rilanciare la ricerca e l&rsquo;economia</h2><p>Su questi temi, tuttavia, sono necessarie iniziative più ampie, sia dell’Unione Europea sia dei singoli Stati. L’importante appello <a href="https://docs.google.com/forms/d/e/1FAIpQLSeLrs3evyN3k0ZplOu4YCuUWgu92GSoiA3hmsvVge-vaUxMRg/viewform" rel="noopener">ReBrain Europe</a> di circa 2.000 scienziati europei va in questa direzione. Così sottolinea il documento: «Nel secondo dopoguerra, l’Europa seppe attrarre menti visionarie e costruire istituzioni comuni che sono oggi punti di riferimento mondiale, come il CERN per la fisica, l’ESO per l’astronomia, l’ESA per lo spazio, l’EMBL per la biologia molecolare e molti altri. Oggi possiamo fare lo stesso, in un momento in cui competenze scientifiche di altissimo livello cercano un nuovo luogo in cui poter operare liberamente».</p>
<p>ReBrain Europe deve diventare oggi un programma prioritario di rilancio della ricerca in Europa, con risorse adeguate a livello europeo e nazionale. La nostra proposta è che l’Unione Europea lanci un fondo di 100 miliardi di euro - finanziato con eurobond - per attrarre studiosi dagli Stati Uniti e dal resto del mondo e per costruire nuove istituzioni di ricerca di alto livello. Mentre la Commissione Europea chiede 800 miliardi di euro - anch’essi finanziati da eurobond - per costruire un complesso militare-industriale europeo, investire 100 miliardi nella ricerca rappresenterebbe il segnale concreto di un’Europa che sceglie un’altra strada: quella della conoscenza scientifica e della libertà di ricerca. ReBrain Europe potrebbe riportare stabilmente l’Europa sulla frontiera tecnologica internazionale e alimentare una crescita duratura dell’economia, con un’elevata qualità sociale e con la necessaria sostenibilità ambientale.</p>
<p>In termini economici sarebbe un ottimo affare. Molti studi (tra cui l’articolo di M. Stamegna, C. Bonaiuti, P. Maranzano e M. Pianta <em>The Economic Impact of Arms Spending in Germany, Italy, and Spain,</em> Journal Peace Economics, Peace Science and Public Policy, 2024) hanno infatti dimostrato che in Europa l’impatto sulla crescita del reddito e dell’occupazione di investimenti in campo militare - che dipendono da componenti e sistemi importati dagli Usa - è molto inferiore dell’impatto degli investimenti in campo sanitario e ambientale, dove l’Europa ha un’elevata specializzazione. Un’accelerazione della spesa per ricerca offrirebbe benefici diffusi a tutta la società e porterebbe l’Europa su una traiettoria di sviluppo di qualità, con alte competenze e produttività.</p>
<p>In parallelo, ciascun paese potrebbe attivare programmi di ricerca collegati a ReBrain Europe ed esclusi dai vincoli di contenimento della spesa pubblica del Patto di stabilità europeo. Per l’Italia si può pensare a un piano quadriennale di 3 miliardi di euro, da destinare al rafforzamento del sistema universitario pubblico, alla creazione di nuovi centri di ricerca avanzata, al rientro di studiosi italiani ora negli Stati Uniti e all’estero - <a href="https://www.neodemos.info/2021/06/25/promuovere-la-ricerca-e-recuperare-talenti-dallestero" rel="noopener">in un decennio ne sono emigrati 14 mila</a> - e all’attrazione di studenti e ricercatori stranieri.</p>
<p>Quali sono gli ambiti di ricerca applicata che potrebbero essere al centro di ReBrain Europe? Innanzi tutto le frontiere delle tecnologie dell’informazione e comunicazione - inclusi Generative Artificial Intelligence, Quantum Computing, la realizzazione di un cloud europeo pubblico, la Cybersecurity -, la ricerca medica e farmaceutica - riguardante in primis, vaccini, batteri antibiotico-resistenti, antitumorali -, la protezione ambientale - dall’idrogeno autenticamente &ldquo;verde&rdquo; alle tecnologie di smaltimento degli innumerevoli veleni che distribuiamo nell’ambiente. Ma anche la ricerca sociale e umanistica, che resta un punto di forza dell’Europa ed è essenziale per la qualità del nostro sviluppo.</p>
<p>In Europa sarebbe necessario rafforzare (dove ci sono) e costruire (dove mancano) istituzioni simili alla National Science Foundation e ai National Institutes of Health. La situazione in Italia è ancora più arretrata Abbiamo già discusso <a href="https://www.scienzainrete.it/articoli/soffocamento-universita-impoverimento-paese-continuano/">in un precedente articolo su <em>Scienza in rete</em></a> l’ammontare della riduzione delle risorse per l’università e le sue conseguenze. Non vogliamo ripetere qui argomenti già ampiamente analizzati nella loro drammaticità. Si veda la <a href="https://www.lincei.it/sites/default/files/2025/UE_Programma_ventennale_per_la_ricerca_pubblica-17.04.25.pdf" rel="noopener">proposta dell’Accademia dei Lincei</a> per un programma ventennale 2026-2045 riguardante sia l’Italia che l’Europa, che sull’Italia richiama il <a href="https://researchitaly.mur.gov.it/strategia-italiana-per-la-ricerca-fondamentale-pubblicato-il-documento-del-tavolo-tecnico-istituito-dal-mur" rel="noopener">Rapporto Ambrosio</a> sulla ricerca fondamentale.</p>
<p>Un secondo pilastro di ReBrain Europe dovrebbe riguardare proprio la salvaguardia e il rafforzamento della ricerca di base, <em>curiosity-driven</em>, finanziata dalla spesa pubblica, che negli ultimi tre secoli è stata quasi sempre all’origine dei maggiori avanzamenti sia delle conoscenze sia delle tecnologie.</p>
<p>Dovremmo avere il coraggio di avere in Europa istituzioni come l’Institute of Advanced Studies di Princeton, che, tra gli altri, ospitò Einstein, Gödel, von Neumann, nel quale gli scienziati non erano tenuti a produrre rendicontazioni e tanto meno ad andare a consigli di facoltà, ma solo a usare la loro intelligenza. Si veda l’affascinante ricostruzione da parte del suo primo direttore, Abraham Flexner, in Flexner, A. and Dijkgraaf, R. <em>The Usefulness of Useless Knowledge,</em> Princeton, Princeton University Press, 2017.</p>
<p>Una strada di questo tipo implica naturalmente la resistenza a ogni tentativo di privatizzare una quota crescente della ricerca, e di mettere la rimanente ricerca pubblica sotto il controllo politico. Sicuramente i ricercatori basati negli Stati Uniti non abbandoneranno l’ambiente americano per ricadere in circostanze istituzionali neanche vagamente simili.</p>
<p>Queste non sono solo preoccupazioni teoriche. L’enfasi crescente ormai pluridecennale in Europa sulla &ldquo;ricerca utile&rdquo; certificata dalla simbiosi tra accademia e industria ne è un sintomo molto pericoloso. Non che queste collaborazioni non siano necessarie e proficue. Lo sono e hanno un impatto molto importante. Ma devono riguardare la ricerca applicata, e non devono condizionare la ricerca di base.</p>
<p>Anche le preoccupazioni sul controllo politico sul sistema accademico pubblico non sono astratte. Persino in un paese come l’Italia nel quale l’indipendenza della ricerca è protetta dal dettato costituzionale (Articolo 33), voci autorevoli dall’accademia stessa invocano un qualche controllo politico (&ldquo;se lo Stato ci mette i soldi, allora il governo deve poter avere voce in capitolo su come vengono spesi&rdquo;, tra l’altro ignorando egregiamente la differenza tra Stato e governo). Al contempo, proposte di legge per fortuna fino a ora cassate avrebbero imposto l’obbligo delle università di fornire qualsiasi informazione richiesta dai Servizi Segreti.</p>
<p>Di fronte al conflitto tra l’amministrazione Trump e le università americane, e alle opportunità che si aprono per l’Europa, è importante un’operazione di grande respiro, politico e culturale, con un adeguato investimento di risorse. ReBrain Europa è un’occasione che non dobbiamo mancare.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Ricerca pubblica: un piano ventennale per un’Europa più equa e competitiva</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/ricerca-pubblica-piano-ventennale-europa-piu-equa-competitiva/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/ricerca-pubblica-piano-ventennale-europa-piu-equa-competitiva/</guid><pubDate>Mon, 21 Apr 2025 23:43:00 +0100</pubDate><dc:creator>Luca Carra</dc:creator><category>politica-della-ricerca</category><description>Se la leadership statunitense non pare più credere nella ricerca, tanto da indurre molti ricercatori a pensare seriamente di abbandonare il Paese, forse è arrivato il momento per l&amp;amp;rsquo;Europa di rafforzare finalmente la sua competitività nel campo della ricerca e dello sviluppo, finora oscurata da Stati Uniti e Cina. Un gruppo di scienziati europei di primo piano – Ugo Amaldi, Roberto Antonelli, Luciano Maiani e Giorgio Parisi – ha proposto recentemente un Programma ventennale per la ricerca pubblica europea (2026–2045), con l’obiettivo di portare tutti i paesi membri a investire almeno lo 0,75% del proprio PIL in ricerca pubblica.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2025/ricerca-pubblica-piano-ventennale-europa-piu-equa-competitiva-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2025/ricerca-pubblica-piano-ventennale-europa-piu-equa-competitiva-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>Se la leadership statunitense non pare più credere nella ricerca, tanto da indurre molti ricercatori a pensare seriamente di abbandonare il Paese, forse è arrivato il momento per l&rsquo;Europa di rafforzare finalmente la sua competitività nel campo della ricerca e dello sviluppo, finora oscurata da Stati Uniti e Cina.** **A dire il vero è da molto tempo che l&rsquo;Europa accarezza l&rsquo;idea di una società basata sulla conoscenza. Almeno dalla strategia di Lisbona, da quando nel 2000 si dava l&rsquo;obiettivo di garantire al continente una intensità media di Ricerca e sviluppo non inferiore al 3% del PIL. Questo obiettivo, almeno per la parte di investimento pubblico alla ricerca - che dovrebbe essere dell'1% - non è stato raggiunto nemmeno oggi, nel 2025. Solo un pugno di paesi, capitanati dalla Germania, l&rsquo;hanno superato, mentre molti altri sono ben lontani dall&rsquo;obiettivo. Oggi la media è dello 0,75%, ma con squilibri enormi.</p>
<p>Per questo un gruppo di scienziati europei di primo piano - Ugo Amaldi, Roberto Antonelli, Luciano Maiani e Giorgio Parisi - ha proposto recentemente un <a href="https://www.lincei.it/sites/default/files/2025/UE_Programma_ventennale_per_la_ricerca_pubblica-17.04.25.pdf" rel="noopener">Programma ventennale per la ricerca pubblica europea (2026–2045**)**</a>, con l’obiettivo di portare tutti i paesi membri a investire almeno lo 0,75% del proprio PIL in ricerca pubblica. Si tratta di colmare un divario che oggi vede paesi come la Romania o l’Irlanda investire appena lo 0,14% o lo 0,19%, a fronte dell’1,1% della Germania.</p>
<p>Secondo gli autori, questa disparità è inaccettabile non solo per ragioni di equità, ma anche per la competitività dell’intero continente. Essa priva molti paesi delle infrastrutture e del capitale umano necessari per produrre buona scienza e per competere ad armi pari nei bandi europei, come quelli dello European Research Council, basati esclusivamente sulla qualità scientifica.</p>
<p>Il Programma proposto coinvolge 21 paesi e prevede un investimento complessivo di 180 miliardi di euro, metà dei quali sarebbero cofinanziati dall’Unione Europea. L’impegno medio annuo per Bruxelles sarebbe di 3,7 miliardi l’anno – una cifra modesta se confrontata con i 750–800 miliardi annui indicati dal Rapporto Draghi come necessari per sostenere produttività, transizione ecologica e autonomia strategica dell’UE. Di fatto questa cifra è una volta e mezza quella spesa ogni anno dall&rsquo;ERC per finanziare i progetti vincitori.</p>
<h2 id="programma-ventennale-ue-per-la-ricerca-pubblica-20262045">Programma ventennale UE per la ricerca pubblica (2026–2045)</h2><p>Questa infografica illustra:</p>
<ul>
<li><strong>La spesa pubblica in R&amp;D nel 2024</strong> e il gap da colmare rispetto all&rsquo;obiettivo minimo dello 0,75% del PIL.</li>
<li><strong>Le sovvenzioni UE previste</strong> per ciascun Paese aderente.</li>
<li><strong>La classificazione dei paesi UE</strong> nei tre gruppi del Programma.</li>
</ul>
<p><img src="https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2025/ricerca-pubblica-piano-ventennale-europa-piu-equa-competitiva-body-1.png.webp" srcset="https://www.scienzainrete.it/media/_web/720/articoli/2025/ricerca-pubblica-piano-ventennale-europa-piu-equa-competitiva-body-1.png.webp 720w, https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2025/ricerca-pubblica-piano-ventennale-europa-piu-equa-competitiva-body-1.png.webp 1280w" sizes="(max-width: 760px) 100vw, 720px" alt="Infografica R&amp;D Pubblica UE 2026-2045" width="3931" height="2670" loading="lazy" decoding="async">
</p>
<p>Scarica anche il documento in <a href="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2025/ricerca-pubblica-piano-ventennale-europa-piu-equa-competitiva-infografica_unica_ricerca_ue_2026-2045.pdf">formato PDF</a> per la stampa.</p>
<p>Il piano distingue i paesi in tre gruppi:</p>
<ul>
<li><strong>Gruppo I</strong>: 8 paesi con intensità iniziale inferiore allo 0,35%, che non possono raggiungere lo 0,75% in 20 anni ma possono comunque colmare parte del divario;</li>
<li><strong>Gruppo II</strong>: 13 paesi tra lo 0,35% e lo 0,74%, che con un aumento annuale del 7% possono raggiungere l’obiettivo entro i 20 anni;</li>
<li><strong>Gruppo III</strong>: 6 paesi già oltre lo 0,74%, esclusi dal piano ma potenzialmente beneficiari indiretti dell’aumento della competitività collettiva.</li>
</ul>
<p>L’Italia, con un’intensità dello 0,65%, rientra nel <strong>Gruppo II</strong> e raggiungerebbe l’obiettivo in 5 anni, investendo 12,2 miliardi in più nel quinquennio. I principali beneficiari delle sovvenzioni UE, in valore assoluto, sarebbero Polonia, Irlanda, Portogallo, Spagna, Francia e Italia. Tuttavia, in termini relativi rispetto all’investimento iniziale, i paesi più avvantaggiati sarebbero quelli con livelli di spesa pubblica molto bassi, come Romania, Ungheria o Cipro.</p>
<p>In questa versione più ambiziosa, il Programma prevede due opzioni:</p>
<ol>
<li>Aumentare il cofinanziamento UE dal 35% al 50%, portando l’impegno complessivo a 72 miliardi di euro in valuta 2024;</li>
<li>Scorporare gli investimenti pubblici in ricerca dai vincoli del Patto di Stabilità e Crescita, fino a un massimo dell’1% del PIL, per favorire i paesi ad alto debito.</li>
</ol>
<p>Il Programma mira non solo a riequilibrare le opportunità di accesso ai finanziamenti europei come l’ERC, ma anche a creare le condizioni perché tutti i paesi possano contribuire in modo equo alla crescita scientifica, tecnologica e sociale dell’Unione. Un intervento strutturale e duraturo, che va ben oltre i programmi temporanei e le dichiarazioni di principio.</p>
<h2 id="nuovi-cervelli-in-europa">Nuovi cervelli in Europa</h2><p>In un <a href="https://www.lincei.it/sites/default/files/2025/Corriere_della_sera12aprile2025_Appello.pdf" rel="noopener">editoriale per il <em>Corriere della Sera</em></a> gli autori del programma fanno anche notare che questa fase storica apre anche un’opportunità senza precedenti: le recenti scelte dell’amministrazione Trump negli Stati Uniti, ostili verso la scienza e la ricerca indipendente, stanno minando l’attrattività di quel sistema per i ricercatori di tutto il mondo. È il momento per l’Europa - sottolineano gli autori - di attrarre o riportare a casa i suoi migliori talenti, offrendo condizioni competitive per lavorare in laboratori, università e centri di ricerca pubblici.</p>
<p>In questo senso, il Programma non è solo uno strumento economico, ma anche una visione strategica e culturale: un modo per “riarmare” l’Europa con gli strumenti della conoscenza, della formazione e della creatività, le vere leve pacifiche per affrontare le crisi presenti e future. Alimentare la ricerca significa moltiplicare energie, speranze e soluzioni per la società e per il pianeta. Ora la palla è alle istituzioni europee, a partire dal Parlamento. Vedremo se saprà sfruttare questa opportunità.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Lettera aperta: le criticità del nuovo Contratto di ricerca</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/lettera-aperta-criticita-nuovo-contratto-ricerca/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/lettera-aperta-criticita-nuovo-contratto-ricerca/</guid><pubDate>Tue, 15 Apr 2025 07:42:00 +0100</pubDate><category>politica-della-ricerca</category><description>Il nuovo Contratto di ricerca rischia di penalizzare i giovani scienziati e scienziate italiane: in una lettera aperta, docenti e ricercatori denunciano costi insostenibili e minori opportunità per la ricerca.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2025/lettera-aperta-criticita-nuovo-contratto-ricerca-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2025/lettera-aperta-criticita-nuovo-contratto-ricerca-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>Con questa breve lettera aperta desideriamo condividere con la comunità scientifica le nostre profonde perplessità riguardo al nuovo Contratto di ricerca (CDR), attualmente in fase di applicazione nel nostro Paese.</p>
<p>Pur condividendo l’obiettivo, da tutti auspicato, di rafforzare le tutele e il riconoscimento del lavoro svolto dai giovani ricercatori e ricercatrici italiani, riteniamo che le condizioni strutturali e finanziarie del sistema della ricerca in Italia renderanno nei fatti il CDR difficilmente sostenibile e potenzialmente controproducente. In particolare, temiamo che possa comportare un peggioramento delle condizioni contrattuali per molti ricercatori post-doc, con effetti negativi sull’intero ecosistema della ricerca scientifica nazionale.</p>
<p>Riportiamo di seguito alcune riflessioni che ci spingono a ritenere che, allo stato attuale, il CDR rappresenti più un ostacolo che un’opportunità per il futuro della ricerca italiana.</p>
<ol>
<li>Il passaggio dagli assegni/borse di ricerca (esenti da IRPEF e IRAP) ai CDR comporta un significativo aumento del costo per i datori di lavoro. A conti fatti e a parità di budget, il netto percepito dai ricercatori si riduce sensibilmente rispetto a quanto prevedevano gli assegni. Ci duole sottolineare cha a causa dell’aumento dei costi, alcuni atenei stanno estendendo l’uso di borse “per giovani promettenti”, prive di tutele fondamentali come maternità, malattia o contributi previdenziali, aggravando la precarietà del lavoro scientifico. Non è paradossale che una riforma nata per migliorare le condizioni dei ricercatori finisca invece per peggiorarle per tutti? Il costo del CDR è circa doppio rispetto a un assegno di ricerca. A fronte di finanziamenti che non sono aumentati in modo proporzionale, ciò comporterà inevitabilmente una drastica riduzione del numero di posizioni disponibili, con effetti immediati sulla capacità produttiva dei laboratori e sull’intera filiera della ricerca. Prevediamo che tristemente la nuova normativa aumenterà la platea di ricercatori junior e senior che cercheranno posizioni all’estero. Può davvero esserci crescita se si taglia alla base il numero dei giovani ricercatori?</li>
<li>La durata minima di due anni dei CDR ne rende impossibile l’utilizzo con molti strumenti di finanziamento di durata annuale o flessibile, come numerosi “seed grant” e “pilot grant” erogati da fondazioni quali AIRC e Telethon. Inoltre, la struttura discontinua, irregolare e imprevedibile dei finanziamenti pubblici (PRIN, FIS) rende di fatto difficile e rischioso l’impiego di contratti a lungo termine come il CDR. In assenza di forme contrattuali più flessibili, come sarà possibile utilizzare queste forme di finanziamento senza compromettere la continuità della ricerca?</li>
<li>Poiché la normativa sui CDR si applica anche ai fondi provenienti da enti del terzo settore (ETS), una quota significativa delle risorse donate da cittadini, associazioni e pazienti – che oggi rappresentano circa un terzo dei fondi nelle <em>life sciences</em> – verrebbe indirettamente destinata a imposte (IRAP, IRPEF), con una drastica riduzione dell’efficacia delle donazioni. Di fatto, questo rappresenterebbe una forma di tassazione occulta della ricerca finanziata da privati. Può dirsi equo un sistema che penalizza enti del terzo settore e donazioni private?</li>
<li>Il CDR non prevede una distinzione tra profili junior e senior, mettendo i giovani dottorandi appena formati in diretta competizione con colleghi molto più esperti. Questa mancanza di progressività rischia di escludere i profili più giovani dalle opportunità di ricerca, favorendo l’emigrazione dei talenti all’estero e interrompendo il naturale processo di formazione della nuova generazione scientifica. Come si prevede che le commissioni di concorso possano favorire l’accesso di carriera ai più meritevoli se l’età li svantaggia?</li>
</ol>
<p>Alla luce di queste criticità, riteniamo che il CDR, così come concepito, rischi di compromettere seriamente la capacità del sistema italiano di sostenere, formare e trattenere giovani ricercatori.</p>
<p>Auspichiamo quindi che si apra un confronto costruttivo con il Ministero, per valutare soluzioni alternative, come un sistema di borse per la ricerca con profili junior e senior – sul modello del DDL 1240 – che garantiscano tutele adeguate (malattia, maternità, previdenza), permettano un utilizzo più sostenibile delle risorse pubbliche e private, e favoriscano un accesso più equo e funzionale alla carriera scientifica.</p>
<p>In gioco c’è il futuro della ricerca italiana e delle sue giovani menti. Un sistema che diventa meno inclusivo, meno flessibile e meno competitivo rischia di allontanare le nuove generazioni dalla scienza e di indebolire irrimediabilmente la capacità del nostro Paese di essere parte attiva nel panorama della ricerca internazionale.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Nuove regole per la ricerca del paese: serve anche la competenza del terzo settore</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/nuove-regole-ricerca-paese-serve-competenza-terzo-settore/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/nuove-regole-ricerca-paese-serve-competenza-terzo-settore/</guid><pubDate>Thu, 03 Apr 2025 07:51:00 +0100</pubDate><category>politica-della-ricerca</category><description>Il terzo settore investe 300 milioni annui in ricerca biomedica ma resta escluso dal dibattito sulle nuove regole per i finanziamenti pubblici. Le organizzazioni del terzo settore dovrebbero, invece, essere coinvolte nella programmazione e valutazione dei progetti: escluderle priverebbe il sistema della ricerca italiano di una competenza essenziale per il successo del piano presentato dalla senatrice Cattaneo.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2025/nuove-regole-ricerca-paese-serve-competenza-terzo-settore-hero.jpg" type="image/jpeg" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2025/nuove-regole-ricerca-paese-serve-competenza-terzo-settore-hero.jpg" medium="image" type="image/jpeg"/><content:encoded><![CDATA[<p>Nel 2020, in piena pandemia Covid-19, <a href="https://www.scienzainrete.it/articolo/terzo-settore-sta-rivoluzionando-ricerca-aiutiamolo/paola-zaratin/2020-06-28">abbiamo avuto l’opportunità di condividere, grazie a <em>Scienze in rete</em></a>, le evidenze delle competenze uniche del terzo settore nello svolgimento e finanziamento della ricerca sanitaria. Competenze che dovrebbero essere messe a sistema insieme a quelle del pubblico e del privato (tripolarismo stato/terzo settore/mercato). Solo così crediamo che sia possibile rispondere alle missioni trasformative sulla salute che ci aspettano, ancora di più oggi di fronte a uno scenario internazionale poco rassicurante.</p>
<p>In questo contesto, la mozione della senatrice Elena Cattaneo verso fondi stabili per la ricerca e regole chiare di valutazione è espressione di quell’impegno che dovrebbe vedere il coinvolgimento di tutti settori interessati.</p>
<p>Ogni anno, circa <a href="https://esploradati.istat.it/databrowser/#/it/dw/categories/IT1,Z0900ENT,1.0/DCSP_RS/DCSP_RS_EXPEND/IT1,6_20_DF_DCSP_RS_5,1.0" rel="noopener">300 milioni di euro</a> vengono investiti nella ricerca biomedica da realtà no profit, in buona parte attraverso bandi competitivi. Ossigeno puro per i circa <a href="https://data-explorer.oecd.org/vis?lc=en&amp;df%5bds%5d=dsDisseminateFinalDMZ&amp;df%5bid%5d=DSD_RDS_PERS%40DF_PERS_INDU&amp;df%5bag%5d=OECD.STI.STP&amp;df%5bvs%5d=1.0&amp;dq=ITA.A....C20%2BC266%2BC325%2BC21%2BQ86%2BM721%2BM72.RSE.._T..PS_FTE&amp;pd=2015%2C&amp;to%5bTIME_PERIOD%5d=false&amp;vw=tb" rel="noopener">30mila ricercatori</a> impegnati in Italia a studiare e combattere le malattie. Oltre a finanziare la ricerca, queste organizzazioni hanno sviluppato modelli innovativi di sostenibilità. È il caso, fra gli altri, dell’Associazione Italiana Sclerosi Multipla (AISM), che con la sua Fondazione (FISM) ha dedicato alla ricerca in Italia più di 80 milioni di euro negli ultimi 10 anni. </p>
<p>In questo contesto constatiamo con stupore che i firmatari dell’appello della senatrice Cattaneo non includano che pochi esponenti del terzo settore, come se questo non fosse di nostra competenza.</p>
<p>Scrive la senatrice Cattaneo «chi ha dimestichezza con le dinamiche politiche e parlamentari ritiene che quel voto unanime sulla mozione [presentata in Senato] sia importante. Anch’io lo penso, ma il lavoro è soltanto all&rsquo;inizio: già nelle prossime settimane e mesi tutti noi dovremo vigilare affinché gli impegni vengano mantenuti. Ciò vuol dire impegnarsi, ognuno con la propria voce e il proprio nome, affinché in fase di elaborazione della nuova legge di Bilancio siano assicurate le risorse adeguate […] Allo stesso modo, ognuno, con la propria voce, il proprio nome e la propria esperienza, è chiamato a spiegare perché quella di attrezzare il Ministero, tramite esperti, di procedure per la programmazione e l’organizzazione dei processi di valutazione non sia una “opportunità da valutare”, bensì una necessità. […] tutti coloro che ne condividano l&rsquo;orizzonte scelgano di continuare a presidiare lo spazio pubblico, per difendere e affermare la necessità di risorse stabili e nuove regole per la ricerca del Paese, nell&rsquo;interesse di tutti i cittadini ancor prima che della scienza. Soprattutto confido che si scelga di chiedere e si promuova, anche con il proprio comportamento, un nuovo paradigma che garantisca il più possibile competizioni pubbliche senza scorciatoie né favori, trasformando l’attuale “lotteria della competizione” nel luogo del rispetto delle regole e delle procedure con standard internazionali, assistite da valutazioni terze, indipendenti e competenti dei progetti di ricerca, da chiunque sottomessi. Chiedere diritti per tutti è d’obbligo, in una comunità scientifica sana che non teme le competizioni tra le idee».</p>
<p>In questo appello, in questo “noi” e “ognuno” e “tutti coloro”, riconosciamo le competenze che sono nel DNA delle principali organizzazioni del terzo settore che promuovono la ricerca sanitaria in questo paese e a livello internazionale. Sicuramente sono in quelle dell’Associazione Italiana Sclerosi Multipla (AISM) e della sua Fondazione (FISM). Dal punto di vista di chi, come AISM e le associazioni sclerosi multipla del mondo, promuove, indirizza e finanzia la ricerca, è importante considerare che ogni euro o dollaro sia utilizzato per la ricerca di eccellenza e rappresenti un investimento che deve ottenere il miglior risultato possibile per il maggior numero possibile di persone. Da anni siamo impegnati a valutare con attenzione che ogni nostro investimento garantisca il rapporto ottimale tra risorse investite, eccellenza, efficienza ed efficacia. </p>
<p>In questo contesto <a href="https://journals.sagepub.com/doi/10.1177/13524585241265961" rel="noopener">abbiamo lavorato con le principali associazioni del mondo</a> per identificare ciò che si poteva fare insieme per supportare una ricerca che migliorasse la vita e la salute delle persone partendo da un’analisi di quanto finanziato dalle agenzie governative e da quelle non governative. Una ricognizione per evitare da parte delle diverse associazioni di disperdere risorse su duplicati degli stessi progetti a parità di eccellenza e soprattutto per promuovere la collaborazione multidisciplinare per i progetti più impegnativi e sfidanti che ciascuna associazione, da sola, non era in grado di supportare.</p>
<p>Le organizzazioni del terzo settore, che in Italia finanziano e conducono ricerca ottenendo riconoscimenti anche a livello internazionale, dovrebbero essere coinvolte nella programmazione e valutazione dei progetti: escluderle priverebbe il sistema della ricerca italiano di una competenza essenziale per il successo del piano presentato dalla senatrice Cattaneo.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Trump e i suoi primi 60 giorni di assedio alla scienza</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/trump-suoi-primi-60-giorni-assedio-scienza/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/trump-suoi-primi-60-giorni-assedio-scienza/</guid><pubDate>Wed, 02 Apr 2025 11:10:00 +0100</pubDate><dc:creator>Francesco Barone Adesi</dc:creator><category>politica-della-ricerca</category><description>Due mesi, sessanta giorni di ordini esecutivi. Trump li ha usati per colpire la comunità scientifica con blocco delle comunicazioni, licenziamenti di massa, tagli ai finanziamenti universitari e nomine controverse alla guida delle agenzie federali. Con quali effetti sulla ricerca, tanto statunitense quanto internazionale?</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2025/trump-suoi-primi-60-giorni-assedio-scienza-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2025/trump-suoi-primi-60-giorni-assedio-scienza-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>I primi due mesi della presidenza Trump sono stati caratterizzati da una lunga serie di decisioni politiche che hanno conseguenze dirette sulla comunità scientifica, sia statunitense sia internazionale. In particolare, alcuni di questi provvedimenti hanno coinvolto <a href="https://www.scienzainrete.it/articoli/colpi-mortali-trump-agenzie-federali/">diverse agenzie federali</a>, fondamentali per l’ecosistema della ricerca scientifica mondiale. Istituzioni come i National Institutes of Health (NIH), i Centers for Disease Control (CDC), la Food and Drug Administration (FDA) e la Environmental Protection Agency (EPA) - solo per citarne alcune - hanno un prestigio che va ben oltre i confini nazionali e influenzano profondamente la ricerca mondiale, finanziandola, emanando raccomandazioni che vengono adottate anche altrove, o producendo e custodendo dati e archivi di interesse globale. È possibile riconoscere almeno quattro strategie che sono state utilizzate dall’amministrazione Trump per impedire le normali attività di queste agenzie:</p>
<ol>
<li>blocco di tutte le comunicazioni con l’esterno;</li>
<li>licenziamenti di massa a carico del personale;</li>
<li>taglio dei finanziamenti federali alle università;</li>
<li>nomina di personaggi controversi alla loro guida.</li>
</ol>
<h2 id="blocco-di-tutte-le-comunicazioni-delle-agenzie-con-lesterno">Blocco di tutte le comunicazioni delle agenzie con l’esterno</h2><p>Uno dei primi ordini esecutivi che il presidente Trump <a href="https://www.whitehouse.gov/presidential-actions/" rel="noopener">ha promulgato</a> il 20 gennaio decreta l’esistenza di solo due sessi biologici, maschio e femmina, l’obbligo di eliminare qualunque riferimento all’identità di genere nei documenti federali (per esempio, rimuovendo termini come <em>gender</em>, <em>pregnant</em> e <em>LGBT</em>), e il divieto di finanziare attività che la promuovano. Un altro gruppo di ordini esecutivi abolisce tutti i programmi di promozione della diversità, equità e inclusione (Diversity, Equity, Inclusion - DEI programs) nelle attività federali e il divieto di finanziare con fondi federali attori esterni (atenei, ONG, fondazioni, società scientifiche e così via) che aderiscono a tali programmi. Vi è inoltre l’obbligo per ogni dipendente federale di denunciare colleghi che non aderiscono a queste direttive, per esempio limitandosi a rinominare i programmi DEI con la speranza di farli passare inosservati.</p>
<p>Questa prima serie di ordini esecutivi <a href="https://www.nature.com/articles/d41586-025-00525-1?utm_source=Live&#43;Audience&amp;utm_campaign=65192fafeb-nature-briefing-daily-20250220&amp;utm_medium=email&amp;utm_term=0_b27a691814-65192fafeb-499197783" rel="noopener">ha generato il caos</a> nelle agenzie federali. Nei giorni successivi all’insediamento presidenziale, qualunque forma di comunicazione delle agenzie (inclusi i programmi di training e la partecipazione a meeting e convegni) è stata bloccata; inoltre, molte pagine web (in particolare, quelle del CDC) sono state oscurate per eliminare qualunque riferimento all’identità di genere e ai programmi DEI. Alcune di queste pagine contenevano informazioni e database importanti per la sanità pubblica, come per esempio il Social Vulnerability Index, il Pregnancy Risk Assessment Monitoring System e lo Youth Risk Behavior Surveillance System; <a href="https://www.nejm.org/doi/full/10.1056/NEJMp2502567?query=TOC" rel="noopener">si stima</a> che la quota di dataset curati dal CDC che sono stati oscurati ammonti al 13% del totale. Inoltre, per la prima volta in sessant’anni, la rivista scientifica <em>Morbidity and Mortality Weekly Report</em> (MMWR) non è stata pubblicata. Si tratta di una fonte di informazione molto importante, che permette alla comunità scientifica internazionale di conoscere tempestivamente l’andamento dei fenomeni epidemici emergenti (come l’attuale diffusione dell’influenza aviaria negli allevamenti americani). Infine, è stato chiesto a tutti i ricercatori del CDC di bloccare tutti i loro articoli che erano stati inviati a riviste scientifiche, in modo da verificare che i termini utilizzati fossero coerenti con gli ordini esecutivi. Questa decisione ha generato una serie di tensioni con diverse riviste scientifiche, che <a href="https://www.bmj.com/content/388/bmj.r253" rel="noopener">hanno dichiarato</a> che non avrebbero accettato interferenze politiche nel processo editoriale.</p>
<p>A partire dall’11 febbraio, alcune pagine web e dataset sono riapparsi per ordine della magistratura, anche se molti altri restano ancora offline. Inoltre, i documenti che sono tornati a disposizione del pubblico <a href="https://www.hhs.gov/programs/topic-sites/lgbtqi/accesstohealthcare/index.html" rel="noopener">riportavano</a> la seguente dichiarazione, piuttosto inconsueta nell’ambito scientifico: «Any information on this page promoting gender ideology is extremely inaccurate and disconnected from the immutable biological reality that there are two sexes, male and female. […] This page does not reflect biological reality and therefore the Administration and this Department rejects it».</p>
<p>Un aspetto che genera ulteriore preoccupazione è che il governo non ha mai stilato una lista completa dei termini vietati, lasciando alle diverse agenzie la responsabilità di decidere quali documenti non fossero allineati con gli ordini esecutivi. Ciò ha causato la nascita di miriadi di liste non-ufficiali, spesso riportate dai media, in cui vengono inclusi sempre più termini, anche non direttamente associati all’identità di genere, che sarebbero vietati. PEN America, una famosa ONG che si occupa di libertà di espressione, <a href="https://pen.org/banned-words-list/" rel="noopener">ha censito</a> più di 250 parole di questo tipo. È sostanzialmente impossibile condurre alcun tipo di ricerca nell’ambito della sanità pubblica senza utilizzare questi termini nella stesura dei progetti, nella raccolta delle informazioni e nella scrittura degli articoli scientifici. Inoltre, l’attuale situazione di incertezza su quali siano i reali obblighi legali rischia di generare dei fenomeni di obbedienza anticipatoria, per cui individui e istituzioni si autocensurano per paura di perdere i fondi o il posto di lavoro. In questo senso, gli esempi di questo fenomeno <a href="https://www.nature.com/articles/d41586-025-00372-0" rel="noopener">si stanno già accumulando</a>.</p>
<h2 id="licenziamenti-di-massa-a-carico-del-personale-delle-agenzie-federali">Licenziamenti di massa a carico del personale delle agenzie federali</h2><p>Le agenzie federali includono circa 2,5 milioni di lavoratori, tra cui 280.000 tra scienziati e scienziate. Il 30 gennaio, tutti i dipendenti federali hanno ricevuto un’e-mail in cui si sollecitavano le loro dimissioni volontarie in cambio di alcuni benefici, come per esempio la possibilità di continuare a percepire lo stipendio per alcuni mesi dopo la cessazione del rapporto di lavoro, ma solo una piccolissima parte di loro ha accettato questa offerta. Il 14 febbraio, circa 25.000 dipendenti <a href="https://www.science.org/content/article/mass-firings-decimate-u-s-science-agencies?utm_source=Live&#43;Audience&amp;utm_campaign=650f7314e1-nature-briefing-daily-20250219&amp;utm_medium=email&amp;utm_term=0_b27a691814-650f7314e1-499197783" rel="noopener">hanno ricevuto</a> un’e-mail di licenziamento immediato, che adduceva come motivazione lo scarso rendimento. La maggior parte di questi lavoratori apparteneva alla categoria “in probation”, la meno tutelata dal punto di vista giuridico; comprende i dipendenti assunti da meno di due anni o, ironicamente, quelli appena promossi a un nuovo ruolo. Molte agenzie hanno perso tra il 5% e il 10% della loro forza lavoro nel giro di un week end e questo ha ovviamente immediatamente bloccato la loro attività.</p>
<p>I licenziamenti non hanno risparmiato <a href="https://www.appropriations.senate.gov/news/minority/murray-blasts-trump-and-musk-decimating-hhs-risking-americans-health-and-livelihoods" rel="noopener">servizi strategici per la salute e sicurezza nazionale</a>, tra cui l’Administration for Strategic Preparedness and Response (ASPR), che si occupa di preparazione e risposta a disastri ed emergenze sanitarie, e i Centers for Medicare and Mediaid Services (CMS), che cura l’accesso alle assicurazioni sanitarie per 100 milioni di americani. In molti casi, dipendenti licenziati che svolgevano ruoli fondamentali (per esempio nel controllo della influenza aviaria) sono stati frettolosamente riassunti nei giorni successivi, <a href="https://www.bbc.com/news/articles/cjev24184vjo" rel="noopener">aumentando ulteriormente la confusione</a> all’interno delle agenzie. La U.S. Agency for International Development (USAID), un’agenzia che si occupa, tra le altre cose, di programmi di assistenza umanitaria per contrastare patologie come HIV e malaria a livello globale, è stata colpita in maniera particolarmente dura. L’agenzia <a href="https://www.scienzainrete.it/articoli/fine-usaid-fine-epoca/">è stata sostanzialmente smantellata</a>, messa direttamente sotto il controllo del Dipartimento di Stato e i suoi fondi congelati. Questa ondata di licenziamenti di massa è stata seguita da dimissioni in segno di protesta da parte di alcune figure apicali delle agenzie, tra cui <a href="https://lailluminator.com/2025/02/19/repub/health-research-3/" rel="noopener">Lawrence Tabak</a>, vice-direttore degli NIH, <a href="https://www.science.org/content/article/former-nih-director-francis-collins-retires-suddenly-makes-plea-protect-agency-staff?utm_source=Live&#43;Audience&amp;utm_campaign=b80d871f2f-nature-briefing-daily-20250304&amp;utm_medium=email&amp;utm_term=0_b27a691814-b80d871f2f-499197783" rel="noopener">Francis Collins</a>, ex-direttore degli NIH, ed <a href="https://www.statnews.com/2025/03/17/trump-nih-eric-green-out-as-director-national-human-genome-research-institute/?utm_campaign=rss&amp;utm_source=Iterable&amp;utm_medium=email&amp;utm_campaign=campaign_12944128_nl_Daily-Briefing_date_20250319" rel="noopener">Eric Green</a>, direttore del National Human Genome Research Institute.</p>
<p>Alcune settimane fa due giudici federali hanno dichiarato i licenziamenti illegittimi, ma la maggior parte degli ex-dipendenti non ha ancora avuto modo di tornare al lavoro. Peraltro, quella che si è conclusa è solo la prima ondata di licenziamenti. Il governo ha chiesto a tutte le agenzie di presentare un piano di pesanti riduzioni del personale entro aprile, e <a href="https://www.theguardian.com/us-news/2025/mar/13/federal-court-orders-fired-workers-doge" rel="noopener">si prevede</a> che questa volta a perdere il lavoro potrebbero essere centinaia di migliaia di persone.</p>
<h2 id="taglio-dei-finanziamenti-federali-alle-università">Taglio dei finanziamenti federali alle università</h2><p>Alcune agenzie federali costituiscono le più importanti fonti di finanziamento della ricerca condotta nelle università americane. La National Science Foundation (NSF), con il suo budget di 9 miliardi di dollari, l’anno scorso ha finanziato 11.000 progetti nei più disparati campi scientifici, finanziando gli stipendi di 357.600 ricercatori. A partire dagli anni ’50 del secolo scorso l’NSF è stata la più importante fonte di finanziamento per la ricerca di base in USA e ha contribuito in maniera considerevole alla leadership della nazione in ambito scientifico. A febbraio <a href="https://www.chronicle.com/article/the-rise-and-fall-of-the-national-science-foundation?emailConfirmed=true&amp;supportSignUp=true&amp;supportForgotPassword=true&amp;email=fbaroneadesi%40yahoo.it&amp;success=true&amp;code=success&amp;bc_nonce=h7n31e1lo9ta53d0b3f2je" rel="noopener">è stato però ordinato</a> all’NSF di ridurre del 25%-50% il proprio staff e di tagliare il budget del 70%.</p>
<p>Il ruolo degli NIH <a href="https://jamanetwork.com/journals/jama-health-forum/fullarticle/2830689" rel="noopener">è ancora più rilevante</a>; si tratta del più grande finanziatore mondiale per la ricerca biomedica (50 miliardi di dollari all’anno), che sostiene non solo studi condotti in USA ma anche moltissime collaborazioni internazionali.</p>
<p>Si può quindi facilmente immaginare il caos che si è generato a partire dal 27 gennaio, quando l’amministrazione Trump ha congelato tutti i finanziamenti emessi da agenzie federali, adducendo la motivazione che bisognava verificare che fossero congruenti con le nuove direttive. Inoltre, un ulteriore ordine esecutivo, emesso il 7 febbraio, ha stabilito di ridurre i costi indiretti dei finanziamenti federali al 15%, rispetto agli attuali valori che variano tra il 50% e l'80%. I costi indiretti sono quella parte dei finanziamenti che copre attività non legate a uno specifico progetto di ricerca, ma che sono comunque fondamentali, come per esempio i costi dell’elettricità, della manutenzione degli edifici, le spese amministrative e così via. Oggi, quando un ricercatore vince un grant, l’università riceve un surplus (chiamato <em>overhead</em>), in modo da coprire tali spese. Mentre questa iniziativa è stata pubblicizzata dal governo come un modo di ridurre sprechi inutili, rischia di tradursi in una enorme riduzione dei finanziamenti per la ricerca, <a href="https://www.economist.com/science-and-technology/2025/02/19/how-the-trump-administration-wants-to-reshape-american-science" rel="noopener">stimata</a> attorno a 6 miliardi di dollari. Per le università più prestigiose, questo taglio si tradurrebbe in una perdita annua superiore ai 100 milioni di dollari, che dovranno essere trovati in qualche altro modo. Gli atenei più piccoli, invece, dovranno semplicemente rinunciare a tutte le loro attività di ricerca. Anche se la riduzione degli <em>overhead</em> era stata pensata come un intervento da attuarsi immediatamente, la sua applicazione è stata subito sospesa in seguito ad azioni legali intentate da diversi stati americani per proteggere le proprie università. All’inizio di marzo un giudice <a href="https://www.science.org/content/article/can-nih-overturn-court-order-blocking-it-slashing-overhead-payments-unlikely-one-expert" rel="noopener">ha emesso</a> una prima sentenza che dovrebbe bloccare definitivamente i tagli, ma l’amministrazione Trump ha ancora la possibilità di appellarsi a tale decisione.</p>
<p>Nel frattempo, però, il governo ha sferrato un nuovo tipo di attacco contro diversi atenei. Sfruttando una legge che impedisce la discriminazione all’interno dei programmi finanziati con fondi federali, ha tagliato improvvisamente 400 milioni di dollari alla Columbia University, <a href="https://www.nature.com/articles/d41586-025-00812-x?utm_source=Live&#43;Audience&amp;utm_campaign=9a5d07af33-nature-briefing-daily-20250317&amp;utm_medium=email&amp;utm_term=0_b27a691814-9a5d07af33-499197783" rel="noopener">accusandola</a> di non aver impedito atti di antisemitismo durante le proteste universitarie. Questo, ovviamente, ha avuto come conseguenza l’interruzione di una serie di progetti, <a href="https://www.ajmc.com/view/trump-administration-cancels-crucial-funding-for-diabetes-prevention-program" rel="noopener">tra cui il Diabetes Prevention Program</a>, uno studio sulla prevenzione del diabete che esiste da più di trent’anni. Indagini simili stanno attualmente avvenendo a carico di altre 60 università, per cui è l’intero sistema dell’istruzione superiore americano a essere a rischio. A questa situazione si vanno ad aggiungere ulteriori problematiche che hanno coinvolto specifici atenei. Qualche settimana fa, la Johns Hopkins <a href="https://www.washingtonpost.com/education/2025/03/13/johns-hopkins-layoffs-federal-funding-cuts/" rel="noopener">ha subito</a> un taglio di 800 milioni di dollari di finanziamenti che otteneva per portare avanti progetti in paesi in via di sviluppo; il denaro arrivava tramite USAID che, come ricordato prima, il mese scorso è stata sostanzialmente chiusa. Infine, qualche giorno fa la Università della Pennsylvania <a href="https://www.espn.com/college-sports/story/_/id/44317729/trump-administration-suspends-175m-penn-trans-swimmer" rel="noopener">ha perso fondi</a> per 175 milioni di dollari per aver fatto gareggiare nel 2022 un’atleta transgender a delle gare di nuoto, nonostante le regole in vigore allora lo permettessero.</p>
<p>A causa di tutta questa incertezza economica, le università stanno reagendo con un congelamento delle assunzioni e una riduzione dei posti di dottorato, che quest’anno, per la prima volta, <a href="https://bsky.app/profile/cbibberson.bsky.social/post/3lirg3ulux227?utm_campaign=morning_rounds&amp;utm_medium=email&amp;_hsenc=p2ANqtz-9cafL-hN2TtYqwpl3cYUne39xdSpuQmXGbeI8PahXCYL3QCRG45F99IxzTkiY2IK2oXEutnYVQneU9IdheIZymiNR8Mw&amp;_hsmi=348565801&amp;utm_content=348565801&amp;utm_source=hs_email" rel="noopener">potrebbero essere ridotti del 30%</a>. Se questa riduzione dovesse essere confermata, ciò riporterebbe il numero dei dottorati <a href="https://ncses.nsf.gov/surveys/earned-doctorates/2023" rel="noopener">ai livelli di vent’anni fa</a>, con un impatto che coinvolgerebbe anche il resto del mondo: negli USA, quasi il 40% dei dottorandi è infatti costituito da stranieri, molti dei quali ritornano nel loro paese di origine dopo un certo periodo, svolgendo un ruolo fondamentale per la diffusione delle competenze nelle comunità scientifiche nazionali.</p>
<h2 id="nomina-di-personaggi-controversi-alla-guida-delle-agenzie">Nomina di personaggi controversi alla guida delle agenzie</h2><p>Mentre un elevato grado di <em>spoil system</em> è sempre stato presente nelle posizioni apicali delle agenzie federali, l’attuale amministrazione sembra aver portato il fenomeno a un altro livello. In questo senso, la personalità più nota è certamente quella di Robert Kennedy Jr, nominato Segretario della Salute e dei Servizi Umani (Human and Health Services-HHS), sotto il quale si trovano tutte le agenzie federali di carattere sanitario (come NIH, FDA, CDC). Noto da decenni per alcune posizioni particolarmente controverse sui vaccini, durante le sue audizioni Kennedy Jr <a href="https://www.thelancet.com/journals/lancet/article/PIIS0140-6736%2825%2900398-8/fulltext" rel="noopener">ha sempre negato</a> di essere un no-vax. La direzione che stanno prendendo le agenzie sotto il suo controllo sembra però suggerire altrimenti.</p>
<p>Recentemente, gli NIH <a href="https://www.nature.com/articles/d41586-025-00828-3?utm_source=Live&#43;Audience&amp;utm_campaign=27a8bdd647-nature-briefing-daily-20250324&amp;utm_medium=email&amp;utm_term=0_b27a691814-27a8bdd647-499197783" rel="noopener">hanno interrotto</a> i finanziamenti sulle ricerche riguardanti l’esitazione vaccinale e si teme che anche gli studi sui vaccini a mRNA possano essere fermati presto. Allo stesso tempo, i CDC hanno dichiarato l’intenzione di voler condurre un nuovo studio su vaccini e rischio di autismo, anche se la comunità scientifica ha escluso da tempo la possibilità che questa associazione esista. Inoltre, il coordinamento di questa nuova ricerca verrà probabilmente affidata a David Geier, un’altra figura <a href="https://retractionwatch.com/2025/03/27/david-geier-retractions-autism-vaccines-rfk-hhs-cdc/" rel="noopener">particolarmente controversa</a>. Il neodirettore degli NIH, Jay Bhattacharya, ha recentemente annunciato il lancio di una nuova rivista scientifica, il <em>Journal of the Academy of Public Health</em>, il cui editorial board, <a href="https://www.science.org/content/article/new-journal-co-founded-nih-nominee-raises-eyebrows-misinformation-fears" rel="noopener">secondo <em>Science</em></a>, sarebbe costituito in gran parte da ricercatori scettici sulla sicurezza dei vaccini. Infine, alcuni giorni fa uno dei più importanti esperti di vaccini all’FDA <a href="https://www.theguardian.com/us-news/2025/mar/29/top-us-vaccine-official-resigns-over-rfk-jrs-misinformation-and-lies-dr-peter-marks" rel="noopener">ha dato le proprie dimissioni</a>, in aperta critica con le posizioni prese da Kennedy jr.</p>
<p>Anche sul fronte della ricerca su Covid-19 le notizie non sono rassicuranti. Gli NIH <a href="https://www.nature.com/articles/d41586-025-00954-y?utm_source=Live&#43;Audience&amp;utm_campaign=bc74eaec70-nature-briefing-daily-20250326&amp;utm_medium=email&amp;utm_term=0_b27a691814-bc74eaec70-499197783" rel="noopener">hanno deciso</a> di interrompere improvvisamente decine di studi in questo ambito, inclusi alcuni volti allo sviluppo di nuovi farmaci antivirali. Inoltre, l’HHS ha recentemente <a href="https://www.scientificamerican.com/article/hhss-long-covid-office-is-closing-what-will-this-mean-for-future-research/" rel="noopener">dichiarato</a> che chiuderà l’Office for Long COVID Research and Practice Office (OLC), che finora ha coordinato tutte le attività di ricerca delle diverse agenzie su questo tema.</p>
<p>Un’ulteriore preoccupazione, di carattere più generale, è costituita dal fatto che Pubmed, il database fondamentale per qualunque ricerca bibliografica in ambito sanitario, è a sua volta di proprietà degli NIH. I modi per rendere inutilizzabile questa fonte vitale di informazioni <a href="https://absolutelymaybe.plos.org/2025/02/14/what-if-we-cant-rely-on-pubmed/" rel="noopener">sono potenzialmente molteplici</a> e includono renderlo inaccessibile, smettere di aggiornarlo, cambiare il sistema di indicizzazione per «punire» specifici giornali, indicizzare qualunque rivista ne faccia richiesta, e includere solo articoli e giornali graditi all’amministrazione Trump.</p>
<h2 id="cosa-attendersi-nei-prossimi-mesi">Cosa attendersi nei prossimi mesi</h2><p>È improbabile che le ostilità dell’amministrazione Trump nei confronti delle agenzie federali si esauriscano presto, considerato anche che, secondo quanto dichiarato, il programma di riduzione del personale federale dovrà essere completato entro la fine del 2025. Nel frattempo, l’ufficializzazione delle nomine dei direttori di alcune agenzie, in corso in questi giorni, permetterà di delineare in maniera ancora più chiara l’agenda che verrà seguita in ambito scientifico. Inoltre, occorre considerare che molte delle iniziative ai danni delle agenzie sono state finora bloccate da giudici federali; presto questi casi arriveranno alla Corte Suprema, che dovrà stabilire se il presidente degli Stati Uniti abbia la facoltà di modificare o chiudere le agenzie, di fatto ignorando leggi precedentemente approvate dal Congresso.</p>
<p>Da parte sua, la comunità scientifica statunitense e internazionale sta iniziando a realizzare che una riduzione dell’indipendenza della ricerca negli USA ha conseguenze che vanno ben oltre i confini nazionali e che limitarsi ad attendere le prossime elezioni potrebbe non essere un’opzione praticabile. In particolare, gli atenei americani dovranno decidere se combattere per la loro autonomia in tribunale o continuare a negoziare per cercare di evitare i pesanti tagli dei fondi. Diversi eventi spontanei, come le proteste di Stand up for Science del 7 marzo, hanno riunito i ricercatori in USA e all’estero, ma il coinvolgimento delle grandi società e accademie scientifiche in questo processo è stato finora <a href="https://www.scientificamerican.com/article/strong-scientific-leaders-must-speak-out-against-the-trump-administrations/" rel="noopener">piuttosto scarso</a>. Il compito delle riviste scientifiche sarà fondamentale in questa fase, sia per opporsi attivamente a qualunque tentativo di interferenza politica nei processi editoriali, sia per continuare a <a href="https://www.science.org/topic/tags/trump-tracker" rel="noopener">documentare</a> tutti gli attacchi alla scienza condotti da questa amministrazione.</p>
<h4 id="nota-i-temi-trattati-nel-presente-articolo-sono-stati-oggetto-di-una-presentazione-allinterno-del-webinar-la-ricerca-scientifica-al-tempo-di-trump-cosa-sta-succedendo-organizzato-dalla-rivista-epidemiologia--prevenzione-e-da-philhead-un-network-di-filosofia-della-medicina-che-coinvolge-docenti-di-diverse-università-italiane-la-registrazione-completa-dellevento-è-disponibile-qui">Nota. I temi trattati nel presente articolo sono stati oggetto di una presentazione all’interno del webinar “La ricerca scientifica al tempo di Trump. Cosa sta succedendo?” organizzato dalla rivista <em>Epidemiologia &amp; Prevenzione</em> e da PhilHeaD, un network di filosofia della medicina che coinvolge docenti di diverse università italiane. La registrazione completa dell’evento è disponibile <a href="https://epiprev.it/notizie/la-ricerca-scientifica-al-tempo-di-trump-cosa-sta-succedendo" rel="noopener">qui</a>.</h4>]]></content:encoded></item><item><title>L’Università è sotto attacco: bisogna battersi per garantirle un futuro</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/universita-sotto-attacco-bisogna-battersi-garantirle-futuro/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/universita-sotto-attacco-bisogna-battersi-garantirle-futuro/</guid><pubDate>Thu, 13 Mar 2025 11:25:00 +0100</pubDate><dc:creator>Natalia Milazzo</dc:creator><category>politica-della-ricerca</category><description>A Firenze martedì 18 marzo un workshop organizzato dalla Scuola Normale Superiore punta un faro sulla necessità di difendere il futuro dell’università in Italia, in un contesto nazionale e internazionale di attacchi espliciti – a partire da quelli di esponenti della nuova amministrazione USA –, ma anche di minacce concrete alla libertà di ricerca e di espressione, di calo delle risorse, di cambiamenti istituzionali. Al centro delle preoccupazioni il ruolo dell’università in Italia, i rischi connessi alla crescente fuga di cervelli, l&amp;amp;rsquo;insufficienza dei finanziamenti, l’aumento del precariato tra ricercatori e docenti, l’incremento di studenti delle università telematiche private.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2025/universita-sotto-attacco-bisogna-battersi-garantirle-futuro-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2025/universita-sotto-attacco-bisogna-battersi-garantirle-futuro-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>Proprio mentre sui media si celebrano i risultati delle università italiane <a href="https://www.corriere.it/scuola/25_marzo_12/qs-ranking-by-subject-la-classifica-delle-migliori-universita-al-mondo-le-italiane-al-top-tutti-i-risultati-c367e112-7919-4a14-ae0d-efab84eb1xlk.shtml" rel="noopener">nella ennesima classifica delle migliori università al mondo,</a> le università sono in realtà soggette a un duro attacco. <br>
In maniera esplicita, in qualche caso: basta pensare alle note dichiarazioni dell’attuale vicepresidente degli Stati Uniti James David Vance (<a href="https://www.youtube.com/watch?v=0FR65Cifnhw" rel="noopener">“We have to honestly and aggressively attack the universities in this country”</a>); ma anche in modo meno diretto, attraverso il definanziamento della ricerca, la limitazione della sua libertà, i vincoli posti agli argomenti e addirittura al lessico, con la sinistra comparsa di <a href="https://www.nytimes.com/interactive/2025/03/07/us/trump-federal-agencies-websites-words-dei.html" rel="noopener">elenchi di parole soggette a proscrizione</a>.<br>
Questo rende ancora più urgente reagire e difendere l’università, la sua libertà, le sue risorse, le sue persone: discutendo e trovando soluzioni nel contesto internazionale e nei suoi sviluppi in Italia, riflettendo sul suo ruolo sociale, sui finanziamenti e sui cambiamenti istituzionali in corso. Sono i problemi che saranno affrontati nell’incontro <a href="https://www.sns.it/it/evento/il-futuro-delluniversita-italia" rel="noopener">“Il futuro dell&rsquo;università in Italia”</a> che la Scuola Normale Superiore organizza il 18 marzo, dalle 10 alle 13.30, presso la Classe di scienze politico-sociali, a Firenze, Palazzo Strozzi, e che sarà possibile seguire anche <a href="https://www.sns.it/it/evento/il-futuro-delluniversita-italia" rel="noopener">in diretta streaming</a>. </p>
<h2 id="allarme-la-libertà-di-ricerca-è-davvero-in-pericolo">Allarme: la libertà di ricerca è davvero in pericolo</h2><p>La Federazione europea delle Accademie delle scienze, di cui in Italia fa parte l’Accademia dei Lincei, <a href="https://allea.org/portfolio-item/allea-statement-on-threats-to-academic-freedom-and-international-research-collaboration-in-the-united-states/" rel="noopener">ha espresso a febbraio 2025</a> «gravi preoccupazioni sulle crescenti minacce alla libertà accademica, negli Stati Uniti e altrove (…), tra cui gli ordini dell’esecutivo per bloccare programmi federali di ricerca per miliardi di dollari su temi come il cambiamento climatico e le questioni di genere». Come ha dichiarato il suo presidente, Pawel Rowiński, «la libertà accademica è la spina dorsale del progresso scientifico ed è fondamentale per una società libera. Le ultime azioni della nuova amministrazione USA minacciano l&rsquo;integrità e l&rsquo;autonomia della ricerca e compromettono la fiducia del pubblico nella scienza, non solo all&rsquo;interno del Paese, ma in tutto il mondo».<br>
Non è un problema limitato agli Stati Uniti: restrizioni alle iniziative di ricerca e di dibattito si sono moltiplicate di recente anche in Europa, in paesi che vanno dall’Ungheria alla Germania, e sono state documentate nei saggi di Tomaso Montanari <em>Libera università</em> (Einaudi 2025) - di cui citiamo un brano: «Governi e poteri che temono il dissenso vedono oggi l&rsquo;università come un nemico. A minacciare la libertà della conoscenza e dell&rsquo;insegnamento non sono le proteste studentesche, ma il controllo politico, il disciplinamento delle idee, i tagli ai finanziamenti. Difendere il pensiero critico significa difendere il futuro della democrazia» -; e di Donatella della Porta <em>Guerra all’antisemitismo? Il panico morale come strumento di repressione politica</em> (Altreconomia, 2024). Entrambi gli autori intervengono al workshop di Firenze con due relazioni incentrate sul tema della libertà accademica.</p>
<h2 id="aumenta-lemigrazione-dei-laureati">Aumenta l’emigrazione dei laureati </h2><p>Luca Paolazzi, della Fondazione Nord-Est, interviene sul tema cruciale dell’emigrazione dei laureati. In Italia si registra una delle percentuali più basse di laureati sul totale della forza lavoro tra i paesi europei, pari a meno del 20%, con un limitato aumento negli ultimi vent’anni. Il sistema economico del Paese tende a offrire ai giovani posti di lavoro con qualifiche e salari modesti e con condizioni di lavoro precarie.<br>
Uno degli effetti è la forte emigrazione dall’Italia di giovani laureati, documentata dalle <a href="https://www.fnordest.it/" rel="noopener">ricerche della Fondazione Nord-Est</a>. Nel periodo 2011-23 550mila giovani italiani tra i 18 e 34 anni sono emigrati all’estero, oltre 50mila nel 2023 e tra questi il 43% - circa 21mila giovani - era laureato, almeno con una laurea triennale. Nel solo 2022 sono emigrati oltre 4.200 laureati dalla Lombardia, 2.000 dal Veneto, 1.600 dal Piemonte, circa 1.500 da Emilia Romagna, Lazio e Campania, 1.100 dalla Sicilia, circa 1.000 da Toscana e Puglia. Molti dei laureati emigrati sono docenti e ricercatori. Nel corso di un decennio, <a href="https://www.neodemos.info/2021/06/25/promuovere-la-ricerca-e-recuperare-talenti-dallestero/?print=print" rel="noopener">si valuta</a> che siano andati a lavorare all’estero circa 14mila ricercatori e ricercatrici italiane. Una deriva che depaupera il Paese e a cui ci si deve opporre.</p>
<h2 id="la-questione-delle-università-telematiche-private">La questione delle università telematiche private</h2><p>In Italia tra il 2021-22 e il 2023-24, il numero di studenti universitari totali è rimasto stabile, a poco meno di due milioni, ma gli studenti delle università statali sono diminuiti di 40mila (sono ora 1 milione e 562mila). Sono invece aumentati di 50mila (arrivando ora a 274mila) quelli delle università private telematiche (in alcuni casi di proprietà di fondi d’investimento stranieri), oggetto di iniziative del governo che hanno creato preoccupazione, perché ne hanno favorito la forte crescita. Le regole attuali sul numero di docenti, sulla quota di docenti strutturati e sulle modalità di svolgimento degli esami non garantiscono la qualità dell’insegnamento universitario. Nel 2022 il rapporto medio studenti-docente nelle università telematiche era di 384 a 1, contro i 28 studenti per docente nelle università classiche. È altissima la percentuale di docenti a contratto, per cui mancano procedure di verifica delle competenze. La possibilità di effettuare esami online da casa presenta ulteriori problemi di verifica della qualità della preparazione. Al workshop interviene su questo argomento Maria Luisa Meneghetti, dell’Accademia dei Lincei.</p>
<h2 id="la-spesa-per-la-ricerca-pubblica-in-italia-è-ferma-a-25-anni-fa">La spesa per la ricerca pubblica in Italia è ferma a 25 anni fa </h2><p>L’intervento al workshop di Mario Pianta, della Scuola Normale Superiore, è incentrato sul tema del ridimensionamento delle risorse disponibili per università e ricerca, sul piano dei finanziamenti e del personale. <br>
Sul piano delle risorse per l’università e la ricerca, l’Italia registra notoriamente una percentuale della spesa per ricerca pubblica sul Prodotto interno lordo (PIL) tra le più basse d’Europa: è stata a lungo intorno allo 0,50% del PIL, è salita allo 0,70% con i finanziamenti straordinari del PNRR venuti dall’Europa, ma con l’esaurirsi di quei fondi rischia di tornare ai livelli di partenza. <br>
La spesa per il Fondo di Finanziamento Ordinario (FFO) dell’università è pari a circa 9 miliardi di euro nel 2024 ma, in termini reali - al netto dell’inflazione - resta ferma ai livelli di 25 anni fa. Nel 2024 il governo ha ridotto l’FFO di 173 milioni - promettendo ora di aumentarlo di 336 milioni nel 2025 -; non ha dato coperture per i circa 300 milioni di spesa aggiuntiva per l’adeguamento Istat degli stipendi del personale; non ha finanziato i 340 milioni aggiuntivi previsti dal piano straordinario per le assunzioni previsto dal governo precedente; ha introdotto il limite del 75% al rinnovo del turnover del personale che va in pensione. Molti atenei hanno subito un grave ridimensionamento delle risorse disponibili.</p>
<h2 id="diminuiscono-docenti-e-ricercatori-di-ruolo-aumentano-i-precari">Diminuiscono docenti e ricercatori di ruolo, aumentano i precari</h2><p>Sul piano del personale docente e di ricerca, in Italia i professori e ricercatori di ruolo sono diminuiti dai 62mila del 2006 ai 48mila del 2024; data l’elevata età media dei docenti, nei prossimi tre anni intorno al 10% dei professori ordinari e associati andrà in pensione. Sono cresciute invece le figure precarie: ci sono oggi circa 9mila ricercatori a tempo determinato di tipo A e oltre 20 mila assegnisti di ricerca, che rappresentano circa il 40% di tutto il personale docente e di ricerca. L’università si va svuotando di docenti stabili e deve affrontare il problema dei ricercatori precari. Per il reclutamento di giovani ricercatori il governo aveva presentato nel 2024 in Senato il Ddl 1240, che moltiplicava ulteriormente le figure precarie; il Ddl è stato ora sospeso, mentre è stata finalmente introdotta la figura del contratto di ricerca. Resta tuttavia un vuoto di regole e di risorse che aggrava le prospettive dei giovani. Le questioni sono trattate negli interventi di Lorenzo Zamponi e di Daniela Chironi, entrambi della Scuola Normale Superiore, e di Luigi Burroni, dell’Università di Firenze, delegato alle relazioni sindacali.</p>
<h2 id="ricerca-e-università-al-centro-dellattenzione-pubblica">Ricerca e università al centro dell’attenzione pubblica</h2><p>Questo insieme di problemi allarma ormai l’opinione pubblica e negli ultimi anni è stato al centro di diverse iniziative. Al workshop è ricordata l’esperienza del Tavolo tecnico per la Strategia italiana in tema di ricerca fondamentale, insediato nel 2022 dalla Ministra Messa del governo Draghi, e presieduto da Luigi Ambrosio, Direttore della Scuola Normale Superiore, che ha pubblicato nel luglio 2022 un <a href="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2025/universita-sotto-attacco-bisogna-battersi-garantirle-futuro-documento_tavolo_ricerca_fondamentale_trasmesso.pdf">rapporto sulle politiche possibili per la ricerca e l’università</a> e ne parla nel suo intervento che apre il workshop.<br>
Nel 2024 ci sono state le prese di posizione della Rete di 130 Società Scientifiche italiane sui rischi di ridimensionamento dell’Università e della ricerca, pubblicate su <em><a href="https://www.scienzainrete.it/articoli/rischi-ridimensionamento-dell-universita-ricerca-lettera-societa-scientifiche/">Scienza in rete</a></em>, e nel 2025 la <a href="https://www.scienzainrete.it/articoli/lettera-elena-cattaneo-scienza-rete-fondi-stabili-ricerca/">mozione al Senato presentata dalla senatrice a vita Elena Cattaneo</a> sui problemi della ricerca, approvata all’unanimità il 19 febbraio 2025 e <a href="https://www.scienzainrete.it/articoli/appello-futuro-dell-italia-sostenere-ricerca-scientifica/">sostenuta da oltre 5.000 firme di docenti e ricercatori.</a><br>
A questi problemi è dedicato l’incontro del 18 marzo 2025 alla Scuola Normale Superiore a Firenze, con l’intento di approfondirne la conoscenza e di contribuire al dibattito per la ricerca di soluzioni.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Associazione Coscioni: bene Cattaneo, ma non rinunciamo all'Agenzia della ricerca</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/associazione-coscioni-bene-cattaneo-rinunciamo-allagenzia-ricerca/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/associazione-coscioni-bene-cattaneo-rinunciamo-allagenzia-ricerca/</guid><pubDate>Sun, 23 Feb 2025 19:30:00 +0100</pubDate><description>La ricerca scientifica in Italia è oppressa da problemi strutturali, tecnici, burocratici, che ne limitano le produttività e ne imbrigliano la creatività.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2025/associazione-coscioni-bene-cattaneo-rinunciamo-allagenzia-ricerca-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2025/associazione-coscioni-bene-cattaneo-rinunciamo-allagenzia-ricerca-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>La ricerca scientifica in Italia è oppressa da problemi strutturali, tecnici, burocratici, che ne limitano le produttività e ne imbrigliano la creatività, con gravi ripercussioni sulla crescita economica e culturale del nostro Paese. </p>
<p>La Senatrice a vita e valente scienziata Elena Cattaneo si è fatta portavoce di queste tematiche così importanti e ha presentato una mozione al Senato che, come riassunto da Silvio Garattini su queste pagine, chiede più fondi per la ricerca, diminuzione della burocrazia e aumento dell’organizzazione. Tra i punti più importanti, la sicurezza di tempi certi per i la presentazione dei Bandi e l’Istituzione di una commissione di esperti-manager di alto profilo per riorganizzare i processi di valutazione della ricerca. </p>
<p>La mozione è stata approvata all&rsquo;unanimità e molti ricercatori si sono rapidamente mobilitati in suo favore. L’appello di Scienzainrete a sostegno della mozione, a cui abbiamo aderito, ha raccolto più di 5000 firme in pochi giorni, a riprova di quanto sia sentita la necessità di una riforma seria e ben concertata da chi lavora nel campo della ricerca scientifica. </p>
<p>Pur apprezzando vivamente l’impegno della senatrice Cattaneo a favore della ricerca e il risultato ottenuto (probabilmente un unicum nella storia dei recenti governi), siamo preoccupati del fatto che la mozione è stata in gran parte svuotata del suo originale significato per ottenere l’approvazione della ministra Anna Maria Bernini. Per esempio, è sparita la proposta originale di 350 milioni di euro all’anno da garantire ai PRIN, sebbene non fosse davvero eccessiva, e non sono esplicitate le cifre da destinare alla ricerca. Inoltre, la mozione impegna il governo a  «valutare l’opportunità di istituire, presso lo stesso Ministero, una commissione di esperti-manager di alto profilo … che … elabori le procedure - terze e indipendenti dall&rsquo;accademia e dal decisore politico - di gestione e valutazione dei bandi pubblici di ricerca competitivi promossi dal Ministero». Quindi una commissione ministeriale, senza alcun cenno all’istituzione di una Agenzia nazionale della ricerca indipendente. Questa scelta sorprende perché quasi tutti i Paesi europei (e molti non europei, compresi USA, Canada, Australia) hanno una o più Agenzie Nazionali della Ricerca con varie funzioni, quali la gestione dei finanziamenti, la definizione delle politiche della ricerca, la valutazione e il monitoraggio dei progetti in corso, l’incentivazione all’innovazione. Sebbene decisioni strategiche e budget dipendano dalle direttive del governo e dai fondi assegnati al ministero, l’autonomia gestionale delle ANR è totale. Sulla base delle esperienze degli altri Paesi, ci meraviglia che la ministra Bernini non intenda dotare anche l’Italia di una struttura che permetta di adeguare la gestione dei finanziamenti nel nostro Paese agli standard internazionali. Anzi, la ministra ha persino affermato, durante il suo intervento in Senato, che una Agenzia nazionale della ricerca sarebbe inutile e a rischio di essere controproducente.</p>
<p>Abbiamo tanta strada da fare perché la ricerca scientifica in Italia possa sfruttare appieno le sue potenzialità, e l’approvazione della mozione Cattaneo è certamente un primo passo importante, che non dobbiamo sprecare. Terminato il lavoro diplomatico, l’approvazione della mozione deve essere concretizzata dal governo nel rispetto dell’impegno preso: è importante vigilare per evitare che, da qui alla prossima finanziaria di dicembre 2025, qualche impedimento (principalmente la difficoltà a reperire i fondi indispensabili per portare avanti le riforme) possa far slittare o “dimenticare” l’attuazione di questa mozione. </p>
<p>Auspichiamo quindi che i ricercatori si impegnino con tutti i mezzi a loro disposizione, spingendo non solo per la realizzazione delle proposte contenute della mozione ma anche per obiettivi più ambiziosi, come dotare il nostro Paese di un’Agenzia nazionale della ricerca, adeguata per una gestione dei finanziamenti alla ricerca pubblica  efficiente, e indipendente sia dalla politica che dalle potenziali influenze corruttive e dai conflitti di interesse, in accordo con le linee guida adottate dalla comunità internazionale.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Approvata la mozione Cattaneo sulla ricerca. Ora speriamo che le cose cambino davvero</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/approvata-mozione-cattaneo-ricerca-ora-speriamo-cose-cambino/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/approvata-mozione-cattaneo-ricerca-ora-speriamo-cose-cambino/</guid><pubDate>Wed, 19 Feb 2025 17:53:00 +0100</pubDate><dc:creator>Silvio Garattini</dc:creator><description>La mozione in difesa della ricerca scientifica presentata il 18 febbraio in Senato da Elena Cattaneo - e sostenuta da un appello su Scienza in rete - è stata approvata all&amp;amp;rsquo;unanimità. Vi è dunque, almeno a parole, l&amp;amp;rsquo;accordo per dare più fondi alla ricerca, tempi certi ai bandi, e un&amp;amp;rsquo;Agenzia per la valutazione dei progetti da finanziare. Silvio Garattini ha firmato la petizione e si augura che non restino, come al solito, solo parole. La ricerca è fondamentale per la nostra economia, ma anche per la nostra salute. Merita quindi tutta la nostra attenzione e sostegno.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2025/approvata-mozione-cattaneo-ricerca-ora-speriamo-cose-cambino-hero.jpg" type="image/jpeg" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2025/approvata-mozione-cattaneo-ricerca-ora-speriamo-cose-cambino-hero.jpg" medium="image" type="image/jpeg"/><content:encoded><![CDATA[<p>La ricerca scientifica in Italia è ormai al lumicino da troppo tempo. È tuttavia incoraggiante che ieri <a href="https://www.ansa.it/sito/notizie/topnews/2025/02/19/approvata-allunanimita-la-mozione-cattaneo-sulla-ricerca_aa05efec-7022-4bc1-8d1f-4840d10ad2ca.html" rel="noopener">la mozione disposta dalla Senatrice a vita Elena Cattaneo sia stato accolta all’unanimità dal Senato</a>, sperando che alle buone intenzioni seguano i fatti. Ho firmato anch&rsquo;io con convinzione <a href="https://www.scienzainrete.it/articoli/appello-futuro-dell-italia-sostenere-ricerca-scientifica/">l&rsquo;appello pubblicato su <em>Scienza in rete</em></a>, ed è notevole che le firme in un paio di giorni siano state diverse migliaia e continuino a crescere. Dobbiamo ringraziare tutti per questa adesione, che dimostra quanto la ricerca sia in realtà percepita come una risorsa fondamentale. Ciò che si chiede è semplice e in armonia con quanto succede in altri Paesi europei. Anzitutto occorre modificare il bilancio della ricerca, che non va considerata una spesa ma un investimento. La ricerca è fondamentale per l’economia di un Paese perché si calcola che renda almeno 9 euro per ogni euro speso, ma è soprattutto fondamentale per la salute. Non possiamo lasciare la nostra salute solo al mercato farmaceutico e alimentare. </p>
<p>Se dovessimo avvicinarci a quanto spende la Francia per la ricerca dovremmo aggiungere almeno 22 miliardi di euro ogni anno al nostro magro bilancio, ma al tempo stesso dobbiamo ridurre la burocrazia migliorando l’organizzazione. Ad esempio, per utilizzare animali d’esperimento - ancora oggi indispensabili per molti tipi di ricerca - dobbiamo compilare montagne di carte, tempo sottratto alla ricerca, dobbiamo affrontare 4 Comitati , dobbiamo aspettare circa 6 mesi e pur occupandoci di studi di interesse pubblico dobbiamo pagare una tassa per ogni progetto. Tutto ciò in contrasto con il regolamento europeo sulla sperimentazione animale che richiede tempi più brevi. Non dobbiamo perciò sorprenderci se molti ricercatori che vincono importanti contratti europei vanno a realizzare le ricerche in laboratori stranieri.</p>
<p>Come abbiamo detto occorrono più soldi, ma non basta, perché è necessaria più certezza nelle date dei bandi annuali, nei tempi di valutazione e nei tempi del finanziamento. Più attenzione al contenuto ed al valore del progetto piuttosto che a complessi parametri bibliografici. I bandi devono essere orientati sui temi di interesse per la salute: è importante aver risorse per confrontare farmaci che hanno la stessa indicazione terapeutica. Abbiamo oltre 120 principi attivi nel Prontuario Terapeutico del Servizio Sanitario Nazionale e non sappiamo quale è meglio o peggio in termini di benefici-rischi perché l’industria che li produce non ha ovviamente interesse a fare confronti. Gli studi per approvare nuovi farmaci sono realizzati prevalentemente su animali e pazienti maschi, ma poi vengono prescritti anche per le femmine che per le stesse malattie hanno frequenza, sintomi ed esiti diversi nonché un differente metabolismo di molti farmaci. Per essere onesti nei confronti delle donne dovremmo avere due protocolli per maschi e femmine, ma ciò costa il doppio e non fa comodo all’industria. Ho segnalato questi esempi perché sono facilmente comprensibili da tutti perché appunto riguardano la nostra salute, ma permetterebbero anche di risparmiare risorse a vantaggio del nostro SSN. </p>
<p>Speriamo quindi di poter superare un periodo oscuro per la ricerca italiana che dura da troppo tempo. I ricercatori italiani sono creativi e produttivi come quelli di altri Paesi, ma sono troppo pochi perché li offriamo gentilmente ai nostri competitori.</p>
<p>Speriamo quindi che il Senato faccia presto a trasformare le buone intenzioni in atti concreti.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Un appello per il futuro dell’Italia: sostenere la ricerca scientifica</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/appello-futuro-dell-italia-sostenere-ricerca-scientifica/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/appello-futuro-dell-italia-sostenere-ricerca-scientifica/</guid><pubDate>Sun, 16 Feb 2025 09:07:00 +0100</pubDate><category>politica-della-ricerca</category><description>La ricerca scientifica rappresenta un elemento strategico per lo sviluppo economico e sociale del nostro Paese.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2025/appello-futuro-dell-italia-sostenere-ricerca-scientifica-hero.jpg" type="image/jpeg" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2025/appello-futuro-dell-italia-sostenere-ricerca-scientifica-hero.jpg" medium="image" type="image/jpeg"/><content:encoded><![CDATA[<p>La ricerca scientifica rappresenta un elemento strategico per lo sviluppo economico e sociale del nostro Paese. Tuttavia, la ricerca pubblica in Italia continua a soffrire di risorse limitate e spesso non gestite in modo trasparente.</p>
<p>I numerosi appelli lanciati per decenni dalle più prestigiose istituzioni italiane sulle condizioni in cui versano i finanziamenti alla ricerca scientifica non hanno trovato la dovuta attenzione da parte dei decisori politici. La disillusione conduce sempre più spesso i giovani ricercatori a trovare altre destinazioni dove veder valorizzato il rigoroso lavoro svolto, creando uno spaventoso esodo a senso unico di tante eccellenze italiane verso istituzioni di ricerca straniere. Conosciamo quello che si perde ogni anno nel non alimentare le passioni di chi vuole studiare, capire, ricercare in ogni angolo del paese, in ogni centro di ricerca, in ogni disciplina.</p>
<p>La senatrice a vita Elena Cattaneo ha lanciato un accorato appello al Senato affinché si ponga rimedio a questa situazione. Con la mozione illustrata il 12 febbraio 2025, la senatrice Cattaneo chiede interventi concreti per garantire il finanziamento stabile alla ricerca pubblica, la creazione di bandi con tempistiche certe e la costituzione di un’agenzia indipendente che gestisca la valutazione di progetti, in linea con quanto avviene in pressoché tutti i Paesi europei.</p>
<p>Oggi, in Italia, come ribadito dalla senatrice Cattaneo, non esiste un ricercatore che, nonostante anni di studio e lavoro ricchi di risultati, possa contare su opportunità di finanziamento che garantiscano una concreta prospettiva di prosecuzione e sviluppo in ambiti internazionalmente competitivi. I programmi di finanziamento, come i PRIN (Progetti di Ricerca di Interesse Nazionale), sono stati intermittenti, di entità variabile e quasi sempre modesta, caratterizzati da bandi pubblicati con ritardi insostenibili, graduatorie che slittano continuamente e criteri di selezione assai spesso poco trasparenti.</p>
<p>Sono stati da poco comunicati i risultati del bando FIS 2 (Fondo italiano per la scienza) una tipologia di finanziamento che si dovrebbe ispirare all’ERC (European Research Council), il più prestigioso programma dedicato alla ricerca nella comunità europea; tuttavia, nonostante il nobile principio ispiratore, i FIS presentano diverse criticità rispetto ai progetti ERC.</p>
<p>Secondo i dati ministeriali, il FIS 1 ha avuto uno stanziamento di 50 milioni di euro con 1.912 proposte presentate, delle quali 47 ammesse a finanziamento. Il Mur sul bando FIS 2 ha stanziato 338 milioni di euro, ha ricevuto 2.289 proposte e ha finanziato 106 progetti. Per il FIS 3 il MUR ha messo una dotazione di 475 milioni di euro e vedremo quante proposte arriveranno.</p>
<p>Rimane, quindi, significativo il divario tra l&rsquo;Italia e le principali economie europee e mondiali in termini di investimenti in R&amp;S. I dati OCSE 2022 indicano che l’investimento in ricerca, sommando componente pubblica e privata, in Italia è stato del 1,3% del PIL, rispetto al 2,3% della Francia, al 3,1% della Germania e molto al di sotto della media europea pari a 2,2%.</p>
<p>Da qui i ripetuti appelli della comunità scientifica ai decisori politici di implementare e garantire risorse strutturali per la ricerca scientifica in modo da raggiungere almeno lo 0,75% del PIL (rispetto all’attuale 0,50%), portando l’investimento al livello dei grandi Paesi europei.</p>
<p>Tuttavia, non è solo questione di denaro, ma di metodo nella distribuzione delle risorse e di tempistiche nel dare risposte ragionevoli a chi presenta un progetto innovativo, ma che potrebbe diventare obsoleto per i tempi “incerti” della valutazione. Infatti, la valutazione degli ultimi bandi PRIN e FIS ha subito ritardi, con una media di 14 mesi dalla sottomissione delle varie proposte alla comunicazione degli esiti. È importante e rispettoso verso chi dedica tempo ed energie che il MUR garantisca tempi ragionevoli e certi per la valutazione delle proposte.</p>
<p>Inoltre, la percentuale di progetti finanziati con il FIS 2, nella categoria advanced, è stata meno del 3% (per l&rsquo;esattezza 2,92%); per gli starting è stato del 10.66%, per i consolidator del 4.05%, il totale del success rate di tutti i settori è stato del 6,1% (dati aggiornati all’11 febbraio), molto al di sotto dei progetti finanziati dai bandi ERC, il cui successo si attesta intorno al 12% ed oltre per la stessa fascia di età professionale. Come nel caso dei PRIN, la valutazione dei progetti finanziati si basa su poche righe di stringati commenti, mentre i progetti non ammessi a finanziamento si devono accontentare dell’indicazione di non ammissibilità al finanziamento, senza poter beneficiare delle criticità evidenziate dai revisori, utili per migliorare la qualità del progetto stesso e magari ripresentarlo. Tutto ciò è profondamente diverso dalla consuetudine che prevede commenti ben articolati proprio ai progetti non finanziati per i bandi “Excellent Science”, siano essi ERC o MSCA, a cui il FIS si ispira.</p>
<p>È quindi comprensibile la contestazione degli studiosi per le valutazioni generiche dei FIS, per i tempi delle valutazioni e per la scarsa efficienza del sistema di valutazione.</p>
<p>Sosteniamo pertanto la mozione della senatrice a vita Elena Cattaneo per una presa d’atto da parte del governo e un intervento del MUR per sanare queste mancanze; serve rendere il finanziamento alla ricerca stabile e strutturale. La ricerca del nostro Paese aspetta e merita di poter contare su un’Agenzia, o su un suo equivalente paragonabile ai modelli europei, che gestisca fondi pubblici su base competitiva, in modo autonomo e trasparente, ispirato a criteri e procedure di valutazione internazionalmente condivisi, con esiti chiari, espliciti e con tempi certi.</p>
<p>Siamo certi che i decisori politici coglieranno l’importanza di questi passi in un momento storico in cui è necessario consolidare i frutti dell’impegno straordinario rappresentato dal PNRR, impegno a cui università ed enti di ricerca pubblici hanno risposto condividendo energie, esperienza, infrastrutture e cultura scientifica frutto di decenni di lavoro svolto in condizioni spesso indegne di un grande Paese. I benefici di scelte coraggiose e innovative si estenderanno ben oltre il presente.</p>
<p>Per adesioni <a href="https://docs.google.com/forms/d/e/1FAIpQLSftu1qHtg1bekUe0FSoJ2M8-bd5-Lq7XAScLR3z4Vi7wUMD8A/viewform" rel="noopener">compilare questo modulo</a></p>
<p><a href="https://docs.google.com/spreadsheets/d/e/2PACX-1vQXYwQXKIiUarW0ZCppKXB2z4LK285NAl4tYaog91Rq0ufpMipoLxaLNOrPFArKKgr7eFiogKGjXxn5/pubhtml#" rel="noopener">Vedi l&rsquo;elenco dei firmatari</a></p>
]]></content:encoded></item><item><title>Trump ridisegna il panorama della ricerca USA</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/trump-ridisegna-panorama-ricerca-usa/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/trump-ridisegna-panorama-ricerca-usa/</guid><pubDate>Tue, 21 Jan 2025 17:28:00 +0100</pubDate><dc:creator>Sergio Cima</dc:creator><category>politica-della-ricerca</category><description>Con una serie di ordini esecutivi, Donald Trump smantella le politiche climatiche di Biden e ritira gli Stati Uniti dall&amp;amp;rsquo;accordo di Parigi. Le agenzie federali scientifiche (EPA, NIH, CDC, FDA, NASA) vengono ristrutturate con nuove nomine orientate alla deregolamentazione. Vengono congelate le assunzioni federali, mentre la revisione delle collaborazioni internazionali potrebbe ridefinire il ruolo USA nella ricerca globale.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2025/trump-ridisegna-panorama-ricerca-usa-hero.jpeg" type="image/jpeg" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2025/trump-ridisegna-panorama-ricerca-usa-hero.jpeg" medium="image" type="image/jpeg"/><content:encoded><![CDATA[<p>Il 20 gennaio 2025 segna un punto di svolta nelle politiche scientifiche statunitensi con una serie di ordini esecutivi che ridefiniscono drasticamente il ruolo delle agenzie federali scientifiche e di ricerca. Un&rsquo;analisi dettagliata dei documenti rivela un approccio che modifica sostanzialmente le fondamenta delle politiche climatiche, energetiche e di ricerca biomedica degli Stati Uniti.</p>
<p>Questa lista completa mostra la portata e l&rsquo;ampiezza degli interventi del primo giorno di presidenza, che toccano praticamente ogni aspetto del governo federale, dalla politica estera alla sicurezza nazionale, dall&rsquo;energia all&rsquo;immigrazione, dalla riforma amministrativa alle politiche sociali.</p>
<h2 id="energia-e-clima-un-cambio-di-paradigma">Energia e clima: un cambio di paradigma</h2><p>L&rsquo;agenda energetica delineata il 20 gennaio 2025 si articola attraverso una serie di ordini esecutivi che mirano a smantellare le politiche del presidente Biden. </p>
<p>Il fulcro di questa trasformazione è rappresentato dall&rsquo;ordine <em><a href="https://www.whitehouse.gov/presidential-actions/2025/01/unleashing-american-energy/" rel="noopener">Unleashing American Energy</a></em>, che non solo revoca gli ordini esecutivi chiave della precedente amministrazione sulla protezione ambientale e il contrasto al cambiamento climatico, ma scioglie anche l&rsquo;Interagency Working Group responsabile della valutazione del costo sociale dei gas serra. </p>
<p>Particolarmente significativi sono l&rsquo;abbandono dell&rsquo;Accordo di Parigi (<em><a href="https://www.whitehouse.gov/presidential-actions/2025/01/putting-america-first-in-international-environmental-agreements/" rel="noopener">Putting America First in International Environmental Agreements</a></em>) e l&rsquo;eliminazione del &ldquo;costo sociale della CO₂&rdquo; come strumento decisionale, considerato dall&rsquo;amministrazione Trump un ostacolo arbitrario allo sviluppo economico: le politiche precedenti sono ritenute responsabili di aver creato «una fornitura di energia pericolosamente inadeguata e intermittente, e una rete sempre più inaffidabile» (<em>Unleashing American Energy</em>).</p>
<p>Questa narrativa dell&rsquo;emergenza viene utilizzata per giustificare interventi di ampia portata. Come evidenziato nell&rsquo;ordine esecutivo, «l&rsquo;America è benedetta con un&rsquo;abbondanza di energia e risorse naturali che hanno storicamente alimentato la prosperità economica della nostra nazione», ma questa abbondanza sarebbe stata ostacolata da «regolamenti onerosi e ideologicamente motivati» che hanno «limitato la generazione di elettricità affidabile ed economica, ridotto la creazione di posti di lavoro e inflitto alti costi energetici ai nostri cittadini» (<em>Unleashing American Energy</em>).</p>
<p>La visione si estende anche alla gestione delle risorse idriche, come evidenziato nel memorandum <em><a href="https://www.whitehouse.gov/presidential-actions/2025/01/putting-people-over-fish-stopping-radical-environmentalism-to-provide-water-to-southern-california/" rel="noopener">Putting People Over Fish</a></em>, che ordina di reindirizzare l&rsquo;acqua dal delta del Sacramento-San Joaquin verso altre parti della California, privilegiando esplicitamente gli usi umani rispetto alle considerazioni ambientali. Similmente, l&rsquo;ordine <em><a href="https://www.whitehouse.gov/presidential-actions/2025/01/unleashing-alaskas-extraordinary-resource-potential/" rel="noopener">Unleashing Alaska&rsquo;s Extraordinary Resource Potential</a></em> mira a sbloccare le risorse dell&rsquo;Alaska, presentandole come cruciali per «migliorare la sicurezza economica e nazionale della nostra nazione per le generazioni a venire».</p>
<p>Un elemento particolarmente significativo è l&rsquo;approccio ai progetti di energia eolica offshore. Il relativo ordine esecutivo (<em><a href="https://www.whitehouse.gov/presidential-actions/2025/01/temporary-withdrawal-of-all-areas-on-the-outer-continental-shelf-from-offshore-wind-leasing-and-review-of-the-federal-governments-leasing-and-permitting-practices-for-wind-projects/" rel="noopener">Temporary Withdrawal from Offshore Wind Leasing</a></em>) non solo sospende i nuovi contratti di concessione per l’eolico offshore, ma avvia una revisione a tutto campo delle autorizzazioni esistenti. Le motivazioni ufficiali includono preoccupazioni ambientali e di sicurezza, ma il provvedimento potrebbe avere un effetto paralizzante sull’industria delle rinnovabili. Inoltre, questa misura si inserisce in una più ampia strategia volta a privilegiare i combustibili fossili rispetto all’energia pulita, come dimostrato dalla revoca del calcolo del “costo sociale della CO₂” e dalla deregolamentazione dell’industria estrattiva.</p>
<p>Questi ordini delineano un approccio che privilegia esplicitamente lo sviluppo energetico e la crescita economica rispetto alle considerazioni ambientali, rappresentando un netto ribaltamento delle priorità dell&rsquo;amministrazione precedente. La narrativa dell&rsquo;emergenza viene utilizzata per giustificare un intervento rapido e decisivo, mirando a rimuovere quello che viene percepito come un eccesso di regolamentazione nel settore energetico. </p>
<h2 id="rimodulazione-delle-agenzie-scientifiche">Rimodulazione delle agenzie scientifiche</h2><p>La riorganizzazione dell&rsquo;Environmental Protection Agency (EPA), che avrà come amministratore James Payne, prevede una revisione fondamentale dei criteri di valutazione dell&rsquo;impatto ambientale, con l&rsquo;eliminazione del &ldquo;costo sociale della CO₂&rdquo; dalle analisi e la rimozione di regolamenti considerati onerosi per lo sviluppo energetico. Viene inoltre introdotto uno snellimento significativo dei processi autorizzativi per i progetti energetici.</p>
<p>Per quanto riguarda i National Institutes of Health (NIH), la nomina di Jayanta Bhattacharya, professore di medicina a Stanford e co-autore della &ldquo;<a href="https://it.wikipedia.org/wiki/File:Great_Barrington_Declaration.pdf" rel="noopener">Dichiarazione di Great Barrington</a>&rdquo; fortemente critica verso le politiche di lockdown durante la pandemia di Covid-19, sembra riflettere la volontà di Trump di rivedere radicalmente le politiche sanitarie federali, in particolare quelle legate alla gestione delle pandemie. </p>
<p>David Weldon, ex membro repubblicano del Congresso della Florida e medico, è stato nominato da Trump come nuovo direttore dei Centers for Disease Control and Prevention (CDC). <a href="https://www.theguardian.com/us-news/2024/dec/01/antivaxxers-david-weldon-cdc-nomination" rel="noopener">Noto per le sue posizioni scettiche sui vaccini</a> e per aver sostenuto teorie screditate sul loro legame con l&rsquo;autismo, la sua nomina ha allarmato la comunità scientifica. Privo di esperienza nella gestione di agenzie sanitarie o in malattie infettive, Weldon potrebbe influenzare significativamente le politiche vaccinali americane, soprattutto in tandem con Robert F. Kennedy Jr., nominato Segretario alla Salute e altrettanto critico sui vaccini.</p>
<p>La Food and Drug Administration (FDA), sotto la guida di Martin Makary, dovrà mettere in atto quanto affermato nell&rsquo;ordine &ldquo;<a href="https://www.whitehouse.gov/presidential-actions/2025/01/delivering-emergency-price-relief-for-american-families-and-defeating-the-cost-of-living-crisis/" rel="noopener">Delivering emergency price relief for american families and defeating the cost-of-living crisis</a>&rdquo;: eliminare le spese amministrative non necessarie e le pratiche di rendita (&ldquo;rent-seeking&rdquo;) che aumentano i costi sanitari.</p>
<p>La NASA, con la nomina di Jared Isaacman, miliardario e comandante della missione spaziale civile Inspiration4, potrebbe orientarsi sempre più verso la commercializzazione dello spazio, con una maggiore dipendenza da aziende private. Questo potrebbe avere implicazioni sia positive, come una riduzione dei costi operativi e un’accelerazione dell’innovazione, sia negative, come una minore attenzione alla ricerca pura e alla scienza climatica. Resta da vedere se i programmi di osservazione terrestre, cruciali per il monitoraggio dei cambiamenti climatici, subiranno tagli o ristrutturazioni (su Isaacman leggi l&rsquo;<a href="https://www.scienzainrete.it/articolo/trump-mette-miliardario-isaacman-dirigere-nasa-cosa-succeder%C3%A0/patrizia-caraveo/2024-12-06">articolo di Patria Caraveo</a>).</p>
<h2 id="misure-trasversali-e-impatto-sulla-ricerca">Misure trasversali e impatto sulla ricerca</h2><p>Gli ordini esecutivi introducono misure che ridefiniscono trasversalmente tutte le agenzie. Sul fronte del personale, viene disposto un congelamento immediato delle assunzioni federali e l&rsquo;eliminazione dei programmi DEI, accompagnati da nuovi criteri di valutazione delle performance. I finanziamenti subiscono una profonda revisione, con la sospensione dei fondi legati all&rsquo;Inflation Reduction Act del presidente Biden per progetti di energia verde e una riallocazione delle risorse secondo nuove priorità.</p>
<p>Uno degli aspetti potenzialmente più rilevanti della nuova politica scientifica è la revisione delle collaborazioni internazionali che potrebbe fare seguito all&rsquo;ordine &ldquo;<a href="https://www.whitehouse.gov/presidential-actions/2025/01/america-first-policy-directive-to-the-secretary-of-state/" rel="noopener">America First</a>&rdquo;. Il ritiro dagli accordi di Parigi potrebbe limitare il coinvolgimento degli Stati Uniti in programmi di ricerca climatica globali, inoltre, potrebbero emergere nuove restrizioni sulle collaborazioni scientifiche con la Cina, specialmente in settori sensibili come intelligenza artificiale, biotecnologie e semiconduttori. Se accompagnate da una riduzione dei finanziamenti ai progetti congiunti, queste misure potrebbero modificare significativamente il ruolo degli Stati Uniti nella ricerca globale.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Perché la politica ignora la scienza</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/perche-politica-ignora-scienza/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/perche-politica-ignora-scienza/</guid><pubDate>Thu, 05 Dec 2024 13:28:00 +0100</pubDate><dc:creator>Luca Carra</dc:creator><category>politica-della-ricerca</category><description>La consulenza scientifica ai governi è in crisi: l&amp;#39;80% degli esperti giudica inefficaci i sistemi attuali. Il 78% ritiene che i politici ignorino i pareri scientifici, mentre il 73% nota che i ricercatori non comprendono i processi politici. La disinformazione ostacola ulteriormente il dialogo, minando la fiducia nelle prove scientifiche. Ma c&amp;amp;rsquo;è dell&amp;amp;rsquo;altro.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2024/perche-politica-ignora-scienza-hero.jpg" type="image/jpeg" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2024/perche-politica-ignora-scienza-hero.jpg" medium="image" type="image/jpeg"/><content:encoded><![CDATA[<p>Un recente sondaggio <a href="https://www.nature.com/articles/d41586-024-03906-0" rel="noopener">condotto da <em>Nature</em></a> tra circa 400 esperti del rapporto fra scienza e politiche a livello globale ha messo in luce una criticità preoccupante: l'80% degli intervistati ritiene che il sistema di consulenza scientifica nel proprio paese sia inefficace o lacunoso, e il 70% afferma che i governi non utilizzano regolarmente i pareri scientifici nelle loro decisioni.</p>
<p>Le ragioni sono varie. Da un lato, come evidenzia l&rsquo;editoriale di <em>Nature</em>, c&rsquo;è un problema di competenze: essere un brillante scienziato non significa automaticamente saper comunicare efficacemente con i politici o comprendere le dinamiche del processo decisionale governativo. L&rsquo;editoriale sottolinea come sia necessaria una formazione specifica per gli scienziati che vogliono interfacciarsi con la politica, con particolare attenzione alle capacità comunicative e alla comprensione dei meccanismi istituzionali, come peraltro prevede il <em>science advice</em> correttamente inteso.</p>
<p>Nota: Percentuali arrotondate all&rsquo;intero più vicino. Base: 386 risposte valide (escluse 3 &ldquo;No opinion&rdquo;).</p>
<p>Un aspetto particolarmente delicato riguarda la comunicazione dell&rsquo;incertezza scientifica. Secondo uno studio che ha analizzato la comunicazione durante la pandemia di COVID-19, comunicare l&rsquo;incertezza non avrebbe effetti sulla fiducia del pubblico quando la qualità delle prove è alta, ma può ridurre la fiducia quando i dati sono scarsi o gli esperti sono in disaccordo. Questo suggerisce che in situazioni di emergenza, dove è prioritario il cambiamento comportamentale e la qualità delle prove relativamente bassa, potrebbe essere più efficace non enfatizzare l&rsquo;incertezza. Cosa che confligge con altri orientamenti come la <a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Scienza_post-normale" rel="noopener">scienza post normale</a>, che dice esattamente il contrario. La materia è controversa, insomma, e merita approfondimenti.</p>
<p>Il sondaggio mette in luce altri ostacoli: il 78% degli intervistati ritiene che i politici ignorino la consulenza scientifica, mentre il 73% afferma che i ricercatori non comprendono adeguatamente i processi politici. L&rsquo;ignoranza insomma è reciproca, e questo rallenta la collaborazione fra i due ambiti, ciascuno caratterizzato dalle proprie regole e pretese di autonomia.</p>
<p>Nota: Percentuali arrotondate all&rsquo;intero più vicino. I rispondenti potevano selezionare più opzioni. Le percentuali rappresentano la somma delle risposte &ldquo;Strongly agree&rdquo; e &ldquo;Agree&rdquo; per ciascun ostacolo.</p>
<p>Emerge inoltre una preoccupazione crescente per l&rsquo;impatto della disinformazione, con oltre il 70% dei partecipanti che la considera un ostacolo alla corretta accoglienza dei pareri scientifici, evidentemente meno sexy delle fake news&hellip;</p>
<p>La situazione appare particolarmente critica nei paesi a basso e medio reddito, dove spesso mancano strutture istituzionali consolidate per la consulenza scientifica. Tuttavia, anche nei paesi più sviluppati, la pandemia di COVID-19 ha messo in luce significative debolezze nei sistemi esistenti.</p>
<p>Nota: Percentuali arrotondate all&rsquo;intero più vicino. Base: 283 risposte valide (escluse 9 &ldquo;No opinion&rdquo;).</p>
<p>Il futuro della consulenza scientifica richiederà probabilmente - secondo <em>Nature</em> - un approccio più strutturato alla formazione dei consulenti scientifici, una maggiore istituzionalizzazione dei processi di consulenza e una più efficace integrazione tra comunità scientifica e decisori politici. Come sottolinea Mark Ferguson, ex consigliere scientifico capo dell&rsquo;Irlanda e attuale direttore del board dell&rsquo;European Innovation Council, è fondamentale sviluppare la capacità di comunicare idee complesse in modo conciso e comprensibile, costruendo relazioni di fiducia con i politici. <em>Vaste programme</em> che porta acqua anche al mulino della divulgazione e giornalismo scientifico.</p>
<p><em>Scienza in rete</em> ha sempre seguito con attenzione questi temi, e l&rsquo;iniziativa <a href="https://www.scienzainparlamento.org/" rel="noopener">Scienzainparlamento</a> ne ha fatto il proprio cavallo di battaglia.</p>
<p>Ricordiamo che il Parlamento italiano è uno dei pochi che non si è ancora dotato di un Ufficio di consulenza scientifica. Che secondo questo sondaggio non funziona a dovere. Ma se non c&rsquo;è non funziona affatto.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Il soffocamento delle università e l’impoverimento del Paese continuano</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/soffocamento-universita-impoverimento-paese-continuano/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/soffocamento-universita-impoverimento-paese-continuano/</guid><pubDate>Fri, 08 Nov 2024 09:12:00 +0100</pubDate><category>politica-della-ricerca</category><description>Le riduzioni nel Fondo di Finanziamento Ordinario (FFO) limitano gli investimenti essenziali per università e ricerca di base: è una situazione che rischia di spingere i giovani ricercatori a cercare opportunità all&amp;amp;rsquo;estero, penalizzando ulteriormente il sistema accademico e la competitività scientifica del paese.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2024/soffocamento-universita-impoverimento-paese-continuano-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2024/soffocamento-universita-impoverimento-paese-continuano-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>In queste settimane, sul tema del finanziamento delle università e della ricerca, assistiamo a un rimpallo di numeri nei comunicati della CRUI (Conferenza dei Rettori delle Università Italiane) e del MUR (Ministero della Università e della Ricerca). Vorremmo provare a fare chiarezza sui numeri e aggiungere alcune considerazioni sugli effetti che la riduzione potrà avere sui nostri atenei ma anche sul paese in generale.</p>
<p>Chiariamo innanzitutto l’argomento del contendere: il cosiddetto FFO, ovvero il Fondo di Finanziamento Ordinario, che è lo strumento principale attraverso il quale lo Stato italiano finanzia le università pubbliche. Questi finanziamenti vengono utilizzati per coprire le spese correnti e per sostenere le attività istituzionali di didattica, ricerca e terza missione.</p>
<p>L&rsquo;FFO è distribuito MUR in base a vari criteri che tengono conto di:</p>
<ul>
<li>dimensione dell&rsquo;ateneo e numero di studenti iscritti;</li>
<li>qualità della ricerca e della didattica (valutata da enti come l’Agenzia Nazionale di Valutazione del Sistema Universitario e della Ricerca (ANVUR);</li>
<li>risultati ottenuti in termini di efficienza gestionale e occupabilità dei laureati.</li>
</ul>
<p>Negli ultimi anni, una parte crescente dell&rsquo;FFO è stata legata a criteri di merito e performance, con l’obiettivo dichiarato di incentivare il miglioramento della qualità dell’offerta formativa e della ricerca accademica. Le principali componenti dell’FFO sono:</p>
<ol>
<li>Quota Base: la parte principale del fondo, assegnata in base ai costi standard per studente, che tengono conto della tipologia dei corsi di studio e del numero di iscritti. Questa include una componente storica, cioè una percentuale calcolata sulla base dei finanziamenti precedenti.</li>
<li>Quota Premiale: la parte del fondo destinata a incentivare la qualità e il merito. La distribuzione di questa quota dipende dai risultati delle università in base a: a) Valutazione della qualità della ricerca (VQR): punteggi assegnati dall&rsquo;ANVUR sulla base della produttività e qualità della ricerca; b) Performance didattica: basata su indicatori come la percentuale di laureati nei tempi previsti e la loro occupabilità post-laurea; c) Risultati della Terza missione: attività di trasferimento tecnologico, collaborazione con il territorio e iniziative di impatto culturale e sociale.</li>
<li>Quota perequativa: è pensata a compensare le disuguaglianze territoriali e a garantire un equilibrio nella distribuzione dei fondi tra università situate in aree con diversi livelli di sviluppo economico e sociale. Fino al 2023 era previsto che per nessuna università il taglio poteva essere superiore al 2%, da quest’anno non può essere superiore al 4%.</li>
<li>Quota di sostegno per specifiche finalità: destinata a progetti o iniziative specifiche, come il sostegno agli atenei con difficoltà economiche, il potenziamento di strutture di ricerca o la promozione di programmi di internazionalizzazione e mobilità.</li>
<li>Quota per edilizia e infrastrutture: destinata a interventi di manutenzione e sviluppo delle strutture universitarie, inclusi edifici, laboratori e infrastrutture tecnologiche.</li>
<li>Quota per il diritto allo studio: include fondi destinati a borse di studio, servizi agli studenti e altre iniziative volte a garantire l&rsquo;accesso e il completamento degli studi universitari anche agli studenti in condizioni economiche svantaggiate.</li>
<li>Quota per la ricerca: destinata a progetti di ricerca specifici o a sostenere i dottorati di ricerca, con una particolare attenzione ai settori strategici e innovativi.</li>
</ol>
<p>La tabella 4 che trovate in fondo all’articolo riporta tutte le articolazioni specificate sopra nell’arco degli ultimi dieci anni. Qui sotto nella tabella 1 riportiamo soltanto le cifre complessive per studiarne l’andamento (si noti che sono tutte cifre ai prezzi correnti che non tengono conto dell’inflazione). Alle cifre della tabella 4 in fondo all’articolo abbiamo aggiunto quelle relative allo specifico fondo per l’edilizia che è stato attivato dal 2021 e che si speri continui nel 2025.</p>

<div class="tabella-scorre" role="region" aria-label="Tabella 1" tabindex="0">
<table>
  <thead>
    <tr>
      <th>Anno</th>
      <th>FFO in euro</th>
      <th>Edilizia e Infrastrutture</th>
      <th>FFO + Edilizia</th>
    </tr>
  </thead>
  <tbody>
    <tr>
      <td>2014</td>
      <td>6.954.380.532</td>
      <td> </td>
      <td>6.954.380.532</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>2015</td>
      <td>6.868.088.595</td>
      <td> </td>
      <td>6.868.088.595</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>2016</td>
      <td>6.849.767.619</td>
      <td> </td>
      <td>6.849.767.619</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>2017</td>
      <td>6.942.890.720</td>
      <td> </td>
      <td>6.942.890.720</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>2018</td>
      <td>7.285.939.147</td>
      <td> </td>
      <td>7.285.939.147</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>2019</td>
      <td>7.406.520.950</td>
      <td> </td>
      <td>7.406.520.950</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>2020</td>
      <td>7.845.121.950</td>
      <td> </td>
      <td>7.845.121.950</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>2021</td>
      <td>8.353.195.950</td>
      <td>48.000.000</td>
      <td>8.401.195.950</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>2022</td>
      <td>8.625.016.950</td>
      <td>48.000.000</td>
      <td>8.673.016.950</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>2023</td>
      <td>9.174.538.794</td>
      <td>122.000.000</td>
      <td>9.296.538.794</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>2024</td>
      <td>8.999.274.606</td>
      <td>96.000.000</td>
      <td>9.095.274.606</td>
    </tr>
  </tbody>
</table>
</div>
<p>Tabella 1. FFO ed Edilizia e Infrastrutture (in euro)</p>
<p>I due grafici seguenti mostrano l’andamento dei finanziamenti negli ultimi dieci anni.</p>
<p><img src="https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2024/soffocamento-universita-impoverimento-paese-continuano-esterna-1.png.webp" srcset="https://www.scienzainrete.it/media/_web/720/articoli/2024/soffocamento-universita-impoverimento-paese-continuano-esterna-1.png.webp 720w, https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2024/soffocamento-universita-impoverimento-paese-continuano-esterna-1.png.webp 1220w" sizes="(max-width: 760px) 100vw, 720px" alt="" width="1220" height="808" loading="lazy" decoding="async">
</p>
<p><img src="https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2024/soffocamento-universita-impoverimento-paese-continuano-esterna-1.png.webp" srcset="https://www.scienzainrete.it/media/_web/720/articoli/2024/soffocamento-universita-impoverimento-paese-continuano-esterna-1.png.webp 720w, https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2024/soffocamento-universita-impoverimento-paese-continuano-esterna-1.png.webp 1220w" sizes="(max-width: 760px) 100vw, 720px" alt="Grafico 1. Andamento FFO &#43; Edilizia e Infrastrutture 2014-2024. Grafico 2. Andamento FFO &#43; Edilizia e Infrastrutture 2014-2024" width="1220" height="808" loading="lazy" decoding="async">
</p>
<p class="didascalia">Grafico 1. Andamento FFO + Edilizia e Infrastrutture 2014-2024. Grafico 2. Andamento FFO + Edilizia e Infrastrutture 2014-2024</p>

<p>Se insieme a questa tabella consideriamo quella relativa al Prodotto Interno Lordo (PIL) a prezzi correnti riportata qua sotto (tabella 2), e consideriamo il rapporto FFO/PIL per il periodo 2014-2023 (non essendo il 2024 disponibile) vediamo chiaramente il dissanguamento delle università dopo un piccolo picco del 2020.</p>

<div class="tabella-scorre" role="region" aria-label="Tabella 2" tabindex="0">
<table>
  <thead>
    <tr>
      <th>Anno</th>
      <th>PIL in Milioni di euro</th>
    </tr>
  </thead>
  <tbody>
    <tr>
      <td>2014</td>
      <td>1.635.870,7</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>2015</td>
      <td>1.663.277,7</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>2016</td>
      <td>1.704.856,7</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>2017</td>
      <td>1.744.493,0</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>2018</td>
      <td>1.777.744,4</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>2019</td>
      <td>1.804.066,8</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>2020</td>
      <td>1.670.011,9</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>2021</td>
      <td>1.842.507,4</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>2022</td>
      <td>1.997.054,9</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>2023</td>
      <td>2.128.001,4</td>
    </tr>
  </tbody>
</table>
</div>
<p>Tabella 2. PIL in Milioni di euro (2014-2023)</p>
<p>Dai dati (grafico 3) emerge chiaramente l’esiguità dei finanziamenti in formazione avanzata e ricerca, le riduzioni significative dopo il 2020 in relazione alla capacità produttiva del paese, ed addirittura la loro diminuzione in termini assoluti nel 2024.</p>
<p><img src="https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2024/soffocamento-universita-impoverimento-paese-continuano-esterna-3.png.webp" srcset="https://www.scienzainrete.it/media/_web/720/articoli/2024/soffocamento-universita-impoverimento-paese-continuano-esterna-3.png.webp 720w, https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2024/soffocamento-universita-impoverimento-paese-continuano-esterna-3.png.webp 1220w" sizes="(max-width: 760px) 100vw, 720px" alt="Grafico 3. Andamento del rapporto FFO/PIL 2014-2023" width="1220" height="808" loading="lazy" decoding="async">
</p>
<p class="didascalia">Grafico 3. Andamento del rapporto FFO/PIL 2014-2023</p>

<p>Inoltre, riteniamo preoccupante che tanti dei fondi dell’FFO 2024 vengano da piani straordinari (tabella 3) che in quanto tali non sono destinati a diventare ordinari e che ora vengono utilizzati per rendere meno visibili i tagli effettuati. Ma anche se diventassero ordinari, sarebbe chiaro che servono altri fondi per supportare lo sviluppo in settori chiave quali i quantum computer, la sostenibilità, l’intelligenza artificiale, lo sviluppo di chip sui quali altri paesi, anche europei, stanno facendo grandi investimenti.</p>

<div class="tabella-scorre" role="region" aria-label="Tabella 3" tabindex="0">
<table>
  <thead>
    <tr>
      <th>Anno</th>
      <th>Piani straordinari e incentivi alle chiamate dirette</th>
    </tr>
  </thead>
  <tbody>
    <tr>
      <td>2014</td>
      <td>175.248.716</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>2015</td>
      <td>186.748.716</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>2016</td>
      <td>239.748.716</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>2017</td>
      <td>251.248.716</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>2018</td>
      <td>258.248.716</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>2019</td>
      <td>325.748.716</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>2020</td>
      <td>413.878.716</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>2021</td>
      <td>481.630.000</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>2022</td>
      <td>556.630.000</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>2023</td>
      <td>773.630.000</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>2024</td>
      <td>1.151.630.000</td>
    </tr>
  </tbody>
</table>
</div>
<p>Tabella 3. Piani straordinari e incentivi alle chiamate dirette (euro)</p>
<p>Se le spese correnti delle università vengono quindi penalizzate a favore di piani straordinari per loro natura non costanti, si deve anche osservare che lo strangolamento appare particolarmente drammatico riguardo alla ricerca di base. Infatti, tali piani non considerano proprio il rifinanziamento dei PRIN, l’unica piccola e aleatoria misura di finanziamento della ricerca <em>curiosity driven</em>.</p>
<p>Come osserva il Tavolo tecnico per la Strategia italiana in tema di ricerca fondamentale:</p>
<blockquote>
<p>A fronte di una certa regolarità nel finanziamento negli anni 2007-2011, quando il bando ha avuto cadenza annuale (487 milioni in cinque anni, pari a 97,4 milioni/anno), dal 2012 in poi si è assistito a un andamento irregolare nell’apertura dei bandi e a una drastica riduzione della quantità e della continuità dei finanziamenti, che nel quinquennio 2012-2016 sono ammontati in tutto a 131 milioni (26,2 milioni/anno). Uno stanziamento importante nel 2017, pari a 391 milioni, è stato però seguito da due anni in cui non sono stati emessi bandi. Nel quinquennio 2017-2021 sono stati quindi erogati in totale 570 milioni, pari a 114 milioni/anno, non molto diverso da quanto erogato nel periodo 2007-2011 tenuto conto dei processi inflazionistici. Una vera svolta è rappresentata dal bando PRIN 2022 con uno stanziamento di 749 milioni.</p></blockquote>
<p>Questo punto ci sta particolarmente a cuore e rischia di passare inosservato: i tagli ai fondi di ricerca in generale penalizzano soprattutto la ricerca di base. C’è una tendenza decennale nell’approccio alla ricerca che mette l’enfasi sulle relazioni con l’industria. La filosofia di base è “…se hai bisogno di soldi trovateli sul mercato. Se quello che fai è utile allora troverai qualcuno che i soldi te li dà…”. Questo non solo non porta ai Nobel ma nemmeno ai grandi avanzamenti tecnologici: in fondo c’è il rischio di trasformare l’università in un istituto professionale al servizio delle imprese. Ma questo distrugge la fonte che per almeno un paio di secoli ha prodotto &ldquo;uova d&rsquo;oro&rdquo; per le moderne economie industriali.</p>
<p>Tutte i moderni avanzamenti tecnologici hanno avuto origine dalla cosiddetta ricerca <em>curiosity driven</em>, non immediatamente applicabile, da Faraday sull’elettricità; Hertz e Maxwell sull’elettromagnetismo; Watson e Crick sulla doppia elica del DNA; e Shockley sull’effetto transistor nei semiconduttori, Eulero per la crittografia a doppia chiave e la firma digitale, fino alla meccanica quantistica e il quantum computing. E la storia dell’impatto delle teorie fisiche e matematiche è molto simile: l’ingegneria moderna non esisterebbe senza il calcolo differenziale di Newton e Leibnitz, ma anche i GPS hanno bisogno della teoria della relatività, lo spettrografo di massa si basa sulla teoria matematica dei gruppi, e l’elenco potrebbe continuare.</p>
<p>Il Ministero ha ricordato che ci sono anche i fondi del PNRR, ma questi non possono essere cumulati all’FFO. Sono fondi per definizione straordinari. Non c’entrano nulla con quelli che finanziano stabilmente gli atenei. Con questi fondi si è puntato troppo sull’assunzione di figure a tempo determinato senza pensare a garantire un certo numero di posizioni permanenti che offrissero uno sbocco permanente nemmeno su discipline corrispondenti ai temi dei progetti PNRR.</p>
<p>Recentemente 120 società scientifiche <a href="https://www.scienzainrete.it/articoli/rischi-ridimensionamento-dell-universita-ricerca-lettera-societa-scientifiche/">hanno lanciato l’allarme</a> sul definanziamento degli atenei pubblici. Il taglio all’FFO, ma anche altre sforbiciate nascoste, renderanno difficoltoso per le università pagare sia gli stipendi dei docenti di ruolo, e ancora di più il personale a tempo determinato. A soffrirne di più saranno i ricercatori che non saranno mai assunti. Questi tagli renderanno più comatosi soprattutto gli atenei del Sud. I tagli delle risorse e il preesistente sottodimensionamento dei docenti e del personale amministrativo, l’assenza di borse di studio per gli studenti bisognosi e meritevoli faranno sì che il grado complessivo di scolarizzazione della società italiana diminuirà. Una buona percentuale dei migliori andrà a lavorare all’estero.</p>
<p>Solo per i partenariati estesi (progetti congiunti tra università, centri di ricerca e imprese, che mirano a rafforzare il trasferimento tecnologico e a creare un impatto significativo su scala nazionale in settori chiave per lo sviluppo economico e sociale) sono stati impiegati più di 1.500 ricercatori a tempo determinato, ed è stato richiesto che le università garantissero almeno il 40% di posizioni stabili senza però offrire alcun finanziamento aggiuntivo. Con i tagli previsti queste posizioni non ci saranno e regaleremo i nostri investimenti dei soldi prestati dall’Europa ad altri paesi che da sempre apprezzano la qualità dei nostri studenti e ricercatori. Prima andavano all’estero i nostri dottori di ricerca, ora ci andranno i ricercatori sui quali abbiamo investito ma che non riusciremo a trattenere. Sussidieremo così la formazione dei migliori ricercatori di altri paesi. Ai danni del nostro.</p>

<div class="tabella-scorre" role="region" aria-label="Tabella 4" tabindex="0">
<table>
  <thead>
    <tr>
      <th>FFO</th>
      <th>Base</th>
      <th>Quota premiale</th>
      <th>Quota perequativa</th>
      <th>Piani straordinari</th>
      <th>Quota studenti</th>
      <th>Specifiche finalità</th>
      <th>PRO3-Dip. Eccellenza</th>
      <th>TOTALE</th>
    </tr>
  </thead>
  <tbody>
    <tr>
      <td>2024</td>
      <td>4.137.092.007</td>
      <td>2.400.000.000</td>
      <td>136.000.000</td>
      <td>1.151.630.000</td>
      <td>584.000.000</td>
      <td>13.036.599</td>
      <td>577.516.000</td>
      <td>8.999.274.606</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>2023</td>
      <td>4.321.518.994</td>
      <td>2.500.000.000</td>
      <td>150.000.000</td>
      <td>773.630.000</td>
      <td>586.000.000</td>
      <td>26.903.800</td>
      <td>816.486.000</td>
      <td>9.174.538.794</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>2022</td>
      <td>4.210.252.154</td>
      <td>2.336.000.000</td>
      <td>150.000.000</td>
      <td>556.630.000</td>
      <td>531.000.000</td>
      <td>27.304.796</td>
      <td>813.830.000</td>
      <td>8.625.016.950</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>2021</td>
      <td>4.186.322.163</td>
      <td>2.223.000.000</td>
      <td>175.000.000</td>
      <td>481.630.000</td>
      <td>637.200.000</td>
      <td>20.754.787</td>
      <td>629.289.000</td>
      <td>8.353.195.950</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>2020</td>
      <td>4.212.853.106</td>
      <td>1.944.000.000</td>
      <td>175.000.000</td>
      <td>413.878.716</td>
      <td>528.000.000</td>
      <td>24.475.128</td>
      <td>546.915.000</td>
      <td>7.845.121.950</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>2019</td>
      <td>4.300.967.761</td>
      <td>1.784.580.447</td>
      <td>175.000.000</td>
      <td>325.748.716</td>
      <td>347.500.000</td>
      <td>34.310.026</td>
      <td>438.414.000</td>
      <td>7.406.520.950</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>2018</td>
      <td>4.427.752.286</td>
      <td>1.693.485.395</td>
      <td>145.000.000</td>
      <td>258.248.716</td>
      <td>336.629.114</td>
      <td>38.703.714</td>
      <td>386.119.922</td>
      <td>7.285.939.147</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>2017</td>
      <td>4.592.750.480</td>
      <td>1.535.600.000</td>
      <td>145.000.000</td>
      <td>251.248.716</td>
      <td>266.629.114</td>
      <td>53.405.762</td>
      <td>98.256.648</td>
      <td>6.942.890.720</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>2016</td>
      <td>4.695.922.155</td>
      <td>1.410.000.000</td>
      <td>195.000.000</td>
      <td>239.748.716</td>
      <td>257.635.762</td>
      <td>41.110.986</td>
      <td>10.350.000</td>
      <td>6.849.767.619</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>2015</td>
      <td>4.910.393.516</td>
      <td>1.385.000.000</td>
      <td>105.000.000</td>
      <td>186.748.716</td>
      <td>244.744.342</td>
      <td>26.702.021</td>
      <td>9.500.000</td>
      <td>6.868.088.595</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>2014</td>
      <td>5.085.720.674</td>
      <td>1.215.000.000</td>
      <td>105.000.000</td>
      <td>175.248.716</td>
      <td>265.796.174</td>
      <td>88.014.968</td>
      <td>19.600.000</td>
      <td>6.954.380.532</td>
    </tr>
  </tbody>
</table>
</div>
<p>Tabella 4. Principali componenti dell’FFO</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Ostacolare la scienza senza giovare agli animali: i divieti italiani alla sperimentazione</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/ostacolare-scienza-senza-giovare-animali-divieti-italiani-sperimentazione/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/ostacolare-scienza-senza-giovare-animali-divieti-italiani-sperimentazione/</guid><pubDate>Thu, 31 Oct 2024 08:15:00 +0100</pubDate><dc:creator>Anna Romano</dc:creator><category>animali</category><description>Divieto di usare gli animali per studi su xenotrapianti e sostanze d’abuso, divieto di allevare cani e primati per la sperimentazione. Sono norme aggiuntive rispetto a quanto previsto dalla Direttiva UE per la protezione degli animali usati a fini scientifici, inserite nella legge italiana ormai dieci anni fa. La recente proposta di abolizione di questi divieti, penalizzanti per la ricerca italiana, è stata ritirata dopo le proteste degli attivisti per i diritti degli animali, lasciando in sospeso un dibattito che tocca tanto l&amp;amp;rsquo;avanzamento scientifico quanto i principi etici e che poco sembra avere a che fare con il benessere animale.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2024/ostacolare-scienza-senza-giovare-animali-divieti-italiani-sperimentazione-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2024/ostacolare-scienza-senza-giovare-animali-divieti-italiani-sperimentazione-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>Da dieci anni, ormai, tre divieti pesano sul mondo della ricerca scientifica italiana. Divieti che non sembrano avere ragioni scientifiche, né etiche, e che la scorsa settimana avrebbero potuto essere definitivamente eliminati. Ma così non è stato: alla vigilia della votazione dell’emendamento, inserito del decreto Salva infrazioni, che ne avrebbe determinato l’abolizione, l’emendamento stesso è stato ritirato. La ragione? Questi divieti riguardano la sperimentazione animale, e i gruppi di attivisti per i diritti degli animali hanno reagito in modo coordinato, con la pubblicazione di un comunicato stampa e una fitta azione sui social media, per protestare contro la proposta di emendamento. Un’azione che per il vero non dovrebbe stupire, anzi avrebbe dovuto essere considerata preventivabile, ma che è stata sufficiente a far fare una rapida retromarcia a Luciano Ciocchetti, il deputato di Fratelli d’Italia che aveva proposto l’emendamento. Ma la questione non è solo di colore politico, dal momento che un emendamento identico era stato proposto anche dall’opposizione che, pur non essendo stata oggetto delle proteste degli attivisti, lo ha comunque anch’essa ritirato.</p>
<p>I tre divieti in questione riguardano l’uso degli animali per gli studi sugli xenotrapianti d’organo (cioè tra specie diverse); per quelli sulle sostanze d’abuso; e la possibilità di allevare alcune specie (cani, gatti e primati non umani) per destinarle alla sperimentazione. Come fa notare <a href="https://www.research4life.it/litalia-non-e-riuscita-di-nuovo-a-recepire-correttamente-la-direttiva-eu-sulla-sperimentazione-animale-serve-la-voce-della-scienza/" rel="noopener">sul suo sito Research4Life</a>, piattaforma dedicata all’informazione e alla comunicazione sulla sperimentazione animale, questi divieti non sono giustificabili. Non è solo un problema di ingiustificabilità scientifica ma anche, a ben guardare, di etica – quella stessa etica chiamata in causa proprio per giustificare i divieti stessi.</p>
<p>Prendiamo i primi due casi, quello della ricerca sugli xenotrapianti d’organo e sulle sostanze d’abuso. Entrambi sono campi per i quali evitare il ricorso agli animali è oggi impossibile. Certo, i modelli in vitro possono dare un contributo in alcuni tipi di test (per una prima scrematura dell’efficacia di un farmaco pensato per il trattamento del disturbo da uso di alcol, tanto per fare un esempio), ma come si può pensare di studiare la pratica degli xenotrapianti, che per loro definizione richiedono un organismo di una specie diversa dalla nostra, senza far ricorso a questo organismo? Nessun organoide, per quanto avanzato, assomiglia a sufficienza a un organo reale. Discorso simile per quanto riguarda lo studio delle dipendenze: i disturbi da uso di sostanze, come sono più precisamente classificati, hanno basi complesse, in cui fattori genetici e ambientali si intrecciano. Come può una coltura cellulare replicare l’effetto dell’esperienza e dei legami sociali? O l’individualità di ciascun organismo, che lo rende più o meno a rischio di sviluppare questi disturbi?</p>
<p>Il divieto di usare gli animali per gli studi sulle sostanze d’abuso pone anche un altro problema: per legge, tutte le sostanze in grado di attraversare la barriera ematoencefalica e raggiungere il cervello devono essere testate per il loro potenziale d’abuso. Tra queste ci sono, per esempio, i farmaci per il trattamento di disturbi neurologici, come la malattia di Alzheimer. Quelli per il trattamento del dolore, per esempio in campo oncologico. Quelli per malattie psichiatriche come i disturbi d’ansia o la depressione. Senza animali, e quindi nell’impossibilità di rispettare la normativa internazionale, in Italia tutti questi test non potrebbero più essere eseguiti.</p>
<p>Insomma, in entrambi i casi i divieti di usare gli animali implicano di fatto l&rsquo;arrestare la ricerca in questi campi; al momento, la loro applicazione è per il momento rimandata a luglio 2025 (le proroghe vanno avanti, con cadenza quasi annuale, fin dal 2014), ma se entrassero definitivamente in vigore, opzione tutt’altro che impossibile, in Italia ogni gruppo di ricerca che lavora in questi contesti dovrebbe trovarsi qualcos’altro da studiare. Se questo è il problema più strettamente scientifico, quello etico non è meno significativo. Arrestare la ricerca in questo ambiti specifici e non negli altri significa che per alcune malattie e necessità mediche si può continuare a lavorare, per altre no. In pratica, significa discriminare alcuni gruppi di persone malate.</p>
<p>Punto cruciale della contestazione degli attivisti è stato però il terzo divieto, quello di allevamento di cani, gatti e primati per la sperimentazione. L’accusa è quella di voler «riaprire i canili lager», la memoria quella del <a href="https://animalistianimaliescienza.home.blog/2020/01/15/ancora-su-green-hill/" rel="noopener">caso di Green Hill</a>. Eppure, evidenzia Research4Life, la possibilità di allevare sul territorio nazionale queste specie avrebbe proprio l’obiettivo opposto: garantire maggior tutela agli animali.</p>
<p>I cani e la stragrande maggioranza dei primati sono usati in Italia per quello indicato come “scopo regolatorio”, ossia i test previsti per legge per l’immissione e in mantenimento di alcune sostanze sul mercato (non si parla solo di farmaci, ma anche, per esempio, di mangimi e alimenti). Non potendo essere allevati, a oggi devono essere importati dall’estero, elemento che già da solo è controproducente in termini di benessere animale, perché implica la necessità di farli viaggiare, facilmente più a lungo di quanto avverrebbe sul territorio nazionale, causando un inevitabile stress.</p>
<p>Ma c’è anche un altro elemento da considerare. Se i cani possono essere importati da allevamenti europei, nei quali devono essere garantiti standard precisi per gli animali, per i primati questo è pressocché impossibile, perché gli allevamenti UE non sono sufficienti a rispondere alle necessità attuali della ricerca. Così, i primati arrivano prevalentemente da allevamenti situati in Africa o in Asia, nei quali però il controllo sulle condizioni di vita e di benessere fisico e psicologico è sostanzialmente impossibile, così come lo sono i controlli per evitare i prelievi in natura. Certo, questo è un problema condiviso a livello europeo: ancora Research4Life, analizzando i dati rilasciati ogni anno dalla Commissione europea, <a href="https://www.research4life.it/sperimentazione-animale-i-dati-per-il-2021-e-il-2022-numeri-specie-e-provenienza/" rel="noopener">segnala</a> che in tutta l’UE circa il 50% dei primati è ancora di origine africana. Certo anche, però, che vietare gli allevamenti in Italia è ostacolare la risoluzione del problema, non certo contribuire a risolverlo. E a pagarne le conseguenze sono intanto gli animali.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>I rischi di ridimensionamento dell’università e della ricerca: una lettera delle società scientifiche</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/rischi-ridimensionamento-dell-universita-ricerca-lettera-societa-scientifiche/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/rischi-ridimensionamento-dell-universita-ricerca-lettera-societa-scientifiche/</guid><pubDate>Thu, 10 Oct 2024 12:10:00 +0100</pubDate><dc:creator>Rete delle Società Scientifiche</dc:creator><category>politica-della-ricerca</category><description>Il mondo dell’università e della ricerca pubblica è stato investito negli ultimi mesi da politiche del governo che introducono importanti cambiamenti.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2024/rischi-ridimensionamento-dell-universita-ricerca-lettera-societa-scientifiche-hero.jpg" type="image/jpeg" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2024/rischi-ridimensionamento-dell-universita-ricerca-lettera-societa-scientifiche-hero.jpg" medium="image" type="image/jpeg"/><content:encoded><![CDATA[<p>Il mondo dell’università e della ricerca pubblica è stato investito negli ultimi mesi da politiche del governo che introducono importanti cambiamenti.</p>
<p>A luglio 2024 la bozza di decreto sul finanziamento delle università¹ aveva ridotto di circa 500 milioni in corso d’anno i fondi per il 2024, sollevando le proteste della Conferenza dei Rettori (CRUI) e del Consiglio Universitario Nazionale (CUN)². Tale riduzione è stata poi confermata dal decreto ministeriale sul Fondo di finanziamento ordinario (FFO) del settembre 2024³, che riduce di 173 milioni l’assegnazione dell’FFO e non assegna le coperture aggiuntive per i 340 milioni previsti dal piano per gli associati, recuperando le risorse dalla riduzione di quota storica, costo standard e perequazione. Oggi, dall’assegnazione dei fondi agli atenei, emerge che quasi tutti gli atenei statali hanno avuto riduzioni di fondi, con pochissime eccezioni.</p>
<p>In agosto è apparso il disegno di legge per il Reclutamento⁴ che cambia profondamente le figure previste per i giovani ricercatori e i docenti esterni. Si delinea la moltiplicazione di posizioni pre-ruolo, per neolaureati magistrali (“assistenti di ricerca junior”), neodottorati (“assistenti di ricerca senior”), giovani ricercatori (“contrattisti post-doc”, oltre agli attuali RTT), mentre resta congelato il “contratto di ricerca” che, a fronte di rigidi incarichi biennali, offriva tutele e remunerazioni maggiori. Si apre la possibilità di avere come docenti “professori aggiunti”: esperti esterni incaricati direttamente dai Rettori, con ruoli e prerogative interamente da definirsi.</p>
<p>In agosto è stato introdotto l’adeguamento Istat degli stipendi per i docenti universitari (+4,8% a parziale recupero dell’inflazione), senza fornire stanziamenti aggiuntivi nell&rsquo;FFO 2024. Di fronte a bilanci sotto pressione, gli atenei per la copertura delle nuove spese potranno utilizzare le risorse che il precedente governo aveva assegnato per i piani straordinari di reclutamento, una parte di fondi precedentemente vincolati alla ricerca⁵ e i residui degli accordi di programma per l’edilizia universitaria.</p>
<p>Per quanto riguarda la governance del sistema, il 20 settembre è stato pubblicato il Decreto che crea un gruppo di lavoro per la riforma della Legge Gelmini sull’università, presieduto dalla Ministra Anna Maria Bernini e composto in prevalenza da persone che hanno già avuto responsabilità di rilievo nel sistema universitario del Paese⁶. La Commissione potrà intervenire sul reclutamento, sullo stato giuridico dei docenti, sull’assetto di governance e sulla valutazione dell’università e della ricerca, sulla base del mandato previsto dall’art.11 del ddl “Semplificazione” in esame al Senato⁷.</p>
<p>Tali misure sollevano serie preoccupazioni sul ridimensionamento dell’università e della ricerca pubblica. Come Presidenti di Società scientifiche italiane, che rappresentano migliaia di docenti universitari e ricercatori del Paese - impegnati ad affermare la ricerca italiana nel contesto internazionale - non possiamo condividere la deriva che si prospetta per la nostra università.</p>
<p>Sul piano del finanziamento, gli ultimi anni avevano consentito un certo recupero, anche grazie ai finanziamenti straordinari e temporanei del PNRR, avvicinando la spesa per ricerca pubblica allo 0,75% del PIL. Era questo l’obiettivo indicato nel 2022 dal rapporto del “Tavolo tecnico” insediato dal governo di Mario Draghi⁸. A partire da quest’anno si profila una preoccupante riduzione del finanziamento dell’università e della ricerca pubblica. La distribuzione delle risorse che si prospetta – attraverso i criteri adottati e i meccanismi premiali – sta portando a maggiori disparità tra grandi atenei e università “periferiche”. Nel quadro europeo, l’Italia - ora agli ultimi posti nella UE in termini di percentuale di laureati sugli occupati - aggraverebbe le distanze nei confronti dei maggiori paesi in termini di risorse disponibili. È necessario che la Legge di Bilancio 2025 assicuri un aumento delle risorse per l’università e la ricerca, in particolare per quanto riguarda la quota non vincolata dell&rsquo;FFO.</p>
<p>Sul piano del personale, oggi circa il 40% di tutto il personale docente e di ricerca è costituito dagli oltre 20 mila assegnisti di ricerca e 9 mila RTDA, anche a seguito della proliferazione di posizioni di ricerca finanziate con i fondi PNRR. Nei prossimi tre anni intorno al 10% dei professori ordinari e associati andrà in pensione. Anziché favorire nuovi concorsi, il governo ha rallentato il turnover e creato incertezza sul reclutamento. Nel corso di un decennio, circa 15 mila ricercatori e ricercatrici italiane hanno trovato lavoro all’estero. Anziché favorire un “ritorno dei cervelli” e l’attrazione di personale qualificato dall’estero, le politiche del governo rischiano di condurre a una maggior emigrazione. È necessario che le nuove regole e le risorse per il reclutamento consentano di rinnovare il personale docente di ruolo e ridurre le condizioni di precariato.</p>
<p>Sul piano della qualità della ricerca – un tema su cui si è molto insistito negli ultimi anni, anche con l’introduzione dall’Abilitazione Scientifica Nazionale (ASN) – ci sono preoccupanti segnali di ritorno indietro. Per le nuove figure di giovani ricercatori e per i “professori aggiunti” potrebbero non essere previsti concorsi pubblici. È necessario che chi insegna all’università sia scelto attraverso adeguati meccanismi di verifica delle competenze. Ulteriori preoccupazioni sul piano della qualità della formazione superiore provengono dall’espansione delle università telematiche private.</p>
<p>Alcune di queste preoccupazioni erano già state segnalate in una lettera alla Ministra Anna Maria Bernini del 9 novembre 2022 - all’indomani dell’insediamento del governo - sottoscritta da 108 società scientifiche italiane⁹.</p>
<p>Ci auguriamo che le voci delle Società scientifiche possano contribuire a fermare i rischi di un ridimensionamento – attraverso le attuali politiche del governo - dell’università e della ricerca pubblica in Italia.</p>
<h4 id="le-e-i-presidenti-di-società-scientifiche-italiane">Le e i presidenti di Società scientifiche italiane:</h4><h4 id="il-presidente-dellassociazione-antropologica-italiana-luca-sineo-la-presidente-dellassociazione-degli-italianisti-silvia-tatti-il-presidente-dellassociazione-energy-finance-italia-paolo-falbo-la-presidente-delliaere-valeria-costantini-il-presidente-dellassociazione-italiana-dei-costituzionalisti-sandro-staiano-il-presidente-dellaidlass-domenico-garofalo-il-presidente-dellassociazione-italiana-di-economia-del-lavoro-lorenzo-cappellari-la-presidente-dellassociazione-italiana-di-economia-sanitaria-cinzia-di-novi-il-presidente-dellassociazione-italiana-di-fisica-medica-e-sanitaria-carlo-cavedon-il-presidente-dellassociazione-italiana-di-logica-e-sue-applicazioni-silvio-ghilardi-la-presidente-dellassociazione-italiana-di-public-history-enrica-salvatori-il-presidente-dellassociazione-italiana-di-scienze-regionali-domenico-scalera-il-presidente-dellassociazione-italiana-di-sociologia-stefano-tomelleri-il-presidente-della-cvpl-ex-girpr-nicu-sebe-il-presidente-dellassociazione-italiana-per-la-ricerca-in-storia-economica-giuseppe-de-luca-la-presidente-dellassociazione-italiana-per-la-storia-del-pensiero-economico-manuela-mosca-il-presidente-dellassociazione-italiana-per-la-storia-delleconomia-politica-saverio-maria-fratini-il-presidente-dellassociazione-italiana-per-lo-studio-dei-sistemi-economici-comparati-dario-sciulli-il-presidente-della-amases-andrea-consiglio-il-presidente-dellassociazione-per-la-storia-della-lingua-italiana-sergio-lubello-il-presidente-del-centro-interuniversitario-per-la-ricerca-e-lo-sviluppo-della-public-history-manfredi-merluzzi-il-presidente-della-consulta-universitaria-del-cinema-giacomo-manzoli-la-presidente-della-consulta-universitaria-del-greco-liana-lomiento-il-presidente-della-consulta-universitaria-del-teatro-alberto-bentoglio-il-presidente-della-consulta-universitaria-di-studi-latini-mario-de-nonno-il-presidente-della-consulta-universitaria-di-topografia-antica-paolo-liverani-il-presidente-di-economists-for-peace-and-security-italia-raul-caruso-il-presidente-della-federazione-delle-consulte-universitarie-di-archeologia-giuliano-volpe-la-presidente-della-federazione-italiana-di-scienze-della-natura-e-dellambiente-elisa-anna-fano-la-presidente-della-federazione-italiana-scienze-della-vita-chiara-tonelli-il-presidente-del-gruppo-2003-per-la-ricerca-scientifica-rocco-de-nicola-il-presidente-della-società-di-storia-della-filosofia-antica-riccardo-chiaradonna-il-presidente-della-società-informatica-italiana-grin-fabio-gadducci-il-presidente-della-società-italiana-degli-storici-economici-marco-doria-la-presidente-della-società-italiana-degli-urbanisti-angela-barbanente-la-presidente-della-società-italiana-delle-storiche-vinzia-fiorino-il-presidente-della-società-italiana-di-agronomia-marco-bindi-la-presidente-della-società-italiana-di-biochimica-e-biologia-molecolare-paola-chiarugi-il-presidente-della-società-italiana-di-biofisica-e-biologia-molecolare-salvatore-oliviero-il-presidente-della-società-italiana-di-bioinformatica-raffaele-adolfo-calogero-il-presidente-della-società-italiana-di-biologia-sperimentale-francesco-cappello-la-presidente-della-società-italiana-di-biologia-vegetale-fiorella-lo-schiavo-il-presidente-della-società-italiana-di-ecologia-antonio-pusceddu-il-presidente-della-società-italiana-di-econometria-luca-fanelli-il-presidente-della-società-italiana-di-economia-mario-pianta-il-presidente-della-società-italiana-di-economia-dei-trasporti-e-della-logistica-claudio-ferrari-il-presidente-della-società-italiana-di-economia-dello-sviluppo-federico-perali-il-presidente-della-società-italiana-di-economia-demografia-e-statistica-salvatore-strozza-il-presidente-della-società-italiana-di-economia-e-politica-industriale-donato-iacobucci-il-presidente-della-società-italiana-di-economia-pubblica-gilberto-turati-il-presidente-della-società-italiana-di-estetica-paolo-d-la-presidente-della-società-italiana-di-farmacognosia-alessandra-russo-la-presidente-della-società-italiana-di-filologia-romanza-maria-sofia-lannutti-il-presidente-della-società-italiana-di-filosofia-analitica-alberto-voltolini-il-presidente-della-società-italiana-di-filosofia-morale-mario-de-caro-il-presidente-della-società-italiana-di-filosofia-teoretica-adriano-ardovino-la-presidente-della-società-italiana-di-fisica-angela-bracco-il-presidente-della-società-italiana-di-logica-e-filosofia-delle-scienze-vincenzo-fano-il-presidente-della-società-italiana-di-matematica-applicata-ed-industriale-luca-formaggia-il-presidente-della-società-italiana-di-musicologia-claudio-toscani-il-presidente-della-società-italiana-di-nefrologia-stefano-bianchi-la-presidente-della-società-italiana-di-scienza-politica-franca-roncarolo-il-presidente-della-società-italiana-di-selvicoltura-ed-ecologia-giorgio-matteucci-il-presidente-della-società-italiana-di-sociologia-economica-luigi-burroni-il-presidente-della-società-italiana-di-statistica-marcello-chiodi-la-presidente-della-società-italiana-di-statistica-medica-ed-epidemiologia-clinica-rosaria-gesuita-il-presidente-della-società-italiana-di-storia-della-filosofia-edoardo-massimilla-la-presidente-della-società-italiana-di-storia-della-scienza-elena-canadelli-la-presidente-della-società-italiana-per-gli-studi-sul-medio-oriente-rosita-di-peri-il-presidente-della-società-italiana-per-lo-studio-del-pensiero-medievale-luca-bianchi-la-presidente-della-società-scientifica-italiana-sociologia-cultura-comunicazione-sara-bentivegna-il-presidente-dellunione-matematica-italiana-marco-andreatta-il-presidente-delle-associazioni-scientifiche-e-tecniche-rinaldo-psaro-il-presidente-della-società-italiana-per-la-storia-medievale-francesco-panarelli-la-presidente-dellassociazione-italiana-di-logica-computazionale-stefania-costantini-il-presidente-della-società-italiana-di-relatività-generale-e-fisica-della-gravitazione-stefano-liberati-il-presidente-della-associazione-italiana-per-lintelligenza-artificiale-gianluigi-greco-il-presidente-della-società-filosofica-italiana-emidio-spinelli-la-presidente-dellassociazione-dei-geografi-italiani-elena-dell-il-presidente-della-società-di-studi-geografici-egidio-dansero-la-presidente-della-società-giuridica-labour-law-community-marzia-barbera-il-presidente-dellassociazione-italiana-slavisti-cristiano-diddi-la-presidente-della-consulta-universitaria-per-la-storia-greca-e-romana-cecilia-ricci-la-presidente-dellassociazione-nazionale-docenti-di-anglistica-antonella-riem-la-presidente-dellassociazione-ispanisti-italiani-renata-londero-la-presidente-della-società-di-linguistica-italiana-miriam-voghera-il-presidente-della-società-universitaria-per-gli-studi-di-lingua-e-letteratura-francese-ruggero-druetta-la-presidente-del-seminario-di-filologia-francese-anne-schoysman-il-presidente-dellassociazione-docenti-universitari-italiani-di-musica-luca-aversano-il-presidente-della-società-italiana-di-immunologia-immunologia-clinica-e-allergologia-massimo-locati-la-presidente-dellassociazione-italiana-di-studi-iberoamericani-emilia-perassi-il-presidente-dellassociazione-italiana-di-anglistica-giuseppe-balirano-la-presidente-dellaiscli-mariaconcetta-costantini-la-presidente-dellassociazione-italiana-di-germanistica-emilia-fiandra-il-presidente-dellaidusa-federico-valacchi-la-presidente-dellassociazione-italiana-di-studi-portoghesi-e-brasiliani-mariagrazia-russo-la-presidente-dellsocietà-italiana-di-biofisica-pura-e-applicata-velia-minicozzi-la-presidente-dellassociazione-universitaria-per-lo-studio-del-mondo-greco-olimpia-imperio-la-presidente-della-società-scientifica-uid---unione-italiana-per-il-disegno-ornella-zerlenga-la-presidente-della-società-italiana-di-servizio-sociale-silvia-fargion-la-presidente-dellaiucd-marina-buzzoni-il-presidente-dellassociazione-italiana-per-la-protezione-delle-piante-gianfranco-romanazzi-il-presidente-della-società-italiana-di-fisica-statistica-roberto-livi-la-presidente-dellassociazione-italiana-di-linguistica-computazionale-simonetta-montemagni-la-presidente-dellasocietà-italiana-di-scienze-bibliografiche-e-biblioteconomiche-paola-castellucci-il-presidente-dellaconsulta-universitaria-per-la-civiltà-bizantina-e-neogreca-salvatore-cosentino-la-presidente-dellasocietà-italiana-di-pediatria-antonella-rotunno-il-presidente-dellassociazione-italiana-società-scientifiche-agrarie-nicolò-macciotta-la-presidente-dellasocietà-italiana-di-economia-agroalimentare-christine-mauracher-il-presidente-dellassociazione-per-la-scienza-e-le-produzioni-animali-nicolò-macciotta-il-presidente-dellasocietà-italiana-di-economia-agraria-gianluca-brunori-il-presidente-dellasocietà-italiana-di-ottica-e-fotonica-luca-de-stefano-la-presidente-dellasocietà-italiana-di-pedologiaeleonora-bonifacio-il-presidente-dellasocietà-chimica-italianagianluca-maria-farinola-il-presidente-dellassociazione-di-teoria-e-storia-comparata-della-letteraturamassimo-fusillo-la-presidente-dellaconsulta-universitaria-per-la-letteratura-cristiana-anticamaria-veronese-il-presidente-dellassociazione-italiana-di-psicologia-sergio-salvatore-la-presidente-dellassociazione-italiana-di-cristallografiachiara-massera-il-presidente-dellassociazione-italiana-di-ingegneria-agrariagiuseppe-giordano-il-presidente-dellassociazione-italiana-per-la-protezione-delle-piantegianfranco-romanazzi-il-presidente-dellassociazione-italiana-di-economia-agraria-e-applicatasimone-severini-la-presidente-dellassociazione-culturale-pediatristefania-manetti-il-presidente-della-società-di-ortoflorofrutticoltura-italianaantonio-ferrante-il-presidente-della-società-italiana-di-scienze-e-tecnologie-alimentaridino-mastrocola-il-presidente-della-società-geografica-italianaclaudio-cerreti-il-presidente-della-società-dei-filologi-della-letteratura-italianaandrea-mazzucchi-il-presidente-dellassociazione-italiana-di-filologia-germanicaalessandro-zironi-il-presidente-del-presidente-del-centro-studi-di-estimo-e-di-economia-territorialeenrico-marone-il-presidente-dellassociazione-di-studi-nord-americanileonardo-buonomo-il-presidente-dellasocietà-italiana-della-tecnologia-dellarchitetturamario-losasso-il-presidente-della-società-italiana-degli-storici-e-delle-storiche-delleducazionefulvio-de-giorgi-il-presidente-dellasocietà-italiana-di-filosofia-politicamichele-nicoletti-il-presidente-dellaconsulta-universitaria-dei-paleografi-diplomatisti-e-codicologisandro-bertelli-il-presidente-dellassociazione-italiana-di-storia-dellarchitetturasergio-pace-la-presidente-dellassociazione-italiana-scienze-animali-da-laboratoriosilvia-sabbioni-il-presidente-dellaconsulta-per-il-medioevo-e-lumanesimo-latinifulvio-delle-donne-la-presidente-dellasocietà-italiana-per-lo-studio-della-modernità-letterariamarina-paino-il-presidente-dellaconsulta-universitaria-di-filologia-classicagiambattista-d-il-presidente-dellassociazione-italiana-di-valutazionegabriele-tomei-la-presidente-dellassociazione-italiana-di-studi-catalanicèlia-nadal-pasqual-il-presidente-dellasocietàproarchpasquale-miano-il-presidente-dellasocietà-italiana-per-la-storia-delletà-moderna-giorgio-caravale-il-presidente-dellasocietà-italiana-per-lo-studio-della-storia-contemporaneamarco-de-nicolò-la-presidente-dellassociazione-italiana-di-biologia-e-genetica-generale-e-molecolarececilia-bucci-la-presidente-dellasocietà-italiana-di-storia-del-lavoro-nicoletta-rolla-il-presidente-dellassociazione-internazionale-degli-idrogeologisergio-rusi-il-presidente-dellasocietà-italiana-karl-jaspersfrancesco-miano-la-presidente-dellassociazione-italiana-dei-paleografi-e-diplomatistilaura-pani-il-presidente-dellaconsulta-universitaria-dei-paleografi-diplomatisti-e-codicologisandro-bertelli-la-presidente-dellassociazione-per-gli-studi-africani-in-italiadaniela-melfa-la-presidente-dellaconsulta-di-critica-letteraria-e-letterature-comparatesimona-micali-la-presidente-dellasocietà-italiana-di-glottologiamarina-benedetti-la-presidente-della-società-italiana-di-studi-sociali-sulla-scienza-e-sulla-tecnologiaannalisa-pelizza-il-presidente-dellasocietà-italiana-di-antropologia-culturaleferdinando-mirizzi">Il presidente dell&rsquo;Associazione Antropologica Italiana, <em>Luca Sineo</em> La presidente dell&rsquo;Associazione degli Italianisti, <em>Silvia Tatti</em> Il presidente dell&rsquo;Associazione Energy Finance Italia, <em>Paolo Falbo</em> La presidente dell&rsquo;IAERE, <em>Valeria Costantini</em> Il presidente dell&rsquo;Associazione Italiana dei Costituzionalisti, <em>Sandro Staiano</em> Il presidente dell&rsquo;AIDLASS, <em>Domenico Garofalo</em> Il presidente dell&rsquo;Associazione Italiana di Economia del Lavoro, <em>Lorenzo Cappellari</em> La presidente dell&rsquo;Associazione Italiana di Economia Sanitaria, <em>Cinzia Di Novi</em> Il presidente dell&rsquo;Associazione Italiana di Fisica Medica e Sanitaria, <em>Carlo Cavedon</em> Il presidente dell&rsquo;Associazione Italiana di Logica e sue Applicazioni, <em>Silvio Ghilardi</em> La presidente dell&rsquo;Associazione Italiana di Public History, <em>Enrica Salvatori</em> Il presidente dell&rsquo;Associazione Italiana di Scienze Regionali, <em>Domenico Scalera</em> Il presidente dell&rsquo;Associazione Italiana di Sociologia, <em>Stefano Tomelleri</em> Il presidente della CVPL (ex-GIRPR), <em>Nicu Sebe</em> Il presidente dell&rsquo;Associazione Italiana per la Ricerca in Storia Economica, <em>Giuseppe De Luca</em> La presidente dell&rsquo;Associazione Italiana per la Storia del Pensiero Economico, <em>Manuela Mosca</em> Il presidente dell&rsquo;Associazione Italiana per la Storia dell&rsquo;Economia Politica, <em>Saverio Maria Fratini</em> Il presidente dell&rsquo;Associazione Italiana per lo Studio dei Sistemi Economici Comparati, <em>Dario Sciulli</em> Il presidente della AMASES, <em>Andrea Consiglio</em> Il presidente dell&rsquo;Associazione per la Storia della Lingua Italiana, <em>Sergio Lubello</em> Il presidente del Centro Interuniversitario per la Ricerca e lo Sviluppo della Public History, <em>Manfredi Merluzzi</em> Il presidente della Consulta Universitaria del Cinema, <em>Giacomo Manzoli</em> La presidente della Consulta Universitaria del Greco, <em>Liana Lomiento</em> Il presidente della Consulta Universitaria del Teatro, <em>Alberto Bentoglio</em> Il presidente della Consulta Universitaria di Studi Latini, <em>Mario De Nonno</em> Il presidente della Consulta Universitaria di Topografia Antica, <em>Paolo Liverani</em> Il presidente di Economists for Peace and Security Italia, <em>Raul Caruso</em> Il presidente della Federazione delle Consulte universitarie di Archeologia, <em>Giuliano Volpe</em> La presidente della Federazione Italiana di Scienze della Natura e dellAmbiente, <em>Elisa Anna Fano</em> La presidente della Federazione Italiana Scienze della Vita, <em>Chiara Tonelli</em> Il presidente del Gruppo 2003 per la Ricerca Scientifica, <em>Rocco De Nicola</em> Il presidente della Società di Storia della Filosofia Antica, <em>Riccardo Chiaradonna</em> Il presidente della Società Informatica Italiana-GRIN, <em>Fabio Gadducci</em> Il presidente della Società Italiana degli Storici Economici, <em>Marco Doria</em> La presidente della Società Italiana degli Urbanisti, <em>Angela Barbanente</em> La presidente della Società Italiana delle Storiche, <em>Vinzia Fiorino</em> Il presidente della Società Italiana di Agronomia, <em>Marco Bindi</em> La presidente della Società Italiana di Biochimica e Biologia Molecolare, <em>Paola Chiarugi</em> Il presidente della Società Italiana di Biofisica e Biologia Molecolare, <em>Salvatore Oliviero</em> Il presidente della Società Italiana di Bioinformatica, <em>Raffaele Adolfo Calogero</em> Il presidente della Società Italiana di Biologia Sperimentale, <em>Francesco Cappello</em> La presidente della Società Italiana di Biologia Vegetale, <em>Fiorella Lo Schiavo</em> Il presidente della Società Italiana di Ecologia, <em>Antonio Pusceddu</em> Il presidente della Società Italiana di Econometria, <em>Luca Fanelli</em> Il presidente della Società Italiana di Economia, <em>Mario Pianta</em> Il presidente della Società Italiana di Economia dei Trasporti e della Logistica, <em>Claudio Ferrari</em> Il presidente della Società Italiana di Economia dello Sviluppo, <em>Federico Perali</em> Il presidente della Società Italiana di Economia Demografia e Statistica, <em>Salvatore Strozza</em> Il presidente della Società Italiana di Economia e Politica Industriale, <em>Donato Iacobucci</em> Il presidente della Società Italiana di Economia Pubblica, <em>Gilberto Turati</em> Il presidente della Società Italiana di Estetica, <em>Paolo D&rsquo;Angelo</em> La presidente della Società Italiana di Farmacognosia, <em>Alessandra Russo</em> La presidente della Società Italiana di Filologia Romanza, <em>Maria Sofia Lannutti</em> Il presidente della Società Italiana di Filosofia Analitica, <em>Alberto Voltolini</em> Il presidente della Società Italiana di Filosofia morale, <em>Mario De Caro</em> Il presidente della Società Italiana di Filosofia Teoretica, <em>Adriano Ardovino</em> La presidente della Società Italiana di Fisica, <em>Angela Bracco</em> Il presidente della Società Italiana di Logica e Filosofia delle Scienze, <em>Vincenzo Fano</em> Il presidente della Società Italiana di Matematica Applicata ed Industriale, <em>Luca Formaggia</em> Il presidente della Società Italiana di Musicologia, <em>Claudio Toscani</em> Il presidente della Società Italiana di Nefrologia, <em>Stefano Bianchi</em> La presidente della Società Italiana di Scienza Politica, <em>Franca Roncarolo</em> Il presidente della Società Italiana di Selvicoltura ed Ecologia, <em>Giorgio Matteucci</em> Il presidente della Società italiana di Sociologia Economica, <em>Luigi Burroni</em> Il presidente della Società Italiana di Statistica, <em>Marcello Chiodi</em> La presidente della Società Italiana di Statistica Medica ed Epidemiologia Clinica, <em>Rosaria Gesuita</em> Il presidente della Società Italiana di Storia della Filosofia, <em>Edoardo Massimilla</em> La presidente della Società Italiana di Storia della Scienza, <em>Elena Canadelli</em> La presidente della Società Italiana per gli Studi sul Medio Oriente, <em>Rosita Di Peri</em> Il presidente della Società italiana per lo studio del pensiero medievale, <em>Luca Bianchi</em> La presidente della Società Scientifica Italiana Sociologia, Cultura, Comunicazione, <em>Sara Bentivegna</em> Il presidente dell&rsquo;Unione Matematica Italiana, <em>Marco Andreatta</em> Il presidente delle Associazioni Scientifiche e Tecniche, <em>Rinaldo Psaro</em> Il presidente della Società Italiana per la Storia Medievale, <em>Francesco Panarelli</em> La presidente dell&rsquo;Associazione Italiana di Logica Computazionale, <em>Stefania Costantini</em> Il presidente della Società Italiana di Relatività Generale e Fisica della Gravitazione, <em>Stefano Liberati</em> Il presidente della Associazione Italiana per l&rsquo;Intelligenza Artificiale, <em>Gianluigi Greco</em> Il presidente della Società Filosofica Italiana, <em>Emidio Spinelli</em> La presidente dell&rsquo;Associazione dei Geografi Italiani, <em>Elena dell&rsquo;Agnese</em> Il presidente della Società di Studi Geografici, <em>Egidio Dansero</em> La presidente della Società giuridica Labour Law Community, <em>Marzia Barbera</em> Il presidente dell&rsquo;Associazione Italiana Slavisti, <em>Cristiano Diddi</em> La presidente della Consulta universitaria per la Storia greca e romana, <em>Cecilia Ricci</em> La presidente dell&rsquo;Associazione Nazionale Docenti di Anglistica, <em>Antonella Riem</em> La presidente dell&rsquo;Associazione Ispanisti Italiani, <em>Renata Londero</em> La presidente della Società di linguistica italiana, <em>Miriam Voghera</em> Il presidente della Società Universitaria per gli Studi di Lingua e Letteratura Francese, <em>Ruggero Druetta</em> La presidente del Seminario di Filologia Francese, <em>Anne Schoysman</em> Il presidente dell’Associazione Docenti Universitari Italiani di Musica, <em>Luca Aversano</em> Il presidente della Società Italiana di Immunologia Immunologia Clinica e Allergologia, <em>Massimo Locati</em> La presidente dell&rsquo;Associazione Italiana di Studi Iberoamericani, <em>Emilia Perassi</em> Il presidente dell&rsquo;Associazione Italiana di Anglistica, <em>Giuseppe Balirano</em> La presidente dell&rsquo;AISCLI, <em>Mariaconcetta Costantini</em> La presidente dell&rsquo;Associazione Italiana di Germanistica, <em>Emilia Fiandra</em> Il presidente dell&rsquo;AIDUSA, <em>Federico Valacchi</em> La presidente dell&rsquo;Associazione Italiana di Studi Portoghesi e Brasiliani, <em>Mariagrazia Russo</em> La presidente dell&rsquo; Società Italiana di Biofisica Pura e Applicata, <em>Velia Minicozzi</em> La presidente dell’Associazione Universitaria per lo Studio del Mondo Greco, <em>Olimpia Imperio</em> La presidente della Società Scientifica UID - Unione Italiana per il Disegno, <em>Ornella Zerlenga</em> La presidente della Società italiana di servizio sociale, <em>Silvia Fargion</em> La presidente dell’AIUCD, <em>Marina Buzzoni</em> Il presidente dell&rsquo;Associazione Italiana per la Protezione delle Piante, <em>Gianfranco Romanazzi</em> Il presidente della Società italiana di fisica statistica, <em>Roberto Livi</em> La presidente dell&rsquo;Associazione Italiana di Linguistica Computazionale, <em>Simonetta Montemagni</em> La presidente della Società italiana di Scienze Bibliografiche e Biblioteconomiche, <em>Paola Castellucci</em> Il presidente della Consulta Universitaria per la Civiltà Bizantina e Neogreca, <em>Salvatore Cosentino</em> La presidente della Società Italiana di Pediatria, <em>Antonella Rotunno</em> Il presidente dell&rsquo;Associazione Italiana Società Scientifiche Agrarie, <em>Nicolò Macciotta</em> La presidente della Società Italiana di Economia Agroalimentare, <em>Christine Mauracher</em> Il presidente dell&rsquo;Associazione per la Scienza e le produzioni Animali, <em>Nicolò Macciotta</em> Il presidente della Società Italiana di Economia Agraria, <em>Gianluca Brunori</em> Il presidente della Società Italiana di Ottica e Fotonica, <em>Luca De Stefano</em> La presidente della Società Italiana di Pedologia, <em>Eleonora Bonifacio</em> Il presidente della Società Chimica Italiana, <em>Gianluca Maria Farinola</em> Il presidente dell&rsquo;Associazione di Teoria e Storia comparata della letteratura, <em>Massimo Fusillo</em> La presidente della Consulta Universitaria per la Letteratura cristiana antica, <em>Maria Veronese</em> Il presidente dell&rsquo;Associazione Italiana di Psicologia, <em>Sergio Salvatore</em> La presidente dell&rsquo;Associazione Italiana di Cristallografia, <em>Chiara Massera</em> Il presidente dell&rsquo;Associazione Italiana di Ingegneria Agraria, <em>Giuseppe Giordano</em> Il presidente dell&rsquo;Associazione Italiana per la Protezione delle Piante, <em>Gianfranco Romanazzi</em> Il presidente dell&rsquo;Associazione Italiana di Economia Agraria e Applicata, <em>Simone Severini</em> La presidente dell&rsquo;Associazione Culturale Pediatri, <em>Stefania Manetti</em> Il presidente della Società di Ortoflorofrutticoltura Italiana, <em>Antonio Ferrante</em> Il presidente della Società Italiana di Scienze e Tecnologie Alimentari, <em>Dino Mastrocola</em> Il presidente della Società Geografica Italiana,* Claudio Cerreti* Il presidente della Società dei Filologi della Letteratura italiana, <em>Andrea Mazzucchi</em> Il presidente dell&rsquo;Associazione Italiana di Filologia Germanica, <em>Alessandro Zironi</em> Il presidente del Presidente del Centro Studi di Estimo e di Economia Territoriale, <em>Enrico Marone</em> Il presidente dell&rsquo;Associazione di Studi Nord-Americani, <em>Leonardo Buonomo</em> Il presidente della Società Italiana della Tecnologia dell’Architettura, <em>Mario Losasso</em> Il presidente della Società italiana degli storici e delle storiche dell&rsquo;educazione, <em>Fulvio De Giorgi</em> Il presidente della Società Italiana di Filosofia Politica, <em>Michele Nicoletti</em> Il presidente della Consulta Universitaria dei Paleografi, Diplomatisti e Codicologi, <em>Sandro Bertelli</em> Il presidente dell&rsquo;Associazione Italiana di Storia dell’Architettura,*** *<em>Sergio Pace</em> La presidente dell&rsquo;Associazione Italiana Scienze Animali da Laboratorio, <em>Silvia Sabbioni</em> Il presidente della Consulta per il Medioevo e l&rsquo;Umanesimo latini, <em>Fulvio Delle Donne</em> La presidente della Società italiana per lo studio della Modernità letteraria, <em>Marina Paino</em> Il presidente della Consulta Universitaria di Filologia Classica, <em>Giambattista D&rsquo;Alessio</em> Il presidente dell&rsquo;Associazione Italiana di Valutazione, <em>Gabriele Tomei</em> La presidente dell&rsquo;Associazione Italiana di Studi Catalani, <em>Cèlia Nadal Pasqual</em> Il presidente della Società ProArch, <em>Pasquale Miano</em> Il presidente della Società italiana per la Storia dell&rsquo;età moderna, <em>Giorgio Caravale</em> Il presidente della Società Italiana per lo Studio della Storia Contemporanea, <em>Marco De Nicolò</em> La presidente dell&rsquo;Associazione Italiana di Biologia e Genetica Generale e Molecolare, <em>Cecilia Bucci</em> La presidente della Società Italiana di Storia del Lavoro, <em>Nicoletta Rolla</em> Il presidente dell&rsquo;Associazione Internazionale degli Idrogeologi, <em>Sergio Rusi</em> Il presidente della Società italiana Karl Jaspers, <em>Francesco Miano</em> La presidente dell&rsquo;Associazione italiana dei Paleografi e Diplomatisti, <em>Laura Pani</em> Il presidente della Consulta universitaria dei Paleografi, Diplomatisti e Codicologi, <em>Sandro Bertelli</em> La presidente dell&rsquo;Associazione per gli Studi Africani in Italia, <em>Daniela Melfa</em> La presidente della Consulta di critica letteraria e letterature comparate, <em>Simona Micali</em> La presidente della Società Italiana di Glottologia, <em>Marina Benedetti</em> La presidente della Società italiana di studi sociali sulla scienza e sulla tecnologia, <em>Annalisa Pelizza</em> Il presidente della Società Italiana di Antropologia Culturale, <em>Ferdinando Mirizzi</em></h4><h4 id="note"><em><strong>Note</strong></em></h4><h2 id="1--2-httpswwwaccademiaaideaitwp-contentuploads202407parere-ffo-2024-3-decreto-ministeriale-n-1170-del-07-08-2024-pubblicato-il-27092024-4-httpswwwgovernoititarticolocomunicato-stampa-del-consiglio-dei-m-5-dl-1132024-6-httpswwwmurgovititnewsvenerdi-20092024universita-firmato-dm-gr-7-atto-senato-n-1192-8-httpswwwmurgovitsitesdefaultfiles2022-07documento_-9-httpswwwscienzainreteitarticoloappello-ministra-bernini-cogliere-" class="titolo-minore">1. (<a href="https://www.gazzettaufficiale.it/eli/id/2024/07/30/24A03870/SG" rel="noopener">https://www.gazzettaufficiale.it/eli/id/2024/07/30/24A03870/SG</a>) 2. (<a href="https://www.accademiaaidea.it/wp-content/uploads/2024/07/PARERE-FFO-2024-PROTOCOLLATOU.0008849.25-07-2024-1.pdf" rel="noopener">https://www.accademiaaidea.it/wp-content/uploads/2024/07/PARERE-FFO-2024&hellip;</a>) 3. (Decreto Ministeriale n. 1170 del 07-08-2024, pubblicato il 27/09/2024) 4. (<a href="https://www.governo.it/it/articolo/comunicato-stampa-del-consiglio-dei-ministri-n-91/26440" rel="noopener">https://www.governo.it/it/articolo/comunicato-stampa-del-consiglio-dei-m&hellip;</a>) 5. (Dl 113/2024) 6. (<a href="https://www.mur.gov.it/it/news/venerdi-20092024/universita-firmato-dm-gruppo-di-lavoro-su-riforma-del-sistema-universitario" rel="noopener">https://www.mur.gov.it/it/news/venerdi-20092024/universita-firmato-dm-gr&hellip;</a>) 7. (Atto Senato n. 1192) 8. (<a href="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2024/rischi-ridimensionamento-dell-universita-ricerca-lettera-societa-scientifiche-documento_tavolo_ricerca_fondamentale_trasmesso.pdf">https://www.mur.gov.it/sites/default/files/2022-07/Documento_Tavolo_Rice&hellip;</a>) 9. (<a href="https://www.scienzainrete.it/articoli/appello-ministra-bernini-cogliere-opportunita-pnrr-ricerca/">https://www.scienzainrete.it/articolo/appello-ministra-bernini-cogliere-&hellip;</a>)</h2>]]></content:encoded></item><item><title>SOS ricerca: acquista o muori. I problemi dell'obbligo di uso della piattaforma MEPA</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/sos-ricerca-acquista-muori-problemi-dellobbligo-uso-piattaforma/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/sos-ricerca-acquista-muori-problemi-dellobbligo-uso-piattaforma/</guid><pubDate>Mon, 09 Sep 2024 09:21:00 +0100</pubDate><category>politica-della-ricerca</category><description>Il Decreto Legislativo n.36 e la circolare ANAC hanno reso obbligatorio per atenei e altri enti di ricerca l&amp;amp;rsquo;uso della piattaforma MePA per ogni acquisto. Pur efficace per la pubblica amministrazione, l&amp;amp;rsquo;uso della piattaforma nell&amp;amp;rsquo;ambito della ricerca ha causato ritardi significativi nei progetti, a causa di problemi sia tecnici che strutturali - una situazione che si somma ai molti ostacoli che chi fa ricerca in Italia deve affrontare.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2024/sos-ricerca-acquista-muori-problemi-dellobbligo-uso-piattaforma-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2024/sos-ricerca-acquista-muori-problemi-dellobbligo-uso-piattaforma-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>Il primo gennaio di quest’anno, il sistema acquisti di università, CNR, IRCCS e, in generale, degli enti pubblici di ricerca, è andato incontro a una paralisi. Cos’è successo? È entrato in vigore il <a href="https://www.gazzettaufficiale.it/eli/id/2023/04/13/23A02179/sg" rel="noopener">Decreto Legislativo n.36</a> del 31 marzo 2023 in merito al codice dei contratti pubblici, seguito dalla <a href="https://www.anticorruzione.it/-/delibera-n.-582-del-13-dicembre-2023-adozione-comunicato-relativo-avvio-processo-digitalizzazione" rel="noopener">circolare ANAC</a> del 13 dicembre 2023, che stabiliscono che qualsiasi bene o servizio acquistato da un qualsivoglia ente pubblico provenga da un venditore registrato e certificato sulla piattaforma MePA (Mercato Elettronico della Pubblica Amministrazione).oppure piattaforme autenticate gestite dai singoli enti/Atenei (come U-buy).</p>
<p>La piattaforma MePA non è una novità: è stata avviata nel 2000 dal Ministero dell’Economia e delle Finanze con lo scopo di interfacciare acquirenti e venditori in un sistema che permette di effettuare gli acquisti al prezzo più conveniente con la massima trasparenza, generando risparmio ed evitando sprechi, come allora richiesto dalla spending review. Con la legge n. 296/2006 è stata sancita l’obbligatorietà dell’utilizzo della piattaforma da parte degli enti pubblici acquirenti. Tuttavia il <a href="https://www.gazzettaufficiale.it/eli/id/2019/10/30/19G00135/sg" rel="noopener">Decreto Legge 126</a> del 2019, il &ldquo;Decreto Scuola&rdquo; (convertito in Legge 20 dicembre 2019, n° 159), all&rsquo;art. 4 ha stabilito che il ricorso alle Convenzioni Consip e al MePA per gli acquisti di beni e servizi funzionalmente destinati all’attività di ricerca, trasferimento tecnologico e terza missione non era un obbligo bensì una facoltà: «Le disposizioni di cui all&rsquo;articolo 1, commi 450 e 452, della legge 27 dicembre 2006, n. 296, in tema di ricorso al mercato elettronico e di utilizzo della rete telematica, non si applicano alle università statali e alle istituzioni di alta formazionenartistica, musicale e coreutica, per l&rsquo;acquisto di beni e servizi funzionalmente destinati all&rsquo;attività di ricerca». Infatti era sufficiente compilare una dichiarazione di unicità che testificasse come solo quello specifico prodotto potesse soddisfare le esigenze della ricerca per esentare un ordine dall’obbligo di passare attraverso la piattaforma. il Decreto Legislativo n. 3 del 2023 ha poi esteso l’obbligo degli acquisti tramite MePA a università ed enti pubblici di ricerca, eliminando la possibilità di utilizzare altre modalità di acquisto.</p>
<p>Ma se la piattaforma MEPA nella pubblica amministrazione si era dimostrata efficiente, l’introduzione dell’obbligo ad acquistare tramite MePA da parte di atenei e altri istituti di ricerca ha provocato forti ritardi negli acquisti, ostacolando pesantemente lo svolgimento dei progetti. Questo intoppo è dovuto in parte a problemi tecnici, tra cui l’aumento del numero dei procedimenti che devono obbligatoriamente utilizzare il MePA. Infatti, tutti gli acquisti tramite MePA devono necessariamente prima ottenere un codice alfanumerico chiamato CIG (Codice Identificativo di Gara), indipendentemente dall&rsquo;importo. La circolare ANAC ha chiarito che il CIG non solo serve per le gare pubbliche, ma anche per tracciare le movimentazioni finanziarie degli affidamenti di lavori, servizi o forniture, a prescindere dalla procedura scelta o dall’importo. Ma per ottenere il CIG, la Piattaforma Contratti Pubblici offre un&rsquo;interfaccia web che si intasa facilmente, a causa dell&rsquo;enorme numero di richieste e dei numerosi problemi tecnici della piattaforma stessa, ritardando enormemente già l’acquisizione del CIG.</p>
<p>Oltre ai problemi tecnici, probabilmente risolvibili, ci sono importanti problemi strutturali, insiti nelle diverse esigenze degli enti di ricerca rispetto alla maggioranza degli enti pubblici, che rendono inefficiente l’acquisto tramite MePA. Vediamo qualche esempio.</p>
<p>In primis, il lavoro di ricerca per sua stessa natura richiede frequentemente l’acquisto di beni e servizi non previsti o pianificati, perché determinati dai risultati della ricerca stessa. La rapidità nell’ottenere un reagente o un servizio è fondamentale per mantenersi competitivi: negli altri Paesi avanzati, i reagenti sono comprati e ottenuti in pochi giorni, senza provocare rallentamenti nel lavoro. Inoltre, accade frequentemente che alcuni reagenti o servizi necessari per il progetto (un nuovo anticorpo monoclonale, una particolare analisi genetica…) siano forniti da una sola ditta: in tal caso, è necessario stabilire una trattativa che prevede tempi tecnici non inferiori a una settimana, ulteriormente sovraccaricando di lavoro i comparti amministrativi già sottoposti a stress. Un altro scoglio è l’acquisto di materiali da fornitori stranieri, talora gli unici a fornire determinate prestazioni o reagenti, che sono spesso poco inclini o addirittura impossibilitati a fornire i dati richiesti per registrarsi sulla piattaforma MePA, rendendo l’acquisto difficoltoso o addirittura impossibile.</p>
<p>In conclusione, la piattaforma MePA si può bene attagliare ad acquisti routinari: il laboratorio di analisi di un ospedale può programmare a inizio anno con precisione quasi assoluta di quali e quanti reagenti avrà bisogno. Al contrario, non si adatta alle necessità della ricerca, perché i progetti possono avere nuove esigenze in corso d’opera e molti prodotti necessari per la ricerca sono in realtà offerti nella loro specificità da un unico venditore, spesso straniero.</p>
<p>È superfluo sottolineare come questa situazione ponga il mondo della ricerca italiano in una situazione di grave svantaggio nel svolgere ricerche competitive e che richiedono tempi rapidi per acquisti ed esecuzione delle ricerche. E non dimentichiamo che questa nuova difficoltà si somma ai molti ostacoli che chi fa ricerca in Italia deve affrontare. Uno tra i tanti, la tassazione sull’acquisto (sia con fondi pubblici che privati) dei beni per la ricerca, e il pagamento integrale dell’IVA su tali prodotti, assenti nei maggiori paesi europei. Ma c’è di più: questi rallentamenti rischiano di impedire alle università e istituti di ricerca di spendere entro i tempi previsti i soldi assegnati con il PNRR, per loro natura non prorogabili, rischiando di annullarne tutti gli sforzi.</p>
<p>Chiediamo con forza alla Ministra Bernini di intervenire, come minimo ristabilendo la possibilità di esentare specifiche voci di acquisto dall’obbligo di procedura MePA per le istituzioni di ricerca pubblica. Le chiediamo inoltre: qual è il senso che enti di ricerca pubblica debbano sottostare a regole studiate in funzione antimafia e anticorruzione e per cifre ben diverse da quelle che circolano nella ricerca?</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Il taglio alle università, una doccia fredda sul Piano del rilancio della nostra ricerca pubblica</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/taglio-universita-doccia-fredda-piano-rilancio-nostra-ricerca/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/taglio-universita-doccia-fredda-piano-rilancio-nostra-ricerca/</guid><pubDate>Mon, 29 Jul 2024 09:07:00 +0100</pubDate><dc:creator>Luca Carra</dc:creator><category>economia</category><description>Il Fondo di finanziamento ordinario delle università italiane per il 2024 subirà un taglio di circa mezzo miliardo di euro: il provvedimento potrebbe mettere a rischio la crescita e la sopravvivenza delle università statali italiane, nonostante il progresso registrato tra il 2019 e il 2023. Il Piano Amaldi-Maiani propone di integrare i fondi del PNRR con 6,4 miliardi di euro aggiuntivi dal 2024 al 2027 per mantenere gli investimenti nella ricerca pubblica al livello attuale, pari a circa lo 0,7% del PIL. Senza queste risorse aggiuntive, terminato il PNRR, molti ricercatori si troverebbero senza lavoro e costretti come molti loro colleghi a prendere la via dell’emigrazione.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2024/taglio-universita-doccia-fredda-piano-rilancio-nostra-ricerca-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2024/taglio-universita-doccia-fredda-piano-rilancio-nostra-ricerca-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>Brutte notizie per le università italiane, che si vedono tagliare per decreto il Fondo di finanziamento ordinario 2024 (FFO), un taglio che secondo la Conferenza dei rettori ammonta a circa mezzo miliardo di euro. «Il provvedimento – spiega il documento dei rettori – presenta notevoli elementi di criticità che, se confermati, rischiano non solo di arrestare l&rsquo;evoluzione virtuosa del sistema universitario nazionale ma anche di mettere a rischio la sopravvivenza stessa dell&rsquo;università statale italiana». La delusione dei vertici delle università italiane è tanto più forte considerando l’evoluzione positiva che si era registrata dal 2019 al 2023, che aveva visto passare l’entità complessiva dell’FFO da 7,5 a 9,2 miliardi di euro, che servono a coprire buona parte delle spese degli atenei, soprattutto sotto forma di piani straordinari per l’assunzione di ricercatori e, più di recente, di professori e personale tecnico-amministrativo.</p>
<p>«I valori raggiunti restano comunque inferiori in termini reali a quelli del 2020. In questo contesto, nel periodo tra il 2019 e il 2023 è cambiata progressivamente anche la struttura del FFO, con un progressivo aumento della parte della quota base distribuita in base al costo standard¹ (a scapito della parte di quota base distribuita in base alla spesa storica), un costante aumento della quota premiale legata alla qualità delle politiche di reclutamento e dei risultati della ricerca e un significativo incremento della quota vincolata, prevalentemente all’assunzione di nuovo personale».</p>
<p>La battuta d’arresto provoca non pochi problemi alle università, facendo emergere «la preoccupazione che una intera generazione di giovani ricercatrici e ricercatori non abbia prospettive». Giudizio simile <a href="https://www.ilsole24ore.com/art/ffo-2024-cun-rilancia-l-allarme-rettori-taglio-513-milioni-AFwSYs3C" rel="noopener">è stato espresso</a> dal Consiglio universitario nazionale (CUN). La ministra MUR Anna Maria Bernini, dopo una prima reazione stizzita, sta provando a ricucire con gli atenei. Resta però il fatto che queste misure vanno decisamente in direzione opposta rispetto alle indicazioni del <a href="https://www.scienzainrete.it/articoli/ecco-piano-amaldi-maiani-arrivare-0-75-pil/">Piano quadriennale per la ricerca pubblica</a> che i fisici Ugo Amaldi e Luciano Maiani avevano presentato lo scorso aprile all’Accademia dei Lincei, in presenza della ministra Bernini che si era mostrata interessata, e poi <a href="http://www.lincei.it/sites/default/files/Aggiornamento_Piano_Quadriennale_Ricerca_Pubblica_2024-2027_al20.10.23.pdf" rel="noopener">aggiornato</a> in ottobre.</p>
<p>Il Piano intende consolidare il finanziamento della ricerca pubblica del nostro paese al livello al quale il PNRR la sta portando grazie ai circa 7 miliardi di euro iniettati nel sistema, consentendo peraltro a università ed enti di ricerca di impiegare nuovi ricercatori e dottorandi. I quali, terminato il PNRR nel 2026, senza risorse aggiuntive si troverebbero senza lavoro, e costretti come molti loro colleghi a prendere la via dell’emigrazione verso paesi più generosi.</p>
<p>Per garantire un futuro alla nostra ricerca pubblica, il Piano Amaldi-Maiani propone che il governo integri dal 2024 al 2027 le provvidenze del PNRR con 6,4 miliardi di euro aggiuntivi, in quote annuali crescenti. Così facendo, una volta terminato l’effetto del Piano di ripresa e resilienza, sarebbe possibile mantenere la quota destinata dalla ricerca pubblica a circa 0,70% del PIL, più in linea con il panorama europeo.</p>
<p>Conviene forse ricordare che gli investimenti per la ricerca pubblica in Italia sono cominciati a diminuire a partire dalla crisi finanziaria del 2008, fino allo 0,50% del PIL nel 2015, e tali si sono mantenuti fino al 2019. Con l’avvio del PNRR l’intensità della ricerca ha ricominciato a crescere fino all’attuale 0,75% circa, tetto mai raggiunto in Italia, ma destinato a un&rsquo;inevitabile discesa se non verranno erogati i fondi previsti dal piano quadriennale dei due illustri scienziati, supportati in questo lavoro da altri ricercatori e da esperti della Banca d’Italia. Fondi che nel Piano quadriennale ammontano, per il 2024, a 300 milioni (su 6,4 miliardi) e vanno nel senso opposto dei circa 500 milioni di tagli denunciati dalla Conferenza dei rettori.</p>
<p>Il Piano quadriennale ha una storia che inizia nell’ottobre del 2020 con una <a href="https://www.cnr.it/it/intervento-presidente/allegato/2029" rel="noopener">lettera</a> firmata da 14 scienziati coordinati da Luciano Maiani, pubblicata sul <em>Corriere della Sera</em>. All’epoca le risorse da mettere in campo per sfruttare l&rsquo;&ldquo;opportunità unica&rdquo; rappresentata dal PNRR erano 15 miliardi, poi scese a 10,4 miliardi in un successivo Piano quinquennale 2023-2027 messo a punto dal <a href="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2024/taglio-universita-doccia-fredda-piano-rilancio-nostra-ricerca-documento_tavolo_ricerca_fondamentale_trasmesso.pdf">tavolo ministeriale</a> che era stato istituito dalla ministra Cristina Messa e coordinato dal matematico della Normale di Pisa Luigi Ambrosio, e pronti per essere approvati con la legge di bilancio 2023. Quindi, dopo il nulla di fatto, si è arrivati al Piano attuale, forse l’ultima occasione per rendere strutturale l’impulso infuso dal PNRR alla ricerca fondamentale italiana. Il Piano quadriennale non manca, infine, di rimarcare che la qualità della nostra ricerca non dipende solo dalle risorse, ma anche da un migliore utilizzo delle stesse, con un radicale ripensamento delle regole sia in fatto di reclutamento, sia di valutazione dei bandi competitivi come il PRIN, da rendere più regolari e basati sul merito.</p>
<h2 id="note" class="titolo-minore"><strong>Note</strong></h2><h2 id="1-secondo-la-legge-2402010-il-costo-standard-unitario-di-formazione-per-studente-in-corso-di-seguito-costo-standard-per-studente-è-il-costo-di-riferimento-attribuito-al-singolo-studente-iscritto-entro-la-durata-normale-del-corso-di-studio-determinato-tenuto-conto-della-tipologia-di-corso-di-studi-delle-dimensioni-dellateneo-e-dei-differenti-contesti-economici-territoriali-e-infrastrutturali-in-cui-opera-luniversità" class="titolo-minore">1. Secondo la legge 240/2010, “Il costo standard unitario di formazione per studente in corso, di seguito costo standard per studente, è il costo di riferimento attribuito al singolo studente iscritto entro la durata normale del corso di studio, determinato tenuto conto della tipologia di corso di studi, delle dimensioni dell&rsquo;ateneo e dei differenti contesti economici, territoriali e infrastrutturali in cui opera l&rsquo;università”.</h2>]]></content:encoded></item><item><title>Dati FAIR e intelligenza artificiale nella digitalizzazione della ricerca scientifica europea</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/dati-fair-intelligenza-artificiale-digitalizzazione-ricerca-scientifica-europea/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/dati-fair-intelligenza-artificiale-digitalizzazione-ricerca-scientifica-europea/</guid><pubDate>Mon, 15 Jul 2024 09:06:00 +0100</pubDate><category>dati</category><description>La digitalizzazione e l&amp;amp;rsquo;IA offrono grandi opportunità per la ricerca scientifica, ma presentano anche rischi. Sarà importante garantire la qualità dei dati, la trasparenza degli algoritmi e la sovranità dei dati europei con il supporto costante delle istituzioni: i principi FAIR ( Findable , Accessible , Interoperable , Reusable ) garantiscono che i dati siano gestiti correttamente.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2024/dati-fair-intelligenza-artificiale-digitalizzazione-ricerca-scientifica-europea-hero.jpg" type="image/jpeg" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2024/dati-fair-intelligenza-artificiale-digitalizzazione-ricerca-scientifica-europea-hero.jpg" medium="image" type="image/jpeg"/><content:encoded><![CDATA[<p>Tra gli ambiti nei quali la digitalizzazione produce impatti dirompenti si colloca una specie peculiare di lavoro produttivo: la produzione di conoscenza. La tecnologia digitale ha impresso un ulteriore cambio di marcia a un’attività umana che già procedeva, da almeno due secoli, con tassi di crescita superiori a ogni altra. La quantità oggi disponibile di dati e pubblicazioni scientifiche non ha pari nella storia e continuerà a crescere a ritmi difficili da gestire in modo convenzionale. D’altro canto, l’impiego dell’intelligenza artificiale (IA) per la ricerca consente di introdurre un nuovo paradigma nell’analisi e interpretazione dei dati, grazie alla possibilità di sfruttare algoritmi e calcolo automatico per eseguire in modo estremamente rapido operazioni tipiche dell’intelligenza umana.</p>
<p>La digitalizzazione, tuttavia, non porta con sé soltanto un cambiamento di scala nella capacità analitica, ma anche la possibilità di condividere, riprodurre e riconoscere i passi fondativi dell’impresa scientifica. Il digitale, in altre parole, consente di adottare metodi innovativi per l’archiviazione, la conservazione e la condivisione tempestiva dei dati su scala globale.</p>
<p>Perché un potenziale simile abbia effetto è necessario che i prodotti della ricerca - e tutto ciò che ha condotto a essi - siano strutturati come oggetti digitali verificabili e replicabili. Tale prerequisito è incapsulato dal cosiddetto principio dei <a href="https://open-science.it/it/article?rpk=160581" rel="noopener">dati e dei servizi digitali FAIR</a>: <em>Findable</em>, <em>Accessible</em>, <em>Interoperable</em>, <em>Reusable</em>. Più precisamente, i dati e i relativi metadati (ossia le informazioni che spiegano i dati) sono FAIR quando presentano le seguenti caratteristiche: sono rintracciabili attraverso identificatori persistenti e la registrazione in appositi cataloghi; sono accessibili, secondo regole trasparenti e condivise dalla comunità scientifica, attraverso sistemi di autenticazione e autorizzazione; sono interoperabili, ossia archiviati in formati standard, leggibili da tutti (anche dalle macchine); e infine risultano riutilizzabili, impiegabili in nuove ricerche in quanto comprensibili ed esaustivi.</p>
<p>Per quanto possa essere considerato un baluardo del principio della falsificabilità, il principio della <em>FAIRness</em> non è una panacea contro errori e difetti nei dati per la ricerca. La FAIRness indica il modo in cui i dati dovrebbero essere gestiti tecnicamente, ma non le modalità di acquisizione o la loro qualità scientifica. La qualità dei dati della ricerca ha infatti a che fare con altri tre tipi di questioni: questioni di natura tecnica (gli strumenti utilizzati per ricavare i dati); questioni eminentemente scientifiche (la integrità e accuratezza dei dati); problemi di tipo legale ed etico. Dati di scarsa qualità possono condurre a risultati erronei, incompleti, lesivi delle persone; per esempio, in termini di violazione della privacy. Tale problematica trova la massima espressione nel momento in cui viene fatto un uso azzardato di algoritmi di IA per l’analisi di dati sensibili, esponendosi al rischio di amplificare errori e/o di creare artefatti casuali, quando non malevoli. </p>
<p>In altre parole, una grande mole di dati condivisibili e macchine che li analizzino in tempi record con algoritmi specifici possono rendere estremamente efficiente e veloce il processo di verifica di ipotesi scientifiche e soluzioni prototipali, come ha testimoniato il caso della ricerca sul Covid-19; tuttavia, se gli archivi condivisi da più gruppi di ricercatori e gli algoritmi implementati per analizzarli vengono nutriti di dati inaccurati, parziali, faziosi o pregiudiziali, ne possono risultare ipotesi interpretative e pratiche a loro volta lacunose o scorrette, quando non discriminatorie. Per questa ragione è fondamentale indagare criticamente i rischi e le opportunità insiti nella digitalizzazione avanzata della ricerca, e individuare criteri e metodi per la valutazione della qualità dei dati che la nutrono.</p>
<p>Il dibattito in merito ai dati FAIR trova terreno fertile, a livello europeo, all’interno del forum ESFRI (<em>European Strategy Forum on Research Infrastructures</em>) e in EOSC (<em>European Open Science Cloud</em>), due elementi strutturanti dello <a href="https://research-and-innovation.ec.europa.eu/strategy/strategy-2020-2024/our-digital-future/european-research-area_en?prefLang=it" rel="noopener">Spazio europeo della ricerca</a> (ERA). Le infrastrutture di ricerca che garantiscono l’accesso aperto e competitivo agli strumenti più avanzati necessari all’impresa scientifica, e l’“Internet dei dati scientifici” realizzabile da EOSC, sono elementi essenziali per la realizzazione degli obiettivi della <a href="https://research-and-innovation.ec.europa.eu/strategy/strategy-2020-2024/our-digital-future/open-science_en" rel="noopener">scienza aperta</a> (<em>Open Science</em>). Vi sono tuttavia questioni scientifiche di massima urgenza - come il cambiamento climatico - che necessitano della condivisione di informazioni oltre qualsiasi barriera geografica. G7 e G8 si stanno impegnando in tal senso, anche attraverso il GSO (<em>Group of Science Officials</em>) sulle infrastrutture di ricerca globali.</p>
<p>L’Università degli studi di Milano è stata ospite di un <a href="https://www.esfri.eu/esfri-events/policy-workshop-fair-data" rel="noopener">workshop</a> dedicato a questi temi, con la partecipazione di decisori politici, scienziati ed esperti di IA e di infrastrutture appartenenti a diversi ambiti di ricerca - dagli studi biomedici alle scienze sociali, dalla fisica alle scienze naturali. I risultati del workshop hanno ispirato l’elaborazione di un <a href="https://zenodo.org/records/10980285" rel="noopener">opinion paper</a> della task force ESFRI-EOSC e di due report dello comitato guida di EOSC - uno sulla <a href="https://op.europa.eu/s/zLrY" rel="noopener">produttività dei dati FAIR</a>, l’altro sulla <a href="https://op.europa.eu/s/zLrX" rel="noopener">digitalizzazione avanzata della ricerca</a>. Nel prosieguo vengono esposti i punti e le raccomandazioni di maggiore rilevanza che emergono dalle tre pubblicazioni, consultabili in open access.</p>
<p>Una premessa in merito al termine “produttività” dei dati FAIR: la produttività in questo caso non fa riferimento a una misura assoluta dell’efficacia della produzione, ma è intesa in termini relativi. Si tratta dell’efficienza ed efficacia con cui le nuove informazioni vengono rese disponibili come set di dati e metadati FAIR. Se la produttività dei dati FAIR fosse del 100%, significherebbe che tutti i dati resi disponibili sono automaticamente FAIR. Per avvicinarsi a questo obiettivo si debbono implementare metodi automatici per la realizzazione <em>FAIR-by-design</em> dei dati condivisi tramite EOSC.</p>
<p>L’IA può costituire un motore estremamente efficace per l’aumento della produttività dei dati FAIR e di strumenti per l’automazione di protocolli a sostegno della ricerca avanzata e dell’innovazione. Per esempio, presenta un potenziale enorme come supporto per la cura dei dati e la categorizzazione di grandi insiemi di dati. Tuttavia, occorre che gli algoritmi siano sviluppati all’interno delle comunità di ricerca, che l’addestramento avvenga sulla base dell’uso di set di dati di qualità e che vi siano regole comuni e mezzi adeguati a garantire la trasparenza del codice e la comprensibilità dei risultati.</p>
<p>L’onere della realizzazione dell’Internet dei dati scientifici non può essere a carico dei ricercatori. Serve, anzitutto, che le istituzioni scientifiche a livello europeo si impegnino in uno sforzo comune verso lo sviluppo di tecnologie, politiche e protocolli che assicurino la sovranità dei dati e dei servizi FAIR, proteggendo il patrimonio della ricerca europea da usi impropri, attacchi informatici, intrusioni di dati inaffidabili o algoritmi dannosi. Inoltre, è necessario sviluppare e concordare protocolli trasparenti e robusti per verificare e proteggere la qualità dei dati FAIR con opportune metriche e controlli sul riutilizzo dei dati. Il progresso della scienza aperta resta comunque nelle mani della comunità scientifica, la quale si avvantaggerà anche degli strumenti di IA per ottimizzare la condivisione di dati di qualità e generare algoritmi automatici affidabili, addestrati su dati FAIR di qualità. </p>
<p>La combinazione di risorse di IA, servizi offerti da EOSC e capacità sperimentali, osservative e di calcolo delle infrastrutture ESFRI ha un potenziale estremamente elevato per accelerare la scienza in Europa; una scienza che sia più aperta, transdisciplinare, collaborativa e inclusiva ma anche più robusta rispetto a intrusioni indesiderate e possibili attacchi informatici. Tuttavia, il sostegno alla digitalizzazione avanzata deve essere garantito dagli enti nazionali e istituzionali. Solo così sarà possibile trarre il meglio dall’impresa scientifica, che aspira certamente alla produzione di conoscenza <em>per sé</em>, ma anche, e sempre più, di conoscenza con ricadute positive sulla società nel suo complesso.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Quando il genere cambia la ricerca</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/quando-genere-cambia-ricerca/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/quando-genere-cambia-ricerca/</guid><pubDate>Wed, 24 Apr 2024 09:12:00 +0100</pubDate><dc:creator>Monia Torre</dc:creator><category>innovazione</category><description>Il premio ATENƏ del CNR valorizza la gendered innovation, premiando i tre migliori prodotti scientifici che abbiano inglobato nel proprio disegno la prospettiva di genere. I lavori premiati appartengono ai tre diversi settori ERC, cioè Scienze fisiche e ingegneria, Scienze della vita e Scienze umane e sociali, e sono esempi di come l’integrazione della prospettiva di genere fornisca risultati che rispondono maggiormente ai bisogni della società e del mondo produttivo.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2024/quando-genere-cambia-ricerca-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2024/quando-genere-cambia-ricerca-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>I manichini utilizzati più comunemente per i crash test riproducono l’anatomia del corpo medio maschile. Per rappresentare i corpi femminili, si utilizza una versione in scala ridotta di questi stessi manichini. Quando si testa la sicurezza delle automobili, quindi, non ci sono manichini che modellino le forme femminili né la loro tolleranza alle lesioni, la biomeccanica, l&rsquo;allineamento della colonna vertebrale e così via. La conseguenza è che le donne <a href="https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pmc/articles/PMC9066497/" rel="noopener">riportano lesioni più gravi</a> degli uomini in incidenti analoghi.</p>
<p>«Fare ricerca in modo sbagliato costa vite e denaro», ed evidentemente non considerare la dimensione di genere in ogni fase dello studio è un modo per fare ricerca in modo sbagliato. Lo <a href="https://genderedinnovations.stanford.edu/what-is-gendered-innovations.html" rel="noopener">spiegano</a> esperte ed esperti della Stanford University, dove sono state proposte a partire dal 2009 le cosiddette <em>gendered innovation</em>. Si tratta di un approccio alla ricerca e all’innovazione che non si limita all’identificazione dei bias, ma spinge per integrare l’analisi di sesso, genere e intersezionalità (ovvero l’intreccio tra queste variabili con altri livelli dell’identità, per esempio etnia, classe sociale o religione) in ogni fase dell’indagine, dalla costruzione del gruppo di ricerca alla definizione delle domande fino all’analisi e commento dei risultati.</p>
<p>Valorizzare questo approccio anche in Italia è stato l’obiettivo del premio ATENƏ del CNR, promosso dall’<a href="https://www.irpps.cnr.it/" rel="noopener">Istituto di Ricerche sulla Popolazione e le Politiche Sociali</a> del CNR e supportato dal progetto europeo <a href="https://www.mindthegeps.eu/" rel="noopener">MINDtheGEPs</a>.</p>
<h2 id="il-premio-atenə-del-cnr">Il premio ATENƏ del CNR</h2><p>Il concorso ha coinvolto tutta la rete nazionale del Consiglio nazionale delle ricerche, premiando i tre migliori prodotti scientifici che avessero inglobato nel proprio disegno la prospettiva di genere.</p>
<p>I lavori premiati appartengono ai tre diversi settori ERC, cioè Scienze fisiche e ingegneria, Scienze della vita e Scienze umane e sociali, e sono esempi di come l’integrazione della prospettiva di genere fornisca risultati che rispondono maggiormente ai bisogni della società e del mondo produttivo.</p>
<p>Così, concentrandosi su questo aspetto, l’articolo [<em>People vulnerability to landslide: risky behaviors and dangerous conditions by gender and age</em>](<a href="https://link.springer.com/chapter/10.1007/978-3-030-60227-7_49#:~:text=Except%20for%20children%20%289%2Dyear,to%20landslides%20than%20old%20males.%29" rel="noopener">https://link.springer.com/chapter/10.1007/978-3-030-60227-7_49#:~:text=Except%20for%20children%20(9%2Dyear,to%20landslides%20than%20old%20males.)</a> – premiato per il settore Scienze fisiche e ingegneria – ha permesso di mostrare come le frane con esiti fatali avvenute in Italia nell&rsquo;arco di 50 anni hanno causato vittime in maniera differenziata in base al sesso, per una diversa propensione all’assunzione del rischio e un diverso grado di esposizione tra maschi e femmine.</p>
<p>Offre indicazioni importanti a livello clinico e non solo l’articolo premiato nell’ambito Scienze della vita, <a href="https://pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/36370488/#:~:text=Results%3A%20Frailty%20was%20significantly%20associated,confidence%20interval%201.18%2D2.02" rel="noopener"><em>Frailty and the risk of infection-related hospitalizations in older age: Differences by sex</em></a>.), che mostra come l’associazione nella popolazione anziana tra fragilità e ricoveri per infezioni differisca tra uomini e donne e, tra le donne, come cambi in base alla storia ormonale di ognuna.</p>
<p>Infine, il lavoro <a href="https://www.emerald.com/insight/content/doi/10.1108/CG-09-2020-0417/full/html" rel="noopener"><em>Board diversity and performance in a masculine, aged and glocal supply chain: new empirical evidence</em></a> - premiato nella categoria Scienze umane e sociali - offre dati su quanto la diversità (di genere, età e nazionalità) nel management di imprese storicamente caratterizzate per l&rsquo;elevatissima presenza maschile, come la filiera automobilistica, abbia un impatto sulla sostenibilità finanziaria e sulla profittabilità dell’azienda.</p>
<p>«Sono arrivati 18 prodotti da 21 proponenti, di cui 5 prodotti proposti da ricercatori uomini», commenta Nicolò Marchesini (CNR-IRPPS), del comitato organizzatore. «Come comitato organizzatore siamo molto soddisfatti perché l’iniziativa ha coinvolto persone, specialiste nei propri campi, in maniera trasversale: il nostro desiderio era quello di iniziare a creare sensibilità e attenzione al tema, sia in termini di ricerca inclusiva, sia di qualità della ricerca. L’inserire la prospettiva di genere nel proprio lavoro di ricerca infatti è un modo per osservare i fenomeni, siano essi di natura sociale, naturale, o meccanica, da un’altra prospettiva spesso non valorizzata che si traduce in potenziale innovazione persa. Il fatto che siano arrivati lavori non solo da personale ricercatore, ma anche tecnologo, tecnico e assegnista evidenzia proprio questo: la ricerca al CNR è svolta da tantissime persone con profili e storie individuali diversissime, e la volontà è stata quella di tenere conto e valorizzare tale eterogeneità».</p>
<p>I prodotti sono arrivati da 4 dei sette Dipartimenti del CNR. «Importante evidenziare come abbia partecipato anche personale proveniente dal Dipartimento di ingegneria, ICT e tecnologie per l’energia e i trasporti, e Scienze del sistema terra e tecnologie per l’ambiente, mostrando che inizia a esserci una certa sensibilità al tema. Ma l’assenza di tre dipartimenti fortemente STEM come Scienze bio-agroalimentari, Scienze chimiche e tecnologie dei materiali, e Scienze fisiche e tecnologie della materia credo evidenzi il tanto lavoro che ancora c&rsquo;è da fare. Sebbene in apparenza queste tematiche siano lontane dai campi scientifici delle scienze dure, la letteratura e l’applicazione ci mostra come il non considerare i fattori di genere nella ricerca porti a una distorsione in fase di raccolta, analisi e lettura dei dati. E in un mondo in cui l’informazione <em>evidence-based</em> sembra tutto, chi lavora con i dati e con la scienza non può ignorare tali aspetti. E credo che lavorare in un Ente multi- e inter-disciplinare come il CNR possa già fornire le basi nonché un grandissimo valore aggiunto al lavoro di ricerca svolto, valore che ancora però necessita di riconoscimento ufficiale».</p>
<h2 id="gendered-innovation-e-ricerca-europea">Gendered Innovation e ricerca europea</h2><p>D’altra parte, l’integrazione della dimensione di genere nei contenuti della ricerca e dell&rsquo;innovazione ha assunto un ruolo sempre più centrale anche nelle politiche della ricerca della Commissione europea e nel Programma Quadro, Horizon Europe, che prevede misure specifiche per promuovere l&rsquo;uguaglianza di genere nelle organizzazioni di ricerca e innovazione in tutta l&rsquo;UE.</p>
<p>Proprio per fornire strumenti concreti a chi fa ricerca per muoversi verso le innovazioni di genere, la Commissione ha finanziato policy report <a href="https://op.europa.eu/it/publication-detail/-/publication/33b4c99f-2e66-11eb-b27b-01aa75ed71a1/language-en" rel="noopener"><em>Gendered Innovations</em></a>. Il report è arrivato alla seconda pubblicazione, e fornisce metodologie, nate da collaborazioni internazionali e sottoposte a peer-review, attraverso 15 casi studio in 4 macroaree: salute e biomedicina, tecnologie della comunicazione e dell’informazione, cambiamento climatico e innovazione.</p>
<p>Il report raccoglie inoltre raccomandazioni politiche per migliorare la situazione anche a livello legislativo.</p>
<p>«Se il genere con un approccio binario rappresenta ancora un’innovazione originale in tanti campi scientifici, l’ulteriore sfida da cogliere sarebbe quella di inserire un’analisi delle diversità a più ampio spettro», conclude Nicolò Marchesini. «Il genere non binario, le tematiche LGBTIQA+, e soprattutto l’intersezionalità, ovvero le molteplici condizioni di svantaggio individuale che agiscono contemporaneamente a livello sociale ed economico, se incluse nel disegno di ricerca porterebbero a sviluppare una consapevolezza ancora maggiore del valore etico in termini di responsabilità sociale del lavoro di ricerca».</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Ecco i top scientist italiani</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/ecco-top-scientist-italiani/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/ecco-top-scientist-italiani/</guid><pubDate>Fri, 12 Jan 2024 13:06:00 +0100</pubDate><dc:creator>Sergio Cima</dc:creator><category>dati</category><description>Nella lista dei top scientist secondo Clarivate per il 2023, l&amp;amp;rsquo;Italia si posiziona al decimo posto a livello mondiale per numero di scienziati altamente citati. Gli scienziati italiani si distinguono particolarmente in medicina clinica e discipline trasversali, seguiti da ingegneria e scienze ambientali.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2024/ecco-top-scientist-italiani-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2024/ecco-top-scientist-italiani-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>Clarivate a fine 2023 <a href="https://clarivate.com/highly-cited-researchers/analysis/" rel="noopener">ha pubblicato</a> la sua lista di top scientist. Nel mondo della ricerca scientifica, il numero di citazioni di una pubblicazione è un indicatore chiave dell&rsquo;impatto e del riconoscimento di uno scienziato. In quest&rsquo;ottica, i &ldquo;top scientist&rdquo; sono quegli scienziati le cui ricerche vengono frequentemente citate da colleghi e specialisti, conferendo loro una posizione di rilievo nel panorama scientifico internazionale. Clarivate analizza questi dati e calcola il numero di citazioni ottenute dai lavori di ciascun scienziato. Per evitare manipolazioni Clarivate esclude le citazioni ottenute tramite articoli con più di 30 autori, oppure autocitazioni sospette e quelle ottenute da riviste predatorie. </p>
<p>Nel 2023, l&rsquo;elenco degli scienziati più citati riflette un panorama di ricerca per la gran parte concentrato in pochi paesi: l’80% degli “highly cited” sta in soli 10 paesi.</p>
<p>A livello globale, la distribuzione geografica e disciplinare degli scienziati più citati è assai variegata. Paesi come gli Stati Uniti, il Regno Unito e la Germania continuano a primeggiare.</p>
<p>L’Italia è tra questi per un soffio, tra il 9 e 10 posto*. È una novità rispetto al 2022.</p>
<ol>
<li>USA: 2669</li>
<li>Cina: 1275</li>
<li>UK: 574</li>
<li>Germania 336</li>
<li>Australia: 321</li>
<li>Canada: 218</li>
<li>Paesi Bassi: 195</li>
<li>Francia: 139</li>
<li>Hong Kong: 120</li>
<li>Italia: 115*</li>
</ol>
<p>Gli enti ospitanti giocano un ruolo cruciale nel supportare la ricerca d&rsquo;avanguardia. Istituzioni come Harvard, Stanford e il MIT spiccano per il numero di scienziati affiliati presenti nella classifica:</p>
<ol>
<li>Chinese Academy of Sciences, Cina: 270</li>
<li>Harvard University, USA: 237</li>
<li>Stanford University, USA: 126</li>
<li>National Institutes of Health (NIH) - USA, USA: 105</li>
<li>Tsinghua University, Cina: 78</li>
<li>Massachusetts Institute of Technology (MIT), USA: 73</li>
<li>University of California System, USA: 71</li>
<li>University of Pennsylvania, USA: 63</li>
<li>University of Oxford, UK: 62</li>
<li>Max Planck Society, Germania: 59</li>
</ol>
<p>L&rsquo;analisi per categoria scientifica mostra una predilezione per aree come la medicina clinica, la biologia e la chimica, a riflesso del ruolo chiave di questi campi nell&rsquo;attuale panorama scientifico. Settori emergenti come l&rsquo;informatica e le tecnologie ambientali stanno guadagnando importanza, indicando un cambiamento verso tematiche legate all&rsquo;high-tech e alla sostenibilità. Di seguito la classifica degli ambiti di ricerca per numero di ricercatori highly cited:</p>
<ol>
<li>Clinical Medicine: 477</li>
<li>Biology and Biochemistry: 282</li>
<li>Chemistry: 254</li>
<li>Immunology: 203</li>
<li>Geosciences: 174</li>
<li>Environment and Ecology: 137</li>
<li>Engineering: 131</li>
<li>Agricultural Sciences: 117</li>
<li>Computer Science: 96</li>
<li>Economics and Business: 86</li>
</ol>
<h2 id="focus-sullitalia">Focus sull&rsquo;Italia</h2><p>In Italia gli enti più rappresentati (contando solo la prima affiliazione del ricercatore) sono università storiche e istituzioni di ricerca di alto profilo:</p>
<ol>
<li>Università di Milano, 7</li>
<li>Università di Genova, 6</li>
<li>Università di Trento, 6</li>
<li>Università di Torino, 6</li>
<li>Università Vita-Salute San Raffaele, 6</li>
<li>Università di Napoli Federico II, 4</li>
<li>Università di Padova, 4</li>
</ol>
<p>Per quanto riguarda le aree scientifiche, gli scienziati italiani eccellono soprattutto in medicina clinica e discipline trasversali, seguiti da settori come l&rsquo;ingegneria e le scienze ambientali.</p>
<h2 id="highly-cited-researchers-in-italia">Highly Cited Researchers in Italia</h2><p>Tra gli scienziati italiani più citati, spiccano i nomi di chi è sempre stato presente nella classifica negli anni 2014-2022:</p>
<ul>
<li>Maurizio Corbetta, Università di Padova</li>
<li>Vincenzo Di Marzo, CNR</li>
<li>Aldo Pietro Maggioni, Fondazione Ricerca e Salute</li>
<li>Alberto Mantovani, Humanitas</li>
<li>Giuseppe Mingione, Università di Parma</li>
<li>Giuseppe Remuzzi, IRCCS Mario Negri</li>
<li>Salvatore Siena, Università di Siena</li>
</ul>
<p>Tutti gli highly cited italiani per il 2023. Bisogna tenere conto però che Clarivate <a href="https://clarivate.com/blog/highly-cited-researchers-2023-the-evolution-of-our-evaluation-and-selection-policy-to-support-a-robust-scholarly-landscape/" rel="noopener">ha escluso</a> la categoria &ldquo;matematica&rdquo; per il 2023: «We have excluded the Mathematics category from our analysis for 2023. The field of Mathematics differs from other categories in Essential Science Indicators (ESI)».</p>

<div class="tabella-scorre" role="region" aria-label="Tabella 1" tabindex="0">
<table>
  <thead>
    <tr>
      <th style="text-align:left"><strong>Nome</strong></th>
      <th style="text-align:left"><strong>Ambito</strong></th>
      <th style="text-align:left"><strong>Affiliazione 1</strong></th>
      <th style="text-align:left"><strong>Affiliazione 2</strong></th>
    </tr>
  </thead>
  <tbody>
    <tr>
      <td style="text-align:left">Angeletti, Silvia </td>
      <td style="text-align:left">Cross-Field </td>
      <td style="text-align:left">University Campus Bio-Medico - Rome Italy, Italy </td>
      <td style="text-align:left"> </td>
    </tr>
    <tr>
      <td style="text-align:left">Antinori, Spinello </td>
      <td style="text-align:left">Cross-Field </td>
      <td style="text-align:left">University of Milan, Italy </td>
      <td style="text-align:left"> </td>
    </tr>
    <tr>
      <td style="text-align:left">Ascierto, Paolo A. </td>
      <td style="text-align:left">Clinical Medicine </td>
      <td style="text-align:left">Istituto Nazionale Tumori IRCCS Fondazione Pascale,   Italy </td>
      <td style="text-align:left"> </td>
    </tr>
    <tr>
      <td style="text-align:left">Asnicar, Francesco </td>
      <td style="text-align:left">Cross-Field </td>
      <td style="text-align:left">University of Trento, Italy </td>
      <td style="text-align:left"> </td>
    </tr>
    <tr>
      <td style="text-align:left">Barbui, Corrado </td>
      <td style="text-align:left">Psychiatry and Psychology </td>
      <td style="text-align:left">University of Verona, Italy </td>
      <td style="text-align:left"> </td>
    </tr>
    <tr>
      <td style="text-align:left">Bardelli, Alberto </td>
      <td style="text-align:left">Cross-Field </td>
      <td style="text-align:left">University of Turin, Italy </td>
      <td style="text-align:left">Fondazione AIRC per la ricerca sul cancro, Italy </td>
    </tr>
    <tr>
      <td style="text-align:left">Bassetti, Matteo </td>
      <td style="text-align:left">Immunology </td>
      <td style="text-align:left">University of Genoa, Italy </td>
      <td style="text-align:left"> </td>
    </tr>
    <tr>
      <td style="text-align:left">Battino, Maurizio </td>
      <td style="text-align:left">Agricultural Sciences </td>
      <td style="text-align:left">Marche Polytechnic University, Italy </td>
      <td style="text-align:left">Jiangsu University, China Mainland </td>
    </tr>
    <tr>
      <td style="text-align:left">Benvenuto, Domenico </td>
      <td style="text-align:left">Cross-Field </td>
      <td style="text-align:left">University Campus Bio-Medico - Rome Italy, Italy </td>
      <td style="text-align:left"> </td>
    </tr>
    <tr>
      <td style="text-align:left">Biondi, Antonio </td>
      <td style="text-align:left">Plant and Animal Science </td>
      <td style="text-align:left">University of Catania, Italy </td>
      <td style="text-align:left"> </td>
    </tr>
    <tr>
      <td style="text-align:left">Biondi-Zoccai,   Giuseppe </td>
      <td style="text-align:left">Cross-Field </td>
      <td style="text-align:left">Sapienza University Rome, Italy </td>
      <td style="text-align:left"> </td>
    </tr>
    <tr>
      <td style="text-align:left">Boffetta, Paolo </td>
      <td style="text-align:left">Cross-Field </td>
      <td style="text-align:left">University of Bologna, Italy </td>
      <td style="text-align:left">State University of New York (SUNY) Stony Brook, United   States </td>
    </tr>
    <tr>
      <td style="text-align:left">Bonini, C. </td>
      <td style="text-align:left">Cross-Field </td>
      <td style="text-align:left">Vita-Salute San Raffaele University, Italy </td>
      <td style="text-align:left"> </td>
    </tr>
    <tr>
      <td style="text-align:left">Borrelli, Pasquale </td>
      <td style="text-align:left">Environment and Ecology </td>
      <td style="text-align:left">University of Basel, Switzerland </td>
      <td style="text-align:left">Roma Tre University, Italy </td>
    </tr>
    <tr>
      <td style="text-align:left">Bresciani, Stefano </td>
      <td style="text-align:left">Cross-Field </td>
      <td style="text-align:left">University of Turin, Italy </td>
      <td style="text-align:left"> </td>
    </tr>
    <tr>
      <td style="text-align:left">Bruzzone, Lorenzo </td>
      <td style="text-align:left">Geosciences </td>
      <td style="text-align:left">University of Trento, Italy </td>
      <td style="text-align:left"> </td>
    </tr>
    <tr>
      <td style="text-align:left">Bugianesi, Elisabetta </td>
      <td style="text-align:left">Cross-Field </td>
      <td style="text-align:left">University of Turin, Italy </td>
      <td style="text-align:left"> </td>
    </tr>
    <tr>
      <td style="text-align:left">Capasso, Raffaele </td>
      <td style="text-align:left">Cross-Field </td>
      <td style="text-align:left">University of Naples Federico II, Italy </td>
      <td style="text-align:left"> </td>
    </tr>
    <tr>
      <td style="text-align:left">Catapano, Alberico L. </td>
      <td style="text-align:left">Clinical Medicine </td>
      <td style="text-align:left">University of Milan, Italy </td>
      <td style="text-align:left">IRCCS Multimedica, Italy </td>
    </tr>
    <tr>
      <td style="text-align:left">Cavo, Michele </td>
      <td style="text-align:left">Clinical Medicine </td>
      <td style="text-align:left">IRCCS Azienda Ospedaliero-Universitaria di Bologna,   Italy </td>
      <td style="text-align:left"> </td>
    </tr>
    <tr>
      <td style="text-align:left">Cecconi, Maurizio </td>
      <td style="text-align:left">Clinical Medicine </td>
      <td style="text-align:left">Humanitas University, Italy </td>
      <td style="text-align:left"> </td>
    </tr>
    <tr>
      <td style="text-align:left">Cescatti, Alessandro </td>
      <td style="text-align:left">Cross-Field </td>
      <td style="text-align:left">European Commission Joint Research Centre,   Belgium </td>
      <td style="text-align:left">EC JRC ISPRA Site, Italy </td>
    </tr>
    <tr>
      <td style="text-align:left">Chiarion-Sileni, Vanna </td>
      <td style="text-align:left">Clinical Medicine </td>
      <td style="text-align:left">IRCCS Istituto Oncologico Veneto (IOV), Italy </td>
      <td style="text-align:left"> </td>
    </tr>
    <tr>
      <td style="text-align:left">Chio, Adriano </td>
      <td style="text-align:left">Neuroscience and Behavior </td>
      <td style="text-align:left">A.O.U. Citta della Salute e della Scienza di Torino,   Italy </td>
      <td style="text-align:left"> </td>
    </tr>
    <tr>
      <td style="text-align:left">Ciccozzi, Massimo </td>
      <td style="text-align:left">Cross-Field </td>
      <td style="text-align:left">University Campus Bio-Medico - Rome Italy, Italy </td>
      <td style="text-align:left"> </td>
    </tr>
    <tr>
      <td style="text-align:left">Ciceri, Fabio </td>
      <td style="text-align:left">Cross-Field </td>
      <td style="text-align:left">Vita-Salute San Raffaele University, Italy </td>
      <td style="text-align:left"> </td>
    </tr>
    <tr>
      <td style="text-align:left">Comi, Giancarlo </td>
      <td style="text-align:left">Cross-Field </td>
      <td style="text-align:left">IRCCS Ospedale San Raffaele, Italy </td>
      <td style="text-align:left"> </td>
    </tr>
    <tr>
      <td style="text-align:left">Corbetta, Maurizio </td>
      <td style="text-align:left">Neuroscience and Behavior </td>
      <td style="text-align:left">University of Padua, Italy </td>
      <td style="text-align:left">Washington University (WUSTL), United States </td>
    </tr>
    <tr>
      <td style="text-align:left">Crino, Lucio </td>
      <td style="text-align:left">Clinical Medicine </td>
      <td style="text-align:left">IRCCS Meldola (IRST), Italy </td>
      <td style="text-align:left">University of Perugia, Italy </td>
    </tr>
    <tr>
      <td style="text-align:left">Curigliano, Giuseppe </td>
      <td style="text-align:left">Clinical Medicine </td>
      <td style="text-align:left">University of Milano (UniMi), Italy </td>
      <td style="text-align:left">IRCCS European Institute of Oncology (IEO), Italy </td>
    </tr>
    <tr>
      <td style="text-align:left">De Angelis, Filippo </td>
      <td style="text-align:left">Cross-Field </td>
      <td style="text-align:left">University of Perugia, Italy </td>
      <td style="text-align:left">Istituto Italiano di Tecnologia - IIT, Italy </td>
    </tr>
    <tr>
      <td style="text-align:left">De Angelis, Maria </td>
      <td style="text-align:left">Cross-Field </td>
      <td style="text-align:left">Universita degli Studi di Bari Aldo Moro, Italy </td>
      <td style="text-align:left"> </td>
    </tr>
    <tr>
      <td style="text-align:left">De Massis, Alfredo </td>
      <td style="text-align:left">Economics and Business </td>
      <td style="text-align:left">Free University of Bozen-Bolzano, Italy </td>
      <td style="text-align:left">International Institute for Management Development   (IMD), Switzerland; Lancaster University, United Kingdom </td>
    </tr>
    <tr>
      <td style="text-align:left">Del Giudice, Manlio </td>
      <td style="text-align:left">Social Sciences </td>
      <td style="text-align:left">Link Campus University, Italy </td>
      <td style="text-align:left"> </td>
    </tr>
    <tr>
      <td style="text-align:left">Del Rio, Daniele </td>
      <td style="text-align:left">Cross-Field </td>
      <td style="text-align:left">University of Parma, Italy </td>
      <td style="text-align:left"> </td>
    </tr>
    <tr>
      <td style="text-align:left">Demichelis, Francesca </td>
      <td style="text-align:left">Cross-Field </td>
      <td style="text-align:left">University of Trento, Italy </td>
      <td style="text-align:left"> </td>
    </tr>
    <tr>
      <td style="text-align:left">Drouet, Laurent </td>
      <td style="text-align:left">Cross-Field </td>
      <td style="text-align:left">Centro Euro-Mediterraneo sui Cambiamenti Climatici   (CMCC), Italy </td>
      <td style="text-align:left"> </td>
    </tr>
    <tr>
      <td style="text-align:left">Dunlop, Ewan D. </td>
      <td style="text-align:left">Engineering </td>
      <td style="text-align:left">Commiss European Communities, Italy </td>
      <td style="text-align:left"> </td>
    </tr>
    <tr>
      <td style="text-align:left">Ercolini, Danilo </td>
      <td style="text-align:left">Cross-Field </td>
      <td style="text-align:left">University of Naples Federico II, Italy </td>
      <td style="text-align:left"> </td>
    </tr>
    <tr>
      <td style="text-align:left">Esposito, S. </td>
      <td style="text-align:left">Cross-Field </td>
      <td style="text-align:left">University of Milan, Italy </td>
      <td style="text-align:left"> </td>
    </tr>
    <tr>
      <td style="text-align:left">Fava, Giovanni A. </td>
      <td style="text-align:left">Psychiatry and Psychology </td>
      <td style="text-align:left">University of Bologna, Italy </td>
      <td style="text-align:left">State University of New York (SUNY) Buffalo, United   States </td>
    </tr>
    <tr>
      <td style="text-align:left">Filippi, Massimo </td>
      <td style="text-align:left">Neuroscience and Behavior </td>
      <td style="text-align:left">Vita-Salute San Raffaele University, Italy </td>
      <td style="text-align:left"> </td>
    </tr>
    <tr>
      <td style="text-align:left">Fortino, Giancarlo </td>
      <td style="text-align:left">Computer Science </td>
      <td style="text-align:left">University of Calabria, Italy </td>
      <td style="text-align:left"> </td>
    </tr>
    <tr>
      <td style="text-align:left">Franceschi, Claudio </td>
      <td style="text-align:left">Cross-Field </td>
      <td style="text-align:left">University of Bologna, Italy </td>
      <td style="text-align:left"> </td>
    </tr>
    <tr>
      <td style="text-align:left">Frattini, Federico </td>
      <td style="text-align:left">Economics and Business </td>
      <td style="text-align:left">Polytechnic University of Milan, Italy </td>
      <td style="text-align:left"> </td>
    </tr>
    <tr>
      <td style="text-align:left">Frisoni, Giovanni B. </td>
      <td style="text-align:left">Cross-Field </td>
      <td style="text-align:left">IRCCS Fatebenefratelli, Italy </td>
      <td style="text-align:left"> </td>
    </tr>
    <tr>
      <td style="text-align:left">Gai, Francesco </td>
      <td style="text-align:left">Cross-Field </td>
      <td style="text-align:left">Istituto Scienze delle Produzioni Alimentari   (ISPA-CNR), Italy </td>
      <td style="text-align:left">Consiglio Nazionale delle Ricerche (CNR), Italy </td>
    </tr>
    <tr>
      <td style="text-align:left">Galli, Massimo </td>
      <td style="text-align:left">Cross-Field </td>
      <td style="text-align:left">University of Milan, Italy </td>
      <td style="text-align:left"> </td>
    </tr>
    <tr>
      <td style="text-align:left">Galvano, Fabio </td>
      <td style="text-align:left">Agricultural Sciences </td>
      <td style="text-align:left">University of Catania, Italy </td>
      <td style="text-align:left"> </td>
    </tr>
    <tr>
      <td style="text-align:left">Garassino, Marina   Chiara </td>
      <td style="text-align:left">Clinical Medicine </td>
      <td style="text-align:left">Fondazione IRCCS Istituto Nazionale Tumori Milan,   Italy </td>
      <td style="text-align:left"> </td>
    </tr>
    <tr>
      <td style="text-align:left">Garlanda, Cecilia </td>
      <td style="text-align:left">Immunology </td>
      <td style="text-align:left">Humanitas University, Italy </td>
      <td style="text-align:left"> </td>
    </tr>
    <tr>
      <td style="text-align:left">Gasbarrini, Antonio </td>
      <td style="text-align:left">Cross-Field </td>
      <td style="text-align:left">Catholic University of the Sacred Heart, Italy </td>
      <td style="text-align:left"> </td>
    </tr>
    <tr>
      <td style="text-align:left">Gasco, Laura </td>
      <td style="text-align:left">Plant and Animal Science </td>
      <td style="text-align:left">University of Turin, Italy </td>
      <td style="text-align:left"> </td>
    </tr>
    <tr>
      <td style="text-align:left">Gastaldelli, Amalia </td>
      <td style="text-align:left">Cross-Field </td>
      <td style="text-align:left">Consiglio Nazionale delle Ricerche (CNR), Italy </td>
      <td style="text-align:left"> </td>
    </tr>
    <tr>
      <td style="text-align:left">Giacca, Mauro </td>
      <td style="text-align:left">Cross-Field </td>
      <td style="text-align:left">International Center for Genetic Engineering &amp;   Biotechnology (ICGEB), Italy </td>
      <td style="text-align:left"> </td>
    </tr>
    <tr>
      <td style="text-align:left">Giacobbe, Daniele   Roberto </td>
      <td style="text-align:left">Cross-Field </td>
      <td style="text-align:left">University of Genoa, Italy </td>
      <td style="text-align:left">IRCCS Ospedale Policlinico San Martino, Italy </td>
    </tr>
    <tr>
      <td style="text-align:left">Giampieri, Francesca </td>
      <td style="text-align:left">Agricultural Sciences </td>
      <td style="text-align:left">Marche Polytechnic University, Italy </td>
      <td style="text-align:left">Universidad Europea del Atlantico, Spain </td>
    </tr>
    <tr>
      <td style="text-align:left">Giorgi, Filippo </td>
      <td style="text-align:left">Geosciences </td>
      <td style="text-align:left">Abdus Salam International Centre for Theoretical   Physics (ICTP), Italy </td>
      <td style="text-align:left"> </td>
    </tr>
    <tr>
      <td style="text-align:left">Giustina, Andrea </td>
      <td style="text-align:left">Cross-Field </td>
      <td style="text-align:left">Vita-Salute San Raffaele University, Italy </td>
      <td style="text-align:left"> </td>
    </tr>
    <tr>
      <td style="text-align:left">Gobbetti, Marco </td>
      <td style="text-align:left">Cross-Field </td>
      <td style="text-align:left">Universita degli Studi di Bari Aldo Moro, Italy </td>
      <td style="text-align:left"> </td>
    </tr>
    <tr>
      <td style="text-align:left">Godos, Justyna </td>
      <td style="text-align:left">Agricultural Sciences </td>
      <td style="text-align:left">University of Catania, Italy </td>
      <td style="text-align:left"> </td>
    </tr>
    <tr>
      <td style="text-align:left">Grancini, Giulia </td>
      <td style="text-align:left">Cross-Field </td>
      <td style="text-align:left">University of Pavia, Italy </td>
      <td style="text-align:left"> </td>
    </tr>
    <tr>
      <td style="text-align:left">Grosso, Giuseppe </td>
      <td style="text-align:left">Agricultural Sciences </td>
      <td style="text-align:left">University of Catania, Italy* </td>
      <td style="text-align:left"> </td>
    </tr>
    <tr>
      <td style="text-align:left">Izzo, Angelo A. </td>
      <td style="text-align:left">Pharmacology and Toxicology </td>
      <td style="text-align:left">University of Naples Federico II, Italy </td>
      <td style="text-align:left"> </td>
    </tr>
    <tr>
      <td style="text-align:left">Kraus, Sascha </td>
      <td style="text-align:left">Economics and Business </td>
      <td style="text-align:left">Free University of Bozen-Bolzano, Italy </td>
      <td style="text-align:left">University of Johannesburg, South Africa </td>
    </tr>
    <tr>
      <td style="text-align:left">La Vecchia, Carlo </td>
      <td style="text-align:left">Clinical Medicine </td>
      <td style="text-align:left">University of Milan, Italy </td>
      <td style="text-align:left">IRCCS Mario Negri, Italy </td>
    </tr>
    <tr>
      <td style="text-align:left">Landi, Francesco </td>
      <td style="text-align:left">Cross-Field </td>
      <td style="text-align:left">Catholic University of the Sacred Heart, Italy </td>
      <td style="text-align:left">IRCCS Policlinico Gemelli, Italy </td>
    </tr>
    <tr>
      <td style="text-align:left">Lippi, Giuseppe </td>
      <td style="text-align:left">Clinical Medicine </td>
      <td style="text-align:left">University of Verona, Italy </td>
      <td style="text-align:left"> </td>
    </tr>
    <tr>
      <td style="text-align:left">Locatelli, Franco </td>
      <td style="text-align:left">Cross-Field </td>
      <td style="text-align:left">IRCCS Bambino Gesu, Italy </td>
      <td style="text-align:left"> </td>
    </tr>
    <tr>
      <td style="text-align:left">Lonardo, Amedeo </td>
      <td style="text-align:left">Cross-Field </td>
      <td style="text-align:left">Universita di Modena e Reggio Emilia Hospital,   Italy </td>
      <td style="text-align:left"> </td>
    </tr>
    <tr>
      <td style="text-align:left">Maggioni, Aldo Pietro </td>
      <td style="text-align:left">Clinical Medicine </td>
      <td style="text-align:left">Associazione Nazionale Medici Cardiologi Ospedalieri   (ANMCO), Italy </td>
      <td style="text-align:left">Fondazione Ricerca e Salute, Italy </td>
    </tr>
    <tr>
      <td style="text-align:left">Maio, Michele </td>
      <td style="text-align:left">Clinical Medicine </td>
      <td style="text-align:left">University of Siena, Italy </td>
      <td style="text-align:left">University Hospital of Siena, Italy </td>
    </tr>
    <tr>
      <td style="text-align:left">Mandala, Mario </td>
      <td style="text-align:left">Clinical Medicine </td>
      <td style="text-align:left">ASST Papa Giovanni XXIII, Italy </td>
      <td style="text-align:left"> </td>
    </tr>
    <tr>
      <td style="text-align:left">Manna, Liberato </td>
      <td style="text-align:left">Cross-Field </td>
      <td style="text-align:left">Istituto Italiano di Tecnologia - IIT, Italy </td>
      <td style="text-align:left">Beijing Institute of Technology, China Mainland </td>
    </tr>
    <tr>
      <td style="text-align:left">Mantovani, Alberto </td>
      <td style="text-align:left">Immunology </td>
      <td style="text-align:left">Humanitas University, Italy </td>
      <td style="text-align:left">IRCCS Istituto Clinico Humanitas, Italy </td>
    </tr>
    <tr>
      <td style="text-align:left">Marchese, Anna </td>
      <td style="text-align:left">Cross-Field </td>
      <td style="text-align:left">University of Genoa, Italy </td>
      <td style="text-align:left"> </td>
    </tr>
    <tr>
      <td style="text-align:left">Marzo, Vincenzo Di </td>
      <td style="text-align:left">Cross-Field </td>
      <td style="text-align:left">Laval University, Canada </td>
      <td style="text-align:left">Consiglio Nazionale delle Ricerche (CNR), Italy </td>
    </tr>
    <tr>
      <td style="text-align:left">Mazzaferro, Vincenzo </td>
      <td style="text-align:left">Cross-Field </td>
      <td style="text-align:left">Fondazione IRCCS Istituto Nazionale Tumori Milan,   Italy </td>
      <td style="text-align:left"> </td>
    </tr>
    <tr>
      <td style="text-align:left">Merlini, Giampaolo </td>
      <td style="text-align:left">Clinical Medicine </td>
      <td style="text-align:left">University of Pavia, Italy </td>
      <td style="text-align:left"> </td>
    </tr>
    <tr>
      <td style="text-align:left">Montorsi, Francesco </td>
      <td style="text-align:left">Clinical Medicine </td>
      <td style="text-align:left">IRCCS Ospedale San Raffaele, Italy </td>
      <td style="text-align:left"> </td>
    </tr>
    <tr>
      <td style="text-align:left">Mosconi, Edoardo </td>
      <td style="text-align:left">Cross-Field </td>
      <td style="text-align:left">King Saud University, Saudi Arabia </td>
      <td style="text-align:left">Consiglio Nazionale delle Ricerche (CNR), Italy </td>
    </tr>
    <tr>
      <td style="text-align:left">Muraro, Antonella </td>
      <td style="text-align:left">Immunology </td>
      <td style="text-align:left">University of Padua, Italy </td>
      <td style="text-align:left"> </td>
    </tr>
    <tr>
      <td style="text-align:left">Murray, Robin M. </td>
      <td style="text-align:left">Psychiatry and Psychology </td>
      <td style="text-align:left">King&rsquo;s College London, United Kingdom </td>
      <td style="text-align:left">University of Palermo, Italy </td>
    </tr>
    <tr>
      <td style="text-align:left">Nannipieri, Paolo </td>
      <td style="text-align:left">Agricultural Sciences </td>
      <td style="text-align:left">University of Firenze, Italy </td>
      <td style="text-align:left"> </td>
    </tr>
    <tr>
      <td style="text-align:left">Parati, Gianfranco </td>
      <td style="text-align:left">Cross-Field </td>
      <td style="text-align:left">IRCCS Istituto Auxologico Italiano, Italy </td>
      <td style="text-align:left"> </td>
    </tr>
    <tr>
      <td style="text-align:left">Pasolli, Edoardo </td>
      <td style="text-align:left">Cross-Field </td>
      <td style="text-align:left">University of Trento, Italy </td>
      <td style="text-align:left"> </td>
    </tr>
    <tr>
      <td style="text-align:left">Passerini, Stefano </td>
      <td style="text-align:left">Cross-Field </td>
      <td style="text-align:left">Sapienza University Rome, Italy </td>
      <td style="text-align:left">Karlsruhe Institute of Technology, Germany </td>
    </tr>
    <tr>
      <td style="text-align:left">Pelosi, Paolo </td>
      <td style="text-align:left">Cross-Field </td>
      <td style="text-align:left">University of Genoa, Italy </td>
      <td style="text-align:left"> </td>
    </tr>
    <tr>
      <td style="text-align:left">Perugini, Marco </td>
      <td style="text-align:left">Psychiatry and Psychology </td>
      <td style="text-align:left">University of Milano-Bicocca, Italy </td>
      <td style="text-align:left"> </td>
    </tr>
    <tr>
      <td style="text-align:left">Pesenti, Antonio </td>
      <td style="text-align:left">Clinical Medicine </td>
      <td style="text-align:left">University of Milano-Bicocca, Italy </td>
      <td style="text-align:left"> </td>
    </tr>
    <tr>
      <td style="text-align:left">Petrozza, Annamaria </td>
      <td style="text-align:left">Environment and Ecology </td>
      <td style="text-align:left">Istituto Italiano di Tecnologia - IIT, Italy </td>
      <td style="text-align:left"> </td>
    </tr>
    <tr>
      <td style="text-align:left">Petruzzelli, Antonio   Messeni </td>
      <td style="text-align:left">Economics and Business </td>
      <td style="text-align:left">Politecnico di Bari, Italy </td>
      <td style="text-align:left"> </td>
    </tr>
    <tr>
      <td style="text-align:left">Pezzulo, Giovanni </td>
      <td style="text-align:left">Cross-Field </td>
      <td style="text-align:left">Consiglio Nazionale delle Ricerche (CNR), Italy </td>
      <td style="text-align:left"> </td>
    </tr>
    <tr>
      <td style="text-align:left">Piccolo, Stefano </td>
      <td style="text-align:left">Molecular Biology and Genetics </td>
      <td style="text-align:left">University of Padua, Italy </td>
      <td style="text-align:left"> </td>
    </tr>
    <tr>
      <td style="text-align:left">Polini, Marco </td>
      <td style="text-align:left">Cross-Field </td>
      <td style="text-align:left">University of Pisa, Italy </td>
      <td style="text-align:left"> </td>
    </tr>
    <tr>
      <td style="text-align:left">Regoli, Francesco </td>
      <td style="text-align:left">Cross-Field </td>
      <td style="text-align:left">Marche Polytechnic University, Italy </td>
      <td style="text-align:left"> </td>
    </tr>
    <tr>
      <td style="text-align:left">Remuzzi, Giuseppe </td>
      <td style="text-align:left">Clinical Medicine </td>
      <td style="text-align:left">IRCCS Mario Negri, Italy </td>
      <td style="text-align:left"> </td>
    </tr>
    <tr>
      <td style="text-align:left">Rocca, Maria A. </td>
      <td style="text-align:left">Neuroscience and Behavior </td>
      <td style="text-align:left">Vita-Salute San Raffaele University, Italy </td>
      <td style="text-align:left"> </td>
    </tr>
    <tr>
      <td style="text-align:left">Rossolini, Gian M. </td>
      <td style="text-align:left">Cross-Field </td>
      <td style="text-align:left">University of Florence, Italy </td>
      <td style="text-align:left"> </td>
    </tr>
    <tr>
      <td style="text-align:left">Sandri, Marco </td>
      <td style="text-align:left">Cross-Field </td>
      <td style="text-align:left">University of Padua, Italy </td>
      <td style="text-align:left">Veneto Institute of Molecular Medicine, Italy </td>
    </tr>
    <tr>
      <td style="text-align:left">Santoro, Gabriele </td>
      <td style="text-align:left">Cross-Field </td>
      <td style="text-align:left">University of Turin, Italy </td>
      <td style="text-align:left"> </td>
    </tr>
    <tr>
      <td style="text-align:left">Scaldaferri, Franco </td>
      <td style="text-align:left">Cross-Field </td>
      <td style="text-align:left">Catholic University of the Sacred Heart, Italy </td>
      <td style="text-align:left"> </td>
    </tr>
    <tr>
      <td style="text-align:left">Schiavone, Achille </td>
      <td style="text-align:left">Cross-Field </td>
      <td style="text-align:left">University of Turin, Italy </td>
      <td style="text-align:left"> </td>
    </tr>
    <tr>
      <td style="text-align:left">Schünemann, Holger J. </td>
      <td style="text-align:left">Clinical Medicine, Social Sciences </td>
      <td style="text-align:left">McMaster University, Canada </td>
      <td style="text-align:left">Humanitas University, Italy </td>
    </tr>
    <tr>
      <td style="text-align:left">Scuotto, Veronica </td>
      <td style="text-align:left">Cross-Field </td>
      <td style="text-align:left">University of Naples Federico II, Italy </td>
      <td style="text-align:left"> </td>
    </tr>
    <tr>
      <td style="text-align:left">Segata, Nicola </td>
      <td style="text-align:left">Biology and Biochemistry, Microbiology</td>
      <td style="text-align:left">University of Trento, Italy </td>
      <td style="text-align:left">IRCCS European Institute of Oncology (IEO), Italy </td>
    </tr>
    <tr>
      <td style="text-align:left">Siano, Pierluigi </td>
      <td style="text-align:left">Engineering </td>
      <td style="text-align:left">King Saud University, Saudi Arabia* </td>
      <td style="text-align:left">University of Salerno, Italy </td>
    </tr>
    <tr>
      <td style="text-align:left">Sica, Antonio </td>
      <td style="text-align:left">Cross-Field </td>
      <td style="text-align:left">University of Eastern Piedmont Amedeo Avogadro,   Italy </td>
      <td style="text-align:left"> </td>
    </tr>
    <tr>
      <td style="text-align:left">Siena, Salvatore </td>
      <td style="text-align:left">Clinical Medicine </td>
      <td style="text-align:left">University of Milan, Italy </td>
      <td style="text-align:left">Ospedale Niguarda Ca&rsquo; Granda, Italy </td>
    </tr>
    <tr>
      <td style="text-align:left">Soffietti, Riccardo </td>
      <td style="text-align:left">Cross-Field </td>
      <td style="text-align:left">A.O.U. Citta della Salute e della Scienza di Torino,   Italy </td>
      <td style="text-align:left"> </td>
    </tr>
    <tr>
      <td style="text-align:left">Sormani, Maria Pia </td>
      <td style="text-align:left">Neuroscience and Behavior </td>
      <td style="text-align:left">University of Genoa, Italy </td>
      <td style="text-align:left"> </td>
    </tr>
    <tr>
      <td style="text-align:left">Sternberg, Cora N. </td>
      <td style="text-align:left">Clinical Medicine </td>
      <td style="text-align:left">Azienda Ospedaliera San Camillo-Forlanini, Italy </td>
      <td style="text-align:left"> </td>
    </tr>
    <tr>
      <td style="text-align:left">Targher, Giovanni </td>
      <td style="text-align:left">Clinical Medicine </td>
      <td style="text-align:left">University of Verona, Italy </td>
      <td style="text-align:left"> </td>
    </tr>
    <tr>
      <td style="text-align:left">Tett, Adrian </td>
      <td style="text-align:left">Cross-Field </td>
      <td style="text-align:left">University of Trento, Italy </td>
      <td style="text-align:left"> </td>
    </tr>
    <tr>
      <td style="text-align:left">Vannucchi, Alessandro   Maria </td>
      <td style="text-align:left">Clinical Medicine </td>
      <td style="text-align:left">University of Florence, Italy </td>
      <td style="text-align:left">Azienda Ospedaliero Universitaria Careggi, Italy </td>
    </tr>
    <tr>
      <td style="text-align:left">Ventura, Marco </td>
      <td style="text-align:left">Cross-Field </td>
      <td style="text-align:left">University of Parma, Italy </td>
      <td style="text-align:left"> </td>
    </tr>
    <tr>
      <td style="text-align:left">Veronese, Nicola </td>
      <td style="text-align:left">Psychiatry and Psychology </td>
      <td style="text-align:left">King Saud University, Saudi Arabia </td>
      <td style="text-align:left">University of Palermo, Italy </td>
    </tr>
    <tr>
      <td style="text-align:left">Viale, Giuseppe </td>
      <td style="text-align:left">Clinical Medicine </td>
      <td style="text-align:left">University of Milan, Italy </td>
      <td style="text-align:left"> </td>
    </tr>
    <tr>
      <td style="text-align:left">Viscoli, Claudio </td>
      <td style="text-align:left">Cross-Field </td>
      <td style="text-align:left">University of Genoa, Italy </td>
      <td style="text-align:left"> </td>
    </tr>
    <tr>
      <td style="text-align:left">Vismara, Silvio </td>
      <td style="text-align:left">Economics and Business </td>
      <td style="text-align:left">University of Bergamo, Italy </td>
      <td style="text-align:left"> </td>
    </tr>
    <tr>
      <td style="text-align:left">Vita, Antonio </td>
      <td style="text-align:left">Psychiatry and Psychology </td>
      <td style="text-align:left">University of Brescia, Italy </td>
      <td style="text-align:left"> </td>
    </tr>
    <tr>
      <td style="text-align:left">Zangrillo, Alberto </td>
      <td style="text-align:left">Cross-Field </td>
      <td style="text-align:left">Vita-Salute San Raffaele University, Italy </td>
      <td style="text-align:left"> </td>
    </tr>
  </tbody>
</table>
</div>
<hr>
<p>Parte del testo di questo articolo è stato scritto chiedendo a ChatGpt+ di analizzare i dati pubblicati da Clarivate <a href="https://clarivate.com/highly-cited-researchers/?action=clv_hcr_members_filter&amp;clv-paged=1&amp;clv-category=&amp;clv-institution=&amp;clv-region=&amp;clv-name=Karimi&amp;utm_medium=Organic%2FDirect&amp;utm_source=clarivate-com" rel="noopener">https://clarivate.com/highly-cited-researchers/?action=clv_hcr_members_f&hellip;</a> relativi all’anno 2023. I dati sono ricavati sia dalla pagina di Clarivate sia ottenuti da calcoli preliminari di ChatGpt e poi verificati sul db. Questi dati sono comunque soggetti a una inconsistenza del db stesso dovuta a una duplicazione degli scienziati citati che non è stato possibile correggere se non per l’Italia (Clarivate attribuisce all’Italia 115 top scientist ma al momento in cui pubblichiamo questo articolo se ne possono contare 114 a causa di un duplicato: Nicola Segata appare due volte in due categorie diverse). Clarivate dichiara che gli scienziati possono comparire più volte nel suo db a causa di questa scelta ma non attribuisce un codice univoco nel db pubblicato e rende impossibile fare calcoli che escludano scienziati citati in campi diversi. Per questo motivo Clarivate sostiene per che l’elenco è di 7125 scienziati, ma a seconda di diverse strategie per ridurre i duplicati si possono contare circa 6800 scienziati unici. Una riduzione significativa che se applicate alla classifiche potrebbe cambiare l’ordine delle classifiche per paese e per istituzione di appartenenza. </p>
<h2 id="i-prompt-inseriti-in-chatgpt-4">I prompt inseriti in ChatGPT 4+</h2><p>Prompt: <em>L&rsquo;elenco degli scienziati è stabile nel tempo oppure c&rsquo;è molto turn over? Conta quanti scienziati compaiono in tutti gli anni e via via solo in uno</em></p>
<p><strong>ChatGPT</strong><br>
L&rsquo;analisi degli scienziati citati nell&rsquo;elenco dal 2014 al 2023 mostra il seguente pattern di presenza:<br>
19.118 scienziati compaiono solo in un anno.<br>
4.385 scienziati compaiono in due anni.<br>
2.307 scienziati compaiono in tre anni.<br>
2.140 scienziati compaiono in quattro anni.<br>
1.678 scienziati compaiono in cinque anni.<br>
348 scienziati compaiono in sei anni.<br>
288 scienziati compaiono in sette anni.<br>
88 scienziati compaiono in otto anni.<br>
31 scienziati compaiono in nove anni.<br>
Questi dati suggeriscono che c&rsquo;è un significativo turnover nell&rsquo;elenco degli scienziati più citati di anno in anno, con solo una piccola frazione di scienziati che rimane costantemente presente nell&rsquo;intero periodo di dieci anni. ​​</p>
<p>Prompt: <em>Quali scienziati compaiono in più anni</em></p>
<p><strong>ChatGPT</strong><br>
Gli scienziati che sono comparsi più frequentemente nell&rsquo;elenco, ovvero per il maggior numero di anni, sono i seguenti:<br>
Peidong Yang - presente in tutti i 10 anni.<br>
Dongyuan Zhao - presente in tutti i 10 anni.<br>
Younan Xia - presente in tutti i 10 anni.<br>
Hans-Walter Rix - presente in tutti i 10 anni.<br>
Alan Conrad Bovik - presente in 9 anni.<br>
Banglin Chen - presente in 9 anni.<br>
Kun-Liang Guan - presente in 9 anni.<br>
Kurunthachalam Kannan - presente in 9 anni.<br>
Sheng Yang He - presente in 9 anni.<br>
Guang-Bin Huang - presente in 9 anni.<br>
Questi scienziati hanno dimostrato una notevole costanza nella loro presenza nell&rsquo;elenco degli scienziati più citati nel corso di un decennio. ​​<br>
Questi dati suggeriscono che in queste nazioni, gli scienziati tendono a rimanere nell&rsquo;elenco degli scienziati più citati per un periodo più lungo rispetto ad altre nazioni. Questo potrebbe riflettere una maggiore stabilità o longevità nelle carriere accademiche e di ricerca in queste aree. ​​</p>
<p>Prompt: <em>Individua nei vari paesi eventuali diverse situazioni rispetto alla distribuzione delle discipline e al turn over</em></p>
<p><strong>ChatGPT</strong><br>
L&rsquo;analisi della distribuzione delle discipline e del turnover degli scienziati in Italia rispetto ad altri paesi comparabili (Spagna, Francia, Germania) rivela alcune differenze interessanti:<br>
Distribuzione delle Discipline<br>
In Italia, la categoria &ldquo;Medicina Clinica&rdquo; è predominante, seguita da &ldquo;Cross-Field&rdquo; e &ldquo;Chimica&rdquo;. Al contrario, categorie come &ldquo;Biologia e Biochimica&rdquo; hanno una rappresentanza minore.<br>
In Francia e Germania, &ldquo;Cross-Field&rdquo; e &ldquo;Medicina Clinica&rdquo; sono predominanti, ma si nota anche una forte presenza in &ldquo;Chimica&rdquo; e &ldquo;Biologia e Biochimica&rdquo;.<br>
La Spagna mostra un pattern simile all&rsquo;Italia, con una forte presenza in &ldquo;Medicina Clinica&rdquo; e &ldquo;Cross-Field&rdquo;.</p>
<p>Turnover degli Scienziati<br>
La media degli anni di presenza degli scienziati per ciascun paese è abbastanza simile, indicando un turnover simile tra questi paesi:<br>
Francia: 2.29 anni<br>
Germania: 2.36 anni<br>
Italia: 2.17 anni<br>
Spagna: 2.32 anni</p>
<p>Conclusioni<br>
Nonostante alcune variazioni nella distribuzione delle discipline, i paesi paragonati mostrano un pattern di turnover simile.<br>
L&rsquo;Italia, come gli altri paesi analizzati, ha una forte concentrazione in &ldquo;Medicina Clinica&rdquo; e &ldquo;Cross-Field&rdquo;.<br>
La diversità nelle discipline potrebbe riflettere differenze nelle priorità di ricerca e nei finanziamenti in questi paesi. ​​</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Le ritrattazioni degli articoli scientifici sono un problema in continua crescita</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/ritrattazioni-articoli-scientifici-problema-continua-crescita/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/ritrattazioni-articoli-scientifici-problema-continua-crescita/</guid><pubDate>Tue, 19 Dec 2023 08:22:00 +0100</pubDate><dc:creator>Patrizia Caraveo</dc:creator><category>ricerca-scientifica</category><description>Anche a causa del contributo dell&amp;amp;rsquo;intelligenza artificiale, il problema degli articoli scientifici clonati, o costruiti su dati fasulli, è in continua crescita.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2023/ritrattazioni-articoli-scientifici-problema-continua-crescita-hero.jpg" type="image/jpeg" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2023/ritrattazioni-articoli-scientifici-problema-continua-crescita-hero.jpg" medium="image" type="image/jpeg"/><content:encoded><![CDATA[<p>Nel nostro mondo accademico molto competitivo, dove chi vuole avere delle possibilità di fare carriera deve mostrare di avere prodotto molte pubblicazioni, sta diventando sempre più macroscopica la presenza di articoli costruiti su dati fasulli, oppure cloni di altri articoli, magari degli stessi autori. Visto che due articoli valgono più di uno, gli autori che hanno bisogno di pubblicare copiano se stessi, una pratica diventata così tristemente comune che gli editori delle riviste scientifiche si sono dotati di software antiplagio che riconoscono paragrafi o capitoli già apparsi in altre pubblicazioni.</p>
<p>Ma la disponibilità delle applicazioni di intelligenza artificiale ha aperto un altro fronte: i testi che si vogliono “duplicare” possono essere riscritti con l’ausilio dell’IA, alla quale viene chiesto di dire le stesse cose con parole diverse. Ovviamente l&rsquo;IA non ha chiaro dove fermarsi nella parafrasi e arriva a coniare definizioni diverse e “tortuose” degli stessi concetti, veri e propri giri di parole che possono essere usati per smascherare la frode proprio grazie all’uso dell’intelligenza artificiale (<a href="https://www.nature.com/articles/d41586-021-02134-0" rel="noopener">qui</a> alcuni esempi tratti da un pezzo di commento di <em>Nature</em> dell’anno scorso)</p>
<p>È quindi compito degli editori di riviste o dei controllori dell’integrità scientifica andare in profondità e decidere se l’articolo è inventato oppure no. Ovviamente questo è solo un esempio: visto che l’IA è diventata molto brava a costruire immagini, bisogna anche controllare le figure, sempre chiedendo all&rsquo;IA di riconoscere quelle “costruite” da quelle vere.</p>
<p>I controlli dovrebbe essere fatti prima della pubblicazione ma, a volte, sono i lettori che si accorgono che qualcosa non va e segnalano la cosa alla rivista che, dopo i controlli, decide di ritirare il lavoro. Le frodi possono essere di diversa entità, dal ritocco di una figura all’invenzione dei dati sui quali è basata una ricerca e, purtroppo, ogni tanto si scoprono casi di persone che hanno sistematicamente costruito i dati che hanno poi pubblicato. Un comportamento inqualificabile che ha conseguenze ben peggiori della ritrattazione dei lavori, visto che i responsabili vengono licenziati e pesantemente sanzionati.</p>
<p>La frode non è l’unica ragione per ritirare un articolo: succede che gli autori si accorgano, a posteriori, di avere fatto qualche errore, oppure può accedere che un risultato, magari presentato con grande enfasi, risulti non riproducibile da altri gruppi di ricerca. Quando si ammette o si sospetta la presenza di un errore l’articolo viene ritirato. È successo di recente con la <a href="https://www.scienzainrete.it/articoli/sogno-superconduttivita-caso-lk99/">“scoperta” della superconduttività a temperatura ambiente</a>, un risultato potenzialmente fantastico che, però, non ha potuto essere replicato in modo indipendente.</p>
<p>Mentre le ritrattazioni di risultati importanti ricevono attenzione, quelle per duplicazione o per costruzione dei dati sono diventate un basso continuo, al momento di proporzioni limitate ma, ahimè, in continua crescita, come è evidente dal <a href="https://www.nature.com/articles/d41586-023-03974-8" rel="noopener">grafico</a>, pubblicato su <em>Nature</em>, che mostra l’evoluzione del numero di lavori ritirati negli ultimi dieci anni.</p>
<p>Il contributo maggiore al picco del 2023 (e il conteggio copre fino all’8 dicembre) viene dalla riviste Hindawi che hanno ritirato 8000 articoli. Sembra che la maggior parte sia apparsa negli <em>special issue</em>, numeri extra, rispetto alla rivista cui fanno capo, gestiti da editori ospiti che erano diventati un veicolo efficace e veloce per pubblicare articoli di scarsa qualità e più o meno copiati, oltre che una fonte di guadagno per la casa editrice. Il problema aveva assunto proporzioni così macroscopiche che Hindawi, alla fine del 2022, ha deciso sospendere la pubblicazione dei numeri speciali nonostante un danno economico stimato tra i 35 e i 40 milioni di dollari.</p>
<p>Alla fine la Hindawi è scomparsa, assorbita dalla casa madre Wiley, che si è impegnata a tenere molta alta la guardia, anche se gli introiti mancati pesano e il portavoce della casa editrice ha detto: «Special issues continue to play a valuable role in serving the research community». Certo sono <em>valuable</em> per le case editrici che tempestano i ricercatori con richieste del tipo «vuoi fare l’editor di un numero speciale su un argomento a tua scelta?». In questo modo, una persona in cerca di notorietà diventa guest editor e convince amici e colleghi a scrivere articoli per i quali bisognerà pagare costi di pubblicazione su un giornale con impact factor modesto ma non nullo, dal momento che ogni articolo ne cita molti altri perché anche le citazioni sono un parametro importante.</p>
<p>Ritirare gli articoli truffa non mette la parola fine al problema, dal momento che gli articoli non scompaiono ed è sempre possibile che vengano citati. Gli 8000 articoli ritirati da Hindawi contano 35.000 citazioni. Per fortuna, stiamo parlando di una percentuale piccola della produzione scientifica mondiale, diciamo intorno allo 0,2% ma i numeri si sono triplicati negli ultimi dieci anni. Se andiamo a vedere le nazioni i cui scienziati hanno pubblicato più di 100.000 articoli negli ultimi vent&rsquo;anni, scopriamo che l’Arabia Saudita <a href="https://www.nature.com/articles/d41586-023-03974-8" rel="noopener">ha il record</a> del numero di articoli ritirati con 30 ogni 10.000. Se invece si considerano anche gli articoli pubblicati alle conferenze, il record va alla Cina, con la stessa percentuale di lavori ritirati. Tra le case editrici, la IEEE, originariamente Institute of Electrical and Electronics Engineers ma ora una organizzazione che gestisce conferenze (con i volumi dei <em>Proceedings</em> a esse associati) di grandi dimensioni in moltissimi campi, è quella a più alto tasso di ritrattazioni.</p>
<p>Visto che è sempre valida la massima “prevenire è meglio che curare”, gli sforzi sono concentrati sullo sviluppo di metodi per riconoscere gli articoli truffaldini ed evitarne la pubblicazione. Chi studia il problema delle truffe nella scienza sa che esistono le <em>paper mills</em>, letteralmente fabbriche di articoli alle quali gli autori possono rivolgersi per comperare un articolo preconfezionato, ovviamente falso oppure copiato in modo più o meno fantasioso. Secondo gli esperti, le paper mills hanno prodotto centinaia di migliaia di articoli, cosa che fa supporre che i 50.000 articoli ritirati fino a oggi siano la punta dell’iceberg di un problema molto più grande.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Premio giovani ricercatrici e ricercatori edizione 2023: ecco i risultati</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/premio-giovani-ricercatrici-ricercatori-edizione-2023-ecco-risultati/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/premio-giovani-ricercatrici-ricercatori-edizione-2023-ecco-risultati/</guid><pubDate>Thu, 02 Nov 2023 20:00:00 +0100</pubDate><description>La terza edizione del Premio giovani ricercatrici e ricercatori del Gruppo 2003 ha finalmente i suoi dieci vincitori: dieci quanto i temi molto attuali e.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2023/premio-giovani-ricercatrici-ricercatori-edizione-2023-ecco-risultati-hero.jpg" type="image/jpeg" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2023/premio-giovani-ricercatrici-ricercatori-edizione-2023-ecco-risultati-hero.jpg" medium="image" type="image/jpeg"/><content:encoded><![CDATA[<p>La terza edizione del Premio giovani ricercatrici e ricercatori del Gruppo 2003 ha finalmente i suoi dieci vincitori: dieci quanto i temi molto attuali e innovativi che sono stati presentati quest’anno dal Gruppo. Rivolto alle ricercatrici e ai ricercatori con meno di 7 anni di attività dalla fine del dottorato, il Bando ha ricevuto ben 543 candidature, un vero e proprio record (+46% rispetto alla precedente edizione), con una prevalenza femminile (286 F vs 257 M). </p>
<p><strong>I premi sono stati consegnati il 6 novembre</strong> in una cerimonia presso la sede centrale del Consiglio nazionale delle ricerche a Roma, in piazza Aldo Moro, alla presenza della presidente del CNR <strong>Maria Chiara Carrozza</strong>, la presidente del Gruppo 2003 <strong>Maria Pia Abbracchio</strong>, le giurie e gli sponsor che hanno reso possibile il Premio. Sono state lette le motivazioni dei premi e lasciata la parola ai premiati che hanno spiegato il senso della loro ricerca. La premiazione si è conclusa con una lezione di <strong>Peter Bauer</strong> su “Destination Earth”, la flagship europea sulla nuova frontiera della “previsione climatica”. </p>

<figure class="art-embed">
  <div class="frame video player-clic" data-src="https://www.youtube-nocookie.com/embed/XszYon181r8" data-titolo="Video: Premio Giovani Ricercatori gruppo 2023" data-allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture; web-share">
  <p class="player-titolo">Premio Giovani Ricercatori gruppo 2023</p>
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</div>
</figure>

<p>Ecco le nuove speranze della ricerca italiana che con un loro lavoro scientifico pubblicato su riviste prestigiose si sono aggiudicati il premio nelle diverse categorie:</p>
<p><strong>Leonardo Caproni</strong> (Centro di Scienze delle Piante, Scuola Superiore Sant&rsquo;Anna, Pisa) si è aggiudicato il premio nella ricerca in <em>Agricoltura</em> con uno studio di agro-biodiversità per selezionare le varietà autoctone di orzo etiope più adattabili alle variazioni climatiche e in grado di garantire la resilienza delle coltivazioni e la sicurezza alimentare.</p>
<p>Titolo dello studio: &ldquo;<a href="https://doi.org/10.1111/gcb.16560" rel="noopener">The genomic and bioclimatic characterization of Ethiopian barley (Hordeum vulgare L.) unveils challenges and opportunities to adapt to a changing climate</a>&quot;. <em>Glob Chang Biol</em>, 2023.</p>

<figure class="art-embed">
  <div class="frame video player-clic" data-src="https://www.youtube-nocookie.com/embed/5DkGWl2Zhjk" data-titolo="Video: Leonardo Caproni: selezionare varietà di orzo più adattabili alle variazioni climatiche" data-allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture; web-share">
  <p class="player-titolo">Leonardo Caproni: selezionare varietà di orzo più adattabili alle variazioni climatiche</p>
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</div>
</figure>

<hr>
<p><strong>Monica Dinu</strong> (Dipartimento di Medicina Sperimentale e Clinica, Università degli Studi di Firenze) è la vincitrice della categoria <em>Alimentazione</em> con una ricerca molto innovativa che ha confrontato gli effetti di una dieta vegetariana, rispetto ad una dieta mediterranea isocalorica, sui parametri di funzionalità renale.</p>
<p>Titolo dello studio: &ldquo;<a href="https://doi.org/10.1111/eci.13576" rel="noopener">Effects of vegetarian versus Mediterranean diet on kidney function: Findings from the CARDIVEG study</a>&rdquo;. <em>Eur J Clin Invest</em>, 2021.</p>

<figure class="art-embed">
  <div class="frame video player-clic" data-src="https://www.youtube-nocookie.com/embed/67yzmKEuPV8" data-titolo="Video: Monica Dinu: gli effetti di una dieta vegetariana sui parametri di funzionalità renale" data-allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture; web-share">
  <p class="player-titolo">Monica Dinu: gli effetti di una dieta vegetariana sui parametri di funzionalità renale</p>
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</div>
</figure>

<hr>
<p><strong>Manuela Bischetti</strong> (Università degli Studi di Trieste), invece, ha vinto il premio <em>Astrofisica e Spazio</em> con uno studio, di grande impatto sia nell’ambito della cosmologia che nell’astrofisica delle alte energie, dedicato alla crescita dei buchi neri supermassivi nei primi miliardi di anni dell’universo. </p>
<p>Titolo dello studio: &ldquo;<a href="https://doi.org/10.1038/s41586-022-04608-1" rel="noopener">Suppression of black-hole growth by strong outflows at redshifts 5.8-6.6</a>&rdquo;. <em>Nature</em>, 2022.</p>

<figure class="art-embed">
  <div class="frame video player-clic" data-src="https://www.youtube-nocookie.com/embed/gdWBGQswDVE" data-titolo="Video: Manuela Bischetti: la crescita dei buchi neri supermassivi nei primi miliardi di anni dell’universo" data-allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture; web-share">
  <p class="player-titolo">Manuela Bischetti: la crescita dei buchi neri supermassivi nei primi miliardi di anni dell’universo</p>
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</div>
</figure>

<hr>
<p>Una borsa di studio, messa a disposizione da ASI (Agenzia Spaziale Italiana) è stata assegnata a <strong>Federica Angeletti</strong> (Università di Roma La Sapienza) per uno studio che affronta il problema del controllo delle vibrazioni strutturali degli spacecraft con soluzioni tecnologiche disponibili e affidabili. </p>
<p>Titolo dello studio: &ldquo;<a href="https://doi.org/10.1016/j.actaastro.2021.04.007" rel="noopener">End-to-end design of a robust attitude control and vibration suppression system for large space smart structures</a>&rdquo;. <em>Acta Astronautica</em>, 2021.</p>

<figure class="art-embed">
  <div class="frame video player-clic" data-src="https://www.youtube-nocookie.com/embed/ASqBoCEVbgs" data-titolo="Video: Federica Angeletti: il problema del controllo delle vibrazioni strutturali degli spacecraf" data-allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture; web-share">
  <p class="player-titolo">Federica Angeletti: il problema del controllo delle vibrazioni strutturali degli spacecraf</p>
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<p>Il premio <em>Biodiversità</em> è andato invece a <strong>Martino Adamo</strong> (Università degli Studi di Torino) per aver messo in luce con la sua ricerca un rilevante bias estetico nello studio della biodiversità delle piante.</p>
<p>Titolo dello studio: &ldquo;<a href="https://doi.org/10.1038/s41477-021-00912-2" rel="noopener">Plant scientists’ research attention is skewed towards colourful, conspicuous and broadly distributed flowers</a>&rdquo;. <em>Nature Plants</em>, 2021.</p>

<figure class="art-embed">
  <div class="frame video player-clic" data-src="https://www.youtube-nocookie.com/embed/MWaQEf7ktCg" data-titolo="Video: Martino Adamo: esiste bias estetico nello studio della biodiversità delle piante" data-allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture; web-share">
  <p class="player-titolo">Martino Adamo: esiste bias estetico nello studio della biodiversità delle piante</p>
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<p><strong>Katinka Bellomo</strong> (Politecnico di Torino) ha vinto per la categoria <em>Clima</em>, con un utile contributo alla comprensione di come il clima in Europa cambierà nei prossimi decenni per effetto dell’indebolimento della <em>Atlantic Meridional Overturning Circulation</em> (AMOC).</p>
<p>Titolo dello studio: &ldquo;<a href="https://doi.org/10.1038/s41467-021-24015-w" rel="noopener">Future climate change shaped by inter-model differences in Atlantic meridional overturning circulation response</a>&rdquo;. <em>Nat Commun</em>, 2021.</p>

<figure class="art-embed">
  <div class="frame video player-clic" data-src="https://www.youtube-nocookie.com/embed/B99QBYxmweU" data-titolo="Video: Katinka Bellomo: effetti dell’indebolimento della Atlantic Meridional Overturning Circulation (AMOC)" data-allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture; web-share">
  <p class="player-titolo">Katinka Bellomo: effetti dell’indebolimento della Atlantic Meridional Overturning Circulation (AMOC)</p>
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<p>Il premio di <em>Cybersecurity</em> va invece a <strong>Matteo Busi</strong> (Università Cà Foscari Venezia), con un lavoro che presenta una metodologia per estendere in modo sicuro le funzionalità di un microprocessore in modo da garantire la sicurezza degli utenti e delle applicazioni.</p>
<p>Titolo dello studio: &ldquo;<a href="https://doi.org/10.1145/3470534" rel="noopener">Securing Interruptible Enclaved Execution on Small Microprocessors</a>&rdquo;. <em>ACM Transactions on Programming Languages and Systems</em>, 2021.</p>

<figure class="art-embed">
  <div class="frame video player-clic" data-src="https://www.youtube-nocookie.com/embed/DuGIr8e1kbo" data-titolo="Video: Matteo Busi: come estendere in modo sicuro le funzionalità di un microprocessore" data-allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture; web-share">
  <p class="player-titolo">Matteo Busi: come estendere in modo sicuro le funzionalità di un microprocessore</p>
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<p>A <strong>Salvatore Valastro</strong> (Istituto per la microelettronica e microsistemi - CNR-IMM), va il premio <em>Energia</em> con una pubblicazione che presenta una soluzione innovativa che elimina il rischio di tossicità da piombo per le celle a perovskite, potenziale valida alternativa alle attuali celle al silicio.</p>
<p>Titolo dello studio: &ldquo;<a href="https://doi.org/10.1038/s41893-023-01120-w" rel="noopener">Preventing lead leakage in perovskite solar cells with a sustainable titanium dioxide sponge</a>&rdquo;. <em>Nature Sustainability</em>, 2023.</p>

<figure class="art-embed">
  <div class="frame video player-clic" data-src="https://www.youtube-nocookie.com/embed/WR30YHt8jJg" data-titolo="Video: Salvatore Valastro: eliminare il rischio di tossicità da piombo dai pannelli fotovoltaici" data-allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture; web-share">
  <p class="player-titolo">Salvatore Valastro: eliminare il rischio di tossicità da piombo dai pannelli fotovoltaici</p>
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<p>A <strong>Vittorio Bianco</strong> (Istituto di Scienze Applicate e Sistemi Intelligenti “Eduardo Caianiello” - CNR-ISASI) il premio della categoria <em>Intelligenza artificiale, Big Data e High Performance Computing</em> per uno studio che presenta un promettente approccio nel monitoraggio e nella classificazione delle microplastiche, uno dei problemi ambientali più urgenti dei nostri tempi.</p>
<p>Titolo dello studio: &ldquo;<a href="https://doi.org/10.1021/acsphotonics.1c00591" rel="noopener">Identification of Microplastics Based on the Fractal Properties of Their Holographic Fingerprint</a>&rdquo;. <em>ACS Photonics</em>, 2021.</p>

<figure class="art-embed">
  <div class="frame video player-clic" data-src="https://www.youtube-nocookie.com/embed/hkYJHV1DsCk" data-titolo="Video: Vittorio Bianco: monitoraggio delle microplastiche tramite l&#39;intelligenza artificiale" data-allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture; web-share">
  <p class="player-titolo">Vittorio Bianco: monitoraggio delle microplastiche tramite l&#39;intelligenza artificiale</p>
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<p>A <strong>Paola Albanese</strong> (Università degli Studi di Siena, Dipartimento di Biotecnologie, Chimica e Farmacia) il premio della categoria <em>Nuovi materiali</em> per una ricerca che si inserisce nella ambiziosa tematica della progettazione e realizzazione di protocelle artificiali autonome dal punto di vista energetico.</p>
<p>Titolo dello studio: &ldquo;<a href="https://doi.org/10.1073/pnas.2012170118" rel="noopener">Chromatophores efficiently promote light-driven ATP synthesis and DNA transcription inside hybrid multicompartment artificial cells</a>&rdquo;. <em>Nature</em>, 2022.</p>

<figure class="art-embed">
  <div class="frame video player-clic" data-src="https://www.youtube-nocookie.com/embed/5lXulbMJu9Y" data-titolo="Video: Paola Albanese: realizzazione di protocelle artificiali" data-allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture; web-share">
  <p class="player-titolo">Paola Albanese: realizzazione di protocelle artificiali</p>
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<p>Il premio della categoria Salute, la più partecipata con circa 200 candidature, va a <strong>Simona Francia</strong> (Istituto Italiano di Tecnologia- Genova) per uno studio che presenta una nuova tecnologia di retina artificiale liquida costituita da una sospensione di nanoparticelle polimeriche di natura fotovoltaica. </p>
<p>Titolo dello studio: &ldquo;<a href="https://doi.org/10.1038/s41467-022-31368-3" rel="noopener">Light-induced charge generation in polymeric nanoparticles restores vision in advanced-stage retinitis pigmentosa rats</a>&rdquo;. <em>Nature Communications</em>, 2022.</p>

<figure class="art-embed">
  <div class="frame video player-clic" data-src="https://www.youtube-nocookie.com/embed/boH_0Tba_8Q" data-titolo="Video: Simona Francia: una nuova tecnologia di retina artificiale liquida" data-allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture; web-share">
  <p class="player-titolo">Simona Francia: una nuova tecnologia di retina artificiale liquida</p>
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<p>Hanno inoltre ricevuto una <strong>menzione speciale</strong>:</p>
<p>per <em>Agricoltura</em><br>
<strong>Eleonora Macchia</strong> (Università degli Studi di Bari “A. Moro”) con lo studio &ldquo;<a href="https://doi.org/10.1002/advs.202203900" rel="noopener">Fast and Reliable Electronic Assay of a Xylella fastidiosa Single Bacterium in Infected Plants Sap</a>&rdquo;. <em>Advanced Science</em>, 2021.</p>
<p>per <em>Astrofisica e Spazio</em><br>
<strong>Elisa Bortolas</strong> (Università degli Studi di Milano-Bicocca) con lo studio &ldquo;<a href="http://doi.org/10.3847/2041-8213/ac1c0c" rel="noopener">The Competing Effect of Gas and Stars in the Evolution of Massive Black Hole Binaries</a>&quot;. <em>The Astrophysical Journal Letters</em>, 2021.<br>
<strong>Giuliano Iorio</strong> (Università degli Studi di Padova) con lo studio &ldquo;<a href="https://doi.org/10.1093/mnras/stab005" rel="noopener">Chemo-kinematics of the Gaia RR Lyrae: the halo and the disc</a>&quot;. <em>Monthly Notices of the Royal Astronomical Society</em>, 2021.</p>
<p>per <em>Clima</em><br>
<strong>Stefano Della Fera</strong> (Istituto di Fisica Applicata &ldquo;Nello Carrara&rdquo; - IFAC-CNR) con lo studio &ldquo;<a href="https://doi.org/10.5194/gmd-16-1379-2023" rel="noopener">On the use of Infrared Atmospheric Sounding Interferometer (IASI) spectrally resolved radiances to test the EC-Earth climate model (v3.3.3) in clear-sky conditions</a>&quot;. <em>Geosci Model Dev</em>, 2023.<br>
<strong>Federico Scoto</strong> (Istituto di Scienze dell’Atmosfera e del Clima - CNR-ISAC) con lo studio &ldquo;<a href="https://doi.org/10.1073/pnas.2203468119" rel="noopener">Sea ice fluctuations in the Baffin Bay and the Labrador Sea during glacial abrupt climate changes</a>&rdquo;. <em>PNAS</em>, 2022.</p>
<p>per <em>Cybersecurity</em><br>
<strong>Luca Demetrio</strong> (Università degli Studi di Genova) con lo studio &ldquo;<a href="https://arxiv.org/abs/2003.13526" rel="noopener">Functionality-preserving Black-box Optimization of Adversarial Windows Malware</a>&rdquo;. <em>IEEE Transactions on Information Forensics and Security</em>, 2020.<br>
<strong>Matteo Böhm</strong> (CNR - ISTI) con lo studio &ldquo;<a href="https://doi.org/10.1038/s41893-022-00903-x" rel="noopener">Gross polluters and vehicle emissions reduction</a>&rdquo;. <em>Nature Sustainability</em>, 2022.</p>
<p>per <em>Intelligenza artificiale, Big Data e High Performance Computing</em><br>
<strong>Saverio Francini</strong> (Università degli Studi di Firenze) con lo studio &ldquo;<a href="https://doi.org/10.1016/j.isprsjprs.2023.06.002" rel="noopener">An assessment approach for pixel-based image composites</a>&quot;. <em>ISPRS Journal of Photogrammetry and Remote Sensing</em>, 2023.<br>
<strong>Marco La Salandra</strong> (Università degli Studi di Bari “Aldo Moro”) con lo studio &ldquo;<a href="https://doi.org/10.1016/j.jag.2021.102600" rel="noopener">Generating UAV high-resolution topographic data within a FOSS photogrammetric workflow using high-performance computing cluster</a>&quot;. <em>International Journal of Applied Earth Observation and Geoinformation</em>, 2021.</p>
<p>per <em>Salute</em><br>
<strong>Maria Tredicine</strong> (Università degli Studi “Gabriele D’Annunzio” Chieti-Pescara) con lo studio &ldquo;<a href="https://doi.org/10.1016/j.biomaterials.2022.121930" rel="noopener">Liposome-based nanoparticles impact on regulatory and effector phenotypes of macrophages and T cells in multiple Sclerosis patients</a>&quot;. <em>Biomaterials</em>, 2023.</p>
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<p>“Siamo molto soddisfatti del gran numero di domande ricevute, che testimonia come la passione dei giovani per la ricerca scientifica sia più viva che mai, e anche dell’elevata qualità delle proposte, che ha spesso messo in difficoltà le Commissioni”, commenta la presidente del Gruppo 2003 <strong>Maria Pia Abbracchio</strong>.”Desidero ringraziare i ricercatori e le ricercatrici del Paese che hanno risposto con così grande entusiasmo al bando e gli sponsor illuminati che ci hanno permesso di istituire questa terza edizione del Premio, valorizzando in questo modo l’impegno e la creatività dei nostri giovani. Un ringraziamento particolare alla Segreteria organizzativa del Gruppo e alle Commissioni Giudicatrici, che hanno operato con grande imparzialità e dedizione, cercando di premiare il rigore metodologico, l’innovatività e l’originalità dei lavori scientifici presentati”. </p>
<p>Per la presidente del CNR <strong>Maria Chiara Carrozza</strong>, “I tanti giovani che hanno aderito a questa iniziativa sono un vero e proprio orgoglio per il nostro Paese. Nei progetti presentati - i dieci vincitori ma anche molti altri - emergono non solo le competenze e il livello di eccellenza della nostra comunità scientifica, ma anche entusiasmo, passione, visione: elementi che ci portano a immaginare un futuro in cui la conoscenza e la ricerca potranno significativamente migliorare la qualità della vita e dell’ambiente in cui viviamo”.</p>
<p>Il premio consiste in 3.000 euro e un diploma, ma soprattutto nella soddisfazione di essere stati valutati da dieci commissioni costituite in prevalenza dai membri del Gruppo 2003, tutti scienziati con un numero di citazioni che li pongono ai vertici della ricerca nazionale e mondiale.  </p>
<p><a href="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2023/premio-giovani-ricercatrici-ricercatori-edizione-2023-ecco-risultati-cs-premio-giovani-ricercatori-2023.pdf">Scarica il pdf del comunicato stampa con biografie e descrizioni delle ricerche di chi ha ricevuto il premio o la menzione</a>.</p>
<hr>
<p><img src="https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2023/premio-giovani-ricercatrici-ricercatori-edizione-2023-ecco-risultati-body-1.jpg.webp" srcset="https://www.scienzainrete.it/media/_web/720/articoli/2023/premio-giovani-ricercatrici-ricercatori-edizione-2023-ecco-risultati-body-1.jpg.webp 720w, https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2023/premio-giovani-ricercatrici-ricercatori-edizione-2023-ecco-risultati-body-1.jpg.webp 1280w" sizes="(max-width: 760px) 100vw, 720px" alt="" width="2520" height="800" loading="lazy" decoding="async">
</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Manifesto Fadoi: in cinque anni si è dimezzata la ricerca clinica no profit</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/manifesto-fadoi-cinque-anni-si-dimezzata-ricerca-clinica/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/manifesto-fadoi-cinque-anni-si-dimezzata-ricerca-clinica/</guid><pubDate>Wed, 04 Oct 2023 08:36:00 +0100</pubDate><dc:creator>Natalia Milazzo</dc:creator><category>politica-della-ricerca</category><description>Dal Manifesto per la Ricerca Clinica promosso dalla FADOI emergono dati preoccupanti: la ricerca clinica no profit in Italia si è ridotta del 50% negli ultimi cinque anni e il 90% degli investimenti in questo campo sono di provenienza privata. Silvio Garattini rilancia l’allarme sulla grave carenza di fondi pubblici, che azzoppa la ricerca sui farmaci, lasciando scoperti aspetti cruciali che il settore industriale non ha alcun interesse a investigare.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2023/manifesto-fadoi-cinque-anni-si-dimezzata-ricerca-clinica-hero.jpg" type="image/jpeg" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2023/manifesto-fadoi-cinque-anni-si-dimezzata-ricerca-clinica-hero.jpg" medium="image" type="image/jpeg"/><content:encoded><![CDATA[<p>Da una parte, a parole, l’enfasi sull’importanza della ricerca, un tema che, come fa notare il <a href="https://www.fadoi.org/ricerca/il-manifesto-per-la-ricerca-clinica-firmato-da-fadoi-e-i-massimi-esperti-del-settore/" rel="noopener">Manifesto per la Ricerca Clinica promosso dalla Società Scientifica di Medicina Interna FADOI</a> ha attratto l’attenzione dei cittadini, oltre che degli addetti ai lavori, anche per l’evoluzione in atto, che tocca diversi aspetti: non solo quello scientifico, ma anche quello tecnologico, metodologico e regolatorio. Dall’altra, dati sulle sperimentazioni cliniche sui medicinali (quindi studi di intervento), che mostrano un preoccupante crollo della ricerca clinica no profit: il report FADOI, basandosi sui dati AIFA rendicontati attraverso l’Osservatorio sulle Sperimentazioni Cliniche, segnala che negli ultimi cinque anni, a fronte di un numero di studi stabile, con un picco nel 2021 probabilmente legato alla pandemia di Covid-19, si osserva una progressiva riduzione degli studi no profit, che hanno lasciato il campo a quelli promossi da entità industriali.</p>
<p>La riduzione se rapportata al decennio 2009-2019 risulta nell’ordine del 50% circa (da 309 a 156 studi) e si è confermata anche nell’ultimo triennio, fino al dato più preoccupante del 2022, che con soli 98 studi no profit è stato l’anno con il numero di studi no profit più basso dal 2000 a oggi.<br>
Una possibile spiegazione, secondo FADOI, potrebbe essere almeno parzialmente legata a difficoltà indotte dalla pandemia e all’entrata in vigore del Regolamento Europeo 536/2014, che ha modificato le modalità di sottomissione degli studi, creando difficoltà che il sistema no profit ha minori risorse per affrontare. In ogni caso, FADOI invita a riflettere su questo dato, e soprattutto a difendere il valore degli studi no profit come elemento essenziale del progresso delle conoscenze, complementare alla ricerca industriale.</p>
<h2 id="la-ricerca-condotta-dalle-aziende-è-il-90-del-totale">La ricerca condotta dalle aziende è il 90% del totale</h2><p>Allargando il panorama a tutto il campo della ricerca clinica, i dati provenienti dai Comitati etici indicano che il 28,6% delle sperimentazioni interessano l’interventistica sul farmaco. Rispetto alle altre tipologie di studi, le più frequenti sarebbero le ricerche osservazionali non su farmaco (36,9%), mentre gli studi osservazionali su farmaco rappresentano una quota del 12,4% e le sperimentazioni interventistiche sui dispositivi pesano per il 4,8% delle valutazioni dei Comitati Etici (16,1% per “altri studi” e 1,2% per “valutazioni varie”).</p>
<p>Il Manifesto FADOI riporta anche altri dati, più noti, ma non per questo consolanti: come molte volte denunciato, l’Italia investe in ricerca e sviluppo una percentuale del PIL inferiore alla media europea (<em>Scienza in rete</em> ha da poco pubblicato un articolo sul piano Amaldi-Maiani per aumentare gli investimenti in ricerca pubblica), con un gap quantificabile in 11 miliardi di euro mancanti ogni anno, e una quota dedicata al settore “Protezione e promozione della salute” che tradizionalmente è inferiore al 10% degli investimenti totali.</p>
<p>Nello specifico settore della ricerca clinica, il Manifesto FADOI riporta poi dati derivati da Farmindustria e SDA Bocconi che mostrano che almeno il 90% degli investimenti in ricerca sono di provenienza privata, con spese che per le aziende Pharma ammontano a circa 750 milioni di euro all’anno. Salvare la ricerca no profit e incrementare la ricerca pubblica rappresenta quindi un’urgenza, che non può essere sottovalutata.</p>
<p>Si tratta di un argomento per cui Silvio Garattini, fondatore e presidente dell’Istituto di ricerche farmacologiche Mario Negri, ha sempre combattuto, sottolineando come il ruolo della ricerca no profit, indipendente e scollegata dalle case farmaceutiche, sia di fondamentale importanza nella ricerca clinica sui farmaci.</p>
<h2 id="stanno-sparendo-gli-studi-clinici-indipendenti">«Stanno sparendo gli studi clinici indipendenti»</h2><p>«Quanto denunciato nel Manifesto della FADOI è un problema grave e reale», commenta Garattini. «Stiamo abbandonando ormai completamente gli studi clinici indipendenti, la sperimentazione sul farmaco è fatta sostanzialmente dall’industria. Questo è legittimo, ma ovviamente la ricerca clinica condotta dalle aziende tende a mettere in maggiore evidenza i benefìci dei prodotti. La legislazione oggi è sbilanciata a favore dell’industria farmaceutica e consente di immettere un nuovo farmaco sul mercato senza fare un confronto con i farmaci già esistenti, ma soltanto con il placebo. Non sarà mai nell’interesse dell’industria fare confronti tra i farmaci esistenti con la stessa indicazione terapeutica. Oggi la legislazione europea prescrive che per approvare un farmaco si debba dimostrare che abbia qualità, efficacia e sicurezza, ma non richiede che dimostri di avere un valore terapeutico aggiunto rispetto ai farmaci con la medesima indicazione già presenti sul mercato. In assenza di ricerca clinica indipendente, questi dati restano sconosciuti: abbiamo sul mercato una molteplicità di farmaci con le stesse indicazioni, senza sapere che differenze abbiano».</p>
<p>Silvio Garattini ha sempre lavorato per sostenere la ricerca no profit e ricorda quando riuscì a far approvare una legge (l. 326/2003) per cui il 5% delle spese in promozione ai medici dell’industria farmaceutica fu destinato a un fondo comune destinato alla ricerca clinica indipendente. «Per qualche anno questo fruttò circa 30 milioni all’anno, e sostenne in effetti ricerche cliniche indipendenti: poi progressivamente questi fondi sono stati destinati ad altro e la ricerca indipendente non è stata più sostenuta, fino ad assottigliarsi e quasi rischiare di sparire».</p>
<p>Come sottolinea il professore, le caratteristiche delle ricerca clinica no profit sul farmaco sono importanti perché legate ad aspetti che la ricerca sostenuta dall’industria farmaceutica non considera: «In primo luogo, la ricerca clinica indipendente si occupa delle differenze tra farmaci, il che potrebbe portare a eliminare farmaci che non presentano vantaggi dall’elenco di quelli rimborsati dal Servizio sanitario, realizzando così una riduzione della spesa pubblica per farmaci, che invece oggi aumenta ogni anno; ma ci sono altri tipi di ricerca indipendente che sono necessari e di cui l’industria non si occupa. Un campo importantissimo è quello dell’eccesso di prescrizioni negli anziani, che arrivano ad assumere 15 farmaci senza che sia mai stato dimostrato che siano realmente utili. In questo campo la ricerca è urgente, per studiare e ridurre questo eccesso di prescrizioni. Un altro campo importante è quello dei differenti effetti dei farmaci tra uomini e donne: le donne oggi ricevono farmaci studiati prevalentemente sugli uomini, ci dovrebbero essere protocolli separati. Manca la ricerca pubblica, per assoluta insufficienza di fondi. Bisognerebbe investire in ricerca pubblica l’1 per cento della spesa annuale totale del Servizio sanitario nazionale per farmaci: e questo alla fine porterebbe a risparmi legati a un uso più razionale dei medicinali».</p>
<h2 id="la-ricerca-non-è-soltanto-una-spesa">La ricerca non è soltanto una spesa</h2><p>Anche il Manifesto FADOI sottolinea che la ricerca in termini economici è quasi sempre assimilata al concetto di spesa, mentre non si considera il suo valore come motore di sviluppo sociale ed economico. Recenti studi indicano che ogni euro investito in sperimentazione clinica dell’industria genera tra 1,95 e 2,50 euro di valore aggiunto per l’economia nel complesso e che l’attività di ricerca clinica conduce un effetto positivo in termini occupazionali, con l’impegno di profili professionali ad elevata specializzazione e un effetto leva occupazionale stimato a 1,66.<br>
Inoltre un elemento fino a qualche anno fa non molto noto riguarda gli <em>averted cost</em>, cioè i costi evitati dal Servizio sanitario nazionale in quanto coperti dalle industrie che promuovono le sperimentazioni cliniche, in particolare i costi per il farmaco e per indagini diagnostiche. Una stima del 2022 riporta che per ogni euro investito ed erogato dalle aziende sponsor per le sperimentazioni cliniche il Servizio sanitario realizza un vantaggio complessivo di quasi 3 euro.<br>
Il tutto senza tenere conto dei benefici che in genere derivano ai pazienti, stimati in circa 40.000 ogni anno, che partecipano alle sperimentazioni cliniche e successivamente alla popolazione generale dall’accesso a trattamenti innovativi, ciò che comporta miglioramenti di esito e qualità di vita, con vantaggi conseguenti anche sotto il profilo economico.<br>
Nel Manifesto sono presentate una serie di proposte, molto articolate, per sostenere la ricerca clinica in Italia, che vanno dalla riforma della formazione universitaria, alla sburocratizzazione, al coordinamento maggiore tra i diversi enti e a una razionalizzazione del quadro normativo. Per quanto riguarda il sostegno alla ricerca pubblica, è raccomandata una maggiore disponibilità di fondi in termini assoluti, con attenzione al fatto che siano erogati con regolarità e rapidità. Per limitare la parcellizzazione degli investimenti, e favorirne l’ottimizzazione, è raccomandato inoltre un maggior coordinamento fra le istituzioni che rendono disponibili fondi per la ricerca. Una proposta possibile è quella di creare un’Agenzia Nazionale della Ricerca, che proponga linee di indirizzo strategico, coordini le attività di ricerca, promuova l’organizzazione di reti, abbia la responsabilità dei contenuti degli interventi normativi, si occupi di finanziamento della ricerca e monitoraggio dei risultati.<br>
«Riorganizzare, coordinare, anche creare una nuova Agenzia possono essere proposte utili: tuttavia bisogna iniziare con urgenza dall’erogare maggiori risorse, perché finché non si investono maggiori fondi in ricerca nessuna riorganizzazione sarà sufficiente», conclude Silvio Garattini.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Ecco il Piano Amaldi-Maiani per arrivare allo 0, 75% del PIL in ricerca pubblica</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/ecco-piano-amaldi-maiani-arrivare-0-75-pil/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/ecco-piano-amaldi-maiani-arrivare-0-75-pil/</guid><pubDate>Mon, 18 Sep 2023 09:21:00 +0100</pubDate><dc:creator>Sergio Cima</dc:creator><category>dati</category><description>Bisogna aggiungere 6,4 miliardi di euro nel periodo 2024-2027 ai fondi già programmati dalla legge di bilancio 2022.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2023/ecco-piano-amaldi-maiani-arrivare-0-75-pil-hero.jpg" type="image/jpeg" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2023/ecco-piano-amaldi-maiani-arrivare-0-75-pil-hero.jpg" medium="image" type="image/jpeg"/><content:encoded><![CDATA[<p>Bisogna aggiungere 6,4 miliardi di euro nel periodo 2024-2027 ai fondi già programmati dalla legge di bilancio 2022, <a href="https://www.scienzainrete.it/articolo/legge-di-bilancio-2023-e-silenzio-sulla-ricerca/sergio-cima/2023-01-28">non particolarmente generosa con il mondo della ricerca</a>, per agganciare il resto dell’Europa. È quanto propone il “Piano quadriennale 2024-2027 per la ricerca pubblica” pubblicato il 6 settembre sul <a href="https://www.lincei.it/sites/default/files/PIANO_QUADRIENNALE_2024-2027-25.08.23.pdf" rel="noopener">sito dell’Accademia dei Lincei</a>. </p>
<p>Il documento, anticipato da Ugo Amaldi il 4 luglio durante il simposio “<a href="http://www.lincei.it/it/videoteca/04072023-la-ricerca-pubblica-e-il-futuro-dellitalia" rel="noopener">La ricerca pubblica e il futuro dell’Italia</a>” alla presenza della ministra del MUR Anna Maria Bernini, è una riformulazione del precedente piano quinquennale 2023-2027 (di cui <a href="https://www.scienzainrete.it/articolo/nei-prossimi-5-anni-bisogna-spendere-ricerca-molto-pi%C3%B9-di-quanto-programmato/sergio-cima"><em>Scienza in rete</em> ha parlato qui</a>) comunicato al governo Draghi a luglio 2022 ma rimasto senza seguito a causa delle elezioni anticipate. </p>
<p>Gli estensori del piano, Ugo Amaldi e Luciano Maiani, hanno quindi voluto dare all’attuale governo un documento che, dalla prossima legge di bilancio fino al termine della legislatura, consenta all’Italia di stabilizzare l’intensità della R&amp;S (il rapporto tra i finanziamenti in ricerca pubblica e il PIL) allo 0,75%. Il piano tiene conto, anno per anno, delle risorse stanziate già a bilancio e di risorse nuove per il reclutamento delle università e degli enti di ricerca, le borse di dottorato, le infrastrutture di ricerca, l’edilizia e i principali programmi del MUR.</p>
<p><img src="https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2023/ecco-piano-amaldi-maiani-arrivare-0-75-pil-body-1.png.webp" srcset="https://www.scienzainrete.it/media/_web/720/articoli/2023/ecco-piano-amaldi-maiani-arrivare-0-75-pil-body-1.png.webp 720w, https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2023/ecco-piano-amaldi-maiani-arrivare-0-75-pil-body-1.png.webp 1280w" sizes="(max-width: 760px) 100vw, 720px" alt="" width="1600" height="882" loading="lazy" decoding="async">
Andamento nel ventennio 2008-2028 dell’intensità di R&amp;S e conseguenze del Piano che richiede, nel quadriennio 2024-2027, investimenti di 400, 1200, 2000 e 2800 milioni per un totale di 6,4 miliardi. Per il triennio 2024-2026, oggetto della finanziaria 2024, sono necessari 3,6 miliardi. Il grafico mostra (curva verde) quali sono gli interventi da mettere in atto affinché non si ritorni in breve tempo a livelli scarsi di investimenti R&amp;S (curva blu).</p>
<p>Come si vede dal grafico gli ultimi governi hanno aumentato la spesa in ricerca pubblica. Dopo il  2008, anno in cui si è rivelata la crisi economica, i tagli continui alla ricerca pubblica avevano abbassato l’intensità della R&amp;S allo 0,50% del PIL. A partire dal primo governo Conte fino al governo Draghi l’intensità della spesa in ricerca pubblica è cresciuta fino allo 0,65% nel 2022. Con i fondi del PNRR destinati alla ricerca pubblica, circa 6,8 miliardi, si arriva al fatidico 0,75%. Esaurita la spinta del PNRR nel 2026 inizia la discesa, inesorabile se non si aggiungono i 6,4 miliardi chiesti dal piano quadriennale.</p>
<p>Una cifra comunque ben lontana da quella <a href="https://www.scienzainrete.it/articolo/firma-anche-tu-piano-amaldi-raddoppiare-budget-della-ricerca/luca-carra/2020-09-30">chiesta al governo Conte nell’ottobre 2020 dal gruppo di accademici coordinato da Luciano Maiani</a>: 15 miliardi di euro. E di 4 miliardi inferiore a quella espressa nel piano quinquennale.</p>
<p>Un piano realistico quindi, che tiene conto della situazione economica e, forse, anche della volontà politica di un paese che non si è mai esaltato per gli investimenti in ricerca. In questi giorni si sta discutendo dei costi per lo stato del superbonus edilizio, con stime che vanno da 70 a <a href="https://www.ansa.it/sito/notizie/economia/aziende/2023/09/03/giorgetti-penso-al-superbonus-e-mi-viene-mal-di-pancia_c876b3a0-383b-42a2-b181-da50a4ac48e6.html" rel="noopener">100 miliardi</a>. Spese ingenti, stanziate immaginando che siano bilanciate in qualche misura dai benefici. </p>
<p>Ma nemmeno gli investimenti in R&amp;S sarebbero soldi buttati: un recente report di <a href="https://www.frontier-economics.com/media/015adtpq/rate-of-return.pdf" rel="noopener">Frontiers-economic per il Department for Science, Innovation and Technology del Regno Unito</a> stima per i privati un ritorno del 20% dell’investimento in R&amp;S. Più difficile il calcolo per investimenti pubblici (e della ricerca di base in generale), che però si suppone abbiano effetti più ampi e ricadute a lungo termine.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Una sola salute: così il CNR festeggia a Human Technopole i suoi primi 100 anni</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/sola-salute-cosi-cnr-festeggia-human-technopole-suoi/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/sola-salute-cosi-cnr-festeggia-human-technopole-suoi/</guid><pubDate>Sun, 14 May 2023 14:57:00 +0100</pubDate><dc:creator>Natalia Milazzo</dc:creator><description>Creare reti, intrecciare collaborazioni, valorizzare l’interdisciplinarietà e utilizzare grandi piattaforme centralizzate, indispensabili per le esigenze della ricerca di oggi, sono fattori cruciali per sostenere la ricerca scientifica in Italia. È stato sottolineato nel convegno organizzato a Human Technopole per i 100 anni del CNR.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2023/sola-salute-cosi-cnr-festeggia-human-technopole-suoi-hero.jpg" type="image/jpeg" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2023/sola-salute-cosi-cnr-festeggia-human-technopole-suoi-hero.jpg" medium="image" type="image/jpeg"/><content:encoded><![CDATA[<p>Non solo uno sguardo retrospettivo sulla propria storia, ma una riflessione che permetta di anticipare le grandi linee di ricerca entro le quali il Consiglio Nazionale delle Ricerche (CNR) e la comunità scientifica si impegneranno all’interno dei nuovi scenari segnati dal cambio d’epoca in atto: dalla transizione ecologica a quella digitale, facendo tesoro anche di quanto può e deve insegnarci la recente pandemia.<br>
Così il CNR, sotto la guida di Maria Chiara Carrozza, ha deciso di festeggiare i 100 anni dalla sua fondazione: con un programma di iniziative e una serie di incontri con la rete della ricerca scientifica che si svolgono in diverse sedi in Italia. Perché, come ha ricordato Carrozza, è nella stretta collaborazione con gli enti di ricerca scientifica e l’università in tutto il territorio – e in tutto il mondo – che il CNR trova la sua forza.</p>
<p>In questo contesto l’istituto IEIIT CNR di Milano, diretto da Paolo Ravazzani, ha ospitato il convegno “Una sola salute – La bioingegneria e la tecnologia a servizio della salute degli essere umani, degli animali e dei vegetali”, organizzato il 13 maggio nella sede di Human Technopole, da pochi mesi sotto la nuova direzione di Marino Zerial, precedentemente direttore dell’istituto Max Planck di Dresda. È stata anche l’occasione per firmare l’accordo quadro di collaborazione stretto tra CNR e Human Technopole e fare il punto sulle scoperte più recenti nel settore della tecnologia per la medicina, evidenziando il ruolo del CNR in questi ambiti di ricerca a Milano e in Lombardia e le relazioni con le altre istituzioni diffuse su tutto il territorio. Come sottolinea Maria Chiara Carrozza, è importante agire come sistema Paese, alleandosi tra istituzioni per creare un ecosistema favorevole alla ricerca.<br>
“Rete”, “collaborazione”, “scambio”, “interdisciplinarietà”, “infrastrutture” sono state tra le parole chiave degli interventi: a partire da quello di Cristina Messa, già ministra dell’Università e della Ricerca, che ha sottolineato tra l’altro come sia proprio il collegamento e la collaborazione tra le diverse risorse e strutture, mettendo a sistema enti di ricerca pubblici e privati con il mondo delle aziende, che può permettere di sfruttare al meglio le risorse, creando opportunità per far lavorare insieme ricerca e impresa, anche grazie alle nuove piattaforme.</p>
<h2 id="il-ruolo-strategico-delle-piattaforme">Il ruolo strategico delle piattaforme</h2><p>L’importanza cruciale delle infrastrutture per la ricerca, con la realizzazione di piattaforme centralizzate per la raccolta ed elaborazione dei dati su cui la ricerca si basa, cui è fortemente orientata l’attività di Human Technopole, è stata sottolineata dal nuovo direttore Marino Zerial.<br>
La ricerca svolta a livelli di eccellenza, necessariamente interdisciplinare, richiede oggi di avere a disposizione un enorme bagaglio di competenze e tecnologie, che si trasformano con rapidità molto superiore a quanto avveniva anche solo pochi anni fa. L’unica risposta possibile è concentrarle in infrastrutture centralizzate, in grado sia di unire competenze e professionalità diverse sia di realizzare l’infrastruttura straordinaria che è necessaria a livello di strumentazione. In questo contesto agisce il modello di Human Technopole.<br>
Sulla realizzazione di piattaforme centralizzate Zerial ha maturato una grande esperienza al Max Planck di Dresda: con Human Technopole l’ambizione è quella di offrire l’accesso alle piattaforme a livello nazionale, supportando la ricerca in tutta Italia.<br>
Dall’esperienza in Germania nella strutturazione di grandi piattaforme, molto sfruttate sia dall’interno sia dall’esterno dell’Istituto, si ricava che un aspetto importante è renderne la gestione sufficientemente autonoma, benché in simbiosi con la ricerca, perché gli utenti interni ed esterni godano delle stesse possibilità di accesso. Ogni piattaforma dovrebbe essere gestita come una piccola azienda, considerandone attentamente anche i costi, in modo che sia possibile farla crescere a seconda dell’utenza: a Dresda alcune piattaforme sono utilizzate fino all’80% da utenti esterni. Questa specializzazione nella gestione della piattaforma alleggerisce anche i ricercatori da compiti di gestione tecnologica: appoggiandosi alle tecnologie offerte professionalmente dalla piattaforma ci si può dedicare maggiormente alla parte creativa del proprio lavoro. In questo senso costituire una rete è importantissimo, è il modo giusto per affrontare temi complessi. E Zerial ha sottolineato che in Italia c’è un’attitudine particolare a lavorare in team.</p>
<h2 id="cnr-per-collaborare-a-tutti-i-livelli">CNR: per collaborare a tutti i livelli</h2><p>Quello che è certo, ed è emerso da molti interventi, è il momento sicuramente cruciale per la ricerca in Italia, di fronte alle potenzialità di sviluppo offerte dal PNRR. Una sfida in cui il CNR assume un ruolo preciso, come ricorda Maria Chiara Carrozza: con la sua massa critica di una rete scientifica di circa diecimila persone, 88 istituti e più di 200 sedi il CNR ha un’enorme potenzialità nel contribuire alla ricerca italiana, con l’obiettivo strategico di esserne un fattore abilitante, un sistema che si intreccia con gli altri sistemi, con l’università, gli altri enti di ricerca, le imprese, con tutto l’ecosistema della ricerca e dell’innovazione e ne supporta lo sviluppo.<br>
Maggiore la collaborazione e l’integrazione del CNR con l’università e le altre istituzioni, maggiore la fioritura: anche grazie alla presenza di giovani, che rende la collaborazione con l’università fondamentale. In questo senso il CNR vuole oggi avere una strategia per ogni città o area in cui si trova, valorizzando i suoi punti di forza e le sue specificità locali.<br>
Grazie al PNRR, l’Università può anche stringere nuovi accordi con il mondo dell’impresa, di cui Guido Borsani di Deloitte Italia ha sottolineato alcuni aspetti: l’importanza della collaborazione tra pubblico e privato, maturando la consapevolezza che il sistema è uno solo e che tanto più si lavora per renderlo osmotico tanto più ne trae giovamento tutto il sistema stesso. La collaborazione tra pubblico e privato sarà fondamentale per continuare a far vivere e proseguire in futuro le infrastrutture che si stanno sviluppando oggi.<br>
Come ha sottolineato Cristina Messa, molte delle piattaforme che si stanno creando grazie al PNRR – pur con tutte le difficoltà di gestione e controllo legate al sistema  – hanno un impatto sull’impresa e sull’industria destinato poi ad avere a sua volta ricadute positive e ritornare al mondo della ricerca. Il passaggio tra pubblico e privato è stato incentivato grazie alle riforme che hanno creato maggiore mobilità, anche per i giovani, su cui c’è stato un investimento forte. Sicuramente bisogna lavorare sull’attrattività, invitando i ricercatori sempre più a utilizzare le piattaforme centralizzate: valorizzandole con il giusto mix di tecnologia e competenze professionali.<br>
Per migliorare l’attrattività e competere con i grandi centri internazionali, ha osservato ancora Zerial, bisogna illustrare bene il valore rappresentato dalla possibilità di accedere alle grandi risorse rappresentate dalle piattaforme, alla professionalità e all’esperienza che mettono a disposizione.</p>
<h2 id="multidisciplinarietà-al-cuore-dellapproccio-one-health">Multidisciplinarietà al cuore dell&rsquo;approccio One Health</h2><p>Un esempio di interdisciplinarietà e creazione di reti e collaborazione a tutti i livelli sono state le molte esperienze portate dai relatori, tra cui i rettori dell’Università Campus Bio-Medico di Roma, Eugenio Guglielmelli; dell’Università di Milano Bicocca, Giovanna Iannantuoni; e della IUSS di Pavia Riccardo Pietrabissa; i rappresentanti di diversi IRCCS (Don Gnocchi e Galeazzi di Milano e Fatebenefratelli di Brescia); i rappresentanti dei cluster scientifico-tecnologici lombardi, ricercatori del CNR, del Politecnico e di altri ambiti.<br>
La lettura magistrale di Marcella Trombetta, preside della facoltà di Scienze e tecnologie per lo sviluppo sostenibile e One Health dell’Università Campus Bio-Medico di Roma, è partita dalle radici del concetto di One Health, ripercorrendo la relazione tra salute umana, degli animali e dell&rsquo;ambiente da quando questa idea si è delineata e successivamente rafforzata, sia nelle istituzioni sia nell’opinione pubblica. Nelle diverse tavole rotonde sono state trattate le molte declinazioni del tema: dal ruolo di Milano e della Lombardia nelle tecnologie per la salute e la biodiversità; alla ricerca in bioingegneria e nelle tecnologie biomediche dal presente al futuro, verso una sola salute; alle tecnologie per la medicina: dalla salute digitale ai robot; al rapporto con le piante (“Le piante e noi. Un futuro verde per un pianeta affamato?”); alla sostenibilità degli allevamenti e i suoi rapporti con la salute dell’uomo.<br>
Nell’approccio One Health l’equilibrio è innovazione: come hanno sottolineato nella presentazione gli organizzatori del convegno, nel riconoscere che la salute umana, animale e degli ecosistemi sono indissolubilmente interconnesse e interdipendenti, la scienza riorienta il proprio approccio multidisciplinare accogliendo una visione olistica, adattando modelli di analisi, studio, sviluppo delle tecnologie e cura.<br>
Un nuovo modo di pensare e agire per la salute individuale e collettiva, volto anche ad azzerare le distanze tra ricerca e società.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>La proliferazione delle riviste open access</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/proliferazione-riviste-open-access/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/proliferazione-riviste-open-access/</guid><pubDate>Thu, 06 Apr 2023 09:23:00 +0100</pubDate><dc:creator>Patrizia Caraveo</dc:creator><description>Le riviste open access sono aumentate moltissimo nel corso degli anni: con quali meccanismi? Quali sono le strategie impiegate per massimizzare i profitti e, soprattutto, che risultati portano?</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2023/proliferazione-riviste-open-access-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2023/proliferazione-riviste-open-access-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>La nascita delle riviste open access (di qualità buona o meno buona) discende dalla richiesta delle agenzie a tutti i vincitori/vincitrici dei loro finanziamenti di rendere liberamente disponibili i risultati delle ricerche finanziate con fondi pubblici. Chiunque deve poter leggere i risultati indipendentemente che appartenga oppure no a un&rsquo;istituzione con una biblioteca che sottoscrive abbonamenti per fornire l’accesso alle riviste scientifiche. Questo ha sparigliato il mercato dell’editoria scientifica, tradizionalmente basato sul modello degli abbonamenti a pagamento (dove l’autore pubblicava senza costi perché le riviste erano sostenute economicamente dagli abbonamenti) facendo ricadere l’onere del pagamento sugli autori che devono coprire le spese di pubblicazione affinché il loro articolo appaia come open access.</p>
<p>Tuttavia, questo non spiega il proliferare delle riviste puramente online open access, che va piuttosto cercato nel modello di valutazione dei ricercatori che molto spesso si vedono “pesati” sulla base di quanto hanno pubblicato su riviste che possano fregiarsi di un numero magico noto come impact factor. Questo numero viene calcolato annualmente da Web of Science, una banca dati citazionale: in base alle citazioni ottenute dagli articoli pubblicati da quella rivista, più l’impact factor è alto, più la rivista è quotata. Ne consegue che, per ottenere una buona valutazione, che permetta di sperare in un avanzamento di carriera, occorre presentare evidenza di avere pubblicato tanti articoli su riviste con un buon impact factor.</p>
<p>Vista la necessità degli scienziati di pubblicare, sono quindi nate riviste online che promettono di espletare i controlli sulla qualità dei lavori in breve tempo. Ma, per massimizzare le loro possibilità di guadagno, molte di queste riviste ricorrono a soluzioni creative. Quando ho compiuto sessant&rsquo;anni, mi ricordo di essere stata contattata da editori di riviste online che mi chiedevano se avessi intenzione di organizzare un numero commemorativo per celebrare la mia carriera. Indipendentemente dall’età, io non conto nemmeno più le offerte che ricevo per fare il <em>guest editor</em> di numeri speciali su questo o quell’argomento. A me non interessa granché, ma posso immaginare che comparire come <em>guest editor</em> di un numero speciale di una rivista seria possa essere considerato un risultato spendibile. Insieme alle mail di invito a coordinare numeri speciali ricevo un gran numero di sollecitazioni ad andare a questa o quella conferenza. Le mail vengono da perfetti sconosciuti che invariabilmente dicono che mi pagheranno le spese. Anche questo fiorire di conferenze organizzate da agenzie piuttosto che da gruppi scientifici ha la sua radice nella necessità dei ricercatori di dimostrare di essere stati invitati a presentare i loro lavori in giro per il mondo e, ovviamente, per spingere la gente a intervenire (pagando tasse di iscrizioni spesso piuttosto alte) qualche nome di spicco non fa mai male.</p>
<p>Risulta quindi evidente che viviamo in un mondo dove proliferano inutili numeri speciali di riviste e imperdibili conferenze che servono solo a coloro che li vogliono usare per rimpolpare il loro curriculum (e sono tanti) e agli editori di riviste/organizzatori di conferenze che lucrano su queste attività.</p>
<p>Ma tutta questa frenetica attività editoriale viene valutata anche sulla base dell’impact factor, che non è un parametro universale ma dipende dalla disciplina considerata. Le riviste di medicina o biologia si rivolgono a una platea molto ampia quindi i loro impact factor raggiungono valori ben oltre 100 (con <em>Lancet</em> che nel 2022 ha impact factor 202). Per scienziati al di fuori della medicina, le riviste più quotate sono <em>Nature</em> e <em>Science</em>, che hanno impact factor tra 60 e 70, mentre le migliori riviste di settore scendono a valore tra 5 e 10. Per le persone del mondo dell&rsquo;astrofisica come me, <em>The Astrophysical Journal</em> è 5,5 mentre the <em>Astrophysical Journal Supplement Series</em> (dove vengono pubblicati i cataloghi) è quotato sopra il 9. Guardando le tabelle (che si trovano facilmente online) ci si rende conto che la grande maggioranza delle riviste è sotto alla soglia di 1.</p>
<p>Risulta quindi evidente il desiderio degli autori di pubblicare su riviste con impact factor il più alto possibile, senza dimenticare che occorre trovare un giusto equilibrio perché più l’impact factor di una rivista è alto, più è difficile riuscire ad avere il proprio articolo pubblicato. Lasciando perdere le riviste che accettano qualsiasi articolo pur di incassare le spese della pubblicazione, consideriamo quelle mediamente serie che hanno un normale servizio di controllo da parte di esperti del settore. Come dicevamo, alcune riviste hanno una doppia personalità: quella “normale” e quella dei numeri speciali, che ultimamente sono proliferati in modo stratosferico, come mostrato dal <a href="https://www.science.org/content/article/fast-growing-open-access-journals-stripped-coveted-impact-factors" rel="noopener">grafico pubblicato da <em>Science</em></a>. Mentre i numeri di articoli apparsi nelle riviste online PLOS (<em>Public Library of Science</em>, che pubblica nove riviste) sono rimasti più o meno costanti nel tempo, quelli delle riviste del gruppo Frontiers e MDPI (per Multi-Disciplinary Digital Publishing Institute) sono cresciuti moltissimo grazie al contributo dei numeri speciali.</p>
<p>Il caso più emblematico è quello di MDPI, fondato nel 2010, che è ora il più grande editore di riviste online del mondo, con 400 giornali nei campi più diversi. Nel 2022, i circa 100 giornali MDPI con impact factor hanno pubblicato 187.000 articoli. Un risultato ottenuto grazie a uno spropositato numero di <em>special issues</em>, arrivati anche quattro al giorno per una sola testata. Come è possibile trovare <em>referees</em> per un numero così alto di articoli? Il controllo viene fatto solo dal <em>guest editor</em>?</p>
<p>I sospetti nascono anche dalla velocità di pubblicazione dei lavori. Mentre per PLOS ci vogliono sei mesi (spesso i <em>referees</em> chiedono modifiche più o meno sostanziali e gli articoli devono essere esaminati più volte), per MDPI i tempi sono poco più di un mese. Posso testimoniare che mentre le riviste classiche danno almeno 3 o 4 settimane di tempo per la valutazione, MDPI chiede un parere in una settimana e, visti i numeri, le richieste sono continue. Dal momento che molti degli interpellati non accettano, coloro che sono nel database dei <em>referee</em> vengono tempestati di richieste di valutare articoli nei campi più disparati. Considerata l’oggettiva difficoltà a trovare dei valutatori disponibili, il breve tempo che intercorre dall’invio dell’articolo alla sua pubblicazione, unito al numero altissimo di articoli pubblicati ha indotto Web of Science a togliere l’impact factor a due titoli di MDPI, privandoli, di fatto, di ogni interesse agli occhi dei ricercatori in cerca di punteggio per le loro progressioni di carriera. Uno dei due giornali declassati è l’<em>International Journal of Environmental Research and Public Health</em>, che nel 2022 ha pubblicato 17.000 articoli e aveva un impact factor di 4,6, decisamente rispettabile nel suo settore.</p>
<p>Un altro gruppo colpito da Web of Science è quello delle riviste Hindawi, di proprietà dell’editore Wiley, che pure aveva giocato d’anticipo sospendendo le pubblicazioni di numeri speciali a ottobre. Un controllo da parte del personale Wiley, fatto con l’aiuto dell’AI per scovare duplicazioni, ha portato a 500 ritrattazioni nel giro di tre mesi e altri 1200 casi sospetti sono emersi. Tre mesi senza numeri speciali sono costati a Hindawi 9 milioni di dollari di perdite, ma temo che costerà di più avere perso l’impact factor per 19 dei suoi giornali. In tutto, Web of Science ha tolto l’impact factor a 50 giornali. E sembra che sia solo l’inizio perché si dice che altri 450 titoli siano sotto osservazione.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>La legge di bilancio 2023 e il silenzio sulla ricerca</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/legge-bilancio-2023-silenzio-ricerca/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/legge-bilancio-2023-silenzio-ricerca/</guid><pubDate>Sat, 28 Jan 2023 00:07:00 +0100</pubDate><category>dati</category><description>La spesa in ricerca per il 2023 è sostanzialmente immutata rispetto allo stanziamento della legge di bilancio dell’anno scorso per il 2022 ma in leggera crescita rispetto agli anni precedenti grazie al contributo del PNRR. Se però si tiene conto dell’inflazione attuale e di quella prevista nei prossimi anni, la crescita risulta molto ridimensionata e la caduta del valore reale della spesa interviene prima dell&amp;amp;rsquo;esaurimento dei fondi PNRR (Foto di Kelly Sikkema su Unsplash , modificata da Scienza in rete).</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2023/legge-bilancio-2023-silenzio-ricerca-hero.jpg" type="image/jpeg" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2023/legge-bilancio-2023-silenzio-ricerca-hero.jpg" medium="image" type="image/jpeg"/><content:encoded><![CDATA[<p>La legge di bilancio per il 2023, approvata il 29 dicembre 2022, non introduce novità sul fronte della ricerca e dell’università. C’è un aumento di spesa, che deriva da decisioni precedenti e dalla disponibilità dei fondi legati al PNRR, ma si resta lontani dalla traiettoria di aumento e stabilizzazione della spesa per ricerca pubblica in Italia che era stata proposta nel luglio scorso dal <a href="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2023/legge-bilancio-2023-silenzio-ricerca-documento_tavolo_ricerca_fondamentale_trasmesso.pdf">Rapporto finale del Tavolo tecnico</a> istituto dalla Ministra Maria Cristina Messa e coordinato da Luigi Ambrosio, direttore della Scuola normale superiore.</p>
<p>Il rapporto analizzava le previsioni di aumento della spesa per il triennio 2023-2026 per effetto del PNRR, proponeva integrazioni per gli stanziamenti non ammessi dal PNRR – per esempio le spese correnti e le assunzioni di personale  a tempo indeterminato – e chiedeva di stabilizzare la spesa per ricerca pubblica allo 0,7% del PIL, evitando la caduta della spesa a partire dal 2025 con l’esaurimento delle risorse straordinarie del PNRR e il rischio di ritorno ai precedenti, del tutto inadeguati, livelli di spesa. Nel complesso, il rapporto chiedeva l’impegno per 10 miliardi di spesa dal 2023 al 2027.</p>
<p>Nulla di tutto questo si trova nel bilancio dello stato per il 2023.</p>
<p>La <a href="https://www.gazzettaufficiale.it/do/atto/serie_generale/caricaPdf?cdimg=22G0021100500010110003&amp;dgu=2022-12-29&amp;art.dataPubblicazioneGazzetta=2022-12-29&amp;art.codiceRedazionale=22G00211&amp;art.num=1&amp;art.tiposerie=SG" rel="noopener">legge di bilancio pubblicata in Gazzetta ufficiale il 29 dicembre 2022</a> presenta le spese raggruppate in 34 missioni, 183 programmi e 719 azioni, <a href="https://www.rgs.mef.gov.it/_Documenti/VERSIONE-I/Pubblicazioni/Pubblicazioni_Statistiche/La-spesa-delle-amministrazioni-centrali/2022-11/La-struttura-per-missioni-e-programmi-DLB-2023-2025.pdf" rel="noopener">come spiegato dal Ministero dell’economia</a>: le missioni riguardano gli obiettivi principali, i programmi riassumono come gli obiettivi sono perseguiti, e le azioni descrivono interventi specifici.</p>
<p>Sommando le spese di tutta la missione “Ricerca e innovazione”, alcuni programmi della missione “Istruzione universitaria e formazione post-universitaria”, più altre azioni che riguardano spese in ricerca, la legge di bilancio 2023 indica una spesa di 16,3 miliardi nel 2023 e ne prevede 16,5 per il 2024 e 16,6 per il 2025.</p>
<p>La spesa per il 2023 è sostanzialmente immutata rispetto allo stanziamento della legge di bilancio dell’anno scorso per il 2022, che pure prevedeva 16,3 miliardi per la ricerca. L’anno scorso le previsioni per il 2023 erano di 15,9 e per il 2024 di 16,1 miliardi, valori che ora sono stati aumentati lievemente. La tabella 1 presenta l’articolazione in programmi e azioni.</p>

<div class="tabella-scorre" role="region" aria-label="Tabella 1" tabindex="0">
<table>
  <thead>
    <tr>
      <th style="text-align:left">Programmi e azioni</th>
      <th style="text-align:right">2023</th>
      <th style="text-align:right">2024</th>
      <th style="text-align:right">2025</th>
    </tr>
  </thead>
  <tbody>
    <tr>
      <td style="text-align:left">TOTALE</td>
      <td style="text-align:right">16323</td>
      <td style="text-align:right">16498</td>
      <td style="text-align:right">16638</td>
    </tr>
    <tr>
      <td style="text-align:left">Ricerca educazione e formazione in materia di beni e attività culturali (17.4)</td>
      <td style="text-align:right">146</td>
      <td style="text-align:right">133</td>
      <td style="text-align:right">132</td>
    </tr>
    <tr>
      <td style="text-align:left">Ricerca di base e applicata (17.15)</td>
      <td style="text-align:right">1745</td>
      <td style="text-align:right">1891</td>
      <td style="text-align:right">1739</td>
    </tr>
    <tr>
      <td style="text-align:left">Ricerca, innovazione, tecnologie e servizi per lo sviluppo delle comunicazioni e della società dell&rsquo;informazione (17.18)</td>
      <td style="text-align:right">12</td>
      <td style="text-align:right">10</td>
      <td style="text-align:right">9</td>
    </tr>
    <tr>
      <td style="text-align:left">Ricerca per il settore della sanità pubblica (17.20)</td>
      <td style="text-align:right">427</td>
      <td style="text-align:right">484</td>
      <td style="text-align:right">499</td>
    </tr>
    <tr>
      <td style="text-align:left">Ricerca per il settore zooprofilattico (17.21)</td>
      <td style="text-align:right">35</td>
      <td style="text-align:right">35</td>
      <td style="text-align:right">35</td>
    </tr>
    <tr>
      <td style="text-align:left">Ricerca scientifica e tecnologica di base e applicata (17.22)</td>
      <td style="text-align:right">2635</td>
      <td style="text-align:right">2580</td>
      <td style="text-align:right">2633</td>
    </tr>
    <tr>
      <td style="text-align:left">Sistema universitario e formazione post-universitaria (23.3)</td>
      <td style="text-align:right">9541</td>
      <td style="text-align:right">9558</td>
      <td style="text-align:right">9524</td>
    </tr>
    <tr>
      <td style="text-align:left">Coordinamento e supporto amministrativo per le politiche della formazione superiore e della ricerca (23.4)</td>
      <td style="text-align:right">9</td>
      <td style="text-align:right">9</td>
      <td style="text-align:right">9</td>
    </tr>
    <tr>
      <td style="text-align:left">Formazione superiore e ricerca in ambito internazionale (23.5)</td>
      <td style="text-align:right">246</td>
      <td style="text-align:right">245</td>
      <td style="text-align:right">262</td>
    </tr>
    <tr>
      <td style="text-align:left">Ricerca tecnologica nel settore della difesa (azione della missione 5.6)</td>
      <td style="text-align:right">61</td>
      <td style="text-align:right">44</td>
      <td style="text-align:right">45</td>
    </tr>
    <tr>
      <td style="text-align:left">Promozione della ricerca nel settore agricolo agroalimentare e rurale, miglioramento genetico vegetale (azione del programma 9.2)</td>
      <td style="text-align:right">137</td>
      <td style="text-align:right">137</td>
      <td style="text-align:right">133</td>
    </tr>
    <tr>
      <td style="text-align:left">Ricerca sulle tecnologie sostenibili in ambito energetico e ambientale (azione del programma 10.8)</td>
      <td style="text-align:right">291</td>
      <td style="text-align:right">321</td>
      <td style="text-align:right">261</td>
    </tr>
    <tr>
      <td style="text-align:left">Realizzazione di progetti di ricerca e sviluppo tecnologico dell&rsquo;industria aeronautica (azione del programma 11.12)</td>
      <td style="text-align:right">376</td>
      <td style="text-align:right">360</td>
      <td style="text-align:right">418</td>
    </tr>
    <tr>
      <td style="text-align:left">Ricerca e sviluppo (azione del programma 11.9)</td>
      <td style="text-align:right">553</td>
      <td style="text-align:right">575</td>
      <td style="text-align:right">826</td>
    </tr>
    <tr>
      <td style="text-align:left">Finanziamento della ricerca nel settore ambientale (azione del programma 18.13)</td>
      <td style="text-align:right">122</td>
      <td style="text-align:right">127</td>
      <td style="text-align:right">121</td>
    </tr>
  </tbody>
</table>
</div>
<p>Tabella 1. La legge di bilancio 2023 e la spesa per ricerca (dati in milioni di euro).</p>
<p>Queste risorse comprendono i finanziamenti del PNRR che per il periodo 2023-2027 prevedono gli importi seguenti, illustrati nella tabella 2 (si veda la tabella 4.1 del documento <a href="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2023/legge-bilancio-2023-silenzio-ricerca-02-piano-quinquennale-ricerca-2023-2027_amaldi-santoni_11.07.22.pdf">Proposta di piano quinquennale per la ricerca pubblica: anni 2023-2027</a>)</p>

<div class="tabella-scorre" role="region" aria-label="Tabella 2" tabindex="0">
<table>
  <thead>
    <tr>
      <th style="text-align:left"> </th>
      <th style="text-align:right">2022</th>
      <th style="text-align:right">2023</th>
      <th style="text-align:right">2024</th>
      <th style="text-align:right">2025</th>
      <th style="text-align:right">2026</th>
    </tr>
  </thead>
  <tbody>
    <tr>
      <td style="text-align:left">I finanziamenti del PNRR</td>
      <td style="text-align:right">560</td>
      <td style="text-align:right">1846</td>
      <td style="text-align:right">2076</td>
      <td style="text-align:right">1470</td>
      <td style="text-align:right">1470</td>
    </tr>
    <tr>
      <td style="text-align:left">La spesa ordinaria per ricerca</td>
      <td style="text-align:right">15852</td>
      <td style="text-align:right">15484</td>
      <td style="text-align:right">15560</td>
      <td style="text-align:right">15656</td>
      <td style="text-align:right">Nessuna previsione di bilancio</td>
    </tr>
  </tbody>
</table>
</div>
<p>Tabella 2. I finanziamenti del PNRR e la spesa per ricerca (dati in milioni di euro).</p>
<p>Come si vede, se non si considera il PNRR, la dinamica della spesa per ricerca finanziata dal bilancio ordinario dello stato è destinata a diminuire già dal 2023.</p>
<p>Di particolare interesse è l’andamento di una delle maggiori componenti della spesa, il Fondo per il finanziamento ordinario delle università (FFO). Come mostra la tabella 3, la legge di bilancio 2023 mantiene l’obiettivo di aumentare il finanziamento delle università statali impostato dalle leggi di bilancio precedenti, ma l’incremento è destinato a fermarsi negli anni successivi. Dal punto di vista statistico, il 60% della spesa per università è conteggiata come spesa per ricerca e sviluppo, il resto è legato alla funzione formativa delle università.</p>

<div class="tabella-scorre" role="region" aria-label="Tabella 3" tabindex="0">
<table>
  <thead>
    <tr>
      <th style="text-align:right">Legge di bilancio 2021</th>
      <th style="text-align:right">Legge di bilancio 2022</th>
      <th style="text-align:right">Legge di bilancio 2023</th>
      <th style="text-align:right">LB 2023 previsione 2024</th>
      <th style="text-align:right">LB 2023 previsione 2025</th>
    </tr>
  </thead>
  <tbody>
    <tr>
      <td style="text-align:right">8261</td>
      <td style="text-align:right">8675</td>
      <td style="text-align:right">9100</td>
      <td style="text-align:right">9199</td>
      <td style="text-align:right">9242</td>
    </tr>
  </tbody>
</table>
</div>
<p>Tabella 3. Il Fondo per il finanziamento ordinario delle università (dati in milioni di euro).</p>
<p>Se consideriamo le singole azioni riportate nel documento “<a href="https://www.rgs.mef.gov.it/_Documenti/VERSIONE-I/Pubblicazioni/Pubblicazioni_Statistiche/La-spesa-delle-amministrazioni-centrali/2022-11/La-struttura-per-missioni-e-programmi-DLB-2023-2025.pdf" rel="noopener">La struttura per missioni e programmi del bilancio dello stato 2023-2025</a>” e nella tabella 1, troviamo alcune variazioni nella definizione di spese per ricerca. I contributi per  l’Istituto nazionale di astrofisica (INAF) (ex azione 17.22.2 “Interventi integrati di ricerca e sviluppo”) e delle risorse per il finanziamento dei progetti internazionali  (ex azione 17.22.3) sono confluiti all’azione 23.5.3 “Partecipazione dell&rsquo;Italia agli organismi internazionali correlati alla ricerca che discendono da obblighi governativi”. Alcuni fondi sono passati dalla missione salute a quella ricerca: l’azione 20.1.3 “Organizzazione e coordinamento delle reti a tutela della salute, in materia di trasfusioni, trapianti, cecità ed altro)” viene spostata sotto l’azione 17.20.2 “Promozione e sviluppo della ricerca sanitaria”.</p>
<p>Ma il fatto nuovo più grave, che porta a una lettura ben più preoccupante di questi dati, è l’impennata dell’inflazione, che nel 2022 è stata dell’8,7% in Italia. L’aumento dei prezzi ha colpito la ricerca sia per l’aggravio dei costi per l’energia utilizzata, sia per il lievitare della spesa per il personale con il recente rinnovo del contratto di lavoro per il personale tecnico-amministrativo. Se ricalcoliamo i dati precedenti trasformandoli in prezzi costanti del 2022, i valori reali sono ridotti dell’8,7% rispetto ai dati del bilancio dello stato, e la dinamica della spesa per ricerca registra un forte appiattimento già a partire dal 2023.</p>
<p>La figura 1 qui sotto mostra l’evoluzione della spesa a prezzi correnti, prevista dal Tavolo tecnico e dal Piano quinquennale per la ricerca, con la bolla dei finanziamenti PNRR che gonfiano temporaneamente la spesa e il rischio di un ritorno ai livelli precedenti a partire dal 2026.</p>
<p><img src="https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2023/legge-bilancio-2023-silenzio-ricerca-esterna-1.png.webp" srcset="https://www.scienzainrete.it/media/_web/720/articoli/2023/legge-bilancio-2023-silenzio-ricerca-esterna-1.png.webp 720w, https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2023/legge-bilancio-2023-silenzio-ricerca-esterna-1.png.webp 1280w" sizes="(max-width: 760px) 100vw, 720px" alt="Figura 1. Andamento 2008-2022 dell’intensità di R&amp;S e previsioni" width="1418" height="822" loading="lazy" decoding="async">
</p>
<p class="didascalia">Figura 1. Andamento 2008-2022 dell’intensità di R&amp;S e previsioni (Fonte: <a href="http://www.lincei.it/it/news/due-lincei-tra-gli-estensori-di-un-piano-quinquennale-la-ricerca-pubblica" rel="noopener">Piano quinquennale 2023-2027 per la ricerca pubblica</a> di Ugo Amaldi, Luigi Ambrosio, Luciano Maiani e Angela Santoni)</p>

<p>Se teniamo conto dell’inflazione attuale e di quella prevista nei prossimi anni, la crescita risulta molto ridimensionata e la caduta del valore reale della spesa interviene molto prima.</p>
<p>È importante che la politica e il mondo della ricerca rompano il silenzio sulla spesa per ricerca. Ricordiamo l&rsquo;<a href="https://www.scienzainrete.it/node/19809">appello</a> sottoscritto, al momento, da 108 società scientifiche italiane rivolto alla ministra MUR Anna Maria Bernini perché difenda le misure PNRR rivolte al potenziamento della ricerca italiana, e perché vengano implementate le misure suggerite lo scorso luglio dal &ldquo;Tavolo tecnico per la Strategia italiana in tema di ricerca fondamentale&rdquo;.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>180 dipartimenti universitari sono eccellenti, ma molti altri non sembrano essere da meno</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/180-dipartimenti-universitari-eccellenti-molti-altri-sembrano-essere/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/180-dipartimenti-universitari-eccellenti-molti-altri-sembrano-essere/</guid><pubDate>Tue, 17 Jan 2023 17:49:00 +0100</pubDate><category>politica-della-ricerca</category><description>Ogni cinque anni il MUR premia con finanziamenti extra 180 dipartimenti il cui lavoro di ricerca viene valutato &amp;amp;ldquo;eccellente&amp;amp;rdquo;. Si tratta di dipartimenti che spiccano per la qualità della ricerca prodotta e per la qualità del progetto di sviluppo. L’obiettivo di questa competizione tra dipartimenti è quello di incentivare, tramite la concorrenza, un costante miglioramento della produzione di ricerca di alta qualità tramite progetti ad alto impatto. Tuttavia il sistema di valutazione mostra alcune criticità che potrebbero inficiare il meccanismo virtuoso immaginato dal legislatore. Ma soprattutto i finanziamenti premiali devono affiancare adeguati finanziamenti ordinari che, come indicato dal piano Amaldi, è necessario crescano molto nei prossimi anni se si vuole consentire alla ricerca italiana di competere in ambito internazionale.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2023/180-dipartimenti-universitari-eccellenti-molti-altri-sembrano-essere-hero.jpg" type="image/jpeg" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2023/180-dipartimenti-universitari-eccellenti-molti-altri-sembrano-essere-hero.jpg" medium="image" type="image/jpeg"/><content:encoded><![CDATA[<p>L’ANVUR, l’agenzia di valutazione della ricerca, ha pubblicato l’elenco dei migliori dipartimenti delle università statali ai quali saranno destinati a ciascuno un finanziamento aggiuntivo da 1 a 1,6 milioni di euro all’anno per cinque anni. Sono finanziamenti diretti al dipartimento a differenza del Fondo di Finanziamento Ordinario (FFO) che va agli atenei nel loro complesso.</p>
<p>I dipartimenti di eccellenza sono un’entità prevista dalla <a href="http://www.gazzettaufficiale.it/eli/id/2016/12/21/16G00242/sg" rel="noopener">Legge 11 dicembre 2016, n. 232</a>, approvata sotto la ministra dell&rsquo;istruzione, dell&rsquo;università e della ricerca Stefania Giannini. Come si legge sul <a href="https://www.mur.gov.it/it/aree-tematiche/universita/programmazione-e-finanziamenti/dipartimenti-di-eccellenza" rel="noopener">sito del Ministero</a> si tratta di dipartimenti “che spiccano per la qualità della ricerca prodotta e per la qualità del progetto di sviluppo”.</p>
<p>Tutto parte dalla VQR, la valutazione della qualità della ricerca affidata all’ANVUR, la cui prima edizione risale al 2011: vennero valutati i risultati nel quinquennio 2004-2010, e gli esiti pubblicati nel 2013. La valutazione è quinquennale, l’ultima ha riguardato gli anni 2015-2019 (<a href="https://www.anvur.it/attivita/vqr/vqr-2015-2019/" rel="noopener">qui gli esiti</a>). Sulla base degli esiti della VQR viene definita la quota premiale del FFO.</p>
<p>Per selezionare i dipartimenti di eccellenza, l’ANVUR ha creato l’Indicatore standardizzato della performance dipartimentale (ISPD): durante la VQR a ogni lavoro di ricerca viene assegnato un punteggio standardizzato in riferimento al settore scientifico disciplinare (SSD), i risultati sono quindi aggregati per ciascun docente, e infine sommati tra i componenti del dipartimento, si ottiene così l’ISPD, da 1 a 100, per ciascuno dei 787 dipartimenti delle università pubbliche (il processo è <a href="https://www.mur.gov.it/sites/default/files/2022-07/Nota%20metodologica%20ISPD%202022.pdf" rel="noopener">spiegato nel dettaglio nella nota metodologia ANVUR del 2022</a>). </p>
<p>Viene quindi redatta una prima graduatoria di 350 dipartimenti (su 787), all’interno della quale le università possono scegliere fino a un massimo di 15 dipartimenti che presentano al ministero un progetto di sviluppo quinquennale del dipartimento, accompagnato da un programma finanziario.</p>
<p>Viene anche stabilito il numero massimo di dipartimenti finanziabili per ciascuna delle 14 aree CUN stabilito dallo stesso Ministro, che per il 2023-2027 era questo:</p>
<ol>
<li>Scienze matematiche e informatiche: 11</li>
<li>Scienze fisiche: 8</li>
<li>Scienze chimiche: 11</li>
<li>Scienze della Terra: 5</li>
<li>Scienze biologiche: 14</li>
<li>Scienze mediche: 20</li>
<li>Scienze agrarie e veterinarie: 10</li>
<li>Ingegneria civile ed Architettura: 13</li>
<li>Ingegneria industriale e dell&rsquo;informazione: 19</li>
<li>Scienze dell’antichità, filologico-letterarie e storico-artistiche: 19</li>
<li>Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche: 12</li>
<li>Scienze giuridiche: 15 </li>
<li>Scienze economiche e statistiche: 18</li>
<li>Scienze politiche e sociali: 5</li>
</ol>
<p>I progetti dei dipartimenti in gara vengono sottoposti alla valutazione di una commissione, <a href="https://www.mur.gov.it/sites/default/files/2022-03/DM%20n.%20230%20del%2014-02-2022.pdf" rel="noopener">nominata dal MUR</a>, di sette componenti di cui sei indicati dal MUR e uno dalla presidenza del consiglio. L’ultima commissione era così composta: Raffaella Sadun (presidente), Emiliana Borrelli, François Bougard, Alessio Figalli, Fabiola Gianotti, Michele Pagano, Paolo Samorì.</p>
<p>Questa commissione deve valutare il progetto del miglior dipartimento di ciascuna università: una volta avuta valutazione positiva del loro progetto questi “campioni” accedono direttamente ai finanziamenti. Deve poi assegnare un punteggio ai progetti rimanenti (massimo 30 punti), combinarlo con il punteggio ISPD (massimo di 70 punti) e stilare quindi una graduatoria finale dei 180 dipartimenti di eccellenza,</p>
<h2 id="i-risultati-della-tornata-2023-2027">I risultati della tornata 2023-2027</h2><p>Nella tornata 2023-2027 sono ben 13 i dipartimenti della Statale di Milano, che nella precedente tornata ne aveva 8 nei migliori 180. A seguire le altre grandi università statali. Dalla tabella si può vedere che le prime 10 posizioni sono sempre occupate dagli stessi atenei che in genere sono i più grandi. A grandi linee nei 180 si trovano i dipartimenti degli atenei maggiori: la qualità sembra andare di pari passo con la quantità. A eccezione di Milano Bicocca e Trento, atenei relativamente piccoli per numero di personale docente che però entrano nei 180 con ben 8 e 7 dipartimenti (in pratica metà dei loro dipartimenti sono eccellenti). Riguardo al confronto fra la prima e la seconda tornata (2018-2022 vs 2023-2027) va segnalata anche l’Università di Pisa, che balza da 2 a 7 dipartimenti, e la Federico II di Napoli (da 5 a 12 dipartimenti) che primeggia nel sud Italia.</p>
<p>[TABLE]</p>
<p>Tabella1. Iscritti: <a href="https://anagrafe.miur.it/php5/home.php?&amp;anni=2019-20&amp;categorie=ateneo&amp;status=iscritti&amp;tipo_corso=TT&amp;&amp;order_by=i" rel="noopener">Anagrafe MIUR</a>; personale: <a href="http://dati.ustat.miur.it/dataset/personale-universitario" rel="noopener">http://dati.ustat.miur.it</a>. Per il personale: collaboratori in attività di ricerca; collaboratori linguistici; personale docente a contratto; personale tecnico-amministrativo; professore I/II fascia; ricercatore a tempo indeterminato/determinato; titolare di assegno di ricerca.</p>
<p>Ci sono anche altre università molto grandi che hanno ottenuto poco, per esempio Palermo e Bari, con circa 3.400 persone impiegate, sono in classifica rispettivamente con 1 e 2 dipartimenti.</p>
<h2 id="i-fondi">I fondi</h2><p>Cosa accade ai 180 dipartimenti di eccellenza? Riceveranno, anche in proporzione al numero dei dipendenti, per cinque anni un contributo che va da 1 milione a 1,6 milioni all’anno. Sono 271 milioni di euro per cinque anni, 1,3 miliardi di euro in totale, con una media per ateneo di circa 4 milioni di euro all’anno.</p>
<p>Inoltre ai dipartimenti delle aree CUN da 1 a 9 (le materie scientifiche) sarà anche   assegnato un budget di 250 mila euro annui “vincolato a infrastrutture di ricerca”.</p>
<p>Alla fine dei cinque anni è prevista anche una valutazione del progetto portato a termine. In caso di valutazione negativa il dipartimento non potrà partecipare alla prossima valutazione, 2028-2032.</p>
<p>Nel quinquennio 2018-2022 Bologna si è potuta aggiudicare con 14 dipartimenti circa 100 milioni di euro in 5 anni, quindi la Statale di Milano può aspettarsi di raddoppiare i 50 milioni ottenuti con 8 dipartimenti nel 2022.</p>
<p>Milano nel complesso è in vetta a questa classifica: tra Statale, Bicocca e Politecnico ha 28 dipartimenti finanziati. Poi Roma con 19 (Sapienza, Tor Vergata, Roma tre) e Napoli 14 (Federico II, l’Orientale, Parthenope). Se si considerano tutte e due le tornate Bologna si è garantita finanziamenti per 25 dipartimenti, Padova 24, Milano Statale 21.</p>
<h2 id="criticità">Criticità</h2><p>L’obiettivo di questa competizione tra dipartimenti era quello di incentivare, tramite la concorrenza, un costante miglioramento della produzione di ricerca di alta qualità tramite progetti ad alto impatto.</p>
<p>Tra le obiezioni della prima ora il timore che in realtà questo meccanismo premiasse i dipartimenti di atenei già ricchi ed efficienti e non desse modo agli ultimi di riallinearsi. In realtà si può vedere che nel nuovo elenco dei primi 350 dipartimenti circa un terzo non compariva nel precedente, segno che chi era rimasto escluso ha comunque avuto gli strumenti per contendere i fondi alla seconda tornata. Tuttavia sia nella prima sia nella seconda edizione la distribuzione dei fondi si è concentrata soprattutto nelle università del nord. Inoltre non è noto il punteggio dei dipartimenti dalle posizioni dalla 350 in giù e nulla si sa di eventuali azioni intraprese per migliorare la loro situazione.</p>
<h2 id="una-classifica-troppo-corta">Una classifica troppo corta</h2><p>Alcune critiche più radicali contestano l’assunto che il meccanismo creato da ANVUR sia in grado di rilevare la qualità della ricerca e il suo impatto, e quindi selezionare i dipartimenti eccellenti, e individuano difetti nella formula per creare l’ISPD (si veda per esempio <a href="https://aisberg.unibg.it/handle/10446/95277?mode=complete" rel="noopener">Lucio Bertoli Barsotti</a> dell’Università di Bergamo su <a href="https://www.roars.it/online/le-incongruenze-dellispd-e-i-dipartimenti-di-eccellenza/" rel="noopener">ROARS</a>). </p>
<p>Vero è che, se si analizzano i punteggi dei primi 350 dipartimenti, si può notare che la classifica è molto schiacciata verso la parte alta: ben 195 dipartimenti con punteggio tra 99 e 100).</p>
<p>Figura 1. Distribuzione dei punteggi ISPD per i 350 dipartimenti con punteggio più alto. Si può vedere che la gran parte dei dipartimenti, tre quarti, ha un punteggio compreso tra 94  e 100, e la mediana (la linea orizzontale più scura) è sopra a 99. Pochi altri dipartimenti, un terzo, hanno punteggi compresi tra 73 e 94. </p>
<p>Questo rende difficile il compito di selezionare i migliori 180 come appare da una <a href="https://www.unipd.it/sites/unipd.it/files/2018/6-La%20scelta%20dei%20dipartimenti%20di%20eccellenza%20di%20Unipd.pdf" rel="noopener">nota del 2017 dell’università di Padova</a> in cui si esplicita la difficoltà, interna, di scegliere tra i 15 dipartimenti da inviare alla competizione finale “in un contesto di forte incertezza-competitività complessiva determinato dallo schiacciamento delle posizioni in termini di ISPD”.</p>
<p>I criteri di selezione sembrano caratterizzati da una certa arbitrarietà e non sono sufficienti per stilare una graduatoria accurata per la parte alta della classifica: restano esclusi molti eccellenti e l’unica ragione sembra essere il caso, producendo così un effetto lotteria che non contribuisce a stimolare la competizione sulla base di nuove idee e del merito.</p>
<p>Da notare anche che, nel caso dei dipartimenti di eccellenza, i fondi a disposizione sono rimasti al palo dopo cinque anni (gli stessi 271 milioni del 2018). Se la ricerca italiana è in generale di ottimo livello, anche i fondi, ordinari e  premiali, dovrebbero adeguarsi come indicato dal <a href="https://www.scienzainrete.it/articoli/firma-tu-piano-amaldi-raddoppiare-budget-ricerca/">piano Amaldi</a> e chiesto dalla <a href="https://www.scienzainrete.it/articoli/prossimi-5-anni-bisogna-spendere-ricerca-molto-piu/">commissione tecnica</a> del MUR nel 2022.</p>
<p>Di seguito la tabella con tutti i 180 dipartimenti di eccellenza (fonte: <a href="https://www.mur.gov.it/it/aree-tematiche/universita/programmazione-e-finanziamenti/dipartimenti-di-eccellenza" rel="noopener">MUR</a>)</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Appello a ministra Bernini: cogliere le opportunità del PNRR per la ricerca</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/appello-ministra-bernini-cogliere-opportunita-pnrr-ricerca/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/appello-ministra-bernini-cogliere-opportunita-pnrr-ricerca/</guid><pubDate>Thu, 15 Dec 2022 12:55:00 +0100</pubDate><category>politica-della-ricerca</category><description>Il nuovo governo trovi il tempo di occuparsi di ricerca, sfruttando appieno le opportunità di finanziamento presenti nel PNRR: è l&amp;amp;rsquo;appello urgente che 108.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2022/appello-ministra-bernini-cogliere-opportunita-pnrr-ricerca-hero.jpeg" type="image/jpeg" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2022/appello-ministra-bernini-cogliere-opportunita-pnrr-ricerca-hero.jpeg" medium="image" type="image/jpeg"/><content:encoded><![CDATA[<p>Il nuovo governo trovi il tempo di occuparsi di ricerca, sfruttando appieno le opportunità di finanziamento presenti nel PNRR: è l&rsquo;appello urgente che <strong>108 società scientifiche</strong> italiane mandano alla ministra del MUR Anna Maria Bernini.</p>
<p>«L’università e la ricerca italiana hanno vissuto anni difficili, segnati da riduzioni di finanziamenti per la ricerca pubblica, dal calo del personale universitario per il mancato turnover, da un aumento delle posizioni temporanee, dall’emigrazione di giovani ricercatori italiani all’estero», scrivono i presidenti delle società nella lettera aperta riportata per esteso sotto l&rsquo;articolo. «Solo in questi ultimi anni abbiamo avuto un recupero di risorse e l’opportunità offerta dai finanziamenti del PNRR destinati a università e ricerca. Si tratta, a nostro avviso, di un’opportunità da cogliere pienamente: il Paese ha l’occasione di ridurre il ritardo in questo campo rispetto ai maggiori paesi europei, e di stabilizzare per i prossimi anni la spesa per ricerca a un livello dello 0,70%-0,75% del Prodotto interno lordo».</p>
<p>Questo dovrebbe accadere da subito, vale a dire «dal prossimo bilancio dello Stato» scrivono gli scienziati, che citano espressamente i risultati del Tavolo tecnico istituito sotto il precedente governo che invita di fatto a rendere stabile il nuovo livello di finanziamenti che si raggiungerà con le misure previste dal PNRR, oltre a misure volte al reclutamento di nuovi ricercatori, potenziamento delle infrastrutture di ricerca e nuove procedure per la valutazione, eventualmente anche con un organo indipendente dedicato.</p>
<p>Per la precisione l&rsquo;aumento finanziario dovrebbe essere, oltre agli incrementi già deliberati dal MUR, pari a «200 milioni per il 2023, 800 milioni per il 2024 e 2000 milioni per il 2025. In questo modo, nel quadro di un piano quinquennale di 10,4 miliardi, sarà possibile stabilizzare la spesa ai citati livelli del Prodotto interno lordo e accompagnare con risorse adeguate i cambiamenti introdotti nel reclutamento universitario dal recente Decreto Legge 36/2022, convertito nella Legge n. 79/2022».</p>
<h2 id="il-testo-della-lettera">Il testo della lettera</h2><p><em>Oggetto: Lettera per la ricerca pubblica in Italia</em></p>
<p>On. Ministro Bernini,</p>
<p>L’università e la ricerca italiana hanno vissuto anni difficili, segnati da riduzioni di finanziamenti per la ricerca pubblica, dal calo del personale universitario per il mancato turnover, da un aumento delle posizioni temporanee, dall’emigrazione di giovani ricercatori italiani all’estero. Solo in questi ultimi anni abbiamo avuto un recupero di risorse e l’opportunità offerta dai finanziamenti del PNRR destinati a università e ricerca. Si tratta - a nostro avviso - di un’opportunità da cogliere pienamente: il Paese ha l’occasione di ridurre il ritardo in questo campo rispetto ai maggiori paesi europei, e di stabilizzare per i prossimi anni la spesa per ricerca a un livello dello 0,70%-0,75% del Prodotto interno lordo.</p>
<p>Come presidenti di <strong>108 società scientifiche</strong> italiane, che rappresentano migliaia di docenti universitari e ricercatori del Paese, siamo impegnati ad affermare la ricerca italiana nel contesto internazionale, a valorizzarne i risultati, a qualificare l’insegnamento universitario e avvicinarlo alle esigenze dei giovani e del Paese.</p>
<p>Nei mesi scorsi, abbiamo seguito con grande interesse il lavoro svolto dal <em>Tavolo tecnico per la Strategia italiana in tema di ricerca fondamentale</em>. Il documento finale pubblicato nel luglio 2022, <em>Proposte del Tavolo tecnico per la Strategia italiana in tema di ricerca fondamentale,</em> delinea con efficacia i problemi attuali e le possibilità di intervento (<a href="https://www.mur.gov.it/it/news/martedi-19072022/strategia-italiana-la-ricerca-fondamentale-ecco-la-proposta-oltre-il-pnrr" rel="noopener">https://www.mur.gov.it/it/news/martedi-19072022/strategia-italiana-la-ricerca-fondamentale-ecco-la-proposta-oltre-il-pnrr</a>). In particolare, propone interventi sulla valutazione e sul finanziamento dei progetti scientifici e segnala l’esigenza di una programmazione della spesa per la ricerca pubblica in Italia proponendo una spesa aggiuntiva, rispetto ai finanziamenti MUR già deliberati, di 200 milioni per il 2023, di 800 milioni per il 2024 e di 2000 milioni per il 2025. In questo modo, nel quadro di un piano quinquennale di 10,4 miliardi, sarà possibile stabilizzare la spesa ai citati livelli del Prodotto interno lordo e accompagnare con risorse adeguate i cambiamenti introdotti nel reclutamento universitario dal recente Decreto Legge 36/2022, convertito nella Legge n. 79/2022.</p>
<p>Ci auguriamo che la Sua attività di Ministro, a partire dal prossimo bilancio dello Stato, possa tener conto del lavoro svolto dal Tavolo e recepire le proposte avanzate per il finanziamento della ricerca in Italia. Siamo a disposizione per un confronto su queste proposte e per collaborare alla loro realizzazione.</p>
<p>Con i più cordiali saluti,</p>
<p><em>I presidenti di 108 Società scientifiche italiane</em></p>
<h2 id="1-il-presidente-dellassociazione-antropologica-italiana-luca-sineo-2-la-presidente-dellassociazione-degli-italianisti-silvia-tatti-3-il-presidente-dellassociazione-energy-finance-italia-tiziano-vargiolu-4-il-presidente-dellassociazione-genetica-italiana-michele-morgante-5-il-presidente-dellassociazione-italiana-di-economia-agraria-e-applicata-simone-severini-6-la-presidente-dellassociazione-italiana-di-economia-sanitaria-aleksandra-torbica-7-il-presidente-dellassociazione-italiana-economisti-del-lavoro-lorenzo-cappellari-----8-il-presidente-onorario-dellassociazione-italiana-economisti-dellenergia-carlo-andrea-bollino-9-il-presidente-dellassociazione-italiana-di-fisica-medica-e-sanitaria-carlo-cavedon-10-il-presidente-dellassociazione-italiana-di-neuroimmunologia-roberto-furlan-11-la-presidente-dellassociazione-italiana-di-radioterapia-e-oncologia-clinica-cinzia-iotti-12-il-presidente-della-società-italiana-di-spettroscopia-neutronica-fabio-bruni-13-il-presidente-dellassociazione-italiana-di-ricerca-operativa-dario-pacciarelli-14-il-presidente-dellassociazione-italiana-di-scienze-regionali-domenico-scalera-15-il-presidente-dellassociazione-italiana-per-la-ricerca-in-computer-vision-pattern-recognition-e-machine-learning-niculae-sebe-16-il-presidente-dellassociazione-per-la-storia-della-lingua-italiana-pietro-trifone-17-il-presidente-dellassociazione-italiana-per-lo-studio-dei-sistemi-economici-comparati-dario-sciulli-18-la-presidente-dellassociazione-italiana-di-cristallografia-angela-altomare-19-il-presidente-della-consulta-universitaria-del-greco-giuseppe-zanetto-20-il-presidente-della-consulta-universitaria-di-studi-latini-mario-de-nonno-21-il-presidente-di-economists-for-peace-and-security-italia-raul-caruso-22-il-presidente-della-federazione-italiana-scienze-della-vita-gennaro-ciliberto-23-il-presidente-del-gruppo-di-informatica-fabio-gadducci-24-il-presidente-dellassociazione-italiana-degli-economisti-dellambiente-e-delle-risorse-naturali-alessio-damato-25-il-presidente-della-società-chimica-italiana-gaetano-guerra-26-il-presidente-della-società-italiana-di-mineralogia-e-petrologia-francesco-princivalle-27-il-presidente-della-società-italiana-di-biochimica-e-biologiamolecolare-martino-bolognesi-28-la-presidente-della-società-italiana-di-biofisica-e-biologia-molecolare-valeria-poli-29-la-presidente-della-società-italiana-di-biologia-evoluzionistica-silvia-ghirotto-30-il-presidente-della-società-italiana-di-biologia-sperimentale-francesco-cappello-31-la-presidente-della-società-italiana-di-biologia-vegetale-laura-de-gara-32-il-presidente-della-società-italiana-di-diritto-ed-economia-giovanni-ramello-33-la-presidente-della-societàitaliana-di-econometria-monica-billio-34-il-presidente-della-società-italiana-di-economia-mario-pianta-35-il-presidente-della-società-italiana-di-economia-dello-sviluppo-federico-perali-36-il-presidente-della-società-italiana-di-economia-e-politica-industriale-donato-iacobucci-37-la-presidente-della-società-italiana-di-economiapubblica-rosella-levaggi-38-il-presidente-della-società-italiana-economisti-dei-trasporti-e-della-logistica-claudio-ferrari-39-la-presidente-della-società-dei-filologi-della-letteratura-italiana-daniela-gionta-40-la-presidente-della-società-italiana-di-filologia-romanza-maria-luisa-meneghetti-41-la-presidente-della-società-italiana-di-fisica-angela-bracco-42-il-presidente-della-società-italiana-di-fisiologia-fiorenzo-conti-43-il-presidente-della-società-italiana-di-genetica-agraria-edgardo-filippone-44-il-presidente-della-società-italiana-di-genetica-umana-achille-iolascon-45-il-presidente-della-società-italiana-di-immunologia-immunologia-clinica-ed-allergologia-marco-cassatella-46-il-presidente-della-società-italiana-di-logica-e-filosofia-delle-scienze-vincenzo-fano-47-il-presidente-della-società-italiana-di-matematica-applicata-ed-industriale-luca-formaggia-48-la-presidente-della-società-italiana-di-mutagenesi-ambientale-e-genomica-antonella-russo-49-il-presidente-della-società-italiana-di-nefrologia-stefano-bianchi-50-il-presidente-della-società-italiana-di-statistica-corrado-crocetta-51-il-presidente-della-società-italiana-per-la-storia-delletà-moderna-antonino-de-francesco-52-la-presidente-della-società-italiana-per-lo-studio-della-storia-contemporanea-daniela-luigia-caglioti-53-il-presidente-dellunione-matematica-italiana-piermarco-cannarsa-54-il-presidente-dellassociazione-ispanisti-italiani-marco-presotto-55-il-presidente-dellassociazione-italiana-di-cultura-classica-mario-capasso-56-il-presidente-dellassociazione-italiana-di-anglistica-carlo-maria-bajetta-57-il-presidente-dellassociazione-italiana-di-filologia-germanica-alessandro-zironi-58-la-presidente-dellassociazione-italiana-di-germanistica-emilia-fiandra-59-la-presidente-dellassociazione-italiana-di-studi-cinesi-marina-miranda-60-la-presidente-dellassociazione-nazionale-docenti-di-anglistica-antonella-riem-61-il-presidente-dellassociazione-di-teoria-e-storia-comparata-della-letteratura-massimo-fusillo-62-il-presidente-della-consulta-di-critica-letteraria-e-letterature-comparate-stefano-calabrese-63-il-presidente-della-consulta-universitaria-del-cinema-giacomo-manzoli-64-il-presidente-della-consulta-universitaria-di-filologia-classica-aldo-corcella-65-il-presidente-della-consulta-universitaria-nazionale-per-la-storia-dellarte-enrico-parlato-66-il-presidente-della-consulta-universitaria-di-papirologia-guido-bastianini-67-la-presidente-della-consulta-universitaria-per-la-storia-greca-e-romana-lucia-criscuolo-68-la-presidente-della-società-italiana-luce-di-sincrotrone-cinzia-giannini-69-il-presidente-della-consulta-universitaria-di-teatro-alberto-bentoglio-70-il-presidente-della-federazione-delle-consulte-universitarie-di-archeologia-giuliano-volpe-71-la-presidente-della-società-italiana-di-glottologia-anna-marinetti-72-il-presidente-della-società-italiana-per-lo-studio-della-modernità-letteraria-giuseppe-langella-73-il-presidente-della-società-di-linguistica-italiana-giuliano-bernini-74-il-presidente-della-società-degli-archeologi-medievisti-italiani-paul-arthur-75-la-presidente-della-società-universitaria-per-gli-studi-di-lingua-e-letteratura-francese-patrizia-oppici-76-il-presidente-della-società-italiana-degli-storici-medievisti-francesco-panarelli-77-il-presidente-dellassociazione-italiana-docenti-universitari-scienze-archivistiche-federico-valacchi-78-il-presidente-dellassociazione-italiana-di-psicologia-santo-di-nuovo-79-il-presidente-del-centro-italiano-per-la-ricerca-storico-educativa-fulvio-de-giorgi-80-il-presidente-della-consulta-nazionale-di-filosofia-adriano-fabris-81-il-presidente-della-società-italiana-di-antropologia-culturale-ferdinando-mirizzi-82-il-presidente-della-società-italiana-di-pedagogia-pierluigi-malavasi-83-il-presidente-della-società-italiana-di-ricerca-didattica-pietro-lucisano-84-la-presidente-della-società-italiana-per-la-ricerca-educativa-e-formativa-liliana-dozza-85-la-presidente-dellassociazione-per-linformatica-umanistica-e-la-cultura-digitale-marina-buzzoni-86-la-presidente-dellassociazione-geografe-e-geografi-italiani-elena-dellagnese-87-la-presidente-della-società-italiana-di-ecologiaelisa-anna-fano-88-il-presidente-della-società-italiana-di-medicina-interna-giorgio-sesti-89-il-presidente-della-società-italiana-di-statistica-medica-ed-epidemiologia-clinica-paolo-trerotoli-90-il-presidente-della-società-italiana-di-relatività-generale-e-fisica-della-gravitazione-stefano-liberati-91-il-presidente-dellassociazione-italiana-docenti-universitari-alfonso-barbarisi-92-il-presidente-della-società-astronomica-italiana-roberto-buonanno-93-il-presidente-della-società-italiana-di-neuroscienze-alessandro-vercelli-94-la-presidente-dellassociazione-italiana-per-lo-studio-del-dolore-maria-caterina-pace-95-il-presidente-della-consulta-universitaria-di-topografia-antica-paolo-liverani-96-la-presidente-della-società-italiana-di-biologia-marina-antonella-penna-97-il-presidente-dellaccademia-italiana-di-economia-aziendale-michele-pizzo-98-il-presidente-dellassociazione-italiana-delle-società-scientifiche-agrariemassimo-tagliavini-99-il-presidente-delcollegio-dei-docenti-di-istologia-ed-embriologiagianpaolo-papaccio-100-il-presidente-della-società-scientifica-brayngiovanni-ferrara-101-il-presidente-dellasocietà-italiana-di-sociologia-economicagabriele-ballarino-102-il-presidente-della-società-italiana-di-anatomia-e-istologialucio-ildebrando-maria-cocco-103-la-presidente-della-società-italiana-di-istochimicaroberta-di-pietro-104-il-presidente-dellassociazione-italiana-di-valutazionegabriele-tomei-105il-presidente-della-società-italiana-di-farmacologia-giuseppe-cirino-106il-presidente-dellaassociazione-italiana-per-lintelligenza-artificialegianluigi-greco-107-la-presidente-del-gruppo-ricercatori-e-utenti-logic-programmingstefania-costantini-108-la-presidente-della-società-per-gli-studi-sul-medio-oriente-monica-ruocco" class="titolo-minore">1. Il presidente dell&rsquo;Associazione antropologica italiana, Luca Sineo 2. La presidente dell&rsquo;Associazione degli italianisti, Silvia Tatti 3. Il presidente dell&rsquo;Associazione energy finance Italia, Tiziano Vargiolu 4. Il presidente dell&rsquo;Associazione genetica italiana, Michele Morgante 5. Il presidente dell&rsquo;Associazione italiana di economia agraria e applicata, Simone Severini 6. La presidente dell&rsquo;Associazione italiana di economia sanitaria, Aleksandra Torbica 7. Il presidente dell&rsquo;Associazione italiana economisti del lavoro, Lorenzo Cappellari          8. Il presidente onorario dell&rsquo;Associazione italiana economisti dell’energia, Carlo Andrea Bollino 9. Il presidente dell&rsquo;Associazione italiana di fisica medica e sanitaria, Carlo Cavedon 10. Il presidente dell&rsquo;Associazione italiana di neuroimmunologia, Roberto Furlan 11. La presidente dell’Associazione italiana di radioterapia e oncologia clinica, Cinzia Iotti 12. Il presidente della Società italiana di spettroscopia neutronica, Fabio Bruni 13. Il presidente dell&rsquo;Associazione italiana di ricerca operativa, Dario Pacciarelli 14. Il presidente dell&rsquo;Associazione italiana di scienze regionali, Domenico Scalera 15. Il presidente dell&rsquo;Associazione italiana per la ricerca in computer vision, pattern recognition e machine learning, Niculae Sebe 16. Il presidente dell&rsquo;Associazione per la storia della lingua italiana, Pietro Trifone 17. Il presidente dell&rsquo;Associazione italiana per lo studio dei sistemi economici comparati, Dario Sciulli 18. La presidente dell&rsquo;Associazione italiana di cristallografia, Angela Altomare 19. Il presidente della Consulta universitaria del greco, Giuseppe Zanetto 20. Il presidente della Consulta universitaria di studi latini, Mario De Nonno 21. Il presidente di Economists for peace and security Italia, Raul Caruso 22. Il presidente della Federazione italiana scienze della vita, Gennaro Ciliberto 23. Il presidente del Gruppo di informatica, Fabio Gadducci 24. Il presidente dell&rsquo;Associazione italiana degli economisti dell&rsquo;ambiente e delle risorse naturali, Alessio D&rsquo;Amato 25. Il presidente della Società chimica italiana, Gaetano Guerra 26. Il presidente della Società italiana di mineralogia e petrologia, Francesco Princivalle 27. Il presidente della Società italiana di biochimica e biologia molecolare, Martino Bolognesi 28. La presidente della Società italiana di biofisica e biologia molecolare, Valeria Poli 29. La presidente della Società italiana di biologia evoluzionistica, Silvia Ghirotto 30. Il presidente della Società italiana di biologia sperimentale, Francesco Cappello 31. La presidente della Società italiana di biologia vegetale, Laura De Gara 32. Il presidente della Società italiana di diritto ed economia, Giovanni Ramello 33. La presidente della Società italiana di econometria, Monica Billio 34. Il presidente della Società italiana di economia, Mario Pianta 35. Il presidente della Società italiana di economia dello sviluppo, Federico Perali 36. Il presidente della Società italiana di economia e politica industriale, Donato Iacobucci 37. La presidente della Società italiana di economia pubblica, Rosella Levaggi 38. Il presidente della Società italiana economisti dei trasporti e della Logistica, Claudio Ferrari 39. La presidente della Società dei filologi della letteratura italiana, Daniela Gionta 40. La presidente della Società italiana di filologia romanza, Maria Luisa Meneghetti 41. La presidente della Società italiana di fisica, Angela Bracco 42. Il presidente della Società italiana di fisiologia, Fiorenzo Conti 43. Il presidente della Società italiana di genetica agraria, Edgardo Filippone 44. Il presidente della Società italiana di genetica umana, Achille Iolascon 45. Il presidente della Società italiana di immunologia, immunologia clinica ed allergologia, Marco Cassatella 46. Il presidente della Società italiana di logica e filosofia delle scienze, Vincenzo Fano 47. Il presidente della Società italiana di matematica applicata ed industriale, Luca Formaggia 48. La presidente della Società italiana di mutagenesi ambientale e genomica, Antonella Russo 49. Il presidente della Società italiana di nefrologia, Stefano Bianchi 50. Il presidente della Società italiana di statistica, Corrado Crocetta 51. Il presidente della Società italiana per la storia dell&rsquo;età moderna, Antonino De Francesco 52. La presidente della Società italiana per lo Studio della Storia Contemporanea, Daniela Luigia Caglioti 53. Il presidente dell’Unione matematica italiana, Piermarco Cannarsa 54. Il presidente dell&rsquo;Associazione ispanisti italiani, Marco Presotto 55. Il presidente dell&rsquo;Associazione italiana di cultura classica, Mario Capasso 56. Il presidente dell&rsquo;Associazione italiana di anglistica, Carlo Maria Bajetta 57. Il presidente dell&rsquo;Associazione italiana di filologia germanica, Alessandro Zironi 58. La presidente dell&rsquo;Associazione italiana di germanistica, Emilia Fiandra 59. La presidente dell&rsquo;Associazione italiana di studi cinesi, Marina Miranda 60. La presidente dell&rsquo;Associazione nazionale docenti di anglistica, Antonella Riem 61. Il presidente dell&rsquo;Associazione di teoria e storia comparata della letteratura, Massimo Fusillo 62. Il presidente della Consulta di critica letteraria e letterature comparate, Stefano Calabrese 63. Il presidente della Consulta universitaria del cinema, Giacomo Manzoli 64. Il presidente della Consulta universitaria di filologia classica, Aldo Corcella 65. Il presidente della Consulta universitaria nazionale per la Storia dell&rsquo;Arte, Enrico Parlato 66. Il presidente della Consulta universitaria di papirologia, Guido Bastianini 67. La presidente della Consulta universitaria per la storia greca e romana, Lucia Criscuolo 68. La presidente della Società italiana luce di sincrotrone, Cinzia Giannini 69. Il presidente della Consulta universitaria di teatro, Alberto Bentoglio 70. Il presidente della Federazione delle consulte universitarie di archeologia, Giuliano Volpe 71. La presidente della Società italiana di glottologia, Anna Marinetti 72. Il presidente della Società italiana per lo studio della modernità letteraria, Giuseppe Langella 73. Il presidente della Società di linguistica italiana, Giuliano Bernini 74. Il presidente della Società degli archeologi medievisti italiani, Paul Arthur 75. La presidente della Società universitaria per gli studi di lingua e letteratura francese, Patrizia Oppici 76. Il presidente della Società italiana degli storici medievisti, Francesco Panarelli 77. Il presidente dell&rsquo;Associazione italiana docenti universitari scienze archivistiche, Federico Valacchi  78. Il presidente dell&rsquo;Associazione italiana di psicologia, Santo di Nuovo 79. Il presidente del Centro italiano per la ricerca storico-educativa, Fulvio De Giorgi 80. Il presidente della Consulta nazionale di filosofia, Adriano Fabris 81. Il presidente della Società italiana di antropologia culturale, Ferdinando Mirizzi 82. Il presidente della Società italiana di pedagogia, Pierluigi Malavasi 83. Il presidente della Società italiana di ricerca didattica, Pietro Lucisano 84. La presidente della Società italiana per la ricerca educativa e formativa, Liliana Dozza 85. La presidente dell&rsquo;Associazione per l’informatica umanistica e la cultura digitale, Marina Buzzoni 86. La presidente dell&rsquo;Associazione geografe e geografi italiani, Elena Dell&rsquo;Agnese 87. La presidente della Società italiana di ecologia, Elisa Anna Fano 88. Il presidente della Società italiana di medicina interna, Giorgio Sesti 89. Il presidente della Società italiana di statistica medica ed epidemiologia clinica, Paolo Trerotoli 90. Il presidente della Società italiana di relatività generale e fisica della gravitazione, Stefano Liberati 91. Il presidente dell&rsquo;Associazione italiana docenti universitari, Alfonso Barbarisi 92. Il presidente della Società astronomica italiana, Roberto Buonanno 93. Il presidente della Società italiana di neuroscienze, Alessandro Vercelli 94. La presidente dell&rsquo;Associazione italiana per lo studio del dolore, Maria Caterina Pace 95. Il presidente della Consulta universitaria di topografia antica, Paolo Liverani 96. La presidente della Società italiana di biologia marina, Antonella Penna 97. Il presidente dell&rsquo;Accademia italiana di economia aziendale, Michele Pizzo 98. Il presidente dell&rsquo;Associazione italiana delle società scientifiche agrarie, Massimo Tagliavini 99. Il presidente del Collegio dei docenti di istologia ed embriologia, Gianpaolo Papaccio 100. Il presidente della Società scientifica BraYn, Giovanni Ferrara 101. Il presidente della Società italiana di sociologia economica, Gabriele Ballarino 102. Il presidente della Società italiana di anatomia e istologia, Lucio Ildebrando Maria Cocco 103. La presidente della Società italiana di istochimica, Roberta Di Pietro 104. Il presidente dell&rsquo;Associazione italiana di valutazione, Gabriele Tomei 105. Il presidente della Società italiana di farmacologia, Giuseppe Cirino 106. Il presidente della Associazione italiana per l&rsquo;intelligenza artificiale, Gianluigi Greco 107. La presidente del Gruppo Ricercatori e Utenti Logic Programming, Stefania Costantini  108. La presidente della Società per gli studi sul Medio Oriente, Monica Ruocco</h2><p>Sono gradite nuove adesioni da parte di altre società scientifiche. Le adesioni possono essere inviate via mail a <a href="mailto:info@scienzainrete.it?subject=Adesione%20appello">info@scienzainrete.it</a> (Per agevolare la verifica dell&rsquo;adesione si raccomanda di inviare la mail da un indirizzo dell&rsquo;associazione).</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Dall'Europa un accordo per ripensare la valutazione della ricerca</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/dalleuropa-accordo-ripensare-valutazione-ricerca/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/dalleuropa-accordo-ripensare-valutazione-ricerca/</guid><pubDate>Mon, 28 Nov 2022 10:13:00 +0100</pubDate><dc:creator>Elena D'Alessandro</dc:creator><category>politica-della-ricerca</category><description>Le regole di valutazione oggi in uso per la ricerca non sempre sono allineate con i principi della scienza aperta, della qualità e dell’integrità: per questa ragione, la Commissione Europea ha pubblicato l’Agreement on Reforming Research Assessment,  i cui firmatari sono tenuti a rispettare dieci chiari impegni per promuovere la valutazione qualitativa basata sulla peer review, considerare il valore e l’impatto di una pluralità di risultati della ricerca,  supportare la scienza collaborativa e la collaborazione aperta e la condivisione di risultati e dati preliminari.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2022/dalleuropa-accordo-ripensare-valutazione-ricerca-hero.jpg" type="image/jpeg" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2022/dalleuropa-accordo-ripensare-valutazione-ricerca-hero.jpg" medium="image" type="image/jpeg"/><content:encoded><![CDATA[<p>Il sistema attuale della ricerca e della comunicazione scientifica si costruisce su regole di valutazione che non sempre sono allineate con i principi della scienza aperta, della qualità e dell’integrità. I parametri di giudizio si concentrano sulle pubblicazioni, ovvero sulla sintesi finale del percorso di ricerca, che tralascia tutto quanto ha riguardato i processi intermedi. Per questo motivo, la Commissione Europea, ben consapevole dei limiti intrinseci ai metodi di valutazione attuali, ha lanciato un’iniziativa per ridefinire la valutazione della ricerca, raccogliendo le spinte e il fermento che già da diversi anni vanno nella direzione di azioni concrete verso il cambiamento.</p>
<p>Il modo di fare ricerca si evolve. I valori della collaborazione, delle pratiche della scienza aperta, della condivisione dei risultati prevalgono sempre di più sulla competizione. La digitalizzazione ha cambiato il modo di lavorare e questa trasformazione ha riguardato risultati e processi della ricerca e dell’innovazione in tutte le loro forme, compresi set di dati, software, codici, metodologie, protocolli e brevetti e non solo le pubblicazioni; la trasformazione apre a percorsi di carriera eterogenei, a varie discipline di ricerca, alla diversità, alla parità di genere.</p>
<p>La comunicazione e la valutazione corrente della scienza hanno condotto sempre più verso comportamenti dubbi quando non scorretti: la <em>publish or perish culture</em>, ovvero la corsa a pubblicare, a svilire l’importanza dei processi in favore del risultato, a premiare la quantità delle pubblicazioni e di pubblicazioni su riviste rispondenti a determinati canoni, riconosciuti come elementi distorsivi (Journal Impact Factor, H-Index e indicatori bibliometrici quantitativi in generale). Ci si è quindi interrogati sull’appropriatezza del sistema di valutazione attuale e ne è emersa l’urgenza di un’azione di riforma concreta e non di mera forma.</p>
<h2 id="la-lunga-strada-che-porta-allaccordo-europeo">La lunga strada che porta all&rsquo;accordo europeo</h2><p>Nel gennaio 2021 la Commissione Europea ha dato formalmente l’avvio a un processo di consultazione per riformare la valutazione della ricerca scientifica, azione poi sfociata nella pubblicazione dell’Agreement on Reforming Research Assessment, avvenuta il 20 luglio 2022. L’Accordo è attualmente aperto alla sottoscrizione di università, enti di ricerca e agenzie di finanziamento.</p>
<p>Ma quali sono stati gli avamposti della riforma? La <a href="https://sfdora.org/" rel="noopener">San Francisco Declaration on Research Assessment</a> (DORA, 2013) ha rappresentato una premessa teorica essenziale: ha stabilito raccomandazioni per migliorare la maniera in cui i prodotti della ricerca scientifica sono valutati e ha raccomandato in particolare la valorizzazione del merito intrinseco della ricerca, escludendo le misurazioni basate su metriche quantitative, come il Journal Impact Factor. <a href="http://www.leidenmanifesto.org/" rel="noopener">The Leiden Manifesto for Research Metrics</a> (2015) e <a href="https://wcrif.org/guidance/hong-kong-principles" rel="noopener">Hong Kong Principles for Research Assessment</a> (2019) hanno definito i principi per assicurare che i ricercatori siano incentivati a pratiche a supporto dell’integrità della ricerca. Non sono mancate azioni con impatto a livello nazionale, come il <a href="https://sfdora.org/resource/room-for-everyones-talent/" rel="noopener"><em>Room for everyone’s talent</em></a>, che ha unito le forze di diversi stakeholder a livello nazionale in Olanda, come università ed enti finanziatori della ricerca, per promuovere cambiamenti nella valutazione della scienza.</p>
<p>Il fermento alla base di questi movimenti nazionali e sovranazionali ha innescato il processo per la riforma in atto, accelerato in maniera dirompente dalla pandemia di Covid-19, che ha reso lampanti molti limiti del sistema di comunicazione della scienza e fatto emergere enormi contraddizioni.</p>
<p>Tedros Adhanom Ghebreyesus, direttore generale dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, immediatamente dopo l’inizio della pandemia, invitava tutti i paesi, le aziende e le istituzioni di ricerca a rendere liberamente accessibili dati della ricerca e informazioni per l’avanzamento della scienza, a beneficio della comunità («I call on all countries, companies and research institutions to support open data, open science, and open collaboration so that people can enjoy the benefits of science and research*»* , <a href="https://www.who.int/director-general/speeches/detail/who-director-general-s-opening-remarks-at-the-media-briefing-on-covid-19---6-april-2020" rel="noopener">WHO Director-General’s Opening Remarks at the Media Briefing COVID-19</a> - 6 April 2020). Robert Terry, Manager Research Policy, dell’OMS, asseriva come, dopo oltre un anno dall’inizio della pandemia, gli editori tradizionali si fossero rivelati &ldquo;inutili&rdquo; e meno del 25% del materiale scientifico incluso nelle linee guida dell’OMS sul Covid-19 proveniva da pubblicazioni tradizionali («They proved useless, just when we needed them most*»*, <a href="https://zenodo.org/record/5550077" rel="noopener">Time to unlock the potential of the digital age</a>, Open Science Fair 2021, settembre 2021)</p>
<p>In questo scenario, la Commissione Europea ha messo in atto una duplice strategia: sul fronte pratico, per quanto riguarda le procedure di valutazione dei progetti europei, e sul fronte politico, con la promulgazione dell’Accordo per una riforma della valutazione della ricerca.</p>
<p>Con il Programma quadro dell&rsquo;Unione Europea per la ricerca e l&rsquo;innovazione 2021-2027, Horizon Europe, sia nella valutazione dei ricercatori sia delle proposte c’è stata una grande accelerazione in direzione della scienza aperta. Vengono ammesse e sottoposte a valutazione diverse tipologie di risultati della ricerca a favore della <em>bibliodiversità</em>, la valutazione dei curricula dei ricercatori avviene mediante forma narrativa: è esplicitamente richiesto di descrivere l’impatto dei propri risultati non utilizzando gli indicatori bibliometrici. Si sottopongono a valutazione solo - o in via privilegiata - pubblicazioni provviste di DOI, un identificativo univoco che le renda pertanto rintracciabili, ossia che rispondano al primo dei principi FAIR (<em>Findabile</em>, <em>Accessibile</em>, <em>Interoperable</em>, <em>Reusable</em>) della scienza aperta, e che siano ad accesso aperto. Altro aspetto molto importante e innovativo è che per la prima volta le pratiche della scienza aperta devono essere incluse nella metodologia.</p>
<h2 id="la-genesi-dellaccordo">La genesi dell’accordo</h2><p>L’<a href="https://coara.eu/agreement/the-agreement-full-text/" rel="noopener">Agreement on Reforming Research Assessment</a> è stato pubblicato il 20 luglio di quest’anno, alla fine di una serie di consultazioni tra Commissione Europea, stati membri, agenzie di valutazione avutesi nel corso del 2021. Un processo complesso che ha portato, nel dicembre dello scorso anno, alla composizione di un gruppo di lavoro, il Drafting Team, composto da Commissione Europea, <a href="https://www.scienceeurope.org/" rel="noopener">Science Europe</a>, che rappresenta i maggiori enti finanziatori della ricerca a livello europeo, la <a href="https://eua.eu/" rel="noopener">European University Association</a>, che comprende oltre 800 università in Europa e la ricercatrice Karen Stroobants. Il Drafting Team che si è dedicato, tra gennaio e luglio 2022, alla stesura dell’Accordo, coadiuvato da un ulteriore gruppo di lavoro, il Core Group (di cui hanno fatto parte 20 istituzioni europee, tra cui il Consiglio Nazionale delle Ricerche, unica istituzione italiana) e un’assemblea degli stakeholder interessati, che ha superato le 350 organizzazioni (23 italiane), da 40 paesi.</p>
<p>Il documento è stato sottoposto ai rappresentanti degli stati membri in occasione dello European Research Area Forum per essere finalmente pubblicato il 20 luglio 2022. È stato ufficialmente aperto alle firme dei potenziali sottoscrittori durante la sessione plenaria dell’evento European Research and Innovation Days 2022, il 28 settembre, da Mariya Gabriel, Commissaria europea per l&rsquo;istruzione, la cultura, il multilinguismo e la gioventù, occasione in cui è stata anche lanciata dalla Coalition for Advancing Research Assessment (CoARA).</p>
<p>Quello che è importante sottolineare è non solo il numero di organizzazioni che hanno contribuito e collaborato alla stesura dell’Accordo, bensì l’eterogeneità di tali organizzazioni, coinvolte a vario titolo nella valutazione della ricerca. Una riforma di entità rilevante può avvenire in modo efficace solo se si tratta di un cambiamento che interessa l’intero ecosistema della comunicazione e della valutazione scientifica. L’inclusività che ha connotato il processo di genesi dell’Accordo è certamente una delle ragioni per le quali oggi un numero importante di organizzazioni è già firmatario del documento (si contano 360 organizzazioni, al 18 novembre).</p>
<h2 id="lagreement-on-reforming-research-assessment">L’Agreement on Reforming Research Assessment</h2><p>L’anima dell’accordo è racchiusa in un documento denominato <em>Scoping Report</em>; esso contiene le basi teoriche per facilitare e accelerare una riforma che:</p>
<ul>
<li>promuova la valutazione qualitativa basata sulla peer review, supportata da un uso più responsabile degli indicatori quantitativi</li>
<li>consideri il valore e l’impatto di una pluralità di risultati della ricerca (bibliodiversità) e il multilinguismo</li>
<li>riconosca la diversità delle attività svolte da un ricercatore e supporti la scienza collaborativa (<em>team science</em>)</li>
<li>incentivi la collaborazione aperta e la condivisione di risultati e dati preliminari</li>
</ul>
<p>«Lo scopo» spiega il documento «è che la ricerca venga valutata sulla base dei suoi meriti intrinseci piuttosto che del mero numero di pubblicazioni e di dove sono state pubblicate». Si tratta in altre parole, i diversi risultati, le pratiche e le attività che massimizzano qualità e impatto della ricerca.</p>
<p>Il documento è estremamente snello e si compone di cinque sezioni: un’introduzione, che riprende brevemente quanto contenuto nello <em>Scoping Report</em>, i principi su cui si basa l’accordo, gli impegni fondamentali e di supporto che chi firma l’accordo è tenuto a rispettare, la definizione della coalizione CoARA, la cui attività sarà preposta all’implementazione di quanto previsto nell’accordo e, infine, un calendario di azione che scandisce le tappe e gli obiettivi che le istituzioni aderenti alla coalizione si impegnano a raggiungere.</p>
<p>Uno strumento estremamente prezioso, infine, sono gli allegati che contengono una serie di strumenti concreti che facilitano la messa in pratica del processo di cambiamento.</p>
<h2 id="i-principi">I principi </h2><p>La seconda parte del documento è focalizzata sui principi sia per le condizioni generali sia per la valutazione di criteri e di processi. I principi per le condizioni generali:</p>
<ul>
<li>rispettare le regole e le pratiche di etica e integrità e garantire che etica e integrità siano la massima priorità, mai compromessa da alcun contro-incentivo</li>
<li>tutelare la libertà della ricerca scientifica</li>
<li>rispettare l’autonomia delle organizzazioni di ricerca</li>
<li>garantire l&rsquo;indipendenza e la trasparenza dei dati, dell&rsquo;infrastruttura e dei criteri necessari per la valutazione della ricerca e per determinare gli impatti della ricerca; in particolare attraverso una raccolta di dati, algoritmi e indicatori chiari e trasparenti, garantendo il controllo e la titolarità da parte della comunità di ricerca sulle infrastrutture e gli strumenti critici e consentendo alle persone valutate di accedere ai dati, alle analisi e ai criteri utilizzati.</li>
</ul>
<p>I principi per la valutazione di criteri e processi si focalizzano in modo particolare sulla qualità, in particolare:</p>
<ul>
<li>l&rsquo;originalità delle idee, la conduzione professionale della ricerca e i risultati che vanno oltre lo stato dell&rsquo;arte</li>
<li>la varietà di missioni di ricerca, che vanno dalla ricerca di base e di frontiera alla ricerca applicata</li>
<li>la qualità, ovvero la ricerca è condotta attraverso processi e metodologie di ricerca trasparenti e attraverso una gestione della ricerca che consenta il riutilizzo sistematico dei risultati precedenti. L&rsquo;apertura della ricerca e i risultati verificabili e riproducibili, ove applicabili, contribuiscono quindi in maniera decisiva alla qualità. L&rsquo;apertura riguarda anche i risultati preliminari e la condivisione dei dati, nonché la collaborazione aperta, compreso il coinvolgimento della società ove appropriato. La valutazione dovrebbe basarsi su un giudizio qualitativo per il quale la revisione tra pari è centrale, supportata da eventuali indicatori quantitativi utilizzati in modo responsabile</li>
<li>diversità, inclusività, collaborazione.</li>
</ul>
<h2 id="gli-impegni-di-chi-firma-laccordo">Gli impegni di chi firma l&rsquo;accordo</h2><p>Gli enti firmatari dell’accordo sono tenuti a rispettare dieci impegni chiari al cambiamento. Fra questi, quattro sono fondamentali, perché rappresentano i punti che favoriranno  il cambiamento verso il riconoscimento della diversità dei risultati della ricerca, pratiche e attività e che supporteranno una valutazione della ricerca che si evolve dal semplice uso degli indicatori quantitativi a una valutazione più complessa. I quattro impegni fondamentali sono:</p>
<p>1. riconoscere la varietà dei contributi e delle carriere, secondo i bisogni e la natura della ricerca<br>
2. basare la valutazione principalmente sugli aspetti qualitativi per i quali la peer review è centrale, supportata da un uso responsabile di indicatori quantitativi<br>
3. abbandonare gli usi inappropriati di metriche basate su riviste e pubblicazioni, in particolare gli usi inappropriati del Journal Impact Factor (JIF) e dell&rsquo;H-index<br>
4. evitare l’uso di ranking delle organizzazioni di ricerca.</p>
<p>Sei impegni di supporto rendono praticabili, attuabili i quattro punti precedenti:</p>
<p>5. impegnare risorse per riformare la valutazione della ricerca sulla base di quanto è necessario a realizzare i cambiamenti organizzativi sui quali ci si è impegnati<br>
6. rivedere e sviluppare criteri, strumenti e processi per la valutazione della ricerca<br>
7. aumentare la consapevolezza sulla riforma della valutazione della ricerca e fornire comunicazione, orientamento e formazione trasparenti sui criteri e sui processi di valutazione, nonché sul loro utilizzo<br>
8. scambiarsi pratiche ed esperienze per l&rsquo;apprendimento reciproco all&rsquo;interno e all&rsquo;esterno della Coalizione<br>
9. comunicare i progressi compiuti nell&rsquo;adesione ai principi e nell&rsquo;attuazione degli impegni<br>
10. valutare pratiche, criteri e strumenti basati su prove solide e sullo stato dell&rsquo;arte della ricerca sulla ricerca (<em>research on research</em>) e rendere i dati apertamente disponibili per la raccolta e la ricerca.</p>
<h2 id="coara-la-coalizione">CoARA, la coalizione</h2><p>L&rsquo;iter dell&rsquo;accordo prevede la sottoscrizione e quindi l&rsquo;adesione alla costituenda <a href="https://coara.eu/" rel="noopener">Coalition for Advancing Research Assessment</a> (CoARA), una coalizione di organizzazioni di finanziamento della ricerca, organizzazioni di ricerca, autorità e agenzie di valutazione nazionali e regionali, nonché associazioni delle suddette organizzazioni, società scientifiche e altre organizzazioni pertinenti. Lo scopo primario della coalizione è quello di facilitare lo scambio di informazioni, l&rsquo;apprendimento reciproco, la condivisione di buone pratiche tra tutti coloro che desiderano migliorare le pratiche di valutazione della ricerca.</p>
<p>La comunicazione dei progressi delle singole istituzioni, nel rispetto dell’autonomia di ognuna, si baserà su un’autovalutazione condivisa pubblicamente. A un anno dalla firma, i membri pubblicheranno un proprio percorso e piano d’azione per la riforma. Dopo cinque anni, l’organizzazione che ha sottoscritto l’accordo si impegna ad avere realizzato almeno un ciclo di revisione e sviluppo dei nuovi criteri, processi e strumenti di valutazione.</p>
<p>Già al lancio della coalizione, il 28 settembre scorso, all’apertura delle firme, comparivano i primi 51 firmatari e, pochi giorni dopo, il 6 ottobre, anche l’ANVUR, l’Agenzia nazionale di valutazione del sistema universitario e della ricerca, ha sottoscritto l’accordo, impegnandosi formalmente a entrare nel processo. La Commissione Europea ha aderito ufficialmente l’8 novembre e, nella stessa occasione, ha anche firmato la San Francisco Declaration on Research Assessment (DORA).</p>
<p>L’assemblea costituente di CoARA si terrà il primo dicembre 2022 e ne faranno parte solo i membri che hanno firmato e sono divenuti parte della coalizione entro il 17 novembre. CoARA resterà aperto per le organizzazioni che firmeranno successivamente e sarà sempre possibile farne parte. I firmatari non diventano automaticamente parte della coalizione, tuttavia aderirvi è il modo di diventare attori nel processo e membri di una comunità che lavora alla definizione di nuovi criteri e processi di valutazione. </p>
<p>L’Open Science è riconosciuta come una condizione non sufficiente, ma necessaria per indicare la qualità della ricerca. La riforma vuole tornare a porre l’accento sul rigore e sul processo aperto e trasparente che porterà a pubblicare probabilmente meno, ma meglio. L’Agreement è certamente un punto di partenza, e non di arrivo.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Il futuro della terza missione: obblighi legislativi e tante opportunità</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/futuro-terza-missione-obblighi-legislativi-tante-opportunita/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/futuro-terza-missione-obblighi-legislativi-tante-opportunita/</guid><pubDate>Tue, 04 Oct 2022 10:36:00 +0100</pubDate><dc:creator>Riccardo Lucentini</dc:creator><description>Cos&amp;amp;rsquo;è, in concreto, la terza missione delle università? E il public engagement? Come si può raggiungerlo? Questi temi sono stati trattati a Folle di Scienza, l&amp;amp;rsquo;evento che si tiene annualmente e che raccoglie persone coinvolte nella divulgazione e comunicazione scientifica italiana: ce lo racconta Riccardo Lucentini.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2022/futuro-terza-missione-obblighi-legislativi-tante-opportunita-hero.jpg" type="image/jpeg" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2022/futuro-terza-missione-obblighi-legislativi-tante-opportunita-hero.jpg" medium="image" type="image/jpeg"/><content:encoded><![CDATA[<p>Anche quest’anno divulgatrici, divulgatori e personalità della comunicazione della scienza si sono ritrovati a Strambino (TO) per <em>Folle di Scienza</em>, l’evento organizzato dall’associazione Frame - divagazioni scientifiche allo scopo di creare un luogo di confronto e aggregazione per tutti coloro che si dedicano alla divulgazione e alla comunicazione della scienza.</p>
<p>Tra i vari tavoli di discussione, uno tra i più proficui ha riguardato il rapporto dei comunicatori con la terza missione. Oltre a didattica e ricerca, ovvero prima e seconda missione, le università e gli enti di ricerca sono chiamati a occuparsi della valorizzazione economica, sociale e culturale delle proprie attività.</p>
<p>Il solo capire cosa sia esattamente la terza missione è impresa ardua. Per chiarire alcuni concetti basilari, a Strambino è intervenuto direttamente l’ANVUR, l’ente nazionale che si occupa di valutare il sistema universitario e la ricerca. Menico Rizzi, uno dei membri del direttivo ANVUR, ha spiegato che la terza missione accorpa dieci campi d’azione molto diversi tra loro: dalla valorizzazione della proprietà intellettuale, al sostegno delle politiche Open Science; dalla sperimentazione clinica del farmaco, al raggiungimento degli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile. In questo enorme calderone si trova anche l’attività di maggiore interesse per chi si occupa di divulgazione e comunicazione della scienza: il <em>public engagement</em>. È proprio questa attività che sta prendendo sempre più piede nell’interazione tra la società e le università, soprattutto perché tanti giovani ricercatori e studenti di dottorato si lanciano con passione ed entusiasmo nel cosiddetto <em>public engagement</em> - un concetto ampio di coinvolgimento del pubblico e degli stakeholder di cui fa parte, ma non si limita, alla divulgazione.</p>
<p>Ma cos’è il <em>public engagement</em>? L’ANVUR lo definisce così: “il p<em>ublic engagement</em> è un concetto multidimensionale, che può interessare tutte le discipline e che definisce tutte le attività di valore educativo, culturale e di sviluppo della società rivolte a un pubblico di non specialisti. Il PE si sostanzia in azioni che coinvolgono l’interazione e l’ascolto, con l’obiettivo di costruire una relazione sociale differente e più solida tra l’istituzione e la collettività. Tali azioni possono generare benefici reciproci, che vanno dall&rsquo;ampliamento delle conoscenze scientifiche, al miglioramento della loro percezione pubblica, fino alla possibilità di trarne ispirazione per la ricerca e di aprirsi a nuove visioni e generare innovazione” (si veda <a href="https://www.anvur.it/wp-content/uploads/2021/02/Documento-GEV-TM.pdf" rel="noopener">qui</a>).</p>
<p>Dopo aver compreso cosa sia la terza missione e quale sia il ruolo del <em>public engagement</em> al suo interno, la domanda successiva da porsi è: perché impegnarsi nella terza missione e nell’interazione con la società? Non c’è una risposta univoca: ogni scienziato si occupa di divulgazione e comunicazione sulla base di etica, sensibilità e valori personali, ma vista la crescente importanza del dialogo tra università e popolazione, queste spinte emotive non bastano più a rendere il <em>public engagement</em> un&rsquo;attività strutturata. Infatti non ci sono solamente gli appassionati di divulgazione, esiste anche un sottobosco di personale universitario poco incline o anche diffidente nei confronti di attività che aprano il mondo della ricerca a pubblici non specialistici. Sono quindi necessari incentivi più convincenti: per smuovere le acque, la Comunità Europea ha deciso di aggiungere anche una motivazione economica. Il Ministero dell’Università e della Ricerca ha risposto alla sollecitazione europea stabilendo che circa il 3% del Fondo di Finanziamento Ordinario (FFO) delle università sarà erogato sulla base della qualità della terza missione. Si tratta di un ammontare complessivo di circa 240 milioni di euro: un dipartimento universitario che faccia divulgazione e comunicazione di qualità può accedere a fondi che possono fare la differenza per i propri ricercatori. Ci si aspetta inoltre che la quota possa salire negli anni, in valore assoluto e in percentuale rispetto al totale del FFO.</p>
<p>L’aggiunta delle motivazioni economiche pone però un quesito: come valuterà l’ANVUR la qualità della terza missione? Per ammissione dello stesso Rizzi, non esistono ancora parametri chiari, univoci e quantitativi che permettano di stilare al meglio le classifiche: si parla genericamente di “impatto” con cinque votazioni che vanno da “eccellente ed estremamente rilevante” a “scarso”. L’ANVUR sta comunque lavorando, in collaborazione con gli atenei e le istituzioni di ricerca, per definire i parametri che nei prossimi anni permetteranno una più precisa valutazione della terza missione. È solo questione di tempo e non si torna indietro: la terza missione sarà valutata e permetterà l’accesso a finanziamenti per la ricerca.</p>
<p>Da un “come” a un altro, si arriva ora a due domande incredibilmente spinose: come fare comunicazione e divulgazione di qualità? E, soprattutto, chi può farla? Può sembrare banale, ma per entrambe la risposta è “dipende”: i mezzi che permettono di fare <em>public engagement</em> di qualità sono molti. Laboratori, conferenze, presenza sul territorio e anche sui social network sono solo alcune delle attività che uno scienziato può organizzare.</p>
<p>Come evidenziato anche dall&rsquo;intervento di Stefano Bertacchi, biotecnologo dell’Università di Milano-Bicocca e abilissimo divulgatore, ogni scienziato ha peculiarità e limiti di cui deve essere consapevole: se non ritiene la divulgazione la sua comfort zone, dovrebbe fermarsi e affidarsi a chi ha competenze e conoscenze in comunicazione della scienza. Possiamo confermarlo anche guardando alla massiccia presenza agli eventi di Strambino: ci sono molti professionisti della comunicazione della scienza, sia freelance che appartenenti ad associazioni. Questi sono pronti a farsi carico di un ruolo ormai necessario: guidare e affiancare gli scienziati per un migliore dialogo con i pubblici.</p>
<p>Le tipologie di collaborazione tra comunicatori e personale accademico sono molteplici: chi comunica la scienza può fare le veci di scienziate e scienziati che si sentano poco inclini a divulgare. Avendo un ruolo di interazione diretto con i pubblici, questo scenario è interessante per chi divulga in prima persona e ha costruito un brand personale riconoscibile, ma è anche vero che una parte di comunità scientifica potrebbe sentirsi in competizione con figure professionali di questo tipo: molti scienziati hanno il desiderio di comunicare direttamente alla comunità, mostrandosi al di fuori del mondo accademico. Da qui nascono altre tipologie di collaborazione, con i comunicatori che possono affiancare o lasciare il palco a scienziate e scienziati: questo vuol dire, per l’esperto di comunicazione, fare un passo indietro e svolgere un ruolo di mediatore, intervistatore o semplicemente di coach da dietro le quinte. Fondamentale, in questo caso, è anche la formazione continua: non basta più la buona volontà per comunicare efficacemente, servono conoscenze e competenze specifiche che si possono acquisire solo tramite corsi di formazione e collaborazione costante. Chi lavora nella comunicazione della scienza ha tutti gli strumenti per organizzare e tenere corsi di formazione efficaci: come è vero che molti comunicatori tengono particolarmente al brand personale, altri preferiscono il ruolo di coach e formatori e risponderebbero adeguatamente alle esigenze di scienziati e scienziate che vogliano comunicare in prima persona.</p>
<p>In ogni caso, lo scenario di collaborazione risulterebbe vincente per tutti: da un lato la comunità scientifica avrebbe strumenti nuovi e più efficaci per comunicare, dall’altro il comunicatore avrebbe un lavoro più stabile e affine alle proprie competenze con un riconoscimento istituzionale della sua professionalità.</p>
<p>Un’ultima domanda rimane ancora scoperta: come unire effettivamente le forze? Come contrattualizzare queste collaborazioni tra università e professionisti freelance o appartenenti ad associazioni e cooperative? La strategia più utile forse è l’affidamento diretto: una procedura da sempre esistente nella legislazione italiana e recentemente snellita dal “decreto semplificazioni” che permette di bypassare la tortuosa strada dei bandi pubblici e di affidare compiti precisi a professionisti esterni. I vantaggi di questa soluzione sono la rapidità nell’assegnazione del lavoro e la diretta contrattazione tra gli interessati. Il lavoro così assegnato rimane comunque saltuario e non è garantita la collaborazione sul lungo periodo.</p>
<p>Se un dipartimento volesse seguire la strada dei bandi pubblici, è fondamentale che questi siano redatti al meglio: esistono da ormai vent’anni titoli di studio specifici per chi vuole comunicare la scienza. Master di I livello in comunicazione della scienza sono sparsi per tutto il territorio italiano mentre l’Università di Modena e Reggio Emilia ha recentemente avviato la laurea magistrale in didattica e comunicazione delle scienze. Questi titoli devono essere riconosciuti nei bandi se un dipartimento vuole avvalersi di precise competenze. Rimane comunque il problema che una grande fetta di comunicatori della scienza non possiede titoli specifici, quindi la redazione di un bando che non escluda persino i migliori professionisti risulta molto complessa se non impossibile. Lo scenario che invece potrebbe portare a collaborazioni di medio-lungo periodo è l’assunzione, negli uffici dipartimentali, di personale amministrativo che si occupi a tempo pieno di <em>public engagement</em>. Alcuni dipartimenti universitari hanno già intrapreso questa strada, l’auspicio è che diventi una prassi diffusa.</p>
<p>Il messaggio che proviene dalla Comunità Europea e dal ministero è chiarissimo: “comunicate e fatelo bene”. Comunicatori della scienza, università e centri di ricerca possono e devono fare squadra per ottenere i migliori risultati possibili. Le strategie per collaborare sono tutte a disposizione: dobbiamo impegnarci a usarle al meglio.</p>
<p><em>L’autore ringrazia Giulia Lucia, studentessa di dottorato dell’Università Politecnica delle Marche e Marco Drago, ricercatore dell’Università La Sapienza e dell’INFN per il supporto nella stesura di questo articolo.</em></p>
]]></content:encoded></item><item><title>I partiti firmano un accordo per avere un Consiglio scientifico per Clima e Ambiente</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/partiti-firmano-accordo-avere-consiglio-scientifico-clima-ambiente/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/partiti-firmano-accordo-avere-consiglio-scientifico-clima-ambiente/</guid><pubDate>Sat, 24 Sep 2022 17:45:00 +0100</pubDate><dc:creator>Camilla Orlandini</dc:creator><category>ambiente</category><description>Venerdì 23 settembre, in simbolica concomitanza con lo sciopero globale indetto dal movimento ambientalista Fridays for future.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2022/partiti-firmano-accordo-avere-consiglio-scientifico-clima-ambiente-hero.jpg" type="image/jpeg" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2022/partiti-firmano-accordo-avere-consiglio-scientifico-clima-ambiente-hero.jpg" medium="image" type="image/jpeg"/><content:encoded><![CDATA[<p>Venerdì 23 settembre - in simbolica concomitanza con lo sciopero globale indetto dal movimento ambientalista Fridays for future - tutte le maggiori forze politiche italiane hanno firmato un accordo pre-elettorale per l’istituzione di un Consiglio scientifico Clima e Ambiente.</p>
<p>L’accordo, presentato in conferenza stampa presso la sede del CNEL a Roma, impegna le forze politiche firmatarie ad istituire, all’inizio della prossima legislatura, un organo di consulenza scientifica che supporti l’attività del parlamento e del governo nell’elaborazione di provvedimenti per la gestione dell’attuale crisi climatica e ambientale.  In particolare, come specificato nell’accordo, tale organo verrà creato con una legge che ne definirà̀ le interazioni con il Governo, il Parlamento e l’opinione pubblica, e sarà costituito da scienziati rappresentanti le università, gli enti di ricerca e le società scientifiche, selezionati per la loro competenza e indipendenza. Tale organo, provvisoriamente denominato Consiglio scientifico per il Clima e per l’Ambiente (CSCA) avrà una funzione preparatoria, nella discussione di provvedimenti riguardo clima e ambiente, e al contempo una funzione valutativa, e di eventuale stimolo al miglioramento, dei provvedimenti in atto.  L’iniziativa è stata promossa dal Comitato scientifico “La Scienza al Voto”, che raccoglie 18 tra i maggiori scienziati italiani di clima e ambiente, e rientra nella campagna “Scegliamo Il Futuro”, lanciata dal Comitato e rivolta ai cittadini e alle forze politiche. </p>
<p>Il consenso, espresso da tutti i maggiori partiti, evidenzia il carattere urgente e trasversale della proposta, che prescinde l’ideologia politica e richiama la necessità di un impegno condiviso per affrontare l’imminente emergenza climatica. «Abbiamo idee diverse sul futuro, ma per realizzarle dobbiamo essere uniti sul clima» spiega Alessandra Bonoli, ingegnere ambientale e della transizione, Università di Bologna, e relatrice alla conferenza stampa, «Non si tratta solo di scegliere democraticamente il futuro che auspichiamo, ma di scegliere il futuro tout court, perché se non lottiamo insieme contro la crisi climatica e ambientale, al suo aggravarsi saremo sempre più costretti a rincorrere le emergenze climatiche che già oggi sono purtroppo evidenti». </p>
<p>La promessa formalizzata nell’accordo risponde alla necessità crescente di strutturare la  comunicazione tra scienza e politica, per un’azione continuata, collettiva e responsabile.  «Alle forze politiche abbiamo chiesto di istituzionalizzare un dialogo con la scienza su clima e ambiente, per poterle aiutare a realizzare le proprie visioni, ottimizzando le risorse impiegate ed evitando di doverne spendere sempre più in futuro» spiega Antonello Pasini, fisico del clima CNR e Coordinatore del comitato scientifico. Il primo passo sarà quello di creare un gruppo di contatto tra il Comitato e il nuovo parlamento, che nei primi mesi della legislatura si coordinerà per presentare una proposta di legge che istituisca il Consiglio Scientifico Clima e Ambiente e per fare in modo che diventi legge il prima possibile.</p>
<p>L’accordo è stato firmato dai seguenti partiti: Fratelli d’Italia, Lega, Forza Italia, Italia Viva, +Europa, Impegno Civico, Partito Democratico, Europa Verde, Sinistra Italiana, MoVimento 5 Stelle, Unione Popolare.</p>
<p>In linea con la proposta di Scienza al voto, sono numerose le iniziative che promuovono l’istituzione di un dialogo strutturato tra scienza e politica. All’evento era presente una rappresentante di  Scienza in Parlamento, il progetto lanciato con l’appello di ricercatori e giornalisti scientifici, che propone l’istituzione di un organo di consulenza scientifica parlamentare, a supporto dell’attività legislativa, in merito ai temi di scienza e tecnologia. Un organo che, come il futuro CSCA, si affianchi alla politica, garantendo un servizio efficiente di documentazione e consulenza, affinché i decisori siano in grado di fare delle scelte più efficaci e informate.   Durante la campagna elettorale, diverse associazioni ed iniziative si sono rivolte ai partiti per richiamare l’attenzione sul rapporto tra scienza e politica. Sia il <a href="https://www.scienzainrete.it/articoli/programmi-elettorali-ricerca-scientifica-si-puo-fare-piu/">Gruppo 2003 per la ricerca scientifica,</a> che il <a href="https://www.scienzainrete.it/articoli/patto-trasversale-scienza-lettera-aperta-partiti-politici/">Patto Trasversale per la Scienza</a> hanno inviato una lettera aperta alle forze politiche con l’invito a riconsiderare la centralità della ricerca scientifica, richiedendo programmi all’altezza delle sfide che ci aspettano.</p>
<p>La sottoscrizione dell’accordo, ottenuta da Scienza al voto, segna un primo traguardo per la creazione di un sistema di supporto reciproco, tra scienza e politica, che sia una risorsa, e non una criticità, per lo sviluppo del nostro paese.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Gli scienziati più famosi pubblicano più facilmente</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/scienziati-piu-famosi-pubblicano-piu-facilmente/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/scienziati-piu-famosi-pubblicano-piu-facilmente/</guid><pubDate>Fri, 23 Sep 2022 12:47:00 +0100</pubDate><dc:creator>Chiara Sabelli</dc:creator><category>politica-della-ricerca</category><description>I due sociologi Robert Merton e Harriet Zuckerman lo dicono dagli anni Sessanta: nella scienza chi è più famoso verrà favorito.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2022/scienziati-piu-famosi-pubblicano-piu-facilmente-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2022/scienziati-piu-famosi-pubblicano-piu-facilmente-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>I due sociologi Robert Merton e Harriet Zuckerman lo dicono dagli anni Sessanta: nella scienza chi è più famoso verrà favorito. In un <a href="https://www.science.org/doi/10.1126/science.159.3810.56" rel="noopener">articolo</a> firmato da Merton nel 1968 per la rivista <em>Science</em> questo effetto venne chiamato <em>Matthew Effect</em>, alludendo al salmo di Matteo 25, 29 che recita</p>
<blockquote>
<p>Perché a chiunque ha sarà dato e sarà nell&rsquo;abbondanza; ma a chi non ha sarà tolto anche quello che ha.</p></blockquote>
<p>Provoca un sorriso amaro il fatto che Merton firmò da solo quel lavoro su <em>Science</em>, e solo venti anni dopo ammise, in un <a href="https://www.jstor.org/stable/234750" rel="noopener">articolo</a> successivo, che le sue considerazioni erano fortemente basate sulle interviste raccolte sul campo con diversi premi Nobel da Zuckermann e che dunque avrebbe dovuto firmare anche lei l’articolo. Da quel momento in poi Merton propose di riferirsi al Matthew Effect come alla “ipotesi Zuckerman-Merton”, condividendo con la sociologa americana il merito della scoperta. Zuckerman era caduta vittima di un’altra distorsione nell’attribuzione del talento nella scienza, il cosiddetto <em>Matilda Effect</em>, cioè il mancato riconoscimento dei meriti alle donne scienziate.</p>
<p>Ora uno studio randomizzato, che ha coinvolto oltre 3000 revisori contattati dalla rivista <em>Journal of Behavioural and Experimental Finance</em>, ha confermato che il Matthew Effect esiste eccome: avere un nome noto aumenta significativamente la probabilità di vedere il proprio manoscritto pubblicato. Lo studio, <a href="https://papers.ssrn.com/sol3/papers.cfm?abstract_id=4190976" rel="noopener">depositato</a> a metà agosto sull’archivio di <em>preprint</em> delle scienze sociali SSRN, è stato <a href="https://peerreviewcongress.org/peer-review-congress-2022-program/" rel="noopener">presentato</a> due settimane fa a Chicago durante l’International Congress on Peer Review and Scientific Publication.</p>
<p>In una prima fase gli <em>editor</em> della rivista hanno inviato a 3300 revisori un invito a valutare il manoscritto. In circa 800 inviti era indicato solo il nome del più giovane autore del lavoro, Sabiou Inoua, post doc presso la Chapman University in California. In circa 2000 inviti non veniva indicato alcun autore, mentre in 500 inviti veniva segnalato solo il nome dell’altro autore, il premio Nobel per l’economia del 2002 Vernon Smith, anche lui alla Chapman University. I revisori hanno accettato di valutare il manoscritto nel 29%, 31% e 39% rispettivamente. La probabilità che i revisori accettino di valutare il manoscritto è dunque significativamente più alta se confrontiamo il caso in cui compare solo il nome di Smith con quello in cui non compare alcun nome o compare solo il nome di Inoua. Al contrario, non si vede un effetto “scoraggiante” del nome di Inoua rispetto al caso in cui nessun autore viene indicato.</p>
<p>In una seconda fase, gli autori hanno misurato quanto lo status di “premio Nobel“ e “giovane ricercatore” influenzino le valutazioni dei revisori. I revisori che hanno valutato il manoscritto firmato solo da Inoua hanno raccomandato la sua pubblicazione o hanno suggerito solo revisioni minori in poco meno del 10% dei casi. Questa percentuale sale al 24% per i revisori che hanno ricevuto il manoscritto anonimo e al 59% per quelli che hanno revisionato lo stesso manoscritto ma firmato solo da Smith. Allo stesso modo, la probabilità che il manoscritto venisse rifiutato o ricevesse una valutazione molto negativa è stata significativamente maggiore quando compariva solo il nome di Inoua rispetto a quando compariva solo il nome di Smith.</p>
<p>È importante sottolineare che i revisori che hanno accettato di valutare il manoscritto sono stati avvisati che erano parte di uno studio randomizzato. Inoltre, il manoscritto non era stato depositato come preprint, cosa avvenuta solo dopo la fine dello studio.</p>
<p>«Il maggiore punto di forza del lavoro è quello di aver scelto come autore famoso un premio Nobel per l’economia. Questo garantisce che la comunità a cui appartengono i revisori coinvolti nello studio ne riconosca l’autorevolezza e il prestigio al di là di ogni dubbio», commenta Flaminio Squazzoni, sociologo all’Università degli Studi di Milano che si occupa di sociologia della scienza e che, tra le altre cose, ha guidato il progetto europeo PEERE dedicato all’analisi e al miglioramento del processo di <em>peer review</em>.</p>
<p>Squazzoni segnala però un possibile fattore confondente. «L’origine etnica del nome del secondo autore, il ricercatore giovane, è differente da quella del premio Nobel e questo potrebbe aver condizionato la decisione dei revisori».</p>
<p>In altre parole, viene il dubbio che più che misurare il bias dovuto al prestigio, la ricerca misuri il bias dovuto al fatto che Smith è un ricercatore maschio bianco e Inoua è un ricercatore maschio non bianco. Si potrebbe obiettare che questa scelta abbia reso ancora più forte il segnale, ma non è possibile affermarlo con ragionevole certezza senza dati sperimentali. «È impossibile distinguere i due effetti con questa impostazione dell’esperimento. Un peccato».</p>
<p>Per quanto riguarda la propensione ad accettare di valutare il manoscritto, Squazzoni commenta che forse ci sono altri meccanismi che spiegano i dati raccolti. «Nonostante il lavoro dei revisori sia remunerato in molte riviste di economia e finanza, anche se si tratta di cifre simboliche, i revisori sono interessati a minimizzare la probabilità di trovarsi in mano un articolo di bassa qualità che fa sprecare tempo mentre sono tipicamente interessati a massimizzare la probabilità di imparare qualcosa dagli autori durante la revisione», commenta Squazzoni e aggiunge: «considerando che la decisione di accettare il compito di revisore si basa solo su titolo, abstract e parole chiave del manoscritto, senza poter leggere l’intero articolo, è comunque probabile che la notorietà di Smith sia stata percepita in qualche modo come garanzia di qualità del testo».</p>
<p>Nelle conclusioni del lavoro, gli autori suggeriscono che la <em>peer review</em> che mantiene l’anonimato sia dei revisori che degli autori, la cosiddetta <em>double blind</em> <em>peer review</em>, potrebbe mitigare questo effetto. «In sociologia, il campo in cui questo effetto è studiato da cinquant’anni, questa è la prassi di tutte le riviste. Accade lo stesso in altre discipline affini, perché è proprio la comunità di umanisti e sociologi a studiare gli effetti di questi bias di percezione nel generare disuguaglianze. Ma le riviste di molti altri campi e anche quelle più prestigiose, non la adottano di default», commenta Squazzoni e aggiunge «mi aspetto che quando gli autori decideranno di sottoporre questo manoscritto per la pubblicazione scelgano una rivista <em>double blind</em>».</p>
<p>C’è da dire che nei campi in cui è molto diffusa la pratica dei preprint, la <em>double blind peer review</em> potrebbe essere difficile da realizzare nella pratica. Ai revisori basterebbe googlare il titolo dell’articolo per scoprire chi lo ha firmato. «È vero», dice Squazzoni, «ma ritengo che la scelta di applicare la <em>double blind peer review</em> mandi un messaggio implicito da parte degli editor della rivista ai revisori. Con quella scelta gli editor stanno dicendo che si aspettano che il nome degli autori non influenzi le valutazioni dei loro revisori».</p>
<p>Infine, è interessante notare che gli autori hanno inviato un manoscritto di qualità media (cioè hanno volontariamente lasciato alcuni aspetti migliorabili) proprio per evitare di introdurre ulteriori elementi di distorsione: manoscritti troppo brutti o troppo belli possono “annullare” il Matthew Effect. «Un interessante follow-up dello studio sarebbe testare l’effetto dei diversi livelli di qualità di un manoscritto per capire fino a che punto il prestigio dell’autore compensa la qualità e viceversa quanto deve essere buono un lavoro per compensare la mancanza di fama di giovani ricercatori che non hanno ancora vinto o, probabilmente, non vinceranno mai un premio Nobel».</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Green road, un’opportunità unica per il libero accesso al sapere biomedico</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/green-road-opportunita-unica-libero-accesso-sapere-biomedico/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/green-road-opportunita-unica-libero-accesso-sapere-biomedico/</guid><pubDate>Mon, 19 Sep 2022 07:26:00 +0100</pubDate><description>L’accesso aperto alle pubblicazioni scientifiche è una risorsa determinante per il progresso della ricerca biomedica. Per facilitarlo, i principali editori, le istituzioni accademiche e le biblioteche hanno iniziato a negoziare contratti mirati a combinare i costi degli abbonamenti delle riviste con quelli necessari a rendere liberamente accessibili i loro contenuti. Mentre il dibattito sull’effettiva efficacia di questi accordi è tuttora in corso, molta meno attenzione è stata invece dedicata all’importanza del ruolo che la cosiddetta green road può giocare da questo punto di vista.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2022/green-road-opportunita-unica-libero-accesso-sapere-biomedico-hero.jpg" type="image/jpeg" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2022/green-road-opportunita-unica-libero-accesso-sapere-biomedico-hero.jpg" medium="image" type="image/jpeg"/><content:encoded><![CDATA[<p>Diciassette anni dopo la <a href="https://openaccess.mpg.de/Berlin-Declaration" rel="noopener">Berlin Declaration on Open Access to Knowledge in the Sciences and Humanities</a>, l’accesso aperto alle pubblicazioni scientifiche è ampiamente riconosciuto come la principale risorsa per l’avanzamento della ricerca scientifica, una pratica determinante per far sì che la scienza possa divenire un bene pubblico globale. La disponibilità delle informazioni scientifiche in ambito biomedico è fondamentale per favorire la ricerca e le attività di intervento, per supportare programmi mirati a ridurre le disparità riguardanti la salute e per facilitare scelte che siano realmente informate. Nel 2013, l’<a href="https://www.who.int/publications/i/item/9789240690837" rel="noopener">Organizzazione Mondiale della Sanità</a> (OMS) ha riconosciuto l’importanza della condivisione e dell’accessibilità ai metodi di ricerca, ai risultati e ai dati come base per il loro sfruttamento per scopi pratici, compreso il miglioramento della salute. Qualche anno dopo, nel 2019, la <a href="https://www.wma.net/policies-post/wma-statement-on-healthcare-information-for-all/" rel="noopener">World Medical Association</a> ha riaffermato questo principio, sottolineando l’importanza di un accesso alle informazioni riguardanti l’assistenza sanitaria che sia tempestivo, attuale e basato su solide evidenze scientifiche.</p>
<p>Una più ampia disponibilità della letteratura scientifica è indispensabile per i ricercatori e gli studenti universitari, ma lo è anche per i professori di scuola, oltre che per gli istituti di ricerca dei paesi in via di sviluppo dove molto spesso solo una parte delle riviste scientifiche sono effettivamente accessibili a causa della ridotta disponibilità di fondi da destinare al pagamento degli abbonamenti. Seppure numerosi enti finanziatori e istituzioni accademiche oggi incoraggino e supportino le pubblicazioni in Open Access, in un recente studio condotto da <a href="https://peerj.com/articles/4375/" rel="noopener">Heather Piwowar e collaboratori</a> è emerso come quasi la metà degli studi di medicina clinica e di biomedicina risultino ancora accessibili solamente a pagamento. Inoltre, iniziative mirate a fornire l’accesso aperto agli articoli a gruppi di ricerca operanti in paesi a basso e medio reddito non hanno dato dimostrazione di produrre gli effetti sperati. Ci riferiamo in particolare all’Health Internetwork Access to Research Initiative (HINARI) avviato nel gennaio del 2002 dall’OMS in collaborazione con alcuni dei principali editori di riviste scientifiche (come Blackwell, Elsevier e il Nature Publishing Group). HINARI è stato oggetto di critiche soprattutto in quanto risulta ancora troppo costoso e perché, solo alcuni anni dopo il suo lancio, la disponibilità effettiva delle riviste di maggiore impatto è andata via via riducendosi.</p>
<p>Per accelerare la transizione verso l’Open Access, nel 2018 un consorzio di enti finanziatori della ricerca operanti in dodici paesi europei, con il supporto della Commissione Europea e dell’European Research Council, ha lanciato un’iniziativa denominata <a href="https://www.science.org/doi/10.1126/science.362.6418.983" rel="noopener">PlanS</a>. Essenzialmente, essa si basa sui principi emersi a partire dal 2002 con l’Open Access Initiative di Budapest, e successivamente con lo Statement on Open Access Publishing di Bethesda e la Dichiarazione di Berlino del 2003. PlanS prevede che gli studi realizzati con fondi pubblici, pubblicati a partire dall’anno 2021, dovranno essere liberamente disponibili a chiunque, senza restrizioni. Il raggiungimento di questo obiettivo si basa sulla stipula di particolari contratti fra istituzioni e <em>publisher</em> che combinano la sottoscrizione degli abbonamenti alle riviste scientifiche con l’accesso aperto ai lavori pubblicati nelle stesse: i cosiddetti <a href="https://onlinelibrary.wiley.com/doi/10.1002/leap.1347" rel="noopener"><em>transformative agreement</em></a>. Oltre alle legittime aspettative, ad essi si accompagnano anche preoccupazioni, soprattutto per ciò che concerne il rischio di una transizione incompleta verso l’Open Access. Ci riferiamo in particolare alla possibilità da parte degli editori di poter restringere l’accesso solamente a una porzione del loro catalogo. Per non parlare delle distorsioni del mercato legate al fatto che con essi si potrebbero escludere dagli accordi tutti quegli editori che pubblicano riviste che sono nativamente ad accesso aperto.</p>
<p>Mentre il dibattito riguardante i <em>transformative agreement</em> è nel suo vivo, la <em>green road</em>, ovvero la pratica di auto-archiviazione dei manoscritti accettati per la pubblicazione da parte delle riviste ma non ancora formattati nella loro versione finale (i cosiddetti <em>post-print</em>), sembra ancora attrarre molto meno l’attenzione generale della comunità scientifica. Un vero peccato, in quanto questa presenta due vantaggi che la rendono un mezzo in grado di superare di gran lunga i <em>transformative agreement</em> al fine di incrementare l’Open Access. Innanzitutto, la <em>green road</em> consente di ridurre i costi, in quanto non richiede alcuno sforzo economico addizionale, a differenza dei <em>transformative agreement</em> che sono spesso costosi e sovente meno economici delle normali spese di abbonamento, perché dipendenti dalle capacità di negoziazione delle istituzioni e dei loro consorzi nazionali con gli editori. In paesi dove i fondi per la ricerca sono limitati, l’onere delle spese può passare dagli autori dei lavori alle istituzioni finanziatrici, che a questo punto si potranno trovare nella condizione di dover recuperare queste spese aggiuntive andando a ridurre altre voci di bilancio. In secondo luogo, la <em>green road</em> permette di raggiungere risultati in maniera più rapida in quanto, a differenza dei <em>transformative agreement</em>, non richiede negoziazioni e quindi può divenire velocemente attiva.</p>
<p>L’efficacia della <em>green road</em> è tangibile ed è supportata dai dati empirici. Infatti, attraverso la condivisione dei <em>post-print</em> non sottoposti a embargo (ovvero quelli per i quali le riviste non prevedono un periodo di latenza per la loro condivisione), il tasso di Open Access delle pubblicazioni <em>peer-reviewed</em> riguardanti le dieci malattie causanti il maggior numero di morti nel mondo crescerebbe mediamente dal 49% al 77% (dati relativi al primo semestre dell’anno 2020). Un’importante implicazione di questo risultato è che i <em>transformative agreement</em> fin qui stabiliti non hanno impedito che una significativa parte (51%) delle pubblicazioni non sia disponibile in accesso aperto. Inoltre, va notato che attraverso il ricorso sistematico alla <em>green road</em> si potrebbe portare la letteratura scientifica in ambito medico ad avvicinarsi al tasso di Open Access osservato per gli articoli riguardanti la COVID-19, <a href="http://informationr.net/ir/27-2/paper929.html" rel="noopener">corrispondente a quasi il 90%</a>, ovvero il miglior caso osservato finora di apertura nell&rsquo;editoria scientifica.</p>
<p>Da quanto abbiamo esposto emerge la necessità urgente di un cambio di prospettiva. I ricercatori dovrebbero iniziare a vedere la <em>green road</em> come una concreta opportunità per incrementare l’accesso aperto alle pubblicazioni e di conseguenza la condivisione delle informazioni scientifiche, in modo da raggiungere un pubblico molto più ampio. Si tratta indubbiamente di un obiettivo ambizioso che potrà essere raggiunto solamente attraverso una più ampia diffusione della cultura della cooperazione. Le società scientifiche, le università e i centri di ricerca, oltre che le organizzazioni che operano in difesa dei pazienti, dovrebbero assumersi l’impegno a collaborare per promuovere il ricorso alla <em>green road</em> per la letteratura scientifica medica secondo modalità più specifiche ed efficaci, per far sì che tutto questo non rimanga solamente un proposito.</p>
<h4 id="a-pietro-greco-umile-grande-maestro-di-scienza-e-di-cultura">A Pietro Greco, umile, grande maestro di scienza e di cultura.</h4>]]></content:encoded></item><item><title>I programmi elettorali sulla ricerca scientifica? Si può fare di più</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/programmi-elettorali-ricerca-scientifica-si-puo-fare-piu/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/programmi-elettorali-ricerca-scientifica-si-puo-fare-piu/</guid><pubDate>Tue, 13 Sep 2022 11:30:00 +0100</pubDate><dc:creator>Gruppo 2003</dc:creator><category>politica-della-ricerca</category><description>Il Gruppo 2003 ha inviato una lettera aperta ai partiti sulla ricerca scientifica, che ha un ruolo marginale nei programmi elettorali, nonostante la sua importanza per lo sviluppo di una società della conoscenza. L&amp;amp;rsquo;invito è approfondire i propri programmi sul tema anche sulla falsariga delle proposte fatte dal tavolo di lavoro del MUR che invita a proseguire sulla linea del PNRR e a prevedere più risorse a bandi, infrastrutture e ricerca di base. La distanza in termini di investimenti e personale con gli altri paesi avanzati è notevole, e se l&amp;amp;rsquo;Italia vuole giocare un ruolo di punta nelle transizioni che ci aspettano (in primis energetica, ma anche ecologica e digitale) le cose devono cambiare. E di molto. La lettera, inviata negli scorsi giorni alle segreterie dei partiti, non ha ricevuto ancora nessuna risposta.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2022/programmi-elettorali-ricerca-scientifica-si-puo-fare-piu-hero.jpg" type="image/jpeg" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2022/programmi-elettorali-ricerca-scientifica-si-puo-fare-piu-hero.jpg" medium="image" type="image/jpeg"/><content:encoded><![CDATA[<h2 id="lettera-aperta-ai-partiti-in-vista-delle-elezioni">Lettera aperta ai partiti in vista delle elezioni</h2><p>Esaminando i programmi elettorali dei partiti per le elezioni ormai incombenti, notiamo come sfugga ancora la centralità che la ricerca scientifica dovrebbe rivestire in una compiuta società della conoscenza. I partiti - senza eccezione - dedicano infatti solo poche righe a questo tema. Nella migliore delle ipotesi si limitano a raccomandare un aumento della spesa in R&amp;S in linea con la media europea (vedi <a href="https://www.scienzainrete.it/articoli/ricerca-scientifica-programmi-elettorali-confronto/">qui</a>). Secondo il Gruppo 2003 per la ricerca scientifica - che 15 anni fa ha introdotto l’emergenza ricerca nel dibattito pubblico italiano - <strong>la ricerca merita maggiore impegno</strong>, e invita quindi le segreterie dei partiti a uno sforzo maggiore. Ci permettiamo quindi alcuni suggerimenti: </p>
<p><strong>RISORSE</strong>  - L’Italia spende ancora davvero poco in ricerca e innovazione. Gli ultimi dati parlano di circa 25 miliardi di euro all’anno, pari all’1,43% del PIL. La media dei paesi dell’Unione europea si attesta al 2,2%, ma i Paesi con i quali normalmente si confronta - Francia e Germania in primis - presentano un livello di spesa fra pubblico e privato che è circa il doppio dell’Italia, mentre il Regno Unito ha in programma di colmare in pochi anni il divario con questi paesi. <strong>Il PNRR - come emerge dal lavoro di analisi (vedi <strong><a href="https://www.scienzainrete.it/articoli/prossimi-5-anni-bisogna-spendere-ricerca-molto-piu/">qui</a></strong>) svolto da un apposito tavolo istituito nei mesi scorsi presso il MUR - promette un flusso di investimenti maggiore del solito, ma non per tutto il periodo e con un certo sbilanciamento verso la ricerca applicata.</strong> È bene quindi accogliere in pieno le raccomandazioni di tale tavolo per <strong>prevedere già in sede di applicazione del PNRR un ulteriore aumento della quota riservata alla ricerca</strong>, tenendo presente il carattere strategico che anche la ricerca di base riveste in questo momento storico in cui dovranno essere avviate le transizioni ecologica, energetica e digitale di cui l’Italia, forse ancora di più di altri paesi europei, ha drammaticamente bisogno. Soprattutto, il Gruppo 2003 ritiene che siano <strong>necessarie politiche lungimiranti con investimenti che vadano oltre la durata del PNRR</strong> e che permettano, proprio attraverso la ricerca di base, di alimentare anche in futuro il circuito virtuoso fra le scoperte di base e il loro sfruttamento economico e sociale, l’unica modalità per consolidare una società della conoscenza, e generare la ricchezza necessaria a sostenere la crescita del Paese. <strong>Chi si candida a presiedere il nuovo governo dovrebbe quindi impegnarsi a non apportare modifiche al PNRR che vadano contro questo ulteriore finanziamento alla ricerca, finanziamento che andrà poi reso permanente</strong>. Solo così facendo l’Italia avvierà una convergenza verso i paesi leader della ricerca senza peraltro eguagliarne i livelli. Per questo motivo andrebbe avviata al più presto una riflessione sul nesso inscindibile fra ricerca e crescita economica e sviluppo sociale; solo attraverso questa consapevolezza sarà possibile giustificare politicamente <strong>un impegno ancora più ambizioso per portare l</strong>’<strong>Italia fra i primi finanziatori al mondo della ricerca scientifica.</strong> Un cambio di rotta che ritardi la realizzazione del PNRR e delle riforme appena iniziate del mondo della ricerca avrebbero conseguenze disastrose sul Paese, allontanandolo in maniera irrevocabile dagli altri Paesi europei.</p>
<p><strong>RICERCATORI</strong> - L’attuale scarsità di risorse si riverbera anche sul <strong>numero esiguo di ricercatori (6,5 per 1.000 abitanti contro i 10 della Francia e i 13 della Germania)</strong>. Il ricercatore italiano medio guadagna inoltre dalla metà a un terzo rispetto a questi paesi, cosa che induce da anni una emorragia di forze intellettuali dal nostro paese senza che si osservi una attrattività delle nostre università e centri di ricerca in senso contrario. Il problema ha quindi ragioni economiche ma anche culturali, burocratiche e formative che vanno affrontate con <strong>nuove politiche di medio-lungo termine per rendere il sistema dell</strong>’<strong>università e della ricerca più agile, produttivo e allineato alle migliori pratiche internazionali</strong>, sia a favore della ricerca pubblica sia di quella privata. </p>
<p><strong>GOVERNANCE</strong> - I risultati della ricerca scientifica non dipendono solo dal personale e dalle risorse ma anche dalla governance del sistema. Da tempo il Gruppo 2003 chiede di mettere in campo, insieme alle risorse necessarie per garantire un’adeguata massa critica di ricercatori, una migliore destinazione dei fondi e un’adeguata componente competitiva di finanziamenti organizzati mediante una valutazione indipendente, come può esserlo con un’<strong>Agenzia nazionale della ricerca</strong>, messa in cantiere tempo fa ma poi stralciata. Al di là della forma istituzionale che può assumere tale organismo di valutazione, ci preme qui sottolineare quanto sia <strong>importante un equilibrato riconoscimento del merito per sostenere nel modo più efficace i migliori progetti di ricerca in modo da rendere più competitiva la ricerca nazionale in ambito europeo e internazionale.</strong> È quindi necessario implementare le riforme appena avviate delle carriere di ricerca sia nelle università che negli enti di ricerca pubblici, sburocratizzando i concorsi, ponendo il merito al centro del processo di reclutamento e identificando percorsi di crescita specifici sia per la carriera dei docenti che per quella del personale tecnico amministrativo, indispensabile per rispondere positivamente alle sfide tecnologiche che il Paese deve affrontare. </p>
<p><strong>CULTURA SCIENTIFICA</strong> - <strong>La pandemia ha messo in luce i limiti della cultura scientifica ancora esistenti in Italia</strong>, sia fra il pubblico sia nelle istituzioni. Fenomeni quali il negazionismo, le chiusure ideologiche verso la sperimentazione animale, la polarizzazione del dibattito sui vaccini, sulla transizione energetica, sui termovalorizzatori e altro ancora indicano quanta strada vi sia ancora da fare per far approdare la nostra società a una solida cultura laica che riconosca il valore della conoscenza scientifica. Il Gruppo 2003 si impegna da anni a coltivare questa consapevolezza con una serie di iniziative, premi e convegni e approfitta di questa occasione per ribadire la sua riconoscenza all’opera pionieristica del maestro della divulgazione scientifica Piero Angela, recentemente scomparso. Sicuramente <strong>molto ancora può essere fatto, a partire dalla scuola dell</strong>’<strong>obbligo, per diffondere i valori della scienza e del suo metodo</strong>. Contemporaneamente, il Gruppo 2003 vuole sensibilizzare partiti e istituzioni all’<strong>importanza di una corretta informazione e consulenza scientifica rivolta al mondo della politica</strong> e rinnova pertanto l’invito ai partiti di impegnarsi nell’istituzione di un ufficio di scienza e tecnologia nel Parlamento italiano secondo quanto proposto recentemente dal gruppo <em>Scienzainparlamento</em>, in modo da unirsi alla rete di sistemi di consulenza scientifica parlamentare già esistenti in Europa e nel mondo.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Ricerca scientifica: programmi elettorali a confronto</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/ricerca-scientifica-programmi-elettorali-confronto/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/ricerca-scientifica-programmi-elettorali-confronto/</guid><pubDate>Mon, 05 Sep 2022 10:23:00 +0100</pubDate><dc:creator>Sergio Cima</dc:creator><category>politica-della-ricerca</category><description>Abbiamo visto che i tecnici che hanno analizzato lo stato dei finanziamenti della ricerca pubblica in Italia hanno affidato all’attuale Ministro.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2022/ricerca-scientifica-programmi-elettorali-confronto-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2022/ricerca-scientifica-programmi-elettorali-confronto-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.scienzainrete.it/node/19764">Abbiamo visto</a> che i tecnici che hanno analizzato lo stato dei finanziamenti della ricerca pubblica in Italia hanno affidato all’attuale Ministro dell’Università un documento in cui si auspicano ingenti investimenti nei prossimi anni. Il documento è stato consegnato prima della sfiducia al governo Draghi e alla successiva convocazione di elezioni anticipate. Ora quindi la palla passa ai vincitori delle prossime elezioni. Di seguito una rassegna delle proposte dei vari schieramenti nell&rsquo;ambito della ricerca scientifica. Possiamo anticipare che si trova traccia delle cifre proposte dai tecnici.</p>
<hr>
<p><strong>Centro destra (<a href="https://cdn.pagellapolitica.it/wp-content/uploads/2022/08/PER_L_ITALIA_Accordo_quadro_di_programma_per_un_Governo_di_centrodestra.pdf" rel="noopener">link</a>)</strong>. I partiti del centrodestra, dopo aver presentato i loro programmi singolarmente, hanno depositato un documento congiunto. La ricerca è citata nel capitolo 14 ove figura un generico:</p>
<blockquote>
<p>«Allineamento ai parametri europei degli investimenti nella ricerca».</p></blockquote>
<p><strong>Forza Italia (<a href="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2022/ricerca-scientifica-programmi-elettorali-confronto-programma_forzaitalia.pdf">link</a>)</strong>. Il programma di Forza Italia contiene generiche dichiarazioni sull&rsquo;importanza della ricerca, soprattutto in ambito sanitario e tecnologico.</p>
<p><strong>Fratelli d&rsquo;Italia (<a href="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2022/ricerca-scientifica-programmi-elettorali-confronto-programm_fratelliitalia_l.pdf">link</a>)</strong>. Il partito di Giorgia Meloni sembra puntare soprattutto sulla ricerca applicata:</p>
<blockquote>
<p>«Maggiori investimenti in ricerca, digitalizzazione e trasferimento tecnologico. Favorire la sinergia tra università e privati in ambito di ricerca e brevetti. Programmazione decennale dei finanziamenti a ricerca e innovazione. Rilancio della figura del ricercatore.»</p></blockquote>
<p><strong>Lega (<a href="https://cdn.pagellapolitica.it/wp-content/uploads/2022/08/Programma_Lega_2022.pdf" rel="noopener">link</a>).</strong> La ricerca occupa alcune porzioni del programma. Sotto il capitolo &ldquo;Attività produttive&rdquo; si parla di potenziare il programma Industria 4.0, favorire le attività di ricerca tramite sgravi fiscali.</p>
<p>A pagina 200, sotto il capitolo Università, l’ultimo, si menziona il ritardo dell’Italia in termini di spesa in R&amp;S e fuga di cervelli oltre che la necessità di riformare il sistema di valutazione. Per quanto riguarda il finanziamento si prospetta un generico aumento:</p>
<blockquote>
<p>«Aumento degli investimenti in R&amp;S prevedendo maggiori risorse pubbliche, anche per la ricerca di base, e agevolando gli investimenti privati. Il criterio dell’eccellenza sarà contemperato con un parziale ritorno a un finanziamento &ldquo;diffuso” attraverso un “budget della ricerca nazionale”, istituito per finanziare direttamente i laboratori di ricerca.»</p></blockquote>
<hr>
<p><strong>Partito Democratico (<a href="https://www.partitodemocratico.it/wp-content/uploads/FIN-PROGRAMMA_INSIEMEPERUNITALIADEMOCRATICAEPROGRESSISTA_160822.pdf" rel="noopener">link</a>).</strong> Il programma del Partito Democratico espone generici intenti senza particolari dettagli su metodi e cifre:</p>
<blockquote>
<p>«Vogliamo investire nella ricerca e nell’innovazione per superare le inefficienze e i problemi strutturali di bassa produttività del “Sistema Italia”» [&hellip;] «Vogliamo rafforzare la ricerca e ridisegnare le politiche che collegano ricerca, innovazione e imprese, nonché l’accesso alla conoscenza come bene pubblico. La modulazione degli incentivi fiscali rappresenta un’importante leva da utilizzare per sospingere cittadini e imprese verso l’innovazione e la sostenibilità.»</p></blockquote>
<p><strong>+Europa (<a href="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2022/ricerca-scientifica-programmi-elettorali-confronto-programma__europa_2022_-1.pdf">link</a>)</strong>. Il programma di +Europa pone l&rsquo;obiettivo dell'1,5% del PIL.  Inoltre nel programma sono frequenti i riferimenti all&rsquo;importanza della ricerca di base e applicata.</p>
<blockquote>
<p>«Investimento sulla ricerca aperta e ibrida tra università, centri di ricerca, incubatori e imprese attraverso un forte aumento degli investimenti di università e istituzioni pubbliche in ricerca di base e applicata fino a raggiungere l’1,5% del PIL (ad oggi è allo 0,5%) da ripartirsi su finanziamento a progetti e ricerca di base e applicata, finanziamento a strutture di ricerca e promozione dei dottorati di ricerca;»</p></blockquote>
<p><strong>Alleanza Verdi Sinistra (<a href="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2022/ricerca-scientifica-programmi-elettorali-confronto-verdi-sinistra.pdf">link</a>)</strong>. Il programma presenta un&rsquo;analisi dello stato attuale e pone l’obiettivo del 3% del PIL in istruzione e ricerca.</p>
<blockquote>
<p>«Rilanciare l’investimento in ricerca, formazione, cultura, orientare questo investimento all’utilità sociale. Mentre si è scelto, irresponsabilmente, l’aumento delle spese militari fino al 2% del PIL, in nome di una richiesta di impegno della NATO, è bene ricordare l’obiettivo sancito nel Trattato Europeo di Lisbona che impegnava tutti gli stati membri a raggiungere il 3% di investimenti in formazione e ricerca.»</p></blockquote>
<p><strong>La Possibile Italia (<a href="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2022/ricerca-scientifica-programmi-elettorali-confronto-possibile_italia_programma_2022.pdf">link</a>)</strong>. Collegata alla Alleanza Verdi Sinistra, La Possibile Italia sembra far suo l&rsquo;obbiettivo del piano Amaldi, ma non ci sono altri dettagli oltre a questa riga:</p>
<blockquote>
<p>«Con il Piano Amaldi dovremmo portare gli investimenti nella ricerca pubblica all’1% del PIL»</p></blockquote>
<p><strong>Impegno civico Luigi Di Maio (<a href="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2022/ricerca-scientifica-programmi-elettorali-confronto-impegnocivico.pdf">link</a>).</strong> Solo un breve accenno alla ricerca funzionale alla creazione di posti di lavoro.</p>
<blockquote>
<p>«Dobbiamo puntare sulla ricerca e creare nuovi posti di lavoro»</p></blockquote>
<hr>
<p><strong>Movimento 5 stelle (<a href="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2022/ricerca-scientifica-programmi-elettorali-confronto-programmam5s_politiche2022.pdf">link</a>).</strong> Il documento presentato dal Movimento 5 stelle contiene un elenco di punti programmatici, a pagina 10 si legge un generico: </p>
<blockquote>
<p>«Aumento dei fondi per università e ricerca a favore di studenti, ricercatori e personale tecnico e amministrativo».</p></blockquote>
<hr>
<p><strong>Azione - Italia Viva (<a href="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2022/ricerca-scientifica-programmi-elettorali-confronto-programma-elettorale-web.pdf">link</a>)</strong>. Scuola, università e ricerca a pagina 32, a pagina 34 il programma cita espressamente il piano Amaldi: </p>
<blockquote>
<p>«Proponiamo (in linea con il Piano Amaldi) di aumentare gli investimenti in ricerca di base e applicata fino al raggiungimento di un ulteriore punto percentuale di spesa del PIL dedicata alla ricerca per allinearci alle percentuali europee.»</p></blockquote>
<hr>
<p><strong>Alternativa per l&rsquo;Italia. Adinolfi-Di Stefano (<a href="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2022/ricerca-scientifica-programmi-elettorali-confronto-apli_programma.pdf">link</a>)</strong>. Nessun programma per la ricerca.</p>
<hr>
<p><strong>Unione Popolare con De Magistris (<a href="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2022/ricerca-scientifica-programmi-elettorali-confronto-programma-unione-popolare.pdf">link</a>)</strong>. Nessuna cifra ma un capitolo dedicato a istruzione e università in cui si dichiara la necessità di aumentare la spesa in ricerca.</p>
<blockquote>
<p>«5. Ridare dignità all’istruzione e investire nella ricerca e nella cultura»</p></blockquote>
<hr>
<p><strong>Italexit (<a href="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2022/ricerca-scientifica-programmi-elettorali-confronto-programma_italexit.pdf">link</a>)</strong>. Italexit propone di aumentare la spesa pubblica per alcuni settori strategici tra cui la ricerca, ma non fornisce cifre precise se non una dichiarazione che riguarda l&rsquo;aumento del finanziamento dell&rsquo;università pari allo 0,2% del PIL</p>
<blockquote>
<p>«va incentivata la spesa pubblica, che può creare lavoro in modo diretto, quella per la ricerca&hellip;»</p></blockquote>
]]></content:encoded></item><item><title>Nei prossimi 5 anni bisogna spendere per la ricerca molto più di quanto programmato</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/prossimi-5-anni-bisogna-spendere-ricerca-molto-piu/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/prossimi-5-anni-bisogna-spendere-ricerca-molto-piu/</guid><pubDate>Fri, 02 Sep 2022 09:24:00 +0100</pubDate><category>dati</category><description>L’ultimo Programma nazionale per la ricerca (PNR) ha posto obiettivi ambiziosi per portare la ricerca di base italiana a un livello di finanziamento decente.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2022/prossimi-5-anni-bisogna-spendere-ricerca-molto-piu-hero.jpg" type="image/jpeg" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2022/prossimi-5-anni-bisogna-spendere-ricerca-molto-piu-hero.jpg" medium="image" type="image/jpeg"/><content:encoded><![CDATA[<p>L’ultimo Programma nazionale per la ricerca (PNR) ha posto obiettivi ambiziosi per portare la ricerca di base italiana a un livello di finanziamento decente. Gli ultimi tre governi hanno aumentato gli investimenti tentando di riportare l’intensità della R&amp;S (l’investimento in rapporto al PIL) a livelli pre crisi. Il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR) in fase di sviluppo rafforzerà questa tendenza ma la sua azione terminerà nel 2026: dopo quella data l’Italia dovrà trovare il modo di mantenere costanti gli investimenti per non diminuire l’intensità della R&amp;S.</p>
<p>Sull’onda delle petizioni nate intorno alla <a href="https://www.scienzainrete.it/articoli/firma-tu-piano-amaldi-raddoppiare-budget-ricerca/">proposta di Ugo Amaldi</a>, sostenuta anche da <a href="https://www.scienzainrete.it/articoli/scelte-essenziali-dell-umanita-diventa-tema-maturita/">Giorgio Parisi in più occasioni</a>, la ministra dell’Università e della Ricerca, Maria Cristina Messa, ha convocato <a href="https://www.mur.gov.it/it/news/giovedi-14042022/strategia-italiana-la-ricerca-fondamentale-prima-riunione-del-tavolo-di" rel="noopener">lo scorso aprile</a> un tavolo tecnico per elaborare una strategia italiana in materia di ricerca di base.</p>
<p>I nove tecnici <a href="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2022/prossimi-5-anni-bisogna-spendere-ricerca-molto-piu-documento_tavolo_ricerca_fondamentale_trasmesso.pdf">hanno analizzato le criticità del sistema italiano e hanno proposto</a> un piano di risorse aggiuntive strutturali per rendere stabile l’investimento in ricerca anche dopo la conclusione degli interventi previsti da PNR e PNRR.</p>
<p>Tra le proposte un aumento di finanziamenti, la loro costanza, un aumento del personale, l’istituzione di una struttura che si occupi della valutazione dei progetti e dei risultati.</p>
<p>L’aumento del finanziamento della ricerca è il punto fondamentale: dalla crisi del 2008 la spesa pubblica ha subito una costante riduzione ed è scesa allo 0,55% del PIL per risalire solo negli ultimi tre anni allo 0,65%. Sommando la spesa privata si arriva a 1,46 del PIL, molto meno rispetto alle principali economie EU (figura 1 e 2).</p>
<p><img src="https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2022/prossimi-5-anni-bisogna-spendere-ricerca-molto-piu-esterna-1.png.webp" srcset="https://www.scienzainrete.it/media/_web/720/articoli/2022/prossimi-5-anni-bisogna-spendere-ricerca-molto-piu-esterna-1.png.webp 720w, https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2022/prossimi-5-anni-bisogna-spendere-ricerca-molto-piu-esterna-1.png.webp 1280w" sizes="(max-width: 760px) 100vw, 720px" alt="" width="1390" height="752" loading="lazy" decoding="async">
</p>
<p><img src="https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2022/prossimi-5-anni-bisogna-spendere-ricerca-molto-piu-body-1.png.webp" srcset="https://www.scienzainrete.it/media/_web/720/articoli/2022/prossimi-5-anni-bisogna-spendere-ricerca-molto-piu-body-1.png.webp 720w, https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2022/prossimi-5-anni-bisogna-spendere-ricerca-molto-piu-body-1.png.webp 1280w" sizes="(max-width: 760px) 100vw, 720px" alt="Figura 1. Spesa totale per R&amp;S in percentuale del PIL, Italia, Germania e Francia, 2008-2020. Consuntivi di spesa" width="1420" height="870" loading="lazy" decoding="async">
</p>
<p class="didascalia">Figura 1. Spesa totale per R&amp;S in percentuale del PIL, Italia, Germania e Francia, 2008-2020. Consuntivi di spesa (Fonte: Istat-Eurostat)</p>

<p class="didascalia">Figura 2. Spesa pubblica per R&amp;S in Italia, Germania e Francia dal 2008 al 2020. Previsioni di spesa, milioni di euro a prezzi costanti 2005. Fonte: Istat-Eurostat</p>

<p>Si può notare una leggera crescita degli ultimi anni, dal 2019, imputabile proprio alla spesa privata (figura 3) incentivata da programmi come Industria 4.0. <img src="https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2022/prossimi-5-anni-bisogna-spendere-ricerca-molto-piu-esterna-2.png.webp" srcset="https://www.scienzainrete.it/media/_web/720/articoli/2022/prossimi-5-anni-bisogna-spendere-ricerca-molto-piu-esterna-2.png.webp 720w, https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2022/prossimi-5-anni-bisogna-spendere-ricerca-molto-piu-esterna-2.png.webp 1280w" sizes="(max-width: 760px) 100vw, 720px" alt="" width="1416" height="716" loading="lazy" decoding="async">
</p>
<p>Figura 3. Spesa per R&amp;S in Italia. Consuntivi 2008-2020, milioni di euro (Fonte: Istat-Eurostat)</p>
<p>Il PNRR dal 2023 al 2026 farà crescere l’intensità della spesa in R&amp;S ma poi bisognerà intervenire con finanziamenti strutturali per mantenere la spesa allo stesso livello (0,70% del PIL) e possibilmente aumentarla.</p>
<p>La figura 4 illustra vari scenari da cui emerge l’importanza del PNRR ma anche la necessità di ulteriori fondi.</p>
<p><img src="https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2022/prossimi-5-anni-bisogna-spendere-ricerca-molto-piu-esterna-3.png.webp" srcset="https://www.scienzainrete.it/media/_web/720/articoli/2022/prossimi-5-anni-bisogna-spendere-ricerca-molto-piu-esterna-3.png.webp 720w, https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2022/prossimi-5-anni-bisogna-spendere-ricerca-molto-piu-esterna-3.png.webp 1280w" sizes="(max-width: 760px) 100vw, 720px" alt="" width="1418" height="822" loading="lazy" decoding="async">
</p>
<p>Figura 4. Andamento 2008-2022 dell’intensità di R&amp;S e previsioni (Fonte: <a href="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2022/prossimi-5-anni-bisogna-spendere-ricerca-molto-piu-02-piano-quinquennale-ricerca-2023-2027_amaldi-santoni_11.07.22.pdf">documento di lavoro di Ugo Amaldi e Angela Santoni per il tavolo tecnico</a>, luglio 2022)</p>
<p>Si legge nel documento del tavolo tecnico: “Lo scenario proposto dal documento è di portare la spesa pubblica per R&amp;S almeno al livello dello 0,70% del PIL nel 2027, raggiungendo i 15,7 miliardi, contro i 12,7 stanziati nel 2022 (11,5 più ulteriori 611 milioni MUR più 560 del PNRR). […] Per raggiungere un tale obiettivo sarebbe necessaria una spesa aggiuntiva – rispetto agli stanziamenti già programmati – che cresca progressivamente fino a raggiungere nel 2027 i 3,2 miliardi di euro (a prezzi attuali)”.</p>
<p>Siccome si stima che il 75% della spesa aggiuntiva vada effettivamente in ricerca pubblica l’aumento di spesa richiesto al MUR nel 2027 è di 4,3 miliardi di euro. Con un ulteriore miliardo si potrebbe arrivare allo 0,75% del PIL in spesa pubblica per R&amp;S e agganciare così le maggiori economie europee. In sintesi nella tabella 1 la progressione di investimento dal 2023 al 2027.</p>

<div class="tabella-scorre" role="region" aria-label="Tabella 1" tabindex="0">
<table>
  <thead>
    <tr>
      <th style="text-align:right"> </th>
      <th style="text-align:right">2023</th>
      <th style="text-align:right">2024</th>
      <th style="text-align:right">2025</th>
      <th style="text-align:right">2026</th>
      <th style="text-align:right">2027</th>
    </tr>
  </thead>
  <tbody>
    <tr>
      <td style="text-align:right">Ipotesi 0,70% PIL</td>
      <td style="text-align:right">200</td>
      <td style="text-align:right">800</td>
      <td style="text-align:right">2000</td>
      <td style="text-align:right">3100</td>
      <td style="text-align:right">4300</td>
    </tr>
    <tr>
      <td style="text-align:right">Ipotesi 0,75% PIL</td>
      <td style="text-align:right">254</td>
      <td style="text-align:right">1016</td>
      <td style="text-align:right">2540</td>
      <td style="text-align:right">3937</td>
      <td style="text-align:right">5801</td>
    </tr>
  </tbody>
</table>
</div>
<p>Tabella 1. Scenario per la spesa pubblica per R&amp;S. Spesa aggiuntiva richiesta al MUR in milioni di euro (Fonte: Proposte del Tavolo tecnico per la Strategia italiana in tema di ricerca fondamentale, tabelle 8A e 8B)</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Patto Trasversale per la Scienza: lettera aperta ai partiti politici</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/patto-trasversale-scienza-lettera-aperta-partiti-politici/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/patto-trasversale-scienza-lettera-aperta-partiti-politici/</guid><pubDate>Mon, 29 Aug 2022 09:59:00 +0100</pubDate><description>Elezioni 2022, i contrassegni depositati al Viminale alle ore 20 di sabato 13 agosto, fonte: Ministero dell&amp;amp;rsquo;Interno .</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2022/patto-trasversale-scienza-lettera-aperta-partiti-politici-hero.jpg" type="image/jpeg" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2022/patto-trasversale-scienza-lettera-aperta-partiti-politici-hero.jpg" medium="image" type="image/jpeg"/><content:encoded><![CDATA[<p>Rapporti internazionali, ormai consolidati, dimostrano come la ricerca scientifica rappresenti un motore di crescita sociale ed economica oltre che culturale. Inoltre, nel settore biomedico, la ricerca ha prodotto straordinari avanzamenti nella prevenzione e nella cura di molte malattie, determinando un significativo miglioramento della qualità e della durata della vita.</p>
<p>A questo proposito, il Patto Trasversale per la Scienza (PTS), in collaborazione con altri ricercatori italiani*, invita tutti i partiti a considerare il supporto alla ricerca scientifica come un elemento centrale dei programmi elettorali per le prossime elezioni politiche nazionali del 25 settembre 2022. Specificamente, <strong>si chiede ai partiti politici quali siano i loro piani per affrontare due tra le maggiori criticità non più rimandabili della ricerca scientifica in Italia pienamente congruenti con il finanziamento straordinario del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR)</strong>, ovvero:</p>
<h2 id="1-il-numero-insufficiente-di-ricercatori">1. Il numero insufficiente di ricercatori</h2><p>I dati OCSE 2022 rilevano che su 1.000 lavoratori in Italia solo 6,5 sono impegnati nel settore della ricerca, rispetto a 13,4 in Francia e 10,1 in Germania e 9,2 in Europa. Alla pochezza numerica dei ricercatori, si aggiunge la <strong>scarsa presenza femminile e l’ingresso tardivo in posizioni stabili e autonome</strong> che priva il sistema Paese della capacità ideative ed innovative tipiche delle giovani età. </p>
<p>Domande:</p>
<ul>
<li>Quali sono i piani del vostro partito per aumentare il numero dei ricercatori, con particolare attenzione alle pari opportunità, e per anticiparne l’età di reclutamento?</li>
<li>Quali strategie intendete attuare per non disperdere e altresì valorizzare il capitale umano che si sviluppa nelle Università e nei centri di ricerca italiani?</li>
</ul>
<h2 id="2-lesiguità-dei-fondi-dedicati-al-finanziamento-della-ricerca-e-la-loro-gestione">2. L’esiguità dei fondi dedicati al finanziamento della ricerca e la loro gestione</h2><p>I <a href="https://data.oecd.org/rd/gross-domestic-spending-on-r-d.htm#indicator-chart" rel="noopener">dati OCSE 2022</a> indicano che l’investimento pubblico e privato in ricerca nel 2020 è stato del 1,5% del PIL in Italia, del 2,3% in Francia, del 3,1% in Germania e al di sotto della media europea pari a 2,2%. I <a href="https://www.istat.it/it/files/2021/05/La-spesa-in-ricerca-e-sviluppo.pdf" rel="noopener">dati ISTAT 2021</a> aggiungono che, rispetto ai maggiori paesi europei, sono molto modesti anche i finanziamenti dei privati (1% del PIL, rispetto all’1.5% ca. della Francia e oltre il 2% della Germania). Il PNRR comporta finalmente l’impegno ad un investimento nella ricerca per i prossimi tre anni; <strong>tale investimento straordinario dovrebbe essere consolidato e reso strutturale</strong>, adeguandolo a quello degli altri paesi europei più virtuosi.<br>
Inoltre, <strong>non esiste un coordinamento delle risorse nazionali per la ricerca</strong> che renda le procedure di assegnazione dei fondi agili, trasparenti e realmente competitive, come accade nei maggiori paesi occidentali con consolidate tradizioni di ricerca. Al riguardo, la proposta avanzata da molti ricercatori italiani di istituire un’<strong>Agenzia Centrale della Ricerca Scientifica</strong>, sottratta alle regole della Amministrazione Pubblica ed indipendente dalla pressione dei partiti politici, è stata accantonata dal governo adducendo l’ipotesi che essa aumenterebbe la burocrazia relativa alla gestione dei finanziamenti. Al contrario, un’Agenzia Centrale della Ricerca Scientifica, governata in maniera autonoma e trasparente, snellirebbe la burocrazia legata all’eterogeneità degli enti finanziatori e aiuterebbe ad ottimizzare e razionalizzare l’erogazione dei fondi per la ricerca. </p>
<p>Domanda:</p>
<ul>
<li>Quali sono i piani del vostro partito per aumentare stabilmente il finanziamento della ricerca e per migliorarne la gestione in termini di semplicità, rapidità, trasparenza e competitività? </li>
</ul>
<p>A supporto di quanto affermato, si invita alla lettura dei documenti precedentemente pubblicati dal PTS sull’<a href="https://www.pattoperlascienza.it/2021/11/15/innovare-investendo-in-ricerca/" rel="noopener">importanza di investire nel settore della ricerca</a> e sulla <a href="https://www.pattoperlascienza.it/2022/03/21/il-finanziamento-della-ricerca-biomedica-in-italia%EF%BF%BC/" rel="noopener">modalità di gestione dei fondi di ricerca</a>.  </p>
<h4 id="-silvio-garattini-presidente-istituto-di-ricerche-farmacologiche-mario-negri-irccsantonio-musarò-sapienza-università-di-roma">* Silvio Garattini, Presidente, Istituto di Ricerche Farmacologiche “Mario Negri”, IRCCS; Antonio Musarò, Sapienza Università di Roma.</h4>]]></content:encoded></item><item><title>Serve un'infrastruttura pubblica per la ricerca biomedica europea</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/serve-uninfrastruttura-pubblica-ricerca-biomedica-europea/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/serve-uninfrastruttura-pubblica-ricerca-biomedica-europea/</guid><pubDate>Tue, 12 Jul 2022 15:50:00 +0100</pubDate><description>Pubblichiamo la lettera aperta alle istituzioni e ai governi dell&amp;amp;rsquo;Unione Europea promossa dal Forum Disuguaglianze e Diversità per chiedere il supporto alla proposta di creare un&amp;amp;rsquo;infrastruttura di ricerca biomedica dedicata a lavorare nei settori dove gli investimenti da parte dell&amp;amp;rsquo;industria farmaceutica sono più scarsi. Fra i primi firmatari: Silvio Garattini, presidente dell&amp;amp;rsquo;Istituto di Ricerche Farmacologiche Mario Negri; Massimo Florio, professore di Economia pubblica, Università degli Studi di Milano; Giuseppe Remuzzi, direttore scientifico dell&amp;amp;rsquo;Istituto di Ricerche Farmacologiche Mario Negri e professore all&amp;amp;rsquo;Università degli Studi di Milano; Fabrizio Barca, co-presidente del Forum Disuguaglianze e Diversità.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2022/serve-uninfrastruttura-pubblica-ricerca-biomedica-europea-hero.jpg" type="image/jpeg" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2022/serve-uninfrastruttura-pubblica-ricerca-biomedica-europea-hero.jpg" medium="image" type="image/jpeg"/><content:encoded><![CDATA[<p>Nonostante i generosi sussidi governativi, le priorità e le strategie della ricerca biomedica sono di fatto controllate dall&rsquo;industria farmaceutica. Il governo statunitense, per esempio, attraverso l&rsquo;operazione Warp Speed ha trasferito ad alcune aziende 18 miliardi di dollari per sviluppare vaccini, farmaci e test diagnostici per Covid 19: di questi, 12 miliardi sono stati destinati esclusivamente ai vaccini, in particolare per lo sviluppo clinico in fase avanzata e la produzione iniziale¹. Tuttavia, i sussidi non sono una soluzione. Le malattie e i campi di ricerca meno redditizi rimangono poco studiati: questo vale per le malattie infettive e la resistenza agli antibiotici, per le malattie rare (che colpiscono cumulativamente milioni di pazienti), per alcune condizioni correlate al basso reddito, all&rsquo;invecchiamento e ai fattori di rischio delle economie meno sviluppate (meno dello 0,5% dei prodotti attivi è destinato a una delle malattie incluse nell&rsquo;elenco dell&rsquo;OMS delle malattie tropicali trascurate, e solo lo 0,4% riguarda agenti patogeni che sono inclusi nell&rsquo;elenco di quelli considerati prioritari dall&rsquo;OMS)². Inoltre, vi sono diverse questioni irrisolte riguardanti i prezzi, gli studi clinici per l&rsquo;analisi dei dati della popolazione, le analisi comparative indipendenti sull&rsquo;efficacia dei farmaci e dei vaccini esistenti, i brevetti e i nomi dei marchi. Questa situazione evidenzia i limiti dei sussidi nell&rsquo;indirizzare l&rsquo;agenda della ricerca, così come i limiti dei meccanismi finanziari orientati al profitto in mercati poco competitivi.</p>
<p>Da qui, la necessità di orientare efficacemente la ricerca farmaceutica nell&rsquo;interesse pubblico. Un recente studio per il Parlamento europeo³ propone la creazione di un&rsquo;infrastruttura pubblica europea permanente che si concentri sulle minacce e sulle aree di ricerca e sviluppo per le quali i sussidi risultano ridotti a causa dell&rsquo;attuale modello commerciale. Questa infrastruttura, guidata da principi scientifici, avrà la missione di sviluppare nuovi farmaci, partecipando a tutte le fasi del processo di sviluppo, dalla ricerca indipendente alla commercializzazione. Dovrebbe inoltre concentrarsi sulle priorità della salute pubblica e creare conoscenza e innovazione biomedica come bene comune. Sostenuta dai governi dell&rsquo;UE, aperta a terzi e in dialogo con la società civile, l&rsquo;infrastruttura dovrebbe rinunciare ai privilegi economici derivanti dai brevetti.</p>
<p>Grazie all&rsquo;adozione di contratti trasparenti e senza concedere diritti di brevetto esclusivi, l&rsquo;infrastruttura per la ricerca biomedica, orientata ai bisogni della salute, permetterebbe di valorizzare le eccellenti capacità disponibili in Europa, come le università, gli istituti no-profit e le imprese innovative.</p>
<p>Con un budget annuale paragonabile a quello dell&rsquo;Agenzia Spaziale Europea (circa 7 miliardi di euro nel 2022)⁴, ispirato anche all&rsquo;esperienza del CERN, del Laboratorio Europeo di Biologia Molecolare e di altri enti scientifici di eccellenza, in vent&rsquo;anni la nuova infrastruttura potrebbe diventare la prima al mondo per la ricerca biomedica, grazie a un ampio portafoglio di progetti innovativi in settori poco investiti dall&rsquo;industria.</p>
<p>Chiediamo alle istituzioni europee e ai governi nazionali di prendere in considerazione la proposta di questa infrastruttura pubblica (un evento è organizzato dal Parlamento europeo, Science and Technology Panel)⁵ e di appoggiarla, oltre che di svilupparla con urgenza.</p>
<p><em>Questa lettera aperta alle istituzioni e ai governi dell&rsquo;Unione Europea è promossa dal <a href="https://www.forumdisuguaglianzediversita.org/" rel="noopener">Forum Disuguaglianze e Diversità</a> (Italia) e da diverse associazioni e singoli cittadini, tra cui Silvio Garattini, presidente dell&rsquo;Istituto di Ricerche Farmacologiche Mario Negri; Massimo Florio, professore di Economia pubblica, Università degli Studi di Milano; Giuseppe Remuzzi, direttore scientifico dell&rsquo;Istituto di Ricerche Farmacologiche Mario Negri e professore all&rsquo;Università degli Studi di Milano; Fabrizio Barca, co-presidente del Forum Disuguaglianze e Diversità.<br>
Per firmare la lettera, si può inviare una mail a <a href="mailto:perbiomedeuropa@gmail.com">perbiomedeuropa@gmail.com</a></em></p>
<h2 id="1-kim-j-h-hotez-p-batista-c-ergonul-o-figueroa-j-p-gilbert-s---bottazzi-m-e-2021-operation-warp-speed-implications-for-global-vaccine-security-the-lancet-global-health-97-e1017-e1021--2-taghreed-a-ralaidovy-a-h--swaminathan-s-2019-biomedical-research-what-gets-funded-where-bulletin-of-the-world-health-organization-978-516516a--3-european-pharmaceutical-research-and-development-could-a-public-infrastructure-overcome-market-failures-the-study-develops-an-initial-idea-of-the-forum-diseguaglianze-e-diversità-4-per-confronto-lintramural-research-program-national-institutes-of-health-con-1200-principal-investigator-ha-un-budget-annuale-di-circa-45-miliardi-usd--5" class="titolo-minore">1. Kim, J. H., Hotez, P., Batista, C., Ergonul, O., Figueroa, J. P., Gilbert, S., &hellip; &amp; Bottazzi, M. E. (2021). <a href="https://www.thelancet.com/journals/langlo/article/PIIS2214-109X%2821%2900140-6/fulltext" rel="noopener">Operation Warp Speed: implications for global vaccine security</a>. <em>The Lancet</em> Global Health, 9(7), e1017-e1021 <a href="https://www.bloomberg.com/news/features/2020-10-29/inside-operation-warp-speed-s-18-billion-sprint-for-a-vaccine" rel="noopener">https://www.bloomberg.com/news/features/2020-10-29/inside-operation-warp-speed-s-18-billion-sprint-for-a-vaccine</a> 2. Taghreed A., Ralaidovy, A. H., &amp; Swaminathan, S. (2019). Biomedical research; what gets funded where?. <em>Bulletin of the World Health Organization</em>, 97(8), 516–516A; <a href="https://apps.who.int/iris/handle/10665/326270" rel="noopener">https://apps.who.int/iris/handle/10665/326270</a> 3. <a href="https://www.europarl.europa.eu/thinktank/it/document/EPRS_STU%282021%29697197" rel="noopener">European pharmaceutical research and development: Could a public infrastructure overcome market failures?</a>. The study develops an <a href="https://www.forumdisuguaglianzediversita.org/wp-content/uploads/2019/03/proposta-n-2.pdf" rel="noopener">initial idea</a> of the Forum Diseguaglianze e Diversità. 4. Per confronto: l&rsquo;Intramural Research Program, National Institutes of Health, con 1,200 <em>principal investigator</em>, ha un budget annuale di circa 4,5 miliardi USD. <a href="https://irp.nih.gov/about-us" rel="noopener">https://irp.nih.gov/about-us</a> 5. <a href="https://www.europarl.europa.eu/stoa/en/events/details/creation-of-a-public-eu-pharma-r-d-infra/20220610WKS04282" rel="noopener">https://www.europarl.europa.eu/stoa/en/events/details/creation-of-a-public-eu-pharma-r-d-infra/20220610WKS04282</a></h2>]]></content:encoded></item><item><title>Ricercatore straniero? Favorisca i documenti</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/ricercatore-straniero-favorisca-documenti/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/ricercatore-straniero-favorisca-documenti/</guid><pubDate>Tue, 24 May 2022 14:56:00 +0100</pubDate><dc:creator>Liberato Manna</dc:creator><category>politica-della-ricerca</category><description>Da molto tempo si parla in Italia del problema della fuga di cervelli.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2022/ricercatore-straniero-favorisca-documenti-hero.jpg" type="image/jpeg" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2022/ricercatore-straniero-favorisca-documenti-hero.jpg" medium="image" type="image/jpeg"/><content:encoded><![CDATA[<p>Da molto tempo si parla in Italia del problema della fuga di cervelli. Tuttavia, la questione è mal posta, poiché il vero problema è se si possa pervenire a una sorta di equilibrio fra i cervelli che lasciano il nostro paese e quelli che vi fanno ingresso, non solo (o non tanto) a livello di quantità ma anche e soprattutto di qualità. Sorge quindi spontanea la domanda: ma il “sistema Italia” è lontanamente appetibile per un ricercatore che voglia trasferirvisi da uno stato estero, e quanto è difficile accedervi? Tralasciamo la questione degli italiani di ritorno, complessa e legata anche a questioni personali o di attaccamento al proprio paese, e focalizziamoci invece sulla prospettiva di un ricercatore straniero, a un qualsivoglia stadio della propria carriera, che prenda in considerazione l’Italia come luogo in cui continuare la propria carriera di ricerca. La mia analisi vuole affrontare soprattutto degli aspetti pratici, quindi non prenderà in considerazione la scarsa attrattività del nostro sistema ricerca a livello di stipendi, i quali sono poco confrontabili con la media europea, se non quando le offerte di lavoro sono chiaramente legate a particolari schemi di finanziamento (per esempio le borse Marie Skłodowska-Curie). Sorvolerò inoltre sul fatto che, in Italia, tranne che in rarissime realtà di ricerca, un’offerta di lavoro a uno stadio medio-avanzato della carriera (parliamo quindi di docente/ricercatore) significa di fatto solo l’offerta di uno stipendio (fra l’altro quasi mai negoziabile) e non include nel “pacchetto” un accordo sugli spazi di laboratorio (nel caso di ricerca sperimentale), né è lontanamente prevista una dotazione di fondi di base che possa garantire un minimo di sussistenza. Sorvolerò anche sul fatto che i meccanismi di finanziamento della ricerca in Italia sono quasi sempre intermittenti e con tempistiche (regolarità nelle emissioni dei bandi, erogazione effettiva dei finanziamenti, e così via) mai certe, il che rende le prospettive a medio-lungo termine sempre poco chiare e quindi fornisce un quadro poco appetibile.</p>
<p>Ritornando quindi alla nostra domanda di partenza, ci chiediamo innanzitutto se l’Italia sia generalmente in grado di formulare e pubblicizzare un&rsquo;offerta di lavoro nel settore della ricerca in maniera tale da raggiungere agevolmente un ricercatore straniero. In particolare, quest’ultimo è posto nelle condizioni di poter comprendere facilmente i contenuti di un bando, e di poter prestare domanda senza dover ricorrere ad aiuti particolari? Qui sorgono numerosi dubbi. Sappiamo chiaramente che, a livello di bandi per un assegno di ricerca, o per un posto da ricercatore o da docente universitario, questi sono quasi sempre pochissimo pubblicizzati, raramente li si trova in inglese sul sito istituzionale che ha aperto il bando, né tantomeno su siti di ricerca di lavoro. Gli enti sono costretti a farlo solo se, nuovamente, legati a meccanismi di finanziamento transnazionale che impongono certe regole (per esempio la pubblicazione quantomeno sul sito <a href="https://euraxess.ec.europa.eu" rel="noopener">Euraxess</a> per le offerte di lavoro da finanziamenti europei). Conosciamo molto bene i bandi emessi dalla Gazzetta Ufficiale: questi bandi sono scritti in una maniera così intricata (con un preambolo di pagine e pagine di leggi e decreti), da risultare davvero indigesti. Con l’avvento dei social (fra tutti Linkedin e Twitter), i vari gruppi di ricerca possono facilmente diffondere la notizia di disponibilità di posti, ma questo è sempre il frutto di iniziative personali, spesso dei gruppi più attivi e con maggiore interesse a reclutare persone di valore. Presentare domanda poi è un’altra impresa. Prediamo l’esempio di una domanda di ammissione al concorso per il dottorato di ricerca. Su questo punto invito le varie università a controllare i propri siti e a verificare come questi il più delle volte siano di difficile fruizione per uno straniero. Spesso la versione inglese, se c’è, è scritta in maniera maccheronica, con una traduzione diretta dal tecnichese e burocratichese italiano, con il risultato di essere assolutamente incomprensibile. I siti sono inoltre macchinosi e molto spesso un click vi porterà a una pagina in italiano che magari nulla ha a che fare con il processo di presentazione della domanda. Un test sicuramente da condurre è quello di immedesimarsi in un giovane laureato che non conosce la lingua italiana e le nostre terminologie, e provare da soli, senza aiuto di sorta, a completare la domanda: buona fortuna!</p>
<p>Mettiamoci ora nella posizione di una persona che ha finalmente ricevuto un&rsquo;offerta di lavoro, facendo il caso di una offerta di postdoc. Le considerazioni che farò si applicano in toto a ricercatori extracomunitari, ma molte interessano anche i ricercatori comunitari.  Per quanto riguarda il percorso di ingaggio presso un ente di ricerca, le peripezie iniziano con il primo scoglio della dichiarazione di valore del titolo (laurea, dottorato) conseguito presso lo stato estero, necessaria per la verifica di conformità del titolo di studio conseguito e per l’accesso a eventuali agevolazioni fiscali, che deve essere rilasciata da una ambasciata o da un consolato italiano nel paese in cui il ricercatore ha conseguito il titolo (e non è detto che lo stesso sia più residente lì). Il rilascio di questa certificazione richiede di solito dei mesi (sì, dei mesi!), e raramente vengono fornite indicazioni sulle tempistiche a chi ne fa domanda ed è poi in trepidante attesa. Quando la dichiarazione è finalmente ottenuta, l’ente italiano che ha intenzione di assumere il ricercatore può iniziare le procedure per la richiesta del visto. C’è da dire che per le università la procedura di rilascio visto può essere un po’ diversa a seconda della tipologia di visto richiesta. Per esempio, per un visto di studio, le procedure sono di certo più snelle. Tuttavia, un ente di ricerca (come può essere il CNR, tanto per fare un esempio) deve necessariamente utilizzare la procedura descritta nel Testo Unico sull’Immigrazione che prevede purtroppo la richiesta della dichiarazione di valore come primo passo.</p>
<p>Il primo step per la richiesta del visto consiste nell’accedere allo sportello unico per l’immigrazione presso il sito del Ministero dell’Interno. Peccato che, come è successo tra fine aprile e metà maggio di quest’anno, il servizio è stato inaccessibile per diverse settimane, per cui, durante quel lasso di tempo, tutte le richieste di visto in Italia si sono fermate. A ogni modo, la procedura di rilascio del visto porta via altri mesi ed è anche questa imprevedibile. In sede di procedura le ambasciate possono richiedere documentazione aggiuntiva e soprattutto non prevedono la possibilità di avviare contestualmente una richiesta di ricongiungimento familiare, che tecnicamente va iniziata dopo l’arrivo del ricercatore in Italia. Questo punto verrà ripreso in seguito.</p>
<p>Dopo tante peripezie, si arriva in Italia e si può iniziare a fare ricerca. Sarebbe naturale immaginarsi che agli stranieri, al loro arrivo, vengano fornite delle informazioni chiare e tempestive su questioni inerenti famiglia, figli, diritti e doveri, scadenze, assistenza sanitaria, benefici fiscali, e così via. In realtà questo non avviene sempre. Spesso le informazioni fornite dalle autorità e dagli uffici preposti sono frammentarie, centellinate, e alcune volte contraddittorie, anche perché da noi le leggi cambiano spesso e gli uffici non sempre comunicano fra loro. A parte questo, l’iter burocratico di rilascio o rinnovo di documenti di importanza vitale è lungo, complesso e tortuoso. Facciamo alcuni esempi. Il rilascio della tessera sanitaria, da parte della ASL, per sé e per i propri famigliari, è possibile solo dopo avere ottenuto la residenza da parte del Comune di competenza (un processo che purtroppo può prendere anche un anno e che solitamente può essere iniziato solo dopo aver ottenuto il permesso di soggiorno, per cui la procedura è di nuovo piuttosto lunga e l’attesa può durare anche diversi mesi, e di cui parlerò dopo). Spesso c’è un balletto fra vari uffici per richieste di documenti aggiuntivi e rimpalli di responsabilità. Senza tessera sanitaria non si può avere l’assegnazione di un medico curante ufficiale, e quello individuato privatamente può rifiutare di stabilire un appuntamento, e può essere negata una visita prenotata privatamente presso una struttura privata o ospedaliera non in regime di emergenza sanitaria. Un ricercatore che in Italia arriva con un contratto di lavoro ha pienamente diritto alla tessera sanitaria in quanto titolare di reddito. Invece, chi viene con una borsa studio esentasse (come lo è un dottorando), per avere la copertura ASL deve pagare un importo tramite bollettino oppure sottoscrivere una copertura assicurativa privata. Ovviamente, come a volte accade, gli uffici fanno confusione e possono arrivare a chiedere il pagamento del bollettino anche a un ricercatore straniero titolare di contratto.</p>
<p>Un altro grosso problema è quello del rilascio o del rinnovo del permesso di soggiorno, una procedura sempre tediosa e piena di incognite. Le prefetture possono richiedere dei documenti aggiuntivi, come il famigerato documento di “idoneità abitativa”. Per prassi, l’idoneità abitativa non è richiesta per le conversioni del permesso da studio a ricerca, ma in maniera del tutto casuale questa richiesta spunta fuori anche per questo tipo di conversioni, magari in extremis, e così i tempi si allungano di un altro mese o più. Le tempistiche di rilascio del permesso di soggiorno dipendono dalle autorità e possono essere davvero lunghi, ovvero fino a 9-12 mesi. Alcune volte, quando il permesso di soggiorno viene rilasciato, è già scaduto! Il punto fondamentale del permesso di soggiorno è che serve appunto per la permanenza in Italia, ma non è un permesso di soggiorno transnazionale e consente solo brevi spostamenti in Europa. Tuttavia, date le tempistiche di rinnovo, è quindi molto probabile che un ricercatore straniero in Italia possa trovarsi in possesso di un permesso di soggiorno scaduto, in caso di viaggio all’estero rischia di avere problemi al rientro. Cosa succede in questo caso? Il ricercatore potrebbe viaggiare solo con la ricevuta che gli viene data all’atto della richiesta di rinnovo, ma ovviamente la sola ricevuta potrebbe non essere riconosciuta negli altri paesi UE, non essendo un documento d’identità valido per espatrio. Tutti gli stranieri in possesso delle ricevute di rinnovo del permesso italiano possono viaggiare liberamente all’interno dell’Italia e verso il proprio Paese d’origine, per poi rientrare verso l’Italia, ma solo con un volo diretto. È possibile che le ricevute italiane siano riconosciute da un altro stato europeo e che il ricercatore straniero possa partecipare a una conferenza, soggiornare brevemente e poi fare rientro in Italia con un volo diretto. Tuttavia è chiaro come tutto questo guazzabuglio comporti non pochi grattacapo a chi, come ricercatore, ha necessità di viaggiare, anche spesso, e non solo per partecipare a conferenze o a meeting di progetti, ma anche per condurre esperimenti in altre strutture di ricerca, e non necessariamente in paesi UE. </p>
<p>Un altro incubo è la richiesta di ricongiungimento familiare, che può portare via tanti mesi. Ve lo immaginate un ricercatore che è arrivato qui in Italia separandosi dalla famiglia e deve attendere mesi per poter ottenere il ricongiungimento del proprio partner e dei figli? Provate a immedesimarvi nella sua situazione e provate a immaginare il senso di privazione, di allontanamento e di sgomento. Chi, come il sottoscritto, si è dovuto recare negli Stati Uniti con un visto, sa benissimo che può fare contestualmente domanda di visto per i propri familiari a carico e quindi evitare dolorosi distacchi. Per chi arriva in Italia questo non è possibile.</p>
<p>In molti paesi esteri sono presenti degli uffici all’interno delle strutture di ricerca che fungono da <em>liaison</em> con le varie strutture governative. Negli USA, per esempio, questi sono chiamati <em>offices for international students and scholars</em>. Tali uffici assistono e prendono direttamente in carico tutte le pratiche, velocizzando il tutto e permettendo ai ricercatori di interfacciarsi con del personale che conosce molto bene le loro esigenze e problematiche. Nella mia esperienza diretta di diversi anni negli USA, sia come titolare di un visto J1 (<em>visiting scholar</em>) che come lavoratore (H1B), non mi sono mai dovuto recare presso alcun altro ufficio una volta arrivato negli USA. In Italia, gli studenti e i ricercatori stranieri, soprattutto se extracomunitari, fanno la spola fra mille uffici diversi dovendo per legge gestire le proprie richieste e pratiche in prima persona. In alcuni Paesi, esistono uffici governativi direttamente all’interno dei campus universitari. E in Italia? In Italia questo non è possibile. Tutte queste pratiche possono essere gestite soltanto dagli enti preposti e competenti presso le loro sedi.</p>
<p>Alcune prassi devono rispettare dei protocolli molto rigidi. Dopo il suo arrivo, lo straniero deve comparire presso la Prefettura di competenza, spesso accompagnato da un delegato del datore di lavoro per risolvere le difficoltà legate alla lingua, per ottenere il modulo necessario alla richiesta di permesso di soggiorno, e poi richiedere il rilascio del permesso presso l’Ufficio Postale. Per il rinnovo del permesso in scadenza, basta presentare domanda presso l’Ufficio Postale. In entrambi i casi, l’Ufficio Postale provvede a fissare un appuntamento presso la Questura. Lo straniero deve presentarsi all’appuntamento per i rilievi dattiloscopici (ovvero, la raccolta delle impronte digitali). Attenzione: la mancata presentazione al giorno e ora indicati costituiscono omessa sottoposizione al fotosegnalamento e possono essere sanzionati fino al rigetto del permesso di soggiorno o, nei casi più gravi, all’espulsione dello straniero. Non proprio rassicurante! Molti ricercatori stranieri riferiscono che questa esperienza è spesso stressante e umiliante per, usando un eufemismo, lo scarso riguardo con cui vengono trattati, a cui si aggiunge il fatto che nella maggioranza dei casi essi sono ricevuti da personale che parla solo in italiano. Ma non sembrerebbe ovvio a chiunque che una persona che sta facendo richiesta di un permesso di soggiorno è ovviamente uno straniero e probabilmente non si senta a proprio agio con la lingua italiana? </p>
<p>Il nocciolo della questione è forse un altro. Data la scarsa considerazione che si ha della ricerca in Italia, e data anche la confusione normativa, i vari uffici fanno difficoltà a capire cosa sia il lavoro del ricercatore e cosa lo differenzi per esempio da un borsista, da uno studente o da un tirocinante, e quindi quali siano le documentazioni da richiedere e gli adempimenti specifici. Al fine di semplificare e velocizzare le procedure, evitare errori e magari permettere a uno straniero una esperienza meno stressante, bisognerebbe quindi adoperarsi affinché gli enti abbiano un contatto diretto, auspicabilmente direttamente nel campus se si tratta di una università, con uffici quali questura, prefettura, ASL. Non so se questo sarà mai possibile in Italia, ma so per certo che se non avviene ancora non è per una mancanza di buona volontà da parte degli enti di ricerca, i quali sono bene al corrente del problema. L’ufficio di risorse umane dell’istituto presso il quale attualmente lavoro cerca di instaurare e mantenere costantemente una collaborazione costruttiva e propositiva con i diversi enti preposti sull’intero territorio nazionale, per esempio l’agenzia delle entrate, il Comune, le aziende sanitarie locali, e altri uffici, interagendo e facendo da tramite e cercando di garantire al personale straniero il massimo supporto possibile, anche se non sempre le porte sono aperte e la normativa permette soluzioni facilitate.</p>
<p>Le varie comunità di studenti, in particolare extracomunitari (indiani, pakistani, iraniani, cinesi e così via), si sono negli anni organizzate per scambiarsi informazioni e consigli, e per dare in autonomia un supporto ai nuovi arrivati, ma hanno inevitabilmente agito da cassa di risonanza del crescente malcontento per lo scarso riguardo con cui gli stranieri sono trattati nel nostro paese. Il risultato è una pessima pubblicità nei confronti del “sistema Italia”, che scoraggia le nuove leve a considerare l’Italia come futura meta. Inutile dire che, terminata la propria esperienza di lavoro, la stragrande maggioranza di queste persone lascia il nostro paese con un ricordo non sempre positivo. Il <em>brain drain</em> continua, anzi peggiora. Il nostro non è un paese per ricercatori stranieri.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Una riforma della Abilitazione Scientifica Nazionale</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/riforma-abilitazione-scientifica-nazionale/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/riforma-abilitazione-scientifica-nazionale/</guid><pubDate>Sat, 14 May 2022 08:56:00 +0100</pubDate><category>politica-della-ricerca</category><description>La Ministra dell’Università Cristina Messa ha proposto recentemente in una intervista rilasciata al giornalista e conduttore televisivo Riccardo Iacona.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2022/riforma-abilitazione-scientifica-nazionale-hero.jpeg" type="image/jpeg" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2022/riforma-abilitazione-scientifica-nazionale-hero.jpeg" medium="image" type="image/jpeg"/><content:encoded><![CDATA[<p>La Ministra dell’Università Cristina Messa ha proposto recentemente in una intervista rilasciata al giornalista e conduttore televisivo Riccardo Iacona, andata in onda nella puntata di Presadiretta dello scorso 7 febbraio, di superare la procedura nota come Abilitazione Scientifica Nazionale (ASN), o meglio di renderla automatica <a href="https://www.youtube.com/watch?v=p3Yo8TiHvIM" rel="noopener">https://www.youtube.com/watch?v=p3Yo8TiHvIM</a></p>
<p>In accordo con la Ministra, anche noi proponiamo piuttosto di utilizzare ciò di cui già si disporrebbe, e cioè “una serie di indicatori freddi” - immaginiamo dunque “oggettivi”- che non richiederebbero le commissioni per l’ASN, e dalla cui combinazione si evincerebbero le soglie al di sopra delle quali si può accedere al ruolo a concorso.  </p>
<p>Un recente studio sulle dinamiche sottese alla migrazione di ricercatori italiani all’estero, non compensata da un flusso di ricercatori stranieri in entrata di pari entità, ha messo in luce il dato che i ricercatori rimasti in Italia considerano il sistema di reclutamento universitario nazionale come “untrasparent and non-merit-based” (Leopoldo Nascia, Mario Pianta, Thomas Zacharawicz, Staying of leaving? Patterns and determinants of Italian researchers’ migration, “Science and Public Policy”, 48/2, aprile 2021, pp. 200-211). Il sistema nazionale tenderebbe vistosamente a reclutare candidati interni. Agli altri, gli esclusi, a mali estremi non si risparmierebbe l’arma del giudizio della solo “parziale coerenza” con il settore disciplinare della loro produzione. Nel corso della puntata, Giovanni Abramo, direttore dell’IASI (Istituto di analisi dei sistemi ed informatica “A. Ruberti”) del CNR ha affermato: “Noi non attiriamo i migliori. Dovremmo arrivare a un punto in cui il commissario dovrebbe scegliere come se lui stesse scegliendo il chirurgo che dovrà operare la persona a lui più cara, perché noi siamo dei servitori dello Stato, dobbiamo fare gli interessi del paese, della società, e quindi dobbiamo scegliere i migliori non dobbiamo scegliere chi ci fa comodo”.</p>
<p>In effetti, è stato recentemente rilevato da Alberto Baccini (economista di Siena) e rilanciato su <em>Nature</em> ma anche dal <em>Corriere della Sera</em> dal giornalista Gian Antonio Stella, che a causa delle valutazioni bibliometriche della ASN, e in generale sulle valutazioni ANVUR su dipartimenti e università, in Italia si è registrato un aumento delle autocitazioni negli ultimi dieci anni, e un doping citazionale. Noi abbiamo studiato il database di john Ioannidis di Stanford pubblicato nel 2019 dei centomila scienziati più “citati” al mondo, di cui circa duemila italiani, e abbiamo riscontrato che il problema delle autocitazioni in relazione a questa élite scientifica non è significativo in Italia. Questa nostra “risposta” a Baccini, anche pubblicata come lettera su Nature, da un lato dice che l’élite italiana è libera da trucchi di basso livello per aumentare l’impatto scientifico e le citazioni, dall’altra conferma l’ipotesi di Baccini che l’ASN, cui i giovani italiani aspirano per l’entrata e l’avanzamento nella carriera, ha creato una corsa all’accumulo di citazioni.</p>
<p>Tuttavia, essendo l’effetto Baccini in gran parte concentrato negli scienziati meno citati, e vista la proposta della Ministra Messa, proponiamo di alzare le soglie per cui si accettano candidati alla abilitazione ASN, e anche le soglie dei commissari che devono valutare i candidati. All’inizio queste soglie erano basate sul “principio della mediana”, ossia si immaginava che il candidato dovesse essere migliore del 50% dei docenti di quella fascia attualmente presenti nelle Università italiane. Oggi il parametro è troppo basso, per via dell’effetto Baccini, e se la ASN diventa automatica, urge alzare la soglia.</p>
<p>Proponiamo che la soglia sia alzata sia per candidati che per commissari al top 25% della categoria di riferimento. Chiediamo inoltre che l’ASN sia semplificata in base a queste soglie più stringenti, ma pur sempre sia composta da commissari umani. Ci domandiamo per es. cosa avverrebbe della valutazione della attinenza dei candidati ai settori scientifico-disciplinari (SSD).  Se da un lato è noto che questa discrezionalità di attribuire un candidato ad un SSD permette anche degli abusi, per cui candidati eccellenti specie se provenienti dall’estero possono essere eliminati dalla competizione della ASN perché “fuori settore”, dall’altro lato non si vede come si può automatizzare il processo del riconoscimento del settore scientifico-disciplinare. Algoritmi di intelligenza artificiale?</p>
<p>Sia richiesto un molto limitato e dettagliato e argomentato uso del giudizio di “fuori settore scientifico-disciplinare” alle commissioni, e sia monitorato il suo utilizzo anche a posteriori dall’ANVUR.</p>
<h4 id="segnaliamo-che-il-sito-asn-e-la-procedura-è-particolarmente-burocratica-e-complessa-da-capire-per-italiani-allestero-o-stranieri-e-nemmeno-tradotta-in-inglese-sui-siti-ufficiali-italiani-in-modo-esauriente-e-questo-spiega-una-parte-del-problema-della-mancanza-di-applicazioni-dallestero-abbiamo-creato-una-piccola-guida-alla-domanda-asn-su-un-blog-di-harvard-al-link--che-speriamo-possa-essere-seguito-come-traccia-per-il-futuro-e-comunque-è-stato-letto-dalla-comunità-di-riferimento-del-prof-ciavarella-ingegneria-meccanica-fredda-da-almeno-4000-ricercatori-in-poco-più-di-due-settimane--inoltre-abbiamo-creato-sin-dal-2012-un-gruppo-facebook--che-ha-ora-14500-membri-che-si-rendono-quotidianamente-disponibili-ad-aiutare-i-candidati-nelle-complesse-fasi-della-application-e-che-segnaliamo-per-la-sua-ovvia-utilità">Segnaliamo che il sito ASN e la procedura è particolarmente burocratica e complessa da capire per italiani all&rsquo;estero o stranieri, e nemmeno tradotta in inglese sui siti ufficiali italiani in modo esauriente, e questo spiega una parte del problema della mancanza di applicazioni dall&rsquo;estero.  Abbiamo creato una piccola guida alla domanda ASN su un blog di Harvard, al link <a href="https://imechanica.org/node/25909" rel="noopener">https://imechanica.org/node/25909</a> che speriamo possa essere seguito come traccia per il futuro, e comunque è stato letto dalla comunità di riferimento del Prof. Ciavarella (ingegneria meccanica fredda) da almeno 4000 ricercatori in poco più di due settimane.   Inoltre, abbiamo creato sin dal 2012 un gruppo facebook <a href="https://www.facebook.com/groups/166806536849115" rel="noopener">https://www.facebook.com/groups/166806536849115</a>  che ha ora 14.500 membri che si rendono quotidianamente disponibili ad aiutare i candidati nelle complesse fasi della &ldquo;application&rdquo;, e che segnaliamo per la sua ovvia utilità.    </h4><h2 id="riferimenti" class="titolo-minore"><strong>Riferimenti</strong></h2><h2 id="dantuono-p--ciavarella-m-2019-the-false-myth-of-the-rise-in-self-citations-and-the-impressively-positive-effect-of-bibliometric-evaluations-on-the-increase-of-the-impact-of-italian-research-arxiv-preprint-arxiv191002948" class="titolo-minore">D&rsquo;Antuono, P., &amp; Ciavarella, M. (2019). The false myth of the rise in self-citations, and the impressively positive effect of bibliometric evaluations on the increase of the impact of Italian research. arXiv preprint arXiv:1910.02948.</h2><h2 id="dantuono-p--ciavarella-m-2019-citation-doping-not-for-italys-elites-nature-5747778-333-333" class="titolo-minore">D’Antuono, P., &amp; Ciavarella, M. (2019). Citation doping not for Italy’s elites. Nature, 574(7778), 333-333.</h2><h2 id="baccini-a-de-nicolao-g-and-petrovich-e-citation-gaming-induced-by-bibliometric-evaluation-a-country-level-comparative-analysis-plos-one-vol-14-no-9-sep-2019" class="titolo-minore">Baccini, A. De Nicolao, G. and Petrovich, E. ‘Citation gaming induced by bibliometric evaluation: A country-level comparative analysis’, PLoS ONE, vol. 14, no. 9, Sep. 2019.</h2><h2 id="ioannidis-j-p-baas-j-klavans-r-and-boyack-k-w-a-standardized-citation-metrics-author-database-annotated-for-scientific-field-plos-biology-vol-17-no-8-p-e3000384-2019" class="titolo-minore">Ioannidis, J. P. Baas, J. Klavans, R. and Boyack, K. W. ‘A standardized citation metrics author database annotated for scientific field’, PLoS biology, vol. 17, no. 8, p. e3000384, 2019.</h2><h2 id="ga-stella-i-professori-si-citano-da-soli-cosi-si-gonfia-la-ricerca---corriereit-set-2019httpswwwcorriereitcronache19_" class="titolo-minore">GA. Stella, I professori si citano da soli. Cosi si gonfia la ricerca - Corriere.it set 2019. <a href="https://www.corriere.it/cronache/19_settembre_11/i-professori-si-citano-soli-cosi-si-gonfia-ricerca-c471954a-d4cf-11e9-8dcf-5bb1c565a76e.shtml" rel="noopener">https://www.corriere.it/cronache/19_settembre_11/i-professori-si-citano-soli-cosi-si-gonfia-ricerca-c471954a-d4cf-11e9-8dcf-5bb1c565a76e.shtml</a></h2>]]></content:encoded></item><item><title>Giorgio Metta: per la ricerca industriale la soluzione si chiama Volta Society</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/giorgio-metta-ricerca-industriale-soluzione-si-chiama-volta/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/giorgio-metta-ricerca-industriale-soluzione-si-chiama-volta/</guid><pubDate>Fri, 25 Mar 2022 08:06:00 +0100</pubDate><dc:creator>Luca Carra</dc:creator><description>Sul modello del Fraunhofer tedesco, l&amp;amp;rsquo;Alessandro Volta Society è la proposta del direttore dell&amp;amp;rsquo;Istituto Italiano di Tecnologia, Giorgio Metta, per assicurare i fondi per la ricerca applicata, renderli produttivi e creare un sistema della ricerca che esprima il suo potenziale di applicazione industriale in termini di brevetti, start up innovazione e lavoro. L&amp;amp;rsquo;intervista di Luca Carra.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2022/giorgio-metta-ricerca-industriale-soluzione-si-chiama-volta-hero.jpg" type="image/jpeg" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2022/giorgio-metta-ricerca-industriale-soluzione-si-chiama-volta-hero.jpg" medium="image" type="image/jpeg"/><content:encoded><![CDATA[<p>Pur depotenziata dalla spirale inflazionistica indotta dalla guerra, la missione 4 del PNRR dedicata a Università e ricerca rappresenta un’opportunità eccezionale per il rilancio della ricerca italiana, notoriamente debole e sottofinanziata. Si potrebbe fare il gioco di elencare i punti che non vanno del PNRR. Ma anche no. Intelligentemente il direttore dell’Istituto Italiano di Tecnologia Giorgio Metta guarda al bicchiere mezzo pieno, o meglio crede come si potrebbe riempirlo ancora un po’ e soprattutto far durare l’acqua oltre la scadenza del Recovery Plan del 2026. La soluzione avrebbe già un nome: Alessandro Volta Society. Luca Carra ne parla con Giorgio Metta.</p>
<p><strong>Di cosa si tratta?</strong></p>
<p>«È un’Agenzia di cui il nostro Paese ha disperatamente bisogno per assicurare i fondi per la ricerca applicata, renderli produttivi e creare finalmente un sistema della ricerca che esprima il suo potenziale di applicazione industriale in termini di brevetti, start up innovazione e lavoro. Eliminare, insomma quella “valle della morte” che da sempre separa la ricerca dell’accademia dagli impieghi industriali».</p>
<p><strong>Quindi un nuovo ente. Non ne abbiamo già troppi?</strong></p>
<p>Non dovrebbe essere un nuovo ente ma un’agenzia che coordini e federi i molti centri di ricerca e atenei impegnati nella ricerca applicata sui grandi temi dei programmi di ricerca nazionali ed europei: salute, intelligenza artificiale, robotica, transizione ecologica, cybersecurity e altro ancora. Il modello c’è già: il Fraunhofer tedesco che guarda caso è stato istituito nel 1949 dopo la seconda guerra mondiale con i fondi del Piano Marshall, con il compito di far lavorare insieme, i ricercatori di enti, università e delle aziende su un ampio ventaglio di progetti al fine di promuovere quelli più promettenti per le possibili applicazioni. Oggi il Fraunhofer ha 30mila dipendenti, 79 sedi distribuite sul territorio, con diverse specializzazioni, ma afferenti a 9 aree tematiche. Deposita circa 600 brevetti e crea 20 novi spin-off all’anno.</p>
<p><img src="https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2022/giorgio-metta-ricerca-industriale-soluzione-si-chiama-volta-body-1.png.webp" srcset="https://www.scienzainrete.it/media/_web/720/articoli/2022/giorgio-metta-ricerca-industriale-soluzione-si-chiama-volta-body-1.png.webp 720w, https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2022/giorgio-metta-ricerca-industriale-soluzione-si-chiama-volta-body-1.png.webp 1280w" sizes="(max-width: 760px) 100vw, 720px" alt="" width="2772" height="1442" loading="lazy" decoding="async">
</p>
<p><strong>Che ruolo avrebbe il PNRR in questo progetto?</strong></p>
<p>Per la prima volta abbiamo una massa di investimenti notevole, al momento ci sono quattro bandi che finanziano dalla ricerca di base a quella più vicina al mercato, ma in modo frammentario e senza un coordinamento globale. Da qui la nostra proposta di federare questi progetti, pensando anche loro sviluppi futuri, sotto la guida di una agenzia, o società, plasmata sul modello del Fraunhofer. Abbiamo tre anni di tempo per configurare un soggetto di questo tipo, che a regime dovrà essere finanziato per un terzo dallo Stato, un terzo dalla partecipazione a progetti nazionali e internazionali, e per un terzo dall’industria. Quindi tutti i centri nazionali, le numerose infrastrutture della ricerca sparse sul territorio che si stanno creando ora sotto l’impulso del PNRR dovrebbero essere coordinati dalla Volta Society con una governance condivisa fra i vari enti e università ma con un forte board che indirizzi il lavoro dei vari centri con lo scopo di valorizzare al massimo la ricerca industriale.</p>
<p><strong>Qual è il vantaggio rispetto al sistema attuale?</strong></p>
<p>Ce ne sono vari: una focalizzazione sulle due missioni della ricerca (sia essa di base o applicata, sempre che abbia senso questa distinzione) e del trasferimento tecnologico, in modo da selezionare via via i progetti che hanno più possibilità di portare i loro risultati sul mercato; un reclutamento teso a reclutare i ricercatori migliori in un programma di <em>tenure track</em>, che vengono valutati durante il loro percorso e fino a 7 anni dal loro ingresso per promuovere l’eccellenza; la possibilità di dotare la struttura di infrastrutture e strumentazioni di punta che attirino i migliori, e un lavoro assiduo fianco a fianco con la R&amp;S industriale.</p>
<p><strong>Ma l’industria italiana è pronta a questa collaborazione?</strong></p>
<p>È pronta e ne ha bisogno. L’industria investe se ci sono capacità tecniche convincenti. È un dato di fatto che su molti progetti di salute, intelligenza artificiale, sostenibilità ed energia le aziende già oggi cercano, per esempio, l’IIT, che per certi versi ispira questo modello. Un interlocutore nel mondo della ricerca con grande competenze su brevetti, start up, industrializzazione è quello che ancora manca a livello nazionale, e che una Società di questo genere potrebbe garantire unendo tutte le forze, nostre, del CNR, degli altri enti di ricerca e delle università.</p>
<p><strong>Cosa pensa il governo di questo progetto?</strong></p>
<p>Credo (e spero) che ci sia un’attenzione positiva. Il momento è propizio, sia per la sensibilità nei confronti della ricerca da parte dell’attuale governo, composto anche da ricercatori di livello, sia per le risorse messe in campo dal PNRR. La stessa strategia nazionale sull’intelligenza artificiale indica che la strada giusta è un forte coordinamento fra ricerca e industria.</p>
<p><strong>Che costi avrebbe la Volta Society?</strong></p>
<p>A regime 2,4 miliardi di euro l’anno: il che comporta 800 milioni di investimento pubblico, altrettanti privati e da progetti. Ma sarebbe meglio chiedere quali ricavi porterà la Volta Society. L’ultimo finanziamento pubblico del Fraunhofer è stato di 1,1 miliardi di euro e ha fruttato 20 miliardi di PIL, e 4 miliardi di tasse.</p>
<p><strong>Ma è la Germania. Per noi è una missione ambiziosa.</strong></p>
<p>Ma non impossibile, e direi a questo punto necessaria per fare la nostra parte nel rilancio europeo. Abbiamo una qualità della ricerca misurata per numero di ricercatori molto elevata, dobbiamo a questo punto metterla a frutto.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Il finanziamento della ricerca biomedica in Italia e all'estero</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/finanziamento-ricerca-biomedica-italia-allestero/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/finanziamento-ricerca-biomedica-italia-allestero/</guid><pubDate>Thu, 24 Mar 2022 08:58:00 +0100</pubDate><description>Il commento del Patto Trasversale per la Scienza sul PNRR e alcuni suggerimenti per permettere alla ricerca italiana di essere finanziata e gestita in modo comparabile alle altre nazioni avanzate.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2022/finanziamento-ricerca-biomedica-italia-allestero-hero.jpg" type="image/jpeg" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2022/finanziamento-ricerca-biomedica-italia-allestero-hero.jpg" medium="image" type="image/jpeg"/><content:encoded><![CDATA[<p>Grazie ai fondi del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR), si offre l’opportunità, forse storica, di modificare il sistema del finanziamento della ricerca in Italia, avvicinandolo a quelli dei più importanti paesi occidentali. Già in precedenza, il Patto trasversale per la Scienza (PTS) <a href="https://www.pattoperlascienza.it/2021/04/19/aumentare-i-finanziamenti-alla-ricerca-mettere-in-rete-le-strutture-esistenti-evitare-la-creazione-di-nuovi-enti/" rel="noopener">ha sottolineato</a> l’esiguità dei fondi destinati alla ricerca e la necessità di ottimizzare e razionalizzare l’uso delle risorse disponibili. Quali sono le prospettive attuali?</p>
<p>Con qualche approssimazione, il finanziamento del PNRR direttamente dedicato alla ricerca cosiddetta “di base” (sarebbe meglio definirla “pura”) è previsto essere di circa 6 miliardi di euro. Molti meno di quanto sperato dagli scienziati italiani e molto probabilmente insufficienti per colmare la distanza che ci separa da tutti i paesi occidentali economicamente avanzati. Inoltre, la legge di bilancio del 2022 ha di fatto cancellato l’istituzione di un&rsquo;Agenzia Centrale della Ricerca, sollecitata da anni da molti scienziati italiani e proposta dal precedente governo. Tuttavia, guardando alla maggioranza dei paesi occidentali con consolidate tradizioni nel campo del finanziamento alla ricerca, rimane la necessità di un migliore coordinamento delle risorse nazionali che renda la procedura di assegnazione dei fondi, agile, trasparente ed esclusivamente basata sul merito.</p>
<p>Riferendoci per semplicità alla sola ricerca biomedica, offriamo alcuni suggerimenti di semplice attuazione a bassissimo costo.</p>
<ol>
<li>Bandire con tempistiche certe progetti liberi su temi coerenti con le necessità generali della ricerca in Italia e che promuovano innovazione. Le procedure di partecipazione ai bandi dovrebbero essere estremamente semplificate rispetto alle attuali che, a causa di una burocrazia ipertrofica, frenano spesso la partecipazione di molti ricercatori, soprattutto se non supportati da importanti strutture organizzative/amministrative.</li>
<li>Garantire che la valutazione delle proposte sia basata su un attento sistema di “peer review”. A tal fine, riteniamo che sia necessario assicurare la presenza nelle commissioni di un elevato numero (almeno del 75%) di esperti appartenenti ad Istituzioni estere, e di comprovata esperienza nelle tematiche oggetto dei bandi. La partecipazione alle commissioni dovrebbe rispettare limiti temporali ed essere di massimo due mandati non replicabili per ogni singolo revisore.</li>
<li>Incoraggiare bandi per singoli ricercatori/laboratori di ricerca, limitando i “progetti a filiera” per evitare maxi aggregazioni in progetti che, essendo inevitabilmente in numero limitato, vanificano l’attività di una “peer review” rigorosa e competitiva.</li>
<li>Garantire che i giovani ricercatori (cui, comprensibilmente, è riservata una parte dei finanziamenti) siano identificati come tali non dall’età anagrafica ma dagli anni trascorsi dal conseguimento del dottorato di ricerca o dell’ultimo titolo di studio.</li>
<li>Diversificare i bandi specifici per la ricerca da quelli che erogano fondi per strutture o infrastrutture relative.</li>
<li>Allestire un unico portale liberamente consultabile che informi relativamente a: i) bandi disponibili, ii) revisori; iii) risultati delle procedure di selezione dei progetti da finanziare e del monitoraggio dei progetti già finanziati. Quest’ultimo dovrebbe prevedere sia il monitoraggio in itinere e alla conclusione, sia un’analisi di impatto 3-5 anni dopo la fine del finanziamento per valutare i risultati in termini di pubblicazioni, brevetti e, nel caso di finanziamenti per strutture ed infrastrutture, in termini di coinvolgimento in ambito nazionale e internazionale e di sostenibilità economica.</li>
</ol>
<p>Sottolineiamo che questi cambiamenti, poco costosi e di facile attuazione, dimostrerebbero una chiara volontà del Governo di cambiare rotta per permettere finalmente alla ricerca italiana di essere finanziata e gestita in modo comparabile alle altre nazioni avanzate.</p>
<p>*<em>Per il PTS: Piergiuseppe De Berardinis, Vincenzo Guardabasso, Micaela Morelli, Guido Poli, Vincenzo Trischitta; in collaborazione col Prof. Antonio Musarò, Università “La Sapienza” di Roma<br>
Una versione estesa del presente articolo è consultabile sul sito del PTS: <a href="https://www.pattoperlascienza.it/2022/03/21/il-finanziamento-della-ricerca-biomedica-in-italia%ef%bf%bc/" rel="noopener">https://www.pattoperlascienza.it/2022/03/21/il-finanziamento-della-ricer&hellip;</a></em></p>
]]></content:encoded></item><item><title>Rapporto CNR su ricerca e innovazione: si confida sul PNRR</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/rapporto-cnr-ricerca-innovazione-si-confida-pnrr/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/rapporto-cnr-ricerca-innovazione-si-confida-pnrr/</guid><pubDate>Wed, 16 Feb 2022 16:32:00 +0100</pubDate><dc:creator>Chiara Sabelli</dc:creator><category>innovazione</category><description>Renato Guttuso, &amp;amp;ldquo;La ricerca scientifica&amp;amp;rdquo;, 1961, Fondazione Pirelli.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2022/rapporto-cnr-ricerca-innovazione-si-confida-pnrr-hero.jpeg" type="image/jpeg" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2022/rapporto-cnr-ricerca-innovazione-si-confida-pnrr-hero.jpeg" medium="image" type="image/jpeg"/><content:encoded><![CDATA[<p>È stata presentata ieri nella sede del Consiglio Nazionale delle Ricerche (CNR) a Roma la terza Relazione sulla ricerca e l’innovazione in Italia, coordinata da Daniele Archibugi, dirigente dell’Istituto di Ricerche sulla Popolazione e le Politiche Sociali del CNR alla presenza della ministra dell’Università e della Ricerca Maria Cristina Messa e della presidente del CNR Maria Chiara Carrozza.</p>
<p>Il corposo rapporto di più di duecento pagine analizza le caratteristiche del sistema di finanziamento della formazione e della ricerca in Italia, ponendo l’attenzione su alcuni temi strategici su cui si sta intervenendo e si interverrà anche e soprattutto grazie ai fondi del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR) dedicati alla ricerca e all’innovazione. La relazione viene proposta come strumento utile a informare le politiche sul finanziamento e l’organizzazione della ricerca in Italia nei prossimi anni per permettere che lo slancio impresso dal PNRR diventi strutturale e possa portare cambiamenti duraturi per il Paese.</p>
<h2 id="pnrr-quanto-spendiamo-in-ricerca-sviluppo-e-innovazione">PNRR: quanto spendiamo in ricerca, sviluppo e innovazione</h2><p>Dei 222,1 miliardi con cui verrà finanziato il PNRR, circa 12,5 sono dedicati alla componente “Dalla ricerca all’impresa” della missione 4. 430 milioni della componente “Istruzione, formazione e ricerca”, sempre nella missione 4, sono invece allocati alla riforma dei dottorati di ricerca e all’ampliamento del numero delle borse (i dettagli sono contenuti nella tabella 1).</p>
<p>I ricercatori del CNR hanno poi rintracciato le quote del PNRR che favoriranno gli investimenti in ricerca e sviluppo in altre missioni (tabella 2). 2,520 miliardi dei 18 complessivamente destinati al Piano di transizione 4.0 all’interno della missione 1 servono a finanziare il credito di imposta per ricerca innovazione e design. 160 milioni sono destinati alla ricerca sull’idrogeno nella missione 2, quella dedicata alla rivoluzione verde e alla transizione ecologica. Infine, all’interno della missione 6, dedicata alla salute, rientrano 1,1 miliardi di investimenti in innovazione, digitalizzazione e ricerca del Sistema Sanitario Nazionale (SSN) e nello sviluppo di competenze tecniche, digitali e manageriali del personale del SSN.</p>
<p>Gli investimenti in ricerca e sviluppo ammonterebbero dunque a 16,94 miliardi di euro, il 7,6% dei 222,1 miliardi del PNRR.</p>
<p>Confrontando la spesa in ricerca e sviluppo prevista dai piani nazionali di ripresa e resilienza degli altri maggiori paesi europei, si vede che investiamo la percentuale più bassa (tabella 3). In termini assoluti l’investimento italiano è il più alto, ma questo solo perché abbiamo la fetta di finanziamento più alta del Next Generation EU. E non tale da modificare in modo permanente con fondi ordinari il non brillante tasso di investimento in ricerca e sviluppo dell’Italia, fermo all’1,4% del PIL (rispetto a una media europea ormai superiore al 2%).</p>
<p><img src="https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2022/rapporto-cnr-ricerca-innovazione-si-confida-pnrr-body-1.png.webp" srcset="https://www.scienzainrete.it/media/_web/720/articoli/2022/rapporto-cnr-ricerca-innovazione-si-confida-pnrr-body-1.png.webp 720w, https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2022/rapporto-cnr-ricerca-innovazione-si-confida-pnrr-body-1.png.webp 1280w" sizes="(max-width: 760px) 100vw, 720px" alt="" width="2114" height="2657" loading="lazy" decoding="async">
</p>
<p><img src="https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2022/rapporto-cnr-ricerca-innovazione-si-confida-pnrr-body-2.png.webp" srcset="https://www.scienzainrete.it/media/_web/720/articoli/2022/rapporto-cnr-ricerca-innovazione-si-confida-pnrr-body-2.png.webp 720w, https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2022/rapporto-cnr-ricerca-innovazione-si-confida-pnrr-body-2.png.webp 1280w" sizes="(max-width: 760px) 100vw, 720px" alt="Tabella 1. Investimenti componente “Dalla ricerca all’impresa” della Missione 4 del PNRR" width="2097" height="1137" loading="lazy" decoding="async">
</p>
<p class="didascalia">Tabella 1. Investimenti componente “Dalla ricerca all’impresa” della Missione 4 del PNRR. Fonte: <a href="http://www.dsu.cnr.it/relazione-ricerca-innovazione-2021/" rel="noopener">Relazione sulla ricerca e l’innovazione in Italia, Terza edizione, 2022</a>.</p>

<p><img src="https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2022/rapporto-cnr-ricerca-innovazione-si-confida-pnrr-body-3.png.webp" srcset="https://www.scienzainrete.it/media/_web/720/articoli/2022/rapporto-cnr-ricerca-innovazione-si-confida-pnrr-body-3.png.webp 720w, https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2022/rapporto-cnr-ricerca-innovazione-si-confida-pnrr-body-3.png.webp 1280w" sizes="(max-width: 760px) 100vw, 720px" alt="Tabella 2. Investimenti in ricerca e sviluppo in altre missioni del PNRR" width="2127" height="673" loading="lazy" decoding="async">
</p>
<p class="didascalia">Tabella 2. Investimenti in ricerca e sviluppo in altre missioni del PNRR. Fonte: <a href="http://www.dsu.cnr.it/relazione-ricerca-innovazione-2021/" rel="noopener">Relazione sulla ricerca e l’innovazione in Italia, Terza edizione, 2022</a>.</p>

<p>Tabella 3. Confronto tra gli investimenti destinati a ricerca, sviluppo e innovazione nei piani di ripresa e resilienza nazionali finanziati da Next Generation - EU. Fonte: <a href="http://www.dsu.cnr.it/relazione-ricerca-innovazione-2021/" rel="noopener">Relazione sulla ricerca e l’innovazione in Italia, Terza edizione, 2022</a>.</p>
<h2 id="competitività-nei-programmi-quadro-europei">Competitività nei programmi quadro europei</h2><p>Uno degli obiettivi a cui gli investimenti in ricerca, sviluppo e innovazione previsti dal PNRR dovrebbero contribuire è quello di aumentare la competitività dei ricercatori italiani nei programmi quadro per la ricerca e l’innovazione dell’Unione Europea.</p>
<p>La relazione sintetizza i dati di partecipazione dei nostri ricercatori al programma quadro Horizon 2020. Si conferma un minor tasso di successo delle proposte avanzate dagli italiani rispetto a quelle dei maggiori paesi europei, sia in termini di numero di progetti sia di dotazione finanziaria. Dei quasi 36,4 miliardi di euro richiesti per il finanziamento di circa 11 250 progetti, Horizon 2020 ne ha riconosciuti all’Italia poco più di 4, circa il 7,9%, contro il 15,5% della Germania, il 12,4% del Regno Unito e l’11% della Francia. Il tasso di successo sui progetti in cui i ricercatori italiani si proponevano come coordinatori è ancora più basso, circa il 7,5% contro il 16,8% della Germania, il 14% della Francia e il 12,5% del Regno Unito.</p>
<p>La relazione analizza poi la posizione di istituzioni e imprese che hanno partecipato a progetti finanziati da Horizon 2020, attraverso una misura della loro centralità nelle reti di collaborazione scientifica. Queste misure vengono poi aggregate a livello geografico per ottenere una mappa della partecipazione delle diverse province italiane a Horizon 2020. Uno dei risultati più significativi è che la mappa è molto più omogenea nelle province del nord che in quelle del sud. In particolare, al sud la centralità è alta per le province in cui hanno sede i maggiori atenei e bassa per quelle che non li ospitano. Al contrario al nord la partecipazione delle piccole e medie imprese nei progetti finanziati dall’Unione assicura una maggiore continuità tra una provincia e l’altra.</p>
<p>L’analisi riscontra anche una scarsa correlazione tra la distribuzione geografica della centralità delle università italiane nelle reti di produzione della conoscenza (pubblicazioni scientifiche) e quella nelle reti di condivisione della conoscenza (partecipazione a progetti finanziati da Horizon 2020). In altre parole, come da tradizione, a un’elevata capacità di pubblicare non corrisponde una altrettanto elevata capacità di inserirsi nei progetti europei.</p>
<p>«Questo risultato emerge in tutti i macro-settori, e caratterizza in particolar modo alcune città delle regioni meridionali, le cui università sono quindi escluse dalle reti di collaborazione internazionale anche nei casi in cui siano in posizione di centralità nella produzione scientifica del settore» concludono gli autori.</p>
<p>Un altro dato che potrebbe spiegare la maggiore capacità delle province del nord di ricoprire ruoli centrali nelle reti di distribuzione della conoscenza è la maggiore diversificazione tra i soggetti che partecipano ai singoli progetti. Al nord accade più spesso che al sud che le università riescano a mettersi insieme a IRCCS e imprese in progetti che vengono poi finanziati dall’Europa (figura 1).</p>
<p><img src="https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2022/rapporto-cnr-ricerca-innovazione-si-confida-pnrr-body-4.png.webp" srcset="https://www.scienzainrete.it/media/_web/720/articoli/2022/rapporto-cnr-ricerca-innovazione-si-confida-pnrr-body-4.png.webp 720w, https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2022/rapporto-cnr-ricerca-innovazione-si-confida-pnrr-body-4.png.webp 1265w" sizes="(max-width: 760px) 100vw, 720px" alt="Figura 1. Indice di eterogeneità delle organizzazioni partecipanti ai progetti H2020 per provincia" width="1265" height="1044" loading="lazy" decoding="async">
</p>
<p class="didascalia">Figura 1. Indice di eterogeneità delle organizzazioni partecipanti ai progetti H2020 per provincia. Fonte: <a href="http://www.dsu.cnr.it/relazione-ricerca-innovazione-2021/" rel="noopener">Relazione sulla ricerca e l’innovazione in Italia, Terza edizione, 2022</a>.</p>

<h2 id="rendere-il-dottorato-di-ricerca-attraente-per-le-imprese">Rendere il dottorato di ricerca attraente per le imprese</h2><p>Un altro argomento analizzato in dettaglio è il dottorato di ricerca. In Italia solo lo 0,5% della popolazione in età lavorativa ha un dottorato di ricerca, contro l’1,9% degli Stati Uniti, 1,5% della Germania, 1,3% del Regno Unito e 0,9% della Francia. Nel 2018 meno di 10 000 studenti hanno conseguito il titolo in Italia, contro i quasi 15 000 della Francia, 30 000 della Germania e 18 000 della Spagna (che nel 2015 era sotto l’Italia ma aumentato costantemente il numero di posti).</p>
<p>Negli anni si è molto discusso della riduzione dei posti di dottorato banditi, e la ministra Messa si è impegnata a maggio 2021 a raddoppiare il numero di posti banditi. In effetti, la relazione evidenzia come mentre nel 2007 i posti banditi fossero quasi 16 000, nel 2014 erano scesi a meno di 10 000 per poi risalire a poco più di 11 000 nel 2019. Tuttavia, sottolineano gli autori, la riduzione non ha interessato in uguale misura i posti con borsa e quelli senza borsa. Infatti, se nel 2007 dei 16 000 posti, più di 7 000 (il 44%) non erano coperti da borsa, nel 2019 i posti non finanziati sono stati poco meno di 2 000 sui circa 11 000 totali (circa il 28%).</p>
<p>Ma «l’investimento necessario a raddoppiare il numero dei dottorati di ricerca si giustificherebbe solo se fosse il primo passo di un processo assai più complesso che dovrebbe portare il sistema Italia verso un uso più intensivo della conoscenza con un conseguente aumento della specializzazione produttiva. Ciò richiederebbe che il datore di lavoro di ultima istanza dei dottori di ricerca non sia solo del settore pubblico, ma anche di quello privato».</p>
<p>Tuttavia, dall’indagine svolta nel 2018 da ISTAT sulla collocazione dei dottori di ricerca in ambito lavorativo è emerso che circa la metà di chi ha conseguito il dottorato nel 2012 o nel 2014 e che nel 2018 era impiegato giudicava il titolo non necessario alle mansioni svolte. Più grave è il divario salariale fotografato dall’ISTAT tra i dottori di ricerca impiegati in Italia (salario mensile medio 1679 euro) e quelli impiegati all’estero (2700 euro). Inoltre, la differenza tra salario mensile medio di una donna e di un uomo è 312 euro in Italia e 200 euro all’estero. Questa differenza, indipendentemente dal luogo di impiego (Italia o estero), è massima nell’area delle scienze mediche (704 euro in più al mese agli uomini) e minima nelle discipline umanistiche (22 euro). I dati relativi a tutti i settori disciplinari sono riportati nella tabella 4.</p>
<p><img src="https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2022/rapporto-cnr-ricerca-innovazione-si-confida-pnrr-body-5.png.webp" srcset="https://www.scienzainrete.it/media/_web/720/articoli/2022/rapporto-cnr-ricerca-innovazione-si-confida-pnrr-body-5.png.webp 720w, https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2022/rapporto-cnr-ricerca-innovazione-si-confida-pnrr-body-5.png.webp 1280w" sizes="(max-width: 760px) 100vw, 720px" alt="Tabella 4. Salario medio mensile dei dottori di ricerca che hanno ottenuto il titolo nel 2012 e sono impiegati nel 2018" width="1965" height="2102" loading="lazy" decoding="async">
</p>
<p class="didascalia">Tabella 4. Salario medio mensile dei dottori di ricerca che hanno ottenuto il titolo nel 2012 e sono impiegati nel 2018. Fonte: <a href="https://www.istat.it/it/files/2018/11/Report-Dottori-di-ricerca-26nov2018.pdf" rel="noopener">indagine ISTAT sui dottori di ricerca</a>.</p>

<p>La differenza salariale tra Italia ed estero è probabilmente una delle ragioni principali che spinge coloro che ottengono un dottorato in Italia ad andare a lavorare all’estero. Nelle scienze fisiche sono oltre il 30%, sempre secondo l’indagine dell’ISTAT del 2018, poco meno nelle scienze matematiche e informatiche (26-27%), seguiti dall’ingegneria industriale e dell’informazione (19%), dalle scienze economiche e statistiche (14%) e dalle scienze chimiche e biologiche (13%).</p>
<p>Questi dati spingono gli autori della relazione a concludere che «non è sufficiente formare dottori di ricerca, anche se di buon livello, affinché le loro competenze risultino utili per lo sviluppo economico e sociale del paese e possano essere adeguatamente assorbiti nel mercato del lavoro interno.»</p>
<p>Quella dei dottori di ricerca è la “seconda fuga”. La prima è quella che avviene dopo la laurea: nel 2018 erano almeno 12 000 gli studenti italiani che hanno scelto di seguire un corso di dottorato all’estero (considerando solo Austria, Francia, Svizzera, Germania, Regno Unito e Spagna). In Italia gli studenti iscritti nello stesso anno a un corso di dottorato erano poco più del doppio. A questo esodo di neolaureati italiani verso l’estero non corrisponde un altrettanto sostanziale arrivo di neolaureati stranieri in Italia: solo il 15,7% degli iscritti ai corsi di dottorato in Italia viene dall’estero (la maggior parte dei quali da paesi emergenti come Iran, Cina e India) contro il 38,2% della Francia e il 41,5% del Regno Unito. «Ciò testimonia che i nostri corsi di dottorato non sono ancora ritenuti sufficientemente competitivi a livello internazionale», osservano gli autori.</p>
<p>La differenza di salario tra uomini e donne con un dottorato di ricerca, che in media è di 312 euro, è probabilmente spiegata dalla difficoltà di accesso che le donne continuano ad avere ai corsi di dottorato di area STEM (Science Technology Engineering and Mathematics) quelli che permettono di accedere ai settori produttivi con salari mediamente più alti. Infatti, anche se c’è una sostanziale parità di genere tra gli studenti di dottorato in Italia, nelle discipline STEM nel 2018 le donne erano il 40% degli iscritti mentre in quelle non-STEM erano quasi il 60%. A preoccupare è anche il fatto che la situazione stia peggiorando nel tempo. Nel 2005 le donne iscritte a corsi di dottorato in area STEM erano il 45%.</p>
<p>Infine, i dati ISTAT indicano che «la stragrande maggioranza dei dottori di ricerca trova lavoro presso le Università, la Pubblica Amministrazione e l’Istruzione non universitaria. In altre parole, un ampio flusso di dottori di ricerca si riversa nel settore pubblico, mentre solo una piccola parte trova lavoro nel settore delle imprese. A confronto con quanto accade negli Stati Uniti, in Germania, in Svezia e in Svizzera, il dato italiano è anomalo e testimonia ancora una volta che l’Italia è in ritardo nella ricerca industriale e nelle produzioni che si basano su di essa.»</p>
<p>Viene poi evidenziata una correlazione tra numero di ricercatori e numero di dottori di ricerca. I paesi dell’area OCSE che hanno una concentrazione di ricercatori nella popolazione in età lavorativa che è proporzionale a quella dei dottori di ricerca. L’Italia si posiziona male su entrambi gli indicatori con i ricercatori che rappresentano meno dello 0,5% di ricercatori.</p>
<p>Il suggerimento degli autori della relazione è dunque quello di non limitarsi ad aumentare il numero di posti di dottorato ma intervenire contemporaneamente sul sistema produttivo perché diventi capace di metterne a frutto le competenze in attività ad alto valore aggiunto.</p>
<h2 id="i-dottorati-industriali-e-lesperimento-cnr-confindustria">I dottorati industriali e l’esperimento CNR-Confindustria</h2><p>A questa esigenza lo stato ha provato a rispondere, una decina di anni fa, con l’istituzione dei dottorati industriali, basati su accordi tra imprese e università, che restano la base del corso di dottorato, e che vengono finanziati in parte o del tutto dall’impresa. A fronte di questo investimento, l’impresa può indirizzare in parte o del tutto il progetto su cui lavoreranno gli studenti che possono essere già dipendenti dell’impresa stessa. La relazione denuncia però uno scarso successo di questo tipo di borse di dottorato. Un’indagine svolta dalla CRUI nel 2016 ha rilevato due ostacoli dal punto di vista delle Università: la complessa burocrazia per l’attivazione e l’accreditamento di questi dottorati e la valutazione non coerente con l’apertura all’esterno dell’accademia. Dal punto di vista delle imprese, invece, gli impedimenti sono stati, oltre alla burocrazia, le criticità emerse in merito alla proprietà intellettuale e la mancanza di coordinamento nella definizione del progetto di ricerca.</p>
<p>Proprio sulla facilitazione del coordinamento tra enti di ricerca pubblica e imprese si è concentrato l’esperimento portato avanti da CNR e Confindustria di co-finanziare 30 borse all’anno per dottorati innovativi industriali, che è consistito nel progettare «una procedura in più fasi che consente alle imprese di esprimere la domanda di ricerca e innovazione e al CNR di contribuire alla definizione del progetto di ricerca più adatto a rispondere a quella domanda [&hellip;] L’efficacia dell’iniziativa è misurabile dall’aumento del numero dei dottorati industriali attivati ogni anno: abbiamo iniziato riuscendo a finanziare solo 14 borse nel XXXIV ciclo, mentre nel XXXVII ciclo saranno almeno 38 le borse che CNR e imprese finanzieranno.»</p>
<p>L’investimento totale è stato di poco meno di un milione di euro nel 2018 per finanziare 14 progetti e di oltre sette milioni di euro nel 2021 per finanziare 91 progetti.</p>
<h2 id="trasformare-il-sistema-produttivo-italiano">Trasformare il sistema produttivo italiano</h2><p>Il PNRR è dunque un’occasione unica per l’Italia - Archibugi non ha esitato a dire che forse è l’ultima occasione, per operare questa trasformazione. Si legge all’inizio della relazione: «il PNRR, infatti, colloca la politica della ricerca all’interno di una più vasta trasformazione del sistema economico italiano, laddove prevede di integrare la spesa per ricerca pubblica in un più ampio contesto che include anche lo sviluppo sperimentale, il trasferimento tecnologico, la spesa privata in ricerca e innovazione e la formazione. In questa logica la ricerca pubblica gioca un ruolo fondamentale quale potenziale moltiplicatore in grado di attivare investimenti in ricerca privata e innovazione finalizzati alla creazione di ecosistemi innovativi dove la ricerca si trasforma in innovazione, crea posti di lavoro ad elevato valore aggiunto e aggancia i settori produttivi più dinamici nei mercati internazionali.»</p>
<p>«La partita è complessa», scrivono ancora, «perché l’Italia sconta un ritardo strutturale in termini di investimenti in ricerca, sia pubblica sia privata, nonché dall’assenza di grandi imprese che sono fondamentali nei settori Science Based e da una scarsa integrazione tra la ricerca pubblica e l’industria.»</p>
<p>A queste parole ha fatto eco anche Francesca Mariotti, direttrice generale di Confindustria intervenuta nel dibattito, che ha sottolineato come l’Italia sia molto forte nella fase produttiva della catena del valore, una posizione sì centrale ma dove c’è minor valore aggiunto rispetto a quelle pre- e post- produttive. «È quindi necessario» ha concluso Mariotti «favorire l’investimento privato in ricerca e sviluppo e per farlo un elemento cruciale sarà quello della stabilità normativa per far sì che le imprese possano contare sugli incentivi con una certa continuità e certezza nel tempo.»</p>
]]></content:encoded></item><item><title>ERC Starting grant 2021. Male l'Italia, bene gli italiani</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/erc-starting-grant-2021-male-litalia-bene-italiani/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/erc-starting-grant-2021-male-litalia-bene-italiani/</guid><pubDate>Wed, 02 Feb 2022 18:01:00 +0100</pubDate><dc:creator>Sergio Cima</dc:creator><category>dati</category><description>Sono stati pubblicati i dati dei finanziamenti al bando ERC Starting Grant 2021 rivolti ai giovani ricercatori.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2022/erc-starting-grant-2021-male-litalia-bene-italiani-hero.jpg" type="image/jpeg" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2022/erc-starting-grant-2021-male-litalia-bene-italiani-hero.jpg" medium="image" type="image/jpeg"/><content:encoded><![CDATA[<p>Sono stati pubblicati i dati dei finanziamenti al bando <a href="https://erc.europa.eu/sites/default/files/document/file/erc_2021_stg_statistics.pdf" rel="noopener">ERC Starting Grant 2021</a> rivolti ai giovani ricercatori.</p>
<p>Come al solito le prestazioni dei ricercatori italiani sono migliori di quelle delle istituzioni che però sono state più competitive rispetto al passato. Nel 2021 su un totale di 397 grant gli enti italiani ne hanno vinti 28 (il 7% del totale), invece nel 2020 di 436 progetti finanziati solo 20 (il 5%) erano di base in Italia.</p>
<p><img src="https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2022/erc-starting-grant-2021-male-litalia-bene-italiani-body-1.png.webp" srcset="https://www.scienzainrete.it/media/_web/720/articoli/2022/erc-starting-grant-2021-male-litalia-bene-italiani-body-1.png.webp 720w, https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2022/erc-starting-grant-2021-male-litalia-bene-italiani-body-1.png.webp 1280w" sizes="(max-width: 760px) 100vw, 720px" alt="Enti vincitori di Starting Grant 2021 (fonte: European Research Council)" width="1602" height="924" loading="lazy" decoding="async">
</p>
<p class="didascalia">Enti vincitori di Starting Grant 2021 (fonte: European Research Council).</p>

<p>Se invece si guarda ai grafici per nazionalità dei ricercatori la situazione dell’Italia migliora: sono ben 58 i giovani ricercatori italiani che in patria o all’estero hanno ottenuto un grant ERC (nel 2020 erano 53).</p>
<p><img src="https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2022/erc-starting-grant-2021-male-litalia-bene-italiani-body-2.png.webp" srcset="https://www.scienzainrete.it/media/_web/720/articoli/2022/erc-starting-grant-2021-male-litalia-bene-italiani-body-2.png.webp 720w, https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2022/erc-starting-grant-2021-male-litalia-bene-italiani-body-2.png.webp 1280w" sizes="(max-width: 760px) 100vw, 720px" alt="Grant per nazionalità del vincitore (fonte: European Research Council)" width="1622" height="908" loading="lazy" decoding="async">
</p>
<p class="didascalia">Grant per nazionalità del vincitore (fonte: European Research Council).</p>

<p>Si conferma quindi la tendenza degli ultimi anni: i ricercatori italiani sono molto bravi a trovare all’estero le opportunità che mancano in Italia. Segno che tutto sommato il sistema di formazione funziona ma il sistema della ricerca manca di competitività. Due dati a conferma di ciò: l’Italia, tra i grandi paesi UE, è quello che riesce ad attrarre meno ERC dall’estero (la normale fuga di cervelli non è bilancia da un pari ingresso); il tasso di successo (cioè il rapporto tra progetti presentati e progetti finanziati) è del 7%, sotto la media (quasi il 10%) e molto sotto rispetto ai paesi più avanzati (che hanno tassi dall’11% al 18%).</p>

<div class="tabella-scorre" role="region" aria-label="Tabella 1" tabindex="0">
<table>
  <thead>
    <tr>
      <th>Paese dell’istituzione ospite</th>
      <th>Tasso di successo in %</th>
    </tr>
  </thead>
  <tbody>
    <tr>
      <td>Israele</td>
      <td>18%</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>Francia</td>
      <td>15%</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>Paesi Bassi</td>
      <td>13%</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>Svizzera</td>
      <td>13%</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>Regno Unito</td>
      <td>13%</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>Germania</td>
      <td>11%</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>Polonia</td>
      <td>10%</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>Svezia</td>
      <td>9%</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>Irlanda</td>
      <td>9%</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>Norvegia</td>
      <td>9%</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>Lussemburgo</td>
      <td>8%</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>Spagna</td>
      <td>8%</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>Italia</td>
      <td>7%</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>Repubblica Ceca</td>
      <td>7%</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>Danimarca</td>
      <td>6%</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>Belgio</td>
      <td>6%</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>Finlandia</td>
      <td>6%</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>Austria</td>
      <td>5%</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>Slovenia</td>
      <td>5%</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>Portogallo</td>
      <td>4%</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>Grecia</td>
      <td>3%</td>
    </tr>
  </tbody>
</table>
</div>
<p>Il tasso di successo è stato in media del 9,8%: su un totale di 4.066 progetti presentati dagli enti 397 sono stati approvati. L’Italia ha un tasso di successo più basso della media, intorno al 7% (fonte: European Research Council).</p>
<p>Tra le cause che affliggono il sistema se ne possono ricordare alcune annose: la mancanza di una agenzia della ricerca (prima promessa e ora abbandonata); la mancanza di un sistema di valutazione rigoroso e condiviso; la scarso investimento in ricerca e formazione da parte dello stato e dell’industria.</p>
<p><img src="https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2022/erc-starting-grant-2021-male-litalia-bene-italiani-body-3.png.webp" srcset="https://www.scienzainrete.it/media/_web/720/articoli/2022/erc-starting-grant-2021-male-litalia-bene-italiani-body-3.png.webp 720w, https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2022/erc-starting-grant-2021-male-litalia-bene-italiani-body-3.png.webp 1280w" sizes="(max-width: 760px) 100vw, 720px" alt="Spesa in R&amp;D in percentuale sul PIL (fonte: Eurostat)" width="1462" height="862" loading="lazy" decoding="async">
</p>
<p class="didascalia">Spesa in R&amp;D in percentuale sul PIL (fonte: Eurostat).</p>

<p>Questo crea un clima sfavorevole ai giovani ricercatori che vogliono programmare il loro futuro in Italia e quindi preferiscono scappare all’estero. Questo fa dell’Italia uno dei paesi col minor numero di ricercatori sul totale dei lavoratori.</p>
<p><img src="https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2022/erc-starting-grant-2021-male-litalia-bene-italiani-body-4.png.webp" srcset="https://www.scienzainrete.it/media/_web/720/articoli/2022/erc-starting-grant-2021-male-litalia-bene-italiani-body-4.png.webp 720w, https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2022/erc-starting-grant-2021-male-litalia-bene-italiani-body-4.png.webp 1280w" sizes="(max-width: 760px) 100vw, 720px" alt="Numero totale di ricercatori -equivalente a tempo pieno (fonte: Eurostat)" width="1454" height="734" loading="lazy" decoding="async">
</p>
<p class="didascalia">Numero totale di ricercatori -equivalente a tempo pieno (fonte: Eurostat).</p>

<p>In questo ambiente così ostile per ricerca scientifica perfino il risultato degli enti italiani è quasi un successo inatteso. Dovendo resistere in scarsità di risorse il sistema italiano sembra aver sviluppato una sorprendente efficienza. Nell’<a href="https://discover.clarivate.com/ResearchFronts2021_EN" rel="noopener">ultimo report</a> dell’Institutes of Science and Development, Chinese Academy of Sciences sulla competitività della ricerca scientifica nei settori più innovativi, l’Italia si posiziona al quinto posto (quarto nel settore della ricerca medica e nelle scienze economiche e sociali).</p>
<p><img src="https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2022/erc-starting-grant-2021-male-litalia-bene-italiani-body-5.png.webp" srcset="https://www.scienzainrete.it/media/_web/720/articoli/2022/erc-starting-grant-2021-male-litalia-bene-italiani-body-5.png.webp 720w, https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2022/erc-starting-grant-2021-male-litalia-bene-italiani-body-5.png.webp 1280w" sizes="(max-width: 760px) 100vw, 720px" alt="Primi cinque paesi secondo la classifica dell’Institutes of Science and Development, Chinese Academy of Sciences" width="1450" height="420" loading="lazy" decoding="async">
</p>
<p class="didascalia">Primi cinque paesi secondo la classifica dell’Institutes of Science and Development, Chinese Academy of Sciences (fonte: Research Fronts 2021)</p>

<p>La classifica è stilata a partire da un nuovo indice bibliometrico, il Research Leadership Index, che (con i limiti ormai noti insiti in questo tipo di valutazione della ricerca) si può comunque considerare come un ulteriore punto di vista da cui emergono considerazioni che rinforzano le conclusioni di altre ricerche: in Italia, soprattutto in alcuni campi, si produce ottima ricerca a dispetto delle scarse risorse.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>La Legge di bilancio mette a rischio l'autonomia del CNR</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/legge-bilancio-mette-rischio-lautonomia-cnr/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/legge-bilancio-mette-rischio-lautonomia-cnr/</guid><pubDate>Sun, 07 Nov 2021 16:29:00 +0100</pubDate><dc:creator>Rino Falcone</dc:creator><category>politica-della-ricerca</category><description>A quasi vent&amp;amp;rsquo;anni dal tentativo, durante il governo Berlusconi, di togliere autonomia al Consiglio Nazionale delle Ricerche, oggi la manovra si ripete, e di nuovo in chiave di segretezza: con l’articolo 100 dell&amp;amp;rsquo;attuale Legge di bilancio in discussione in Parlamento, infatti, viene riproposta la cancellazione dell’autonomia del CNR.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2021/legge-bilancio-mette-rischio-lautonomia-cnr-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2021/legge-bilancio-mette-rischio-lautonomia-cnr-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>Correva l’anno 2002, la Moratti era Ministra al MIUR nel Governo Berlusconi. L’idea era quella di trasformare il CNR in chiave di una presunta accresciuta “efficienza” e “produttività” attraverso un disegno realizzato dalla Ernst&amp;Young. Il progetto era segreto, ma indiscrezioni uscite sui giornali in piena estate resero pubblico l’intento e si mobilitarono rapidamente non solo gli scienziati del CNR ma la comunità scientifica nel suo complesso. Parteciparono a quel “movimento” a difesa della ricerca pubblica del Paese studiosi del calibro di Margherita Hack, Tullio De Mauro, Carlo Bernardini, Franco Pacini, Giorgio Parisi, Marcello Buiatti e altre migliaia di ricercatori ed esperti in tutto il campo dello scibile del sapere.</p>
<p>Seguirono anni di scontro ma alla fine la riforma Moratti che intendeva azzerare ogni forma di autonomia scomparve dal panorama delle creative innovazioni legislative e successivamente, nel Governo Prodi del 2006, fu messa in cantiere l’autonomia statutaria per gli enti di ricerca pubblica che attribuiva a queste istituzione di alto profilo scientifico la capacità di definire la propria organizzazione di lavoro all’interno di un quadro legislativo di meta livello.</p>
<p>Con <a href="https://giustoscuola.it/archivio-notizie/1839-disegno-di-legge-di-bilancio-2022-art-100-piano-di-riorganizzazione-e-rilancio-del-consiglio-nazionale-delle-ricerche-c-n-r" rel="noopener">l’articolo 100 dell&rsquo;attuale Legge di bilancio</a> in discussione in Parlamento, ci troviamo oggi di fronte alla riproposizione della cancellazione dell’autonomia del CNR. Ma, al contrario di quanto sostenuto da Marx in una sua celebre frase sulla storia che si ripete, questa volta è il primo tentativo Moratti ad apparire come farsa, rispetto a quello in corso di esecuzione. Si ripete la chiave della segretezza, fino alla definizione dell’articolo in questione: nessuno degli organi della comunità scientifica CNR viene informato prima della pubblicazione (tranne verosimilmente la Presidente).</p>
<p>Ancora più estremo è lo sbrigativo esautoramento del ruolo del Parlamento e della comunità scientifica di riferimento: un binomio di svuotamento del dettato costituzionale difficilmente riscontrabile in altre occasioni. Più precisamente:</p>
<ol>
<li>al Parlamento viene sottratta qualsiasi prerogativa sulla trasformazione del CNR. L’autoproclamato “Piano di riorganizzazione e rilancio” viene messo in un articolo della finanziaria in tal modo eludendo la discussione parlamentare in modo assoluto. Anche perché non c’è nulla da discutere, visto che non esistono linee di indirizzo; tutte riservate a un “supervisory board” (chiamato così può fare una certa impressione) costituito da cinque persone nominate dal Ministro dell&rsquo;Università e della ricerca, con la sola partecipazione attiva della presidente CNR. E adottato con decreto del Ministro dell&rsquo;Università e della ricerca “in deroga alle disposizioni, normative e statutarie, che prevedono, in relazione alle specifiche misure previste dal piano, altri pareri, intese o nulla osta, comunque denominati”. In pratica un “via libera” senza che l’istituzione di massima rappresentanza del Paese possa fissare principi e orizzonti strategici da seguire.</li>
<li>al contempo nel CNR viene cancellato quel punto di equilibrio, faticosamente raggiunto attraverso una lunga elaborazione legislativa, in cui rappresentanza della comunità interna e potere di indirizzo del Governo (particolarmente preponderante) determinano la dimensione dell’autonomia dell’Ente. È importante quindi sottolineare come l’autonomia che l’ente esercita non sia nelle sole mani della comunità scientifica interna (come vale per le università) ma sia fortemente mediata e orientata dalle nomine del Governo e di altri organismi che danno conto più ampiamente delle esigenze della società (Confindustria, CRUI, Conferenza Stato-Regioni sono rappresentate nel CdA del CNR). Questa autonomia, quindi, esprime esigenze ampie provenienti dalla scienza ma non solo. Quando però trova un senso interno armonico e partecipato permette all’organismo, come inteso e prescritto dai Costituenti, di svolgere al meglio l’alta funzione cui è preposto. Di colpo tutto questo viene azzerato e messo completamente nelle mani di cinque esperti esterni con non si sa quale mandato!</li>
<li>La cosa che fa anche impressione è però che questa “riforma” del CNR non viene chiamata con il proprio nome, in qualche modo tentando di sviare l’attenzione sulla rilevanza dell’impresa. Probabilmente si è ritenuto che si sarebbero potute sollevate suscettibilità istituzionali troppo impegnative. Si è quindi definito questo atto un semplice “piano di riorganizzazione” e proceduto con un articolo della finanziaria. Non solo: lo si è associato alla “funzione di piano triennale di attività ai fini dell’applicazione della normativa vigente”. E per rendere la cosa del tutto verosimile si è stabilito che: “Il piano di riorganizzazione e rilancio del CNR si conclude entro tre anni dalla sua approvazione. (…)” Come se avesse un senso pensare che possano essere temporanee (ovvero legate a piani triennali) trasformazioni così radicali: “Il piano può contenere proposte di revisione della disciplina, statutaria e normativa, di funzionamento dell’ente, ivi compresa quella riferita alla composizione degli organi, nonché ogni altra misura di riorganizzazione necessaria per il raggiungimento di maggiori livelli di efficienza amministrativa e gestionale (…)”. Insomma, come se avesse senso cambiare il numero dei membri del CdA o dei Consigli scientifici a ogni piano triennale.</li>
</ol>
<p>Sebbene il ruolo e i risultati che il CNR ha ottenuto in tutta la sua storia (di quasi cent&rsquo;anni) raccontino l’importanza straordinaria del nostro principale ente pubblico di ricerca (tanto nell’accrescimento di conoscenza, quanto nella sua capacità di impatto nella società), sarebbe stupido, non veritiero oltre che inverosimile sostenere che il CNR sia un ente perfettamente funzionante e senza necessità di ulteriori sviluppi e cambiamenti. È nella natura della scienza, della sua complessa funzione e articolazione, continuamente mettere in gioco e sfidare le proprie certezze. Anche inseguendo modelli organizzativi aggiornati sempre più adeguati alle dinamiche dello sviluppo scientifico e del suo procedere nella interazione con la società. Ci sono però criteri che devono essere tutelati per fare in modo che possa svolgere al meglio la sua funzione. Sono quelli indicati dalla Costituzione, per cui l’autonomia risulta indispensabile. E dalla prassi della democrazia: per cui una riforma di un ente così rilevante non può essere fatta di sotterfugio attraverso scorciatoie che escludono il reale controllo dei rappresentanti istituzionali. Il CNR compirà nel 2023 i suoi primi gloriosi 100 anni. L’augurio è che non sia messo a repentaglio il suo futuro da un articolo 100 infilato in un decreto finanziario fuori contesto.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Andare all’estero durante il dottorato, o forse dopo, o forse mai</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/andare-all-estero-durante-dottorato-forse-dopo-forse/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/andare-all-estero-durante-dottorato-forse-dopo-forse/</guid><pubDate>Fri, 17 Sep 2021 09:39:00 +0100</pubDate><dc:creator>Lorenzo Moja</dc:creator><description>Partire o non partire? La scelta di lasciare o meno il proprio laboratorio o reparto è un interrogativo per molti dottorandi e post-doc; in quest&amp;amp;rsquo;articolo, Lorenzo Moja tratteggia i possibili vantaggi del “lungo viaggio” all&amp;amp;rsquo;estero. Immagine da pxhere .</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2021/andare-all-estero-durante-dottorato-forse-dopo-forse-hero.jpg" type="image/jpeg" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2021/andare-all-estero-durante-dottorato-forse-dopo-forse-hero.jpg" medium="image" type="image/jpeg"/><content:encoded><![CDATA[<p>«La valigia sul letto è quella di un lungo viaggio» sono i primi versi di una celeberrima canzone di Julio Iglesias, <em>Se mi lasci non vale</em>, un artista forse oggi un pochino fané ma capace di rientrare tra i primi dieci cantanti al mondo per dischi venduti. Nel testo della canzone una donna ferita da un tradimento lascia il proprio compagno, che però non si capacita di questa scelta. I versi creano un’atmosfera in cui si rimane sospesi nell’incertezza, tra passato e futuro. La partenza diventa l’inizio di un percorso introspettivo in cui si rivive cosa è stato, tra gioie e amarezze. E il viaggio si trasforma nel preludio di un possibile ritorno. Con le dovute differenze questa canzone mi ricorda le sensazioni che si provano nel partire per frequentare un nuovo ateneo o laboratorio, magari molto lontano. «La valigia sul letto» non potrà non ricordare a chiunque sia partito, nell’ambito delle proprie attività di ricerca, il momento immediatamente prima di una lunga trasferta.</p>
<p>Dopo un corso dedicato alla metodologia della ricerca, ho avuto modo di passare qualche piacevole momento con alcuni dottorandi e post-doc di alcuni importanti atenei, discutendo del mondo della ricerca e delle difficoltà che questo presenta, soprattutto nelle fasi iniziali: stipendi bassi, difficoltà nel condurre i propri progetti, nel pubblicare, e poche certezze riguardo il futuro. Tutte frustrazioni condivisibili; il mondo della scienza può risultare meschino anche a chi ci si è avvicinato con grandi speranze.</p>
<p>Gran parte della discussione era incentrata sui possibili vantaggi o svantaggi dell’abbandonare la propria comfort zone, ovvero il proprio laboratorio (o reparto nel caso dei medici). Due tesi venivano contrapposte. La prima, più di pancia, prevedeva di rimanere nel laboratorio (o reparto) all’interno della struttura dove si era cominciato a fare ricerca, valutando se il credito derivato dall’assidua presenza potesse poi materializzarsi in una promozione. Se il piano di ottenere un posto da ricercatore in loco fosse fallito, allora sarebbe stato attivato il piano B: andare all’estero. Può sembrare una scelta vantaggiosa, in quanto pone un ordine ben definito alle proprie possibilità, cercando di massimizzare il proprio vantaggio, e mitiga i rischi – partire senza aver prima visto cosa succede “in casa”. Questa decisione sconta però un peccato originale, ovvero non tiene conto della probabile maturazione personale e dell’arricchimento scientifico che il viaggio conferisce. La seconda tesi a confronto è quella riassunta nel verso «un lungo viaggio», di cui provo a tratteggiare di seguito i possibili vantaggi.</p>
<h3 id="il-metodo-scientifico-e-le-competenze-trasversali">Il metodo scientifico e le competenze trasversali</h3><p>Il metodo scientifico è un complesso insieme di conoscenze di diverse discipline. Nelle scienze mediche troviamo, per esempio, la statistica, l’epidemiologia, la fisiopatologia, la clinica, solo per citarne alcune. Per quanto in molti atenei italiani tutte queste discipline siano rappresentate, c’è comunque il rischio che rimanendo a lungo nel proprio ambiente formativo ci si possa imbattere in un blocco evolutivo, ovvero non si riesca a crescere oltre un certo livello. L’ambiente diventa statico facendo emergere difficoltà di vita, relazioni personali ingessate e il costante ripetersi della routine.</p>
<p>Studiare oltre confine dà l&rsquo;opportunità di esplorare diverse metodologie di lavoro, scoprire innovazioni e sperimentare in prima persona la vita dei diversi sistemi accademici e il loro approccio alla ricerca. La dinamicità del viaggio facilita l’incontro con il nuovo.</p>
<h3 id="una-rete-internazionale-di-contatti">Una rete internazionale di contatti</h3><p>Fare il proprio dottorato all&rsquo;estero (o almeno una parte di esso) permette di espandere la rete di propri contatti al di fuori del proprio paese d&rsquo;origine. Non si tratta di annotare qualche numero di telefono in più nella propria rubrica telefonica, ma di tessere relazioni e opportunità di crescita intellettuale tra la corte di colleghi della propria età e anche più senior. Chi viaggia dimostra passione e volontà di adattarsi a nuovi sistemi, e questa attitutidine favorisce l’accoglienza e “accende” l’empatia. Costruire una solida rete di colleghi permette di accedere a diversi progetti, esperienze di lavoro e opportunità di ricerca che rendono la propria agenda più ampia e variegata. Le attività così iniziano ad espandersi e moltiplicarsi.</p>
<h3 id="linatteso">L’inatteso</h3><p>Andando all&rsquo;estero, ci si apre a un&rsquo;esperienza completamente nuova, che può finire per diventare parte di un percorso non pianificato al momento della partenza. La maturazione professionale in contesti che accolgono giovani ricercatori stranieri è sorprendentemente veloce, in particolare se comparata alle dinamiche italiane, dove si necessita spesso di tempo per scalare le gerarchie. Questa flessibilità si può concretizzare in proposte lavorative da parte dell’ente o accademia dove si è “atterrati”, o nella possibilità di vincere una selezione in altre istituzioni. Spesso è proprio l’esperienza internazionale la chiave di volta che apre a nuove strade. Chi inoltre possiede un’indole più audace, nel viaggio può trovare un ottimo bilanciamento tra mondo accademico e senso di avventura, scoprendo maggiormente sé stessi e le proprie capacità.</p>
<h3 id="la-continuità-del-viaggio-nel-proseguo-della-carriera">La continuità del viaggio nel proseguo della carriera</h3><p>In diversi contesti culturali il “viaggio” non è un’opportunità relegata all’età specificatamente dedita all’apprendimento. In molti paesi Europei e negli Stati Uniti, professori con molti anni di carriera alle spalle spendono periodi all’estero con regolarità. Ogni 5 o 10 anni hanno l’opportunità di fare un sabbatico, ovvero un periodo di studio ospitati da una struttura estera. L’assunzione di fondo è che i benefici culturali e sociali che offre un lasso di tempo all’estero possono giovare non solo in età più giovane, ma ripetersi a ogni tempo della vita. Imparare a sfruttare le opportunità offerte da contesti diversi diventa quindi qualcosa che si può ripercorrere e replicare.</p>
<h3 id="il-ritorno">Il ritorno</h3><p>Molte istituzioni e università in Italia stanno aumentando le quote di ricercatori e professori che hanno maturato lunghe esperienze all’estero (tre o più anni). Da più di dieci anni è attivo un sistema che dedica alcuni milioni di euro ogni anno per finanziare le chiamate dirette nei ruoli di professori di studiosi ed esperti stranieri o italiani impegnati all’estero. Questa opportunità, dedicata solamente a chi si è speso all’estero, va ad aggiungersi alle altre tipologie di concorsi del sistema di reclutamento accademico italiano. È lecito pensare che «la valigia sul letto» possa essere, nel futuro, quella di un possibile ritorno. A volte il rientro può beneficiare anche di condizioni fiscali particolarmente vantaggiose, se il ricercatore per esempio rientra nel contesto della legge “rientro dei cervelli” o “lavoratori rimpatriati”.</p>
<p>Le carriere nel mondo di ricerca si possono sviluppare sia a livello di sedi italiane, sia all’estero, o in ambedue. Esplorare percorsi complementari in cui ci si trasferisce da un’istituzione italiana a una estera, e viceversa, è una possibilità che andrebbe stimolata e non sottovalutata. Dimostrando di essere determinati, aperti alle novità e pronti a lanciarsi in nuove situazioni si allarga il proprio network fuori dai confini nazionali, acquisendo nuove conoscenze e sviluppando un pensiero critico su diversi sistemi e metodi di lavoro. Questo mix di cultura e passione è incredibilmente importante in un mondo globalizzato, indipendentemente dal percorso specialistico che si sceglie, per “saper andar via ma saper ritornare”, proprio come diceva Iglesias.</p>
<p><em>Sono grato a Daniela Berardinelli per i suggerimenti dati a una versione iniziale dell’articolo.</em></p>
<p><em>Questo articolo si va aggiungere a altri due articoli dedicati a coloro che sono in formazione: <a href="https://www.scienzainrete.it/articoli/medico-ricercatore-bruciare-due-lati-candela-senza-scottarsi/">Medico e ricercatore: come bruciare i due lati della candela, senza scottarsi</a> e <a href="https://www.scienzainrete.it/articoli/inquietudine-dottorandi-tempo-covid-19/">L’inquietudine dei dottorandi al tempo di Covid-19</a></em></p>
]]></content:encoded></item><item><title>Le piattaforme nazionali per la ricerca in Italia, storia di cicale e formiche</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/piattaforme-nazionali-ricerca-italia-storia-cicale-formiche/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/piattaforme-nazionali-ricerca-italia-storia-cicale-formiche/</guid><pubDate>Mon, 30 Aug 2021 07:27:00 +0100</pubDate><category>ricerca-scientifica</category><description>Con la pandemia di Covid-19 abbiamo visto tanti “scienziati formiche” lavorare incessantemente; abbiamo visto anche tante “cicale” perdere la percezione sociale del rischio per sé stessi e per gli altri di una mancata vaccinazione. Oggi, gli “scienziati formiche” possono cogliere un’occasione mai vista in passato: contribuire alla definizione delle Piattaforme Nazionali per le scienze della vita più innovative e avanzate del Paese, ospitate presso la Fondazione Human Technopole di Milano.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2021/piattaforme-nazionali-ricerca-italia-storia-cicale-formiche-hero.jpg" type="image/jpeg" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2021/piattaforme-nazionali-ricerca-italia-storia-cicale-formiche-hero.jpg" medium="image" type="image/jpeg"/><content:encoded><![CDATA[<p>Fra le favole di Esopo, quella della cicala e della formica è di sicuro la più famosa. La sua morale ci insegna una cosa semplice e ovvia: se si vuole arrivare preparati ad affrontare i momenti difficili, è necessario impegnarsi, anche con fatica, con uno sforzo che non si esaurisce individualmente nel “qui e ora”, ma sinergico, con una visione strategica sul mondo e sul domani.</p>
<p>Nell’era della pandemia da SARS-CoV-2 abbiamo visto tanti “scienziati formiche” lavorare incessantemente per trovare un rimedio a Covid-19, che per molte persone è stato fatale. Abbiamo visto anche tante “cicale gracchianti” perdere la percezione sociale del rischio per sé stessi e per gli altri di una mancata vaccinazione.</p>
<p>Oggi, gli “scienziati formiche” possono cogliere un’occasione mai vista in passato: contribuire alla definizione delle Piattaforme Nazionali (PN) per le scienze della vita più innovative e avanzate del Paese, ospitate presso la Fondazione Human Technopole (HT) di Milano. Un centro nato un po&rsquo; “nel segno della cicala”, per riprendere la metafora della favola, perché forte di risorse assegnate politicamente a priori, senza alcuna competizione; un centro che però oggi, proprio grazie a quelle risorse, trova una nuova missione al servizio della comunità scientifica nazionale.</p>
<h2 id="un-podi-storia">Un po&rsquo; di storia</h2><p>Il 30 dicembre 2020, dopo un dibattito parlamentare e pubblico durato ben cinque anni, che ha visto coinvolti interlocutori politici e una parte della comunità scientifica, viene siglata la <a href="https://www.mur.gov.it/sites/default/files/2021-07/Convenzione%20MEF_MUR_Min%20Salute_HT.pdf" rel="noopener">Convenzione</a> tra la Fondazione Human Technopole e i tre ministeri fondatori (Ministero dell’Università e della Ricerca, Ministero della Salute, Ministero dell’Economia e delle Finanze) con l’obiettivo di realizzare, presso la Fondazione HT, una serie di Piattaforme tecnologiche Nazionali (PN) nell’ambito delle scienze della vita, pressoché uniche nel Paese, che saranno poi a disposizione dell’intera comunità scientifica nazionale. Ogni ricercatore potrà accedervi senza vincolo di appartenenza istituzionale, per condurre le parti tecnologiche dei propri progetti, altrimenti difficilmente perseguibili restando nella propria sede di origine.</p>
<p>La Convenzione assegna infatti una importante missione “nazionale” allo Human Technopole, stabilendo di destinare la parte maggioritaria (pari al 55%) del finanziamento pubblico che HT riceve per legge ogni anno alla realizzazione, al funzionamento e all’accrescimento delle PN, decise a valle di una consultazione pubblica strutturata in due fasi: la prima rivolta a selezionati portatori di interesse rappresentativi del sistema della ricerca nel settore delle scienze della vita, la seconda rivolta alla totalità degli studiosi italiani. Un <em>unicum</em> nel panorama delle politiche per la ricerca nel nostro Paese, un segnale di attenzione ai diritti più che ai privilegi, che interroga gli specialisti su come meglio organizzare un’area che diventerà centrale nel futuro della ricerca del settore – con beneficio anche di HT, che si troverà al suo interno il meglio delle tecnologie ideate e sostenute dalle idee del Paese. Per l’anno 2021, a fronte di un investimento pubblico per HT pari a 122 milioni di euro, la quota corrispondente per la realizzazione delle PN ammonta ad oltre 67 milioni; quando il finanziamento pubblico per HT sarà a regime (140 milioni l’anno a partire dal 2024) il contributo destinato alle PN sarà di 76 milioni l’anno.</p>
<p>Un risultato di importanza strategica per sostenere in modo virtuoso e meritocratico la ricerca scientifica in Italia, vero motore della forza propulsiva di un Paese, capace di elevare il Paese stesso verso una crescita culturale, sociale ed economica. Un passo avanti verso la competizione virtuosa delle idee di tutti, ad armi pari, riducendo squilibri e privilegi.</p>
<p>La prima fase delle consultazioni (le cui informazioni sono <a href="https://www.mur.gov.it/it/news/giovedi-29072021/ricerca-iniziata-consultazione-di-primo-livello-prevista-da-convenzione-con" rel="noopener">reperibili al sito del MUR</a>) ha preso il via lo scorso 23 luglio (scadrà il 30 settembre), con l’invio di un modulo a una lista di rappresentanti del mondo delle università, Istituti di Ricerca e Cura a Carattere Scientifico (IRCCS), centri e istituti scientifici, organizzazioni per il finanziamento alla ricerca e l’industria del settore <em>life science</em>. Ognuno dei soggetti coinvolti - identificati, come da Convenzione, da un comitato tecnico - può utilizzare il modulo per descrivere ciascuna delle unità infrastrutturali (cioè l’insieme delle tecnologie, delle competenze e delle procedure sperimentali) di cui le PN si dovranno comporre. L’obiettivo di questa prima fase della consultazione, attraverso la compilazione di un modulo, è identificare le priorità avvertite dalla comunità scientifica nazionale nell’ambito delle scienze della vita. Le indicazioni risultanti da questa prima fase verranno poi sottoposte al vaglio della comunità scientifica nazionale durante la seconda tornata di consultazioni nel corso dell’autunno 2021.</p>
<p>Il modulo è ispirato ai campi che lo “European Strategy Forum on Research Infrastructures” (ESFRI) impiega per raccogliere le proposte di realizzazione di infrastrutture di ricerca da inserire nella roadmap europea, una struttura a rete che coinvolge diversi paesi dell’UE. Sulla base quindi della ricognizione dell’esistente, come si evince dalla Convenzione, l’obiettivo di questa prima consultazione è raccogliere le proposte di creazione di piattaforme innovative che andranno a costituire il principale parco tecnologico nazionale per le scienze della vita.</p>
<p>La compilazione dei moduli previsti per la consultazione pubblica richiede competenze dettagliate ed esperienze decennali per disegnare, realizzare e rinnovare i vari segmenti delle PN desiderate. Non si tratta quindi di costruire o acquistare, in “quota Convenzione”, semplicemente una serie di strumenti da lasciare sparsi qua e là nei locali “nazionali” di HT, ma di costruire uno spazio tecnologico del futuro e di tutti con una gamma di tecnologie pionieristiche e versatili nel campo delle scienze della vita. L’errore che gli studiosi in questa fase non devono commettere è quindi di proporre (i propri) progetti di ricerca chiedendo la tecnologia a supporto; il compito, forse più arduo ma certamente più stimolante e importante per il futuro della ricerca italiana, è invece quello di definire le tecnologie più innovative che possano essere messe a disposizione dell’intera rete della ricerca scientifica per le scienze della vita in ambito nazionale.</p>
<p>La Convenzione, come sottolineato dalla scienziata e senatrice a vita Elena Cattaneo, “segna un importante cambio di passo per la ricerca italiana, e potrà rappresentare un modello per i prossimi investimenti pubblici in questo campo, perché realizza in concreto il principio secondo cui i fondi pubblici non vanno assegnati dal decisore politico arbitrariamente e senza concorrenza, ma a valle di un confronto pubblico con gli esperti del settore interessato”.</p>
<p>Un cambio di passo che si può già toccare con mano se si considera come, nonostante il periodo di pausa estiva, il settore delle scienze della vita si sia messo al lavoro già dal giorno successivo alla comunicazione dell’apertura della prima fase delle consultazioni con riunioni serrate, diapositive esplicative (importanti quelle predisposte nella <a href="http://www.cattaneoinsenato.it/wp-content/uploads/2021/07/Cons_pubblica_Ministeri_HT_Slide_IRCCS_30-07-2021.pdf" rel="noopener">riunione degli IRCCS</a>, che riassumono l’intera iniziativa e le azioni operative), discussioni sulle strategie di intervento, scambio di documenti, individuazione di esperti in tecnologie d’avanguardia e stakeholder all’interno di IRCCS, Atenei, Istituzioni di Ricerca e della Federazione Italiana Scienze della Vita (FISV), per arrivare pronti alla scadenza di fine settembre. Un movimento che per una volta ha visto enti, ospedali e centri di ricerca lavorare in modo sinergico per disegnare il parco tecnologico del futuro.</p>
<h2 id="gli-aspetti-virtuosi-della-convenzione">Gli aspetti virtuosi della Convenzione</h2><p>Diversi sono gli aspetti innovativi e positivi di quello che si spera possa rappresentare in futuro il modus operandi per allocare risorse pubbliche in modo rigoroso, informato e competitivo, a cominciare dalla possibilità – pressoché inedita in Italia - di fare rete per proporre piattaforme tecnologiche e strumenti tra i più avanzati e innovativi nel panorama nazionale e internazionale, dotati di personale altamente qualificato per affrontare le sfide pratiche e le questioni strategiche legate alla gestione e all’accesso a tale strumentazione.</p>
<p>Altrettanto inedita nel nostro Paese è la prospettiva di una consultazione pubblica che, archiviando per un momento la decennale politica di competizione a risorse scarse, spesso definita “guerra tra poveri”, chiama gli studiosi collettivamente, in modo aperto e trasparente, a svolgere una operazione di lavoro sinergico dove ogni stakeholder diventa funzionale alla proposta di un altro ed insieme concorrono alla realizzazione di segmenti di quelle PN che saranno destinate all’intera comunità scientifica nazionale. Ogni ente, ma anche più enti insieme, in base alle proprie esperienze e competenze, potrà immaginare di proporre l’insieme dei segmenti/unità infrastrutturali di una intera piattaforma tecnologica, oppure predisporre in ciascun modulo la precisa descrizione di ogni singola unità infrastrutturale di cui si deve comporre ogni PN. L’integrazione dei diversi moduli che ogni stakeholder sottometterà e riferiti alle varie Piattaforme spetterà al comitato tecnico che, oltre a “comporli” per completare le singole PN, definirà e proporrà anche la priorità di realizzazione delle stesse.</p>
<p>Le Piattaforme Nazionali così realizzate comporteranno molteplici vantaggi per la ricerca del Paese:</p>
<ol>
<li>La possibilità di disporre di un parco tecnologico per le scienze della vita completo, ricco di competenze, costantemente aggiornato e a libero accesso (competitivo). Negli anni, ogni ente o istituto di ricerca si è trovato ad allestire strumenti al proprio interno – con risorse sempre deficitarie, sacrificando magari altri sviluppi - e formare personale per corrispondere nei limiti del possibile ad alcune esigenze dei propri ricercatori. Frammenti di piattaforme e <em>facilities</em> comprensibilmente disegnate per il singolo ente e le relative ricerche, quindi fisiologicamente prioritarie su qualsiasi eventuale richiesta esterna e pertanto non strutturate per essere accessibili e per rispondere alle necessità continue di ricercatori di un intero Paese. La sfida a cui sono invece chiamati oggi gli studiosi e gli specialisti italiani è quello di proporre la creazione delle migliori e più complete piattaforme tecnologiche, riunite in un luogo unico, con logiche marcatamente nazionali. Per amplificare i vantaggi e l’impatto di questo investimento nel futuro della ricerca e del Paese, queste logiche non dovranno tuttavia perdere di vista l’integrazione e armonizzazione delle PN nel contesto delle infrastrutture di ricerca internazionali ed in particolare europee. Ci riferiamo a iniziative come le infrastrutture per le scienze della vita riconosciute dall’ESFRI, quali ELIXIR, BBMRI, Euro-BioImaging, Instruct e altre, e all’European Open Science Cloud. Queste realtà hanno visto negli anni, spesso non senza difficoltà, una forte crescita dell’impegno e della partecipazione delle istituzioni di ricerca del nostro paese e dei loro ricercatori, uno sforzo volto ad assicurare all’Italia un ruolo da protagonista nelle scelte strategiche a livello di infrastrutture di ricerca in Europa. Il coordinamento a livello nazionale e sovranazionale con queste realtà ci offrirebbe l’opportunità di fare delle PN non solo un potente catalizzatore per la ricerca nazionale ma di andare oltre, fornendoci i mezzi per influire con maggior peso specifico sulle scelte strategiche e di policy che determineranno il futuro della ricerca nel nostro continente per i decenni a venire.</li>
<li>La possibilità, da parte dei vari stakeholder, di risparmiare sui singoli piani di investimento in tecnologie e sui costi per la loro manutenzione, liberando così risorse pubbliche da impegnare in altri settori della ricerca e della formazione. Ogni anno le diverse università, gli ospedali e i centri di ricerca destinano un budget più o meno consistente (si va da un minimo di 500.000 euro/anno a diversi milioni di euro/anno) per la realizzazione e la manutenzione di piccole, medie e grandi attrezzature. Si tratta di competenze e strumentazione difficili da rinnovare e manutenere, soprattutto se si considera che la tecnologia a supporto delle scienze della vita è a rapida obsolescenza, che l’upgrade è sempre costoso, che dopo poco tempo i mancati aggiornamenti comportano perdita di competitività e che anche i soli costi di manutenzione sono consistenti. Centralizzare le diverse PN significa fornire un know-how tecnico-scientifico altrimenti difficilmente accumulabile, prevenire l’invecchiamento delle strumentazioni con un loro continuo aggiornamento ed evitare duplicazioni infrastrutturali. Si viene così a creare un significativo vantaggio, non solo in termini di “economia di scala”, ma anche di efficacia di investimento pubblico in risorse umane e competenze qualificate capace di rendere i nostri ricercatori ancora più competitivi a livello internazionale.</li>
<li>Soprattutto, l’iniziativa non ambisce a suddividere potere e/o risorse tra enti ma è diretta a liberare il potenziale progettuale e tecnologico di ogni singolo ricercatore del Paese, a partire dai più giovani. Ovunque essi siano, qualunque sia il tema della loro ricerca e a qualsiasi ente appartengano, potranno accedere direttamente, con il proprio nome, per via competitiva alle PN applicando in ogni momento dell&rsquo;anno per chiedere l’accesso e quindi svolgere la parte tecnologica del proprio progetto di ricerca sapendo che i costi della realizzazione di quella parte tecnologica svolta presso le PN saranno coperti dalla “quota Convenzione”. Insomma, ogni ricercatore non solo potrà accedere alle migliori tecnologie e competenze, ma l’accesso garantirà la copertura di ogni spesa per la parte progettuale svolta presso le PN, inclusi i costi (spesso ingenti) dei reagenti, per la mobilità e l’eventuale formazione dei ricercatori esterni a HT. La copertura globale dei costi vivi dell’esperimento svolto è un unicum in termini di diritti, equità e potenziale di sviluppo. Non esistono infatti in Italia nemmeno <em>facilities</em> (entità più limitate rispetto alla completezza di una piattaforma di competenze, strumenti e protocolli sperimentali) e laboratori locali in grado di garantire la copertura costi di un progetto esterno. O di disporre del proprio personale affinché risponda istantaneamente e interamente alle ricerche di decine e decine di richiedenti invece che alle priorità locali o di chi gestisce per sé quelle facilities. O, ancora, di comprendere l’interezza e garantire l’aggiornamento continuo di apparecchiature tecnologiche come quelle necessarie per la genomica, le quali ogni anno subiscono un’autentica rivoluzione concettuale e sperimentale. Ecco perché le PN presso HT diventeranno un importantissimo trampolino per molte ricerche, una grande opportunità a vantaggio soprattutto dei giovani ricercatori e dei piccoli gruppi di ricerca, finalmente liberi di sperimentare con una solida garanzia di copertura finanziaria degli esperimenti proposti, accrescendo in questo modo la propria competitività a livello nazionale e internazionale.</li>
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<p>Da settimane c’è grande movimento tra gli scienziati italiani. Chi – come gli scriventi - fa ricerca nel campo delle scienze della vita in Italia sa bene quanto bisogno abbiamo di piattaforme di genomica, proteomica, metabolomica, metagenomica, imaging, <em>single cell omics</em>, <em>genome</em> (CRISPR) <em>and tissue engineering</em> e tante altre, ognuna composta di diverse unità infrastrutturali, che si tratti di SNP <em>genotyping</em>, <em>high-throughput single cell analysis</em>, proteomica spaziale (un’altra meta inarrivabile per la stragrande maggioranza degli studiosi ed enti visto il costo e la complessità di tale tecnologia rivoluzionaria) e altro ancora, integrate tra loro e gestite da una squadra di scienziati e tecnici di altissima formazione e qualificazione a supporto di qualsiasi progetto di ricerca. Il budget della “quota Convenzione” (circa 70 milioni/anno per sempre) prevede infatti per le PN anche il reclutamento di personale tecnico-scientifico specializzato dedicato a far crescere, in sinergia con i richiedenti, i tanti progetti del Paese che chiederanno accesso. Uno snodo centrale, dunque, nei tanti sviluppi progettuali della ricerca, dalla messa a punto dell’esperimento alla sua esecuzione e realizzazione. La Convenzione prevede inoltre che il richiedente cui venga garantito l’accesso possa recarsi presso HT per il tempo necessario allo svolgimento del lavoro (magari alcune settimane) oppure inviare il materiale previa discussione e progettazione del lavoro da svolgere o ancora chiedere un accesso formativo che gli/le insegni a utilizzare le Piattaforme necessarie ai suoi studi per poi tornare nel suo territorio ed ente di ricerca e promuovere ulteriormente, in loco, le potenzialità delle tecnologie e delle PN utilizzate.</p>
<p>Tuttavia, il tema sta suscitando interesse anche al di fuori delle scienze della vita e della salute: STEM, antropologia e archeologia, scienze storiche e sociali sono a esse intimamente connesse in progetti transdisciplinari che sempre di più rappresentano frontiere di conoscenza e sviluppo culturale e tecnologico.</p>
<p>Una grande opportunità concentrata in un unico parco tecnologico ma in grado di rendere più produttivo l’intero Paese. Le nazioni che hanno adottato questa centralità di tecnologie sulle scienza della vita, come la Svezia, ne hanno già pienamente misurato e dimostrato i vantaggi, primo fra tutti il maggior impatto internazionale di quella ricerca che si avvale delle loro piattaforme nazionali.</p>
<p>Da noi, un esempio concreto del contributo che queste PN potrebbero dare alla ricerca italiana viene dalla tecnologia per determinare il contenuto di RNA e proteine a livello di ogni singola cellula e caratterizzare le differenze di espressione genica (grazie alle tecniche di genomica) e proteica (proteomica) tra una cellula normale e una cellula malata o tumorale. Siamo fatti da miliardi di cellule che ogni giorno, ogni ora, ogni minuto si “parlano”, interagiscono e si moltiplicano secondo equilibri rigorosi e stabiliti. E quando qualcosa in questo equilibrio fallisce, l’intero organismo può soccombere. Fino a cinque anni fa queste tecnologie permettevano di studiare al massimo poche decine di cellule di un tessuto ed erano appannaggio di pochissimi gruppi, risultando complesse e molto costose. Ora siamo addirittura a livello di analisi contemporanea di decine di migliaia di cellule. E tra un anno la routine sarà milioni. Non solo. Ora su singole cellule si può studiare contemporaneamente il profilo degli RNA e anche lo stato della cromatina di ogni singolo locus genico. Ancora più sorprendente è che oggi le tecnologie di trascrittomica e proteomica spaziale permettano la mappatura dell’“attività genica” di ogni singola cellula nella sua localizzazione tessutale, potendo analizzare cosa succede in una sottopopolazione cellulare adiacente ad un’altra. L’analisi a livello di singola cellula potrà essere estesa anche a livello delle cellule microbiche e ci consentirà di caratterizzare in modo straordinariamente accurato le attività e le funzioni (o disfunzioni) del nostro “microbioma”.</p>
<p>In un lasso di tempo brevissimo queste tecnologie e le relative strumentazioni permetteranno altri passi oggi impensabili. Stati Uniti, Gran Bretagna e Giappone sono alla frontiera nel progettare questi avanzamenti tecnologici; un risultato difficile da raggiungere in Italia, continuando a ragionare su singoli enti e laboratori di ricerca, sia per i costi di realizzazione, innovazione e manutenzione, sia per le spesso insufficienti risorse umane in grado di utilizzare e gestire queste potenti piattaforme, nonché di fornire un adeguato know-how tecnico-scientifico.</p>
<p>Dopo tanti anni in cui la ricerca italiana ha sofferto di mancanza-incertezza di finanziamenti e di strategie politiche, abbiamo ora un&rsquo;opportunità eccezionale e una grande sfida: quella di dotare il Paese di uno spazio ipertecnologico di avanguardia ed innovazione che guidi anche la trasformazione virtuosa dei metodi per allocare le risorse pubbliche, affinché queste siano al servizio di tutti i progetti meritevoli giudicati in modo trasparente.</p>
<p>«Con la firma della Convenzione», come ha ribadito l’ex ministro dell’Università e della Ricerca, Gaetano Manfredi, a valle della firma, «realizziamo l’obiettivo previsto in legge di Bilancio 2020 di assegnare al polo scientifico di ricerca, nato nell’area ex-Expo, una missione di carattere nazionale, più aperta e inclusiva per i ricercatori italiani, nella logica dell’open science”. Una realtà oggi a portata di mano di tutti i ricercatori italiani, che ora possono contribuire a trasformare quel 55% della “quota Convenzione” in una meta certa e ambita della ricerca italiana, presso cui recarsi, anche per breve tempo, per poi tornare al proprio centro e “contaminare” le realtà locali con i risultati e le esperienze e permettere una crescita culturale e scientifica diffusa. Un risultato che permetterà anche ad HT di diventare un virtuoso epicentro della ricerca italiana».</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Futuro della ricerca italiana: una conversazione con Maria Cristina Messa</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/futuro-ricerca-italiana-conversazione-maria-cristina-messa/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/futuro-ricerca-italiana-conversazione-maria-cristina-messa/</guid><pubDate>Sun, 01 Aug 2021 00:17:00 +0100</pubDate><dc:creator>Cristiana Pulcinelli</dc:creator><category>politica-della-ricerca</category><description>Maria Cristina Messa, ministra dell&amp;amp;rsquo;università e della ricerca, deve affrontare la riforma delle carriere dei ricercatori di università e enti pubblici di ricerca, con l&amp;amp;rsquo;obiettivo di ridurre il precariato e facilitare la mobilità tra istituti e anche da e verso l&amp;amp;rsquo;estero. Inoltre, il suo ministero dovrà gestire 15 miliardi del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza e il nuovo Fondo Italiano per la scienza, istituito con il decreto &amp;amp;ldquo;Sostegni bis&amp;amp;rdquo;.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2021/futuro-ricerca-italiana-conversazione-maria-cristina-messa-hero.jpeg" type="image/jpeg" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2021/futuro-ricerca-italiana-conversazione-maria-cristina-messa-hero.jpeg" medium="image" type="image/jpeg"/><content:encoded><![CDATA[<p>Maria Cristina Messa, professoressa ordinaria di diagnostica per immagini all’Università di Milano Bicocca ed ex rettrice nella stessa università, è stata nominata ministra dell’Università e Ricerca del governo Draghi a febbraio 2021. È la prima donna a ricoprire questo ruolo, la sesta se si considera il periodo di accorpamento del ministero dell’università con quello dell&rsquo;istruzione. Nei primi mesi di incarico, ha nominato un’altra donna (Maria Chiara Carrozza) a capo del CNR. Forse anche questa scelta fa parte della modernizzazione di cui ha parlato più volte la ministra. Intanto ha annunciato alcuni provvedimenti che si concretizzeranno presto: una accelerazione della carriera per i ricercatori, la parificazione dei percorsi in università ed enti di ricerca, l’accorpamento di esame di laurea e abilitazione per alcune professioni - oltre ai medici, veterinari, psicologi, farmacisti e odontoiatri, ma anche fisici, chimici, biologi. Ora, attraverso il suo ministero, passerà anche la gestione di una parte del PNRR, il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza. E si dovranno affrontare problemi nuovi e antichi di questo settore.</p>
<p>Tra i problemi più urgenti sul tavolo della ministra c’è quello di aumentare la quota di giovani laureati nel nostro paese. In effetti, l’ultima <a href="https://ec.europa.eu/eurostat/web/products-eurostat-news/-/ddn-20210625-1" rel="noopener">indagine</a> di Eurostat sull’istruzione universitaria ha rivelato che l’Italia è penultima tra i 27 paesi membri dell’Unione Europea per percentuale di cittadini tra 25 e 34 anni con un diploma di studio universitario: solo il 29%. Peggio di noi ha fatto solo la Romania, con il 27%, mentre Lussemburgo, Irlanda, Cipro, Lituania e Paesi Bassi hanno già superato l’obiettivo che l’Unione si è prefissata per il 2030, con più del 45% di laureati nella fascia di età 25-34 anni.</p>
<p>«Per aumentare il numero di laureati è necessario sia accompagnare più giovani a iscriversi all’università sia incidere sul tasso di abbandono», spiega Messa, «dobbiamo investire in borse di studio perché non ci siano più meritevoli senza mezzi che non possono essere sostenuti a causa della mancanza di risorse, sostenere la realizzazione e l’ammodernamento di campus e alloggi affinché l’università non sia solo lezioni in aula ma sempre di più esperienza di vita».</p>
<p>Anche in base ai dati sui ricercatori siamo nelle retrovie, se paragonati a paesi simili al nostro. Secondo i dati OCSE, in Italia ci sono 6 ricercatori ogni mille occupati. In Francia sono 10,9, in Germania 9,7, nel Regno Unito 9,4 e in Spagna 7,1. Inoltre, i nostri ricercatori sono più anziani rispetto a quelli degli altri Paesi. Secondo la ministra Messa su questo punto sarà cruciale il disegno di legge 2285, ora in <a href="http://www.senato.it/leg/18/BGT/Schede/Ddliter/54186.htm" rel="noopener">discussione</a> al Senato dopo essere stato approvato dalla Camera e su cui, proprio in questi giorni, si svolgono le <a href="https://www.cisl.it/wp-content/uploads/2021/07/audizione-Cisl-su-DDL-S2285_27-luglio.pdf" rel="noopener">audizioni</a> informali dei sindacati.</p>
<p>Il disegno di legge 2285, di iniziativa parlamentare, intende dare maggiore peso al titolo di dottore di ricerca nel mondo del lavoro, ma soprattutto riformare i meccanismi di reclutamento dei ricercatori delle università e degli enti pubblici di ricerca. Oltre a facilitare la mobilità di studenti, docenti, ricercatori tra atenei, tra università ed enti di ricerca, in Italia e all’estero. Si tratta del primo intervento su questi temi dopo la legge 30 dicembre 2010, n. 240, parte della riforma del sistema scolastico e universitario attuata dal quarto governo Berlusconi con la ministra Mariastella Gelmini.</p>
<p>Il disegno di legge si propone di disciplinare le borse post laurea, modificare alcuni aspetti della disciplina relativa agli assegni di ricerca, ma soprattutto quella relativa ai contratti per i ricercatori universitari a tempo determinato, riconducendo a unità le due tipologie di contratto attualmente previste (tipo A e tipo B) e introducendo anche nel sistema italiano il meccanismo del cosiddetto <em>tenure track</em>, un contratto a tempo determinato della durata di sette anni non rinnovabile. Prevede inoltre di introdurre un contratto simile per ricercatori e tecnologi a tempo determinato degli enti pubblici di ricerca, nonché un meccanismo di mobilità, riguardante ricercatori titolari di contratti a tempo determinato, fra università ed enti pubblici di ricerca. «Dare chiarezza nel percorso e reali possibilità ai giovani è l’aspetto più urgente su cui lavorare» spiega Messa.</p>
<p>La ministra sottolinea anche che, nel riorganizzare le carriere dei ricercatori è fondamentale dare maggiore rilievo al personale tecnico e amministrativo di atenei ed enti di ricerca «riconoscendone la professionalità e la competenza, anche e soprattutto sotto il profilo della retribuzione. L’aspetto manageriale per la gestione delle infrastrutture, per garantire il necessario e qualificato supporto ai ricercatori, non può continuare a essere considerato di secondo piano». La speranza è che questo incida sul carico di lavoro burocratico che grava sulle spalle di tutti gli universitari e i ricercatori, costretti a sottrarre buona parte del tempo che dovrebbe essere dedicato alla ricerca per compiti di tipo amministrativo.</p>
<p>Altro nodo cruciale è quello dei finanziamenti. Sempre secondo i dati dell’OCSE, mentre l’Italia spende in ricerca e sviluppo poco più dell’1,4% del suo PIL, in Francia questa percentuale è del 2,2%, in Germania del 3,1% e nel Regno Unito dell’1,7%. Siamo a livelli inferiori rispetto alla media UE, che si attesta intorno al 2,2%. Un discorso analogo vale anche per la sola componente di spesa pubblica. «Con il PNRR, con il Fondo italiano per la Scienza istituito per la prima volta con il decreto legge “Sostegni bis” e destinato alla ricerca fondamentale, con i fondi ordinari in ricerca si inizia a invertire la rotta sul fronte della continuità e certezza degli investimenti. Il nodo tuttavia non riguarda solo il “quanto”, ma anche e soprattutto gli strumenti che dovrebbero consentire un uso rapido, efficace, efficiente e ovviamente trasparente delle risorse». «Inoltre - aggiunge la ministra - si tratta anche di valutare la ricerca. Per questo, con il decreto legge “Semplificazioni” è stato istituito il nuovo Comitato Nazionale per la Valutazione della Ricerca che prende il posto dell’attuale Comitato nazionale dei garanti per la ricerca, con una composizione più ampia e un rafforzamento delle competenze».</p>
<p>Le risorse destinate a università e ricerca nel PNRR ammontano a circa 15 miliardi di euro. Gran parte di questi fondi saranno destinati «al rafforzamento della ricerca e alla diffusione di modelli innovativi per la ricerca di base e applicata condotta in sinergia tra università e imprese», spiega Messa. «All’interno di questa voce sono racchiusi investimenti per il Fondo per il Programma Nazionale Ricerca (PNR) e progetti di Ricerca di Significativo Interesse Nazionale, finanziamenti per progetti presentati da giovani ricercatori, per partenariati allargati estesi a Università, centri di ricerca, imprese, per il potenziamento di strutture di ricerca e creazione di “campioni nazionali” di ricerca e sviluppo su tecnologie abilitanti, oltre alla creazione e al rafforzamento di “ecosistemi dell&rsquo;innovazione”, e di &ldquo;leader territoriali di ricerca e sviluppo&rdquo;». In particolare 1,61 miliardi saranno destinati al finanziamento di massimo di 15 programmi di ricerca e innovazione nel periodo 2021-2026, realizzati da partenariati di università, centri di ricerca e imprese in linea con gli obiettivi del nuovo programma quadro di ricerca europeo Horizon Europe.</p>
<p>La componente della CGIL che raggruppa i lavoratori dei settori della formazione, istruzione e ricerca ha osservato che il PNRR si concentra soprattutto sulla ricerca applicata e industriale, trascurando quella di base. Tuttavia Messa ricorda che i fondi del PNRR sono solo uno degli strumenti di finanziamento della ricerca universitaria e degli enti pubblici di ricerca: «Integrando i fondi nazionali con quelli del PNRR struttureremo i PRIN-Progetti di Rilevante Interesse Nazionale con una dotazione annuale di circa 500 milioni all’anno per bandi di ricerca, per giovani ricercatori aggiungiamo 600 milioni del Recovery ai 200 dei fondi strutturali, inoltre il nuovo Fondo italiano per la scienza è totalmente destinato alla ricerca fondamentale, con una dotazione di 50 milioni per il 2021 e 150 a partire dal prossimo anno».</p>
<p>Il PNRR prevede infine un investimento di 600 milioni di euro per progetti di giovani ricercatori sul modello dei bandi European Research Council, Marie Skłodowska-Curie Individual Fellowships e Seal of Excellence. «L’obiettivo è consentire loro di maturare una prima esperienza di responsabilità di ricerca» e offrire un’alternativa al trasferimento all’estero, che sempre più spesso i nostri ricercatori vedono come <a href="https://www.nature.com/articles/d43978-021-00022-9" rel="noopener">unica possibilità</a> per proseguire la loro carriera.</p>
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]]></content:encoded></item><item><title>Per un rinnovato ruolo della scienza nel futuro del Paese</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/rinnovato-ruolo-scienza-futuro-paese/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/rinnovato-ruolo-scienza-futuro-paese/</guid><pubDate>Wed, 24 Mar 2021 13:00:00 +0100</pubDate><category>politica-della-ricerca</category><description>Pubblichiamo la lettera aperta scritta a Mario Draghi da parte di «Energia per l’Italia», «Scienza in Parlamento», «Per un Paese Sostenibile», «La Scienza al Voto». I quattro gruppi chiedono: maggiori investimenti per una ricerca che sia motore di sviluppo; un ruolo centrale per la scienza a sostegno di Governo e Parlamento, a partire dall’emergenza ambientale, sotto forma di un Consiglio Scientifico Nazionale, multidisciplinare e indipendente; un grande piano di formazione e informazione scientifica, per la scuola e per tutti.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2021/rinnovato-ruolo-scienza-futuro-paese-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2021/rinnovato-ruolo-scienza-futuro-paese-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>«Energia per l’Italia», «Scienza in Parlamento», «Per un Paese Sostenibile», «La Scienza al Voto» hanno inviato una lettera aperta al Presidente del Consiglio Mario Draghi, che è stata presentata oggi dai quattro gruppi in una conferenza stampa. Le proposte: maggiori investimenti per una ricerca che sia motore di sviluppo, un ruolo centrale per la scienza a sostegno di Governo e Parlamento, a partire dall’emergenza ambientale, sotto forma di un Consiglio Scientifico Nazionale, multidisciplinare e indipendente. In più, anche un grande piano di formazione e informazione scientifica, per la scuola e per tutti.</p>
<p>«Spesso la politica si rivolge alla scienza solo in situazioni di emergenza, come quella attuale relativa al Covid-19», spiega Ruggero Bettinardi, data scientist di «Scienza in Parlamento». «Riteniamo invece - continua - che si debba sviluppare e “istituzionalizzare” un dialogo continuo tra politica e scienza, per far sì che le decisioni politiche siano adeguatamente informate dalle migliori conoscenze disponibili nei vari campi del sapere». Antonello Pasini, fisico del clima del CNR e coordinatore del comitato scientifico «La Scienza al Voto», sottolinea inoltre che il Consiglio scientifico proposto dai quattro gruppi avrebbe al suo interno più Comitati scientifici per specifiche esigenze e/o emergenze. «Già esistono - dice Pasini - Comitati scientifici specifici per la bioetica o appunto per l’emergenza Covid-19, e potrebbero essere gli antesignani di altri Comitati: il primo di cui abbiamo necessità, per l’urgenza della crisi climatica e ambientale, è un Comitato per il clima, l’ambiente e la salute, l’energia e la transizione ecologica».</p>
<p>«La società civile può imparare ad avere fiducia e consapevolezza del metodo scientifico e dello studio dei sistemi complessi», afferma Alessandra Bonoli, ingegnere ambientale e della transizione dell’Università di Bologna, in rappresentanza del comitato scientifico «Energia per l’Italia». E continua: «un’altra priorità è quindi quella di promuovere un grande piano di formazione e informazione scientifica, principalmente nella scuola ma anche con interventi extrascolastici di formazione permanente». Conclude poi Roberto Danovaro, biologo marino, presidente della Stazione zoologica Anton Dohrn di Napoli, primo firmatario dell’appello «Per un Paese sostenibile», «a nostro avviso altra fondamentale priorità deve essere quella di permettere alla scienza e alle sue applicazioni di fare da volano allo sviluppo della nostra società futura».</p>
<p>Pubblichiamo di seguito il testo della lettera.</p>
<h2 id="lettera-a-mario-draghi">Lettera a Mario Draghi</h2><p>Illustrissimo Presidente Draghi,</p>
<p>in questo critico momento in cui – con l’aiuto della scienza – stiamo lottando contro l’emergenza Covid-19, si pensa giustamente a progettare anche il nostro futuro: l’Europa ha varato il piano Next Generation EU, e il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR) sarà il modo di calarlo nella realtà italiana.</p>
<p>Noi, esperti di scienza di varie estrazioni, già promotori di lettere e appelli per incentivare il contributo della scienza alla società italiana, ci uniamo per chiedere che la scienza stessa vi assuma un ruolo adeguato e possa così contribuire a una ripresa equa e sostenibile, portatrice di benessere e prosperità per noi e per le generazioni future.</p>
<p>Ci preme raccomandare innanzi tutto che l’intervento degli scienziati non sia percepito come invasivo o elitario. Siamo ben consapevoli del ruolo fondamentale e creativo della politica per calare le esigenze scientifiche nella vita sociale con criteri di efficacia e di giustizia. Ma la scienza è un patrimonio di tutti e per tutti.</p>
<p>Una conoscenza diffusa del metodo scientifico e dei suoi sviluppi contemporanei è necessaria: aiuta a comprendere che i problemi cui ci troviamo di fronte in tanti campi diversi non sono semplici. Occorre colmare questa lacuna, perché oggi viviamo “immersi” in sistemi complessi, con cui dobbiamo interagire in maniera corretta per trovare delle soluzioni efficaci ed eque: ci riferiamo all’economia globalizzata, alla diffusione delle pandemie, al sistema climatico, agli ecosistemi, al web, solo per citarne alcuni.</p>
<p>Ecco quindi che veniamo a Lei con una prima richiesta: porre in atto un grande piano di formazione e informazione, principalmente nella scuola ma anche con interventi extrascolastici di formazione permanente, che permetta di raggiungere un’alfabetizzazione estesa e un avvicinamento ai metodi e ai risultati della scienza di questi sistemi complessi da parte dei giovani e di strati i più ampi possibili dei nostri connazionali - questo permetterà un più diffuso apprezzamento della scienza, dei risultati raggiunti e delle incertezze che permangono, e si potranno riconoscere e isolare con più facilità le fake news che sempre più spesso compaiono nei mezzi di comunicazione - e crescerà quella fiducia sociale che è indispensabile ai passaggi più impegnativi.</p>
<p>Se l’insegnamento e la corretta comunicazione della scienza sono una priorità del Paese, a nostro avviso altra fondamentale priorità deve essere quella di permettere alla scienza e alle sue applicazioni di fare da volano allo sviluppo della nostra società futura. Ciò significa anche consentire ai nostri scienziati di fare ricerca di punta con strumenti pari a quelli degli altri Paesi sviluppati.</p>
<p>In questo senso, come indicato da studi di autorevoli economisti, gli investimenti in ricerca risultano un efficace moltiplicatore di sviluppo. Ma qui, purtroppo, scontiamo gravi carenze: basti pensare che l’Italia investe in ricerca solo 150 Euro annui per ogni cittadino, contro i 250 e i 400 di Francia e Germania, rispettivamente, e che i nostri ricercatori sono solo 75.000 contro i 110.000 della Francia e 160.000 della Germania.</p>
<p>In questa situazione, Le chiediamo, <a href="https://www.scienzainrete.it/articoli/recovery-fund-deve-essere-usato-portare-linvestimento-italiano/">in linea con il “piano Amaldi” e i suoi ulteriori approfondimenti da parte di illustri colleghi</a>, di investire in istruzione e ricerca, sfruttando anche il PNRR, per raggiungere i futuri obiettivi europei di spesa in questi settori, o almeno per allinearci con la percentuale di PIL dedicata attualmente a questo scopo dai Paesi che maggiormente puntano su un’economia della conoscenza.</p>
<p>Infine, una questione più “strutturale”.</p>
<p>La scienza, con i suoi metodi di indagine rigorosi e quantitativi, ci permette di interagire correttamente con i vari sistemi complessi in cui siamo inseriti e di affrontare efficacemente i problemi che vi dovessero sorgere. Soluzioni estemporanee e non scientificamente fondate possono essere estremamente pericolose. Ma spesso la politica si rivolge alla scienza solo in situazioni di emergenza, come quella attuale relativa al Covid-19.</p>
<p>Riteniamo invece che si debba sviluppare e “istituzionalizzare” un dialogo continuo tra politica e scienza, per far sì che le decisioni politiche siano adeguatamente informate dalle migliori conoscenze disponibili nei vari campi del sapere. In questa prospettiva, si potrebbe pensare all’istituzione di un Consiglio scientifico nazionale a carattere multidisciplinare con rappresentanti di alto livello della comunità scientifica nazionale. Tale Consiglio scientifico, che potrebbe essere inserito in seno alla Presidenza del Consiglio, potrà svolgere una funzione di consulenza scientifica sui temi di importanza strategica affrontati dal Governo.</p>
<p>Questo Consiglio scientifico potrebbe inoltre diventare un punto di riferimento per un Ufficio studi scientifici al servizio del Parlamento, come ne esistono in vari Paesi d’Europa, che possa informare i parlamentari sui problemi scientifici che maggiormente impattano la nostra società.</p>
<p>Infine, all’interno del Consiglio scientifico nazionale, potrebbero essere inquadrati dei Comitati scientifici per specifiche esigenze e/o emergenze. Già esistono Comitati scientifici specifici per la bioetica o per l’emergenza Covid-19. Questi potrebbero essere gli antesignani di altri Comitati: il primo di cui abbiamo necessità, per l’urgenza della crisi climatica e ambientale, è un Comitato per il clima, l’ambiente e la salute, l’energia e la transizione ecologica, complesso di tematiche che oggi richiede proprio quella visione sistemica e multidisciplinare che solo un Comitato che veda rappresentate le varie competenze scientifiche potrebbe assicurare.</p>
<p>Di tutto questo saremmo felici di poter parlare con Lei, Prof. Draghi, per illustrarLe meglio le nostre idee e per discutere delle possibilità di applicarle concretamente.</p>
<p>Con stima,</p>
<p>Ruggero Bettinardi, data scientist, BioSerenity Parigi, per l’iniziativa “Scienza in Parlamento”</p>
<p>Alessandra Bònoli, ingegnere ambientale e della transizione, Università di Bologna, per il comitato scientifico “Energia per l’Italia”</p>
<p>Roberto Danovaro, biologo marino, presidente della Stazione zoologica Anton Dohrn Napoli, come primo firmatario dell’appello “Per un Paese sostenibile”</p>
<p>Antonello Pasini, fisico del clima, CNR Roma, per il comitato scientifico “La Scienza al Voto”</p>
<p>Vincenzo Balzani, chimico, professore emerito dell’Università di Bologna e accademico dei Lincei</p>
<p>Giuseppe Ippolito, infettivologo, direttore scientifico dell’Istituto nazionale per le malattie infettive Lazzaro Spallanzani Roma</p>
<p>Fabio Trincardi, geologo, direttore del Dipartimento Scienze del sistema Terra e tecnologie per l’ambiente del CNR</p>
<p>Paolo Vineis, epidemiologo ambientale, Imperial college Londra e vice presidente del Consiglio Superiore di Sanità</p>
<p>Lucia Votano, fisica, già direttrice dei laboratori nazionali INFN</p>
<p>Stefano Zamagni, economista, Università di Bologna e Johns Hopkins University SAIS Europe, accademico della Pontificia Accademia di Scienze Sociali</p>
<h4 id="tra-i-componenti-di-la-scienza-al-voto-energia-per-litaliae-scienza-in-parlamento"><strong>Tra i componenti di «La Scienza al Voto», «Energia per l’Italia» e «Scienza in Parlamento»:</strong></h4><h4 id="alessandro-allegra-ricercatore-university-college-london">Alessandro Allegra, Ricercatore, University College London</h4><h4 id="nicola-armaroli-dirigente-di-ricerca-del-consiglio-nazionale-delle-ricerche">Nicola Armaroli, Dirigente di Ricerca del Consiglio Nazionale delle Ricerche</h4><h4 id="silvia-bandelloni-giornalista-scientifica">Silvia Bandelloni, Giornalista Scientifica</h4><h4 id="carlo-barbante-chimico-e-climatologo-cnr-e-università-ca-foscari-venezia">Carlo Barbante, chimico e climatologo, CNR e Università Ca’ Foscari, Venezia</h4><h4 id="leonardo-becchetti-economista-università-di-tor-vergata-roma">Leonardo Becchetti, economista, Università di Tor Vergata, Roma</h4><h4 id="alberto-bellini-docente-delluniversità-di-bologna-dipartimento-di-ingegneria-dellenergia-elettrica-e-dellinformazione">Alberto Bellini, docente dell’Università di Bologna, Dipartimento di Ingegneria dell’Energia Elettrica e dell’Informazione</h4><h4 id="giacomo-bergamini-docente-delluniversità-di-bologna-dipartimento-di-chimica-g-ciamician">Giacomo Bergamini, docente dell’Università di Bologna, Dipartimento di Chimica “G. Ciamician”</h4><h4 id="enrico-bonatti-senior-scientist-columbia-university-lamont-doherty-earth-observatory-e-associato-istituto-scienze-marine-cnr-membro-straniero-accademia-dei-lincei-accademia-delle-scienze-russa">Enrico Bonatti, Senior Scientist, Columbia University, Lamont Doherty Earth Observatory, e Associato Istituto Scienze Marine CNR, Membro straniero Accademia dei Lincei, Accademia delle Scienze Russa,</h4><h4 id="alessandra-bònoli-docente-delluniversità-di-bologna-dipartimento-di-ingegneria-civile-chimica-ambientale-e-dei-materiali">Alessandra Bònoli docente dell’Università di Bologna, Dipartimento di Ingegneria Civile, Chimica, Ambientale e dei Materiali</h4><h4 id="carlo-cacciamani-agenzia-per-la-prevenzione-dellambiente-dellemilia-romagna-arpae-er">Carlo Cacciamani, Agenzia per la Prevenzione dell’Ambiente dell’Emilia-Romagna (Arpae-ER)</h4><h4 id="romano-camassi-ricercatore-presso-listituto-nazionale-di-geofisica-e-vulcanologia">Romano Camassi, ricercatore presso l’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia</h4><h4 id="luca-carra-direttore-scienza-in-rete">Luca Carra, direttore Scienza in Rete</h4><h4 id="stefano-caserini-docente-di-mitigazione-dei-cambiamenti-climatici-politecnico-di-milano">Stefano Caserini, Docente di Mitigazione dei Cambiamenti climatici, Politecnico di Milano</h4><h4 id="claudio-cassardo-meteorologo-e-climatologo-università-di-torino">Claudio Cassardo, meteorologo e climatologo, Università di Torino</h4><h4 id="sergio-castellari-fisico-climatologo-ed-esperto-di-adattamento-climatico-istituto-nazionale-di-geofisica-e-vulcanologia-ingv">Sergio Castellari, fisico, climatologo ed esperto di adattamento climatico, Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (INGV)</h4><h4 id="daniela-cavalcoli-docente-delluniversità-di-bologna-dipartimento-di-fisica-e-astronomia-augusto-righi">Daniela Cavalcoli, docente dell’Università di Bologna, Dipartimento di Fisica e Astronomia “Augusto Righi”</h4><h4 id="marco-cervino-ricercatore-pubblico-allistituto-di-scienze-dellatmosfera-e-del-clima-isac-cnr">Marco Cervino, ricercatore pubblico all’Istituto di Scienze dell’Atmosfera e del Clima (ISAC-CNR)</h4><h4 id="andrea-filpa-urbanista-università-di-roma-tre">Andrea Filpa, urbanista, Università di Roma Tre</h4><h4 id="francesco-forastiere-epidemiologo-direttore-scientifico-della-rivista-epidemiologia-e-prevenzione">Francesco Forastiere, epidemiologo, direttore scientifico della rivista Epidemiologia e Prevenzione</h4><h4 id="sandro-fuzzi-dirigente-di-ricerca-cnr-istituto-di-scienze-dellatmosfera-e-del-clima">Sandro Fuzzi, Dirigente di Ricerca CNR, Istituto di Scienze dell’Atmosfera e del Clima.</h4><h4 id="luigi-guerra-centro-di-ricerca-su-educazione-media-e-tecnologie-cemet-università-di-bologna">Luigi Guerra, Centro di ricerca su Educazione, MEdia e Tecnologie (CEMET), Università di Bologna</h4><h4 id="fausto-guzzetti-geologo-cnr-e-protezione-civile">Fausto Guzzetti, geologo, CNR e Protezione Civile</h4><h4 id="beatrice-la-porta-legal-advisor-opera-research-center---università-cattolica-del-sacro-cuore">Beatrice La Porta, Legal Advisor, OPERA research center - Università Cattolica del Sacro Cuore</h4><h4 id="giulio-marchesini-reggiani-docente-delluniversità-di-bologna-dipartimento-di-medicina-e-chirurgia-dimec">Giulio Marchesini Reggiani, docente dell’Università di Bologna, Dipartimento di Medicina e Chirurgia (DIMEC)</h4><h4 id="vittorio-marletto-fisico-e-agrometeorologo-arpae-emilia-romagna-e-aiam">Vittorio Marletto, fisico e agrometeorologo, ARPAE Emilia-Romagna e AIAM</h4><h4 id="cinzia-perrino-biologa-ed-esperta-di-qualità-dellaria-cnr">Cinzia Perrino, biologa ed esperta di qualità dell’aria, CNR</h4><h4 id="mario-motta-ingegnere-dellenergia-politecnico-di-milano">Mario Motta, ingegnere dell’energia, Politecnico di Milano</h4><h4 id="gianluca-ruggieri-ingegnere-ambientale-università-dellinsubria">Gianluca Ruggieri, ingegnere ambientale, Università dell’Insubria</h4><h4 id="chiara-sabelli-giornalista-scientifica">Chiara Sabelli, Giornalista Scientifica</h4><h4 id="leonardo-setti-docente-delluniversità-di-bologna-dipartimento-di-chimica-industriale">Leonardo Setti, docente dell’Università di Bologna Dipartimento di Chimica Industriale</h4><h4 id="federico-spanna-agrometeorologo-regione-piemonte-e-aiam">Federico Spanna, agrometeorologo, Regione Piemonte e AIAM</h4><h4 id="stefano-tibaldi-fisico-e-meteorologo-senior-scientist-al-cmcc">Stefano Tibaldi, fisico e meteorologo, senior scientist al CMCC</h4><h4 id="micol-todesco-istituto-nazionale-di-geofisica-e-vulcanologia-bologna">Micol Todesco, Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia, Bologna</h4><h4 id="francesca-ventura-fisico-e-agrometeorologo-università-di-bologna-e-aiam">Francesca Ventura, fisico e agrometeorologo, Università di Bologna e AIAM</h4><h4 id="margherita-venturi-docente-delluniversità-di-bologna">Margherita Venturi, docente dell’Università di Bologna</h4><h4 id="casimiro-vizzini-segretario-generale-european-university-alliance-for-global-health">Casimiro Vizzini, Segretario Generale, European University Alliance for Global Health</h4><h4 id="gabriele-zanini-ricercatore-presso-lenea-di-bologna">Gabriele Zanini, ricercatore presso l’ENEA di Bologna</h4>]]></content:encoded></item><item><title>Spediamo a Draghi la lettera di Vannevar Bush per rilanciare la ricerca</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/spediamo-draghi-lettera-vannevar-bush-rilanciare-ricerca/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/spediamo-draghi-lettera-vannevar-bush-rilanciare-ricerca/</guid><pubDate>Thu, 18 Feb 2021 07:56:00 +0100</pubDate><dc:creator>Luigi Bisanti</dc:creator><description>Nel suo discorso programmatico al Senato, Mario Draghi ha fatto riferimento alla necessità di un adeguato finanziamento della ricerca scientifica - «non escludendo quella di base» - per la rinascita del Paese. Un riferimento che richiama alla mente il documento redatto da Vannevar Bush e indirizzato al presidente degli Stati Uniti Franklin D. Roosevelt nel 1945 ( Science - The endless frontier ), con cui lo scienzato perorava un massiccio investimento da parte dello Stato nella ricerca, come «leva dello sviluppo economico, sanitario e militare delle nazioni». Nell&amp;amp;rsquo;articolo, l&amp;amp;rsquo;epidemiologo Luigi Bisanti ricorda la sintesi della proposta di Vannevar Bush fatta da Pietro Greco, che nell&amp;amp;rsquo;introduzione al libro analizzava anche le ragioni per cui in Italia la ricerca scientifica non ha mai avuto il giusto riievo politico. Ma quello che non è successo in passato potrebbe succedere adesso, con Next Generation EU e il governo Draghi? Nella foto, il dottor Vannevar Bush in laboratorio (AP).</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2021/spediamo-draghi-lettera-vannevar-bush-rilanciare-ricerca-hero.jpg" type="image/jpeg" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2021/spediamo-draghi-lettera-vannevar-bush-rilanciare-ricerca-hero.jpg" medium="image" type="image/jpeg"/><content:encoded><![CDATA[<blockquote>
<p>Caro Presidente, </p>
<p>è iniziata la sfida per il futuro. Dobbiamo decidere il ruolo che avrà il nostro Paese nel nuovo ordine mondiale. Se vogliamo che sia di primo piano, come ci compete, dobbiamo puntare sulla scienza, che è la leva per lo sviluppo economico, oltre che per la sicurezza sanitaria e militare, delle nazioni. Noi non abbiamo un programma nazionale di sviluppo scientifico. Nel nostro Paese la scienza è rimasta dietro le quinte, mentre andrebbe portata al centro dell’attenzione, perché a essa si legano le speranze per il futuro. Non possiamo attenderci che questa lacuna venga colmata dall’industria privata. L’industria si occupa d’altro. L’impulso alla ricerca può venire solo dal Governo. È il Governo che deve investire molto di più e molto meglio se vogliamo vincere la sfida del futuro.</p></blockquote>
<p>Questa è la sintesi estrema di una lunga lettera scritta da Vannevar Bush a Franklin D. Roosevelt nel 1945. L’autore della sintesi è Pietro Greco, l’anno il 2013, il destinatario un generico Presidente del Consiglio dei ministri italiano, come potrebbe essere Mario Draghi. La lettera non è stata mai spedita; probabilmente per irreperibilità di un interlocutore attento. Con questa lettera Pietro Greco - che definisce l’originale clamoroso perché straordinariamente attuale - comincia e conclude la sua lunga Introduzione al libro di Vannevar Bush <a href="https://www.nsf.gov/od/lpa/nsf50/vbush1945.htm" rel="noopener">Science - The endless frontier</a>, tradotto e pubblicato per la prima volta in Italia nel 2013 da Bollati Boringhieri con il titolo <em>Manifesto per la rinascita di una nazione - Scienza, la frontiera infinita</em>. Il libro, conosciuto già da decenni in molti Paesi europei e altrove, appare in Italia con un ritardo di quasi settant’anni dalla sua prima pubblicazione a Washington nel 1945, a riprova dello scarso interesse anche solo culturale all’argomento qui da noi. Si tratta di un libro agile di sole 140 pagine, equamente distribuite tra la profonda e documentata analisi storica contenuta nell’Introduzione di Pietro Greco e quello che è stato poi ricordato come il rapporto Bush.</p>
<p>L’antefatto del rapporto, in breve, è il seguente. Il Presidente degli Stati Uniti d’America, Franklin D. Roosevelt, consapevole della prossima conclusione vittoriosa per il suo Paese della guerra mondiale, riflette sulla necessità di riconvertire a usi civili l’enorme apparato scientifico e tecnologico messo in piedi in quegli anni a fini bellici. Con una lettera del 17 novembre 1944 Roosevelt pone il problema e chiede consigli dettagliati su come risolverlo a Vannevar Bush, brillante ingegnere, matematico, informatico, vice presidente del MIT fino a quando, nominato consigliere scientifico del Presidente, viene posto a capo dell’Office of Scientific Research and Development, struttura che opera in segretezza a cui sono stati affidati due obiettivi strategici principali: la supervisione del Manhattan Project e l’ideazione e realizzazione di una partnership tra lo stato, il mondo della scienza e l’industria, finalizzata allo sviluppo delle tecnologie necessarie alle esigenze belliche.</p>
<p>Le due domande principali che Roosevelt rivolge a Bush nel 1944 sono:</p>
<ul>
<li>Che cosa può fare il Governo da qui in avanti per favorire la ricerca scientifica tramite organizzazioni pubbliche e private? Occorre considerare attentamente il ruolo della ricerca pubblica e privata, analizzando il rapporto fra le due realtà.</li>
<li>È possibile proporre un programma efficace volto a individuare e sviluppare il talento scientifico nei giovani americani? Nuove frontiere della mente si aprono davanti a noi e se le supereremo […] potremo ottenere migliori e più feconde condizioni lavorative, e migliori e più feconde condizioni di vita.</li>
</ul>
<p>Per meglio cogliere il valore dirompente del progetto di Roosevelt bisogna richiamare uno dei pilastri dell’ordinamento federale degli Stati Uniti: il non intervento dell’amministrazione centrale sugli assetti organizzativi e finanziari delle principali strutture sociali comprese l’economia, la scienza e l’istruzione, domini anch’esse della libera impresa. Non sorprende quindi che l’articolata risposta ai quesiti del Presidente - il rapporto Bush - che prefigura un’alleanza tra Stato, Scienza e Società, con un inedito ruolo leader del primo, abbia causato meraviglia e qualche sconcerto in quanti (politici, imprenditori, scienziati e cittadini) la interpretavano piuttosto come un’ingerenza e una minaccia all’autonomia dell’impresa e della scienza.</p>
<h2 id="cosa-succede-quando-lo-scienziato-giusto-incontra-il-politico-giusto">Cosa succede quando lo scienziato giusto incontra il politico giusto</h2><p>Ma in quella circostanza accadde l’improbabile: lo scienziato giusto trovò il politico giusto, e viceversa. Roosevelt fu eletto Presidente nel 1933 ed ebbe subito chiaro che per uscire dalla perdurante depressione economica iniziata nel 1929 bisognava infrangere il mito del non intervento con azioni sistemiche dell’amministrazione centrale volte a rianimare una domanda e un mercato esangui. Scrive Pietro Greco nella sua Introduzione: per la prima volta nella storia degli Stati Uniti lo Stato irrompe nella vita sociale della nazione americana. È il New Deal. Roosevelt resta in carica 12 anni, dal ’33 al ’45, vincendo per quattro volte le elezioni presidenziali. Sotto la sua guida lo Stato interviene con enormi finanziamenti in tutti i settori dell’economia ma fatica a coinvolgere le università, gli istituti di formazione e il mondo della ricerca scientifica che si arroccano a difesa della tradizionale autonomia. Fino al’41, quando gli Stati Uniti entrano in guerra e tutto cambia. L’economia diventa una economia di guerra e il coinvolgimento delle università e della ricerca scientifica è imposto dalla necessità di prevalere sul nemico con tecnologie sempre nuove. Quando a novembre ’44 Roosevelt fa la sue richieste a Bush, l’anima americana è ancora e continuerà ad essere liberista, ma il clima è cambiato. Sia il politico, sia lo scienziato manager della ricerca, ma anche la società nel suo insieme, hanno fatto esperienza diretta dei vantaggi prodotti da una visione nazionale della ricerca scientifica, dall’azione di stimolo, facilitazione e sostegno dell’amministrazione federale a favore di tale visione, dal coordinamento delle strutture produttive per lo sviluppo tecnologico dei risultati della ricerca scientifica. Quegli anni sono stati, scrive Pietro Greco, il banco di prova di quella che noi oggi chiamiamo l’economia e la società della conoscenza.</p>
<h2 id="nascono-leconomia-ela-società-della-conoscenza">Nascono l&rsquo;economia e la società della conoscenza</h2><p>Bush e Roosevelt erano particolarmente in sintonia su due punti richiamati nell&rsquo;Introduzione: 1) la crescita dell’economia e del benessere sociale […] richiedono che gli Stati Uniti trasformino la loro specializzazione produttiva puntando sulla ricerca scientifica e l’innovazione tecnologica; 2) per sviluppare il settore della ricerca scientifica è necessario un intervento diretto e importante del Governo federale.</p>
<p>Bush incarica una commissione, da lui stesso presieduta, di redigere le risposte ai quesiti del Presidente dando loro la forma di linee guida della nuova politica scientifica del Governo federale degli Stati Uniti d’America per i prossimi anni e, forse, decenni. Il lavoro della commissione sarà lungo e dettagliato. Il rapporto che ne scaturisce, Science - The endless frontier, definito da Pietro Greco una sorta di manifesto sia per la politica di ricerca sia, più in generale, per la politica economica di un Paese, verrà spedito al nuovo Presidente degli U.S.A. Harry S. Truman il 25 luglio 1945. La guerra in Europa è appena finita, il bombardamento atomico - e la conseguente resa - del Giappone avverranno nelle tre settimane successive. Roosevelt è morto il 12 aprile dello stesso anno, a meno di tre mesi dall’inizio del suo quarto mandato presidenziale.</p>
<h2 id="la-ricerca-di-base-è-strategica-per-il-paese">La ricerca di base è strategica per il Paese</h2><p>Il rapporto si sviluppa lungo quattro linee principali: la ricerca di base ha valore strategico per il Paese; solo il merito deve guidare l’accesso degli studenti ai livelli superiori dell’istruzione e degli scienziati al lavoro di ricerca; un’unica agenzia ha in carico il governo e il finanziamento del programma nazionale per lo sviluppo della scienza; l’autonomia della ricerca è feconda e, perciò, irrinunciabile.</p>
<p>La ricerca di base ha valore strategico per la tutela della salute e del benessere dei cittadini, per lo sviluppo tecnologico che è premessa necessaria per nuove, migliori e più economiche produzioni e, di conseguenza, per la piena occupazione e per la crescita economica. Bush scrive nel suo rapporto: Se la ricerca di base venisse trascurata, il progresso dello sviluppo industriale finirebbe nella stagnazione. Una nazione che dipende dall’esterno per il suo sapere scientifico di base si troverà, indipendentemente dalle proprie capacità tecniche, rallentata nel progresso industriale e debole nella competizione commerciale.</p>
<h2 id="è-necessario-potenziare-il-capitale-scientifico">È necessario potenziare il capitale scientifico</h2><p><em>È interesse dello Stato formare e reclutare un alto numero di giovani scienziati, selezionandoli solo per merito.</em> Il mantenimento e l’accrescimento del capitale scientifico che deriva dalla ricerca di base è possibile se il Governo favorisce la formazione e il reclutamento di un gran numero di giovani scienziati, selezionati solo per merito, attraverso un piano nazionale di finanziamento delle università e degli istituti di ricerca. Bush cita a riguardo James B. Conant, presidente in quegli stessi anni della Harvard University: in ogni settore dell’area che possiamo correttamente definire “scienza”, il fattore limite è sempre quello umano. Il nostro progresso avanzerà rapidamente o lentamente, in una direzione o in un’altra, a seconda di quanti uomini realmente capaci vi risulteranno impegnati. In ultima analisi, il futuro della scienza in questo Paese sarà determinato dalla nostra politica di fondo sul tema dell’istruzione.</p>
<p>Bush, inoltre, affida allo Stato il compito di vigilare che non vi siano altri vincoli, se non di merito, alla progressione negli studi, per evitare che discriminazioni economiche e di altra natura sottraggano alla scienza coloro che hanno le qualità intellettive richieste. Se fossero le capacità, e non il destino famigliare, a stabilire chi debba ricevere un’istruzione superiore in campo scientifico, sarebbe garantito un costante miglioramento qualitativo a ogni livello dell’attività scientifica.</p>
<h2 id="un-programma-nazionale-per-lo-sviluppo-della-scienza">Un programma nazionale per lo sviluppo della scienza</h2><p>Tocca al Governo, quindi, assumere la responsabilità di ispirare, coordinare e finanziare un’azione combinata di promozione della ricerca scientifica e di sviluppo del talento scientifico dei giovani scienziati. Per adempiere efficacemente queste nuove responsabilità occorrerà il totale impegno di un’agenzia trasversale preposta a questi obiettivi. A questa agenzia spetta il compito di procurare e assegnare i fondi per la ricerca di base a istituzioni senza scopo di lucro, coordinare programmi di ricerca su temi di particolare importanza per il benessere del Paese, formulare per il Governo una politica nazionale di sviluppo della scienza, sponsorizzare l’interscambio di informazioni scientifiche fra scienziati e laboratori nazionali ed esteri e assicurare il mantenimento degli incentivi per la ricerca nell’industria e nell’Università. Indipendentemente dalla loro entità i finanziamenti assegnati dall’agenzia dovranno mantenersi stabili per alcuni anni in modo da consentire l’avvio di programmi ad ampio raggio.</p>
<h2 id="la-ricerca-non-può-che-essere-libera-ma-finanziata-dallo-stato">La ricerca non può che essere libera, ma finanziata dallo Stato</h2><p>La ricerca scientifica non può che essere autonoma nella scelta dei temi, dei tempi e delle modalità della ricerca. L’agenzia sarà finanziata con fondi pubblici ma beneficerà di autonomia gestionale. A dirigere l’agenzia saranno chiamati uomini esperti di management della scienza e dell’istruzione. Ad essi spetterà il compito di decidere in autonomia l’allocazione delle risorse, guidati esclusivamente dall’eccellenza e dall’esperienza di ricerca dei centri candidati. Dovrebbe trattarsi di un organismo composto da persone di ampi interessi e vasta esperienza, capaci di comprendere le peculiarità della ricerca e della formazione scientifica.</p>
<p>Questa asserzione è all’inizio del rapporto di Vannevar Bush:</p>
<blockquote>
<p>Senza progresso scientifico nessun risultato in altre direzioni, per quanto grande, potrà mai assicurarci la salute, la prosperità e la sicurezza necessarie a una nazione del mondo moderno.</p></blockquote>
<p>E questa previsione lo conclude:</p>
<blockquote>
<p>Dalla saggezza con cui sapremo mobilitare il sapere scientifico per risolvere i problemi degli anni a venire dipenderà in ampia misura il futuro della nostra nazione.</p></blockquote>
<p>Entrambe fanno intendere quanto innovative siano state la sua visione della scienza e le sue proposte di politica della scienza.</p>
<h2 id="la-ricerca-deve-essere-libera-o-rispondere-a-indirizzi-politici-truman-e-il-rapporto-steelman">La ricerca deve essere libera o rispondere a indirizzi politici? Truman e il rapporto Steelman</h2><p>Il rapporto Bush è stato argomento di discussione nei dieci anni successivi alla sua pubblicazione. Il punto più controverso ha riguardato l’autonomia della ricerca scientifica che Bush reclamava dover essere non solo intellettuale ma anche gestionale. Rimarchevole, quindi, è il fatto che le dispute, per quanto aspre, non siano state sul se ma sul come tradurre in pratica il nuovo concetto esposto da Bush sulla centralità strategica della scienza per lo sviluppo economico e sociale del Paese. Nella visione di Bush lo Stato interviene nel programma nazionale di sviluppo della scienza come un mecenate (sostegno disinteressato) non come un investitore (sostegno per un profitto).</p>
<p>Bush non coglie il punto di vista di Truman, convinto assertore della centralità della scienza, che però rifiuta l’idea che lo Stato possa intervenire con ingenti finanziamenti pubblici in deroga però, in nome dell’autonomia gestionale della ricerca, all’obbligo costituzionale di controllo della spesa pubblica. Se si riscrivono i rapporti tra scienza e società (e su questo sono tuti d’accordo) affidando alla prima un ruolo strategico per l’economia, la salute, la sicurezza e lo sviluppo sociale e impegnando per questo grandi risorse pubbliche, è velleitario pensare che tale progetto possa sottrarsi al controllo del popolo attraverso le sue articolazioni democratiche.</p>
<p>La sintesi di Pietro Greco nella sua Introduzione è: Truman dimostra di non voler cambiare cavallo, ma solo di volerlo guidare. Truman incarica John R. Steelman, a capo di una commissione consultiva insediata ad hoc, di redigere un accurato rapporto sullo stato della ricerca scientifica nella federazione e di formulare proposte che tengano conto del nuovo ruolo che lo Stato è chiamato a svolgere per dare seguito alla politica della scienza delineata da Bush. Occorre trovare un punto di equilibrio tra la necessità per gli scienziati di sviluppare la ricerca in assenza di vincoli esterni e la necessità dello Stato finanziatore di esercitare i controlli che ad esso competono.</p>
<p>Il Rapporto Steelman è pubblicato nel 1947 con il titolo <em>Program for the nation</em>; per molti costituisce il punto di equilibrio che faticosamente si andava cercando. Per dirla ancora con Pietro Greco: la ricerca ha assunto il ruolo di leva dello sviluppo, come indicato da Bush, guidata dal Governo federale, come indicato da Steelman. Bisognerà aspettare il 1950 perché venga istituita l’agenzia voluta da Bush alla quale verrà dato il nome di National Science Foundation e, per decisione di Truman, una dotazione pari all’1% del PIL (il doppio di quanto previsto da Bush nel documento <em>Science - The endless frontier</em>). L’agenzia avrà un Consiglio e un Presidente, indicati dalla comunità scientifica e direttamente nominati dal Presidente degli Stati Uniti.</p>
<h2 id="la-sottovalutazione-politica-della-scienza-in-italia">La sottovalutazione politica della scienza in Italia</h2><p>Nella parte conclusiva della sua lunga Introduzione, Pietro Greco conduce un’analisi storica accurata sull’andamento parallelo registrato in Italia, dal dopoguerra ad oggi, dello sviluppo economico e dello sviluppo scientifico e tecnologico. In Italia non sono mancati innovatori e pensatori di una politica della scienza commisurata ai bisogni di sviluppo economico e sociale del Paese. Fa riferimento a riguardo a Vito Volterra, Edoardo Amaldi e Antonio Ruberti. Difettavano piuttosto gli interlocutori politici. Insomma qualche Bush e Steelman c’è stato, sono i Roosevelt e i Truman che non si trovavano.</p>
<p>Pietro Greco non addebita ciò a carenze soggettive o culturali quanto piuttosto a una diffusa carenza di domanda sociale ed economica di scienza. Dopo il ’45 l’Italia è passata da un’economia agricola a una economia industriale ma il modello di sviluppo adottato, già all’inizio degli anni ’60, si è caratterizzato come anomalo rispetto a quello dei Paesi ad economia avanzata. Pietro Greco definisce quello italiano uno sviluppo senza ricerca. Grazie al basso costo relativo del lavoro e alla possibilità di ricorrere di frequente alla svalutazione competitiva della lira, l’industria si è specializzata nella produzione di beni a media e bassa tecnologia che non aveva bisogno del quel flusso continuo di innovazione che solo la scienza, come sosteneva Vannevar Bush, può dare. Un piccolo cabotaggio che ha permesso al nostro Paese di mantenere la posizione del più povero tra i ricchi.</p>
<p>Ma la nuova globalizzazione degli anni ’80 ha interrotto sia il vantaggio del basso costo del lavoro, per l’irruzione sulla scena dell’industria dei Paesi poveri, sia il vantaggio della svalutazione competitiva, per l’avvento in Europa prima del sistema di cambi fissi tra le monete e poi della moneta unica. È l’inizio del declino lungo dell’economia italiana che dura ancora. Se si esclude l’opzione di competere con i Paesi poveri sul costo del lavoro attuando un clamoroso dumping sociale, la sola alternativa che rimane è quella prospettata da Vannevar Bush: cambiare la specializzazione produttiva della nostra economia, passando da un modello di sviluppo senza ricerca a un modello di sviluppo fondato sulla conoscenza. I Paesi europei che da tempo hanno fatto questa scelta hanno uno sviluppo economico forse scarso, forse rallentato o tormentato da durature contingenze, ma non cronicamente stagnante come è il nostro. Ancora Pietro Greco: siamo un Paese che da alcuni decenni pone sistematicamente la scienza dietro le quinte e che, di conseguenza, da alcuni decenni non sa immaginare il proprio futuro.</p>
<h2 id="next-generation-eu-e-il-rilancio-della-scienza-in-italia">Next Generation EU e il rilancio della scienza in Italia</h2><p>Il rapporto Bush è un’ulteriore prova della possibilità di volgere in opportunità una crisi.</p>
<p>Ogni analogia tra la pandemia attuale e la guerra mondiale in cui ha operato Bush è impropria; la sola ammissibile è l’enormità di entrambi gli eventi. Anche in questa occasione, come in altre occasioni catastrofiche, ricorre l’espressione “nulla sarà più come prima”. Ma c’è da temere che l’esito più probabile della crisi, come nelle precedenti catastrofi, sia che tutto torni com’era prima. Lo fa temere l’uso preferenziale, a tutti i livelli, di Recovery fund - che fa pensare al passato, al ripristino delle condizioni precedenti la pandemia - invece di Next generation EU - che fa pensare al futuro, all’opportunità di non riprodurre le condizioni che sono state concausa o che hanno aggravato gli effetti della pandemia. Entrambe le espressioni fanno riferimento a grandi risorse messe a disposizione dall’UE a condizioni eccezionalmente vantaggiose, ma solo la strategia Next generation EU lascerebbe spazio a un tentativo di attualizzazione italiana del rapporto Bush, giacché, come ci ricorda Pietro Greco, il rapporto Bush è un programma politico ed economico, prima ancora che scientifico. L’unico programma che può invertire il lungo cammino di declino del nostro Paese e iniziare a costruire finalmente un futuro.</p>
<p>Investire nella scienza non ha una resa a breve termine; può interessare agli statisti, ma non ai cacciatori di consensi per mestiere. Pietro Greco non ha trovato a chi mandare la sua lettera nel 2013 e tanto meno negli anni successivi. Anche il nuovo Governo italiano non pullula di statisti ma non sono pochi i ministri esperti di scienza e di management della ricerca; questi hanno dalla loro due fatti e, chi più chi meno, due presunzioni: si trovano ad essere allo stesso tempo uomini di scienza e decisori. Il Presidente Draghi ha chiesto la fiducia del Senato includendo nel programma di Governo il sostegno alla ricerca di base e la promozione dell’eccellenza del capitale umano della scienza (<a href="https://ilmanifesto.it/il-discorso-integrale-di-mario-draghi-alla-ricerca-della-fiducia-in-senato/" rel="noopener">qui</a> il discorso integrale). Allora forse è questo il momento di mandare questa lettera, per dare una nuova opportunità al rilancio della centralità strategica della ricerca.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Giorgio Metta: più fondi per la ricerca, e meglio spesi</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/giorgio-metta-piu-fondi-ricerca-meglio-spesi/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/giorgio-metta-piu-fondi-ricerca-meglio-spesi/</guid><pubDate>Mon, 02 Nov 2020 12:00:00 +0100</pubDate><dc:creator>Luca Carra</dc:creator><category>ricerca-scientifica</category><description>Dopo l&amp;amp;rsquo;appello del fisico Ugo Amaldi e le recenti dichiarazioni del Ministro Manfredi sembra muoversi qualcosa sul finanziamento alla ricerca. L&amp;amp;rsquo;importante, però, non è solo aumentare i fondi a disposizione, ma anche spenderli nel migliore dei modi.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2020/giorgio-metta-piu-fondi-ricerca-meglio-spesi-hero.jpg" type="image/jpeg" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2020/giorgio-metta-piu-fondi-ricerca-meglio-spesi-hero.jpg" medium="image" type="image/jpeg"/><content:encoded><![CDATA[<p>Qualcosa si muove in Italia: dopo l’appello promosso dal fisico Ugo Amaldi che chiede un raddoppio del finanziamento della ricerca pubblica, il ministro Gaetano Manfredi ha promesso 15 miliardi di euro (in cinque anni) per finanziare università e ricerca. Una buona notizia, che speriamo possa essere confermata in questa difficile stagione di ripresa epidemica. Al netto di un considerevole aumento di risorse per il motore scientifico del paese, resta da capire dove e come spendere questi soldi. Sappiamo che il prossimo bando PRIN metterà in palio 750 milioni di euro per i prossimi tre anni, a favore della ricerca di base. Ma il resto? Basta mettere più benzina o si deve pensare anche qualche modifica al motore? Ne abbiamo parlato con il direttore scientifico dell’Istituto Italiano di Tecnologia Giorgio Metta, testimone di una realtà abbastanza unica nel panorama italiano. IIT infatti è un grande centro di ricerca italiano di natura pubblica ma con regole che lo avvicinano alle realtà dei grandi centri di ricerca internazionali, sia nel reclutamento dei ricercatori, sia per altri aspetti. È lui quindi il primo intervistato a cui chiediamo di stare al «gioco» di immaginare dove andrebbe investita la dote che pare comincerà a vedersi nella prossima finanziaria.</p>
<p>«Premetto che ho aderito all’appello di Amaldi e che mi hanno fatto felice le dichiarazioni del ministro Manfredi. Io non posso che fare riferimento alla mia esperienza, che mi suggerisce prima di tutto di investire contemporaneamente sulle persone e nell’infrastruttura tecnologica. Alla nostra ricerca servono assolutamente laboratori avanzati, che hanno un costo e che abilitano a una ricerca competitiva. Nei nostri laboratori di computazione, di scienza dei materiali e di genomica abbiamo recentemente investito rispettivamente in computer, microscopi molto potenti e macchine per il sequenziamento di seconda generazione che rendono possibile sequenziale l’intero genoma di una persona a un costo sotto i 1000 dollari. Abbiamo così destinato una decina di milioni solo per queste attrezzature che sono il presupposto di una ricerca di punta».</p>
<p><strong>Anche le persone sono importanti però.</strong></p>
<p>Certo, sia nella quantità che nella qualità. Bisogna evitare infatti che questi laboratori, come è successo altrove, diventino splendide cattedrali nel deserto. Per questa ragione dico che bisogna investire contemporaneamente anche sulle persone. Bisogna attrarre talenti e questo lo possiamo fare solo se creiamo le condizioni per fare ricerca d’avanguardia. Il ricercatore «di valore» non è attratto tanto dallo stipendio quanto dalla possibilità di raggiungere i risultati che si prefigge con la propria ricerca. Questo non vuol dire che non li si debba pagare, ma che sia loro garantito uno stipendio che li possa convincere a restare in Italia (quello medio di un professore tedesco si aggira sui 80-100mila euro lordi all’anno), e al contempo dotarli di un budget con il quale possano organizzare il loro progetto di ricerca.</p>
<p><strong>Quindi niente posto fisso?</strong></p>
<p>Più che la stabilità è importante prospettare al ricercatore un programma chiaro, con una seria valutazione periodica, una progressione di carriera, la disponibilità di attrezzature adeguate e la garanzia di indipendenza anche economica nello svolgimento del proprio programma di ricerca. Stabilizzare a prescindere comporta il rischio di consolidare scelte che possono anche rivelarsi sbagliate. La mobilità nel mondo della ricerca è un valore importante. Senza un’esperienza internazionale c’è il serio rischio di rimanere troppo legati al solo modello locale.</p>
<p><strong>Le risorse vanno anche trovate.</strong></p>
<p>Da questo punto di vista bisogna anche dimensionare finanziamenti che raggiungano una massa critica. Mi spiego. Un finanziamento come quello di un ERC o di un’agenzia come l’EPSRC britannica, poniamo da un milione di euro, rappresenta soprattutto in certi filoni di ricerca l’ossigeno necessario per condurre programmi adeguati. Al contrario il finanziamento a pioggia di piccole cifre non crea eccellenza. Il tipico finanziamento di un PRIN da 150mila euro, ad esempio, distribuito peraltro su più ricercatori, porta a una eccessiva frammentazione. Serve invece concentrare le risorse sulle ricerche più promettenti sia perché strategiche, sia perché potrebbero rivoluzionare interi settori della conoscenza o della tecnica.</p>
<p><strong>Di quali strutture avrebbe bisogno il nostro paese?</strong></p>
<p>Immagino una sorta di Max Planck tedesco, con istituti focalizzati su filoni di ricerca su cui si ritiene strategico investire, con completa indipendenza di azione. Il Max Planck è proprio organizzato in questo modo, non tanto su base strettamente disciplinare ma per temi e programmi (a Tübingen hanno i sistemi intelligenti, a Lipsia l’antropologia evolutiva, e così via), e nulla vieta che quando questi programmi siano terminati si possano chiudere per aprirne altri, più in linea con le nuove priorità di ricerca. Per questo motivo vengono reclutati soprattutto ricercatori giovani, a tempo determinato, e con un forte ricambio. Questo tipo di organizzazione ovviamente richiede molte risorse, e un alto numero di ricercatori. Il Max Planck ha un budget complessivo di 2.4 miliardi di euro all’anno e conta uno staff di 23,000 persone.</p>
<p><strong>È possibile questo in Italia?</strong></p>
<p>In parte l’Italia ci sta già pensando, con progetti di questo genere come quello annunciato dal Governo nel campo dell’intelligenza artificiale. Abbiamo poi realtà già esistenti, come lo Human Technopole e l’IIT stesso. Sarebbe anche importante un istituto dedicato alla sostenibilità ambientale e un altro alla computazione quantistica per esempio. Si potrebbe partire dalle priorità tematiche individuate dal nuovo Piano Nazionale della Ricerca (salute, beni culturali, sicurezza, sostenibilità, energia) e creare degli istituti indipendenti ma uniti dallo stesso modello e da una regia anch’essa indipendente e di alto livello, esattamente come nel caso del Max Planck. Si devono evitare errori nella concezione della governance. L’IIT è un esempio da seguire. Ha dimostrato che ispirandosi ai modelli vincenti si possono raggiungere successi molto importanti.</p>
<p><strong>Come ha mostrato anche il troppo presto dimenticato Piano Colao, serve in Italia anche un rafforzamento del rapporto fra ricerca e industria. Come si potrebbe affrontare questa sfida?</strong></p>
<p>Il panorama italiano costituito prevalentemente da piccole industrie rende questo compito complesso. Per attrarre finanziamenti privati e incentivare un lavoro di ricerca comune pubblico-privato bisognerebbe ispirarsi a istituzioni come il Weizmann Institute of Science israeliano, che affianca la ricerca di base a una struttura orientata al mercato finalizzata al trasferimento tecnologico, al finanziamento di <em>proof of concept</em>, alla creazione di <em>spin-off</em>, e a tutte quelle attività che stimolano una ricaduta industriale della ricerca. Esistono anche strumenti, per ora deboli in Italia, come fondi di investimento rivolti alle start up. Anche in questo campo, sembra però che il sistema Paese si stia attrezzando per creare le condizioni necessarie per incrementare questi interventi. Credo che sia un segnale importante.</p>
<p><strong>Qual è la ricezione della nostra politica a queste idee?</strong></p>
<p>Mi fa piacere vedere che il ministro Manfredi è molto attento e responsivo a questi temi, sta veramente cercando di rendere la nostra ricerca più robusta e competitiva. L’eventuale iniezione di nuove risorse non farà vedere subito i suoi effetti, perché la ricerca impiega anni a dare nuovi frutti. Certo Covid e i tempi della politica non facilitano questo lavoro paziente e di lunga gittata, ma mi sembra che ci sia quanto meno la consapevolezza di cogliere questa occasione per rilanciare la ricerca nel nostro paese. Non dimentichiamo mai che è dimostrato che investimento in ricerca e risultati economici son uniti da un legame virtuoso</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Premio giovani ricercatori edizione 2020</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/premio-giovani-ricercatori-edizione-2020/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/premio-giovani-ricercatori-edizione-2020/</guid><pubDate>Wed, 28 Oct 2020 23:29:00 +0100</pubDate><description>Il Premio Giovani Ricercatori 2020, indetto dal Gruppo 2003 per la ricerca scientifica, ha avuto una grande adesione.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2020/premio-giovani-ricercatori-edizione-2020-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2020/premio-giovani-ricercatori-edizione-2020-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>Il Premio Giovani Ricercatori 2020, indetto dal Gruppo 2003 per la ricerca scientifica, ha avuto una grande adesione, contando 373 candidati suddivisi in dieci aree.<br>
373 candidati: 191 uomini e 182 donne, suddivisi in 10 aree:</p>
<ol>
<li>Agricoltura: 24</li>
<li>Alimenti e nutrizione: 26</li>
<li>Ambiente: 71</li>
<li>Astrofisica e spazio: 31</li>
<li>Biomedicina e farmaci: 52</li>
<li>Covid-19: 16 </li>
<li>Oncologia: 32</li>
<li>Ingegneria: 69</li>
<li>Intelligenza artificiale e big data: 25</li>
<li>Fisica, matematica e informatica: 27</li>
</ol>
<p>Il Gruppo 2003 si compiace per la grande adesione e l’ottimo livello delle pubblicazioni presentate e che si sono aggiudicate il premio. Ringrazia il lavoro svolto dalle commissioni e gli sponsor che hanno voluto sostenere il premio.</p>
<p>Le dieci commissioni istituite dal Gruppo hanno vagliato i lavori giungendo a identificare i vincitori, che sono i seguenti:</p>
<h2 id="agricoltura">Agricoltura</h2><p>Dott.ssa <strong>Alberta Pinnola</strong>, Ricercatrice in Fisiologia Vegetale presso l’Università di Pavia. <br>
<em>Paper</em>: &ldquo;<a href="https://doi.org/10.1038/s41477-018-0270-2" rel="noopener">A LHCB9-dependent photosystem I megacomplex induced under low light in Physcomi-trella patens</a>&rdquo; pubblicato su Nature Plants 2018.<br>
<em>Motivazione</em>: La Commissione ritiene che lo studio, eccellente da un punto di vista di originalità e valore scientifico, ben risponda ad alcune delle domande a cui la ricerca attuale deve rispondere per affrontare il dilemma dell&rsquo;Agricoltura: come produrre piante in modo da sfamare l&rsquo;umanità in crescita vertiginosa e con modalità sostenibili per il pianeta? Capire come le piante possano utilizzare al meglio l&rsquo;energia luminosa è un importante contributo alla domanda che si pone come obiettivo specifico quello di aumentare la produttività vegetale anche in condizioni non ottimali.<br>
<a href="https://www.scienzainrete.it/node/19140">Presentazione del paper</a></p>
<h2 id="alimenti-e-nutrizione">Alimenti e Nutrizione</h2><p>Dott. <strong>Donato Angelino</strong>, Ricercatore presso l’Università di Teramo e docente presso la stessa dei corsi di &ldquo;Alimentazione e Nutrizione Umana Sostenibile&rdquo;. <br>
<em>Paper</em>: &ldquo;<a href="https://doi.org/10.1093/jn/nxz071" rel="noopener">Glucose- and Lipid-Related Biomarkers Are Affected in Healthy Obese or Hyperglycemic Adults Consuming a Whole-Grain Pasta Enriched in Prebiotics and Probiotics: A 12-Week Ran-domized Controlled Trial</a>&rdquo; pubblicato su The Journal of Nutrition 2019.<br>
<em>Motivazione</em>: Lavoro innovativo ed originale, primo studio nell&rsquo;uomo ad utilizzare simbionti in un alimento cotto. Studio d&rsquo;intervento, controllato per placebo, randomizzato e a lungo termine su soggetti sovrappeso e obesi. Importanza del ruolo dell&rsquo;alimento funzionale in soggetti con omeostasi alterata da ripristinare attraverso la dieta, concetto focale e fisiologico. Studio estremamente applicativo in “real life condition” con un alimento molto consumato come la pasta, contenente prebiotici e probiotici, in grado di esercitare effetti positivi anti-infiammatori e sul metabolismo in soggetti a maggior rischio cardiovascolare. Studio che rientra perfettamente nei criteri dell&rsquo;EFSA per la validazione degli alimenti funzionali e con ricadute industriali e applicative molto probabili ed immediate.<br>
<a href="https://www.scienzainrete.it/node/19142">Presentazione del paper</a></p>
<h2 id="ambiente">Ambiente</h2><p>Dott. <strong>Moreno Di Marco</strong>, Rita Levi Montalcini Research Fellow presso l’Università della Sapienza di Roma. <br>
<em>Paper</em>: &ldquo;<a href="https://doi.org/10.1038/s41586-019-1567-7" rel="noopener">Wilderness areas halve the extinction risk of terrestrial biodiversity</a>&rdquo;, pubblicato sulla rivista Nature nel 2019.<br>
<em>Motivazione</em>: L&rsquo;attuale tasso di estinzione di specie viventi non ha precedenti nella storia recente e si avvicina pericolosamente a quello stimato in periodi noti come fasi di estinzione di massa. La crescente scomparsa di ambienti naturali in un pianeta sempre più antropizzato ne è la causa principale. L&rsquo;idea di proteggere il maggior numero di aree naturali rimaste sulla terra non è certamente nuova anche se l&rsquo;impatto concreto di questo genere di politiche ambientali non è mai stato quantificato in modo appropriato. Il lavoro di Moreno Di Marco e collaboratori fa uso di un approccio modellistico molto innovativo per confrontare il rischio di estinzione di piante vascolari e invertebrati (la frazione della biodiversità terrestre a maggior rischio) in aree protette e non-protette. Riuscendo a dare dimensione quantitativa del ruolo attivo svolto dal sistema delle aree protette a scala globale e mettendo in evidenza il loro ruolo nel dimezzare il rischio di estinzione. Lo studio identifica anche una serie di hot-spots della biodiversità a scala globale, la cui protezione può giocare un ruolo fondamentale nella mitigazione degli attuali tassi di estinzione di specie. <br>
<a href="https://www.scienzainrete.it/node/19139">Presentazione del paper</a></p>
<h2 id="astrofisica-e-spazio">Astrofisica e Spazio </h2><p>Dott. <strong>Mario Spera</strong>, Marie Curie Global Fellow presso l’Università di Padova. <br>
<em>Paper</em>: &ldquo;<a href="https://doi.org/10.1093/mnras/stz359" rel="noopener">Merging black hole binaries with the SEVN code</a>&rdquo;, pubblicato su Monthly Notices of the Royal Astronomical Society nel 2019.<br>
<em>Motivazione</em>: La commissione assegna il premio a Mario Spera per un importante lavoro mirato alla comprensione dei canali di formazione dei buchi neri con massa intermedia, pari a circa 100 volte la massa del sole. Nel momento della pubblicazione del lavoro, tali oggetti non erano mai stati rivelati, mentre, all’inizio di Settembre, LIGO-Virgo ha annunciato la scoperta della fusione di due buchi neri di massa intermedia attraverso il segnale di onde gravitazionale da essi prodotto. <br>
<a href="https://www.scienzainrete.it/node/19146">Presentazione del paper</a></p>
<h2 id="biomedicina-e-farmaci">Biomedicina e Farmaci </h2><p>Dott.ssa <strong>Anna Citron</strong> e Dott. <strong>Tito Panciera</strong>, Ricercatori presso il Dipartimento di Medicina Molecolare dell’Università di Padova. <br>
<em>Paper</em>: &ldquo;<a href="https://doi.org/10.1038/s41563-020-0615-x" rel="noopener">Reprogramming normal cells into tumour precursors requires ECM stiffness and oncogene-mediated changes of cell mechanical properties</a>&rdquo;, pubblicato su Nature Materials nel 2020.<br>
<em>Motivazione</em>: Il lavoro dei due autori è una ricerca di base che affronta un aspetto innovativo della genesi dei tumori, l’interazione tra eventi genetici e caratteristiche meccaniche del microambiente circostante in cui si trovano le cellule. E propone interessanti prospettive per lo sviluppo di approcci terapeutici nell’area della oncologia e oltre, ragione per cui il lavoro è inserito nell&rsquo;area Medicina. Nel lavoro di Nature Materials entrambi i candidati vengono indicati aver contribuito equamente alla ricerca oggetto della pubblicazione e quindi si propone una condivisione del premio.<br>
<a href="https://www.scienzainrete.it/node/19143">Presentazione del paper</a></p>
<h2 id="covid-19">Covid-19 </h2><p>Dott. <strong>Alessio Mazzoni</strong>, Assegnista di ricerca presso il Dipartimento di Medicina Sperimentale e Clinica dell’Università di Firenze. <br>
<em>Paper</em>: &ldquo;<a href="https://doi.org/10.1172/JCI138554" rel="noopener">Impaired immune cell cytotoxicity in severe COVID-19 is IL-6 dependent</a>&rdquo;, pubblicato su The Journal of Clinical Investigation nel 2020.<br>
<em>Motivazione</em>: Lavoro che associa elevati livelli di IL-6 a una compromessa attività citotossica e apre prospettive terapeutiche attraverso il blocco dell’IL-6 con Tociluzumab. Nella indicazione ha pesato il fatto che la comprensione dello stato infiammatorio sistemico rappresenta un rilevante contributo alla patogenesi e potenzialmente all’approccio terapeutico al Covid grave. Inoltre, il lavoro prescelto è pubblicato su JCI, e ha quindi verosimilmente superato una attenta peer review.<br>
<a href="https://www.scienzainrete.it/node/19141">Presentazione del paper</a></p>
<h2 id="oncologia">Oncologia </h2><p>Dott. <strong>Lorenzo Brunetti</strong>, Ricercatore presso l’Università degli Studi di Perugia e responsabile dell’ambulatorio leucemie acute.<br>
<em>Paper</em>: &ldquo;<a href="https://doi.org/10.1016/j.ccell.2018.08.005" rel="noopener">Mutant NPM1 Maintains the Leukemic State through HOX Expression</a>&quot;, pubblicato su Cancer Cell nel 2018.<br>
<em>Motivazione</em>: La commissione ha ritenuto che lo studio, eccellente da un punto di vista di originalità e valore scientifico, ben risponda a una delle maggiori e crescenti necessità in Oncologia, ovvero l’identificazione di nuovi potenziali target terapeutici congiuntamente a biomarcatori predittivi e o prognostici di esito clinico. La Commissione ha inoltre valutato positivamente le capacità comunicative del candidato nell’esporre il proprio lavoro, con il contributo dato alla sua esecuzione, e la possibile ricaduta clinica legata ad un potenziale studio che preveda l’utilizzo di inibitori di XPO1 in pazienti affetti da LAM NPM1-mutata.<br>
<a href="https://www.scienzainrete.it/node/19144">Presentazione del paper</a></p>
<h2 id="ingegneria">Ingegneria</h2><p>Dott.ssa <strong>Giulia Scalet</strong>, Ricercatrice in Scienza delle Costruzioni presso il Dipartimento di Ingegneria Civile e Architettura dell’Università di Pavia.<br>
<em>Paper</em>: &ldquo;<a href="https://doi.org/10.1016/j.mechmat.2019.103085" rel="noopener">A three-dimensional phenomenological model for shape memory alloys including two-way shape memory effect and plasticity</a>&rdquo;, pubblicato su Mecanics of Materials nel 2019.<br>
<em>Motivazione</em>: La Commissione ha espresso un generale apprezzamento per la qualità delle Candidature presentate, per la diversità, complessità e innovatività di temi trattati nei prodotti sottoposti alla valutazione. Di particolare rilievo è la generale vivacità dei tanti giovani ricercatori di Ingegneria e la loro capacità di costruire solide e durature relazioni scientifiche in Italia ed all’estero. All’unanimità la Commissione dichiara vincitrice la dr.ssa Giula Scalet, la quale ha presentato un prodotto di ricerca relativo alla meccanica non lineare di strutture avanzate multi-campo, di grande interesse e di sicuro impatto nella comunità scientifica internazionale.<br>
<a href="https://www.scienzainrete.it/node/19148">Presentazione del paper</a></p>
<h2 id="intelligenza-artificiale-e-big-data">Intelligenza artificiale e big data</h2><p>Dott.ssa <strong>Marcella Cornia</strong>, Assegnista di ricerca post-doc presso il laboratorio AImageLab dell’Università degli Studi di Modena e Reggio Emilia. <br>
<em>Paper</em>: &ldquo;<a href="https://doi.org/10.1109/TIP.2018.2851672" rel="noopener">Predicting Human Eye Fixations via an LSTM-based Saliency Attentive Model</a>&rdquo;, pubblicato su IEEE Transactions on Image Processing nel 2018.<br>
<em>Motivazione</em>: Il lavoro si focalizza su un problema importante della computer vision ovvero quello di predire le aree di fissazione dell’occhio umano sulle immagini. Il lavoro presenta significativi aspetti innovativi e fornisce importanti risultati sperimentali, è stato pubblicato su una delle riviste più importanti del settore ed in meno di due anni ha già ricevuto più di duecentocinquanta citazioni. <br>
<a href="https://www.scienzainrete.it/articolo/predizione-della-salienza-su-immagini/marcella-cornia/2020-10-29">Presentazione del paper</a></p>
<h2 id="fisica-matematica-informatica">Fisica, Matematica, Informatica</h2><p>Dott. <strong>Luca Tanzi</strong>, Ricercatore presso CNR-INO, sezione di Pisa. <br>
<em>Paper</em>: &ldquo;<a href="https://doi.org/10.1038/s41586-019-1568-6" rel="noopener">Supersolid symmetry breaking from compressional oscillations in a dipolar quan-tum gas</a>&rdquo;, pubblicato su Nature nel 2019.<br>
<em>Motivazione</em>: Il Premio è assegnato a Luca Tanzi per la misura sperimentale degli effetti di superfluidità in un sistema supersolido realizzato con atomi interagenti tramite forze dipolari a bassissime temperature. In particolare la pubblicazione presentata da Luca Tanzi riporta la prima evidenza sperimentale dei due modi di Goldstone associati alla rottura spontanea di simmetria dell’invarianza traslazionale, responsabile della struttura cristallina, e della rottura di simmetria di &ldquo;gauge&rdquo; responsabile della superfluidità nei condensati di Bose-Einstein.<br>
<a href="https://www.scienzainrete.it/node/19145">Presentazione del paper</a></p>
<p><strong>Hanno inoltre ricevuto una menzione:</strong></p>
<p>Dott.ssa <strong>Carol Coricelli</strong> (Alimentazione nutrizione). <br>
Paper: &ldquo;<a href="https://doi.org/10.1111/ejn.14498" rel="noopener">Distinct brain representations of processed and unprocessed foods</a>&rdquo;, European Journal of Neuroscience 2019. <a href="https://www.scienzainrete.it/node/19150">Presentazione del paper</a>.</p>
<p><strong>Davide Massari</strong> (Astrofisica e spazio), Università di Bologna e Osservatorio di Astrofisica e Scienza dello Spazio Bologna. <br>
Paper: &ldquo;<a href="https://doi.org/10.1051/0004-6361/201936135" rel="noopener">Origin of the system of globular clusters in the Milky Way</a>&rdquo;, Astronomy and Astro-physics 2019.<br>
<a href="https://www.scienzainrete.it/articoli/origine-sistema-ammassi-globulari-via-lattea/">Presentazione del paper</a>.</p>
<p>Dott. <strong>Luca Pappalardo</strong> (Intelligenza artificiale e Big Data). <br>
Paper: &ldquo;<a href="https://doi.org/10.1145/3343172" rel="noopener">PlayeRank: Data-driven Performance Evaluation and Player Ranking in Soccer via a Machine Learning Approach</a>&rdquo;, ACM Transactions on Intelligent Systems and Technology 2019. <a href="https://www.scienzainrete.it/node/19154">Presentazione del paper</a>.</p>
<p>Dott. <strong>Giovanni Simonini</strong> (Intelligenza artificiale e Big Data). <br>
Paper: &ldquo;<a href="https://doi.org/10.1109/TKDE.2018.2852763" rel="noopener">Schema-agnostic Progressive Entity Resolution</a>&rdquo;, IEEE Transactions on Knowledge and Data Engineering 2019.</p>
<p>Dott.ssa <strong>Margherita Maiuri</strong> (Fisica, matematica, Informatica). <br>
Paper: &ldquo;<a href="https://doi.org/10.1038/NCHEM.2910" rel="noopener">Coherent wavepackets in the Fenna–Matthews–Olson complex are robust to exci-tonic-structure perturbations caused by mutagenesis</a>&rdquo;, Nature Chemistry 2018.</p>
<p>Il Premio Giovani Ricercatori 2020 del Gruppo 2003 è sostenuto da: <br>
Consiglio Nazionale delle Ricerche (CNR) <br>
Fondazione Bracco* <br>
Istituto Nazionale di Astrofisica (INAF) <br>
Fondazione AIRC per la Ricerca sul Cancro <br>
Chiesi Farmaceutici <br>
Barilla <br>
Federazione Nazionale dei Dirigenti e delle Alte Professionalità dell’Agricoltura e dell’Ambiente (FENDA)</p>
<h2 id="-il-sostegno-della-fondazione-bracco-è-indirizzato-alle-ricercatrici" class="titolo-minore">* Il sostegno della Fondazione Bracco è indirizzato alle ricercatrici. </h2><p><img src="https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2020/premio-giovani-ricercatori-edizione-2020-body-1.png.webp" srcset="https://www.scienzainrete.it/media/_web/720/articoli/2020/premio-giovani-ricercatori-edizione-2020-body-1.png.webp 720w, https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2020/premio-giovani-ricercatori-edizione-2020-body-1.png.webp 1280w" sizes="(max-width: 760px) 100vw, 720px" alt="" width="1688" height="178" loading="lazy" decoding="async">
</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Più risorse all’università? Rendiamola più moderna, efficiente e inclusiva</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/piu-risorse-all-universita-rendiamola-piu-moderna-efficiente/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/piu-risorse-all-universita-rendiamola-piu-moderna-efficiente/</guid><pubDate>Wed, 14 Oct 2020 08:00:00 +0100</pubDate><dc:creator>Luca Carra</dc:creator><description>Il ministro Manfredi promette 15 miliardi per università e ricerca nei prossimi 5 anni, sempre che il Recovery Fund si concretizzi.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2020/piu-risorse-all-universita-rendiamola-piu-moderna-efficiente-hero.jpg" type="image/jpeg" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2020/piu-risorse-all-universita-rendiamola-piu-moderna-efficiente-hero.jpg" medium="image" type="image/jpeg"/><content:encoded><![CDATA[<p>Il ministro <a href="https://www.ansa.it/canale_scienza_tecnica/notizie/ricerca_istituzioni/2020/10/11/manfredi-investiremo-15-miliardi-in-5-anni-per-la-ricerca-_320bb832-4d1a-4b77-bf14-7329c7505731.html" rel="noopener">Manfredi promette 15 miliardi per università e ricerca nei prossimi 5 anni</a>, sempre che il Recovery Fund si concretizzi. La notizia ridà anche speranze a coloro che da tempo propongono una riforma dell’università che la renda più moderna e inclusiva. Fra questi figura <a href="http://www.marinoregini.it/it/cosa-ha-fatto/" rel="noopener">Marino Regini</a>, professore emerito di sociologia economica all’Università degli Studi di Milano, e coordinatore, insieme a Roberto Cingolani, del capitolo dedicato a università e ricerca del Piano Colao. Il Piano, come noto voluto più dal presidente Mattarella che dal primo ministro Conte, è finito anzitempo nel dimenticatoio, ma qualche buona idea forse è il caso di riprenderla in vista di questa annunciata iniezione di risorse. Cosa che avverrà anche con una serie di discussioni via webinar organizzati da Unires e Università degli Studi di Milano (il prossimo, intitolato “Scenari socio-economici del Post-Covid: quale impatto sull’Università” il 14 ottobre - 17:30-19:00 a questo <a href="https://teams.microsoft.com/l/meetup-join/19%3ameeting_YzRkNmViNTgtMDhmNS00ZmYxLTkxZWEtYzY5NDBmOWE4YTZk%40thread.v2/0?context=%7b%22Tid%22%3a%2213b55eef-7018-4674-a3d7-cc0db06d545c%22%2c%22Oid%22%3a%22570518b5-08b7-4a15-acfd-88758999dc58%22%2c%22IsBroadcastMeeting%22%3atrue%7d" rel="noopener">LINK</a>).</p>
<p>“Per essere davvero motori dello sviluppo - esordisce Regini - università e ricerca devono essere in grado di rispondere alle domande della società, condurre progetti interdisciplinari, essere più internazionali, essere in grado di attrarre cervelli e dare più sbocchi occupazionali».</p>
<p><strong>Vasto programma. Le nostre università  in effetti sono ancora chiuse e tutto sommato riservate a pochi, a giudicare dal numero di iscritti.</strong></p>
<p>Infatti l’altra sfida è l’inclusività. I pochi laureati rispetto ad altri paesi sembrano dipendere essenzialmente da due fattori: i fondi per il diritto allo studio sono ancora ampiamente insufficienti, e manca un canale terziario professionalizzante. Diciamolo: se altrove ci sono molti più laureati è anche perché ci sono percorsi terziari che preparano alle professioni, come le Fachhochschule tedesche. Noi abbiamo solo gli ITS (con circa 9.000 studenti), che però hanno un livello più basso rispetto alle università, le quali hanno pochissimi corsi professionalizzanti. In Italia si laureano relativamente in pochi anche per questo motivo: mancanza di sbocchi professionali e di un buon orientamento.</p>
<p><strong>La responsabilità è tutta del mondo universitario?</strong></p>
<p>Non solo. Diciamo che i due mondi - università e impresa - faticano a incontrarsi. Lo si vede anche dalla difficoltà e dagli ostacoli anche burocratici a far sì che ricercatori pubblici e privati possano lavorare insieme, e dal fatto che la (scarsa) domanda di capitale umano altamente qualificato fa fatica a incontrarsi con la (scarsa) offerta.</p>
<p><strong>Che strategia si può seguire per avvicinare questi due mondi?</strong></p>
<p>Serve ad esempio un intermediario efficiente. Sempre in Germania abbiamo istituti come il Fraunhofer che fa appunto questo: mette in contatto i due mondi e traduce le esigenze degli uni nel linguaggio degli altri. Bisogna superare il pregiudizio che cultura e formazione sia solo alta speculazione, ma nel contempo riconoscere che anche le applicazioni più concrete in campo industriale incorporano pensiero, creatività e ricerca fondamentale. Se ci fa caso gli articoli scientifici italiani che abbiano come coautori ricercatori accademici e ricercatori provenienti dall’industria sono molto pochi rispetto ad altre realtà. </p>
<p><strong>Un primo passo quale potrebbe essere?</strong></p>
<p>Per esempio aumentare i dottori di ricerca, che non necessariamente devono avere uno sbocco nell’università, ma anche nell’industria e nella pubblica amministrazione, che peraltro ne avrebbero un gran bisogno. Per far questo si può creare una nuova figura di Applied PhD (o figure analoghe) come si fa altrove.</p>
<p><strong>Anche nella Pubblica amministrazione? Ma non è già elefantiaca?</strong></p>
<p>Tutt’altro, statistiche alla mano abbiamo meno addetti degli altri paesi. Ma la PA ha molto bisogno di una dirigenza più qualificata (argomento avanzato anche nell’ultimo libro di Tito Boeri e Sergio Rizzo, “Riprendiamoci lo Stato: come l’Italia può ripartire”, Feltrinelli, 2020. ndr.). Al momento la grande maggioranza sono laureati in giurisprudenza, nella visione tradizionale che la PA debba solo interpretare e attuare le leggi, mentre ora servono soprattutto nuove figure professionali capaci di formulare politiche, attrarre investimenti, mediare interessi.</p>
<p><strong>Abbiamo lasciato per ultimo il tema della ricerca, in realtà centrale per lo sviluppo del Paese. La ricerca in Italia è sotto-finanziata, con discreti risultati se si esaminano gli articoli pubblicati ma non esaltanti se si guardano i progetti vinti e la partecipazione a grandi iniziative internazionali. Siamo un po’ ai margini. Il Piano Colao propone di differenziare le università di ricerca da quelle specializzate in didattica. In questo modo non si rischia di creare università di serie A e di serie B?</strong></p>
<p>Proprio per evitare questo rischio, il piano Colao propone di valorizzare le differenze interne ai singoli atenei, non di differenziare fra università. Detto questo, la didattica non è affatto serie B! È una componente fondamentale, la prima missione dell’università. E non c’è niente di male che alcuni dipartimenti storicamente deboli nell’attività di ricerca si specializzino nella didattica e vengano valutati e premiati per questo. D’altra parte la ricerca si nutre anche di competizione e ha bisogno di concentrazione di risorse finanziarie e umane. Non è un caso che nei ranking internazionali, in tutti i giustamente criticati, gli atenei italiani siano pressoché assenti fra i primi 100 ma ce ne siano un terzo fra i primi 500. Il livello dei nostri atenei è un livello medio alto, assolutamente rispettabile, ma per emergere bisogna puntare sui ricercatori migliori, che devono essere attratti anche dall’estero. Le differenze fra le università o meglio fra dipartimenti o aree scientifiche al loro interno, in altre parole, andrebbero valorizzate e non negate, sia nella ricerca che nella didattica.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Premio Giovani Ricercatori Gruppo 2003: ecco i vincitori</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/premio-giovani-ricercatori-gruppo-2003-ecco-vincitori/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/premio-giovani-ricercatori-gruppo-2003-ecco-vincitori/</guid><pubDate>Thu, 08 Oct 2020 14:01:00 +0100</pubDate><description>“Giovani ricercatori” ma già scienziati maturi, tanto da vincere un premio altamente competitivo che ha indetto il Gruppo 2003 su dieci discipline diverse.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2020/premio-giovani-ricercatori-gruppo-2003-ecco-vincitori-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2020/premio-giovani-ricercatori-gruppo-2003-ecco-vincitori-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>“Giovani ricercatori” ma già scienziati maturi, tanto da vincere un premio altamente competitivo che ha indetto il Gruppo 2003 su dieci discipline diverse. Rivolto alle ricercatrici e ai ricercatori con meno di 7 anni di attività dalla fine del dottorato, il Premio ha avuto 373 domande (191 uomini e 182 donne) e vincitori in tutte e 10 le aree scientifiche indicate.</p>
<p>Ecco le nuove speranze della ricerca italiana che con un loro lavoro scientifico pubblicato su riviste prestigiose si sono aggiudicati il premio: **Alberta Pinnola **(Università di Pavia) si è aggiudicata il premio nella ricerca in agricoltura con uno studio che risponde al quesito di come produrre piante in modo da sfamare l&rsquo;umanità in crescita vertiginosa e con modalità sostenibili. <strong>Donato Angelino</strong> (Università di Teramo) è il vincitore della categoria Alimenti e nutrizione con una ricerca molto innovativa sugli alimenti funzionali per curare l’obesità. **Moreno Di Marco **(La Sapienza di Roma), invece, ha vinto il premio Ambiente con uno studio sul rischio di estinzione di piante e invertebrati. Il premio su Astrofisica e Spazio è andato invece a <strong>Mario Spera</strong> (Università di Padova) per una originale analisi dei buchi neri di media grandezza, mentre <strong>Luca Tanzi</strong> (CNR di Pisa) ha vinto per la categoria Fisica, matematica e informatica con un lavoro di fisica fondamentale sulla rottura della simmetrie e le sue conseguenze nei supefluidi e nei supersolidi (cristalli). Il premio di Ingegneria va invece alla ricercatrice **Giulia Scalet **(Università di Pavia), che ha studiato la meccanica non lineare, e un’altra ricercatrice, **Marcella Cornia **(Università di Modena e Reggio Emilia), va il premio su Intelligenza artificiale e Big Data con una pubblicazione sulle nuove frontiere della computer vision. Alla medicina vanno infine i premi alla coppia  <strong>Anna Citron</strong> e <strong>Tito Panciera</strong> (Università di Padova) per uno studio sulla interazione fra fattori genetici e micro ambientali nella genesi dei tumori, e in prospettiva su altre malattie; a **Lorenzo Brunetti **(Università di Perugia) premiato nella categoria Oncologia per una ricerca su nuovi target terapeutici per la leucemia, e ad <strong>Alessio Mazzoni</strong> (Università di Firenze) Premio Covid-19 per aver approfondito l’importanza di contrastare lo stato infiammatorio sistemico nella malattia da SARS-CoV-2.</p>
<p>Hanno inoltre ricevuto una menzione <strong>Carol Coricelli</strong> (SISSA di Trieste e Università di Scienze Gastronomiche di Pollenzo per Alimentazione nutrizione), **Davide Massari **(Università di Bologna per Astrofisica e Spazio), **Luca Pappalardo **(ISTI-CNR e Università di Pisa per Intelligenza artificiale e Big Data), <strong>Giovanni Simonini</strong> (Università degli Studi di Modena e Reggio Emilia per Intelligenza artificiale e Big Data) e <strong>Margherita Maiuri</strong> (Politecnico di Milano per Fisica, matematica, Informatica).</p>
<p>“Mi sembra un ottimo segnale aver ricevuto così tante domande al nostro Premio e una qualità di lavori così elevata” commenta il presidente del Gruppo 2003 Nicola Bellomo. Scorrendo anche solo i titoli delle pubblicazioni di questi giovani si capisce quanto la ricerca scientifica possa contribuire alla sicurezza, alla qualità della vita e al benessere complessivo della società in cui viviamo. I premi sono stati assegnati a seguito di un attento vaglio scientifico, dal quale emerge una generazione di scienziati e scienziate di alto profilo scientifico. Quindi una risorsa preziosa per il futuro del nostro Paese”.</p>
<p>Il premio consiste in 3.000 euro e un attestato, ma soprattutto nella soddisfazione di essere stati valutati da dieci commissioni costituite in prevalenza dai membri del Gruppo 2003, tutti scienziati con un numero di citazioni che li pongono ai vertici della ricerca nazionale e mondiale.</p>
<p>Il premio è stato sostenuto dal Consiglio nazionale delle Ricerche, l’Istituto nazionale di Astrofisica (INAF), Fondazione Bracco, AIRC, Chiesi farmaceutici, Barilla e FENDA.</p>
<p>Per informazioni aggiuntive sul premio e i relativi lavori scientifici: &lt;/articoli/premio-giovani-ricercatori-edizione-2020/&gt;</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Firma anche tu il piano Amaldi per raddoppiare il budget della ricerca</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/firma-tu-piano-amaldi-raddoppiare-budget-ricerca/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/firma-tu-piano-amaldi-raddoppiare-budget-ricerca/</guid><pubDate>Wed, 30 Sep 2020 15:08:00 +0100</pubDate><dc:creator>Luca Carra</dc:creator><description>Selfie del direttore di Scienza in rete Luca Carra con il fisico Ugo Amaldi.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2020/firma-tu-piano-amaldi-raddoppiare-budget-ricerca-hero.jpeg" type="image/jpeg" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2020/firma-tu-piano-amaldi-raddoppiare-budget-ricerca-hero.jpeg" medium="image" type="image/jpeg"/><content:encoded><![CDATA[<p>Il sociologo della scienza <a href="https://www.pressreader.com/article/282333977353854?fbclid=IwAR3AyX6Qt29rWYyBJZTnUQpKU_eV2TukqhcbNMPfc_6oAS1LryqaTBmgsPw" rel="noopener">Massimiano Bucchi ha ricordato sul Corriere della Sera</a> che - a dispetto di quello che si crede - la scienza e gli scienziati godono del massimo di fiducia da parte dell’opinione pubblica, e che tale fiducia negli anni è cresciuta di 14 punti, fino all’attuale 82% (i giornalisti sono al 4%, i politici al 2%).</p>
<p>Con Covid-19 la fiducia verso la scienza è ulteriormente aumentata, e il motivo è facilmente immaginabile: cosa se non la scienza ci può salvare la vita? Molti commentatori hanno rilevato come in questo periodo di pandemia la ricerca scientifica non aveva e non ha tuttora risposte certe, farmaci efficaci non ci sono ancora, dei vaccini non sappiamo ancora quanto proteggeranno. Ma tutto questo è normale davanti a fenomeno inedito che stiamo studiando da qualche mese. Anche la corsa a pubblicare studi non peer-reviewed e di dubbia credibilità può in parte essere spiegata con l&rsquo;emergenza che ha colpito le nostre vite durante quest’anno. Insomma, la scienza non è perfetta, ma non abbiamo niente di meglio a disposizione.</p>
<p>Ma se la scienza è così importante, perché resta tuttora una attività così marginale? Il Paese che al mondo investe di più in ricerca arriva al 4,9% del proprio PIL (Israele, seguito con il 4,5% dalla Corea del Sud), mentre l’Italia con il suo 1,3% è in coda alla classifica.</p>
<p>Perché così poco? Perché non il 5 o il 10%, come meriterebbe una attività che produce conoscenza e innovazione? Le ragioni - in specie per la situazione italiana - sono due: lo scarso peso elettorale dei ricercatori e il basso grado di alfabetizzazione scientifica nella popolazione.</p>
<p>Diffondere la conoscenza scientifica e aumentarne i peso politico vanno di pari passo e sono processi che potranno dare il frutto in un decennio, a lavorarci molto. Ma qualcosa già si può fare. In questa direzione va la <strong>proposta del fisico Ugo Amaldi di raddoppiare il budget pubblico della ricerca</strong> portandola nell’arco di alcuni anni dall’attuale 0,5% a livelli tedeschi (1,1%). Quindi da 9 a circa 20 miliardi di euro l’anno.</p>
<p>C’è accordo sul fatto che la prima cosa da fare sia aumentare le risorse a disposizione, almeno per l’Italia. Questo consentirebbe di aumentare il numero di ricercatori (i nostri sono la metà per 100.000 abitanti rispetto alla media europea) e rafforzare la componente di ricerca di base (non particolarmente considerata dai finanziamenti europei) e le infrastrutture.</p>
<p>Restano ovviamente altri problemi, forse meno onerosi ma più complicati da risolvere: uno di questi è la burocrazia, che rallenta tutto, dai pagamenti dei progetti alle forniture. Un altro sono le regole di assunzione e i percorsi di carriera, che induce molti neolaureati e dottorati a prendere la strada dell’emigrazione per continuare altrove il mestiere di ricercatore (sul tema della crescente dell’emigrazione intellettuale si veda il Rapporto Algebris¹).</p>
<p>Un’altra anomalia della situazione italiana è la relativa povertà di finanziamento della ricerca per bandi e progetti, importanti anche per allenare i nostri ricercatori a essere più competitivi a livello europeo e internazionale. Per governare questa attività il Gruppo 2003 ha proposto di dotare anche l’Italia di una Agenzia nazionale, gestita da tecnici e con un proprio bilancio. Anche se con un profilo un po’ diverso il governo ha finalmente varato questa Agenzia, ma con un bilancio minimo e al momento scomparsa dai radar. Che fine ha fatto? </p>
<p>Ma i problemi irrisolti non devono frenare le iniziative che hanno probabilità di successo, come l’appello di Ugo Amaldi per un raddoppio dell’investimento in ricerca pubblica. Noi abbiamo firmato l’appello e siamo pronti a sostenerlo in ogni occasione.</p>
<p>E allora cosa aspetti? Firmalo anche tu! (<a href="https://www.change.org/p/presidenza-del-consiglio-dei-ministri-governo-italiano-ripartiamo-con-il-pianoamaldi-per-la-ricerca-firma-per-il-raddoppio-degli-stanziamenti?utm_content=cl_sharecopy_23740692_it-IT%3A1&amp;recruited_by_id=da81c950-029a-11eb-aacb-bd50a3bd0b09&amp;utm_source=share_petition&amp;utm_medium=copylink&amp;utm_campaign=psf_combo_share_initial&amp;utm_term=psf_combo_share_initial" rel="noopener">qui</a> l&rsquo;appello di change.org).</p>
<h2 id="note" class="titolo-minore"><strong>Note</strong></h2><h2 id="aa-vv-game-of-brains-21th-century-italian-emigration-algebris-policy--research-forum-2019" class="titolo-minore">AA. VV. <a href="https://media.algebris.com/algebris_policy_research_forum/Issue-3_Game-of-Brains-21st-century-Italian-emigration.pdf" rel="noopener">Game of Brains. 21th Century Italian Emigration</a>. Algebris Policy &amp; Research Forum. 2019.</h2>]]></content:encoded></item><item><title>Giorgio Metta: ripartiamo con più ricerca e tecnologia</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/giorgio-metta-ripartiamo-piu-ricerca-tecnologia/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/giorgio-metta-ripartiamo-piu-ricerca-tecnologia/</guid><pubDate>Thu, 04 Jun 2020 00:01:00 +0100</pubDate><dc:creator>Luca Carra</dc:creator><description>Giorgio Metta è il direttore dell’Istituto italiano di tecnologia (IIT) di Genova, ed è noto soprattutto per la sua “creatura”, il robot umanoide Icub.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2020/giorgio-metta-ripartiamo-piu-ricerca-tecnologia-hero.jpg" type="image/jpeg" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2020/giorgio-metta-ripartiamo-piu-ricerca-tecnologia-hero.jpg" medium="image" type="image/jpeg"/><content:encoded><![CDATA[<p>Giorgio Metta è il direttore dell’Istituto italiano di tecnologia (IIT) di Genova, ed è noto soprattutto per la sua “creatura”, il robot umanoide Icub. Lo abbiamo incontrato per capire il ruolo della ricerca e della tecnologia nella “ripartenza” post Covid. E per non farci cogliere impreparati al prossimo appuntamento (speriamo lontano) con un’emergenza di questo genere.</p>
<p><strong>Quale può essere il contributo della ricerca e della tecnologia in questa fase di ripartenza?</strong></p>
<p>La tecnologia è importante, ma prima di tutto bisogna puntare sulla responsabilizzazione dei cittadini e quindi sulla comunicazione efficace per far rispettare regole di distanziamento e in sostanza di autodifesa collettiva da possibili riprese dell’epidemia. Per veicolare questi messaggi si possono utilizzare anche i cellulari e modalità innovative come la gamificazione, che trasformando in gioco questi messaggi di igiene, prevenzione e sanità pubblica può avere più impatto nel fare cultura in questo campo. Al contempo, sapendo che non tutti rispettano le regole, app e dispositivi indossabili possono aiutare a ricordarci determinate regole - come tenere la distanza - in modo semplice e non troppo invasivo. Queste dispositivi sono sicuramente utili anche per identificare in tempi rapidi possibili nuovi focolai. Ma ci tengo a sottolineare che la comunicazione, e il software, vengono prima dell&rsquo;hardware.</p>
<p><strong>In attesa di vedere come funziona l’app Immuni, che tipo di contributo ha fornito l’IIT in questo settore?</strong></p>
<p>Sul distanziamento abbiamo realizzato qualche applicazione. I nostri studi sulla visione dei robot ci hanno consentito di utilizzare dei programmi per misurare le distanze fra le persone, che abbiamo sperimentato all’aeroporto di Genova nel monitorare i flussi dei viaggiatori ed evitare addensamenti pericolosi. Studiando le interazioni uomo-robot avevamo sviluppato dispositivi indossabili che consentivano al robot di localizzare le persone con le quali entrare in realzione; partendo da questi abbiamo sviluppato un braccialetto che vibra/si illumina se non mantieni la distanza di sicurezza da altre persone. Spero che questi pochi esempi diano un&rsquo;idea delle ricadute delle ricerche nel campo della robotica e dell&rsquo;intelligenza artificiale. </p>
<p><strong>Questa pandemia ci ha colti impreparati. Ma se ci fosse una pandemia simile fra cinque anni, cosa potrebbe fare di diverso e di più utile la tecnologia?</strong></p>
<p>Per questo ci vorrebbe un programma specifico. Al momento i sistemi robotici non hanno la flessibilità necessaria per poter essere riproposti all’interno di un ospedale o nell’assistenza domiciliare. Cambiare ambiente di lavoro a un robot è sempre molto difficile, quindi andrebbero studiati nuovi robot ad hoc. Per un re-targeting di questo genere bisogna partire adesso per essere pronti fra qualche anno. Otto anni fa era stato proposto un progetto flagship europeo che si chiamava “Robot companion”, che aveva proprio questa finalità. Purtroppo non è stato finanziato, ma c’è sempre modo per dare il via a nuovi programmi in questa direzione attivando collaborazioni fra la comunità scientifica e le aziende del settore.</p>
<p>Un’altra cosa che si potrebbe fare in vista di emergenze future è superare il modello delle RSA così come sono concepite adesso, di cui abbiamo visto la criticità, rendendo possibile forme di assistenza avanzata di tipo medico e psicologico direttamente a casa. Mi sembra importante insomma decentralizzare la sanità e l’assistenza, evitando quelle concentrazioni di persone che possono creare pericolosi focolai epidemici. Anche su questo punto la tecnologia può essere utile, sia per il monitoraggio sia per migliorare i sistemi digitali di comunicazione e socializzazione. Per il 2025, una sanità più distribuita e più tecnologica penso potrebbe rivoluzionare l’assistenza rendendola più efficace, sicura e sostenibile.</p>
<p><strong>Alla luce di quanto è successo negli ultimi mesi, come cambieresti le strategie di ricerca dell’istituto?</strong></p>
<p>L’impalcatura del nostro <a href="https://multimedia.iit.it/asset-bank/assetfile/11068.pdf" rel="noopener">piano strategico 2018-23</a> rimarrà la stessa. I nostri domini di ricerca sono quattro: robotica, nanomateriali, lifetech e computazione. Con i nostri ricercatori ora ci stiamo domandando perché non sfruttare questa occasione per creare una sinergia fra queste discipline. Per esempio far lavorare insieme l’optogenetica dell’attività neuronale del cervello con l’analisi computazione delle reti neurali, e con l’analisi del comportamento umano in relazione all’attivazione di queste reti. Si tratta quindi di dar via a studi interdisciplinari e organici in cui lavorano insieme ingegneri, biologi, neuroscienziati, esperti di robotica e di intelligenza artificiale. Una convergenza disciplinare di questo genere vorremmo realizzarla anche nel campo della sostenibilità.</p>
<p><strong>Perché la sostenibilità? Che tipo di ricerche avete in corso in questo settore?</strong></p>
<p>Il perché è semplice. Dopo Covid ci ritroviamo ora a dover riprendere in mano problemi non meno seri quali quello del cambiamento climatico e più in generale della sostenibilità ambientale. L’IIT è attivo su più fronti: dalle simulazioni volte al risparmio energetico, ai nuovi materiali per eliminare la plastica o per ridurre e recuperare la CO₂ dall’atmosfera. In particolare, sull’assorbimento della CO₂ rilasciata in atmosfera lavora soprattutto il nostro centro di Torino in collaborazione con il Politecnico; una ricerca è focalizzata su materiali organici e un’altra su materiali tradizionali capaci di assorbire la CO₂ in modo anche economicamente sostenibile.</p>
<p>Un altro tema che torna in auge con la ripartenza è quello dell’approvvigionamento energetico. Il nostro contributo come istituto si focalizza sulla progettazione di celle solari con materiali innovativi. Un altro grande ambito che sta partendo adesso con i programmi europei è la ricerca sull’accumulo di energia, attraverso il potenizamento di batterie che devono sopperire alla discontinuità della produzione energetica da fonti rinnovabili.</p>
<p><strong>L’automazione è un altro ambito importante per la nostra competitività futura. Quali sono le sfide in questo campo?</strong></p>
<p>L’Italia ha un primato molto importante nella ricerca in questo settore. Sono molte le aziende che forniscono o utilizzano l’automazione, ma ora bisogna lavorare a una maggiore integrazione dei suoi diversi livelli. Secondo Confindustria, i programmi di Industria 4.0 hanno portato indubbiamente a uno svecchiamento delle macchine, non non ancora alla integrazione dei dati delle diverse componenti del sistema, capace di ottimizzare la produzione, il sistema delle forniture, e altri aspetti del processo. È un passo successivo che dobbiamo ancora fare.</p>
<p><strong>Che rapporto siete riusciti a creare con i vostri partner industriali?</strong></p>
<p>Abbiamo creato un rapporto di forte collaborazione e di fiducia, che nasce dal lavorare insieme negli stessi laboratori. Si tratta di capire i problemi che pone l’industria e studiare insieme possibili soluzioni scientifico-tecnologiche. Abbiamo avuto ottime esperienze in questo senso, in cui il trasferimento tecnologico ha funzionato, al punto da tradursi in nuovi prodotti industriali. IIT ha in effetti una doppia missione: quella di fare ricerca di base e quella di applicare nuove soluzioni tecnologiche. Negli anni, i nostri ricercatori hanno sviluppato entrambe le capacità.</p>
<p><strong>Qualche esempio di collabrazione con l&rsquo;industria?</strong></p>
<p>Prima di tutto vorrei ricordare le due nostre principali start-up, quella sulla riabilitazione robotica (Movendo) e quella sul grafene (Bidimensional), ciascuna con una dotazione di più di 10 milioni di euro. Per quanto riguarda i nostri rapporti con le industrie, molto positiva è stata la collaborazione con Danieli Automation con cui stiamo sviluppando sistemi di robotica e visione artificiale già applicati nei loro impianti nel settore dell’automazione delle acciaierie. Un’altra collaborazione è con Camozzi Group, sempre nel settore dell’automazione industriale; un’altra riguarda l’ispezione automatica delle turbine per Ansaldo energia.</p>
<p><strong>Quanto incide la vostra collaborazione con l’industria sul vostro bilancio?</strong></p>
<p>Noi riceviamo circa 90 milioni di euro all&rsquo;anno dallo Stato e altri 30 da grant e contratti industriali, divisi più o meno a metà. Dei progetti europei, riusciamo ad aggiudicarci sia un certo numero di progetti più orientati alla ricerca di base (come gli ERC), sia progetti Research &amp; Innovation, sia i cosiddetti Innovation Action, a loro volta sviluppati insieme all’industria.</p>
<p><strong>Tornando alla “ripartenza”, cosa si dovrebbe fare per far ripartire anche la ricerca in Italia?</strong></p>
<p>Quando andiamo a vedere la qualità dei ricercatori italiani nel contesto internazionale scopriamo che sono piuttosto bravi, segno che la nostra formazione universitaria fa ancora un buon lavoro. La difficoltà in Italia è quando si vuole rimanere a lavorare nella ricerca. Credo che per questo bisognerebbe avvicinare il nostro sistema agli standard internazionali. Quindi semplificare i percorsi di carriera, con valutazioni indipendenti di livello internazionale. Fornire ai giovani la possibilità di lavorare in infrastrutture adeguate, con salari adeguati ma non necessariamente da subito con la garanzia della stabilità, che può arrivare in un secondo momento. Ma altrettanto importante è che il Paese investa di più in ricerca e innovazione. Altrimenti difficilmente potremo competere con paesi come la Germania, che investe 3-4 volte più dell’Italia.</p>
<p><strong>Da questo punto di vista l’IIT ha regole piuttosto diverse da università e altri centri di ricerca. Credi che sia un tipo di organizzazione riproducibile altrove?</strong></p>
<p>Se non ci sono impedimenti legali di qualche genere perché no? In fondo l’IIT non ha fatto altro che ispirarsi alle regole delle migliori università e centri di ricerca a livello internazionale. I nostri ricercatori entrano con un programma di Tenure Track durante il quale vengono valutati piuttosto severamente per 6-7 anni, dopo di che, se passano questa selezione, trovano un posto stabile all’Istituto. IIT lavora anche con altre università con programmi di dottorato e post doc, dove i ricercatori vengono per fare un&rsquo;esperienza formativa ma non necessariamente per restare qui. Mobilità ed esperienze di lavoro diverse - lo ripeto - sono essenziali per formare un buon ricercatore. Non ci vedo niente di male che nostri ricercatori vadano a lavorare all’estero, l’importante è che ne arrivino altrettanti dall’estero, ma per questo dobbiamo diventare attrattivi, offrendo infrastrutture e condizioni di lavoro ottimali. L’IIT ha cercato di farlo. Il 32% dei ricercatori IIT sono stranieri, più una quota di italiani che ritorna da esperienze in altri Paesi. L’età media dei nostri ricercatori è 35 anni.</p>
<p><strong>Come sei arrivato in IIT?</strong></p>
<p>Ho studiato ingegneria all’università di Genova, dove ho continuato a lavorare occupandomi di robotica umanoide. Sono stato due anni al MIT a lavorare sui robot nel noto AI Lab. Poi, sfruttando un progetto europeo, sono tornato in Italia per continuare su questo filone di ricerca che mi appassionava. Nel mentre stava nascendo l’IIT, che mi ha offerto condizioni di lavoro ideali per sviluppare i miei progetti di robotica.</p>
<p><strong>Ma fra la robotica umanoide e la cosiddetta robotica soft quale ti sembra la più innovativa oggi?</strong></p>
<p>Ad essere veramente innovativa è la sintesi fra le due: ottenere un robot umanoide composto da parti “soft” sarebbe il massimo. Per esempio, dotandolo di attuatori soffici più simili a muscoli, quindi meno soggetti a vincoli e rotture; sensori tattili più sofisticati che consentano un’interazione migliore con l’ambiente; sensori della vista più simili all’occhio umano&hellip;</p>
<p><strong>Ma alla fine un robot, per quanto umanoide, non sarà mai veramente umano. Che senso ha perseguire questo sogno?</strong></p>
<p>I robot non si sostituiscono all’uomo ma possono aiutarlo. Si pensi al loro uso che si sta sviluppando per studiare e curare le patologie del neurosviluppo, come stanno facendo nel nostro centro per le “human technologies” nel parco tecnologico degli Erzelli a Genova. Il robot serve anche per studiare l’uomo, come siano fatti. È un modello semplificato dell’uomo su cui si possono condurre esperimenti più controllabili. Costruire e studiare i robot, in realtà, è un’attività profondamente umana, umanistica direi.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Anche la ricerca scientifica ha bisogno di una "ripartenza"</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/ricerca-scientifica-bisogno-ripartenza/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/ricerca-scientifica-bisogno-ripartenza/</guid><pubDate>Fri, 29 May 2020 18:38:00 +0100</pubDate><description>Prenzlauerberg, Berlino. Foto di Renata Tinini.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2020/ricerca-scientifica-bisogno-ripartenza-hero.jpg" type="image/jpeg" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2020/ricerca-scientifica-bisogno-ripartenza-hero.jpg" medium="image" type="image/jpeg"/><content:encoded><![CDATA[<p>Ora che si &ldquo;riparte&rdquo;, diventa importante farlo con il piede giusto. Anche nel campo della ricerca scientifica, che in questo periodo di Covid-19 si è mostrata così cruciale. Anche a laboratori chiusi, i ricercatori di tutto il mondo hanno contribuito con una inaspettata quantità di lavori scientifici sul nuovo coronavirus. In particolare, pur nelle ristrettezze economiche che da molto tempo caratterizzano la ricerca italiana (finanziata con l’1,3% del PIL, uno dei più bassi in area OCSE), i nostri ricercatori hanno prodotto circa un decimo dei lavori su Covid, ponendo l’Italia al terzo posto dopo gli Stati Uniti e la Cina (vedi <a href="https://www.scienzainrete.it/articoli/database-ragionato-ricerca-covid/">Dashboard Ricerca</a>).</p>
<p>I nostri ricercatori vengono periodicamente lodati per riuscire a fare le nozze coi fichi secchi, ma la penuria di risorse e infrastrutture lascia comunque il suo segno sulla nostra capacità di competere a livello internazionale. Come già detto altrove, basta guardare la nostra declinante capacità di aggiudicarci progetti europei, come pure il flusso costante di ricercatori italiani verso sedi estere più prestigiose, non compensato da rientri o da un flusso uguale e contrario di ricercatori stranieri nel nostro Paese.</p>
<p>La nostra ricerca, anche se vitale, ha bisogno di ben altri mezzi, di regole nuove che premino il merito, e di una maggiore considerazione sociale. Il Gruppo 2003 ha voluto lanciare un segnale in questo senso lanciando una nuova edizione del <a href="https://www.scienzainrete.it/articoli/premio-giovani-ricercatori-edizione-2020/">Premio Giovani Ricercatori (al quale è possibile partecipare fino al prossimo 20 giugno)</a>. Ma un segnale chiaro e forte va mandato anche al mondo della politica, che deve finalmente rendersi conto dell&rsquo;importanza della ricerca e dei suoi protagonisti per il futuro del paese.</p>
<h2 id="i-limiti-del-decreto-rilancio-sulla-ricerca">I limiti del Decreto “Rilancio” sulla ricerca</h2><p>Non vi è dubbio che le misure destinate al “rilancio” - per usare il titolo dell’ultimo <a href="http://www.governo.it/sites/new.governo.it/files/DL_20200520.pdf" rel="noopener">decreto governativo del 13 maggio</a> - anche la ricerca dovrebbe avere un posto di primo piano. È cruciale infatti che oltre all’economia, al turismo, allo spettacolo, anche la scienza possa riaprire i laboratori, che possa contare su più ricercatori (al momento la metà della media europea) e più risorse distribuite in risposta a strategie precise e in base a valutazioni basate sul merito. In fondo, la ricerca su diagnosi, farmaci e vaccini contro Covid può rappresentare una voce importante della nostra economia, ma può anche salvare molte vite.</p>
<p>Che cosa prevede quindi il nuovo decreto a favore della ricerca? La risposta a questa domanda la troviamo soprattutto verso la fine dello sterminato decreto, agli articoli su università, ricerca e innovazione tecnologica. Per l’insieme di queste realtà il governo destina intorno al miliardo mezzo di euro, distribuito su tre anni (2020-2022), con aumenti del fondo ordinario delle università (FFO) e la previsione di un nuovo bando PRIN per un totale di 550 milioni di euro. Parte delle risorse (circa 250 milioni) sono destinate ad assumere 3.000 nuovi ricercatori [1].</p>
<p>La misura dà ossigeno ma non è risolutiva e non sembra per ora indicare un cambio di rotta. E d’altra parte sarebbe illusorio pensare che un decreto concepito in emergenza e di chiara impronta risarcitoria, come osservato da <a href="https://www.corriere.it/20_maggio_13/dl-rilancio-ombre-tempi-modi-3e64f6fa-955d-11ea-b53d-888d5c72a186_preview.shtml?reason=unauthorized&amp;cat=1&amp;cid=zvO3d7zE&amp;pids=FR&amp;credits=1&amp;origin=https%3A%2F%2Fwww.corriere.it%2F20_maggio_13%2Fdl-rilancio-ombre-tempi-modi-3e64f6fa-955d-11ea-b53d-888d5c72a186.shtml" rel="noopener">Sabino Cassese sul <em>Corriere della Sera</em></a>, potesse abbozzare una strategia compiuta [3]. Certo fa specie che una manovra eccezionale di circa 50 miliardi di euro destini 3 miliardi ad Alitalia e 1,5 al motore scientifico del Paese. </p>
<p>Cosa serve ancora? Noi crediamo che quattro siano le domande che attendono ancora risposte adeguate dal governo: una strategia, infrastrutture, sburocratizzazione e nuove regole di valutazione.</p>
<h2 id="la-strategia-a-che-punto-siamo-con-il-nuovo-piano-nazionale-della-ricerca">La strategia: a che punto siamo con il nuovo Piano nazionale della ricerca </h2><p>Il governo ha effettivamente  dato l’avvio alla redazione del Piano con un decreto del 1° maggio di nomina delle commissioni. Il piano è stato giustamente sincronizzato sui tempi del nuovo programma quadro della Commissione europea (2021-2027). Questo è sicuramente un buon segno: il paese ha bisogno di una strategia che si caratterizzi per la capacità di guardare lontano, sostenere la ricerca di base (di prevalente competenza nazionale) preveda una pianificazione a livello nazionale ed europeo, e che operi anche come piano di indirizzo per la Commissione Europea.</p>
<p>I temi di sicurezza per la società, da quella climatica, ambientale, sanitaria, alimentare, informatica, delle strutture, e altri ancora, sono diventati di stretta attualità. Investire oggi sulla sicurezza - come sostenuto dal gruppo 2003 nel suo <a href="https://www.scienzainrete.it/articoli/ricerca-scientifica-italia-societa-sostenibile-sicura-18492/">rapporto su ricerca e sicurezza del 2019</a> - vuol dire non essere costretti domani a sostenere spese insopportabili.</p>
<p>Ma proprio per la rilevanza della posta in gioco, sarebbe utile aprire la discussione del nuovo piano nazionale a tutta la comunità dei ricercatori e oltre, evitando logiche autoreferenziali. Ascoltare tutti, insomma, prima di assumersi la responsabilità di decidere su quali settori puntare, sarebbe per il governo un bel cambio di passo, in linea con le <a href="https://ec.europa.eu/info/research-and-innovation/strategy/european-green-deal/call_en&amp;pk_campaign=rtd_news" rel="noopener">migliori pratiche europee</a>. </p>
<h2 id="anche-le-infrastrutture-devono-avere-la-giusta-attenzione">Anche le infrastrutture devono avere la giusta attenzione</h2><p>Limitiamoci alla pandemia: la ricerca su virus, farmaci e vaccini va infatti sostenuta non solo finanziariamente, ma anche curando le condizioni di lavoro. Come ci ha segnalato il presidente della Società italiana di virologia Arnaldo Caruso, è evidente il declino sconsiderato della ricerca virologica in epoca pre-Covid-19, e di cui ora ci si rammarica tardivamente, lamentando soprattutto la mancanza di infrastrutture strategiche, come i laboratori ad alta sicurezza e i relativi finanziamenti. Stesso discorso vale per altri ambiti, dalla cybersecurity alla crisi climatica, al campo energetico.</p>
<h2 id="sburocratizzare-e-accelerare-la-ricerca">Sburocratizzare e accelerare la ricerca </h2><p>Nell’attuale situazione di emergenza, sembra importante, per esempio, passare a una accelerazione su bandi su temi cruciali come Covid [2]. I ricercatori hanno bisogno sì di risorse, ma ancor prima di certezza sui tempi di pagamento. Chi ha necessità  di spendere deve poterlo fare velocemente e in modo omogeneo in tutto il comparto, documentando tuttavia in modo chiaro le ragioni dell&rsquo;urgenza e assumendosi in prima persona responsabilità  civili e penali di eventuali errori e/o danni erariali.</p>
<p>Inoltre, i ricercatori necessitano che la normativa sulla sperimentazione animale sia adeguata alla normativa dei paesi europei. Questo tipo di ricerca richiede la massima serenità e concentrazione e non può essere rallentata da ostacoli di vario genere. In particolare, l’invio di minacce anonime a ricercatori e alle loro famiglie è un atto indegno che va perseguito con dovute indagini ed azioni giudiziarie, come <a href="https://www.gruppo2003.org/node/83" rel="noopener">più volte ribadito</a>.</p>
<h2 id="valutazione-e-carriera-dei-ricercatori">Valutazione e carriera dei ricercatori  </h2><p>Sono molti i casi in cui si assiste alla migrazione forzata dei ricercatori italiani in altri Paesi per la mancanza di prospettive di crescita e di carriera in patria. I risultati relativi all’assegnazione dei finanziamenti ERC a giovani ricercatori hanno messo in luce, ancora una volta, il problema della ricerca in Italia [3]. Come risolvere questa crescente debolezza competitiva?</p>
<p>È interessante notare come in alcuni paesi europei un giovane che presenti un progetto ERC che riceva una valutazione positiva essendo ammesso al secondo livello di valutazione, riceve comunque un finanziamento a livello nazionale. In Italia questo è avvenuto solo nella prima assegnazione ERC e non è stato più ripreso.  Si fa riferimento al progetto IDEAS che fu bandito a seguito del primo call ERC per finanziare qui progetti (in realtà pochi) che avevano superato positivamente la prima valutazione, ma che non erano stati finanziati per mancanza di fondi. È importante studiare forme di sostegno, che altri paesi europei applicano, a progetti presentati, valutati positivamente, ma non finanziati. </p>
<p>In un Paese normale, i ricercatori necessitano di certezze e meritocrazia nel reclutamento e nella progressione di carriera, nonché di mobilità territoriale per inserirsi in gruppi di ricerca coerenti alla propria preparazione culturale. Questa dinamica deve andare a sostituirsi alla cooptazione locale di ricercatori che nascono e crescono sempre nello stesso gruppo di ricerca, unitamente alla stesura di bilanci nei quali la voce di spesa non sia finalizzata prevalentemente alla progressione di carriera, ma anche e soprattutto al reclutamento, come avviene in molti paesi europei. Questo obiettivo richiede un intervento, non invasivo, ma promozionale, a livello nazionale rispetto alle autonomie locali di università e centri di ricerca.</p>
<p>A questo aspetto si accompagna lo sganciamento del finanziamento competitivo dei progetti di ricerca da logiche politiche e accademiche, cosa che si può ottenere soltanto facendo crescere anche in Italia, come nel resto del mondo, una <a href="https://www.scienzainrete.it/articoli/agenzia-nazionale-ricerca-cosa-ce-cosa-manca/">Agenzia nazionale per la ricerca</a> di alto profilo scientifico, indipendente dal controllo dei gruppi politici e finanziari, come più volte sostenuto dal gruppo 2003.  L’attuale emergenza e i costi connessi hanno temporaneamente eclissato questo organismo previsto dall’ultima finanziaria. Tuttavia, sarebbe urgente riprendere lo sviluppo e potenziamento di questo organismo, con l’ambizione di dare ad esso nei prossimi anni un ruolo centrale nel finanziamento basato sul merito e in coerenza con le strategie di ricerca e innovazione individuate dal governo e dal Piano nazionale della ricerca.</p>
<p>Finita l’emergenza Covid, si apre quindi l’opportunità di processo virtuoso che può portare il Paese a un livello di competizione internazionale e di effettivo rilancio economico e sociale. </p>
<h2 id="note" class="titolo-minore"><strong>Note</strong></h2><h2 id="1--il-capo-ix-del-decreto-rilancio-è-dedicato-a-università-e-ricerca-altri-articoli-del-decreto-dedicati-a-ricerca-applicata-e-tecnologia-sono-lart-42-fondo-di-trasferimento-tecnologico-e-altre-misure-urgenti-per-la-difesa-e-il-sostegno-alle-innovazioni-che-destina-circa-500-milioni-di-euro-alle-start-up-tramite-enea-lart-48-che-destina-10-milioni-di-euro-al-tecnopolo-bolognese-lart-57-aiuti-alle-imprese-per-la-ricerca-e-lo-sviluppo-in-materia-di-covid-19-con-agevolazioni-e-anticipi-a-carico-di-regioni-ed-enti-locali-lart-244-credito-dimposta-per-le-attività-di-ricerca-e-sviluppo-nelle-aree-del-mezzogiorno" class="titolo-minore">1   Il Capo IX del Decreto Rilancio è dedicato a università e ricerca Altri articoli del decreto dedicati a ricerca applicata e tecnologia sono l’art. 42 (Fondo di trasferimento tecnologico e altre misure urgenti per la difesa e il sostegno alle innovazioni”, che destina circa 500 milioni di euro alle start-up, tramite ENEA; l’art. 48, che destina 10 milioni di euro al Tecnopolo bolognese; l’art. 57 “Aiuti alle imprese per la ricerca e lo sviluppo in materia di Covid-19, con agevolazioni e anticipi a carico di Regioni ed enti locali; l’art. 244 “Credito d’imposta per le attività di ricerca e sviluppo nelle aree del Mezzogiorno”.</h2><h2 id="2-ad-esempio-la-regione-piemonte-ha-già-provveduto-a-modificare-alcuni-bandi-in-corso-e-a-crearne-alcuni-ex-novo-per-liberare-risorse-a-favore-di-imprese-e-infrastrutture-per-la-ricerca-httpswwwregionepiemonteitwebtemifondi-progetti-europeifondi-eu-httpsbandiregionepiemonteitcontributi-finanziamentivir-voucher-i-la-regione-lombardia-ha-promosso-un-bando-di-75-milioni-di-euro-diretto-a-università-epr-ospedali-e-aziende-del-territorio-per-ricerche-su-coronavirus--e-ha-aperto-una-piattaforma-per-condividere-i-dati-e-accelerare-la-ricerca-httpswwwopeninnovationregionelombardiaititb572covidunapiattaf" class="titolo-minore">2 Ad esempio, la <strong>Regione Piemonte</strong> ha già  provveduto a modificare alcuni bandi in corso e a crearne alcuni ex novo per liberare risorse a favore di imprese e infrastrutture per la ricerca: <a href="https://www.regione.piemonte.it/web/temi/fondi-progetti-europei/fondi-europei-per-lemergenza-covid19" rel="noopener">https://www.regione.piemonte.it/web/temi/fondi-progetti-europei/fondi-eu&hellip;</a> <a href="https://bandi.regione.piemonte.it/contributi-finanziamenti/vir-voucher-infrastrutture-ricerca" rel="noopener">https://bandi.regione.piemonte.it/contributi-finanziamenti/vir-voucher-i&hellip;</a> La <strong>Regione Lombardia</strong> ha promosso un bando di 7.5 milioni di euro diretto a università , EPR, ospedali e aziende del territorio per ricerche su coronavirus: <a href="https://www.regione.lombardia.it/wps/portal/istituzionale/HP/DettaglioAvviso/servizi-e-informazioni/enti-e-operatori/ricerca-e-innovazione/covid-19-progetti-ricerca/covid-19-progetti-ricerca" rel="noopener">https://www.regione.lombardia.it/wps/portal/istituzionale/HP/DettaglioAvviso/servizi-e-informazioni/enti-e-operatori/ricerca-e-innovazione/covid-19-progetti-ricerca/covid-19-progetti-ricerca</a> e ha aperto una piattaforma per condividere i dati e accelerare la ricerca: <a href="https://www.openinnovation.regione.lombardia.it/it/b/572/covidunapiattaformauepercondivideredatieaccelerarelaricerca" rel="noopener">https://www.openinnovation.regione.lombardia.it/it/b/572/covidunapiattaf&hellip;</a></h2><h2 id="3-la-situazione-presenta-risvolti-preoccupanti-al-punto-che-autorevoli-scienziati-ormai-definiscono-litalia-un-paese-malato-per-quanto-riguarda-il-sistema-ricerca-il-dato-statistico-che-maggiormente-risalta-è-che-il-numero-di-ricercatori-italiani-ai-quali-è-stato-assegnato-il-prestigioso-riconoscimento-erc-è-pari-a-48-finanziamenti-quindi-un-dato-confrontabile-con-i-paesi-europei-maggiormente-impegnati-nella-ricerca-scientifica-uk-germania-e-francia-quindi-il-sistema-italia-ha-successo-nonostante-le-note-difficoltà-nella-formazione-di-giovani-ricercatori-purtroppo-invece-un-dato-successivo-indica-che-meno-di-un-terzo-di-questi-opera-in-italia-mentre-due-terzi-hanno-scelto-di-lasciare-il-paese-per-operare-in-altre-nazioni-europee-altrettanto-preoccupante-è-la-scarsa-capacità-di-attrazione-di-ricercatori-stranieri-da-parte-delle-istituzioni-e-imprese-italiane-se-esaminano-il-risultato-delle-assegnazioni-dei-grant-erc-consolidator-e-advanced-per-ricercatori-con-maggiore-esperienza-di-ricerca-allora-il-risultato-si-presenta-disastroso-per-il-sistema-italia-infatti-il-numero-di-successi-si-riduce-ulteriormente-rispetto-ai-successi-per-le-grant-di-giovani-ricercatori-la-spiegazione-di-questo-declino-va-cercata-nella-obiettiva-difficoltà-di-sviluppare-ricerche-altamente-competitive-con-finanziamenti-inadeguati" class="titolo-minore">3 La situazione presenta risvolti preoccupanti al punto che autorevoli scienziati ormai definiscono l’Italia un paese malato per quanto riguarda il sistema ricerca. Il dato statistico che maggiormente risalta è che il numero di ricercatori italiani ai quali è stato assegnato il prestigioso riconoscimento ERC è pari a 48 finanziamenti, quindi un dato confrontabile con i paesi europei maggiormente impegnati nella ricerca scientifica,  UK, Germania e Francia. Quindi il sistema Italia ha successo, nonostante le note difficoltà, nella formazione di giovani ricercatori. Purtroppo, invece un dato successivo indica che meno di un terzo di questi opera in Italia, mentre due terzi hanno scelto di lasciare il paese per operare in altre nazioni europee. Altrettanto preoccupante è la scarsa capacità di attrazione di ricercatori stranieri da parte delle istituzioni e imprese italiane. Se esaminano il risultato delle assegnazioni dei grant ERC  &ldquo;consolidator&rdquo; e &ldquo;advanced&rdquo;  per ricercatori con maggiore esperienza di ricerca, allora il risultato si presenta  disastroso per il sistema Italia. Infatti, il numero di successi si riduce ulteriormente rispetto ai successi per le grant di giovani ricercatori. La spiegazione di questo declino va cercata nella obiettiva difficoltà di sviluppare ricerche altamente competitive con finanziamenti inadeguati.</h2>]]></content:encoded></item><item><title>L’importanza dello ERC per la ricerca italiana ed europea</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/importanza-erc-ricerca-italiana-europea/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/importanza-erc-ricerca-italiana-europea/</guid><pubDate>Wed, 15 Apr 2020 10:37:00 +0100</pubDate><dc:creator>Autori vari</dc:creator><description>I venti componenti del Consiglio scientifico dell&amp;amp;rsquo;European Research Council (ERC). Dall&amp;amp;rsquo;ato in basso e da sinistra a destra. Prima riga: Eveline Crone (vicepresidente), Fabio Zeinrmer (vicepresidente) Dame Janet Thornton (vicepresidente), Michael Kramer, Tomas Jungwirth. Seconda riga: Manuel Arellano, Barbara Romanowicz, Andrea Jajszczyk, Geneviève Almouzni, Lene Verstergaard Hau. Terza riga: Ben L.Feringa, Paola Bovolenta, Gerd Gigerenzer, Margaret Buckingham, Kurt Mehlhorn. Quarta riga: Nektarios Tavernarakis, Milena Zic Fuchs, Jesper Svejstrup, Mercedes Garcia-Arenal, Eystein Jansen.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2020/importanza-erc-ricerca-italiana-europea-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2020/importanza-erc-ricerca-italiana-europea-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p><em>Osservazioni di 300 ricercatori italiani vincitori di finanziamenti ERC a margine delle dimissioni di Mauro Ferrari dalla presidenza dell’ERC</em></p>
<p>La polemica divampata sui media italiani a seguito delle recenti dimissioni dello scienziato Mauro Ferrari da Presidente dello European Research Council (ERC) tende a dipingere quest’ultimo come un organismo gestito da burocrati europei, che finanzia una ricerca fine a se stessa e avulsa dai problemi della società, primo fra tutti l’attuale drammatica emergenza Covid-19.</p>
<p>Si tratta di una visione profondamente distorta e fuorviante. In un quadro in cui la grande maggioranza dei finanziamenti europei per la ricerca è finalizzata a obiettivi di interesse industriale o sociale a breve termine, l’ERC è l’unica agenzia europea che finanzia la ricerca senza che vi sia un indirizzo deciso dall’alto, dunque esclusivamente sulla base delle idee e delle domande poste dai ricercatori stessi. Al vertice dell’ERC c’è un Consiglio formato da scienziati di altissimo prestigio¹, allo scopo di tutelare la scienza e la ricerca di frontiera, sottraendola all’influenza di gruppi di pressione o interesse e a eccessivi vincoli burocratici. L’efficacia di tale schema è evidente anche solo guardando i dati: oltre 9.500 progetti finanziati, molti dei quali hanno portato a importanti passi avanti nella ricerca, con oltre 150.000 articoli scientifici pubblicati in sedi editoriali prestigiose. Il finanziamento ERC è considerato dalle università e dalle istituzioni di ricerca internazionali come garanzia di assoluta qualità scientifica, tanto che si è sviluppata una forte competizione da parte delle università e centri di ricerca per assumerne i vincitori. Moltissimi vincitori di progetti ERC, inoltre, hanno ricevuto importanti riconoscimenti, compresi 7 premi Nobel.</p>
<p>Per la scienza italiana, la fondazione dell’ERC ha rappresentato un punto di svolta di importanza enorme. Nella cronica scarsità di finanziamenti per la ricerca del nostro Paese, in particolare per quella di base, l’ERC ha reso possibile a numerosi ricercatori italiani di talento di disporre di un finanziamento internazionalmente competitivo, attribuito con criteri trasparenti, scevri da condizionamenti politici o baronali. Fin dall’inizio l’ERC ha destinato oltre due terzi delle proprie risorse al finanziamento di giovani ricercatori (progetti ERC Starting e Consolidator), che hanno potuto così rendersi scientificamente del tutto autonomi, una condizione altrimenti particolarmente difficile da raggiungere, almeno nel contesto italiano.</p>
<p>Riteniamo doveroso che l’Unione Europea si impegni in prima linea nella lotta contro il Covid-19 con investimenti mirati in ricerca e sviluppo, come già successo attraverso diverse iniziative degli ultimi mesi. L’ERC non rappresenta tuttavia l’istituzione appropriata per un intervento top-down con obiettivi prestabiliti. Cionondimeno, occorre chiarire con forza che la mancanza di un indirizzo scientifico imposto dall’alto non vuol dire che la ricerca non si orienti spontaneamente verso le problematiche e le urgenze più attuali. Ad esempio, oltre 50 progetti ERC hanno svolto o conducono ricerche potenzialmente rilevanti per l’emergenza Covid-19² e altri progetti stanno in questi giorni ridefinendo i propri obiettivi per questo scopo. La valorizzazione di una ricerca di frontiera “non indirizzata”, oltre a essere garanzia di totale autonomia scientifica, si rivela del tutto strategica, dal momento che le soluzioni ai complessi problemi della società sono a loro volta complesse e spesso emergono da direzioni del tutto inaspettate, che sfuggono a qualsiasi pianificazione centralizzata.</p>
<p>L’European Research Council ha quindi rappresentato e rappresenta, per la scienza e la ricerca italiana ed europea, uno strumento essenziale, il cui principio cardine è l’autonomia e l’eccellenza della ricerca. Questo approccio va assolutamente preservato, in quanto consente a numerosi ricercatori dell’Unione Europea di affrontare con un supporto appropriato le grandi sfide di questo tempo, compresa l’emergenza Covid-19 e le tante conseguenze che essa porterà sulle nostre società.</p>
<h2 id="note" class="titolo-minore">Note</h2><h2 id="1-la-posizione-del-consiglio-rispetto-alle-dichiarazioni-di-mauro-ferrari-è-riportata-al-link" class="titolo-minore">1. La posizione del Consiglio rispetto alle dichiarazioni di Mauro Ferrari è riportata al link <a href="https://erc.europa.eu/news/resignation-mauro-ferrari-%E2%80%93-statement-scientific-council" rel="noopener">https://erc.europa.eu/news/resignation-mauro-ferrari-%E2%80%93-statement-scientific-council</a></h2><h2 id="2" class="titolo-minore">2 <a href="https://erc.europa.eu/list-erc-funded-research-projects-related-coronavirus%C2%A0" rel="noopener">https://erc.europa.eu/list-erc-funded-research-projects-related-coronavirus%C2%A0</a></h2><p>I sottoscrittori sono vincitori italiani di progetti ERC attivi presso istituzioni italiane o estere</p>
<h2 id="arnstein-aassve-università-bocconi-milano-antonio-abate-università-di-napoli-federico-ii-sergio-abrignani-università-degli-studi-di-milano-gerardo-adesso-university-of-nottingham-salvatore-maria-aglioti-sapienza-università-di-roma-e-istituto-italiano-di-tecnologia-adriano-aguzzi-university-hospital-of-zürich-alessandro-aiuppa-università-di-palermo-arash-ajoudani-istituto-italiano-di-tecnologia-guido-alfani-università-bocconi-milano-matteo-alvaro-università-di-pavia-bruno-amati-istituto-europeo-di-oncologia-antonio-ambrosio-istituto-italiano-di-tecnologia-luigi-ambrosio-scuola-normale-superiore-alberto-auricchio-tigem-universita-federico-ii-andrea-ballabio-tigem-universita-federico-ii-elisabetta-baracchini-gran-sasso-science-institute-carlo-barbante-università-ca-foscari-venezia-francesco-paolo-battaglia-radboud-universiteit-nijmegen-paesi-bassi-alessandro-bausi-universität-hamburg-lourenco-beirao-da-veiga-università-di-milano-bicocca-alice-bellagamba-università-di-milano-bicocca-francesco-benini-sissa---international-school-for-advanced-studies-luca-benini-università-di-bologna-andrea-bertotti-università-degli-studi-di-torino-andreas-best-università-di-napoli-federico-ii-viviana-betti-sapienza-università-di-roma-antonio-bicchi-istituto-italiano-di-tecnologia-luca-biferale-università-di-roma-tor-vergata-davide-bigoni-università-di-trento-francesco-c-billari-università-bocconi-milano-paola-binda-università-di-pisa-paolo-boccagni-università-di-trento-niccolò-bolli-università-di-milano-lina-bolzoni-scuola-normale-superiore-pisa-dario-bonanomi-ospedale-san-raffaele-stefano-bonetti-università-ca-foscari-venezia-e-stockholm-university-luca-bonini-università-di-parma-silvia-bordiga-università-di-torino-valentina-bosetti-università-bocconi-milano-roberto-bottini-università-di-trento-irene-bozzoni-sapienza-università-di-roma-filippo-bracci-università-di-roma-tor-vergata-dana-branzei-ifom-istituto-firc-di-oncologia-molecolare-vania-broccoli-ospedale-san-raffaele-nicola-brunetti-pierri-telethon-institute-of-genetics-and-medicine-domenica-bueti-scuola-internazionale-superiore-di-studi-avanzati-sissa-annalisa-buffa-école-polytechnique-fédérale-de-lausanne-david-burr-università-di-firenze-giovanni-bussi-scuola-internazionale-superiore-di-studi-avanzati-sissa-paola-buzi-sapienza-università-di-roma-davide-cacchiarelli-telethon-institute-of-genetics-and-medicine-mario-caironi-istituto-italiano-di-tecnologia-pasquale-calabrese-sissa---international-school-for-advanced-studies-maria-gabriella-campadelli-fiume-università-degli-studi-di-bologna-laura-cancedda-istituto-italiano-di-tecnologia-massimo-capone-sissa---international-school-for-advanced-studies-chiara-cappelli-scuola-normale-superiore-fabrizio-carbone-epfl-luca-caricchi-university-of-geneva-daniela-carnevale-sapienza-università-di-roma-nicolò-cartiglia-istituto-nazionale-fisica-nucleare-carlo-s-casari-politecnico-di-milano-marco-casari-università-di-bologna-carlo-massimo-casciola-sapienza-università-di-roma-flaminia-catteruccia-harvard-th-chan-school-of-public-health-valentina-cauda-politecnico-di-torino-andrea-cavagna-consiglio-nazionale-delle-ricerche-manuela-cavallaro-istituto-nazionale-di-fisica-nucleare-gianluca-cavoto-sapienza-università-di-roma-domenico-cecere-università-di-napoli-federico-ii-michele-ceotto-università-degli-studi-di-milano-paola-ceroni-università-di-bologna-lucio-cerrito-università-di-roma-tor-vergata-giulio-cerullo-politecnico-di-milano-felice-cervone-sapienza-università-di-roma-gianni-cesareni-università-di-roma-tor-vergata-flavio-chierichetti-sapienza-università-di-roma-elisa-cimetta-universitàdi-padova-christian-cipriani-scuola-superiore-santanna-di-pisa-cristiano-collettini-sapienza-università-di-roma-gianluigi-condorelli-università-humanitas-gabriela-constantin-università-degli-studi-di-verona-claudio-conti-consiglio-nazionale-delle-ricerche-livia-conti-istituto-nazionale-di-fisica-nucleare-giorgio-coricelli-università-di-trento-e-university-of-southern-california-stefano-corni-università-degli-studi-di-padova-vincenzo-costanzo-università-statale-di-milano-e-ifom-alberto-credi-università-di-bologna-davide-crepaldi-scuola-internazionale-superiore-di-studi-avanzati-sissa-trieste-fabrizio-dadda-di-fagagna-ifom-milano-igm-cnr-pavia-ugo-dal-lago-università-di-bologna-gianni-dal-maso-scuola-internazionale-superiore-di-studi-avanzati-sissa-trieste-paolo-decuzzi-istituto-italiano-di-tecnologia-bianca-de-divitiis-università-di-napoli-federico-ii-giuseppe-de-giacomo-università-degli-studi-di-roma-la-sapienza-elisabetta-dejana-ifom--firc-institute-of-molecular-oncology-milan-donatella-della-porta-scuola-normale-superiore-pisa-alberto-dalla-rosa-université-bordeaux-montaigne-laura-de-lorenzis-eth-zürich-gabriella-de-lucia-istituto-nazionale-di-astrofisica---osservatorio-astronomico-di-trieste-antonella-de-matteis-tigem-e-università-di-napoli-federico-ii-monica-dentice-università-di-napoli-federico-ii-antonio-de-simone-scuola-internazionale-superiore-di-studi-avanzati-sissa-trieste-catherine-e-de-vries-università-bocconi-milano-mathew-e-diamond-scuola-internazionale-superiore-di-studi-avanzati-sissa-trieste-roberto-di-leonardo-sapienza-università-di-roma-giovanni-di-pino-universitàcampus-bio-medico-francesco-di-stasio-istituto-italiano-di-tecnologia-giulio-di-toro-università-degli-studi-di-padova-cristinadondi-university-of-oxford-michael-dumbser-università-degli-studi-di-trento-marco-durante-gsi-helmholtz-centre-for-heavy-ion-research-e-tech-univ-darmstadt-michele-fabrizio-scuola-internazionale-superiore-di-studi-avanzati-sissa-manuele-faccenda-università-di-padova-leonardo-fallani-università-degli-studi-di-firenze-marco-fattori-università-degli-studi-di-firenze-daniele-fausti-università-di-trieste-e-elettra-sincrotrone-trieste-scpa-tommaso-fellin-istituto-italiano-di-tecnologia-andrea-ferrara-scuola-normale-superiore-silvia-ferrara-università-di-bologna-maurizio-ferrera-università-statale-di-milano-fernando-ferroni-gran-sasso-science-institute-francesco-ficetola-università-degli-studi-di-milano-emiliano-fiori-università-ca-foscari-di-venezia-gianluca-fiori-universitàdi-pisa-massimiliano-fiorini-istituto-nazionale-di-fisica-nucleare-e-università-di-ferrara-paolo-fiorini-universitàdi-verona-stefano-forte-universitàdi-milano-nicola-fusco-università-di-napoli-federico-ii-sandro-fuzzi-istituto-di-scienze-dellatmosfera-e-del-clima-cnr-davide-gabellini-irccs-ospedale-san-raffaele-andrea-galeotti-london-business-school-nicola-gennaioli-università-bocconi-milano-aldo-genovesio-sapienza-università-di-roma-pierangelo-geppetti-università-di-firenze-carlo-ghezzi-politecnico-di-milano-antonella-ghignoli-sapienza-università-di-roma-mauro-giacca-kings-college-london-alberto-giacomello-sapienza-università-di-roma-irene-giardina-sapienza-università-di-roma-carmen-giordano-politecnico-di-milano-alessandro-giuliani-università-degli-studi-roma-tre-paola-gori-giorgi-vrije-universiteit-amsterdam-alessandro-gozzi-istituto-italiano-di-tecnologia-guido-grandi-università-di-trento-vincenzo-greco-università-di-catania-alberto-guardone-politecnico-di-milano-maria-teresa-guasti-università-di-milano-bicocca-leonardo-guidoni-università-dellaquila-luigi-guzzo-università-degli-studi-di-milano-matteo-iannacone-università-vita-salute-san-raffaele-giandomenico-iannetti-istituto-italiano-di-tecnologia-maria-sofia-lannutti-università-degli-studi-di-firenze-antonio-lanzavecchia-istituto-nazionale-di-genetica-molecolare-ingm-milan-enrico-le-donne-università-di-pisa-stefano-leonardi-sapienza-università-di-roma-massimo-leone-università-di-torino-michael-lombardo-istituto-italiano-di-tecnologia-roberto-longo-università-di-roma-tor-vergata-enrico-lugli-istituto-clinico-humanitas-giulia-manca-università-di-cagliari-e-infn-fabrizio-mancin-università-di-padova-alberto-mantovani-humanitas-university-dario-mantovani-collège-de-france-michela-mapelli-università-degli-studi-di-padova-e-infn-roberta-marchetti-università-di-napoli-federico-ii-lorenzo-marrucci-università-di-napoli-federico-ii-maria-paola-martelli-hematology-department-of-medicine-university-of-perugia-perugia-matteo-martelli-università-di-bologna-graziano-martello-università-di-padova-fabio-martinelli-università-roma-tre-guido-martinelli-sapienza-università-di-roma-alice-mattoni-università-di-bologna-alma-mater-studiorum-alessia-melegaro-università-bocconi-letizia-mencarini-università-bocconi-benedetta-mennucci-università-di-pisa-andrei-mesinger-scuola-normale-superiore-sergio-molinari-istituto-nazionale-di-astrofisica---iaps-roma-alessandro-molle-cnr-antonio-montefusco-università-ca-foscari-di-venezia-massimo-morelli-università-bocconi-milano-michele-morgante-università-degli-studi-di-udine-tomas-morosinotto-università-di-padova-maria-concetta-morrone-università-di-pisa-annalisa-murgia-università-degli-studi-di-milano-gioacchino-natoli-istituto-europeo-di-oncologia-roberto-navigli-sapienza-università-di-roma-nicola-neri-università-di-milano-e-infn-fabrizio-nestola-università-di-padova-valeria-nicolosi-trinity-college-dublin-rosario-marco-nobile-università-degli-studi-di-palermo-roberto-osellame-consiglio-nazionale-delle-ricerche-barbara-osimani-università-politecnica-delle-marche-renato-ostuni-università-vita-salute-san-raffaele-gianmarco-ottaviano-università-bocconi-alfonso-pagani-politecnico-di-torino-massimiliano-pagani-università-degli-studi-di-milano-marco-pagano-università-di-napoli-federico-ii-paolo-pani-sapienza-università-di-roma-diego-pasini-istituto-europeo-di-oncologia-e-università-degli-studi-di-milano-francesco-pasqualini-università-di-pavia-matteo-passoni-politecnico-di-milano-lorenzo-pavesi-universitàdi-trento-nicola-pavoni-bocconi-university-teresa-pellegrino-fondazione-istituto-italiano-di-tecnologia-diego-perugini-università-di-perugia-maurizio-peruzzini-consiglio-nazionale-delle-ricerche-iccom-firenze-giovanni-pezzulo-consiglio-nazionale-delle-ricerche-silvia-picozzi-consiglio-nazionale-delle-ricerche-maurizio-pierini-cern-gabriella-pinzari-università-di-padova-ferruccio-pisanello-istituto-italiano-di-tecnologia-bianca-maria-poggianti-inaf-osservatorio-astronomico-di-padova-nicola-poli-università-degli-studi-di-firenze-piero-poli-cnrs-university-de-grenoble-alpes-dario-polli-politecnico-di-milano-gabriele-ponti-istituto-nazionale-di-astrofisica-raffaello-potestio-università-di-trento-leonard-prins-università-di-padova-silvia-g-priori-università-di-pavia-michela-procesi-universitàdi-roma-tre-igor-pruenster-università-bocconi-alfio-quarteroni-politecnico-di-milano-e-epfl-lausanne-alessandro-reali-università-di-pavia-maria-rescigno-humanitas-university-francesco-ricci-università-di-roma-tor-vergata-loris-rizzello-institute-for-bioengineering-of-catalonia-luigi-rizzi-collège-de-france-elisabetta-rocca-università-degli-studi-di-pavia-emanuele-rodolà-sapienza-università-di-roma-gian-luca-romani-università-g-dannunzio-chieti-pescara-federico-romero-istituto-universitario-europeo-lorenzo-rosasco-università-degli-studi-di-genova-michela-rosellini-sapienza-università-di-roma-giulia-rossi-università-degli-studi-di-genova-gianluigi-rozza-scuola-internazionale-superiore-di-studi-avanzati-trieste-giancarlo-ruocco-istituto-italiano-di-tecnologia-john-russo-sapienza-università-di-roma-sabrina-sabatini-sapienza-università-di-roma-paola-saccomandi-politecnico-di-milano-stefania-salvadori-università-degli-studi-di-firenze-giancarlo-sangalli-università-di-pavia-massimo-m-santoro-università-di-padova-e-vimm-stefano-sanvito-trinity-college-dublin-joseph-e-sanzo-università-ca-foscari-di-venezia-giovanni-sartor-università-di-bologna-maria-chiara-scappaticcio-università-di-napoli-federico-ii-aldo-schiavone-sapienza-università-di-roma-fabiano-schivardi-università-luiss-raffaella-schneider-sapienza-università-di-roma-fabio-sciarrino-sapienza-università-di-roma-francesco-sciortino-sapienza-università-di-roma-tullio-scopigno-sapienza-università-di-roma-nicola-segata-università-degli-studi-di-trento-roberta-sessoli-università-degli-studi-di-firenze-carmine-settembre-università-di-napoli-federico-ii-marco-sgarbi-università-ca-foscari-venezia-carlo-sias-istituto-nazionale-di-ricerca-metrologica-e-lens-bruno-siciliano-università-di-napoli-federico-ii-velia-siciliano-istituto-italiano-di-tecnologia-luca-silvestrini-cern--infn-sez-di-roma-renata-sõukand-università-ca-foscari-venezia-paolo-stellari-università-degli-studi-di-milano-jacopo-stoppa-sissa-trieste-sandro-stringari-università-di-trento-david-stuckler-università-bocconi-milano-sauro-succi-istituto-italiano-di-tecnologia-enrico-m-surace-università-di-napoli-federico-ii-sahra-talamo-alma-mater-studiorum-universitá-di-bologna-marco-tamietto-università-di-torino-gian-gaetano-tartaglia-sapienza-università-di-roma-e-istituto-italiano-di-tecnologia-susanna-terracini-università-di-torino-giuseppe-testa-università-di-milano-human-technopole-istituto-europeo-di-oncologia-ilaria-testa-kth-royal-institute-of-technology-alessandro-tomasiello-università-di-milano-bicocca-francesco-topputo-politecnico-di-milano-erio-tosatti-scuola-internazionale-superiore-di-studi-avanzati-sissa-e-ictp-trieste-alessandro-tredicucci-università-di-pisa-luca-trevisan-università-bocconi-olga-tribulato-università-ca-foscari-venezia-rinaldo-trotta-sapienza-università-di-roma-riccardo-valentini-università-della-tuscia-giorgio-vallortigara-università-di-trento-franco-vazza-alma-mater-studiorum-università-di-bologna-bozhidar-velichkov-università-degli-studi-di-napoli-federico-ii-giuseppe-vicidomini-istituto-italiano-di-tecnologia-matteo-viel-scuola-internazionale-superiore-di-studi-avanzati-sissa-trieste-marco-vignati-sapienza-università-di-roma-daniele-vignoli-università-di-firenze-antonella-viola-università-di-padova-miriam-serena-vitiello-consiglio-nazionale-delle-ricerche-caterina-vozzi-consiglio-nazionale-delle-ricerche-stefan-wabnitz-sapienza-università-di-roma-agnieszka-wykowska-istituto-italiano-di-tecnologia-matteo-zaccanti-cnr-istituto-nazionale-di-ottica-e-lens-emanuela-zaccarelli-cnr-istituto-dei-sistemi-complessi-roma-francesco-zamponi-cnrs-ecole-normale-superieure-paris-umberto-zannier-scuola-normale-superiore-di-pisa-stefano-zapperi-università-degli-studi-di-milano-riccardo-zecchina-università-bocconi-davide-zoccolan-scuola-internazionale-superiore-di-studi-avanzati-sissa-trieste" class="titolo-minore">Arnstein Aassve, Università Bocconi, Milano Antonio Abate, Università di Napoli Federico II Sergio Abrignani, Università degli Studi di Milano Gerardo Adesso, University of Nottingham Salvatore Maria Aglioti, “Sapienza” Università di Roma e Istituto Italiano di Tecnologia Adriano Aguzzi, University Hospital of Zürich Alessandro Aiuppa, Università di Palermo Arash Ajoudani, Istituto Italiano di Tecnologia Guido Alfani, Università Bocconi, Milano Matteo Alvaro, Università di Pavia Bruno Amati, Istituto Europeo di Oncologia Antonio Ambrosio, Istituto Italiano di Tecnologia Luigi Ambrosio, Scuola Normale Superiore Alberto Auricchio, TIGEM, Universita Federico II Andrea Ballabio, TIGEM, Universita Federico II Elisabetta Baracchini, Gran Sasso Science Institute Carlo Barbante, Università “Ca’ Foscari” Venezia Francesco Paolo Battaglia, Radboud Universiteit Nijmegen (Paesi Bassi) Alessandro Bausi, Universität Hamburg Lourenco Beirao da Veiga, Università di Milano-Bicocca Alice Bellagamba, Università di Milano-Bicocca Francesco Benini, SISSA - International School for Advanced Studies Luca Benini, Università di Bologna Andrea Bertotti, Università degli Studi di Torino Andreas Best, Università di Napoli Federico II Viviana Betti, “Sapienza” Università di Roma Antonio Bicchi, Istituto Italiano di Tecnologia Luca Biferale, Università di Roma “Tor Vergata” Davide Bigoni, Università di Trento Francesco C. Billari, Università Bocconi, Milano Paola Binda, Università di Pisa Paolo Boccagni, Università di Trento Niccolò Bolli, Università di Milano Lina Bolzoni, Scuola Normale Superiore, Pisa Dario Bonanomi, Ospedale San Raffaele Stefano Bonetti, Università Ca&rsquo; Foscari Venezia e Stockholm University Luca Bonini, Università di Parma Silvia Bordiga Università di Torino Valentina Bosetti, Università Bocconi, Milano Roberto Bottini, Università di Trento Irene Bozzoni, “Sapienza” Università di Roma Filippo Bracci, Università di Roma “Tor Vergata” Dana Branzei, IFOM Istituto FIRC di Oncologia Molecolare Vania Broccoli, Ospedale San Raffaele Nicola Brunetti-Pierri, Telethon Institute of Genetics and Medicine Domenica Bueti, Scuola Internazionale Superiore di Studi Avanzati, SISSA Annalisa Buffa, École Polytechnique Fédérale de Lausanne David Burr, Università di Firenze Giovanni Bussi, Scuola Internazionale Superiore di Studi Avanzati, SISSA Paola Buzi, “Sapienza” Università di Roma Davide Cacchiarelli, Telethon Institute of Genetics and Medicine Mario Caironi, Istituto Italiano di Tecnologia Pasquale Calabrese, SISSA - International School for Advanced Studies Maria Gabriella Campadelli-Fiume, Università degli Studi di Bologna Laura Cancedda, Istituto Italiano di Tecnologia Massimo Capone, SISSA - International School for Advanced Studies Chiara Cappelli, Scuola Normale Superiore Fabrizio Carbone, EPFL Luca Caricchi, University of Geneva Daniela Carnevale, “Sapienza” Università di Roma Nicolò Cartiglia, Istituto Nazionale Fisica Nucleare Carlo S. Casari, Politecnico di Milano Marco Casari, Università di Bologna Carlo Massimo Casciola, “Sapienza” Università di Roma Flaminia Catteruccia, Harvard TH Chan School of Public Health Valentina Cauda, Politecnico di Torino Andrea Cavagna, Consiglio Nazionale delle Ricerche Manuela Cavallaro, Istituto Nazionale di Fisica Nucleare Gianluca Cavoto, “Sapienza” Università di Roma Domenico Cecere, Università di Napoli Federico II Michele Ceotto, Università degli Studi di Milano Paola Ceroni, Università di Bologna Lucio Cerrito, Università di Roma “Tor Vergata” Giulio Cerullo, Politecnico di Milano Felice Cervone, “Sapienza” Università di Roma Gianni Cesareni, Università di Roma Tor Vergata Flavio Chierichetti, “Sapienza” Università di Roma Elisa Cimetta, Università di Padova Christian Cipriani, Scuola Superiore Sant&rsquo;Anna di Pisa Cristiano Collettini, “Sapienza” Università di Roma Gianluigi Condorelli, Università Humanitas Gabriela Constantin, Università degli Studi di Verona Claudio Conti, Consiglio Nazionale delle Ricerche Livia Conti, Istituto Nazionale di Fisica Nucleare Giorgio Coricelli, Università di Trento e University of Southern California Stefano Corni, Università degli Studi di Padova Vincenzo Costanzo, Università Statale di Milano e IFOM Alberto Credi, Università di Bologna Davide Crepaldi, Scuola Internazionale Superiore di Studi Avanzati (SISSA), Trieste Fabrizio d&rsquo;Adda di Fagagna, IFOM, Milano, IGM-CNR, Pavia Ugo Dal Lago, Università di Bologna Gianni Dal Maso, Scuola Internazionale Superiore di Studi Avanzati (SISSA), Trieste Paolo Decuzzi, Istituto Italiano di Tecnologia Bianca de Divitiis, Università di Napoli Federico II Giuseppe De Giacomo, Università degli Studi di Roma “La Sapienza” Elisabetta Dejana, IFOM ( Firc Institute of Molecular Oncology, Milan) Donatella Della Porta, Scuola Normale Superiore, Pisa Alberto Dalla Rosa, Université Bordeaux Montaigne Laura De Lorenzis, ETH Zürich Gabriella De Lucia, Istituto Nazionale di Astrofisica - Osservatorio Astronomico di Trieste Antonella De Matteis, TIGEM e Università di Napoli Federico II Monica Dentice, Università di Napoli Federico II Antonio De Simone, Scuola Internazionale Superiore di Studi Avanzati (SISSA), Trieste Catherine E. De Vries, Università Bocconi, Milano Mathew E. Diamond, Scuola Internazionale Superiore di Studi Avanzati (SISSA), Trieste Roberto Di Leonardo, Sapienza Università di Roma Giovanni Di Pino, Università Campus Bio-Medico Francesco Di Stasio, Istituto Italiano di Tecnologia Giulio Di Toro, Università degli Studi di Padova Cristina Dondi, University of Oxford Michael Dumbser, Università degli Studi di Trento Marco Durante, GSI Helmholtz Centre for Heavy Ion Research e Tech. Univ. Darmstadt Michele Fabrizio, Scuola Internazionale Superiore di Studi Avanzati (SISSA) Manuele Faccenda, Università di Padova Leonardo Fallani, Università degli Studi di Firenze Marco Fattori, Università degli Studi di Firenze Daniele Fausti, Università di Trieste e Elettra Sincrotrone Trieste S.c.p.a. Tommaso Fellin, Istituto Italiano di Tecnologia Andrea Ferrara, Scuola Normale Superiore Silvia Ferrara, Università di Bologna Maurizio Ferrera, Università Statale di Milano Fernando Ferroni, Gran Sasso Science Institute Francesco Ficetola, Università degli Studi di Milano Emiliano Fiori, Università Ca&rsquo; Foscari di Venezia Gianluca Fiori, Università di Pisa Massimiliano Fiorini, Istituto Nazionale di Fisica Nucleare e Università di Ferrara Paolo Fiorini, Università di Verona Stefano Forte, Università di Milano Nicola Fusco, Università di Napoli Federico II Sandro Fuzzi, Istituto di Scienze dell&rsquo;Atmosfera e del Clima-CNR Davide Gabellini, IRCCS Ospedale San Raffaele Andrea Galeotti, London Business School Nicola Gennaioli, Università Bocconi, Milano Aldo Genovesio, “Sapienza” Università di Roma Pierangelo Geppetti, Università di Firenze Carlo Ghezzi, Politecnico di Milano Antonella Ghignoli, “Sapienza” Università di Roma Mauro Giacca, King’s College London Alberto Giacomello, “Sapienza” Università di Roma Irene Giardina, “Sapienza” Università di Roma Carmen Giordano, Politecnico di Milano Alessandro Giuliani, Università degli Studi Roma Tre Paola Gori Giorgi, Vrije Universiteit Amsterdam Alessandro Gozzi, Istituto Italiano di Tecnologia Guido Grandi, Università di Trento Vincenzo Greco, Università di Catania Alberto Guardone, Politecnico di Milano Maria Teresa Guasti, Università di Milano-Bicocca Leonardo Guidoni, Università dell&rsquo;Aquila Luigi Guzzo, Università degli Studi di Milano Matteo Iannacone, Università Vita-Salute San Raffaele Giandomenico Iannetti, Istituto Italiano di Tecnologia Maria Sofia Lannutti, Università degli Studi di Firenze Antonio Lanzavecchia, Istituto Nazionale di Genetica Molecolare (INGM), Milan Enrico Le Donne, Università di Pisa Stefano Leonardi, &ldquo;Sapienza&rdquo; Università di Roma Massimo Leone, Università di Torino Michael Lombardo, Istituto Italiano di Tecnologia Roberto Longo, Università di Roma Tor Vergata Enrico Lugli, Istituto Clinico Humanitas Giulia Manca, Università di Cagliari e INFN Fabrizio Mancin, Università di Padova Alberto Mantovani, Humanitas University Dario Mantovani. Collège de France Michela Mapelli, Università degli Studi di Padova e INFN Roberta Marchetti Università di Napoli Federico II Lorenzo Marrucci, Università di Napoli Federico II Maria Paola Martelli, Hematology, Department of Medicine, University of Perugia, Perugia Matteo Martelli, Università di Bologna Graziano Martello, Università di Padova Fabio Martinelli, Università Roma Tre Guido Martinelli, Sapienza Università di Roma Alice Mattoni, Università di Bologna Alma Mater Studiorum Alessia Melegaro, Università Bocconi Letizia Mencarini, Università Bocconi Benedetta Mennucci, Università di Pisa Andrei Mesinger, Scuola Normale Superiore Sergio Molinari, Istituto Nazionale di Astrofisica - IAPS Roma Alessandro Molle, CNR Antonio Montefusco, Università Ca&rsquo; Foscari di Venezia Massimo Morelli, Università Bocconi, Milano Michele Morgante, Università degli Studi di Udine Tomas Morosinotto, Università di Padova Maria Concetta Morrone, Università di Pisa Annalisa Murgia, Università degli Studi di Milano Gioacchino Natoli, Istituto Europeo di Oncologia Roberto Navigli, “Sapienza” Università di Roma Nicola Neri, Università di Milano e INFN Fabrizio Nestola, Università di Padova Valeria Nicolosi, Trinity College Dublin Rosario Marco Nobile, Università degli Studi di Palermo Roberto Osellame, Consiglio Nazionale delle Ricerche Barbara Osimani, Università Politecnica delle Marche Renato Ostuni, Università Vita-Salute San Raffaele Gianmarco Ottaviano, Università Bocconi Alfonso Pagani, Politecnico di Torino Massimiliano Pagani, Università degli Studi di Milano Marco Pagano, Università di Napoli Federico II Paolo Pani, “Sapienza” Università di Roma Diego Pasini, Istituto Europeo di Oncologia e Università degli Studi di Milano Francesco Pasqualini, Università di Pavia Matteo Passoni, Politecnico di Milano Lorenzo Pavesi, Università di Trento Nicola Pavoni, Bocconi University Teresa Pellegrino, Fondazione Istituto Italiano di Tecnologia Diego Perugini, Università di Perugia Maurizio Peruzzini, Consiglio Nazionale delle Ricerche ICCOM Firenze Giovanni Pezzulo, Consiglio Nazionale delle Ricerche Silvia Picozzi, Consiglio Nazionale delle Ricerche Maurizio Pierini, CERN Gabriella Pinzari, Università di Padova Ferruccio Pisanello, Istituto Italiano di Tecnologia Bianca Maria Poggianti, INAF-Osservatorio Astronomico di Padova Nicola Poli, Università degli Studi di Firenze Piero Poli, CNRS, University de Grenoble-Alpes Dario Polli, Politecnico di Milano Gabriele Ponti, Istituto Nazionale di Astrofisica Raffaello Potestio, Università di Trento Leonard Prins, Università di Padova Silvia G Priori, Università di Pavia Michela Procesi, Università di Roma Tre Igor Pruenster, Università Bocconi Alfio Quarteroni, Politecnico di Milano e EPFL Lausanne Alessandro Reali, Università di Pavia Maria Rescigno, Humanitas University Francesco Ricci, Università di Roma ‘Tor Vergata’ Loris Rizzello, Institute for Bioengineering of Catalonia Luigi Rizzi, Collège de France Elisabetta Rocca, Università degli Studi di Pavia Emanuele Rodolà, “Sapienza” Università di Roma Gian Luca Romani, Università &ldquo;G. d&rsquo;Annunzio&rdquo;, Chieti-Pescara Federico Romero, Istituto Universitario Europeo Lorenzo Rosasco, Università degli Studi di Genova Michela Rosellini, Sapienza Università di Roma Giulia Rossi, Università degli Studi di Genova Gianluigi Rozza, Scuola Internazionale Superiore di Studi Avanzati Trieste Giancarlo Ruocco, Istituto Italiano di Tecnologia John Russo, “Sapienza” Università di Roma Sabrina Sabatini, “Sapienza” Università di Roma Paola Saccomandi, Politecnico di Milano Stefania Salvadori, Università degli Studi di Firenze Giancarlo Sangalli, Università di Pavia Massimo M. Santoro, Università di Padova e VIMM Stefano Sanvito, Trinity College Dublin Joseph E. Sanzo, Università Ca&rsquo; Foscari di Venezia Giovanni Sartor, Università di Bologna Maria Chiara Scappaticcio, Università di Napoli Federico II Aldo Schiavone, Sapienza Università di Roma Fabiano Schivardi, Università Luiss Raffaella Schneider, “Sapienza” Università di Roma Fabio Sciarrino, “Sapienza” Università di Roma Francesco Sciortino, “Sapienza” Università di Roma Tullio Scopigno, “Sapienza” Università di Roma Nicola Segata, Università degli Studi di Trento Roberta Sessoli, Università degli Studi di Firenze Carmine Settembre, Università di Napoli Federico II Marco Sgarbi, Università “Ca’ Foscari” Venezia Carlo Sias, Istituto Nazionale di Ricerca Metrologica e LENS Bruno Siciliano, Università di Napoli Federico II Velia Siciliano, Istituto Italiano di Tecnologia Luca Silvestrini, CERN &amp; INFN, Sez. Di Roma Renata Sõukand, Università Ca&rsquo; Foscari Venezia Paolo Stellari, Università degli Studi di Milano Jacopo Stoppa, SISSA Trieste Sandro Stringari, Università di Trento David Stuckler, Università Bocconi, Milano Sauro Succi, Istituto Italiano di Tecnologia Enrico M. Surace, Università di Napoli Federico II Sahra Talamo, Alma Mater Studiorum, Universitá di Bologna Marco Tamietto, Università di Torino Gian Gaetano Tartaglia, “Sapienza” Università di Roma e Istituto Italiano di Tecnologia Susanna Terracini, Università di Torino Giuseppe Testa, Università di Milano, Human Technopole, Istituto Europeo di Oncologia Ilaria Testa, KTH Royal Institute of Technology Alessandro Tomasiello, Università di Milano-Bicocca Francesco Topputo, Politecnico di Milano Erio Tosatti, Scuola Internazionale Superiore di Studi Avanzati (SISSA) e ICTP, Trieste Alessandro Tredicucci, Università di Pisa Luca Trevisan, Università Bocconi Olga Tribulato, Università “Ca&rsquo; Foscari” Venezia Rinaldo Trotta, “Sapienza” Università di Roma Riccardo Valentini, Università della Tuscia Giorgio Vallortigara, Università di Trento Franco Vazza, Alma Mater Studiorum, Università di Bologna Bozhidar Velichkov, Università degli Studi di Napoli Federico II Giuseppe Vicidomini, Istituto Italiano di Tecnologia Matteo Viel, Scuola Internazionale Superiore di Studi Avanzati (SISSA) Trieste Marco Vignati, Sapienza Università di Roma Daniele Vignoli, Università di Firenze Antonella Viola, Università di Padova Miriam Serena Vitiello, Consiglio Nazionale delle Ricerche Caterina Vozzi, Consiglio Nazionale delle Ricerche Stefan Wabnitz, “Sapienza” Università di Roma Agnieszka Wykowska, Istituto Italiano di Tecnologia Matteo Zaccanti, CNR Istituto Nazionale di Ottica e LENS Emanuela Zaccarelli, CNR Istituto dei Sistemi Complessi, Roma Francesco Zamponi, CNRS, Ecole Normale Superieure, Paris Umberto Zannier, Scuola Normale Superiore di Pisa Stefano Zapperi, Università degli Studi di Milano Riccardo Zecchina, Università Bocconi Davide Zoccolan, Scuola Internazionale Superiore di Studi Avanzati (SISSA), Trieste</h2><h2 id="lista-aggiornata-alle-ore-2300-del-1342020" class="titolo-minore"><em>Lista aggiornata alle ore 23:00 del 13/4/2020</em></h2>]]></content:encoded></item><item><title>La versione di Mauro Ferrari e quella di ERC</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/versione-mauro-ferrari-quella-erc/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/versione-mauro-ferrari-quella-erc/</guid><pubDate>Wed, 08 Apr 2020 15:25:00 +0100</pubDate><dc:creator>Luca Carra</dc:creator><description>Ieri sera la stampa ha reso nota la notizia delle dimissioni di Mauro Ferrari dalla direzione dell’European Research Council.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2020/versione-mauro-ferrari-quella-erc-hero.jpg" type="image/jpeg" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2020/versione-mauro-ferrari-quella-erc-hero.jpg" medium="image" type="image/jpeg"/><content:encoded><![CDATA[<p>Ieri sera la stampa ha reso nota la notizia delle dimissioni di Mauro Ferrari dalla direzione dell’European Research Council, l’agenzia europea dedicata al finanziamento supercompetitivo della ricerca di base, dove l’Italia non rifulge, anzi, va sempre peggio.</p>
<p>Con un <a href="https://www.corriere.it/esteri/20_aprile_07/coronavirus-ferrari-lascia-cer-deluso-dall-approccio-dell-europa-811d1a72-7915-11ea-ab65-4f14b5300fbb.shtml?refresh_ce-cp" rel="noopener">editoriale a piena pagina sul Corriere della sera Ferrari ha portato la sua versione del fatto</a>. Le dimissioni in tronco sarebbero dovute al rifiuto da parte del Consiglio scientifico dell’ente di considerare la proposta di Ferrari di focalizzare i prossimi bandi sulla sfida Covid. “Queste motivazioni idealistiche si sono scontrate con una realtà ben diversa, nei tre mesi a partire dall’ inizio della mia presidenza. Segnali inquietanti che avevo raccolto già dai primi momenti si sono rapidamente trasformati in <strong>raggelanti certezze di un mondo completamente diverso da quanto avevo immaginato</strong>” scrive Ferrari, che conclude: “Ho creduto ingenuamente che questi non fossero momenti per la governance scientifica di disquisire sulle sottigliezze metodologiche di “bottom-up” piuttosto che “top-down”, o per preoccuparsi di misurare se tutti i raggruppamenti disciplinari avrebbero beneficiato in maniera paragonabile da un’ iniziativa a largo spettro su Covid-19. <strong>E sono rimasto esterrefatto, profondamente deluso dal voto unanime contro la mia mozione</strong>”.</p>
<p>Il professore italiano - che aveva <a href="https://www.wired.it/scienza/medicina/2014/02/04/comitato-stamina-ferrari/" rel="noopener">definito</a> il metodo Stamina come «il primo caso importante di medicina rigenerativa in Italia, un&rsquo;occasione per il nostro Paese di assumere un ruolo di leadership straordinario»  - se la prende con l’euroburicrazia e lascia quindi la poltrona.</p>
<p>A stretto giro, l&rsquo;ex ministro MIUR Lorenzo Fioramonti twitta: &ldquo;Dimissioni del collega Mauro Ferrari da presidente Consiglio Europeo della Ricerca dimostrano ennesima debolezza dell&rsquo;Ue. Ferrari, che ho conosciuto personalmente, voleva canalizzare sforzo ricerca nella lotta contro Covid-19, ma non gli è stato permesso&rdquo;.</p>
<p><a href="https://erc.europa.eu/news/resignation-mauro-ferrari-%E2%80%93-statement-scientific-council?fbclid=IwAR1tUxBQ-APWZTEKZVR1nYu-YunNqOADwr2NfYyAS3IOc22WbsUDyElq75g" rel="noopener">La reazione del consiglio scientifico del ERC non si è fatta attendere</a>. E, preso atto “con rammarico” della irrevocabile decisione, vuota il sacco, enumerando i quattro motivi che hanno condotto alla defenestrazione, all’unanimità.</p>
<ol>
<li>“Durante i tre mesi del suo mandato, il professor Ferrari ha mostrato una totale mancanza di apprezzamento per la ragion d&rsquo;essere di ERC a sostegno di un&rsquo;eccellente scienza di frontiera […] Non ha compreso il contesto del ERC all&rsquo;interno del programma di ricerca e innovazione dell&rsquo;UE Horizon 2020.</li>
<li>“Dalla sua nomina, il professor Ferrari ha mostrato una mancanza di impegno con il ERC, non partecipando a molte riunioni importanti, trascorrendo molto tempo negli Stati Uniti e non difendendo il programma e la missione dell’ente”.</li>
<li>Ferrari ha preso iniziative personali escludendo di fatto il Consiglio Scientifico.</li>
<li>Ferrari è stato coinvolto in diverse iniziative, anche commerciali, togliendo tempo al suo impegno istituzionale.</li>
</ol>
<p>Infine non è vero che Ferrari ha presentato le sue dimissioni prima, ma dopo il voto unanime di sfiducia.</p>
<p>Quanto al disinteresse vero la proposta di Ferrari di appoggiare la sua inde dai ricerca su Covid-19, scrive il direttivo: “non abbiamo sostenuto un&rsquo;iniziativa speciale perché non è di nostra competenza e la Direzione Generale Ricerca e Innovazione della Commissione, con la quale siamo collegati, era già molto attiva nello sviluppo di nuovi programmi a sostegno di questa ricerca attraverso i canali appropriati”.</p>
<p>In realtà, secondo il consiglio oltre 50 progetti ERC in corso o completati (per un valore totale di circa 100 milioni di euro), “contribuiscono alla risposta alla pandemia COVID-19 fornendo spunti da diversi settori scientifici, quali: virologia, epidemiologia, immunologia, percorsi per nuove diagnosi e terapie, salute pubblica, dispositivi medici, intelligenza artificiale, comportamento sociale, gestione delle crisi”.</p>
<p>A prescindere dal merito della polemica, una prima verifica condotta da noi mostra come i progetti ERC riguardanti la virologia e l&rsquo;epidemiologia dalla sua nascita a oggi si aggirino intorno al 3% dei progetti finanziati, con un contributo medio per progetto di crica 1,5 milioni di euro. Per ora, come naturale, Nessun progetto di ricerca su Covid-19 è stato finanziato.</p>

<div class="tabella-scorre" role="region" aria-label="Tabella 1" tabindex="0">
<table>
  <thead>
    <tr>
      <th></th>
      <th></th>
      <th></th>
      <th></th>
    </tr>
  </thead>
  <tbody>
    <tr>
      <td>Anno</td>
      <td>ERC (fp7 e H2020) “virus”</td>
      <td>Progetti totali</td>
      <td>% prog “virus”</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>2008</td>
      <td>9</td>
      <td>326</td>
      <td>2,8%</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>2009</td>
      <td>12</td>
      <td>392</td>
      <td>3,1%</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>2010</td>
      <td>23</td>
      <td>550</td>
      <td>4,2%</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>2011</td>
      <td>25</td>
      <td>721</td>
      <td>3,5%</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>2012</td>
      <td>26</td>
      <td>873</td>
      <td>3,0%</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>2013</td>
      <td>34</td>
      <td>848</td>
      <td>4,0%</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>2014</td>
      <td>31</td>
      <td>844</td>
      <td>3,7%</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>2015</td>
      <td>37</td>
      <td>986</td>
      <td>3,8%</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>2016</td>
      <td>33</td>
      <td>1139</td>
      <td>2,9%</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>2017</td>
      <td>29</td>
      <td>1178</td>
      <td>2,5%</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>2018</td>
      <td>40</td>
      <td>1142</td>
      <td>3,5%</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>2019</td>
      <td>37</td>
      <td>1126</td>
      <td>3,3%</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>2020</td>
      <td>17</td>
      <td>567</td>
      <td>3,0%</td>
    </tr>
  </tbody>
</table>
</div>
<p>Tabella 1. Progetti ERC riguardanti la virologia e l&rsquo;epidemiologia nei programmi FP7 (2007-2013) e H2020 (2014-2020). I progetti ERC sono stati estratti dal <a href="https://data.europa.eu/euodp/it/data/" rel="noopener">DB Cordis</a>. L&rsquo;estrazione dei progetti attinenti a COVID-19 sono state usate le seguenti parole chiave nel campo titolo e descrizione: virus, pandemi*, sars, mers, infection. Nessun progetto contiene al momento la parola COVID-19.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Horizon Europe: tre focus per le missioni europee</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/horizon-europe-tre-focus-missioni-europee/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/horizon-europe-tre-focus-missioni-europee/</guid><pubDate>Tue, 25 Feb 2020 11:44:00 +0100</pubDate><description>L’innovazione è uno dei fattori chiave per una crescita a lungo termine, perché può alimentare uno sviluppo produttivo e una trasformazione della produzione.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2020/horizon-europe-tre-focus-missioni-europee-hero.jpg" type="image/jpeg" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2020/horizon-europe-tre-focus-missioni-europee-hero.jpg" medium="image" type="image/jpeg"/><content:encoded><![CDATA[<p>L’<strong>innovazione</strong> è uno dei fattori chiave per una crescita a lungo termine, perché può alimentare uno sviluppo produttivo e una trasformazione della produzione, della distribuzione e del consumo in tutte le economie. Alcune delle più grandi innovazioni sono nate dalla necessità di risolvere problemi. Piuttosto che focalizzarci su problemi di natura tecnologica, possiamo utilizzare l’innovazione per risolvere sfide nella società che coinvolgono cambiamenti tecnologici, istituzionali e comportamentali. È questa la proposta che l’economista dell’UCL di Londra Mariana Mazzucato ha lanciato in una serie di documenti commissionati dalla Commissione europea per disegnare la strategia dell’ottavo programma quadro <strong>Horizon Europe (2021-2027)</strong>.</p>
<p>Il primo report, “<a href="https://ec.europa.eu/info/sites/info/files/mazzucato_report_2018.pdf" rel="noopener">Mission-Oriented Research &amp; Innovation in the European Union</a>”, pubblicato nel 2018, aveva identificato missioni da raggiungere con lo scopo di ridefinire l’approccio dell’Europa nell’affrontare i problemi della società. Successivamente, il report “<a href="https://ec.europa.eu/info/publications/governing-missions-governing-missions-european-union_en" rel="noopener">Governing Missions in the European Union</a>” (luglio 2019) indica come portare a termine queste missioni attraverso tre principali focus: il <strong>coinvolgimento del pubblico</strong>, le <strong>capacità e gli strumenti del settore pubblico</strong> necessari per incentivare un’innovazione dinamica e i <strong>finanziamenti e i fondi rivolti alle missioni</strong> perché possano innescare altri processi economici.</p>
<h2 id="coinvolgimento-dei-cittadini">Coinvolgimento dei cittadini</h2><p>È necessario sfruttare la creatività dei cittadini per affrontare problemi urgenti come il cambiamento climatico, le disuguaglianze e l’istituzione di società più solidali. In questo contesto diventa fondamentale stabilire con trasparenza i processi che portano alla selezione e valutazione delle missioni da raggiungere in modo da ottenere la fiducia del pubblico.</p>
<p>Per favorire questo processo bisogna far capire ai cittadini che la ricerca e le innovazioni non riguardano solo gli accademici, ma sono <strong>parte integrante della società</strong>. I tre punti chiave riguardano il coinvolgimento del pubblico nella definizione e selezione di missioni che interessano maggiormente la società, la partecipazione del pubblico all’attuazione delle missioni e il suo coinvolgimento nella valutazione (esaminazione e monitoraggio) delle missioni.</p>
<p>Il coinvolgimento permette ai cittadini di conoscere a fondo gli obiettivi da raggiungere, assicurando alle missioni longevità anche quando cambiano i governi e i ministri. La Commissione Europea sta cercando di mettere in pratica questo principio creando un Consiglio apposito che si occupi solo di queste missioni e che includerà dei rappresentanti degli utenti finali che avranno il compito di consultare direttamente i cittadini nella formulazione di proposte concrete di missioni da portare a termine. I politici però dovranno essere favorevoli a questo coinvolgimento del pubblico anche se potrebbe causare dibattiti e contestazioni.</p>
<p>Tutte le attività in cui saranno coinvolti i cittadini dovranno tenere in considerazione le diverse popolazioni europee nel momento in cui saranno chiamati a pianificare innovazioni che riguardano tutto il continente, sforzandosi di guadagnare anche l’appoggio delle minoranze. Oltretutto la consultazione dei cittadini permetterà di ottenere una vasta raccolta di risposte e input a un costo ridotto e in maniera flessibile.</p>
<p><strong>Raccomandazione 1</strong>: consultazioni formali, così come l’interazione diretta con movimenti cittadini, i lavoratori e le minoranze, sono necessarie per assicurare un significativo impegno dei cittadini nello sviluppo di proposte concrete di missioni da raggiungere. I cittadini devono lavorare a stretto contatto con i politici, i ricercatori e le aziende per avere diverse prospettive sul problema preso in esame e garantire un cambiamento sistematico.</p>
<p><strong>Raccomandazione 2</strong>: la pubblica consultazione, che permette di definire le missioni, deve essere strutturata in modo da non far prevalere interessi personali. Attuazione Anche se è impossibile che i cittadini vengano coinvolti in ogni processo di ricerca e innovazione, uno spazio significativo dovrebbe essere lasciato alla citizen science e ai processi innovativi basati sulle esigenze degli utenti. I cittadini coinvolti nella citizen science saranno in grado di fornire dati di ricerca e soluzioni non ottenibili solo con la scienza e i sistemi di innovazione attuali. Questo processo favorirà ancora più il contatto dei cittadini con i metodi tradizionali di ricerca e i sistemi di innovazione, costruendo uno scambio reciproco di conoscenze.</p>
<p><strong>Raccomandazione 3</strong>: i cittadini volontari e gli innovatori possono avere un ruolo aggiuntivo e fondamentale nell’attuazione delle missioni. Per questo motivo la loro partecipazione deve essere incoraggiata.</p>
<h3 id="valutazione">Valutazione</h3><p>L’ultimo passo del coinvolgimento è impegnare organizzazioni sociali e civili nella valutazione del progresso delle missioni e infine dei risultati ottenuti. Grazie alla tecnologia, i cittadini potranno monitorare tutto, partendo da informazioni più semplici come le popolazioni di farfalle fino ad arrivare ad aspetti più importanti come il controllo della qualità dell’aria. Inoltre, l&rsquo;uso del cellulare garantirà una mobilitazione di massa che scatenerà pressioni sulla politica affinché gli obiettivi stabiliti dalle missioni vengano portati a termine. La valutazione deve prendere ispirazione dalle organizzazioni sociali nel verificare le proposte e nel controllare i progressi ottenuti dalle missioni per garantire che i risultati siano allineati con i bisogni e le aspettative dei cittadini.</p>
<p><strong>Raccomandazione 4</strong>: le missioni devono permettere l’utilizzo delle esperienze e delle osservazioni dei cittadini per monitorare i progressi degli obiettivi da raggiungere.</p>
<h3 id="comunicazione-rivolta-ai-cittadini">Comunicazione rivolta ai cittadini</h3><p>Le missioni saranno selezionate a livello politico, ma la loro rilevanza e importanza dovrà essere necessariamente comunicata ai cittadini. Le missioni devono ispirare i cittadini e coinvolgerli nella scienza e nelle innovazioni per fargli capire come possano risolvere i problemi che affrontano quotidianamente. Tramite i social media e internet, i politici potranno sviluppare un nuovo modo, insieme ai cittadini, di consultare e commentare le politiche adottate. Per comunicare al meglio le missioni è necessaria una strategia che tenga in considerazione l’educazione e le competenze scientifiche, in modo da promuovere un tangibile cambiamento di mentalità.</p>
<p><strong>Raccomandazione 5</strong>: la comunicazione rivolta ai cittadini deve essere garantita durante tutto il “ciclo vitale” delle missioni, in modo che tutti gli europei possano capire il valore della ricerca e delle innovazioni e l’impatto che esercitano sulle loro vite.</p>
<h2 id="le-capacità-del-settore-pubblico">Le capacità del settore pubblico</h2><p>Il termine missione non può più essere inquadrato nei limiti delle parole finora conosciute, perchè vanno ripensate e ridefinite. Come? Si deve favorire la <strong>collaborazione</strong> e la <strong>coordinazione</strong>. Uno dei primi ostacoli, pensando ai settori pubblici, è quello di riuscire a creare strutture trasversali e a facilitare le sinergie. Quando si parla di creare nuovi mercati, è indispensabile la fluidità a diversi livelli, <strong>abbattendo barriere</strong> che spesso si creano quando i vari enti si concentrano sulla propria sfera di competenze.</p>
<p>Nel settore pubblico la burocrazia e la regolamentazione alla base di ogni processo rallenta e rende difficile l’innovazione. La soluzione ideale sarebbe quella di affidare la strategia della missione direttamente alle più alte cariche del potere esecutivo, per favorire la creazione di <strong>relazioni orizzontali</strong> tra le componenti governative che si occupano di crescita economica e quelle che ne rappresentano i contenuti (ad esempio la crescita sostenibile).</p>
<p>Nell’ambito di progetti votati a una missione, come Horizon2020, serve implementare strutture supportate attivamente dalla politica e dotate di grande <strong>libertà operativa</strong>. Per esserne a capo sono necessarie straordinarie qualità, e in queste circostanze è opportuno ragionare in un’ottica di <strong>lavoro agile</strong>: assunzioni per tempi limitati di persone creative. Questa agilità è necessaria anche nell’ambito burocratico ed è volta a ottimizzare il lavoro dei leader delle missione, che durante il loro servizio potranno, grazie a questo ventaglio di possibilità, gestire problematiche anche complesse. La <strong>flessibilità</strong> servirà da leva per gli enti i cui lavoratori saranno spinti a partecipare anche partendo dal basso, in modo da obbligare diversi settori a entrare in relazione fra loro. Questo significa coinvolgere anche coloro che, solitamente, tendono a rimanere esclusi da processi di questo tipo.</p>
<p>Va rivisto il modo di approcciarsi all’errore: se un tempo in un’ottica aziendale si cercava di evitarli a tutti i costi, ora l’errore deve essere ripensato e concepito come un passo necessario sulla strada verso il successo, nonché parte stessa del processo esplorativo.</p>
<p>Gli appalti pubblici sono strumenti utili, in quanto possono creare nuovi mercati. Diverse tecnologie sono nate grazie a essi, tuttavia rimangono spesso vincolati all’interno di regolamentazioni ferree e una gara al ribasso. Per favorire lo svilupparsi di idee all’avanguardia è necessario non prefigurarsi un obiettivo statico e fisso. In tal modo si facilita la maturazione di idee nuove, lo scambio e la collaborazione fra i vari servizi che lavorano per un fine comune.</p>
<p>Realisticamente, affinché le innovazioni socioculturali possano integrarsi nella società, servono delle politiche che le incentivino e le promuovano attivamente. Non possiamo pensare di risolvere i problemi legati all’inquinamento, ad esempio, se non vengono incentivate le politiche del riuso e dell’economia circolare.</p>
<p>Nel raggiungimento di una missione, la politica deve avere un approccio molto ampio, risulterebbe un errore inquadrare una tecnologia all’interno di un solo settore. Le legislazioni vanno quindi ripensate, evitando limitazioni che impediscano di pensare fuori dagli schemi. Un altro cambiamento auspicabile è quello di rivedere le missioni valutandole non solo in base a una mera analisi costi benefici, ma perseguendo l’ideale di creare qualcosa di valore, di pubblico dominio. Un esempio? La più grande missione di questo tipo è proprio quella che ha portato, nel ‘69, allo sbarco del primo uomo sulla luna. Gli Stati Uniti hanno impiegato un enorme dispendio di energie e oltre ad aver conseguito il loro scopo (vincere la cosiddetta “space race”), durante gli studi hanno messo a punto una serie di invenzioni ancora in uso, nate però come ricadute tecnologiche. La stessa missione Apollo non avrebbe mai visto la luce se ci si fosse basati solo su un&rsquo;analisi costi-benefici.</p>
<p><strong>Raccomandazione 6</strong>: è da promuovere l’abbattimento delle barriere fra i diversi enti e il coordinamento a opera delle più alte cariche del potere esecutivo.</p>
<p><strong>Raccomandazione 7</strong>: a capo della missione deve esserci un rafforzamento delle strutture da parte di personale di alto livello, in grado di esercitare diversi tipi di funzioni.</p>
<p><strong>Raccomandazione 8</strong>: vanno favoriti gli scambi fra i diversi enti, la mobilità e la capacità di assumersi dei rischi.</p>
<p><strong>Raccomandazione 9</strong>: serve distanziarsi dall’idea dell’errore come negativo in sé, reinterpretandolo invece come un fattore necessario nella ricerca della soluzione.</p>
<p><strong>Raccomandazione 10</strong>: gli appalti dovrebbero evitare di funzionare secondo l’ottica del prezzo più basso e le soluzioni andrebbero ricercate stimolando l’utilizzo di incentivi e favorendo un lavoro che parta dal basso.</p>
<p><strong>Raccomandazione 11</strong>: le regole devono favorire l’innovazione, non limitarla.</p>
<p><strong>Raccomandazione 12</strong>: vanno abbandonate le analisi costi-benefici a favore di nuovi quadri di valutazione, capaci di cogliere le ricadute tecnologiche.</p>
<h2 id="finanziamenti-e-fondi">Finanziamenti e fondi</h2><p>Le missioni relative all’innovazione sono parte di un piano volto a coinvolgere enti e cittadini nel comune obiettivo di affrontare problemi e sfide sempre più urgenti. Si tratta di una sfida impegnativa, perchè per poterla affrontare è necessario spingere investitori ed enti, sia pubblici che privati, ad assumersi dei rischi e a creare nuove opportunità.</p>
<p>Per coinvolgere i cittadini in progetti e missioni condivise che abbiano uno sguardo all’innovazione e al raggiungimento di obiettivi a lungo termine, le missioni devono essere <strong>multidisciplinari</strong>, <strong>multisettoriali</strong> e <strong>dinamiche</strong>, in modo da attrarre investitori su segmenti diversi di progetto.</p>
<p>La condizione per poter attirare gli investimenti è la necessaria conoscenza dell’ecosistema dei finanziamenti tra enti pubblici ed enti privati. I finanziamenti pubblici provengono da fondi per l’innovazione, banche nazionali e regionali e dal Fondo di investimenti Europeo. Il settore privato coinvolge invece banche di investimento, fondi per l’innovazione e venture capital (capitale di rischio su progetti in fase di start up) privati. Poiché il settore privato tende a evitare rischi, un iniziale investimento pubblico può favorire l’inserimento di privati una volta che la soglia di rischio si sia abbassata: inoltre per coinvolgere il settore privato in operazioni anche ardite è necessario che, oltre al rischio, si condivida anche il guadagno.</p>
<p>Poiché le missioni mettono assieme un vasto spettro di attività di ricerca e innovazione, ognuna della quali può richiedere un diverso finanziamento, è necessario analizzare e comprendere il livello di rischio di ciascuna fase della catena di innovazione, in modo tale da destinare il giusto finanziamento a ogni fase del progetto.</p>
<p>L’autrice elenca anche alcune linee guida che si riassumono nelle seguenti raccomandazioni:</p>
<p><strong>Raccomandazione 13</strong>: è necessario promuovere e stabilire venture capital che siano in linea con l’obiettivo ed è richiesta una iniziale pazienza in quanto i risultati possono arrivare lentamente nel tempo.</p>
<p><strong>Raccomandazione 14</strong>: i finanziamenti devono supportare il progetto lungo tutta la sua durata e devono essere studiati per ogni diversa fase. Attualmente esiste una grande frammentazione di opzioni a disposizione per un progetto in cerca di finanziamenti e non è semplice riuscire ad armonizzare fondi locali con quelli comunitari. Per quanto sia difficile trovare una sinergia tra i differenti livelli delle istituzioni europee, questo è un passaggio fondamentale per aumentare l’impatto e l’efficienza del progetto, sia a livello locale che comunitario.</p>
<p><strong>Raccomandazione 15</strong>: perché la missione abbia successo è necessario ottimizzare la coordinazione tra finanziamenti locali, nazionali ed europei. A causa del budget limitato la missione deve essere progettata per attirare investimenti grazie a una combinazione di politiche a breve, medio e lungo termine. Crowdfounding e fondi filantropici hanno un ruolo importante: il primo aiuta a connettere i cittadini in un progetto bottom-up, i secondi forniscono anche delle linee guida per raggiungere l’obiettivo. La Commissione Europea ha creato un forum volto a regolamentare le varia piattaforme di crowdfounding sia per permettere agli operatori di agire in tutta Europa sia per tutelare gli investitori.</p>
<p><strong>Raccomandazione 16</strong>: le missioni dovrebbero promuovere attivamente l’uso di piattaforme di crowdfounding.</p>
<p><strong>Raccomandazione 17</strong>: bisognerebbe fornire opzioni flessibili per coinvolgere le fondazioni nella direzione di progetti innovativi, assicurando che vi sia una sinergia.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>ERC 2019: per vincerli bisogna emigrare?</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/erc-2019-vincerli-bisogna-emigrare/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/erc-2019-vincerli-bisogna-emigrare/</guid><pubDate>Thu, 09 Jan 2020 12:32:00 +0100</pubDate><category>politica-della-ricerca</category><description>Lo European Research Council è un programma di finanziamento della ricerca attivo dal 2007 con l&amp;amp;rsquo;obiettivo di incoraggiare la ricerca di alta qualità in Europa attraverso bandi competitivi che riguardano tutte le discipline: scienze della vita, scienze fisiche, scienze sociali. Dal primo gennaio 2020, il nuovo presidente è l&amp;amp;rsquo;italiano (ma attivo scientificamente all&amp;amp;rsquo;estero) Mauro Ferrari. Lo schema del finanziamento prevede tre linee principali: Starting grant, riservato a giovani; Consolidator, rivolto a scienziati che hanno completato il phd da qualche anno; Advanced, diretto a ricercatori che hanno già guidato team di ricerca. Per l&amp;amp;rsquo;Italia potrebbe essere una fonte prestigiosa di finanziamento, anche se limitata a pochi ricercatori. Le capacità degli scienziati ci sono (infatti gli italiani all&amp;amp;rsquo;estero vincono parecchi bandi) ma il sistema italiano sembra inadeguato attrarre questo tipo di fondi (anzi, a dar retta a recenti polemiche sembra addirittura respingerlo come nocivo al sistema). I dati del 2019 sono lo specchio della situazione: l&amp;amp;rsquo;Italia, oltre a scontare il cronico sottofinanziamento interno, è sempre meno competitiva a livello internazionale. Gli scienziati italiani invece riescono a emigrare e vincere, ma la concorrenza è sempre più agguerrita.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2020/erc-2019-vincerli-bisogna-emigrare-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2020/erc-2019-vincerli-bisogna-emigrare-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>Mentre in Italia si dibatte più o meno a proposito dell&rsquo;utilità dell&rsquo;European Research Council (ERC) (<a href="https://www.corriere.it/opinioni/20_gennaio_04/quei-superfinanziamentiche-sconvolgono-atenei-b9e91602-2f24-11ea-838c-ac55de770e3c.shtml" rel="noopener">qui</a> l&rsquo;editoriale su <em>Corriere della Sera</em> di Walter Lapini e <a href="https://www.corriere.it/cultura/20_gennaio_07/fondi-erc-coraggio-premiare-l-eccellenza-b3b83d84-3155-11ea-a175-d97603799814.shtml" rel="noopener">qui</a> la risposta di Gianfranco Billari e del rettore della Bocconi Gianmario Verona) si comincia ad avere un quadro pressoché completo di come sono andati i grant ERC 2019. E se i ricercatori italiani tutto sommato &ldquo;se la cavano&rdquo;, il sistema Italia ne esce con le ossa rotte. Da questo punto di vista, il nuovo presidente dell&rsquo;ERC, l&rsquo;italiano <a href="https://erc.europa.eu/erc_member/mauro-ferrari" rel="noopener">Mauro Ferrari</a>, emigrato per costruirsi una carriera all&rsquo;estero, rappresenta perfettamente l&rsquo;anomalia italiana. Ecco, al momento, il panorama nazionale dei più ambiti bandi della ricerca europea.</p>
<h2 id="consolidator-grant">Consolidator grant</h2><p>Di nuovo male le istituzioni italiane nella capacità di attrarre ricerca finanziata dall&rsquo;Europa nel 2019 (bando 2018). Questi i risultati dei <a href="https://erc.europa.eu/sites/default/files/document/file/erc-2019-cog-statistics.pdf" rel="noopener">consolidator grant</a>, assegni (2 milioni di euro per 5 anni) riservati a ricercatori con almeno 7 e fino a 12 anni di esperienza dopo il PhD: solo 7 i progetti italiani, uno nelle scienze sociali, 6 nelle scienze fisiche e ingegneristiche, 0 (zero) nelle scienze della vita. In totale la metà di quelli vinti nel 2018 (15). Un risultato che preoccupa e conferma l’inadeguatezza del sistema italiano di imporsi nei tavoli europei.</p>
<p><img src="https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2020/erc-2019-vincerli-bisogna-emigrare-body-1.png.webp" srcset="https://www.scienzainrete.it/media/_web/720/articoli/2020/erc-2019-vincerli-bisogna-emigrare-body-1.png.webp 720w, https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2020/erc-2019-vincerli-bisogna-emigrare-body-1.png.webp 1280w" sizes="(max-width: 760px) 100vw, 720px" alt="Figura 5. Vincitori consolidator grant per nazionalità dell&rsquo;istituzione ospite" width="1910" height="1100" loading="lazy" decoding="async">
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<p class="didascalia">Figura 5. Vincitori consolidator grant per nazionalità dell&rsquo;istituzione ospite.</p>

<p>Gli italiani, al contrario, riescono a vincere quando vanno all’estero: sui 23 totali (erano stati 35 nel 2018) ben 16 hanno vinto grazie al supporto di istituzioni straniere. Sono quindi il gruppo più numeroso di scienziati all’estero dopo quello tedesco ponendo il nostro paese in una situazione unica nel panorama dei grandi paesi europei: l’unica nazione in cui il numero di ricercatori vincitori all’estero è maggiore  di quello dei vincitori nel paese di appartenenza.</p>
<p><img src="https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2020/erc-2019-vincerli-bisogna-emigrare-body-2.png.webp" srcset="https://www.scienzainrete.it/media/_web/720/articoli/2020/erc-2019-vincerli-bisogna-emigrare-body-2.png.webp 720w, https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2020/erc-2019-vincerli-bisogna-emigrare-body-2.png.webp 1280w" sizes="(max-width: 760px) 100vw, 720px" alt="Figura 6. Vincitori consolidator grant per nazionalità del ricercatore. In blu chi è ospite di una istituzione del proprio paese in verde chi lavora all&rsquo;estero" width="1674" height="994" loading="lazy" decoding="async">
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<p class="didascalia">Figura 6. Vincitori consolidator grant per nazionalità del ricercatore. In blu chi è ospite di una istituzione del proprio paese in verde chi lavora all&rsquo;estero.</p>

<h2 id="starting-grant">Starting grant</h2><p>Meglio la situazione degli Starting grant, i finanziamenti elargiti dall’Europa ai giovani ricercatori che hanno completato il phd da non più di 7 anni e che non hanno ancora ricoperto il ruolo di <em>principal investigator</em> (finanziamento per ogni singolo progetto: 1,5 milioni di euro per un periodo di 5 anni). Nel 2019 ERC ha finanziato 408 starting grant e <a href="http://erc.europa.eu/sites/default/files/document/file/erc_2019_stg_statistics.pdf" rel="noopener">le istituzioni italiane se ne sono aggiudicati 18</a>.</p>
<p><img src="https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2020/erc-2019-vincerli-bisogna-emigrare-body-3.jpg.webp" srcset="https://www.scienzainrete.it/media/_web/720/articoli/2020/erc-2019-vincerli-bisogna-emigrare-body-3.jpg.webp 720w, https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2020/erc-2019-vincerli-bisogna-emigrare-body-3.jpg.webp 1280w" sizes="(max-width: 760px) 100vw, 720px" alt="Figura 1. Vincitori starting grant per nazionalità istituzione ospite segmentati per i tre ambiti di ricerca" width="1424" height="806" loading="lazy" decoding="async">
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<p class="didascalia">Figura 1. Vincitori starting grant per nazionalità istituzione ospite segmentati per i tre ambiti di ricerca.</p>

<p>Le istituzioni vincitrici di ERC sono distribuite in 24 Paesi. L’Italia è ottava per numero di grant vinti, 18. Superata sia dagli altri principali Paesi (Germania, Regno Unito, Francia, Spagna) sia da paesi decisamente meno popolosi (Paesi Bassi, Israele, Svizzera).</p>
<p>Un risultato non eccellente ma comunque in risalita: nella <a href="https://erc.europa.eu/sites/default/files/document/file/erc_2018_stg_statistics.pdf" rel="noopener">call 2018</a> l’Italia era undicesima per grant aggiudicati (15).</p>
<p>Da notare, rispetto al 2018, la maggior capacità di attrarre grant SSH di Germania, UK e Paesi Bassi: erano già forti in questo settore e nel 2019 hanno persino vinto di più. Sembra che nella maglio parte dei Paesi le humanities, di cui pure tanto si discute, non abbiano ancora espresso piani di ricerca che siano capaci di competere a livello internazionale.</p>
<p>Se aumenta il numero di istituzioni italiane capaci di ospitare un grant, cala invece il numero di italiani vincitori: 37, contro 42 nel 2018. Nel 2019 la compagine italiana scende quindi di un posto, dalla seconda alla terza posizione dietro alla solita Germania (72 vincitori) alla Francia (38). Da notare che il Regno Unito occupa per numero di vincitori la 7 posizione (26): una situazione quasi speculare a quella italiana, le loro istituzioni sono molto competitive mentre i ricercatori lo sono meno.</p>
<p><img src="https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2020/erc-2019-vincerli-bisogna-emigrare-body-4.jpg.webp" srcset="https://www.scienzainrete.it/media/_web/720/articoli/2020/erc-2019-vincerli-bisogna-emigrare-body-4.jpg.webp 720w, https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2020/erc-2019-vincerli-bisogna-emigrare-body-4.jpg.webp 1280w" sizes="(max-width: 760px) 100vw, 720px" alt="Figura 2. Vincitori starting grant per nazionalità e genere del ricercatore" width="1474" height="826" loading="lazy" decoding="async">
</p>
<p class="didascalia">Figura 2.  Vincitori starting grant per nazionalità e genere del ricercatore.</p>

<p>Come negli anni precedenti per la maggior parte i ricercatori italiani hanno vinto fuori dai confini nazionali. In questa speciale classifica (si noti la quota verde della figura 3) l’Italia è saldamente al comando da anni. Purtroppo.</p>
<p><img src="https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2020/erc-2019-vincerli-bisogna-emigrare-body-5.jpg.webp" srcset="https://www.scienzainrete.it/media/_web/720/articoli/2020/erc-2019-vincerli-bisogna-emigrare-body-5.jpg.webp 720w, https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2020/erc-2019-vincerli-bisogna-emigrare-body-5.jpg.webp 1280w" sizes="(max-width: 760px) 100vw, 720px" alt="Figura 3. Vincitori starting grant per nazionalità del ricercatore. In blu chi è ospite di una istituzione del proprio paese in verde chi lavora all&rsquo;estero" width="1478" height="834" loading="lazy" decoding="async">
</p>
<p class="didascalia">Figura 3. Vincitori starting grant per nazionalità del ricercatore. In blu chi è ospite di una istituzione del proprio paese in verde chi lavora all&rsquo;estero.</p>

<p>Dall’analisi dei flussi dei vincitori nei vari Paesi si nota la perfetta politica tedesca: tantissimi grant vinti, metà da ricercatori tedeschi metà da ricercatori provenienti da altri paesi. Anche in Italia la distribuzione è quasi 50/50 ma il numero di grant vinti non è paragonabile: una differenza che non è giustificata nemmeno se la si rapporta al maggior numero di abitanti o al PIL più elevato, come già analizzato in questo articolo <em><a href="https://www.scienzainrete.it/articolo/erc-chiama-italia-non-risponde/sergio-cima/2019-03-06">ERC chiama. Italia non risponde</a></em>. L’Italia appare per quello che è: un paese in crisi con scarsi investimenti in ricerca sia in campo pubblico sia in quello privato. È bene quindi che tra i grant vincitori ci siano anche questi due: “De-industrializing Societies and the Political Consequences” e “Behavioral Foundations of Populism and Polarization”, entrambi ospitati alla Bocconi di Milano.</p>
<p><img src="https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2020/erc-2019-vincerli-bisogna-emigrare-body-6.jpg.webp" srcset="https://www.scienzainrete.it/media/_web/720/articoli/2020/erc-2019-vincerli-bisogna-emigrare-body-6.jpg.webp 720w, https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2020/erc-2019-vincerli-bisogna-emigrare-body-6.jpg.webp 1280w" sizes="(max-width: 760px) 100vw, 720px" alt="Figura 4. Vincitori starting grant per nazionalità istituzione ospite segmentati per provenienza dei ricercatori" width="1476" height="838" loading="lazy" decoding="async">
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<p class="didascalia">Figura 4. Vincitori starting grant per nazionalità istituzione ospite segmentati per provenienza dei ricercatori.</p>

<p>La capacità di attrarre grant resta quindi scarsa mentre è alta la propensione a esportare talenti: l’Italia consolida questa tradizione di anno in anno e nulla sembra poter invertire questa tendenza. Nessun cambiamento all’orizzonte.</p>
<h2 id="advanced-grant">Advanced grant</h2><p>Deludenti anche i risultati degli <a href="https://erc.europa.eu/timeframe-advanced-grant-2019-evaluation-erc-2019-adg" rel="noopener">advanced grant</a> 2019, asseganti a ricercatori esperti che da almeno 10 anni conducono ricerca di eccellenza. </p>
<p><img src="https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2020/erc-2019-vincerli-bisogna-emigrare-body-7.png.webp" srcset="https://www.scienzainrete.it/media/_web/720/articoli/2020/erc-2019-vincerli-bisogna-emigrare-body-7.png.webp 720w, https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2020/erc-2019-vincerli-bisogna-emigrare-body-7.png.webp 1280w" sizes="(max-width: 760px) 100vw, 720px" alt="" width="1402" height="800" loading="lazy" decoding="async">
</p>
<p>L&rsquo;Italia è al settimo posto per progetti ospitati: sono 11 contro i 14 nel 2018. Appare inoltre un leggero sbilanciamento a favore delle scienze sociali rispetto a alle scienze della vita e alla fisica. Cala anche il numero di italiani vincitori di un grant. Sono 14, mentre era ben 23 nella precedente tornata.</p>
<p><img src="https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2020/erc-2019-vincerli-bisogna-emigrare-body-8.png.webp" srcset="https://www.scienzainrete.it/media/_web/720/articoli/2020/erc-2019-vincerli-bisogna-emigrare-body-8.png.webp 720w, https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2020/erc-2019-vincerli-bisogna-emigrare-body-8.png.webp 1280w" sizes="(max-width: 760px) 100vw, 720px" alt="" width="1378" height="760" loading="lazy" decoding="async">
</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Bene due ministeri per scuola e università e ricerca</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/bene-due-ministeri-scuola-universita-ricerca/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/bene-due-ministeri-scuola-universita-ricerca/</guid><pubDate>Sat, 28 Dec 2019 18:00:00 +0100</pubDate><dc:creator>Gruppo 2003</dc:creator><description>Gaetano Manfredi e Lucia Azzolina, rispettivamente i nuovi ministri di Università e ricerca e Scuola.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2019/bene-due-ministeri-scuola-universita-ricerca-hero.jpg" type="image/jpeg" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2019/bene-due-ministeri-scuola-universita-ricerca-hero.jpg" medium="image" type="image/jpeg"/><content:encoded><![CDATA[<p>Il <a href="https://www.gruppo2003.org/" rel="noopener">Gruppo 2003</a> per la ricerca scientifica si rallegra della scelta operata dal governo di separare il Ministero dell’Istruzione dal Ministero dell&rsquo;Università e ricerca, come <a href="https://www.gruppo2003.org/node/84" rel="noopener">proposto dallo stesso Gruppo lo scorso settembre</a>. La scissione del MIUR in due ministeri era già avvenuta dal 1988 al 2001, e successivamente dal 2006 al 2008 (poi riuniti prima per la legge Bassanini e poi per una disposizione della Finanziaria del 2008).</p>
<p>La riforma, infatti, consente un lavoro migliore in due ambiti di primaria importanza per lo sviluppo del Paese: la scuola da un lato, che attende da tempo un rinnovamento anche in considerazione dei deludenti risultati dell’ultima rilevazione PISA;  l&rsquo;università e la ricerca dall’altro, che da anni soffre di una preoccupante disattenzione politica e di un cronico sottofinanziamento.</p>
<p>Positiva quindi la notizia della istituzione di un Ministero che d’ora in poi potrà concentrare la propria azione sul rilancio economico e programmatico delle università e della ricerca, aiutato in questa opera ambiziosa anche dalla istituzione della Agenzia nazionale per la ricerca dedicata alla gestione trasparente e indipendente dei bandi di ricerca.</p>
<p>Con queste due notizie, il 2020 può rappresentare davvero l’anno della svolta invocata da tempo, sempre che a queste nuove strutture faccia seguito la volontà, accennata dal premier Giuseppe Conte nel bilancio di oggi, di dedicare nuove risorse alla ricerca scientifica. “Auguriamo dunque buon lavoro ai nuovi ministri Lucia Azzolina e Gaetano Manfredi perché sappiano infondere ai nuovi dicasteri della scuola e della università e ricerca un nuovo slancio. Un ministero dedicato alla ricerca rende più facile occuparsi del settore, purché lo si faccia guardando globalmente al Paese e alla sua economia”, ha dichiarato il presidente del Gruppo 2003 Nicola Bellomo.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Open access: l'esempio dell’Università degli Studi di Milano</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/open-access-lesempio-dell-universita-studi-milano/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/open-access-lesempio-dell-universita-studi-milano/</guid><pubDate>Fri, 29 Nov 2019 00:42:00 +0100</pubDate><dc:creator>Luca Carra</dc:creator><category>ricerca-scientifica</category><description>Qualcosa si sta muovendo a favore dell&amp;amp;rsquo;Open Access (OA), che riduce i costi e rende accessibile il sapere veicolato dalle riviste. Oltre alle indicazioni che provengono dall’Europa, va segnalato un decreto annunciato dal ministro Fioramonti che sembra voler ammettere alla nuova Valutazione della qualità della ricerca (VQR) solo gli atenei in regola con l’OA. E c’è già chi si sta preparando: è il caso dell’Università degli Studi di Milano che si è da tempo dotata di una piattaforma di riviste Open Access, liberamente accessibili a lettori, autori e comitati editoriali. Le riviste (attualmente 41) hanno generato circa 70.000 download al mese di traffico culturale, che a sua volta promuove contatti e citazioni, e stimola gli autori a scrivere senza nessun costo di iscrizione e pubblicazione. Per il momento le riviste open sono quasi esclusivamente umanistiche, anche per la difficoltà di “liberare” le riviste STEM, legate a editori internazionali che richiedono abbonamenti per un totale di circa 80 milioni di euro l’anno per gli atenei italiani (nostra stima su dati CRUI).</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2019/open-access-lesempio-dell-universita-studi-milano-hero.jpg" type="image/jpeg" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2019/open-access-lesempio-dell-universita-studi-milano-hero.jpg" medium="image" type="image/jpeg"/><content:encoded><![CDATA[<p>L’Open Science è una delle grandi sfide del mondo della ricerca. A oggi il modello prevalente è quello commerciale: gli editori, garanti della qualità, ricevono gli articoli, li sottopongo a revisione, li pubblicano, il lettore se li vuole leggere li compera. Il problema è che gran parte della ricerca è finanziata da soldi pubblici, quindi ci si chiede perché i lettori/cittadini dovrebbero pagare per leggere quello che in qualche modo hanno già pagato. Inoltre è dibattuto anche il contributo degli editori: ricevono gratis gli articoli dei ricercatori e il processo di peer review è svolto gratuitamente dai ricercatori. Quindi una cospicua fase del processo è sostenuta dal settore universitario, che alla fine paga per avere accesso agli articoli prodotti.</p>
<p><a href="#"><img src="https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2019/open-access-lesempio-dell-universita-studi-milano-esterna-1.png.webp" srcset="https://www.scienzainrete.it/media/_web/720/articoli/2019/open-access-lesempio-dell-universita-studi-milano-esterna-1.png.webp 720w, https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2019/open-access-lesempio-dell-universita-studi-milano-esterna-1.png.webp 800w" sizes="(max-width: 760px) 100vw, 720px" alt=" " width="800" height="600" loading="lazy" decoding="async">
</a></p>
<p>Figura 1. I contratti CRUI con gli editori attivi nel 2019 per un totale di circa 70 milioni di euro annui. Scarica elenco completo dei contratti CRUI (<a href="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2019/open-access-lesempio-dell-universita-studi-milano-crui-contratti-aggiornato-2019.xlsx">xlsx</a>; fonte <a href="https://www.crui.it/bandi-di-gara-e-contratti-pubblici.html" rel="noopener">www.crui.it</a>)</p>
<h2 id="la-trappola-dellopen-access-ibrido-e-del-doppio-pagamento">La trappola dell&rsquo;Open Access ibrido e del doppio pagamento</h2><p>Esistono modelli che tentano di svincolarsi da questo sistema. Sia singole iniziative, archivi disciplinari (<a href="http://arxiv.org/" rel="noopener">arXiv.org</a>,) strumenti di discovery (<a href="http://unpaywall.org/" rel="noopener">Unpaywall</a>,) siti pirata (<a href="http://mg.scihub.ltd/" rel="noopener">Sci-Hub</a>) o più corali come <a href="https://www.coalition-s.org/principles-and-implementation/" rel="noopener">Plan S</a> che prevede di rendere obbligatoria entro la fine del 2020 la pubblicazione in OA per tutti i ricercatori che ricevono fondi da un nutrito gruppo di enti pubblici europei. Ma di fatto, per vari motivi, è difficile abbandonare il modello attualmente in uso (si veda il nostro articolo <a href="http://articolo/difficile-transizione-allopen-access/chiara-sabelli/2018-10-03" rel="noopener">La difficile transizione all’Open Access</a>).</p>
<p>Una delle difficoltà è dovuta al fatto che un&rsquo;eventuale adesione a Plan S (e in particolare ai <a href="https://esac-initiative.org/about/transformative-agreements/" rel="noopener">contratti trasformativi</a>) può avvenire in Italia solo in maniera consortile tramite la Conferenza dei Rettori delle Università italiane (CRUI). Nel caso dell’editore Elsevier non è stato stipulato un contratto transformative e le Università italiane sono vincolate dall&rsquo;accordo stipulato dal <a href="http://www.crui-risorselettroniche.it/composizione-del-gruppo-care-per-il-triennio-2014-2016-2/" rel="noopener">Gruppo CARE</a>-CRUI. L&rsquo;accordo con l&rsquo;editore Elsevier per il 2018-2022 fa pagare alle università l&rsquo;abbonamento alle riviste e regolamenta il cosiddetto <em>article processing charges</em> (APC). &ldquo;Questa seconda opzione permette agli autori di rendere i propri articoli usciti sulle riviste Elsevier immediatamente disponibili a tutti, a prezzo di un esborso ulteriore rispetto a quello dell’abbonamento. Abbonamento e APC non sono dunque reciprocamente alternativi: una singola università, a proposito di una medesima rivista, può sottoscrivere un abbonamento e pagare degli APC&rdquo; scrive in una nota l&rsquo;Associazione italiana per la promozione della scienza aperta (AISA). &ldquo;In seno al movimento per l’accesso aperto questo comportamento, comunemente adottato dalla grande editoria oligopolistica, è talmente noto e temuto da essere designato col nome di <a href="https://www.merriam-webster.com/legal/double%20dipping" rel="noopener"><em>double dipping</em></a>: è certo vantaggioso per l’editore, il quale può aggiungere un ulteriore profitto a quello derivante da abbonamenti che per le grandi università italiane comportano un esborso di più di un milione di euro l’anno, ma è difficile capire quale ne sia il beneficio per i suoi clienti&rdquo;. (<a href="https://aisa.sp.unipi.it/doubledip/" rel="noopener">qui</a> l&rsquo;articolo di AISA). La sola Università degli Studi di Milano, fra le poche che dal 2016 monitora i costi di APC, paga fra i 100.000 ai 150.000 euro per un costo ad articolo di circa 1.500 euro all&rsquo;anno (<a href="https://treemaps.intact-project.org/apcdata/milano-u/" rel="noopener">https://treemaps.intact-project.org/apcdata/milano-u/</a>). </p>
<p>C&rsquo;è però una scappatoia, suggerita dal movimento dell&rsquo;Open Access contro queste forme ibride ed estremamente dispendiose. Si chiama &ldquo;via verde&rdquo;, vale a dire l’opzione del deposito in archivi disciplinari e istituzionali dopo un periodo di embargo. &ldquo;Certamente noi rispettiamo i principi di Plan S per quanto riguarda la via verde e quindi la archiviazione nell&rsquo;<a href="http://air.unimi.it" rel="noopener">archivio istituzionale</a> della versione dell&rsquo;articolo secondo quanto previsto dalle politiche dell&rsquo;editore&rdquo; spiega Paola Galimberti, responsabile dell&rsquo;Archivio Istituzionale Della Ricerca (Air) dell&rsquo;Università degli Studi di Milano. &ldquo;Inoltre lavoriamo in connessione con Pubmed ai cui forniamo i nostri testi open access (progetto linkout) che ha dato come risultato nell’ultimo anno circa 70 mila download da pubmed dei lavori presenti nel nostro archivio&rdquo;.</p>
<p>Oltre a questo, c&rsquo;è attesa anche per un probabile imminente decreto annunciato dal ministro Lorenzo Fioramonti che ammetterebbe alla nuova valutazione della qualità della ricerca (VQR) solo gli atenei che consentiranno la pubblicazione Open Access dei lavori dei propri ricercatori (<a href="https://www.ilsole24ore.com/art/fondi-premiali-universita-solo-le-pubblicazioni-aperte-tutti-ACRfZIz" rel="noopener">qui</a> l&rsquo;articolo), cosa che ha innescato le <a href="https://www.ilsole24ore.com/art/ricerca-rischi-ignorati-chi-valuta-qualita-lavori-ACkYowz" rel="noopener">proteste degli editori</a> e la perplessità di alcuni rettori. </p>
<h2 id="la-lunga-strada-verso-un-open-access-completo">La lunga strada verso un Open Access completo</h2><p>D&rsquo;altra parte, l’Università degli Studi di Milano da tempo dotata di una piattaforma di riviste open access. Aperto a lettori, autori e comitati editoriali. Le riviste (attualmente 41) sono accessibili e scaricabili gratuitamente: oltre 90.000 download al mese di traffico culturale, che a sua volta genera contatti e citazioni. E stimola gli autori a scrivere senza nessun costo di submission e pubblicazione, secondo un modello di &ldquo;open access diamond&rdquo;, che, come spiega <a href="https://www.triple-c.at/index.php/tripleC/article/view/502" rel="noopener">uno degli articoli fondativi di tale modello</a>, &ldquo;è una forma di editoria accademica senza scopo di lucro che fa della conoscenza accademica un bene comune, recupera la missione pubblica del sistema accademico e comporta la possibilità di creare posti di lavoro nell&rsquo;editoria di servizio pubblico”.</p>
<p>&ldquo;La grande visibilità della piattaforma ha permesso l’instaurarsi di interessanti collaborazioni con editori stranieri (traduzione di volumi) e autori (richiesta di poter riutilizzare immagini, dati o parti degli articoli pubblicati), proposta di articoli da ogni parte del mondo&rdquo; spiegano Emilia Perassi, presidente della Commissione d’Ateneo per l’Open Science, e Paola Galimberti. &ldquo;E’ intenzione della Commissione per la scienza aperta incrementare nel corso del prossimo anno le attività a supporto di una maggiore e più capillare diffusione dei principi e dei modi dell’Open Science&rdquo;.</p>
<p>Per garantire elevati standard di qualità l’Università di Milano sostiene le oltre 40 redazioni che prendono in carico i lavori. Così come dà sostegno ai membri dei vari comitati editoriali garantendo l’infrastruttura sui cui poggia il lavoro di professori, ricercatori e studiosi che partecipano alla pubblicazione delle riviste. Le riviste dell&rsquo;Università rese liberamente disponibili sono per ora quasi esclusivamente di ambito umanistico, tranne due di veterinaria e una di Scienze della Terra e a breve una di medicina. &ldquo;La piattaforma è ovviamente aperta a chiunque in ateneo intenda portare avanti un progetto editoriale. Non è così semplice in ambito STEM perché queste discipline sono molto legate al brand e quindi ai grandi editori internazionali che ne rappresentano il target&rdquo; commenta Galimberti. </p>
<p>La pubblicazione è solo l’ultimo miglio di un sistema che resta aperto dalla a alla zeta: raccolta di dati della ricerca, diffusione dei contenuti sulle piattaforme, indicizzazione delle riviste, partecipazione e organizzazione di convegni sul tema. L’intero archivio delle riviste è liberamente consultabile <a href="https://riviste.unimi.it/" rel="noopener">qui</a>.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Ecco chi sono i ricercatori più citati (2008-2018)</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/ecco-chi-ricercatori-piu-citati-2008-2018/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/ecco-chi-ricercatori-piu-citati-2008-2018/</guid><pubDate>Tue, 19 Nov 2019 20:03:00 +0100</pubDate><description>Ed ecco l’attesa lista annuale dei ricercatori Highly Cited pubblicata oggi (19 novembre) da Clarivate Analytics.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2019/ecco-chi-ricercatori-piu-citati-2008-2018-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2019/ecco-chi-ricercatori-piu-citati-2008-2018-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>Ed ecco l’attesa lista annuale dei ricercatori <em>Highly Cited</em> pubblicata oggi (19 novembre) da <a href="https://hcr.clarivate.com/" rel="noopener">Clarivate Analytics</a>. La lista comprende i ricercatori che nel periodo 2008-2018  hanno pubblicato il maggior numero di articoli molto citati (&ldquo;Highly Cited Papers&rdquo;), cioè articoli che si collocano nel primo 1% per cento al mondo per numero di citazioni. L&rsquo;analisi è condotta distinguendo 21 diverse aree scientifiche: dalla medicina clinica alla fisica, dalla matematica alle scienze agrarie e così via. Ovviamente ciascuna con una soglia diversa per entrare nell’empireo dell’1%,. “Il numero minimo di articoli altamente citati per la selezione varia a seconda del settore, con la Medicina Clinica che richiede il massimo e l&rsquo;Economia e Business il minimo. Un criterio aggiuntivo della selezione è dato dalla verifica che le citazioni ai lavori molto citati di un singolo autore siano sufficienti a fargli raggiungere, da sole, la soglia che identifica il primo 1% delle citazioni totali per autore del settore considerato” spiega il report di Clarivate.</p>
<p>I ricercatori molto citati al mondo quest’anno sono 6.216: 3.725 in uno dei 21 campi di ricerca mentre altri 2.491 considerando l&rsquo;insieme di più discipline (<em>cross-fields</em>). Questo è il secondo anno che oltre ai ricercatori dei singoli campi vengono conteggiati anche coloro che hanno un numero alto di citazioni sommando diversi campi.</p>
<p>Per venire ai Paesi, dominano ovviamente sempre gli Stati Uniti, seguiti da Regno Unito, Cina, Germania, mentre l’italia è fuori dai primi dieci, sorpassata anche da Francia e Spagna.</p>
<p>Rispetto agli anni scorsi il balzo più grande l’ha fatto la Cina, che passa da 483 dell’anno scorso a 636 ricercatori (dal 7,9 al 10,2 % del totale). “Naturalmente, man mano che la Cina continentale aumenta la sua quota di ricercatori molto citati, altre nazioni diminuiscono. Dallo scorso anno, il Regno Unito ha perso lo 0,7%, la Germania lo 0,6% e i Paesi Bassi lo 0,5% delle loro quote dei ricercatori molto citati nel mondo. Altre nazioni nei primi 10 aumenti gestiti: Gli Stati Uniti avanzano dello 0,6%, l&rsquo;Australia dello 0,3%, la Svizzera dello 0,3% e il Canada dello 0,2%”, osserva il Report.</p>
<p>I ricercatori <em>Highly Cited</em> che lavorano (prima o seconda affiliazione) in Italia quest’anno sono 88, contro i 91 dell’anno scorso. Come si può osservare nella tabella sotto, la maggior parte sono concentrati nel Nord Italia (almeno le università), con Milano come miglior polo accademico.</p>
<p><a href="#"><img src="https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2019/ecco-chi-ricercatori-piu-citati-2008-2018-esterna-1.png.webp" alt=" " width="650" height="2027" loading="lazy" decoding="async">
</a></p>
<p>Non sono mancate nei mesi scorsi polemiche in Italia sul valore delle citazioni come strumento per catturare l’eccellenza dei ricercatori, polemiche legate soprattutto all&rsquo; uso delle autocitazioni. Successive analisi quantitative hanno però confermato che questa problematica non intacca se non tangenzialmente l&rsquo;appartenenze alla lista dei ricercatori molto citati. Di fatto, per il primo anno, Clarivate Analytics ha compilato la lista considerando anche il peso delle autocitazioni, ed escludendo gli autori i cui lavori molto citati rivelavano un ampio uso di autocitazioni. La quantità di esclusi si è rivelata una frazione estremamente ridotta del totale. Tuttavia il sistema resta un criterio quantitativo che certo non basta, ma costituisce quanto meno una base dati interessante per valutare ricercatori e centri di ricerca nella loro produttività scientifica di qualità.</p>
<p>Una curiosità: fra gli oltre 6.000 ricercatori selezionati non mancano premi Nobel. Per la precisione 23, di cui tre annunciati quest&rsquo;anno: Gregg L. Semenza della Johns Hopkins University (Fisiologia o Medicina), John B. Goodenough della University of Texas at Austin (Chimica), e Esther Duflo del Massachusetts Institute of Technology (Economia). Nell&rsquo;elenco di quest&rsquo;anno sono inclusi anche 57 <em>Citation Laureates</em>; individui riconosciuti dal Web of Science Group, attraverso l&rsquo;analisi delle citazioni, come potenziali destinatari del premio Nobel.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>L'impresa italiana spende poco in ricerca e attrae poco dall'estero</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/limpresa-italiana-spende-poco-ricerca-attrae-poco-dallestero/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/limpresa-italiana-spende-poco-ricerca-attrae-poco-dallestero/</guid><pubDate>Fri, 15 Nov 2019 13:03:00 +0100</pubDate><category>ricerca-scientifica</category><description>Il ministro del MIUR Lorenzo Fioramonti.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2019/limpresa-italiana-spende-poco-ricerca-attrae-poco-dallestero-hero.jpg" type="image/jpeg" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2019/limpresa-italiana-spende-poco-ricerca-attrae-poco-dallestero-hero.jpg" medium="image" type="image/jpeg"/><content:encoded><![CDATA[<p>Lo scorso 23 ottobre il ministro per l&rsquo;università e la ricerca Lorenzo Fioramonti ha presentato alla Camera dei deputati il <a href="https://www.miur.gov.it/web/guest/-/un-patto-per-la-ricerca-dieci-punti-per-rilanciare-l-economia-italianahttps://www.miur.gov.it/web/guest/-/un-patto-per-la-ricerca-dieci-punti-per-rilanciare-l-economia-italiana" rel="noopener">Patto per la ricerca</a> con le seguenti parole: &ldquo;Chiediamo al mondo imprenditoriale di sottoscrivere un Patto per la ricerca, con cui ci impegniamo congiuntamente (istituzioni pubbliche e imprese) a rilanciare gli investimenti in ricerca come volano privilegiato di uno sviluppo davvero sostenibile e improntato al benessere umano, sociale, culturale e ambientale&rdquo;. Seguono &ldquo;Dieci impegni per la ricerca&rdquo; che di fatto ruotano intorno all&rsquo;obiettivo di stimolare l&rsquo;investimento privato su progetti comuni e strategici. Vediamo allora di capire qual è l&rsquo;attuale contributo di privato e pubblico in Italia, anche rispetto agli altri Paesi.</p>
<p>La prima cosa da rimarcare è che l’Italia (pubblico e privato) investe in ricerca una quantità di molto inferiore agli altri paesi simili per popolazione e PIL. Esistono anche altri scostamenti dalla media nei flussi di spesa e finanziamento. In particolare la percentuale di fondi erogata dal privato e i fondi attratti dall’estero. Di seguito una visualizzazione dei dati <a href="https://ec.europa.eu/eurostat/web/science-technology-innovation/data/database?p_p_id=NavTreeportletprod_WAR_NavTreeportletprod_INSTANCE_T2HmWmRllBkW&amp;p_p_lifecycle=0&amp;p_p_state=normal&amp;p_p_mode=view&amp;p_p_col_id=column-2&amp;p_p_col_count=1" rel="noopener">Eurostat</a>.</p>
<p><img src="https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2019/limpresa-italiana-spende-poco-ricerca-attrae-poco-dallestero-body-1.png.webp" srcset="https://www.scienzainrete.it/media/_web/720/articoli/2019/limpresa-italiana-spende-poco-ricerca-attrae-poco-dallestero-body-1.png.webp 720w, https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2019/limpresa-italiana-spende-poco-ricerca-attrae-poco-dallestero-body-1.png.webp 884w" sizes="(max-width: 760px) 100vw, 720px" alt="Figura 1. Fonti di finanziamento della ricerca in Italia (2016, fonte Eurostat)" width="884" height="962" loading="lazy" decoding="async">
</p>
<p class="didascalia">Figura 1. Fonti di finanziamento della ricerca in Italia (2016, fonte Eurostat).</p>

<p>L’agenda di Lisbona afferma che la ricerca dovrebbe essere finanziata per 1/3 con fondi pubblici e per 2/3 con fondi privati.  Come si vede dalla figura 2 in Europa il privato finanzia il 55% del totale del budget investito in ricerca. In Italia per il 52%. In Germania per 65%, avvicinandosi così all’obiettivo fissato dall’agenda di Lisbona.</p>
<p><img src="https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2019/limpresa-italiana-spende-poco-ricerca-attrae-poco-dallestero-body-2.png.webp" srcset="https://www.scienzainrete.it/media/_web/720/articoli/2019/limpresa-italiana-spende-poco-ricerca-attrae-poco-dallestero-body-2.png.webp 720w, https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2019/limpresa-italiana-spende-poco-ricerca-attrae-poco-dallestero-body-2.png.webp 1280w" sizes="(max-width: 760px) 100vw, 720px" alt="Figura 2. Contributo in percentuale sul totale delle varie fonti di finanziamento alla ricerca (2016, fonte Eurostat)" width="1424" height="742" loading="lazy" decoding="async">
</p>
<p class="didascalia">Figura 2. Contributo in percentuale sul totale delle varie fonti di finanziamento alla ricerca (2016, fonte Eurostat).</p>

<p>Nella figura seguente abbiamo cercato di tracciare il flusso di euro erogati dai finanziatori verso gli utilizzatori.</p>
<p><img src="https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2019/limpresa-italiana-spende-poco-ricerca-attrae-poco-dallestero-body-3.png.webp" srcset="https://www.scienzainrete.it/media/_web/720/articoli/2019/limpresa-italiana-spende-poco-ricerca-attrae-poco-dallestero-body-3.png.webp 720w, https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2019/limpresa-italiana-spende-poco-ricerca-attrae-poco-dallestero-body-3.png.webp 1280w" sizes="(max-width: 760px) 100vw, 720px" alt="Figura 3. Flusso in entrata e uscita dei finanziamenti alla ricerca in Italia (anno 2016, fonte Eurostat)" width="1398" height="938" loading="lazy" decoding="async">
</p>
<p class="didascalia">Figura 3. Flusso in entrata e uscita dei finanziamenti alla ricerca in Italia (anno 2016, fonte Eurostat).</p>

<p>Una caratteristica italiana è che gran parte dei fondi erogati dall’impresa ricade sull’impresa stessa (circa il 98%). Nel resto dell’Europa le imprese sono leggermente più propense a erogare fondi verso altri.</p>
<p><img src="https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2019/limpresa-italiana-spende-poco-ricerca-attrae-poco-dallestero-body-4.png.webp" srcset="https://www.scienzainrete.it/media/_web/720/articoli/2019/limpresa-italiana-spende-poco-ricerca-attrae-poco-dallestero-body-4.png.webp 720w, https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2019/limpresa-italiana-spende-poco-ricerca-attrae-poco-dallestero-body-4.png.webp 1128w" sizes="(max-width: 760px) 100vw, 720px" alt="Tabella 1. Imprese come fonte di finanziamento verso se stessa e verso il settore pubblico (anno 2016, fonte Eurostat)" width="1128" height="358" loading="lazy" decoding="async">
</p>
<p class="didascalia">Tabella 1. Imprese come  fonte di finanziamento verso se stessa e verso il settore pubblico (anno 2016, fonte Eurostat).</p>

<p>Di seguito il quadro completo dei finanziamenti per fonte e per utilizzatore.</p>
<p><img src="https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2019/limpresa-italiana-spende-poco-ricerca-attrae-poco-dallestero-body-5.png.webp" srcset="https://www.scienzainrete.it/media/_web/720/articoli/2019/limpresa-italiana-spende-poco-ricerca-attrae-poco-dallestero-body-5.png.webp 720w, https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2019/limpresa-italiana-spende-poco-ricerca-attrae-poco-dallestero-body-5.png.webp 1280w" sizes="(max-width: 760px) 100vw, 720px" alt="Figura 4. Fonti di finanziamento e utlizzatori della spesa in R&amp;S in Italia (anno 2016, fonte Eurostat)" width="1596" height="982" loading="lazy" decoding="async">
</p>
<p class="didascalia">Figura 4. Fonti di finanziamento e utlizzatori della spesa in R&amp;S in Italia (anno 2016, fonte Eurostat).</p>

<p>Nel 2016 l’industria ha speso in R&amp;S 14 miliardi di euro, circa 12 miliardi di tasca propria mentre 1,7 miliardi provenienti da fonti di finanziamento esteri. </p>
<p>Anche questo dato testimonia la scarsa capacità di attrarre i fondi della ricerca. Nella tabella 2, infatti, presentiamo il confronto con alcuni paesi per fonti di finanziamento (in valore assoluto e percentuale sul totale EU28): la ricerca italiana mette l’8% della spesa in ricerca per tutta la UE, ben al di sotto della Germania (che però ha popolazione e PIL molto differenti) ma anche di Francia e Regno Unito che finanziano rispettivamente il 14% e il 13% della spesa in ricerca UE. L’altro dato interessante è relativo alla colonna Estero: lì ci sono i milioni di euro che arrivano da oltre confine. Di tutto quel fiume di denaro il sistema Italia ne intercetta solo il 7%, mentre il Regno Unito addirittura il 20% (in modo da compensare lo scarso impegno del settore pubblico che in valore assoluto non investe molto di più rispetto all’Italia: 10,5 miliardi contro 8 miliardi).</p>
<p><img src="https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2019/limpresa-italiana-spende-poco-ricerca-attrae-poco-dallestero-body-6.png.webp" srcset="https://www.scienzainrete.it/media/_web/720/articoli/2019/limpresa-italiana-spende-poco-ricerca-attrae-poco-dallestero-body-6.png.webp 720w, https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2019/limpresa-italiana-spende-poco-ricerca-attrae-poco-dallestero-body-6.png.webp 1280w" sizes="(max-width: 760px) 100vw, 720px" alt="Tabella 2. Contributo dei vari settori come fonte di finanziamento. Confronto tra peaesi EU (anno 2016, fonte Eurostat)" width="1302" height="632" loading="lazy" decoding="async">
</p>
<p class="didascalia">Tabella 2. Contributo dei vari settori come fonte di finanziamento. Confronto tra peaesi EU (anno 2016, fonte Eurostat).</p>

<p>La scarsa propensione ad attirare investimenti non è quindi una prerogativa del pubblico (spesso si analizzano gli scarsi risultati dell’accademia italiana di attrarre i preziosi ERC): anche il privato in Italia fatica. Le imprese degli altri paesi sono ben più efficaci. Nella tabella 3 si può vedere che, sul totale dei finanziamenti catalogati come “estero” nel bilancio UE, il settore pubblico italiano ne intercetta solo lo 0,50%, poco ma simile allo 0,68% del settore pubblico UK, dove però la sola impresa privata attrae il 13% dei finanziamenti dall’estero.</p>
<p><img src="https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2019/limpresa-italiana-spende-poco-ricerca-attrae-poco-dallestero-body-7.png.webp" srcset="https://www.scienzainrete.it/media/_web/720/articoli/2019/limpresa-italiana-spende-poco-ricerca-attrae-poco-dallestero-body-7.png.webp 720w, https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2019/limpresa-italiana-spende-poco-ricerca-attrae-poco-dallestero-body-7.png.webp 900w" sizes="(max-width: 760px) 100vw, 720px" alt="Tabella 3. Percentuale dei finanziamenti dall’estero verso imprese e servizio pubblico sul totale dei finanziamenti dall’estero. Confronto tra peaesi EU (anno 2016, fonte Eurostat)" width="900" height="276" loading="lazy" decoding="async">
</p>
<p class="didascalia">Tabella 3. Percentuale dei finanziamenti dall’estero verso imprese e servizio pubblico sul totale dei finanziamenti dall’estero. Confronto tra peaesi EU (anno 2016, fonte Eurostat).</p>

<p>Utile quindi il richiamo del ministro Fioramonti a una maggiore integrazione fra pubblico e privato nella ricerca, anche per rafforzare la competitività internazionale del nostro paese, per il momento abbastanza deludente.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Agenzia per la ricerca: le nostre proposte a governo e parlamento</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/agenzia-ricerca-nostre-proposte-governo-parlamento/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/agenzia-ricerca-nostre-proposte-governo-parlamento/</guid><pubDate>Tue, 05 Nov 2019 00:00:00 +0100</pubDate><dc:creator>Gruppo 2003</dc:creator><description>Il governo ha finalmente proposto l’Agenzia nazionale per la ricerca, di cui da molti anni si sente parlare anche grazie all’impegno del Gruppo 2003.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2019/agenzia-ricerca-nostre-proposte-governo-parlamento-hero.jpg" type="image/jpeg" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2019/agenzia-ricerca-nostre-proposte-governo-parlamento-hero.jpg" medium="image" type="image/jpeg"/><content:encoded><![CDATA[<h2 id="gruppo-2003-importante-che-lagenzia-per-la-ricerca-sia-trasparente-e-indipendente-dalla-politica-a-partire-dalla-scelta-dei-suoi-organi-direttivi"><strong>Gruppo 2003: Importante che l’Agenzia per la ricerca sia trasparente e indipendente dalla politica a partire dalla scelta dei suoi organi direttivi</strong></h2><p>Il governo ha finalmente proposto l’Agenzia nazionale per la ricerca, di cui da molti anni si sente parlare anche grazie all’impegno del Gruppo 2003. Per ora le informazioni sulle caratteristiche dell’Agenzia sono contenute nell’articolo 28 della <em>Bozza del disegno di legge di bilancio per il 2020</em>, che verrà discusso alle Camere nei prossimi giorni.</p>
<p>Dalla lettura dell’articolo <strong>si ricava l’impressione di un organo a forte prevalenza politico-ministeriale</strong>, lontano dall’idea di agenzia indipendente, organo tecnico gestito da esperti scelti in modo trasparente, che abbia in carico la gestione di una parte consistente e qualificata di finanziamenti alla ricerca.</p>
<p>Il Gruppo 2003 invita governo e parlamento a modificare l’articolo nelle parti che snaturano le caratteristiche di indipendenza dell’agenzia.</p>
<p>Nel merito, <strong>riteniamo che il punto più critico della proposta sia la modalità del reclutamento degli organi direttivi.</strong> L’articolo di legge, infatti, indica correttamente i candidati come persone di elevata qualificazione scientifica e con esperienza anche gestionale in enti di ricerca, ma lascia la scelta ai ministeri, alla Conferenza dei rettori, al CUN e alla Consulta degli enti di ricerca. Il Gruppo 2003 ritiene questa pratica inadatta e propone l’istituzione di un “Search Committee” costituito da ricercatori ed esperti (anche stranieri) capaci di individuare i candidati migliori in base a meriti scientifici e gestionali in modo del tutto svincolato dalla politica.</p>
<p>D’altra parte, si ritiene che l’agenzia abbia il compito precipuo di erogare i finanziamenti competitivi ai ricercatori meritevoli garantendo trasparenza, certezza e continuità alla comunità scientifica. Questo si potrà fare solo se il governo e il parlamento avranno il coraggio di separare la funzione tecnica della gestione dei bandi (in capo all’agenzia) dalla funzione politica della programmazione della ricerca, che individua i filoni di ricerca e priorità di finanziamento, che resta in capo ai ministeri.</p>
<p>Sempre dalla lettura dell’articolo di legge si evince che a regime l’agenzia avrà una dotazione di 200-300 milioni di euro, di cui peraltro non si conosce l’origine ma che si auspica fortemente siano aggiuntivi al budget della ricerca, e non sottratti ad altre voci. Il Gruppo 2003, pur riconoscendo la delicata situazione di bilancio che il governo si trova ad affrontare, <strong>ritiene tale dotazione del tutto insufficiente a imprimere quella svolta di cui la ricerca italiana ha bisogno</strong>.</p>
<p>Si sottolinea a questo proposito che <strong>l’Agenzia nazionale per la ricerca dovrebbe gestire tutti i finanziamenti erogati su base competitiva a seguito di bandi</strong> oggi sparpagliati sotto diversi ministeri, ciascuno dei quali gestito secondo logiche diverse. Il valore aggiunto di una agenzia di questo genere, infatti, è proprio quello di riportare a unità il finanziamento della ricerca secondo le buone pratiche internazionali.</p>
<p>In conclusione, <strong>il Gruppo 2003 invita governo e parlamento a emendare l’articolo della legge di stabilità dedicato all’Agenzia nazionale per la ricerca</strong> per renderla davvero organo competente, trasparente e indipendente di finanziamento della ricerca scientifica.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Agenzia Nazionale per la Ricerca: cosa c'è, cosa manca</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/agenzia-nazionale-ricerca-cosa-ce-cosa-manca/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/agenzia-nazionale-ricerca-cosa-ce-cosa-manca/</guid><pubDate>Sun, 03 Nov 2019 12:25:00 +0100</pubDate><dc:creator>Luca Carra</dc:creator><category>politica-della-ricerca</category><description>Come anticipato, si avvia a nascere anche in Italia la Agenzia Nazionale per la Ricerca.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2019/agenzia-nazionale-ricerca-cosa-ce-cosa-manca-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2019/agenzia-nazionale-ricerca-cosa-ce-cosa-manca-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>Come <a href="https://www.scienzainrete.it/articoli/cos-agenzia-nazionale-ricerca/">anticipato</a>, si avvia a nascere anche in Italia la Agenzia Nazionale per la Ricerca. Ne parla l&rsquo;articolo 28 della <strong>Bozza del disegno di legge di bilancio per il 2020</strong>, che verrà discusso alle Camere nei prossimi giorni (vedi sotto) e dal MIUR. Ha funzioni di coordinamento e indirizzo della ricerca di università, enti e istituti di ricerca pubblici. Gli obiettivi sono dettati dalla programmazione che resta in mano politica. Come le altre agenzie della ricerca sparse per il mondo, all&rsquo;ANR spetta occuparsi del finanziamento di progetti altamente strategici &ldquo;selezionati secondo criteri e procedure conformi alle migliori pratiche internazionali&rdquo;; fra i suoi compiti anche la misurazione dell&rsquo;impatto dei progetti finanziati e della internazionalizzazione della ricerca, in particolare per massimizzare i risultati nei programmi europei. Tra le sue funzioni, anche il compito di incrementare l&rsquo;efficienza nell&rsquo;erogazione delle risorse, in particolar modo quelle del Fondo Nazionale per l&rsquo;Innovazione (circa 1 miliardo di euro) gestito dalla Cassa Depositi e Prestiti, nonché &ldquo;attrarre finanziamenti provenienti dal settore privato&rdquo;.</p>
<p>Le nomine sono in maggioranza di fonte politica: il direttore è scelto dal Presidente del Consiglio, mentre gli otto membri del Consiglio Direttivo sono scelti dal ministro dell&rsquo;istruzione, università e ricerca (2), dal ministro dello sviluppo economico (2), dal ministro della salute (1), dal ministro per l’innovazione tecnologica e la digitalizzazione (1), dalla Conferenza dei rettori delle università italiane (1), dal Consiglio universitario nazionale (1), dalla Consulta dei presidenti degli enti pubblici di ricerca (1). I candidati sono &ldquo;persone di elevata qualificazione scientifica, con una profonda conoscenza del sistema della ricerca in Italia e all’estero e con pluriennale esperienza in enti o organismi, pubblici o privati, operanti nel settore della ricerca e costituisce requisito preferenziale l’avere esperienza nella gestione di progetti complessi o di infrastrutture strategiche di ricerca&rdquo;.</p>
<p>Lo statuto dell&rsquo;Agenzia dovrebbe venir approvato i primi mesi del prossimo anno, regolando una struttura composta al massimo di 34 persone.</p>
<h2 id="commento">Commento</h2><p>A caldo si possono fare alcune osservazioni, che certamente risuoneranno anche nella discussione in Parlamento.</p>
<p>1. L&rsquo;ANR italiana, contrariamente ad altre agenzie, non gestirà buona parte dei finanziamenti competitivi dello Stato, bensì un proprio budget che si assesterà nel 2022 in 300 milioni di euro. Pare di capire quindi che i singoli ministeri continueranno a gestire i propri bandi (PRIN, FIRB, Ricerca finalizzata, ecc.) come prima. Questa sarebbe un&rsquo;occasione mancata per uniformare sotto un unico ente e secondo modalità trasparenti e indipendenti l&rsquo;intera partita dei bandi di ricerca. Se tutti i ministeri continuano a mantenere i loro progetti, infatti, ANR diventerebbe un ulteriore ente, senza la semplificazione richiesta. E di nuovo diventerebbe vana la richiesta di avere un calendario preciso, annuale, che è una delle richieste della comunità scientifica: in altre parole, sapere quando escono i bandi per evitare le discontinuità che hanno caratterizzato ad esempio i bandi PRIN.</p>
<p>2. L&rsquo;agenzia italiana sembra ispirarsi prevalentemente a quella francese ANR (<a href="https://www.legifrance.gouv.fr/affichTexte.do?cidTexte=LEGITEXT000006054155" rel="noopener">qui</a> il decreto istitutivo dell&rsquo;ANR francese del 2006), quindi con una forte impronta politica nelle nomine, ma con la differenza che l&rsquo;ANR francese si è dotata anche di un Comitato scientifico (<em>comité de pilotage scientifique</em>) composto da scienziati, anche stranieri, estranei alle logiche politiche. Si tratta di un comitato di indirizzo e di controllo che si riunisce almeno tre volte all&rsquo;anno, e che ha il suo peso. Un organismo simile, peraltro, è presente anche nella struttura di governo del Coordinamento dei Research Councils britannici (<a href="https://www.ukri.org/about-us/our-councils/" rel="noopener">https://www.ukri.org/about-us/our-councils/</a>).</p>
<p>3. Il reclutamento del direttore e degli otto membri del Consiglio direttivo non prevede al momento un &ldquo;search committee&rdquo; che operi la selezione secondo le buone pratiche in uso nella comunità scientifica internazionale. Questo è forse il punto più critico della bozza.</p>
<p>Sarà quindi importante seguire il dibattito in Parlamento su questo punto, e intervenire con analisi e proposte per far sì che l&rsquo;Italia non sprechi l&rsquo;occasione di dotarsi di un&rsquo;agenzia all&rsquo;altezza delle sfide poste dalla ricerca internazionale.</p>
<h2 id="bozza-del-disegno-di-legge-di-bilancio-per-il-2020---articolato-dellarticolo-28-e-relativa-relazione-illustrativa"><strong>Bozza del Disegno di legge di bilancio per il 2020 - Articolato dell’articolo 28 e relativa relazione illustrativa</strong>  </h2><p><strong>Art. 28<br>
(Istituzione dell’Agenzia nazionale per la ricerca e altre misure di sostegno alla ricerca e all’istruzione)</strong></p>
<ol>
<li>Al fine di potenziare la ricerca svolta da università, enti e istituti di ricerca pubblici e privati è autorizzata la spesa di 25 milioni di euro per l’anno 2020, 200 milioni di euro per l’anno 2021 e 300 milioni di euro annui a decorrere dall’anno 2022, da iscrivere su apposito fondo dello stato di previsione del Ministero dell’istruzione, dell’università e della ricerca, di cui 0,3 milioni di euro nell’anno 2020 e 4 milioni di euro annui a decorrere dal 2021, per il funzionamento e per il personale dell’agenzia di cui al comma 2.</li>
<li>Per realizzare le finalità di cui al comma 1 è istituita una apposita agenzia, denominata Agenzia Nazionale per la Ricerca (ANR), dotata di autonomia statutaria, organizzativa, tecnico-operativa e gestionale, sottoposta alla vigilanza della Presidenza del Consiglio dei ministri e del Ministero dell’istruzione, dell’università e della ricerca. L’ANR promuove il coordinamento e indirizza le attività di ricerca di università, enti e istituti di ricerca pubblici verso obiettivi di eccellenza, incrementando la sinergia e la cooperazione tra di essi e con il sistema economico-produttivo, pubblico e privato, in relazione agli obiettivi strategici della ricerca e dell’innovazione nonché obiettivi di politica economica del Governo funzionali alla produttività e alla competitività del Paese. L’ANR favorisce altresì l’internazionalizzazione delle attività di ricerca, promuovendo, sostenendo e coordinando la partecipazione italiana a progetti e iniziative europee e internazionali.</li>
<li>L’Agenzia di cui al comma 2, in particolare:<br>
a) al fine della definizione del Programma Nazionale per la Ricerca (PNR) di cui al decreto legislativo 5 giugno 1998, n. 204 verifica l’attuazione delle linee generali di sviluppo della ricerca nazionale e suggerisce gli aggiornamenti al Programma;<br>
b) promuove e finanzia progetti di ricerca da realizzare in Italia ad opera di soggetti pubblici e privati, anche esteri, altamente strategici per lo sviluppo sostenibile e l’inclusione sociale, fortemente integrati, innovativi e capaci di aggregare iniziative promosse in contesti di svantaggio economico-sociale, selezionati secondo criteri e procedure conformi alle migliori pratiche internazionali;<br>
c) valuta l’impatto dell’attività di ricerca, tenendo conto dei risultati dell’attività dell’ANVUR nell’ambito delle competenze previste dal decreto del Presidente della Repubblica 1° febbraio 2010, n. 76, specie al fine di incrementare l’economicità, l’efficacia e l’efficienza del finanziamento pubblico nel settore, ivi incluse le risorse pubbliche del Fondo nazionale per l’innovazione gestito da Cassa Depositi e Prestiti nonché per attrarre finanziamenti provenienti dal settore privato;<br>
d) definisce un piano di semplificazione delle procedure amministrative e contabili relative ai progetti di ricerca per l’adozione delle misure legislative e amministrative di attuazione.</li>
<li>Sono organi dell’Agenzia il direttore, il comitato direttivo, il collegio dei revisori dei conti.</li>
<li>Il direttore è scelto dal Presidente del Consiglio dei ministri. Il comitato direttivo è composto da otto membri scelti: due dal Ministro dell’istruzione, dell’università e della ricerca, uno dal Ministro per lo Sviluppo Economico, uno dal Ministro della Salute, uno dal Ministro per l’innovazione tecnologica e la digitalizzazione, uno dalla Conferenza dei Rettori delle Università Italiane, uno dal Consiglio Universitario Nazionale, uno dalla Consulta dei Presidenti degli enti pubblici di ricerca.</li>
<li>Il direttore e i membri del comitato direttivo sono nominati con decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri e restano in carica per quattro anni. Vengono scelti tra persone di elevata qualificazione scientifica, con una profonda conoscenza del sistema della ricerca in Italia e all’estero e con pluriennale esperienza in enti o organismi, pubblici o privati, operanti nel settore della ricerca e costituisce requisito preferenziale l’avere esperienza nella gestione di progetti complessi o di infrastrutture strategiche di ricerca.</li>
<li>Il direttore è il legale rappresentante dell’Agenzia, la dirige e ne è responsabile e svolge gli altri compiti a lui attribuiti dallo statuto.</li>
<li>Il Collegio dei revisori dei conti è composto da tre membri effettivi e due supplenti, nominati con decreto del Ministro dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca. Un membro effettivo, che assume le funzioni di Presidente, e un membro supplente sono designati dal Ministro dell’economia e delle finanze. Il Collegio dei revisori dei conti svolge le funzioni di controllo amministrativo e contabile di cui all’articolo 20 del decreto legislativo 30 giugno 2011, n. 123. I componenti del Collegio durano in carica tre anni e possono essere rinnovati una sola volta.</li>
<li>Con decreto del Presidente del Consiglio dei ministri, su proposta del Ministro dell’istruzione, dell’università e della ricerca, di concerto con il Ministro dell’economia e delle finanze, da emanarsi entro novanta giorni dalla data di entrata in vigore della presente legge, è approvato lo statuto dell’Agenzia che ne disciplina le attività e le regole di funzionamento. Il decreto di cui al presente comma definisce, altresì, la dotazione organica dell’Agenzia, nel limite massimo di 34 unità complessive di cui tre dirigenti di seconda fascia, nonché i compensi spettanti ai componenti degli organi di amministrazione e controllo. Al personale dell’agenzia si applicano le disposizioni del decreto legislativo 30 marzo 2001, n.165 ed il contratto collettivo del comparto Istruzione e Ricerca.</li>
<li>Con decreto del Presidente del Consiglio dei ministri, su proposta del Ministro dell’istruzione, dell’università e della ricerca, di concerto con il Ministro dell’economia e delle finanze, da emanarsi entro 60 giorni dalla data di entrata in vigore della presente legge, sono definite le procedure di semplificazione alternative in materia amministrativo contabile alternative e le modalità di attuazione del presente comma. L’ANR nella predisposizione del piano di cui al comma 3, lettera d), tiene conto dei risultati conseguiti dalla semplificazione ottenuta dall’applicazione del presente comma.</li>
<li>Per garantire la prosecuzione del finanziamento dei programmi spaziali nazionali, in cooperazione internazionale e nell’ambito dell’Agenzia spaziale europea, assicurando al contempo il coordinamento delle politiche di bilancio in materia, le somme assegnate con il decreto del Presidente del Consiglio dei ministri 11 giugno 2019, adottato ai sensi dell’articolo 1, comma 98, della legge 30 dicembre 2018, n. 145, sono incrementate di 390 milioni di euro per l’anno 2020, 452 milioni di euro per l’anno 2021, 377 milioni di euro per l’anno 2022, 432 milioni di euro per l’anno 2023, e 409 milioni di euro per l’anno 2024.</li>
<li>Le somme di cui al comma 1 sono assegnate con decreto del Presidente del Consiglio del Ministri, su proposta dell’Autorità politica delegata al coordinamento delle politiche spaziali e aerospaziali ai sensi dell’articolo 21 del decreto legislativo 4 giugno 2003, n. 128, sentito il Comitato interministeriale per le politiche relative allo spazio e la ricerca aerospaziale.</li>
<li>L’autorizzazione di spesa di cui all’articolo 1, comma 591, della legge 27 dicembre 2017, n. 205, è incrementata di 30 milioni di euro annui a decorrere dal 2020, da destinare al fondo unico nazionale per la retribuzione di posizione e di risultato dei dirigenti scolastici.</li>
<li>Al fine di prevedere misure volte al potenziamento della qualificazione dei docenti in materia d’inclusione scolastica, per l’anno 2020 l’autorizzazione di spesa di cui all’articolo 1, comma 125, della legge 13 luglio 2015, n. 107 è incrementata di euro 11 milioni.</li>
<li>Per favorire l’innovazione digitale nella didattica, per l’anno 2020 l’autorizzazione di spesa di cui all’articolo 1, comma 62, secondo periodo, della legge 13 luglio 2015, n. 107, è incrementata di euro 2 milioni.</li>
<li>Per promuovere il diritto allo studio universitario, il fondo di cui all’articolo 18, comma 1, lettera a) del decreto legislativo 29 marzo 2012, n. 68, è incrementato per l’anno 2020 di euro 16 milioni.</li>
</ol>
<h3 id="relazione-illustrativa"><strong>Relazione illustrativa</strong></h3><p><strong>Art. 28<br>
(Istituzione dell’Agenzia nazionale per la ricerca e altre misure di sostegno alla ricerca e all’istruzione)</strong></p>
<p><strong>Nel comma 1</strong> Viene istituito un apposito fondo nello stato di previsione del Ministero dell’istruzione, dell’università e della ricerca al fine di potenziare la ricerca svolta da università, enti e istituti di ricerca pubblici e privati. È inoltre autorizzato uno stanziamento di spesa per il personale dell’istituenda Agenzia (di cui al comma 2).</p>
<p><strong>Nei commi 2 e 3</strong> si prevede l’istituzione di una nuova agenzia, denominata Agenzia nazionale per la ricerca, sottoposta alla vigilanza congiunta della Presidenza del Consiglio dei ministri e del Ministero dell’istruzione, dell’università e della ricerca, con la finalità di potenziare l’attività di ricerca nel Paese, incrementando la sinergia, la cooperazione e l’integrazione tra le università e gli enti di ricerca pubblici e privati, in relazione agli obiettivi strategici della ricerca e dell’innovazione nonché agli obiettivi di politica economica del Governo, funzionali alla produttività e alla competitività del Paese.</p>
<p>L’Agenzia verifica l’attuazione delle linee generali di sviluppo della ricerca nazionale e suggerisce gli aggiornamenti al Programma Nazionale per la Ricerca (PNR), promuove e finanzia i progetti di ricerca da realizzare nel territorio dello Stato italiano, altamente strategici per lo sviluppo sostenibile e l’inclusione sociale, fortemente integrati, innovativi e capaci di aggregare iniziative promosse in contesti di svantaggio economico-sociale e valuta l’impatto dell’attività di ricerca e definisce un piano di semplificazione delle procedure amministrative e contabili relative ai progetti di ricerca per l’adozione delle misure legislative e amministrative di attuazione.</p>
<p><strong>Nei commi 4-9</strong> vengono individuati gli organi dell’Agenzia, rappresentati dal direttore, dal comitato direttivo, dal collegio dei revisori dei conti e ne disciplina i criteri di nomina e la loro composizione. Con decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri, su proposta del Ministro dell’istruzione, dell’università e della ricerca, di concerto con il Ministro dell’economia e delle finanze, da emanarsi entro novanta giorni dalla data di entrata in vigore della presente legge, è approvato lo statuto dell’Agenzia che ne disciplina le attività e le regole di funzionamento. Tale decreto disciplina, altresì, la dotazione organica dell’Agenzia, nel limite massimo di 34 unità complessive di cui tre dirigenti di seconda fascia, nonché i compensi spettanti ai componenti degli organi di amministrazione e controllo.</p>
<p>Il <strong>comma 10</strong> prevede che, con decreto del Presidente del Consiglio dei ministri, su proposta del Ministro dell’istruzione, dell’università e della ricerca, di concerto con il Ministro dell’economia e delle finanze, sono definite le procedure di semplificazione alternative in materia amministrativo contabile e le relative modalità di attuazione.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>I ricercatori italiani più citati: chi sono, dove sono</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/ricercatori-italiani-piu-citati-chi-dove/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/ricercatori-italiani-piu-citati-chi-dove/</guid><pubDate>Thu, 31 Oct 2019 00:38:00 +0100</pubDate><dc:creator>Sergio Cima</dc:creator><category>dati</category><description>Le classifiche lasciano il tempo che trovano (La classifica è vera gloria? e Autocitazioni: gli italiani esagerano?) ma probabilmente offrono un quadro.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2019/ricercatori-italiani-piu-citati-chi-dove-hero.jpeg" type="image/jpeg" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2019/ricercatori-italiani-piu-citati-chi-dove-hero.jpeg" medium="image" type="image/jpeg"/><content:encoded><![CDATA[<p>Le classifiche lasciano il tempo che trovano (<a href="https://www.scienzainrete.it/articolo/classifica-%c3%a8-vera-gloria/sergio-cima/2019-10-09">La classifica è vera gloria?</a> e <a href="https://www.scienzainrete.it/articolo/autocitazioni-gli-italiani-esagerano/sergio-cima/2019-09-24">Autocitazioni: gli italiani esagerano?</a>) ma probabilmente offrono un quadro attendibile della ricerca di qualità: effettivamente i ricercatori migliori emergono (<a href="https://www.scienzainrete.it/articolo/ricerca-italia-non-piangiamoci-addosso/pietro-d%e2%80%99antuono-michele-ciavarella/2019-10-19">Ricerca in Italia: non piangiamoci addosso</a>). Abbiamo quindi analizzato il data base rilasciato da John Ioannidis e colleghi che raccoglie i 100.000 ricercatori selezionati tra oltre 6 milioni e ordinati secondo un indice composito calcolato in base a varie dimensioni: numero di citazioni, h-index, hm-index, numero di citazioni con singolo autore, come primo o come ultimo autore. Abbiamo preso in considerazione l&rsquo;elenco costruito in base al numero di citazioni ottenute nel solo 2017 (escluse le autocitazioni) da tutti i lavori pubblicati dal 1960 al 2017. Sono stati corretti alcuni errori di affiliazione dei ricercatori e sono stati disaggregati i dati del CNR attribuendo il ricercatore al singolo istituto.<br>
Nei grafici qui sotto si possono vedere i dati aggregati per città e per istituzione ( i dati però non sono normalizzati per fondi e personale addetto alla ricerca). E&rsquo; possibile filtrare per disciplina in modo da confrontare ambiti omogenei tra loro: non è corretto intepretare l&rsquo;elenco come una classifica generale, i confronti sono possibili solo per ricercatori dello stesso ambito di ricerca.  Tra le università maggiori Padova, Bologna e Milano svettano su tutte le altre. A seguire il CNR (104 ricercatori, 15 nel solo Istituto di Fisiologia Clinica-IFC). Oltre ai dati aggregati in tabella si trovano anche tutti i nomi dei 2.370 ricercatori inclusi nei 100.000 emersi dallo studio di Ioannidis. I ricercatori sono ordinati in base all&rsquo;indice composito elaborato da Ioannidis et al.:non è possibile interpretare l&rsquo;elenco come classifica generale ma solo confrontare tra loro i ricercatori attivi nella stessa disciplina (usa il filtro &ldquo;Disciplina&rdquo;).</p>
<p><a href="#"><img src="https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2019/ricercatori-italiani-piu-citati-chi-dove-esterna-1.png.webp" alt=" " width="700" height="3427" loading="lazy" decoding="async">
</a></p>
]]></content:encoded></item><item><title>Che cos’è un’Agenzia nazionale per la ricerca?</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/cos-agenzia-nazionale-ricerca/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/cos-agenzia-nazionale-ricerca/</guid><pubDate>Wed, 23 Oct 2019 00:39:00 +0100</pubDate><dc:creator>Luca Carra</dc:creator><category>politica-della-ricerca</category><description>L&amp;amp;rsquo;Agenzia nazionale della ricerca finalmente si farà, anche se non si conoscono ancora i dettagli. Cerchiamo allora di capire che cosa è una agenzia di questo tipo considerando le agenzie che esistono nei prinicipali Paesi, come Stati Uniti, Regno Unito, Francia, Germania, Spagna, Svizzera. Nell&amp;amp;rsquo;immagine la sede storica dei National Institutes of Health.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2019/cos-agenzia-nazionale-ricerca-hero.jpg" type="image/jpeg" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2019/cos-agenzia-nazionale-ricerca-hero.jpg" medium="image" type="image/jpeg"/><content:encoded><![CDATA[<p>Tema: Che cos’è un&rsquo;Agenzia nazionale per la ricerca? Svolgimento: un’Agenzia nazionale per la ricerca è un organismo di finanziamento e coordinamento nazionale e internazionale della ricerca, indipendente rispetto ai ministeri di riferimento. Se ci guardiamo intorno, quasi ogni Paese ne ha almeno una. Tranne l’Italia, che però ora ha deciso di istituirla. Questa è indubbiamente una buona, un’ottima notizia. E lasciateci, almeno per un momento, compiacerci che anche nel nostro Paese si insedierà una struttura tecnica per l’ordinata gestione dei finanziamenti alla ricerca secondo le direttive del governo.</p>
<h2 id="stati-uniti">Stati Uniti</h2><p>I modelli, per questo ambizioso progetto, non mancano. Gli Stati Uniti sono stati fra i primi a istituire non una ma due agenzie per la ricerca. La National Science Foundation (<a href="https://www.nsf.gov/" rel="noopener">NSF</a>) così si autodefinisce:</p>
<blockquote>
<p>un&rsquo;agenzia federale indipendente creata dal Congresso nel 1950 per promuovere il progresso della scienza; per promuovere la salute, la prosperità e il benessere nazionale; per garantire la difesa nazionale&hellip;</p></blockquote>
<p>Con un budget annuale di 8,1 miliardi di dollari (2019), finanzia il 24% di tutta la ricerca di base a livello federale condotta dai college e dalle università americane in campi come la matematica, l&rsquo;informatica e le scienze sociali.</p>
<p>Sempre negli USA, si occupano invece del finanziamento della ricerca biomedica i National Institutes of Health (<a href="http://www.nih.gov" rel="noopener">NIH</a>). Gli istituti sono 27, ma coordinati da un organismo centrale, diretto attualmente dallo scienziato che ha completato il sequenziamento del genoma umano, <a href="https://en.wikipedia.org/wiki/Francis_Collins" rel="noopener">Francis Collins</a>. Per usare le loro parole:</p>
<blockquote>
<p>NIH è il più grande finanziatore pubblico della ricerca biomedica nel mondo, investendo più di 30 miliardi di dollari dei contribuenti per adempiere alla sua missione di migliorare la salute, allungare la vita e ridurre malattie e disabilità. Nel far questo, NIH promuove prevenzione e terapie, contribuisce alla società stimolando la crescita economica e la produttività e amplia la base di conoscenze biomediche finanziando la ricerca all&rsquo;avanguardia e coltivando la forza lavoro biomedica di oggi e di domani</p></blockquote>
<h2 id="regno-unito">Regno Unito</h2><p>Nel Regno Unito l’Agenzia per la ricerca si chiama UK Research and Innovation (<a href="https://www.ukri.org/" rel="noopener">UKRI</a>), un nuovo organismo che governa i <a href="https://www.ukri.org/about-us/our-councils/" rel="noopener">sette Research Council e gli altri due organismi, Innovate UK e Research England</a>. UKRI è a tutti gli effetti il motore della ricerca britannica, che finanzia con circa 7 miliardi di sterline all’anno in connessione con università, istituti di ricerca, imprese, no-profit e governi &ldquo;per creare il miglior ambiente possibile per lo sviluppo della ricerca e dell&rsquo;innovazione&rdquo;.</p>
<p>Non si tratta di un ministero, ma di un’agenzia governata da manager della ricerca e un <a href="https://www.ukri.org/about-us/governance-and-structure/uk-research-and-innovation-board/board-members/" rel="noopener">board di ricercatori di altissimo livello</a>.</p>
<h2 id="germania">Germania</h2><p>La Deutsche Forschungsgemeinschaft (<a href="https://www.dfg.de/" rel="noopener">DFG</a>) è la principale Agenzia di finanziamento della ricerca tedesca, che sostiene con un budget autonomo (<a href="https://science.sciencemag.org/content/364/6440/519" rel="noopener">crescente</a>) di 3,4 miliardi di euro (2018) attraverso borse di studio, premi e finanziamento di infrastrutture. L&rsquo;organizzazione autonoma ha sede a Bonn ed è finanziata dai Land e dal governo federale. Dal 2017 l&rsquo;organizzazione coordina circa 100 università di ricerca e altri istituti di ricerca. Il <a href="http://www.dfg.de/en/dfg_profile/annual_report/index.html" rel="noopener">report delle attività del 2018</a> è focalizzato soprattutto sui finanziamenti alle eccellenze della ricerca, che la Germania vuole rafforzare per meglio competere a livello internazionale.</p>
<h2 id="francia">Francia</h2><p>L’Agence Nationale de la Recherche (<a href="https://anr.fr/" rel="noopener">ANR</a>) è stata istituita nel 2005 sia per finanziare ricerca e innovazione attraverso bandi e progetti, sia per migliorare “il posizionamento della ricerca francese a livello europeo e globale”. E’ di nuovo un ente tecnico separato dalla politica, di cui attua la programmazione che resta in capo al ministero. A titolo di esempio, il <a href="https://anr.fr/fileadmin/documents/2019/Plan-d-action-ANR-2020.pdf" rel="noopener">Piano di azione 2020</a></p>
<blockquote>
<p>integra le priorità strategiche definite dallo Stato e l&rsquo;attuazione dei piani governativi, che sono: intelligenza artificiale, scienze umane e sociali, tecnologie quantistiche, resistenza antimicrobica, autismo nell&rsquo;ambito dei disturbi dello sviluppo neurologico e ricerca traslazionale sulle malattie rare</p></blockquote>
<p>Come le altre agenzia, l’ANR ha anche il compito di analizzare l’offerta di ricerca e misurare l’impatto dei progetti finanziati sulla produzione scientifica nazionale. Il budget per il 2018 ha sfiorato gli 800 milioni di euro dopo alcuni anni di <a href="https://www.senat.fr/rap/a17-109-5/a17-109-54.html" rel="noopener">vistosa flessione</a>.</p>
<h2 id="svizzera">Svizzera</h2><p>Il Fondo nazionale svizzero (<a href="http://www.snf.ch/it/Pagine/default.aspx" rel="noopener">SFN</a>) è la più importante agenzia di finanziamento della ricerca del Paese. Creato nel 1952, è un ente di diritto privato con il compito di valutare e finanziare con strumenti competitivi la ricerca in tutti i settori, sia in patria che all’estero. Il budget del 2018 è stato di 1138 milioni di franchi (circa 1 miliardo di euro). Compiti prevalenti, la promozione dell’eccellenza scientifica, i rapporti internazionali e la valutazione dei risultati scientifici sia dei progetti finanziati dal Fondo sia dei principali programmi di ricerca svizzeri.</p>
<h2 id="spagna">Spagna</h2><p>Ultima a unirsi al club delle agenzie è la Spagna, che nel 2015 ha creato la Agenzia Estatal de Investigacion (<a href="http://www.ciencia.gob.es/portal/site/MICINN/aei" rel="noopener">AEI</a>)), entrata in funzione nel 2016 e dotata di un portafoglio nel novembre 2017. Lo scopo di questa “agenzia di finanziamento” è</p>
<blockquote>
<p>semplificare la gestione dei fondi disponibili, ridurre gli oneri amministrativi e semplificare e standardizzare le procedure, e monitorare i finanziamenti alla ricerca.</p></blockquote>
<p>In questo caso si tratta di una struttura autonoma ricavata all’interno del Ministero dell’università e della ricerca, che ha come presidente il Segretario generale di Stato per la ricerca, lo sviluppo e l’innovazione, nominato dal re su indicazione del ministro della ricerca, mentre il direttore generale viene nominato dal ministro dell’economia. Il bilancio per il 2018 è di 640 milioni di euro sul <a href="https://www.sepg.pap.hacienda.gob.es/Presup/PGE2018Prorroga/MaestroDocumentos/PGE-ROM/doc/1/1/27/2/1/N_18P_E_R_31_128_1_1_1_1463B_2.PDF" rel="noopener">budget totale</a> per il “Fomento y coordinación de la investigación científica y técnica” di 2 miliardi e 980 milioni di euro.</p>
<h2 id="e-in-italia">E in Italia?</h2><p>Torniamo quindi all’italia e all’ultimo annuncio della istituzione della Agenzia da parte del premier Giuseppe Conte lo scorso 15 ottobre. Per riprendere le testuali parole di Conte:</p>
<blockquote>
<p>In manovra di bilancio verrà inserita la Agenzia Nazionale per la ricerca. Avrà una funzione importantissima, di coordinare tutte le attività di ricerca e innovazione in Italia, quindi dei poli universitari, dei centri pubblici di ricerca e degli enti privati di ricerca. Attraverso l’Agenzia noi potenzieremo il sistema della ricerca, ma non tanto e solo in termini di qualche finanziamento ulteriore che porteremo a beneficio del mondo della ricerca, quanto in termini di strumento per fare rete, per fare sistema.</p></blockquote>
<p>Parole che lasciano aperte varie interpretazioni. Il <a href="https://www.gruppo2003.org/" rel="noopener">Gruppo 2003 per la ricerca</a>, che dell’Agenzia è il padrino ideale, ha sempre insistito su una cosa: non inventarsi cose diverse da tutte le agenzie della ricerca esistenti. Vale a dire che siano agenzie di finanziamento con un budget autonomo, indipendenti dalla politica, gestita da manager della ricerca e consiglieri scientifici e possibilmente trasversale ai vari ministeri che erogano fondi per la ricerca. Come <a href="https://www.youtube.com/watch?v=EDxgHawpbus&amp;feature=youtu.be" rel="noopener">ha spiegato Silvio Garattini</a> nel convegno del Gruppo 2003 nel 2016, idealmente tutte le risorse per il finanziamento competitivo della ricerca dovrebbero confluire in tale agenzia, che dovrebbe essere divisa per dipartimenti (non disciplinari ma tematici) e tradurre in bandi e allocazioni mirate le linee guida programmatiche elaborate dalla politica. A queste funzioni dovrebbero aggiungersi, come per le agenzie prima viste, i rapporti internazionali e il monitoraggio dei risultati. “Sembra un’utopia, lo so. Ma le utopie vanno perseguite” concludeva allora Garattini.</p>
<blockquote>
<p>È diventato fondamentale per la ricerca italiana poter contare su una struttura agile, autonoma ed efficiente che dia ossigeno ai ricercatori con continuità e tempi certi, secondo logiche trasparenti. Noi ricercatori siamo spesso troppo timidi, ma in realtà non chiediamo cose impossibili. Chiediamo solo di essere un paese normale.</p></blockquote>
]]></content:encoded></item><item><title>In Europa si può fare di più</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/europa-si-puo-fare-piu/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/europa-si-puo-fare-piu/</guid><pubDate>Thu, 17 Oct 2019 10:50:00 +0100</pubDate><category>dati</category><description>La Relazione sulla ricerca pubblicato dal CNR il 15 ottobre 2019 contiene un&amp;amp;rsquo;analisi dettagliata delle prestazioni del sitema italiano in relazione agli obiettivi fissati dai programmi di finanziamento europeo alla ricerca. Perché portiamo a casa meno degli altri paesi? Perché soffriamo la competizione nell&amp;amp;rsquo;eccellenza? Perché invece il CNR è forte in Europa? L&amp;amp;rsquo;Italia arranca ma avanza e Brexit ci può aiutare ma non basta: bisogna attuare le misure necessarie se non si vuole perdere il treno del prossimo programma quadro in partenza nel 2021.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2019/europa-si-puo-fare-piu-hero.jpg" type="image/jpeg" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2019/europa-si-puo-fare-piu-hero.jpg" medium="image" type="image/jpeg"/><content:encoded><![CDATA[<p>I programmi europei che si sono succeduti dal 2004 a oggi sono stati per l’Italia -oltre che un benefico flusso di euro- un’occasione per creare connessioni e dotarsi di infrastrutture più efficienti. L&rsquo;Italia è cresciuta sia in termini di partecipazione sia di quantità di finanziamenti ma resta fanalino di coda rispetto agli altri grandi paesi dell&rsquo;Unione. Il <a href="https://www.scienzainrete.it/articolo/%e2%80%99unica-voce-sulla-ricerca-cambiamo-rotta/luca-carra/2019-10-15">report presentato dal CNR</a> fa emergere tutti i pregi e difetti del nostro sistema ricerca e tenta di individuare gli ostacoli maggiori al suo pieno sviluppo.</p>
<p>Il segnale di debolezza più allarmante: l’Italia presenta molti più progetti rispetto a quanti riesca a conquistarne. Ogni 100 tentativi di partecipazione se ne realizzano 12. Meglio fa la Spagna (quasi 14%), molto meglio Francia e Gran Bretagna. Il tasso di successo è considerato lo specchio della salute del sistema: i progetti vincono se convincono per qualità della ricerca, risorse a disposizione, tradizione e network. </p>
<p><img src="https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2019/europa-si-puo-fare-piu-body-1.png.webp" srcset="https://www.scienzainrete.it/media/_web/720/articoli/2019/europa-si-puo-fare-piu-body-1.png.webp 720w, https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2019/europa-si-puo-fare-piu-body-1.png.webp 1152w" sizes="(max-width: 760px) 100vw, 720px" alt="partecipazioni e contributo finanziario" width="1152" height="704" loading="lazy" decoding="async">
</p>
<p>Una delle ragioni di questo svantaggio può essere individuata nella dimensione del nostro sistema: l’Italia ha meno ricercatori e spende meno in R&amp;S rispetto ad altri paesi. Infatti normalizzando i dati secondo questi parametri, come fatto da ANVUR nel rapporto biennale del 2018, l’Italia scala qualche posizione ma resta dietro a Spagna e Olanda (tabella II.6.2.3.6). </p>
<p><img src="https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2019/europa-si-puo-fare-piu-body-2.png.webp" srcset="https://www.scienzainrete.it/media/_web/720/articoli/2019/europa-si-puo-fare-piu-body-2.png.webp 720w, https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2019/europa-si-puo-fare-piu-body-2.png.webp 1280w" sizes="(max-width: 760px) 100vw, 720px" alt="Screenshot 2019-10-16 at 11.19.47.png" width="1994" height="702" loading="lazy" decoding="async">
</p>
<p>Se poi si analizzano nel dettaglio i vari programmi si scopre che parte di questo distacco è causato dalla scarsa propensione ad attrarre la ricerca di eccellenza (i programmi ERC e i Marie-Sklodowska-Curie Actions). Infatti oltre al basso numero di progetti vinti (si veda <a href="https://www.scienzainrete.it/articolo/erc-starting-grant-2019-bene-italiani-male-italia/sergio-cima/2019-09-17">ERC starting grant 2019: bene italiani, male Italia</a>), in questo ambito le istituzioni italiane presentano un tasso di successo del 7% (le altre nazioni stanno al 13%, ANVUR 2018). Ciò determina un doppio danno: spreco delle risorse impiegate per presentare progetti che hanno bassa probabilità di accedere ai fondi; perdita di una parte cospicua del budget a cui l&rsquo;Italia pure contribuisce.</p>
<p>Un altro fattore che abbassa la performance complessiva dell’Italia è la debolezza della ricerca al Sud. In valore assoluto nel Nord (più popoloso e con più strutture di ricerca) si concentra la maggior parte dei progetti presentati e vinti, ma anche normalizzando i dati per il numero di ricercatori si nota che le regioni del Sud Italia faticano di più ad accedere ai finanziamenti europei (figura 1.2).</p>
<p><img src="https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2019/europa-si-puo-fare-piu-body-3.png.webp" srcset="https://www.scienzainrete.it/media/_web/720/articoli/2019/europa-si-puo-fare-piu-body-3.png.webp 720w, https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2019/europa-si-puo-fare-piu-body-3.png.webp 926w" sizes="(max-width: 760px) 100vw, 720px" alt="propensione" width="926" height="698" loading="lazy" decoding="async">
</p>
<p>Il rapporto del CNR, individua tra le possibili cause di questa disparità la scarsa capacità delle istituzioni (pubbliche o private) del Sud di connettersi alla rete della ricerca europea. I programmi quadro hanno sempre privilegiato chi riesce a stare al centro dei network collaborativi. Negli anni qeusta tendenza si è rafforzata, penalizzando chi non è riuscito fin da subito a stringere alleanze.</p>
<p>Un esempio virtuoso, per capacità di attrarre finanziamenti e di inserirsi nella rete di ricerca europea, è proprio il Consiglio nazionale delle ricerca, come emerge dalla accurata social network analysis esposta nel report. </p>
<p><img src="https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2019/europa-si-puo-fare-piu-body-4.png.webp" srcset="https://www.scienzainrete.it/media/_web/720/articoli/2019/europa-si-puo-fare-piu-body-4.png.webp 720w, https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2019/europa-si-puo-fare-piu-body-4.png.webp 954w" sizes="(max-width: 760px) 100vw, 720px" alt="network CNR" width="954" height="614" loading="lazy" decoding="async">
</p>
<p>Il CNR ha ottimi valori di centralità (importanza) nella rete delle collaborazioni. Un successo spiegato con “la particolare focalizzazione della ricerca svolta nel CNR su temi centrali nella programmazione europea, e la sua strutturale vocazione alla ricerca a carattere interdisciplinare problem-driven”.</p>
<p>Caratteristiche che anche gli altri protagonisti della ricerca dovrebbero fare proprie per consentire finalmente all’Italia di aumentare il proprio ritorno di investimento nell’impresa europea. Come è noto, al momento (Tabella II.6.2.3.4)  l’Italia è terza per contribuiti all&rsquo;UE ma è sesta per quantità di finanziamenti ricevuti.</p>
<p><img src="https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2019/europa-si-puo-fare-piu-body-5.png.webp" srcset="https://www.scienzainrete.it/media/_web/720/articoli/2019/europa-si-puo-fare-piu-body-5.png.webp 720w, https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2019/europa-si-puo-fare-piu-body-5.png.webp 1280w" sizes="(max-width: 760px) 100vw, 720px" alt="ritorno di investimento" width="1954" height="530" loading="lazy" decoding="async">
</p>
<p>L&rsquo;Italia da FP6 a H200 è riuscita ad aumentare il numero di partecipazioni e ottenere più finanziamenti. Quindi avanza, ma lentamente. Mentre potrebbe persino approfittare della Brexit per essere protagonista in Europa se attuasse le misure che il mondo della ricerca invoca da anni. Quali? Dal report ne emergono tre, molto semplici: </p>
<ul>
<li>aumentare gli investimenti in R&amp;S, più risorse economiche ma anche più risorse umane;</li>
<li>adottare misure per la stimolare la mobilità internazionale;</li>
<li>dotare il sistema di strumenti specifici per aiutare i giovani ricercatori che concorrono agli ERC.</li>
</ul>
<p>Possibilmente entro il 2021, quando partirà il prossimo programma quadro.</p>
<h2 id="bibliografia-cnrrelazione-sulla-ricerca-e-linnovazione-in-italia-roma-2019-anvur-rapporto-biennale-sullo-stato-del-sistema-universitario-e-della-ricerca-roma-2018" class="titolo-minore"><strong>Bibliografia</strong> CNR. Relazione sulla Ricerca e l’innovazione in italia. Roma, 2019. ANVUR. Rapporto biennale sullo stato del sistema universitario e della ricerca. Roma, 2018.</h2>]]></content:encoded></item><item><title>Ricercatori, cercasi elisir di giovinezza</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/ricercatori-cercasi-elisir-giovinezza/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/ricercatori-cercasi-elisir-giovinezza/</guid><pubDate>Thu, 17 Oct 2019 10:08:00 +0100</pubDate><dc:creator>Silvia Bandelloni</dc:creator><category>politica-della-ricerca</category><description>I ricercatori più anziani sono meno produttivi di quelli più giovani? E in base all&amp;amp;rsquo;età, qual è la distribuzione ideale degli studiosi all&amp;amp;rsquo;interno del sistema ricerca? Queste sono alcune delle domande che si sono posti gli autori della Relazione sulla ricerca e l&amp;amp;rsquo;innovazione in Italia del CNR, presentata martedì 15 ottobre a Roma, alla presenza del Presidente del Consiglio dei Ministri Giuseppe Conte e del presidente del Consiglio Nazionale delle Ricerche Massimo Inguscio. Di seguito si riporta la sintesi di uno dei capitoli della relazione, che affronta il tema inerente alla struttura demografica dei ricercatori italiani e al processo di ricambio generazionale.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2019/ricercatori-cercasi-elisir-giovinezza-hero.jpeg" type="image/jpeg" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2019/ricercatori-cercasi-elisir-giovinezza-hero.jpeg" medium="image" type="image/jpeg"/><content:encoded><![CDATA[<p>In Italia si investe poco in ricerca, i ricercatori sono relativamente pochi (140mila tempo pieno equivalenti, anche la metà che in altri paesi di popolazione raffrontabile alla nostra), sono meno pagati e in media più vecchi. Che conseguenze ha la struttura demografica dei nostri ricercatori sulla qualità della ricerca, e quali sono le prospettive future? Il tema è stato affrontato in una sezione della seconda <em>Relazione sulla ricerca e l&rsquo;innovazione in Italia</em> a cura del CNR, presentata martedì 15 ottobre a Roma, alla presenza del Presidente del Consiglio dei Ministri Giuseppe Conte e del presidente del Consiglio Nazionale delle Ricerche Massimo Inguscio.</p>
<h2 id="giovani-e-meno-giovani-serve-il-giusto-mix">Giovani e meno giovani, serve il giusto mix</h2><p>Non pochi studi, dedicati alla distribuzione per età della popolazione dei ricercatori, si sono susseguiti dal 1991 a oggi, ognuno adottando un metodo di valutazione diverso.</p>
<p>Nel 2010, sulla base di uno di questi studi, si cominciò a concepire la ricerca non più come un&rsquo;attività individuale ma collettiva: lavorare in gruppo, con persone di diverse età, facilita lo sviluppo di nuove idee, nuove tecniche e nuovi approcci di ricerca. La qualità della ricerca, infatti, dipende anche dall&rsquo;equilibrio tra esperienza, relazioni sociali e capacità gestionale, che spesso caratterizza i ricercatori più anziani, e originalità e innovatività, tipica dei più giovani.</p>
<p>L&rsquo;importanza dell&rsquo;integrazione nei gruppi di ricerca è dettata, quindi, dalla necessità di creare rapporti fiduciari tra i ricercatori alle prime esperienze e quelli più esperti, che consente ai primi di rimpiazzare i secondi nel corso del tempo. L’assenza di un ricambio generazionale comporta una carenza di questo capitale umano altamente qualificato, rischiando così di ingessare il sistema della ricerca.</p>
<p>Al fine di capire quali possano essere gli strumenti per ottenere e mantenere una ricerca altamente qualificata in Italia, la Relazione ha esposto una analisi dettagliata della struttura demografica dei ricercatori italiani, che si basa sul numero assoluto degli studiosi impiegati in ogni settore della ricerca in un lasso di tempo che va dal 2005 al 2016.</p>
<h2 id="personale-addetto-alla-ricerca--sviluppo">Personale addetto alla Ricerca &amp; Sviluppo</h2><p>L’Italia ha un numero di ricercatori inferiore a quello di molti altri paesi e si caratterizza per una debolezza ormai consolidata di risorse investite. La Figura 1 mostra come la quota del numero di ricercatori in rapporto alle forze lavoro sia costantemente cresciuta nell&rsquo;ultimo decennio, rimanendo però al di sotto della quota degli altri paesi.</p>
<p><img src="https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2019/ricercatori-cercasi-elisir-giovinezza-body-1.png.webp" srcset="https://www.scienzainrete.it/media/_web/720/articoli/2019/ricercatori-cercasi-elisir-giovinezza-body-1.png.webp 720w, https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2019/ricercatori-cercasi-elisir-giovinezza-body-1.png.webp 1280w" sizes="(max-width: 760px) 100vw, 720px" alt="Figura 1: Personale addetto alla Ricerca &amp; Sviluppo in unità ETP (addetti Equivalenti a Tempo Pieno) per settore istituzionale in Italia dal 2005 al 2016" width="1288" height="806" loading="lazy" decoding="async">
</p>
<p class="didascalia"><em><strong>Figura 1:</strong></em> <em>Personale addetto alla Ricerca &amp; Sviluppo in unità ETP (addetti Equivalenti a Tempo Pieno) per settore istituzionale in Italia dal 2005 al 2016.</em></p>

<p>Per valutare se e come la debolezza in termini di risorse finanziarie sia collegata alla struttura per età dei ricercatori, sarebbe opportuno un confronto internazionale. Tuttavia, è stato possibile tracciare soltanto un quadro tendenziale, a causa della limitata disponibilità di dati per un simile confronto.</p>
<p>Per una descrizione più dettagliata, sono state confrontate le età medie dei ricercatori di università e istituzioni pubbliche disponibili nel database Eurostat per Italia, Spagna, Austria e Norvegia. La Figura 2, conferma l&rsquo;Italia come paese con età media più elevata per l&rsquo;università e, con la Norvegia, per le istituzioni pubbliche.</p>
<p><img src="https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2019/ricercatori-cercasi-elisir-giovinezza-body-2.png.webp" srcset="https://www.scienzainrete.it/media/_web/720/articoli/2019/ricercatori-cercasi-elisir-giovinezza-body-2.png.webp 720w, https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2019/ricercatori-cercasi-elisir-giovinezza-body-2.png.webp 1280w" sizes="(max-width: 760px) 100vw, 720px" alt="Figura 2: Età media dei ricercatori nelle Università e nelle Istituzioni pubbliche, confronto tra paesi europei tra il 2005 e il 2016" width="1316" height="848" loading="lazy" decoding="async">
</p>
<p class="didascalia"><em><strong>Figura 2:</strong></em> <em>Età media dei ricercatori nelle Università e nelle Istituzioni pubbliche, confronto tra paesi europei tra il 2005 e il 2016.</em></p>

<h2 id="levoluzione-della-struttura-per-età-dei-ricercatori-negli-anni-duemila">L&rsquo;evoluzione della struttura per età dei ricercatori negli anni Duemila</h2><p>Nel corso degli anni Duemila, l&rsquo;età media della popolazione italiana è cresciuta di quasi due anni, passando dai quarantacinque anni del 2005 ai quarantasette del 2016, mentre l&rsquo;età media degli occupati è aumentata di oltre tre anni, dai quasi quarantadue ai quarantacinque. L&rsquo;invecchiamento più accelerato da parte degli occupati può essere ricondotto a due principali fattori: da un lato, la posizione dei giovani nel mercato del lavoro si è indebolita con la crisi economica; d&rsquo;altro canto, l&rsquo;entrata in vigore della riforma Fornero nel 2012 ha spostato in avanti l&rsquo;età pensionabile.</p>
<p>Per quanto riguarda l&rsquo;età media dei ricercatori italiani, i valori si attestano tra i quarantacinque e i quarantasei anni, presentando un lieve calo rispetto ai dati del 2005. Nel settore Università, invece, l&rsquo;età media del personale che si dedica alla ricerca è nettamente più elevata (oltre quarantotto anni nel 2016).</p>
<p>Ancora diversa risulta l&rsquo;età media dei ricercatori nelle imprese, che cresce parallelamente a quella degli occupati, passando da poco più di quarant&rsquo;anni nel 2005 a oltre quarantatré anni nel 2016. Nel settore privato, rispetto a quanto accade in quello pubblico, il trend appare infatti più influenzato dall&rsquo;andamento del mercato occupazionale. È probabilmente questa la ragione di un così rapido invecchiamento nelle imprese in un&rsquo;ottica decennale, che è invece assente nell&rsquo;Università e nelle istituzioni pubbliche, in cui i pensionamenti e (in parte) le assunzioni sono soggetti ai meccanismi di programmazione della ricerca.</p>
<p>Nei tre grafici della Figura 3, è riportata l&rsquo;evoluzione della struttura demografica dei ricercatori per classe di età nei tre principali settori della ricerca tra il 2005 e il 2016.</p>
<p><img src="https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2019/ricercatori-cercasi-elisir-giovinezza-body-3.png.webp" srcset="https://www.scienzainrete.it/media/_web/720/articoli/2019/ricercatori-cercasi-elisir-giovinezza-body-3.png.webp 720w, https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2019/ricercatori-cercasi-elisir-giovinezza-body-3.png.webp 1050w" sizes="(max-width: 760px) 100vw, 720px" alt="" width="1050" height="626" loading="lazy" decoding="async">
</p>
<p><img src="https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2019/ricercatori-cercasi-elisir-giovinezza-body-4.png.webp" srcset="https://www.scienzainrete.it/media/_web/720/articoli/2019/ricercatori-cercasi-elisir-giovinezza-body-4.png.webp 720w, https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2019/ricercatori-cercasi-elisir-giovinezza-body-4.png.webp 1042w" sizes="(max-width: 760px) 100vw, 720px" alt="" width="1042" height="630" loading="lazy" decoding="async">
</p>
<p><img src="https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2019/ricercatori-cercasi-elisir-giovinezza-body-5.png.webp" srcset="https://www.scienzainrete.it/media/_web/720/articoli/2019/ricercatori-cercasi-elisir-giovinezza-body-5.png.webp 720w, https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2019/ricercatori-cercasi-elisir-giovinezza-body-5.png.webp 1054w" sizes="(max-width: 760px) 100vw, 720px" alt="Figura 3 (A, B e C): Ammontare dei ricercatori per classe di età e settori di attività (anni 2005-2016)" width="1054" height="630" loading="lazy" decoding="async">
</p>
<p class="didascalia"><em><strong>Figura 3 (A, B e C)</strong></em><em>: Ammontare dei ricercatori per classe di età e settori di attività (anni 2005-2016).</em></p>

<p>Un aspetto interessante è che l’età degli addetti alla ricerca nelle imprese è minore di quella dei ricercatori impiegati nel settore pubblico, ma non come ci potremmo immaginare, dato che nel pubblico sia gli avanzamenti di carriera sia i prepensionamenti sono meno frequenti che in ambito privato. Nel settore università, invece, si ha un progressivo abbassamento dell’età media dei ricercatori, ma a causa della dinamica “inerziale” dei pensionamenti e non di nuovi ingressi delle classi di età più giovani.</p>
<h2 id="ringiovanire-non-è-semplice">Ringiovanire non è semplice</h2><p>La necessità di destinare più risorse alla scienza e alla tecnologia, e quindi di aumentare sensibilmente il numero dei ricercatori, è ormai da decenni una delle priorità del paese. Ma ringiovanire il sistema della ricerca non sarà né semplice né rapido, perché richiederà interventi strutturali e di lungo periodo. Come è stato osservato dai relatori durante la presentazione della <em>Relazione</em>, bisognerà agire da un lato sulla stabilizzazione dei precari e dall’altro sull’immissione costante di forze nuove e giovani con adeguate prospettive di carriera. Per il momento, nonostante le promesse reiterate a ogni cambio di governo, i cosiddetti assegnisti di ricerca sono cresciuti costantemente dal 2005 al 2015, con una prima inversione di tendenza negli ultimi anni, come mostra la figura 4</p>
<p><img src="https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2019/ricercatori-cercasi-elisir-giovinezza-body-6.png.webp" srcset="https://www.scienzainrete.it/media/_web/720/articoli/2019/ricercatori-cercasi-elisir-giovinezza-body-6.png.webp 720w, https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2019/ricercatori-cercasi-elisir-giovinezza-body-6.png.webp 1084w" sizes="(max-width: 760px) 100vw, 720px" alt="Figura 4. Quota di assegnisti di ricerca sul totale dei ricercatori delle università e loro età media" width="1084" height="538" loading="lazy" decoding="async">
</p>
<p class="didascalia"><strong>Figura 4.</strong> Quota di assegnisti di ricerca sul totale dei ricercatori delle università e loro età media</p>

<p>La sensazione in chi ha assistito alla presentazione della nuova edizione della <em>Relazione</em> è che, anche se molto lentamente, la consapevolezza di un deficit da colmare nel campo della ricerca comincia a farsi strada nei politici. Più ricerca equivale a più crescita.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Un’unica voce: sulla ricerca cambiamo rotta</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/unica-voce-ricerca-cambiamo-rotta/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/unica-voce-ricerca-cambiamo-rotta/</guid><pubDate>Tue, 15 Oct 2019 11:36:00 +0100</pubDate><dc:creator>Luca Carra</dc:creator><category>politica-della-ricerca</category><description>Il 15 ottobre è stata presentata la nuova Relazione sulla ricerca e l’innovazione in Italia del Consiglio Nazionale delle Ricerche, con dati e proiezioni aggiornati al 2018. Conclusione: la ricerca italiana continua a stagnare da ormai un decennio, anche se con qualche segnale di risveglio. Serve una svolta. Il premier Conte: seguirò personalmente la partita.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2019/unica-voce-ricerca-cambiamo-rotta-hero.jpg" type="image/jpeg" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2019/unica-voce-ricerca-cambiamo-rotta-hero.jpg" medium="image" type="image/jpeg"/><content:encoded><![CDATA[<p>La presentazione della <a href="https://www.cnr.it/sites/default/files/public/media/Relazione_2019.pdf" rel="noopener">Relazione sulla ricerca e l’innovazione</a> in Italia del Consiglio Nazionale delle Ricerche è stata l’occasione per tutte le autorità presenti di lanciare l’emergenza ricerca in Italia, invitando il premier Conte, presente nell’Aula magna del CNR, a invertire un trend decennale che vede il paese fermo all’1,2-1,3% dell’investimento in R&amp;S sul PIL, circa la metà della media dell’investimento OCSE.</p>
<p><img src="https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2019/unica-voce-ricerca-cambiamo-rotta-body-1.png.webp" srcset="https://www.scienzainrete.it/media/_web/720/articoli/2019/unica-voce-ricerca-cambiamo-rotta-body-1.png.webp 720w, https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2019/unica-voce-ricerca-cambiamo-rotta-body-1.png.webp 884w" sizes="(max-width: 760px) 100vw, 720px" alt="" width="884" height="601" loading="lazy" decoding="async">
</p>
<p>La nuova Relazione CNR apre significativamente con un’analisi della performance dell’Italia nei progetti europei. Un tema sempre più importante quello dell’Europa, che ogni anno garantisce un decimo del finanziamento della ricerca italiana. Ma si potrebbe fare molto meglio, visto che - come sottolinea uno dei coordinator, Daniele Archibugi, nella presentazione - l’Italia contribuisce di più di quanto riesca a portare a casa, circa il 12% contro l’8% (la Francia 17% vs 11%). L’esempio viene dalla Spagna, che ha avuto una partecipazione ai progetti europei superiore a quella dell’Italia. «Nel nostro Paese il sostegno istituzionale è minore che altrove», ha ricordato Archibugi. Dobbiamo anche prepararci alla Brexit, ragionando su come riempire lo spazio che prevedibilmente la Gran Bretagna lascia con l’uscita dall’Europa.</p>
<p>I dati mostrano anche come la partecipazione risenta di un alto tasso di bocciatura dei progetti, la cui causa va ricercata soprattutto &ldquo;nella relativa impreparazione dell’amministrazione di enti e università a sostenere i ricercatori nei bandi, ma anche nell&rsquo;esiguità degli incentivi di carriera per chi si aggiudica progetti&rdquo; (sulla ricerca italiana in Europa si rimanda anche all&rsquo;<a href="https://www.scienzainrete.it/articoli/ricerca-innovazione-motori-delleuropa/">articolo di Luca Moretti su</a> <a href="https://www.scienzainrete.it/articoli/ricerca-innovazione-motori-delleuropa/"><em>S</em></a><a href="https://www.scienzainrete.it/articoli/ricerca-innovazione-motori-delleuropa/"><em>cienza in rete</em></a>).</p>
<p>Lo scarso investimento in R&amp;S (pari a circa 23 miliardi di euro all’anno fra pubblico e privato contro, per esempio, i 55 miliardi di euro destinati alla ricerca della Francia e i 110 miliardi della Germania) si traduce inevitabilmente anche in un basso numero di ricercatori, 140mila unità (tempo pieno equivalenti), contro una media europea quasi doppia. Una situazione, quella demografica, difficilmente migliorabile in tempi brevi. «Se guardiamo le proiezioni al 2025, la situazione rimane pressoché costante, in assenza di misure radicali», spiega Archibugi. «Anche la partecipazione di genere è ancora molto forte sia nelle università sia nelle imprese, mentre negli enti di ricerca la forbice fra uomo e donna dovrebbe chiudersi in un decennio».</p>
<p><img src="https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2019/unica-voce-ricerca-cambiamo-rotta-body-2.png.webp" srcset="https://www.scienzainrete.it/media/_web/720/articoli/2019/unica-voce-ricerca-cambiamo-rotta-body-2.png.webp 720w, https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2019/unica-voce-ricerca-cambiamo-rotta-body-2.png.webp 865w" sizes="(max-width: 760px) 100vw, 720px" alt="" width="865" height="505" loading="lazy" decoding="async">
</p>
<p>La Relazione ha analizzato, insieme al numero, anche l’età media dei ricercatori, molto alta rispetto agli altri Paesi: 42,3 nel privato e 48,5 nel pubblico. Pochi, invecchiati e precari, visto che - sempre secondo la Relazione - gli assegnasti di ricerca sono il 20% nell’università e addirittura il 25 negli enti di ricerca. Il precariato cronico che affligge il sistema italiano andrebbe contrastato prima di tutto con «concorsi tutti gli anni, come per le tasse», ha spiegato il presidente del CNR Massimo Inguscio. «Almeno 2000 nuovi ricercatori ogni anno garantirebbero la stabilità dei nostri entri e università», ha commentato Gaetano Manfredi, presidente della Conferenza dei rettori, CRUI.</p>
<p><img src="https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2019/unica-voce-ricerca-cambiamo-rotta-body-3.png.webp" srcset="https://www.scienzainrete.it/media/_web/720/articoli/2019/unica-voce-ricerca-cambiamo-rotta-body-3.png.webp 720w, https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2019/unica-voce-ricerca-cambiamo-rotta-body-3.png.webp 907w" sizes="(max-width: 760px) 100vw, 720px" alt="" width="907" height="544" loading="lazy" decoding="async">
</p>
<p>La qualità della ricerca italiana, notoriamente di buon livello secondo i parametri bibliometrici a dispetto dei bassi finanziamenti, è stata affrontata in un’altra sezione della relazione con un esercizio di analisi dell’impatto della ricerca. Se le discipline biomediche, biologiche e fisiche rivelano un rapporto costi/benefici più ottimali rispetto ad altre discipline, queste stime potrebbero diventare utili per dirigere gli investimenti per rafforzare i settori scientificamente deboli e consolidare le eccellenze.</p>
<p>La quarta e ultima sezione della Relazione riguarda la domanda pubblica di innovazione misurata attraverso l’analisi degli acquisti che contengono ricerca e sviluppo (solo lo 0,15 per cento del valore totale di beni e servizi, pari a 176 milioni di euro). Una quota molto bassa, che da un lato non alimenta l’innovazione della pubblica amministrazione e dall’altro non stimola crescita di settori di ricerca orientati all’innovazione.</p>
<p><img src="https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2019/unica-voce-ricerca-cambiamo-rotta-body-4.png.webp" srcset="https://www.scienzainrete.it/media/_web/720/articoli/2019/unica-voce-ricerca-cambiamo-rotta-body-4.png.webp 720w, https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2019/unica-voce-ricerca-cambiamo-rotta-body-4.png.webp 877w" sizes="(max-width: 760px) 100vw, 720px" alt="" width="877" height="560" loading="lazy" decoding="async">
</p>
<p>Le reazioni dei politici hanno confermato gli indirizzi traspelati i giorni scorsi. Il primo ministro Conte ha annunciato che al Consiglio dei ministri di questa sera (15 ottobre) verrà lanciata l&rsquo;Agenzia nazionale per la ricerca. «Pur lasciando piena libertà alla ricerca, daremo indicazioni utili allo sviluppo del Paese», ha detto Conte, riprendendo l&rsquo;<a href="https://rep.repubblica.it/pwa/generale/2019/10/13/news/intervista_al_ministro_dell_istruzione_fioramonti_iva_piu_alta_dal_caviale_alla_coca_cola_e_avro_i_soldi_per_la_scuola_-238477578/" rel="noopener">annuncio del ministro Fioramonti</a> dei giorni scorsi.</p>
<h2 id="nota-i-grafici-sono-tratti-dalla-relazione" class="titolo-minore"><strong>Nota</strong>: I grafici sono tratti dalla Relazione.</h2>]]></content:encoded></item><item><title>La classifica è vera gloria?</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/classifica-vera-gloria/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/classifica-vera-gloria/</guid><pubDate>Wed, 09 Oct 2019 23:53:00 +0100</pubDate><dc:creator>Sergio Cima</dc:creator><category>dati</category><description>Il dibattito su come debba essere valutata la ricerca si incendia quando si invoca il criterio bibliometrico. Nonostante le classifiche in base alle citazioni vengano criticate e messe in discussione, ogni qualvolta viene diffuso un nuovo ranking, parte la caccia ai vincitori. È accaduto anche per l&amp;amp;rsquo;ultima ricerca pubblicata da John Ioannidis , che ha presentato un algoritmo per liberare le classifiche dalle autocitazioni e restituire una fotografia più aderente alla realtà. Al di là dei nomi dei singoli ricercatori, l&amp;amp;rsquo;Italia come ne esce?</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2019/classifica-vera-gloria-hero.jpg" type="image/jpeg" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2019/classifica-vera-gloria-hero.jpg" medium="image" type="image/jpeg"/><content:encoded><![CDATA[<p>L’Imperial College dichiara che </p>
<blockquote>
<p>“no longer considers journal-based metrics, such as journal impact factors, in decisions on the hiring and promotion of academic staff.&quot;</p></blockquote>
<p>È una notizia interessante, perché il dibattito su come debba essere valutata la ricerca si incendia proprio quando si mette di mezzo il criterio bibliometrico. Però anche l’Imperial ha ceduto alla vanità e ha pubblicato l’elenco dei suoi ricercatori di punta estratto dal file allegato alla <a href="https://doi.org/10.1371/journal.pbio.3000384" rel="noopener">recente ricerca di John Ioannidis</a>, biomedico prestato alla bibliometria, che ha ridefinito i ranking basati sulla bilbiometria eliminando le autocitazioni. Il file contiene i 100.000 ricercatori più citati di una popolazione ancora più vasta: un milione di ricercatori censiti tra gli autori delle pubblicazioni scientifiche degli ultimi venti anni (1996–2017).</p>
<p>Un <a href="https://www.scienzainrete.it/node/18612">precedente articolo di <em>Scienza in rete</em></a> ha esplorato pregi e criticità di questo lavoro. In sintesi: le autocitazioni sono capaci di condizionare la parte bassa della classifica (per esempio Antonino Zichichi passa dalla posizione 89.681 alla 147.694), ma non quella alta che effettivamente sembra rispecchiare i reali valori in campo. In ogni caso i risultati di questi complessi calcoli sono più utili a descrivere i fenomeni generali che non a creare una classifica puntuale, ricercatore per ricercatore. </p>
<p>Di seguito una prima occhiata alla situazione italiana. Dei 105.000 ricercatori in elenco, 46.000 lavorano in istituzioni USA mentre nelle istituzioni italiane se ne trovano circa 2.000. Dei primi 1.000 ricercatori 605 sono negli USA, 104 in Gran Bretagna, 12 in Francia, 10 in Italia (come in Cina).</p>

<div class="tabella-scorre" role="region" aria-label="Tabella 1" tabindex="0">
<table>
  <thead>
    <tr>
      <th>Paese</th>
      <th>Numero di ricercatori</th>
    </tr>
  </thead>
  <tbody>
    <tr>
      <td>Stati Uniti</td>
      <td>605</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>Gran Bretagna</td>
      <td>104</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>Germania</td>
      <td>38</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>Canada</td>
      <td>30</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>Giappone</td>
      <td>20</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>Australia</td>
      <td>15</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>Svizzera</td>
      <td>15</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>Francia</td>
      <td>12</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>Cina</td>
      <td>10</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>Italia</td>
      <td>10</td>
    </tr>
  </tbody>
</table>
</div>
<p><strong>Tabella 1</strong>. Distribuzione dei primi 1.000 ricercatori per nazione dell’istituzione ospite</p>
<p>Italia, Francia e Gran Bretagna (paesi simili per popolazione e dimensione economica) hanno un modo diverso di stare in graduatoria? Sembra di sì. A parte il numero molto maggiore di ricercatori top della GB in generale i ricercatori GB sono più propensi a occupare le posizioni più alte. Una differenza minima ma apprezzabile. Emerge il contesto molto più favorevole in cui operano i ricercatori oltre manica.</p>
<p><img src="https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2019/classifica-vera-gloria-body-1.png.webp" srcset="https://www.scienzainrete.it/media/_web/720/articoli/2019/classifica-vera-gloria-body-1.png.webp 720w, https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2019/classifica-vera-gloria-body-1.png.webp 1280w" sizes="(max-width: 760px) 100vw, 720px" alt="Figura 1. Distribuzione di tutti i ricercatori per posizione in elenco (GB, Francia, Italia)" width="1418" height="1240" loading="lazy" decoding="async">
</p>
<p class="didascalia"><strong>Figura 1</strong>. Distribuzione di tutti i ricercatori per posizione in elenco (GB, Francia, Italia)</p>

<h2 id="confronto-per-discipline">Confronto per discipline</h2><p>In quali discipline, delle 21 censite, sono impegnati i ricercatori più citati? Principalmente in quelle mediche, seguite a distanza da quelle biologiche e fisiche (tabella 2).  </p>

<div class="tabella-scorre" role="region" aria-label="Tabella 2" tabindex="0">
<table>
  <thead>
    <tr>
      <th>Disciplina</th>
      <th>Numero di ricercatori</th>
    </tr>
  </thead>
  <tbody>
    <tr>
      <td>Clinical Medicine</td>
      <td>41.350</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>Biomedical Research</td>
      <td>143.40</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>Physics &amp; Astronomy</td>
      <td>11.645</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>Chemistry</td>
      <td>6.261</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>Biology</td>
      <td>4.984</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>Earth &amp; Environmental Sciences</td>
      <td>4.754</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>Engineering</td>
      <td>3.435</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>Enabling &amp; Strategic Technologies</td>
      <td>3.300</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>Psychology &amp; Cognitive Sciences</td>
      <td>3.295</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>Information &amp; Communication Technologies</td>
      <td>3.154</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>Altro</td>
      <td>8.505</td>
    </tr>
  </tbody>
</table>
</div>
<p><strong>Tabella 2</strong>. Le discipline dei ricercatori</p>
<p>La distribuzioni dei ricercatori italiani ricalca quella generale (tabella 3) con una piccola ma significava variazione: fisica e chimica, in cui l’Italia ha sempre avuto un ruolo di prestigio, sono al secondo terzo posto. </p>

<div class="tabella-scorre" role="region" aria-label="Tabella 3" tabindex="0">
<table>
  <thead>
    <tr>
      <th>Disciplina</th>
      <th>Numero di ricercatori</th>
    </tr>
  </thead>
  <tbody>
    <tr>
      <td>Clinical Medicine</td>
      <td>986</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>Physics &amp; Astronomy</td>
      <td>316</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>Chemistry</td>
      <td>202</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>Biomedical Research</td>
      <td>178</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>Engineering</td>
      <td>83</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>Information &amp; Communication Technologies</td>
      <td>65</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>Earth &amp; Environmental Sciences</td>
      <td>48</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>Enabling &amp; Strategic Technologies</td>
      <td>43</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>Biology</td>
      <td>36</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>Psychology &amp; Cognitive Sciences</td>
      <td>29</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>Mathematics &amp; Statistics</td>
      <td>27</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>Economics &amp; Business</td>
      <td>22</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>Social Sciences</td>
      <td>14</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>Agriculture, Fisheries &amp; Forestry</td>
      <td>10</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>Public Health &amp; Health Services</td>
      <td>4</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>Built Environment &amp; Design</td>
      <td>3</td>
    </tr>
  </tbody>
</table>
</div>
<p><strong>Tabella 3</strong>. Discipline dei ricercatori ospiti in istituzioni italiane</p>
<p>Se si analizza la distribuzione della posizione dei ricercatori italiani per singola disciplina non si notano differenze: la distribuzione è omogenea (figura 2), senza addensamenti verso l&rsquo;alto o verso il basso della graduatoria.</p>
<p><img src="https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2019/classifica-vera-gloria-body-2.png.webp" srcset="https://www.scienzainrete.it/media/_web/720/articoli/2019/classifica-vera-gloria-body-2.png.webp 720w, https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2019/classifica-vera-gloria-body-2.png.webp 1280w" sizes="(max-width: 760px) 100vw, 720px" alt="Figura 2. Distribuzione dei ricercatori italiani per posizione in elenco nelle varie discipline" width="1422" height="836" loading="lazy" decoding="async">
</p>
<p class="didascalia"><strong>Figura 2</strong>. Distribuzione dei ricercatori italiani per posizione in elenco nelle varie discipline</p>

<h2 id="classifica-delle-istituzioniospiti">Classifica delle istituzioni ospiti</h2><p>Se si aggregano le istituzioni ospiti per numero di ricercatori trionfano -ovviamente- gli USA: Harvard University (2.011) e Stanford University (996) a seguire svariate altre istituzioni USA. La prima azienda è la IBM, con 100 ricercatori in graduatoria (per un confronto rapido: il CNR 102).</p>
<p>Cosa succede se si analizzano gli enti che ospitano i primi 1.000? Di nuovo Harvard University (67) e Stanford University (27). Nei primi 20 enti per top 1.000 ricercatori, l’Europa trova spazio solo con l’Università di Cambridge (quarto posto, 20 ricercatori), lo University College London (ottavo posto, 14 ricercatori) e l’Imperial College (17° posto, 9 ricercatori).</p>
<h2 id="uno-zoom-sugli-italiani-nei-primi-1000">Uno zoom sugli italiani nei primi 1.000</h2><p>Per gioco si può vedere chi sono gli italiani nei primi 1.000 e le relative istituzioni.</p>

<div class="tabella-scorre" role="region" aria-label="Tabella 4" tabindex="0">
<table>
  <thead>
    <tr>
      <th>Nome</th>
      <th>Ente</th>
      <th>Posizione</th>
      <th>Disciplina</th>
    </tr>
  </thead>
  <tbody>
    <tr>
      <td>Alberto Mantovani</td>
      <td>Humanitas</td>
      <td>109</td>
      <td>Clinical Medicine</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>Giuseppe Mancia</td>
      <td>Università di Milano - Bicocca</td>
      <td>258</td>
      <td>Clinical Medicine</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>Pier Mannuccio Mannucci</td>
      <td>Università di Milano</td>
      <td>378</td>
      <td>Clinical Medicine</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>Giuseppe Remuzzi</td>
      <td>Università di Milano</td>
      <td>399</td>
      <td>Clinical Medicine</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>Vincenzo Di Marzo</td>
      <td>CNR</td>
      <td>491</td>
      <td>Clinical Medicine</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>Sergio Romagnani</td>
      <td>Università di Firenze</td>
      <td>529</td>
      <td>Clinical Medicine</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>Alberto Zanchetti</td>
      <td>Istituto Auxologico Italiano</td>
      <td>531</td>
      <td>Clinical Medicine</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>Vincenzo Barone</td>
      <td>Scuola Normale Superiore di Pisa</td>
      <td>544</td>
      <td>Physics &amp; Astronomy</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>Carlo La Vecchia</td>
      <td>Università di Milano</td>
      <td>563</td>
      <td>Clinical Medicine</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>Peter J. Schwartz</td>
      <td>Istituto Auxologico Italiano</td>
      <td>729</td>
      <td>Clinical Medicine</td>
    </tr>
  </tbody>
</table>
</div>
<p><strong>Tabella 2</strong>. I 10 italiani nei primi 1.000</p>
<p>Una graduatoria da prendere con le molle, perché estratta dalla base dati più ampia mentre in successivi approfondimenti sarà utile analizzare gli elenchi per le singole discipline. Per due motivi: anzitutto non è del tutto lecito confrontare discipline enormemente più partecipate di altre (es medicina contro matematica o filosofia); in secondo luogo per scelte metodologiche di Ioannidis, tra tutte quella di attribuire una ricerca solo al primo firmatario, una regola valida in alcuni ambiti (in cui si posizione al primo posto chi effettivamente ha dato il contributo maggiore) ma non in altri in cui vige la regola di posizionare gli autori in mero ordine alfabetico.</p>
<h2 id="i-top-sono-davvero-altop">I top sono davvero al top?</h2><p>Questi ammonimenti trovano giustificazione quando si cercano alcuni scienziati che sicuramente sono top (per esempio i premi Nobel 2019) e li si trova solamente nei bottom. Per esempio:</p>
<p><em>Medicina</em><br>
William Kaelin Jr.: 439<br>
Peter J. Ratcliffe: 3.786<br>
Gregg L. Semenza: 14</p>
<p><em>Fisica</em><br>
James Peebles: 9.698<br>
Michel Mayor: 41.596<br>
Didier Queloz: 88.714</p>
<p><em>Chimica</em><br>
John B. Goodenough: 112<br>
M. Stanley Whittingham: 2.864<br>
Akira Yoshino: nd</p>
<p>A parte alcuni ricercatori nella zona alta della graduatoria, alcuni non hanno per nulla l&rsquo;aspetto di top player. E se i premi Nobel non vengono assegnati spulciando le classifiche, ci sarà un perché.</p>
<h4 id="nota-bibliografica-ioannidis-j--rispetto-al-file-di-ioannidis-sono-state-corrette-le-affiliazioni-di-alberto-mantovani-humanitas-milano-e-nicola-bellomo-politecnico-di-torino"><strong>Nota bibliografica</strong> <a href="https://doi.org/10.1371/journal.pbio.3000384" rel="noopener">Ioannidis J <em>et al.</em> A standardized citation metrics author database annotated for scientific field. <em>PLoS Biol</em>. 2019 Aug 12;17(8):e3000384. doi: 10.1371/journal.pbio.3000384. eCollection 2019 Aug.</a> Rispetto al file di Ioannidis sono state corrette le affiliazioni di Alberto Mantovani (Humanitas Milano) e Nicola Bellomo (Politecnico di Torino)</h4>]]></content:encoded></item><item><title>Autocitazioni: gli italiani esagerano?</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/autocitazioni-italiani-esagerano/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/autocitazioni-italiani-esagerano/</guid><pubDate>Tue, 24 Sep 2019 17:51:00 +0100</pubDate><category>dati</category><description>Quanto vale una ricerca e quanto dobbiamo finanziarla? Basta un semplice calcolo delle citazioni ottenute? Oppure la questione è un po&amp;amp;rsquo; più complessa?</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2019/autocitazioni-italiani-esagerano-hero.jpg" type="image/jpeg" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2019/autocitazioni-italiani-esagerano-hero.jpg" medium="image" type="image/jpeg"/><content:encoded><![CDATA[<p>Sono tempi in cui chi investe, pubblico o privato, si preoccupa di ridurre al minimo gli sprechi, massimizzare l’efficenza, aumentare la resa. Anche nell’ambito della ricerca scientifica, da sempre materia complessa da valutare perché opera collettiva, in cui i contribuiti dei singoli ricercatori affluiscono nei gruppi di ricerca e sono poi rielaborati da altri gruppi, magari molti anni dopo. Higgs ha vinto il Nobel a distanza di 50 anni con una manciata di pubblicazioni.<br>
Gli apparati amministrativi, alla ricerca di metodi semplici per domare questa creatura esotica, hanno presto ceduto alle promesse della bibliometria: valutare un ricercatore attraverso un semplice numero fornito dal calcolo (basato su algoritmi più o meno sofisticati) delle citazioni ottenute dalle sue pubblicazioni.</p>
<h2 id="valutare-la-ricerca-concriterio">Valutare la ricerca, con criterio</h2><p>Quanto vale quella ricerca e quanto dobbiamo finanziarla? Calculemus. Troppo facile. Un po’ come giudicare la pulizia dal profumo di pulito. Infatti da sempre la comunità scientifica ha individuato gli effetti collaterali causati da un uso brutale dei criteri bibliometrici: una crescita artificiale del numero di pubblicazioni (<em>Publish or perish</em>&hellip;), strategie citazionali più o meno lecite per incrementare il proprio ranking, eccetera. Nonostante questi avvertimenti l&rsquo;Italia, a partire dalla riforma universitaria del 2010, ha esteso il peso di questi criteri attraverso la creazione dell&rsquo;ANVUR, l&rsquo;Agenzia nazionale di valutazione del sistema universitario e della ricerca. Agli occhi di alcuni un Moloch che decide in modo acefalo chi è meritevole e chi no di spartirsi le (scarse) risorse a disposizione.</p>
<h2 id="autocitazioni-due-ricerche">Autocitazioni: due ricerche</h2><p>Due articoli pubblicati recentemente su riviste scientifiche hanno riacceso il dibattito nostrano portando nuovi elementi di discussione. Alberto Baccini, Giuseppe De Nicolao ed Eugenio Petrovich hanno mostrato che l&rsquo;introduzione di criteri strettamente bibliografici per valutare la ricerca induce la comunità scientifica a costituire in modo spontaneo club più o meno numerosi propensi a citarsi vicendevolmente. La metrica che misura questa attitudine è chiamata “Inwardness”. Viste le scarsissime risorse in gioco possiamo anche chiamarla “istinto di sopravvivenza”. Questo ha determinato maggiori punteggi negli indici bibliometrici che hanno fatto compiere all’Italia un balzo in avanti nelle classifiche internazionali. (<a href="https://doi.org/10.1371/journal.pone.0221212" rel="noopener">Baccini et al. Citation gaming induced by bibliometric evaluation: A country-level comparative analysis. <em>PLOS One</em>, September 11, 2019</a>)</p>
<p><img src="https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2019/autocitazioni-italiani-esagerano-body-1.png.webp" srcset="https://www.scienzainrete.it/media/_web/720/articoli/2019/autocitazioni-italiani-esagerano-body-1.png.webp 720w, https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2019/autocitazioni-italiani-esagerano-body-1.png.webp 1280w" sizes="(max-width: 760px) 100vw, 720px" alt="Citation impact pesato per campo di ricerca ( periodo: 2010-2014)" width="2467" height="1673" loading="lazy" decoding="async">
</p>
<p class="didascalia">Citation impact pesato per campo di ricerca ( periodo: 2010-2014).</p>

<p>La ricerca italiana non è diventata di colpo più efficiente (come avrebbe voluto la riforma Gelmini che ha ispirato i nuovi criteri di valutazione), né i ricercatori italiani sono degli astuti vanesi, come ipotizza sul <em>Corriere della Sera</em> Gian Antonio Stella che ha un po’ semplificato la lettura dello studio (<em><a href="https://www.corriere.it/cronache/19_settembre_11/i-professori-si-citano-soli-cosi-si-gonfia-ricerca-c471954a-d4cf-11e9-8dcf-5bb1c565a76e.shtml" rel="noopener">I professori si citano da soli. Così si gonfia la ricerca</a></em>). Molti di loro hanno speso ore di vita e risorse per produrre una buona ricerca: saputo che sarebbero stati valutati in modo deterministico attraverso un singolo parametro bibliometrico, hanno adottato una mera strategia di sopravvivenza. È bene ricordare che anche negli altri paesi, e per ragioni analoghe, si ha una Inwardness elevata. </p>
<p><img src="https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2019/autocitazioni-italiani-esagerano-body-2.png.webp" srcset="https://www.scienzainrete.it/media/_web/720/articoli/2019/autocitazioni-italiani-esagerano-body-2.png.webp 720w, https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2019/autocitazioni-italiani-esagerano-body-2.png.webp 800w" sizes="(max-width: 760px) 100vw, 720px" alt="Figura tratta dal commento pubblicato su Nature (Italy’s rise in research impact pinned on ‘citation doping’, 13 settembre 2019) dell’articolo di Baccini et al" width="800" height="823" loading="lazy" decoding="async">
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<p class="didascalia">Figura tratta dal commento pubblicato su <em><a href="https://www.nature.com/articles/d41586-019-02725-y?fbclid=IwAR3y6zMpsGZcURFsimDR7BepgAeOkz_rQFrzv8HahPhW-BkLjwS23UbTmDs" rel="noopener">Nature</a></em> (Italy’s rise in research impact pinned on ‘citation doping’, 13 settembre 2019) dell’articolo di Baccini et al.</p>

<p>L’ipotesi di un aumento della inwardness a seguito dell’introduzione di stringenti criteri bibliometrici nella valutazione della ricerca era stata formulata da tempo: Baccini e colleghi hanno potuto osservare in diretta il fenomeno atteso, come capita ai fortunati astronomi in caccia di supernovae. La scoperta è stata quindi messa al vaglio dagli esperti: alcuni hanno riprodotto i risultati della ricerca e sono giunti alle stesse conclusioni; altri si sono mostrati più cauti, come il biostatistico e condirettore del Meta-Research Innovation Center dell’Università di Stanford John Ioannidis che si spinge ad affermare che l’effetto inwardness può essere dovuto a un numero molto limitato di ricercatori che si citano a vicenda e comunque non si può escludere che il risultato sia dovuto al caso più che alle regole introdotte dall’ANVUR.</p>
<p>Ioannidis stesso sembra proporre, con una sua pubblicazione di qualche giorno prima (<a href="https://doi.org/10.1371/journal.pbio.3000384" rel="noopener">Ioannidis <em>et al</em>. A standardized citation metrics author database annotated for scientific field. <em>PLOS Biology</em>, 12 agosto 2019</a>), una lente correttiva che risolve la distorsione creata dall&rsquo;effetto inwardness: nuovi algoritmi in grado di individuare gruppi che si autocitano e ridefinire le classifiche.  Ioannidis, analizzando in questo modo milioni di citazioni per migliaia di ricercatori, ha mostrato che le posizioni, anche al vertice, possono variare descrivendo una situazione più aderente alla realtà.</p>
<p><img src="https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2019/autocitazioni-italiani-esagerano-body-3.png.webp" srcset="https://www.scienzainrete.it/media/_web/720/articoli/2019/autocitazioni-italiani-esagerano-body-3.png.webp 720w, https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2019/autocitazioni-italiani-esagerano-body-3.png.webp 836w" sizes="(max-width: 760px) 100vw, 720px" alt="Come cambia la classifica dei primi 10 ricercatori con o senza autocitazioni secondo Ioannidis" width="836" height="830" loading="lazy" decoding="async">
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<p class="didascalia">Come cambia la classifica dei primi 10 ricercatori con o senza autocitazioni secondo Ioannidis.</p>

<p>Anche questo lavoro però ha subito critiche nel merito, le autocitazioni, di un singolo o tra gruppi, non sono un male in sé: se un ricercatore indaga un argomento negli anni o si autocita o si autoplagia. Inoltre tutti i dataset che contengono milioni di citazioni possono soffrire di alcuni difetti (tipico l’errore nell’attribuire una affiliazione) che se non impediscono una analisi dei grandi numeri possono inficiare l&rsquo;estensione di classifiche individuali. Errori che possono rivelarsi esiziali quando queste stesse classifiche diventano il parametro principale per valutare e finanziare la ricerca. Senza contare che le correzioni proposte da Ioannidis sarebbero in breve aggirate dagli adattamenti dei ricercatori. </p>
<h2 id="perché-la-bibliometria-importa">Perché la bibliometria importa</h2><p>È vero però che analizzando gli elenchi per singoli settori e riordinando i presenti per citazioni secche, si trova che nelle prime posizioni ci sono quelli che uno si aspetterebbe. Quindi l&rsquo;analisi bibliometrica sembra in grado di restituire l&rsquo;eccellenza e far emergere personalità indipendenti: i citation ring probabilmente non possono influenzare i livelli alti della classifica (come gli Highly Cited Researchers) mentre sono effettivamente in grado di influenzare la classifica nelle posizioni medio/basse, in lotta per un buon piazzamento nella valutazione dall’ANVUR.</p>
<p>La situazione è compelssa e calcolare non basta. La ricerca è un&rsquo;opera collettiva il cui valore difficilmente può essere fotografato da una semplice formula. Come ricorda Alberto Mantovani, tra i ricercatori di punta del nostro paese, sul <em>Corriere della Sera,</em> «in generale i ranking sono sempre perfettibili, ma soprattutto i parametri bibliometrici su cui si basano devono essere considerati per quello che sono: uno strumento di giudizio. Che come tale non può sostituirsi alla valutazione».</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Conte bis si impegna sull'Agenzia nazionale per la ricerca</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/conte-bis-si-impegna-sullagenzia-nazionale-ricerca/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/conte-bis-si-impegna-sullagenzia-nazionale-ricerca/</guid><pubDate>Mon, 09 Sep 2019 12:51:00 +0100</pubDate><dc:creator>Gruppo 2003</dc:creator><description>Il premier Giuseppe Conte nel discorso di oggi alla Camera si impegna sulla Agenzia Nazionale per la Ricerca.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2019/conte-bis-si-impegna-sullagenzia-nazionale-ricerca-hero.jpg" type="image/jpeg" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2019/conte-bis-si-impegna-sullagenzia-nazionale-ricerca-hero.jpg" medium="image" type="image/jpeg"/><content:encoded><![CDATA[<p>Il premier Giuseppe Conte nel discorso di oggi alla Camera si impegna sulla Agenzia Nazionale per la Ricerca. Vedremo come la intenderanno, ma sicuramente il Gruppo 2003 per la ricerca constata come la propria proposta abbia fatto breccia, e vigilerà perché vengano rispettati criteri di indipendenza, trasparenza e competenza. Guai se, invece di dare un indirizzo agli investimenti nella ricerca per garantire merito e giustizia, diventasse un inutile doppione del ministero. A questo proposito il Gruppo 2003 rilancia con una nuova sfida, da preparare con cura: creare un Ministero per l&rsquo;Università e la Ricerca svincolato dal Ministero dell&rsquo;Istruzione: si tratta di ambiti diversi ed entrambi di vitale interesse. Anche la ricerca ha bisogno di un suo responsabile politico focalizzato su di essa e sull&rsquo;enorme lavoro di ricostruzione e rilancio che ci attende per ridare centralità e valore alla ricerca scientifica.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Ricerca e innovazione in Italia</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/ricerca-innovazione-italia/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/ricerca-innovazione-italia/</guid><pubDate>Mon, 05 Aug 2019 00:30:00 +0100</pubDate><description>Il sistema italiano di Ricerca e Innovazione si trova a un punto di svolta.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2019/ricerca-innovazione-italia-hero.jpg" type="image/jpeg" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2019/ricerca-innovazione-italia-hero.jpg" medium="image" type="image/jpeg"/><content:encoded><![CDATA[<p>Il sistema italiano di Ricerca e Innovazione si trova a un punto di svolta. Gli ultimi dieci anni di crisi hanno ulteriormente aggravato le debolezze tradizionali legate alle limitate attività tecnologiche del Paese. Tali debolezze sono note da anni: bassa intensità di R&amp;S, specializzazione produttiva in settori maturi, poche grandi e medie imprese, scarsa presenza nei settori dell&rsquo;alta tecnologia, acquisizione di molte aziende italiane nei settori più innovativi da parte di gruppi multinazionali stranieri, difficoltà a finanziare le spese per l&rsquo;innovazione, bassa spesa pubblica per R&amp;S e per l’università, modesta percentuale di laureati nella popolazione, forte polarizzazione territoriale tra alcune aree tecnologicamente avanzate nel Nord Italia e il resto del Paese.</p>
<p>Gli effetti della crisi hanno introdotto ulteriori elementi di fragilità nel sistema: le imprese hanno subito perdite consistenti di produzione e la riduzione degli investimenti ha indebolito le capacità del Paese; spesso l&rsquo;introduzione delle innovazioni è stata ritardata in attesa di una ripresa della domanda che solo da poco ha registrato qualche aumento. I centri decisionali e le attività di ricerca di molte imprese sono stati trasferiti all&rsquo;estero, le politiche di austerità hanno ridotto la spesa pubblica per la ricerca e l&rsquo;università, da anni migliaia di giovani ricercatori e laureati altamente qualificati lasciano il Paese per cercare lavoro all&rsquo;estero. Il risultato del &ldquo;decennio perduto&rdquo; è un ulteriore indebolimento strutturale del sistema di Ricerca e Innovazione dell&rsquo;Italia.</p>
<p>Negli ultimi due anni le politiche per Ricerca e Innovazione hanno registrato alcuni sviluppi con l’approvazione, tardiva, del Programma nazionale della ricerca 2015-2020, il lancio di Industria 4.0, l’estensione degli incentivi fiscali per la R&amp;S privata per il periodo 2015-2020, la strategia di specializzazione intelligente nazionale, i finanziamenti per le università meritevoli in base ai risultati della valutazione della qualità della ricerca. Tuttavia, la crescita della spesa totale per R&amp;S è stata modesta e l&rsquo;ammontare delle risorse pubbliche è stato notevolmente ridotto dall&rsquo;inizio della crisi: dal 2008 al 2016 la spesa pubblica per R&amp;S è diminuita in termini reali del 20% e dal 2008 al 2014 la spesa pubblica per le università statali è stata ridotta del 14%.</p>
<p>La figura 1 mostra l’andamento della spesa totale per R&amp;S in Italia, Francia e Germania in termini reali tra il 1995 e oggi. La divaricazione delle attività è diventata significativa con un ritardo italiano che si va allargando.</p>
<p><img src="https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2019/ricerca-innovazione-italia-body-1.png.webp" alt="Figura 1 Spesa totale per R&amp;S in Italia, Francia e Germania, anni 1995-2016, in milioni di euro in PPS, prezzi anno 2005" width="588" height="307" loading="lazy" decoding="async">
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<p class="didascalia"><strong>Figura 1</strong> Spesa totale per R&amp;S in Italia, Francia e Germania, anni 1995-2016, in milioni di euro in PPS, prezzi anno 2005. (<em>Fonte</em>: Eurostat)</p>

<p>La figura 2 mostra la caduta degli stanziamenti di spesa pubblica per R&amp;S che risente direttamente delle politiche di austerità introdotte nell’ultimo decennio e che è alla radice dell’aggravarsi del ritardo italiano in questo campo. Con la crisi, il divario con i maggiori Paesi europei si è ulteriormente ampliato per molti indicatori quali la spesa privata in R&amp;S, il numero di studenti dell’università e i laureati.</p>
<p><img src="https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2019/ricerca-innovazione-italia-body-2.png.webp" alt="Figura 2 Gli stanziamenti pubblici per la R&amp;S in Italia, anni 2008-2016, in milioni di euro in PPS, prezzi 2005" width="588" height="260" loading="lazy" decoding="async">
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<p class="didascalia"><strong>Figura 2</strong> Gli stanziamenti pubblici per la R&amp;S in Italia, anni 2008-2016, in milioni di euro in PPS, prezzi 2005. (<em>Fonte</em>: Eurostat)</p>

<p>Oltre alla scarsità di risorse, le recenti politiche per la ricerca e l&rsquo;innovazione presentano alcuni aspetti problematici. Non esiste una politica della domanda pubblica che sostenga la ricerca e gli investimenti innovativi delle imprese. Gli incentivi per la ricerca e l’acquisto di nuovi macchinari restano misure &ldquo;orizzontali&rdquo;, che mantengono il modello di politica industriale degli ultimi decenni, inadeguato a indirizzare le imprese ad acquisire le competenze tecnologiche per competere in settori chiave. Le politiche recenti per l’università e il programma Industria 4.0 hanno quantomeno individuato aree prioritarie su cui concentrare le risorse, ma si rivolgono a un numero troppo ristretto di imprese già attive nel campo dell’innovazione digitale. Insieme alle politiche recenti per l’università esse possono alimentare la polarizzazione del sistema, rafforzando poche eccellenze ma lasciando scivolare indietro il resto del sistema. Da questa analisi della politica di Ricerca e Innovazione dell&rsquo;Italia scaturiscono quattro interrogativi.</p>
<h2 id="le-imprese-italiane-possono-crescere-senza-tecnologia">Le imprese italiane possono crescere senza tecnologia?</h2><p>Nonostante la presenza di un gruppo significativo di imprese innovative capaci di esportare, l&rsquo;economia italiana è caratterizzata da un ampio numero di micro imprese e di piccole imprese con limitatissime attività di R&amp;S. La concentrazione industriale nelle attività tipiche del &ldquo;Made in Italy&rdquo; è generalmente associata ad attività a bassa e media tecnologia. Rispetto ai principali Paesi dell&rsquo;UE la struttura economica dell&rsquo;Italia continua a registrare una scarsa presenza nei settori ad alta tecnologia. Ci si può chiedere se queste caratteristiche delle aziende italiane rappresentino un limite strutturale alle possibilità di crescita economica.</p>
<p><img src="https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2019/ricerca-innovazione-italia-body-3.png.webp" alt="Figura 3 Spesa per R&amp;S e crescita del valore aggiunto nell’industria manifatturiera in Germania (DE) e Italia (IT), 1995-2014. Settori Pavitt rivisti: SB industrie basate sulla…" width="478" height="373" loading="lazy" decoding="async">
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<p class="didascalia"><strong>Figura 3</strong> Spesa per R&amp;S e crescita del valore aggiunto nell’industria manifatturiera in Germania (DE) e Italia (IT), 1995-2014.  Settori Pavitt rivisti: SB industrie basate sulla scienza; SS produttori di macchinari; SI industrie ad alta intensità di scala; SD settori tradizionali</p>

<p>È interessante il confronto tra Germania e Italia riguardo all’evoluzione di lungo termine dell’intensità di ricerca e di crescita economica. La figura 3 mostra la spesa in R&amp;S per dipendente e la crescita del valore aggiunto reale nei settori industriali per il periodo 1995-2014.</p>
<p>I settori manifatturieri sono stati aggregati in: settori basati sulla scienza, produttori di macchinari, a intensità di scala e settori tradizionali. Da tale figura si nota un doppio divario tra Italia e Germania, in qualche modo rappresentativo del contrasto più ampio tra centro e periferia dell&rsquo;Europa. Il divario nella spesa per R&amp;S per dipendente mostra il ritardo delle imprese italiane rispetto a quelle tedesche in tutti i settori. In particolare, nel settore basato sulla scienza le imprese italiane registrano un&rsquo;intensità di spesa per R&amp;S pari a circa la metà delle imprese tedesche; tale divario si ritrova in tutte le aggregazioni settoriali. Le imprese tedesche investono in ricerca molto di più delle imprese italiane anche nei settori tradizionali, nonostante questi siano al centro della specializzazione produttiva italiana.</p>
<p>Un secondo divario riguarda la crescita: il tasso di crescita del valore aggiunto reale in Germania è sempre due o tre volte maggiore dell&rsquo;Italia. L’evidenza empirica mostra come la tecnologia sia importante per la crescita di entrambi i Paesi data la chiara relazione positiva fra gli investimenti in ricerca e crescita, ma Germania e Italia sembrano muoversi in due contesti differenti. In Germania le imprese nei settori basati sulla scienza, grazie a investimenti massicci per R&amp;S, hanno registrato una crescita media vicina al 6% annuo da circa due decenni - una crescita vicina al livello dei Paesi dell&rsquo;Asia orientale. I settori industriali tedeschi con le peggiori performance crescono al 3%, una crescita maggiore dei settori con le migliori performance in Italia. Tali dinamiche divergenti segnalano l’emergere di una nuova gerarchia nella tecnologia e nell&rsquo;industria, e pongono importanti questioni sulla coerenza e coesione dell&rsquo;economia europea¹.</p>
<p>La questione se le imprese italiane possano sopravvivere e crescere senza puntare in maniera adeguata su investimenti in tecnologia è diventata di drammatica attualità. In realtà già oltre vent&rsquo;anni fa, nel 1996, sostenevamo che &ldquo;stiamo affrontando un indebolimento della base tecnologica dell&rsquo;industria italiana, che aumenta il divario tra gli indicatori tecnologici (&hellip;). Con tale dinamica l&rsquo;Italia perde terreno rispetto al circolo virtuoso tra tecnologia, crescita e occupazione comune ad altri Paesi avanzati”².</p>
<p>All&rsquo;indomani della crisi valutaria del 1992 e della ripresa basata sulle esportazioni grazie a un deprezzamento del 30% del tasso di cambio della lira, abbiamo sostenuto che &ldquo;la svalutazione, la crescita trainata dalle esportazioni, il consolidamento nei settori industriali tradizionali e la riduzione del peso della tecnologia possa essere considerato un effetto della mancata espansione della presenza italiana nei settori ad alta tecnologia negli anni Ottanta&rdquo;. Il risultato è stato che &ldquo;tra il 1980 e il 1994, l&rsquo;occupazione nell&rsquo;industria è diminuita di 1,4 milioni di posizioni lavorative, quasi un quarto del totale. Dopo la recessione degli anni Novanta, l&rsquo;effetto combinato della fragilità tecnologica dell&rsquo;industria, delle innovazioni <em>labour saving</em>, della divisione internazionale della produzione e della concorrenza in mercati più aperti potrebbe comportare un impatto ancora più profondo sul declino della produzione industriale e dell&rsquo;occupazione in Italia&quot;³.</p>
<h2 id="la-ricerca-pubblica-può-sopravvivere-con-finanziamenti-pubblici-insufficienti">La ricerca pubblica può sopravvivere con finanziamenti pubblici insufficienti?</h2><p>Nell&rsquo;ultimo decennio il sistema pubblico di Ricerca e Innovazione è stato indebolito dalle politiche di austerità che hanno colpito la spesa pubblica anche in questo settore. I fondi per l’università, gli enti pubblici di ricerca e il finanziamento della R&amp;S privata e dell’innovazione evidentemente non rientravano tra le priorità politiche degli ultimi governi. La diminuzione del 19% in termini reali tra il 2008 e il 2016 degli stanziamenti pubblici per la ricerca - documentata nella precedente figura 2 - non trova eguali in Europa (a parte le economie in crisi, come la Grecia). Tale riduzione della ricerca pubblica e delle attività universitarie ha aggravato il rischio di perdere la massa critica necessaria per garantire qualità alla scienza e alla tecnologia. Paradossalmente i tagli hanno colpito proprio nel periodo in cui i ricercatori italiani, in gran parte delle università pubbliche, hanno registrato un elevato miglioramento della produzione scientifica. Come mostrato nella figura 4 la produttività scientifica in l&rsquo;Italia, misurata dal numero di articoli scientifici (e/o dalle citazioni ricevute) per milione di spesa in R&amp;S, è elevata e in crescita; questo è uno dei pochi indicatori in cui il Paese si trova dietro al Regno Unito e davanti alla Francia e alla Germania.</p>
<p><img src="https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2019/ricerca-innovazione-italia-body-4.png.webp" alt="Figura 4 La produttività scientifica nei maggiori Paesi Ocse, anni 2011-2014. Numero di pubblicazioni scientifiche per spesa in R&amp;S. Spese in milioni di dollari" width="578" height="257" loading="lazy" decoding="async">
</p>
<p class="didascalia">**Figura 4 **La produttività scientifica nei maggiori Paesi Ocse, anni 2011-2014. Numero di pubblicazioni scientifiche per spesa in R&amp;S. Spese in milioni di dollari</p>

<p>Tuttavia con il sistema di ricerca pubblica in declino e con un numero elevato di professori universitari prossimi alla pensione, non compensato da un turnover adeguato, il successo scientifico italiano potrebbe essere solo temporaneo, con la prospettiva di svanire nei prossimi anni per il ridimensionamento del sistema pubblico data la scarsità di risorse. Tale contesto sta generando un&rsquo;emigrazione di massa dei ricercatori più giovani, documentato dalle figure 4 e 5.</p>
<p><img src="https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2019/ricerca-innovazione-italia-body-5.png.webp" alt="Figura 5 Flussi internazionali di autori scientifici, anni 2002-16" width="555" height="292" loading="lazy" decoding="async">
</p>
<p class="didascalia"><strong>Figura 5</strong> Flussi internazionali di autori scientifici, anni 2002-16. (<em>Fonte</em>: <a href="https://doi.org/10.1787/sti_scoreboard-2017-17-en" rel="noopener">OECD 2017</a>, p. 128)</p>

<p>L’Italia è il Paese europeo con la più alta emigrazione all’estero di ricercatori nell’ultimo decennio; i ricercatori e il personale altamente qualificato vanno verso altri Paesi dove le opportunità di lavoro e i fondi di ricerca sono migliori e dove il merito ottiene un maggior riconoscimento all’interno delle università.<br>
Rovesciare il declino della ricerca pubblica e i flussi in uscita dei ricercatori italiani sono due priorità essenziali per la politica di ricerca del Paese.</p>
<p><img src="https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2019/ricerca-innovazione-italia-body-6.png.webp" alt="Figura 6 I flussi degli autori scientifici tra l’Italia e gli altri Paesi, anni 2006-2016" width="577" height="242" loading="lazy" decoding="async">
</p>
<p class="didascalia"><strong>Figura 6</strong> I flussi degli autori scientifici tra l’Italia e gli altri Paesi, anni 2006-2016. (<em>Fonte</em>: <a href="https://doi.org/10.1787/sti_scoreboard-2017-17-en" rel="noopener">OECD 2017</a>, p. 129)</p>

<h2 id="il-paese-può-funzionare-senza-università">Il Paese può funzionare senza università?</h2><p>La diminuzione dei finanziamenti pubblici alla ricerca pubblica ha condotto a un crollo delle risorse destinate alle università - meno 14% in termini reali tra il 2008 e il 2014 - e alla riduzione del personale di ruolo degli atenei - meno 20% tra il 2009 e il 2016. La crisi del 2008 abbinata al taglio dei fondi pubblici ha portato alla riduzione delle iscrizioni nelle università italiane con una contrazione del 20,4% tra l’anno accademico 2003-2004 e il 2014-2015. Solo negli ultimi anni le iscrizioni sono tornate timidamente ad aumentare, con l’eccezione degli atenei del Mezzogiorno. L’indebolimento del sistema universitario si ripercuote anche sulla quota di cittadini con istruzione universitaria. I dati dell&rsquo;OCSE mostrano come, nel 2017, l&rsquo;Italia possedeva una quota del 26,8% di giovani tra 25 e 34 anni con un diploma universitario, uno dei valori più bassi tra i Paesi dell&rsquo;Unione Europea, inferiore alla Francia (44,3%), alla Spagna (42,6%) e alla Germania (31,3%)⁴.</p>
<p>L’istruzione e la qualità della forza lavoro rischiano di cadere in un circolo vizioso tra:</p>
<ul>
<li>una struttura economica in cui prevalgono le tecnologie medio-basse</li>
<li>una modesta domanda di lavoro per laureati da parte delle imprese; una produttività stagnante per la combinazione di bassa tecnologia e scarse competenze del personale, con un divario in termini di innovazione e competitività rispetto ai principali Paesi europei</li>
<li>un ulteriore arretramento delle attività economiche con perdita di posti di lavoro e salari stagnanti</li>
</ul>
<p>La precarizzazione del lavoro può essere vista come un modo per adattarsi a tali dinamiche discendenti con una ricerca di competitività di prezzo basata su costi del lavoro sempre più bassi - al contrario della competitività tecnologica tipica dei Paesi europei più avanzati - con uno spostamento verso bassi livelli di istruzione, bassa produttività, bassi salari e lavori precari. L&rsquo;impatto negativo che una tale traiettoria di lavoro flessibile e precario può avere sulle prestazioni dell&rsquo;innovazione è già stato studiato da molti autori^(5,6).</p>
<h2 id="si-può-lasciar-crescere-ancora-il-divario-territoriale-nella-ricerca">Si può lasciar crescere ancora il divario territoriale nella ricerca?</h2><p>Il divario regionale nella ricerca e nell&rsquo;innovazione in Italia è l&rsquo;immagine speculare della divergenza tra l&rsquo;Italia e i Paesi europei più avanzati. L&rsquo;ultimo decennio ha visto un peggioramento delle disparità regionali a causa di diversi fattori. La recessione ha colpito in particolare le regioni del Centro Italia e il Mezzogiorno con una perdita di capacità tecnologica e produttiva. Nelle regioni più povere l&rsquo;innovazione è stata scoraggiata dalla domanda stagnante; le attività di Ricerca e sviluppo si sono concentrate nelle regioni settentrionali più forti; le politiche di spesa pubblica in R&amp;S, i finanziamenti pubblici alle università e gli incentivi fiscali alle imprese hanno contribuito ad ampliare le disparità regionali. Alcune regioni del Nord, in particolare la Lombardia e l&rsquo;Emilia Romagna, possiedono standard di Ricerca e Innovazione all&rsquo;altezza dei Paesi europei più avanzati, e sono sempre più integrate in sistemi produttivi e tecnologici internazionali. Le altre regioni settentrionali e centrali hanno perso terreno nelle loro capacità di ricerca, innovazione e produzione; il divario con il Mezzogiorno è diventato sempre maggiore.</p>
<p>Ci si potrebbe chiedere se una base territoriale troppo limitata per le attività di Ricerca e Innovazione possa essere un fattore limitante di fronte alla necessità di una massa critica sempre più grande necessaria per la competizione nella ricerca e nell&rsquo;innovazione in Europa. Un’eccessiva dipendenza da pochi centri di eccellenza di R&amp;S, di ricerca accademica e innovazione integrata nelle reti globali potrebbe ridurre la diffusione della conoscenza nell&rsquo;economia e il trasferimento tecnologico alle imprese, limitando il contributo potenziale della ricerca allo sviluppo locale. Viceversa, una più ampia presenza regionale di R&amp;S e di capacità innovative consentirebbe una diversificazione delle competenze, delle specializzazioni e delle attività economiche, consolidando un sistema di innovazione più robusto e articolato. La concentrazione degli sforzi di R&amp;S nelle principali regioni settentrionali ha messo in moto un grande flusso migratorio interno di studenti universitari, di laureati in cerca di occupazione, di lavoratori altamente qualificati e di ricercatori. Da un lato tale fenomeno favorisce le regioni più forti, ma d&rsquo;altra parte riduce la qualità del lavoro e le competenze disponibili nelle regioni &ldquo;periferiche&rdquo;, con una caduta delle performance complessive. Una nuova politica diventa urgente per riequilibrare le asimmetrie territoriali, per prevenire un&rsquo;ulteriore polarizzazione e un fattore di indebolimento del sistema di Ricerca e Innovazione italiano.</p>
<h2 id="il-contesto-europeo-e-internazionale">Il contesto europeo e internazionale</h2><p>Queste sfide per la politica italiana non dovrebbero essere viste solo in un contesto nazionale. All&rsquo;interno dell&rsquo;Europa, c&rsquo;è un crescente dibattito sul futuro della politica europea della Ricerca e Innovazione, con opinioni divergenti sulle priorità e sugli strumenti politici da adottare in Horizon Europe, il successore del programma europeo di ricerca Horizon 2020. Da un lato, vi è la pressione per concentrare le risorse dell&rsquo;UE nei principali attori e nei settori di maggiore forza, con il rischio di peggiorare le divergenze in materia di Ricerca e Innovazione in Europa⁷. Dall’altro lato è stata proposta una nuova strategia basata su programmi di Ricerca e Innovazione &ldquo;mission-oriented”, che riflettano più ampie priorità economiche, sociali e ambientali⁸. </p>
<p>A livello internazionale, un importante contributo è venuto dalle Accademie delle Scienze dei Paesi del G7 che nel 2017 hanno prodotto la dichiarazione congiunta &ldquo;Nuova crescita economica: il ruolo di scienza, tecnologia, innovazione e infrastrutture&rdquo;^(9,10). Il documento invita i governi a: &ldquo;i) espandere gli investimenti e le capacità nelle scienze e nelle tecnologie precompetitive; ii) aumentare gli investimenti in infrastrutture - sia tangibili che intangibili - che contribuiscono allo sviluppo inclusivo e al progresso scientifico e tecnologico; iii) promuovere lo sviluppo di capacità per progettare, ingegnerizzare, produrre e fornire prodotti e servizi basati su nuove conoscenze scientifiche e tecnologiche; iv) promuovere l&rsquo;accesso aperto - soggetto a norme appropriate in materia di proprietà intellettuale - ai progressi scientifici e tecnologici, impedendo nel contempo l&rsquo;emergere di pratiche monopolistiche; v) condividere pratiche efficaci in politiche e programmi che promuovono l&rsquo;innovazione, la diffusione tecnologica e lo sviluppo efficiente delle infrastrutture (&hellip;); vi) assicurare che vengano adottati appropriati quadri di governance, in modo che i benefici della scienza e della tecnologia siano pienamente realizzati, mantenendo la fiducia pubblica&quot;¹¹. </p>
<p>La dichiarazione sostiene che &ldquo;sono necessari livelli crescenti di investimenti pubblici e privati nel campo della scienza e della tecnologia per affrontare le sfide di una crescita sostenibile e inclusiva&rdquo; e che &ldquo;le attuali lacune negli sforzi di R&amp;S rendono più difficile l&rsquo;accesso, l&rsquo;adozione e l&rsquo;espansione della conoscenza e dell&rsquo;innovazione, limitando la realizzazione dei loro benefici. Le politiche pubbliche dovrebbero riconoscere il ruolo chiave che le spese per il progresso e la diffusione della conoscenza, della cultura, dell&rsquo;istruzione superiore e dell&rsquo;innovazione possono svolgere nel sostenere una crescita socioeconomica di alta qualità e che tali benefici superano molte preoccupazioni a breve termine per il bilanciamento delle finanze pubbliche&rdquo;. A tal fine, le Accademie G7 sostengono che &ldquo;i governi possono svolgere un ruolo importante nello stimolare la nuova domanda attraverso programmi di ricerca pubblica mirati, appalti per i servizi pubblici e investimenti pubblici nelle infrastrutture&quot;¹². </p>
<p>Per quanto riguarda le imprese, la dichiarazione delle Accademie delle Scienze sostiene che &ldquo;negli ultimi anni, molte imprese hanno realizzato investimenti limitati in ricerca e tecnologia - che richiedono lunghi orizzonti di investimento - e hanno favorito rendimenti di breve termine da attività finanziarie, presentando così un ulteriore minaccia alla crescita economica. Le politiche pubbliche potrebbero incoraggiare gli investimenti delle imprese con orizzonti temporali più lunghi, sostenendo anche progetti ad alto rischio&quot;¹³.</p>
<p> Queste argomentazioni sono state sviluppate dalle Accademie delle Scienze del G7 &ldquo;in linea con l&rsquo;Obiettivo 9 dell&rsquo;Agenda 2030 delle Nazioni Unite per lo sviluppo sostenibile, che consiste nel &ldquo;costruire infrastrutture resilienti, promuovere un&rsquo;industrializzazione inclusiva e sostenibile e promuovere l&rsquo;innovazione&rdquo;. All&rsquo;indomani della crisi economica del 2008 che ha rallentato la crescita mondiale, dobbiamo fare in modo che gli investimenti in scienza, tecnologia, innovazione e infrastrutture mostrino il loro contributo alla crescita mondiale sostenibile e inclusiva”¹⁴. <br>
Gli argomenti della dichiarazione delle Accademie delle Scienze del G7 forniscono un quadro particolarmente appropriato per una strategia a lungo termine che combini investimenti privati e politiche pubbliche per ricostruire ed espandere le capacità di Ricerca e Innovazione dell&rsquo;Italia.</p>
<h2 id="note" class="titolo-minore">Note</h2><h2 id="1-celi-get-al-crisis-in-the-european-monetary-union-a-core-periphery-perspective-2018-routledge-london" class="titolo-minore">1. Celi G <em>et al</em>, Crisis in the European Monetary Union. A Core-Periphery Perspective, 2018 Routledge, London</h2><h2 id="2-pianta-m-linnovazione-nellindustria-italiana-e-gli-effetti-economici-e-occupazionali-economia-e-politica-industriale-1996-89-261-280-pp-275-276" class="titolo-minore">2. Pianta M, “L’innovazione nell’industria italiana e gli effetti economici e occupazionali”, <em>Economia e Politica Industriale</em>, 1996; 89: 261-280; pp. 275-276</h2><h2 id="3-ibid-p276-si-veda-anche-lucchese-m-nascia-l-pianta-m-industrial-policy-and-technology-in-italy-economia-e-politica-industriale---journal-of-industrial-and-business-economics-2016-43-3-pp233-260-doi-101007s40812-016-0047-4" class="titolo-minore">3. Ibid., p.276. Si veda anche Lucchese M, Nascia L, Pianta M, “Industrial policy and technology in Italy”, <em>Economia e Politica Industriale - Journal of Industrial and Business Economics</em>, 2016; 43, 3: pp.233-260, DOI 10.1007/s40812-016-0047-4</h2><h2 id="4oecd---education-at-a-glance-2018-oecd-2018-paris" class="titolo-minore">4. OECD - Education at a glance 2018, OECD, 2018, Paris</h2><h2 id="5-cirillo-vet-al-2017-labour-market-reforms-in-italy-evaluating-the-effects-of-the-jobs-act-economia-politica-2017-34-2-211-232" class="titolo-minore">5. Cirillo V <em>et al</em>, (2017). “Labour market reforms in Italy: evaluating the effects of the Jobs Act”, <em>Economia Politica</em>, 2017; 34, 2: 211-232</h2><h2 id="6-cetrulo-aet-al-weaker-jobs-weaker-innovation-exploring-the-temporary-employment-product-innovation-nexus-scuola-superiore-santanna-isigrowth-working-paper-62018" class="titolo-minore">6. Cetrulo A <em>et al</em>, “Weaker jobs, weaker innovation. Exploring the temporary employment-product innovation nexus”, Scuola Superiore Sant’Anna, ISIGrowth Working Paper, 6/2018</h2><h2 id="7-come-argomentato-dal-rapporto-lamy-lamy-report-2017-lab-fab-app---investing-in-the-european-future-we-want-report-of-the-independent-high-level-group-chaired-by-pascal-lamy-european-commission-dg-research-and-innovation-2017" class="titolo-minore">7. Come argomentato dal Rapporto Lamy. Lamy Report (2017) Lab-Fab-App - “Investing in the European future we want”. Report of the independent High Level Group chaired by Pascal Lamy, European Commission, DG Research and Innovation, 2017</h2><h2 id="8-mazzucato-m-mission-oriented-research--innovation-in-the-european-union-a-problem-solving-approach-to-fuel-innovation-led-growth-european-commission-dg-research-and-innovation-2018-brussels" class="titolo-minore">8. Mazzucato M, “Mission-Oriented Research &amp; Innovation in the European Union. A problem-solving approach to fuel innovation-led growth”, European Commission, DG Research and Innovation, 2018, Brussels</h2><h2 id="9-g7-science-academies---new-economic-growth-the-role-of-science-technology-innovation-and-infrastructure-2017-accademia-nazionale-dei-lincei-roma" class="titolo-minore">9. G7 Science Academies - New economic growth: the role of science, technology, innovation and infrastructure, 2017 Accademia Nazionale dei Lincei, Roma</h2><h2 id="10-quadrio-curzio-a-the-g7-of-scientific-academies-meetings-and-role-economia-politica-2017-34-3-361-362" class="titolo-minore">10. Quadrio Curzio A, “The G7 of Scientific Academies: meetings and role”, <em>Economia Politica</em>, 2017; 34, 3: 361-362</h2><h2 id="11-g7-science-academies-2017-p-1" class="titolo-minore">11. G7 Science Academies, 2017, p. 1</h2><h2 id="12-g7-science-academies-2017-p-2" class="titolo-minore">12. G7 Science Academies, 2017, p. 2</h2><h2 id="13-ibid-2017" class="titolo-minore">13. Ibid, 2017</h2><h2 id="14-g7-science-academies-2017-p-1" class="titolo-minore">14. G7 Science Academies, 2017, p. 1</h2>]]></content:encoded></item><item><title>Più tasse e burocrazia per la sperimentazione animale</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/piu-tasse-burocrazia-sperimentazione-animale/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/piu-tasse-burocrazia-sperimentazione-animale/</guid><pubDate>Tue, 30 Jul 2019 16:40:00 +0100</pubDate><dc:creator>Gruppo 2003</dc:creator><category>comunicazione</category><description>Il 25 luglio è stato pubblicato il decreto 27 marzo 2019 n. 173 che stabilisce le tariffe per il rilascio di autorizzazioni per la sperimentazione animale.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2019/piu-tasse-burocrazia-sperimentazione-animale-hero.jpg" type="image/jpeg" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2019/piu-tasse-burocrazia-sperimentazione-animale-hero.jpg" medium="image" type="image/jpeg"/><content:encoded><![CDATA[<p>Il 25 luglio è stato pubblicato il <a href="https://www.gazzettaufficiale.it/showNewsDetail;jsessionid=28tPOpEev6TvaGPWJgNLWA__.ntc-as2-guri2b?id=1926&amp;provenienza=home" rel="noopener">decreto 27 marzo 2019 n. 173</a> che stabilisce le tariffe per il rilascio di autorizzazioni per la sperimentazione animale. Le tariffe, in realtà riguardano anche qualsiasi modifica e valutazione dei progetti di ricerca.</p>
<p>È chiaro l&rsquo;intento di dissuadere l&rsquo;utilizzo di una pratica spesso ancora necessaria come la sperimentazione con modelli animali, essenziale per molte patologie. A fronte di finanziamenti sempre decrescenti per la ricerca, il Ministero della salute aumenta quindi il costo di tali sperimentazioni, già gravate da una quantità di obblighi burocratici superiori a quelli necessari per la sperimentazione umana (si veda <a href="http://www.salute.gov.it/portale/ministro/p4_8_0.jsp?lingua=italiano&amp;label=servizionline&amp;idMat=SA&amp;idAmb=PA&amp;idSrv=SPE&amp;flag=P" rel="noopener">qui</a>).</p>
<p>A questo si aggiungano le “eccezioni” che il governo italiano ha voluto introdurre alla Direttiva europea sulla sperimentazione animale, tali da escludere senza razionale scientifico dalla sperimentazione il settore degli xenotrapianti e delle dipendenze, quasi che questi fossero ambiti di ricerca “immorali” e non meritevoli di attenzione in Italia, al contrario di quello che succede nel resto del mondo.</p>
<p>Queste misure persecutorie hanno l’unica conseguenza di indebolire la ricerca scientifica biomedica nazionale costringendo molti centri di ricerca a commissionare tali ricerche all’estero, dove queste ricerche vengono condotte per il bene dei pazienti e nel pieno rispetto del benessere animale</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Una preghiera per la ricerca</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/preghiera-ricerca/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/preghiera-ricerca/</guid><pubDate>Tue, 04 Jun 2019 09:26:00 +0100</pubDate><dc:creator>Silvio Garattini</dc:creator><category>politica-della-ricerca</category><description>Credo che il pubblico, la classe dirigente e i politici di questo bel Paese di fatto non si rendano conto che, continuando a trascurare la ricerca scientifica.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2019/preghiera-ricerca-hero.jpg" type="image/jpeg" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2019/preghiera-ricerca-hero.jpg" medium="image" type="image/jpeg"/><content:encoded><![CDATA[<p><em>Pubblichiamo la versione integrale dell&rsquo;appello di Silvio Garattini sulla ricerca, apparsa come lettera sul quotidiano</em> La Repubblica <em>il 4 giugno 2019.</em></p>
<p>Credo che il pubblico, la classe dirigente e i politici di questo bel Paese di fatto non si rendano conto che, continuando a trascurare la ricerca scientifica, stiamo andando verso una grande riduzione del nostro potenziale industriale con la mancanza di prodotti ad alto valore aggiunto, l’impoverimento del nostro livello culturale e, in definitiva, una costante caduta delle nostre risorse economiche. In tutto il mondo la situazione è diversa. Negli Stati Uniti i National Institutes of Health aveva chiesto un miliardo di dollari in più, il Congresso ne ha concessi 3; la Cina ha aumentato le sue risorse per la ricerca e sta facendo ponti d’oro a tutti coloro che vogliono rientrare; la Germania, che spende già il 3,5 percento del suo prodotto interno lordo per la ricerca, ha recentemente annunciato che spenderà altri 18 miliardi di euro spalmati su 10 anni; in media i Paesi dell’Unione Europea spendono quasi il doppio di quanto attualmente spende il nostro Governo.</p>
<p>Fra l’altro non abbiamo neppure un’idea precisa di quanto spendiamo, perché spesso si confonde la spesa universitaria con la spesa per la ricerca. Non solo ma i fondi arrivano sempre con anni di ritardo e non si è al corrente di quando verranno versati. I bandi di concorso non sono mai annuali, non c’è alcuna programmazione. Gli stanziamenti dell’1,2 percento per la ricerca sono realizzati a pioggia – sarebbe più giusto dire che recentemente sono a goccia –, includono anche quelli privati, tra i più bassi d’Europa. Se lo Stato non supporta la ricerca, è difficile che i privati spendano per usufruire della conoscenza che ne deriva.</p>
<p>L’errore di fondo per pubblico e privato è sostanzialmente quello di ritenere il supporto alla ricerca scientifica una spesa anziché un investimento. Come si fa a progredire senza ricerca? Forse il problema non è recepito perché la scienza non è inclusa nella cultura che in Italia è ancorata a Croce e Gentile, una cultura di tipo letterario-filosofico-artistico che non si è mai integrata con la scienza, né si è tentato di integrarla attraverso i programmi di insegnamento a tutti i livelli. Si dice anche che la nostra scuola è la migliore. E’ probabile e nessuno si sogna di togliere la componente umanistica, ma qualcuno dovrebbe spiegare come mai si fanno congressi sulla terra piatta, si parla di agricoltura biodinamica, si rigettano <em>a priori</em> gli OGM, si rincorrono e si finanziano le terapie di Di Bella e Stamina e si rigetta invece l’utilizzo dei vaccini.</p>
<p>Si dice inoltre che anche con pochi soldi i nostri ricercatori sono fra i migliori del mondo, perché hanno lo stesso livello di pubblicazioni come quelli dei Paesi che spendono di più. E’ vero, ma come mai l’Italia è intorno al trentesimo posto per quanto riguarda l’innovazione? E perché anche molti dei giovani che vincono prestigiosi progetti europei, vanno a spendere le risorse in altri Paesi? Semplicemente perché oggi la ricerca si realizza con masse critiche, multi e interdisciplinari, nonché con apparecchiature e in infrastrutture che da noi sono carenti. Vi sono certamente alcune eccezioni, ma conta la media e non le cattedrali nel deserto.</p>
<p>La situazione è giunta veramente a un livello di “miseria”, che è veramente preoccupante.</p>
<p>Quello che bisogna fare lo sappiamo tutti, ma è difficile convogliarlo a chi deve prendere decisioni. E’ridicolo che dai Ministeri competenti giungano all’accademia inviti a realizzare più brevetti come se lo scopo della scienza non fosse anche l’aumento della conoscenza. Analogamente la collaborazione con l’industria è importante, ma ognuno deve mantenere il suo ruolo. Ad esempio, nel campo della ricerca terapeutica il ruolo dell’accademia non può essere solo quello di reclutare pazienti su protocolli calati dall’alto, solo per avere soldi da spendere per qualche ricerca conoscitiva. Bisogna invece che lo Stato introduca la scienza nelle scuole, non come materia secondaria. E’ necessario divulgarne la metodologia, che si deve utilizzare per sapere affrontare scelte in una società sempre più tecnologica. Occorre stabilire delle priorità: non si può far tutto, ma è necessario alimentare con la ricerca le grandi attività del Paese: l’ambiente, l’energia, la salute. Come si possono spendere circa 115 miliardi di euro per il Servizio Sanitario Nazionale senza utilizzarne un’adeguata percentuale per sapere come migliorare costantemente la prevenzione, la diagnosi, la terapia, la riabilitazione?</p>
<p>Bisogna stabilire una cabina di regia per la ricerca, oggi inesistente: ogni Ministero ha qualche briciola da spendere e non vuol metterla in comune. Se siamo arrivati a questo livello così basso bisogna riconoscere che è anche colpa nostra. Siamo noi ricercatori che non abbiamo saputo farci sentire, fare proposte unitarie. Forse a causa della “povertà” non siamo capaci di far rete, squadra, gruppo; siamo diventati individualisti, forse nel tentativo di sopravvivere. Se non cambiamo atteggiamento, non avremo futuro. Dobbiamo unirci perché abbiamo il dovere di creare un Paese migliore per le giovani generazioni. Senza la scienza è impossibile!</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Ricerca e Innovazione, motori dell'Europa</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/ricerca-innovazione-motori-delleuropa/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/ricerca-innovazione-motori-delleuropa/</guid><pubDate>Thu, 23 May 2019 15:13:00 +0100</pubDate><dc:creator>Luca Moretti</dc:creator><category>politica-della-ricerca</category><description>A giugno 2018 la Commissione Europea ha presentato al Parlamento e al Consiglio Europeo la proposta per il prossimo Programma quadro per Ricerca e Innovazione.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2019/ricerca-innovazione-motori-delleuropa-hero.jpg" type="image/jpeg" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2019/ricerca-innovazione-motori-delleuropa-hero.jpg" medium="image" type="image/jpeg"/><content:encoded><![CDATA[<p>A giugno 2018 la Commissione Europea ha presentato al Parlamento e al Consiglio Europeo la proposta per il prossimo Programma quadro per Ricerca e Innovazione che, con una dotazione finanziaria di quasi 100 miliardi di euro, ci accompagnerà dal 2021 al 2027. Si tratta di un’opportunità importante sia per il futuro dell’Europa nel suo complesso, sia per l’Italia e il suo noto deficit di investimenti in ricerca. Come vedremo, l’investimento che si prefigura per il prossimo settennio non ha soltanto un significato scientifico: esso fa parte di un bilancio molto ambizioso che rappresenta – se così si può dire – una scommessa esistenziale per l’Europa, turbata in tempi recenti da tensioni e tentazioni di disimpegno da parte di alcuni Paesi. Anche per l’economia il nuovo Programma Quadro rappresenta l’occasione di consolidare le basi per una nuova imprenditorialità capace di reggere il passo della attuale competizione internazionale.</p>
<h2 id="il-nuovo-bilancio-europeo-e-la-sfida-della-brexit">Il nuovo bilancio europeo e la sfida della Brexit</h2><p>La dotazione finanziaria del programma Horizon Europe (94 miliardi proposti), è necessariamente legata all’approvazione del Quadro finanziario pluriennale 2021-2027 proposto dalla Commissione al Consiglio Europeo. La proposta per i prossimi sette anni è particolarmente ambiziosa e deve affrontare la difficile sfida di “fare di più con meno” (con l’uscita del Regno Unito). Ci si aspetta che l’Unione Europea svolga un ruolo più importante in nuovi ambiti d&rsquo;intervento, come la migrazione, la sicurezza interna ed esterna o la difesa, mantenendo al contempo un ruolo di rilievo sulla scena mondiale. Questi obiettivi devono essere raggiunti con una dotazione complessiva destinata a diminuire con l&rsquo;uscita del Regno Unito. La proposta di bilancio, piuttosto ambiziosa se comparata a quella corrente, è quindi concepita in vista di una futura Europa a 27 e in uno scenario globale in mutamento. Si attesta su 1.279,4 miliardi di euro di impegni, ovvero l’1,114% del Reddito nazionale lordo degli stati membri¹, laddove il bilancio attuale è pari allo 0,98. Si è quindi superata la soglia psicologica dell’1%. Tenuto conto del disimpegno UK, che rappresenta quasi il 13% del budget (più o meno 13 miliardi di euro nell’attuale budget europeo), occorrerà un grande sforzo dei 27 Paesi per colmare questo vuoto, ma soprattutto servirà una piena condivisone delle priorità politiche dell&rsquo;UE proposte nel nuovo bilancio². </p>
<p>Al centro del dibattito emergono alcune questioni fondamentali tra loro correlate. Prima di tutto quale debba essere la finalità del bilancio europeo, e quindi come garantire che la spesa gestita dall’Europa produca risultati aggiuntivi per i cittadini europei rispetto alle politiche nazionali. Ne consegue che la domanda di fondo sia come ripartire il bilancio dell’UE per assicurare che le risorse siano destinate ai bisogni della società civile. La risposta dell’esecutivo comunitario è schematizzata nella figura 1.</p>
<p><img src="https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2019/ricerca-innovazione-motori-delleuropa-body-1.png.webp" srcset="https://www.scienzainrete.it/media/_web/720/articoli/2019/ricerca-innovazione-motori-delleuropa-body-1.png.webp 720w, https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2019/ricerca-innovazione-motori-delleuropa-body-1.png.webp 764w" sizes="(max-width: 760px) 100vw, 720px" alt="Figura 1. Quadro di finanziamento pluriennale 2021-27" width="764" height="500" loading="lazy" decoding="async">
</p>
<p class="didascalia">Figura 1. Quadro di finanziamento pluriennale 2021-27 (Crediti: Commissione Europea)</p>

<p>Rispetto all’esercizio precedente e in linea con i tentativi di modernizzazione, il Capitolo III “Agricoltura e risorse naturali”, pur restando la seconda voce del bilancio per quantità di fondi allocati è stato ridotto, anche se 10 miliardi di Horizon Europe sono già destinati a ricerca in Agricoltura proprio in direzione di un budget più innovativo. Come sempre la Politica di Coesione (Capitolo II) è la voce più consistente del bilancio, anche se ci saranno maggiori obblighi di indirizzare parte delle risorse a infrastrutture di ricerca (sulla scorta della Smart Specialization Strategy). Ricerca e Innovazione (Capitolo 1) hanno avuto un incremento sia in termini di budget sia di rilevanza strategica e, come sempre, costituiscono la terza voce del bilancio europeo. Sotto lo stesso capitolo sono stati collocati gli strumenti a favore delle PMI (il Single Market che sostituisce COSME), il programma di Investimenti strategici (meglio noto come Piano Juncker) e lo Spazio, settore in cui l’Italia gioca un ruolo di primo piano e che, con l’uscita del Regno Unito, potrà costituire un’opportunità ancora maggiore. C’è inoltre da ricordare che nel Capitolo V (Sicurezza e Difesa), ci sono ingenti risorse per la ricerca in questi settori, che si aggiungono a quelle già destinate alla sicurezza <em>dual use</em>³ per scopi civili in Horizon Europe. </p>
<p>Resta fermo che il budget complessivo e la sua ripartizione riportati nella figura 1 costituiscono solo la proposta della Commissione, e che saranno gli Stati membri nei prossimi mesi a definire la dotazione e l’allocazione delle risorse nei sette capitoli. Come anticipato in premessa, lo scenario nel quale questo negoziato avverrà è tutt’altro che roseo. Ci sono infatti molti governi agitati da crescenti sentimenti sovranisti ed euroscettici, che non nascondono la tentazione di seguire la stessa strada del Regno Unito o che comunque considerano l’UE una sorta di menù dove scegliere solo alcune “portate”, perdendo di vista il principio di sussidiarietà che è il fondamento dell’idea dell’Unione Europea. Assisteremo quindi al consueto scontro tra i Paesi “rigoristi” favorevoli a ridurre la percentuale di contributo al budget, come Belgio, Danimarca, Paesi Bassi, Svezia (in sostanza quelli che investono di più e quindi più vicini al capitolo Competitività), Paesi <em>like minded</em> inclini a mantenere lo status quo (tradizionalmente Francia, Germania e Italia) e gli “amici della Coesione” (tipicamente i nuovi entrati). Tutti comunque si affanneranno a congetturare se ci sarà maggiore ritorno rinforzando la Politica Agricola e la Coesione (che sono ad allocazione prestabilita) o la Competitività (che è per sua natura con ritorno incerto).</p>
<p>Con queste premesse, alle quali si aggiunge l’incognita Brexit, non è affatto certo che dimensione finale assumerà entro la fine del 2019 il Quadro finanziario pluriennale 2021-2027. Lo scenario è reso ancor più incerto dalle elezioni europee di metà 2019 che potrebbero restituirci un Parlamento profondamente modificato negli equilibri e permeato di quelle derive sovraniste che non aiutano il progetto europeo.  </p>
<p>Un altro elemento che possiamo identificare come critico in questa fase di negoziato è la dicotomia tra i due blocchi di Paesi, riconducibili agli EU 15 (i vecchi Stati membri) e gli EU 13 (i nuovi entrati). Questa spaccatura, nella visione del nuovo Programma Quadro Horizon Europe, si sostanzia con un maggiore o minore favore alla dimensione dell’eccellenza scientifica (sostenuta dagli EU 15) e a un maggiore o minore ricorso a misure di riequilibrio delle eccellenze⁴ spinte con decisione dai nuovi Stati membri. L’evidenza di questo gap è fornito da un indicatore complesso adottato dall’UE – l’European Innovation Scoreboard – che analizza la performance degli Stati membri, e li aggrega in 4 categorie in funzione delle capacità in Ricerca e Innovazione. Come si evince dalla figura 2, gli EU 15 (con eccezione della Slovenia) si trovano nel blocco dei Paesi sotto-performanti (<em>modest</em> o <em>moderate innovators</em>), in compagnia di Italia, Portogallo e Spagna. E comunque al di sotto della media UE.</p>
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</p>
<p class="didascalia">Figura 2. Fonte: European Innovation Scoreboard 2018</p>

<p>Se confrontiamo i dati della figura 2 con gli investimenti nazionali in Ricerca e Innovazione (figura 3), emerge chiaramente che le due dimensioni sono per lo più sovrapponibili e i Paesi a bassa capacità innovativa sono gli stessi che investono meno in Ricerca e Sviluppo.</p>
<p><img src="https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2019/ricerca-innovazione-motori-delleuropa-body-3.png.webp" srcset="https://www.scienzainrete.it/media/_web/720/articoli/2019/ricerca-innovazione-motori-delleuropa-body-3.png.webp 720w, https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2019/ricerca-innovazione-motori-delleuropa-body-3.png.webp 772w" sizes="(max-width: 760px) 100vw, 720px" alt="" width="772" height="488" loading="lazy" decoding="async">
</p>
<p class="didascalia">Figura 3. Fonte: Eurostat</p>

<p>Se aggiungiamo poi la terza dimensione, ovvero le capacità dei 28 Paesi di recuperare fondi e progetti da Horizon 2020, ancora una volta i conti tornano e il ranking della figura 4 rispecchia gli investimenti e l’intensità in Ricerca e Sviluppo.</p>

<div class="tabella-scorre" role="region" aria-label="Tabella 1" tabindex="0">
<table>
  <thead>
    <tr>
      <th>Paese</th>
      <th>Partecipazioni dai Paesi</th>
      <th> </th>
      <th>Contributo EU per Paese</th>
      <th> </th>
    </tr>
  </thead>
  <tbody>
    <tr>
      <td> </td>
      <td>No.</td>
      <td>%</td>
      <td>euro</td>
      <td>%</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>DE- Germany</td>
      <td>11.858</td>
      <td>12,08%</td>
      <td>5.821.190.384</td>
      <td>15,79%</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>UK - United Kingdom</td>
      <td>11.375</td>
      <td>11,59%</td>
      <td>5.221.968.863</td>
      <td>14,16%</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>ES - Spain</td>
      <td>10.095</td>
      <td>10,29%</td>
      <td>3.314.862.174</td>
      <td>8,99%</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>FR - France</td>
      <td>9.505</td>
      <td>9,69%</td>
      <td>3.985.393.106</td>
      <td>10,81%</td>
    </tr>
    <tr>
      <td><strong>IT - Italy</strong></td>
      <td><strong>9.290</strong></td>
      <td><strong>9,47%</strong></td>
      <td><strong>3.050.563.144</strong></td>
      <td><strong>8,27%</strong></td>
    </tr>
    <tr>
      <td>NL - Netherlands</td>
      <td>6.090</td>
      <td>6,21%</td>
      <td>2.792.824.900</td>
      <td>7,58%</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>Be- Belgium</td>
      <td>4.403</td>
      <td>4,49%</td>
      <td>1.768.288.915</td>
      <td>4,80%</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>SE - Sweden</td>
      <td>2.961</td>
      <td>3,02%</td>
      <td>1.296.505.538</td>
      <td>3,52%</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>EL - Greece</td>
      <td>2.741</td>
      <td>2,79%</td>
      <td>819.249.090</td>
      <td>2,22%</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>AT - Austria</td>
      <td>2.715</td>
      <td>2,77%</td>
      <td>1.035.320.963</td>
      <td>2,81%</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>DK - Denmark</td>
      <td>2.210</td>
      <td>2,25%</td>
      <td>941.546.672</td>
      <td>2,55%</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>PT - Portugal</td>
      <td>2.117</td>
      <td>2,16%</td>
      <td>576.524.944</td>
      <td>1,56%</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>FI - Finland</td>
      <td>1.906</td>
      <td>1,94%</td>
      <td>799.693.805</td>
      <td>2,17%</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>IE - Ireland</td>
      <td>1.593</td>
      <td>1,62%</td>
      <td>632.102.436</td>
      <td>1,71%</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>PL - Poland</td>
      <td>1.542</td>
      <td>1,57%</td>
      <td>339.421.668</td>
      <td>0,92%</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>CZ - Czech Republic</td>
      <td>964</td>
      <td>0,98%</td>
      <td>225.375.228</td>
      <td>0,61%</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>HU - Hungary</td>
      <td>841</td>
      <td>0,86%</td>
      <td>216.275.561</td>
      <td>0,59%</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>RO - Romania</td>
      <td>833</td>
      <td>0,85%</td>
      <td>128.855.601</td>
      <td>0,35%</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>SL - Slovenia</td>
      <td>797</td>
      <td>0,81%</td>
      <td>208.992.588</td>
      <td>0,57%</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>CY - Cyprus</td>
      <td>480</td>
      <td>0,49%</td>
      <td>140.316.772</td>
      <td>0,38%</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>BG - Bulgaria</td>
      <td>469</td>
      <td>0,48%</td>
      <td>69.180.834</td>
      <td>0,19%</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>EE - Estonia</td>
      <td>443</td>
      <td>0,45%</td>
      <td>129.355.629</td>
      <td>0,35%</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>HR - Croatia</td>
      <td>420</td>
      <td>0,43%</td>
      <td>61.812.276</td>
      <td>0,17%</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>SK -Slovakia</td>
      <td>396</td>
      <td>0,40%</td>
      <td>88.389.401</td>
      <td>0,24%</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>LT - Lithuania</td>
      <td>329</td>
      <td>0,34%</td>
      <td>49.331.801</td>
      <td>0,13%</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>LU - Luxembourg</td>
      <td>300</td>
      <td>0,31%</td>
      <td>92.581.545</td>
      <td>0,25%</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>LV - Latvia</td>
      <td>290</td>
      <td>0,30%</td>
      <td>52.272.470</td>
      <td>0,14%</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>MT - Malta</td>
      <td>135</td>
      <td>0,14%</td>
      <td>21.676.113</td>
      <td>0,06%</td>
    </tr>
  </tbody>
</table>
</div>
<h2 id="il-programma-quadro-horizon-europe">Il Programma Quadro Horizon Europe</h2><p>A un primo sguardo, la proposta del nuovo programma sembra ricalcare la struttura dell’attuale Horizon 2020, in linea con la filosofia <em>evolution not revolution</em> sostenuta nei mesi scorsi dal Commissario per la ricerca Carlos Moedas. In realtà il nuovo Programma Quadro cambia profondamente in funzione dell’agenda europea, senz’altro più incline che in passato a sostenere la parte di ricerca più vicina al mercato che quella precompetitiva e a produrre effetti più immediati su crescita e occupazione. Peraltro, è tutta l’attuale Commissione Juncker (e non soltanto il portafoglio ricerca) ad essere decisamente orientata verso il ritorno economico e la razionalizzazione finanziaria e legislativa. Non è un caso se tutte le attività dei Commissari Europei sono state vincolate all’approvazione dei due Vicepresidenti, responsabili per <em>better spending</em> (Jyrki Katainen) e <em>better regulation</em> (Frans Timmermans). Di fatto, ogni dossier proposto dai vari servizi della Commissione deve preventivamente rispondere alle domande: a) quanto costa e che ritorno genera all’UE; b) è necessario uno strumento legislativo? </p>
<p>Il Commissario alla ricerca Moedas ha rilevato che in Europa c’è molta ricerca di qualità ma poca innovazione dello stesso tenore, e solo poche imprese da un miliardo di dollari - le cosiddette <em>unicorn</em> - sono nate in Europa. La volontà della Commissione è quindi di facilitare il potenziamento delle imprese accompagnandole in questo percorso anche con strumenti finanziari. A questo programma si potrebbe obiettare che le condizioni quadro europee non sono favorevoli a questo processo dai punti di vista normativo, burocratico e finanziario, e che per molti commentatori non pare appropriato investire di queste aspettative un programma europeo destinato alla ricerca. Di questo argomento si era già discusso nel 2014 durante il semestre di presidenza italiana del Consiglio dell’UE⁵ e si evidenziò la necessità di affrontare in primo luogo le condizioni di contorno per favorire l’innovazione. Grazie a una efficace attività di lobby a Bruxelles, questi temi sono prepotentemente entrati nell’agenda dell’UE e “la nuova Agenda per Ricerca e Innovazione”⁶ che i capi di Stato e di governo hanno adottato lo scorso 16 maggio a Sofia, in occasione del Vertice informale sotto la presidenza bulgara, contiene una serie di azioni concrete e alcune indicazioni per il futuro dell’Unione. </p>
<p>Tutti concordano sul fatto che investire in Ricerca e Innovazione voglia dire investire nel futuro dell&rsquo;Europa, competere a livello globale e preservarne il modello sociale. La ricerca migliora la vita quotidiana di milioni di persone in Europa e nel mondo, aiutando a risolvere alcune delle nostre più grandi sfide sociali e generazionali. Anche il Vicepresidente della Commissione Jyrki Katainen, responsabile per l&rsquo;occupazione, la crescita, gli investimenti e la competitività, ha rimarcato come l&rsquo;Europa abbia una ricerca di livello mondiale e una solida base industriale, ma che occorra fare molto di più per trasformare questa eccellenza in successo. Nuovi filoni di ricerca (<em>EC megatrend</em>) come l’intelligenza artificiale e l’economia circolare stanno portando profondi cambiamenti nella società e nell’economia, e l’Europa deve essere in grado di guidare questa nuova ondata di innovazione se vuole restare competitiva al livello globale. </p>
<p>La risposta a questo invito è stata raccolta dal Gabinetto ricerca con l’ambiziosa proposta di Horizon Europe, che dovrà però fare i conti con l’attuale tiepido sentimento europeo dei 28 Paesi, per conservare il budget di 100 miliardi proposto dalla Commissione. Forse solo Moedas, grazie alla sua profonda esperienza sia politica sia finanziaria⁷, ha intuito la necessità di riforme strutturali nei singoli Stati per sostenere l’innovazione. Il punto dolente è che per Moedas l’innovazione è solo quella distruptive e non quella incrementale, sicuramente più consona al tessuto produttivo europeo, con poche eccezioni tra cui Francia e Germania che invece vengono accontentate nella loro iniziativa bilaterale per supportare l’innovazione breakthrough (l’iniziativa francese, annunciata dal presidente Emanuel Macron all’inaugurazione dell’anno accademico alla Sorbona, si chiama JEDI⁸). Ed è proprio per evitare fughe in avanti di alcuni Paesi che il commissario Moedas ha ritagliato il futuro European Innovation Council – EIC, che dovrà finanziare le attività vicino al mercato in Horizon Europe - sulle esigenze di chi quel tipo di innovazione è in grado fin da ora di perseguirla e sostenerla.</p>
<p> La riflessione è che il programma Horizon Europe nasce viziato da ambizioni che difficilmente troveranno riscontro nella dimensione europea, a causa dei sopra menzionati problemi strutturali-normativi-burocratici e da una modesta cultura del <em>venture capital</em>. Resta inoltre il dubbio se un Programma Quadro debba erogare fondi, anche con strumenti finanziari, ad attività molto vicine al mercato, che in caso di beneficiario unico potrebbero configurarsi come aiuto di stato camuffato.</p>
<p>La proposta che ora si trova in negoziato tra i due co-legislatori è purtroppo condizionata da uno scenario EU tutt’altro che agevole e che rischia di dominare il dibattito (che invece dovrebbe essere costruttivo) tra il 28 Stati membri, l’esecutivo UE e il Parlamento. Come avremo modo di vedere più avanti, non si tratta di elementi specifici del settore ricerca, quanto di fondamenti strutturanti dell’UE e che minacciano la sua tenuta.</p>
<p>Tutti i dossier in discussione in ognuna delle filiere del Consiglio, siano esse finanziarie (budget, concorrenza), geografiche (migrazione, rapporti tra i 28 Stati membri e tra UE e Paesi terzi) o tematiche (agenda digitale, energia, trasporti, ambiente, ricerca), sono subordinati ad alcuni elementi dirimenti: la Brexit, la stabilità finanziaria dell’UE, l’euroscetticismo, le future elezioni del Parlamento Europeo e l’insediamento della nuova Commissione Europea. Alcuni di questi elementi sono intrinsecamente legati tra loro e non prescindono dalla posizione, formale e sostanziale, che ciascuno Stato membro sta assumendo nei confronti dell’Europa.</p>
<h2 id="opportunità-per-litalia---verso-il-prossimo-programma-quadro">Opportunità per l’Italia - verso il prossimo Programma Quadro</h2><p>Dai dati sopra esposti emerge piuttosto chiaramente che l’Italia ha avuto, in Horizon 2020, una performance in linea con il suo impegno in Ricerca e Innovazione, in termini di investimenti e di capacità innovativa. In assoluto giocano a sfavore alcuni elementi: a) l’Italia è un grande contributore al bilancio UE e b) i costi salariali dei ricercatori sono ben al di sotto degli omologhi dei Paesi con i quali ci confrontiamo direttamente; c) la “massa critica” ovvero il numero di ricercatori e scienziati in percentuale alla forza lavoro (vedi figura 5).</p>
<p>Ne consegue che le Organizzazioni di altri Stati membri, ad esempio il CNRS in Francia o il Max Planck in Germania, oltre alle già discusse condizioni di contorno favorevoli, potendo contare su un volume di ricercatori doppio o triplo rispetto a un CNR italiano (e con salari di tutto rispetto), hanno maggiori chance di successo nella programmazione UE. La cartina al tornasole di questa analisi è nella figura 4 dove la Germania, con un numero di partecipazioni poco superiore alla nostra, riporta a casa quasi il doppio di finanziamenti. Gli stakeholder italiani godono in realtà di una eccellente e meritata reputazione e sono spesso richiesti nei partenariati proprio in virtù della qualità che conferiscono al progetto. Dal punto di vista dell’eccellenza quindi non abbiamo avuto debolezze e non ne avremo probabilmente in futuro.</p>
<p>Occorre però tenere in considerazione che il nuovo Programma quadro si sta profilando più verso l’Innovazione che verso la Ricerca: confidando nelle capacità di adattamento del nostro sistema ricerca, sarà necessario sfruttare al meglio i prossimi due anni (e i prossimi bandi pilota di Horizon 2020) per farci trovare pronti al cambio di paradigma.</p>
<p><img src="https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2019/ricerca-innovazione-motori-delleuropa-body-4.png.webp" alt="Figura 5. Scienziati e ingegneri in percentuale della forza lavoro" width="622" height="640" loading="lazy" decoding="async">
</p>
<p class="didascalia">Figura 5. Scienziati e ingegneri in percentuale della forza lavoro. Fonte: Eurostat</p>

<h2 id="conclusioni">Conclusioni</h2><p>È evidente che per mantenere alte le giuste ambizioni di un Paese membro del G7 sono necessari interventi che mettano la ricerca e il relativo capitale umano al centro delle politiche nazionali. Ci sono elementi che potrebbero tornare utili per sostenere in ogni sede opportuna la necessità di rinforzare l’impegno nazionale in Ricerca e Innovazione, ma anche di dedicare la giusta parte di budget quando si andrà a negoziare a Bruxelles il bilancio UE 2021-27.</p>
<p><strong>La ricerca ha un ruolo chiave nella creazione di un&rsquo;Europa unita</strong>. Sono fermamente convinto del ruolo che la ricerca potrebbe svolgere nel rafforzare la stabilità dell&rsquo;Unione Europea. Scienziati provenienti da diversi Stati, infatti, cooperano tra loro indipendentemente dalle buone o cattive relazioni tra i rispettivi Paesi. In alcuni casi le relazioni tra team scientifici di differenti Paesi hanno facilitato l’avvicinamento tra i rispettivi governi. La diplomazia scientifica ha contribuito a rafforzare le relazioni tra Paesi, indipendentemente da differenze religiose, politiche o strutturali. A questo fine sarebbe importante concepire la ricerca come elemento centrale dei programmi nazionali e a livello europeo, in termini di importanza e risorse finanziarie.</p>
<p><strong>In questo momento storico non esiste alternativa all&rsquo;eccellenza</strong>. L&rsquo;eccellenza è una sfida impegnativa, che a volte può sembrare eccessiva o discriminatoria. Tuttavia, è un passaggio inevitabile se l&rsquo;Europa vuole rimanere tra i centri di ricerca più attraenti e competitivi a livello mondiale. Pertanto, l&rsquo;eccellenza deve essere promossa come una priorità integrativa e diffusa in tutta Europa con ogni mezzo idoneo, non solo nella qualità della ricerca ma anche negli aspetti gestionali.</p>
<p><strong>La ricerca può offrire un sostegno alle decisioni politiche</strong>. La ricerca dovrebbe fornire agli organi di governo il supporto scientifico al fine di operare le scelte migliori. Questo ruolo contribuisce a contrastare il clima di disinformazione e impedire interpretazioni dei fatti sociali ed economici non sostenute da evidenze. L&rsquo;obiettivo della scienza è infatti universale, promuove l’uguaglianza e contrasta le discriminazioni. Sarebbe ottimo se la ricerca potesse offrire il proprio sostegno anche al sistema politico nazionale dell&rsquo;Unione affinché si adottino decisioni <em>knowledge based</em> per affrontare le grandi sfide della società. Pensiamo a grandi temi come quello del cambiamento climatico o dell’Intelligenza artificiale che senz’altro devono essere affrontati sulla base di solide evidenze scientifiche e non sulla scorta di urgenze momentanee.</p>
<p><strong>La ricerca è fonte di crescita e lavoro qualificato per i Paesi europei</strong>. Troppo spesso la politica ha una finestra temporale breve, e la necessità di rispondere alle esigenze correnti dei cittadini o a urgenze contingenti induce a mettere la ricerca in secondo piano. La ricerca ha infatti per sua natura una visione a lungo termine e questo può tradursi in un disinvestimento pericoloso. Infatti, i risultati ad alto contenuto di ricerca, anche se non immediati, sono duraturi, essenziali, strutturanti. La cosiddetta <em>knowledge intensive economy</em> è la soluzione scelta dai Paesi che hanno mantenuto alto il livello di questi investimenti e sono stati quelli più resilienti alla crisi economica.</p>
<h2 id="note" class="titolo-minore"><strong>Note</strong></h2><h2 id="1-in-economia-ilreddito-nazionale-lordornl-di-un-paese-viene-calcolato-sommando-al-prodotto-interno-lordopil-o-sottraendo-da-esso-vari-flussi-di-redditotra-paesi" class="titolo-minore">1. In economia, il Reddito nazionale lordo (RNL) di un Paese viene calcolato sommando al Prodotto interno lordo (PIL), o sottraendo da esso, vari flussi di reddito tra Paesi.</h2><h2 id="2-con-luscita-del-regno-unito-lue-perderà-un-partner-di-eccellenza-per-le-sue-politiche-e-i-suoi-programmi-ma-anche-un-grande-contributore-finanziario-questo-evento-potrà-costituire-un-momento-di-riflessione-dellue-sul-proprio-ruolo-sulla-modernizzazione-del-bilancio-e-sulle-misure-idonee-ad-evitare-un-effetto-emulazione-della-scelta-uk" class="titolo-minore">2. Con l’uscita del Regno Unito, l’UE perderà un partner di eccellenza per le sue politiche e i suoi programmi ma anche un grande contributore finanziario. Questo evento potrà costituire un momento di riflessione dell’UE sul proprio ruolo, sulla modernizzazione del bilancio e sulle misure idonee ad evitare un effetto emulazione della scelta UK.</h2><h2 id="3-sono-considerati-beni-e-tecnologie-duali-quelli-utilizzabili-in-applicazioni-civili-ma-anche-nella-produzione-sviluppo-e-utilizzo-di-beni-militari-si-differenziano-dai-materiali-darmamento-in-quanto-non-sono-appositamente-progettati-per-uso-militare-fonte-mise" class="titolo-minore">3. Sono considerati beni e tecnologie duali quelli utilizzabili in applicazioni civili ma anche nella produzione, sviluppo e utilizzo di beni militari. Si differenziano dai materiali d’armamento in quanto non sono appositamente progettati per uso militare. (Fonte MISE).</h2><h2 id="4-misure-volte-a-widening-participation-and-spreading-excellence" class="titolo-minore">4. Misure volte a: “widening participation and spreading excellence”.</h2><h2 id="5-com-2014339-ricerca-e-innovazione-come-fattori-di-rilancio-della-crescita" class="titolo-minore">5. COM (2014)339 Ricerca e Innovazione come fattori di rilancio della crescita.</h2><h2 id="6-httpseceuropaeucommissionsitesbeta-politicalfilescommunication" class="titolo-minore">6. <a href="https://ec.europa.eu/commission/sites/beta-political/files/communication-europe-chance-shape-future_en.pdf" rel="noopener">https://ec.europa.eu/commission/sites/beta-political/files/communication&hellip;</a></h2><h2 id="7-carlos-moedas-ha-negoziato-con-la-troika-ce-bce-e-fmi-le-misure-ue-contro-il-portogallo" class="titolo-minore">7. Carlos Moedas ha negoziato con la Troika CE, BCE e FMI le misure UE contro il Portogallo.</h2><h2 id="8-httpswwweuractivcomsectioneconomy-jobsnewsreturn-of-the-jedi-eu" class="titolo-minore">8. <a href="https://www.euractiv.com/section/economy-jobs/news/return-of-the-jedi-european-disruptive-technology-initiative-ready-to-launch/" rel="noopener">https://www.euractiv.com/section/economy-jobs/news/return-of-the-jedi-eu&hellip;</a></h2>]]></content:encoded></item><item><title>La ricerca di punta è senza lucro</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/ricerca-punta-senza-lucro/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/ricerca-punta-senza-lucro/</guid><pubDate>Mon, 18 Mar 2019 00:30:00 +0100</pubDate><description>Ogni anno, circa 300 milioni di euro vengono investiti nella ricerca biomedica da associazioni e fondazioni non profit.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2019/ricerca-punta-senza-lucro-hero.jpg" type="image/jpeg" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2019/ricerca-punta-senza-lucro-hero.jpg" medium="image" type="image/jpeg"/><content:encoded><![CDATA[<p>Ogni anno, <strong>circa 300 milioni di euro vengono investiti nella ricerca biomedica da associazioni e fondazioni non profit</strong>. Ossigeno puro per i 35mila ricercatori impegnati in Italia a studiare e combattere le malattie. Pur non essendo infatti il contributo più consistente alla ricerca medica, le risorse delle non profit hanno due caratteristiche che difficilmente si trovano negli altri tipi di finanziamenti: la valutazione rigorosa e indipendente dei progetti, e la natura competitiva dei bandi, che arriva a premiare i più meritevoli dopo una selezione in genere condotta da gruppi di esperti di livello internazionale, spesso stranieri, così da evitare cordate accademiche e preferenze che prescindano dalla qualità delle ricerche proposte.</p>
<p><strong>Diciamo pure che questi oltre 300 milioni di euro, che arrivano dal 5 per mille e da altre donazioni degli italiani, sono soldi ben spesi, e vanno a finanziare la ricerca di punta</strong>. Di fatto rappresentano un decimo degli stanziamenti in ricerca medica italiana, pari a 3 miliardi: 1,4 miliardi di euro arrivano infatti dalle aziende farmaceutiche e affini che, tranne rare eccezioni, finanziano sperimentazioni cliniche volte a commercializzare farmaci. Certo anche questa è una ricerca importante, ma per ragioni più che ovvie né indipendente né di base. Buona parte del pharma investe in sostanza in ricerca applicata, con forti attese da parte del marketing. Altri 1,2 miliardi di euro arrivano dalle casse dello Stato, e vanno per la gran parte a pagare gli stipendi di universitari e ricercatori degli enti pubblici impegnati in questo settore. Infine poco più di 100 milioni all’anno provengono dai progetti europei e da bandi statunitensi (come quelli dei National Insitutes of health, ma anche da Us Army), anch’essi di natura competitiva.</p>
<p>A sua volta, <strong>il finanziamento in ricerca biomedica rappresenta solo una frazione dell’intera ricerca italiana</strong>, che nel 2016 (ultimo anno di cui esiste una rendicontazione) ammonta a 23 miliardi di euro, pari all’1,3% del Prodotto interno lordo italiano: poca cosa rispetto agli altri Paesi centro e nordeuropei, agli Usa e alle tigri asiatiche, dove il finanziamento R&amp;S va dal 2 al 4% del Pil. Questa distanza, almeno per certi Paesi, si mantiene anche nella ricerca biomedica. In Europa primeggia la Gran Bretagna, con 3,8 miliardi di euro dal pubblico e 4,5 miliardi di euro dal settore farmaceutico. L’Italia, che negli anni 90 occupava un ottimo 5% dell’investimento mondiale in ricerca farmaceutica, oggi è ferma all’1%, mentre Gran Bretagna e Svizzera sono al 7%, e gli Stati Uniti a uno stellare 58%, pari a circa 80 miliardi di euro. Questo divario di finanziamenti non impedisce però alla ricerca biomedica italiana di essere al vertice delle classifiche mondiali, seconda solo alla Gran Bretagna quanto a quota di citazioni delle pubblicazioni, il cui totale si aggira fra il 7 e l’8% del totale mondiale.</p>
<p><img src="https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2019/ricerca-punta-senza-lucro-body-1.png.webp" alt="" width="211" height="856" loading="lazy" decoding="async">
</p>
<h2 id="il-finanziamento-storico">Il finanziamento storico</h2><p>Gran parte del finanziamento della ricerca nel nostro Paese è di tipo storico, vale a dire distribuito a tutte le strutture. Quello che un tempo veniva chiamato “finanziamento a pioggia” e che qualche malevolo — vista la nostra scarsità di finanziamenti — ha ribattezzato “finanziamenti a goccia”. Dei 5 miliardi circa dati alle università, circa 750 milioni di euro sono finalizzati alla ricerca medica (altri 650 milioni provengono dal fondo di finanziamento ordinario destinato agli enti di ricerca, come il CNR). Va però osservato come questi finanziamenti derivino in buona parte da una attribuzione di tempo che docenti e ricercatori dedicano, o dovrebbero dedicare, alla ricerca e sfugge ancora a una dettagliata valutazione dei risultati. Diverso il caso della cosiddetta ricerca corrente che proviene dal ministero della Salute: circa 150 milioni di euro alimentano la ricerca degli Irccs (Istituti di ricovero e cura a carattere scientifico), che però aumentano di numero (adesso sono 51) mentre gli stanziamenti, di anno in anno, calano inesorabilmente. Fra un ospedale e l’altro il finanziamento varia notevolmente anche in base ai risultati scientifici, misurati in termini di sperimentazioni cliniche, brevetti e pubblicazioni scientifiche.</p>
<p><img src="https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2019/ricerca-punta-senza-lucro-body-2.png.webp" alt="" width="284" height="695" loading="lazy" decoding="async">
</p>
<h2 id="i-finanziamenti-a-progetto">I finanziamenti a progetto</h2><p>L’Italia è fra tutti i Paesi europei più avanzati quello che ricorre di meno a finanziamenti competitivi a progetto, dove a seconda dei bandi il finanziamento se lo aggiudica solo una piccola parte dei concorrenti in base a una valutazione sul merito scientifico della proposta. Questa forma di finanziamento nel nostro Paese copre il 10% del totale, contro il 50% della Gran Bretagna, il 40% della Norvegia, il 35% della Germania, il 30% della Svizzera e il 20% della Spagna e della Francia.</p>
<p>Considerando che le risorse impiegate per la ricerca in Italia sono notevolmente più basse che negli altri Paesi, la quota premiale si riduce veramente a poco. E questo si traduce in un minore allenamento alla competizione internazionale dei nostri ricercatori, e soprattutto in una minore probabilità di aggiudicarsi questi fondi vitali per la ricerca più avanzata e allineata alle grandi sfide scientifiche contemporanee.</p>
<p>A questo si aggiunga che l’Italia è ormai l’unico Paese avanzato a non avere un’agenzia di finanziamento indipendente: se si escludono i bandi internazionali e della Commissione europea, resta sostanzialmente solo la boccata di ossigeno fornita dagli enti non profit che lavorano soprattutto attraverso bandi competitivi. Il resto è tutto di matrice ministeriale, con più burocrazia, tempi incerti e minore visione strategica. Ma anche quel poco — in un contesto come quello italiano — ha il suo peso nel motivare i nostri ricercatori a competere per l’eccellenza. Il ministero della Salute gestisce da anni i bandi della Ricerca finalizzata, che finanzia progetti di ricerca applicata agli obiettivi del Sistema sanitario nazionale (come le politiche di prevenzione, i bisogni assistenziali della popolazione, la sicurezza dei trattamenti e degli alimenti ecc.) e a cui possono concorrere gli Irccs, le Regioni, l’Istituto superiore di sanità e altri istituti statali. Purtroppo l’ammontare di questi bandi si va riducendo anno dopo anno.</p>
<p><strong>In declino da tempo sono anche le risorse destinate alla cosiddetta “ricerca indipendente” dall’Agenzia del farmaco (Aifa)</strong>, ente che regolamenta i farmaci in Italia. La ricerca indipendente privilegia sempre aspetti di ricerca applicata come la appropriatezza delle prescrizioni, alcuni farmaci orfani (che non trovano finanziamenti industriali per loro scarsa redditività) o sperimentazioni di confronto fra farmaci per individuare l’eventuale valore terapeutico aggiuntivo (cosa che le case farmaceutiche non fanno volentieri). Essendo finanziato con un contributo pari al 5% delle spese promozionali delle aziende farmaceutiche, questo tipo di bando si è più che dimezzato nell’ultimi vent’anni.</p>
<p>Riservati agli universitari invece sono i bandi Prin, più rivolti alla ricerca fondamentale, che dopo anni di declino hanno conosciuto un’impennata nell’ultimo maxi-bando del 2017 (probabilmente non destinato a ripetersi), che ha riservato alle scienze della vita 110 milioni di euro.</p>
<p>Anche le aziende farmaceutiche contribuiscono a finanziare — oltre che i loro laboratori — le strutture di ricerca pubblica. Lo fanno soprattutto per dar corso alle sperimentazioni cliniche relative ai loro farmaci, ma non solo. Secondo un recente studio dell’Ocse, nel panorama italiano svettano alcune aziende per intensità di investimento in ricerca, censite fra le prime mille aziende europee in tutti i settori.</p>
<h2 id="il-modello-non-profit">Il modello non profit</h2><p>Chi ha portato la logica del finanziamento competitivo per bandi in Italia sono state le onp, e tuttora i ricercatori si rivolgono prevalentemente a loro per tenere viva la ricerca indipendente e di base italiana.</p>
<p>Nel 2017, dei complessivi 300 milioni di euro erogati dalle charity italiane, più di 150 milioni di euro provengono da Airc, Telethon, Fism e dalle fondazioni bancarie. In testa agli erogatori c’è l’Airc che, insieme a Firc, ha messo a disposizione 102 milioni di euro per la ricerca sul cancro. Segue la Fondazione Telethon con 30 milioni che vanno a finanziare la ricerca delle malattie genetiche rare; la Fondazione italiana sclerosi multipla con 7 milioni, la Fondazione ricerca fibrosi cistica con 2 milioni, mentre l’insieme delle fondazione bancarie (fra cui Compagnia di San Paolo e Fondazione Cariplo) indirizza 33 milioni allo studio delle principali malattie croniche e di alcuni temi caldi come l’invecchiamento. Seguono molte altre fondazioni e associazioni, molte delle quali a supporto della ricerca di ospedali (è il caso per esempio della fondazione Meyer per l’omonimo ospedale pediatrico di Firenze) e dei cosiddetti Istituto di ricovero e cura a carattere scientifico.</p>
<p>Il contributo del non profit alla ricerca di salute, anche in Italia, quindi, è tutt’altro che secondario. Secondo un recente studio, l’oncologia, che costituisce un quinto della ricerca biomedica per un investimento annuo di 5-600 milioni di euro, deve ad Airc un sesto del finanziamento complessivo, che però sale al 70% se si considerano solo i bandi. E proporzioni simili quando non superiori si ritrovano anche nei contributi di Telethon e di Fism nei rispettivi campi di interesse. Oltre allo strumento di bandi e borse di studio, alcuni enti non profit hanno cominciato da alcuni anni a diversificare i finanziamenti, investendo anche direttamente in infrastrutture di ricerca.</p>
<h2 id="la-versione-integrale-di-quest" class="titolo-minore"><strong>La versione integrale di quest&rsquo;articolo è apparsa sul magazine <em>VITA</em>. Per continuare a leggere clicca <a href="http://www.vita.it/it/store/" rel="noopener">qui</a></strong></h2>]]></content:encoded></item><item><title>ERC chiama. Italia non risponde</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/erc-chiama-italia-risponde/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/erc-chiama-italia-risponde/</guid><pubDate>Fri, 08 Mar 2019 08:53:00 +0100</pubDate><category>politica-della-ricerca</category><description>Scorrendo i nomi dei vincitori degli ultimi bandi European Research Council si scoprono parecchi cognomi italiani.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2019/erc-chiama-italia-risponde-hero.jpg" type="image/jpeg" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2019/erc-chiama-italia-risponde-hero.jpg" medium="image" type="image/jpeg"/><content:encoded><![CDATA[<p>Scorrendo i nomi dei vincitori degli ultimi bandi European Research Council si scoprono parecchi cognomi italiani. ERC, per motivi di privacy, non rivela la nazionalità dei singoli vincitori, mentre è certo che le istituzioni italiane che ospitano un vincitore di un bando ERC sono poche. Abbiamo raccolto il dato della nazionalità delle istituzioni vincitrici e abbiamo chiesto a ERC i dati aggregati della nazionalità dei vincitori per capire se sia vero che l&rsquo;Italia vince pochi bandi (quanto pochi?) e se i ricercatori italiani (abbandonati dal sistema che li ha formati) siano almeno preparati per competere a livello internazionale.</p>
<p>Lo European Research Council è un programma di finanziamento della ricerca attivo dal 2007 con l&rsquo;obiettivo di incoraggiare la ricerca di alta qualità in Europa attraverso bandi competitivi che riguardano tutte le discipline: scienze della vita, scienze fisiche, scienze sociali. Lo schema del finanziamento prevede tre linee principali:</p>
<ul>
<li><em>Starting grant</em>, riservato a giovani che hanno completato il phd da non più di 7 anni e che non hanno ancora ricoperto il ruolo di principal investigator. Finanziamento per ogni singolo progetto: 1,5 milioni di euro per un periodo di 5 anni. Nel 2018 ERC ha finanziato 403 starting grant;</li>
<li><em>Consolidator</em>, rivolto a scienziati che hanno completato il phd da 7 fino a 12 anni e che vogliono consolidare le propria ricerche e dare continuità al proprio programma di lavoro. Finanziamento per ogni singolo progetto: 2 milioni di euro per 5 anni. Nel 2018 ERC ha finanziato 291 consolidator grant;</li>
<li><em>Advanced, d</em>iretto a ricercatori che nei precedenti 10 anni hanno già guidato team di ricerca e prodotto lavori di alto livello.  Finanziamento per ogni singolo progetto: 2,5 milioni di euro per 5 anni. Un ulteriore milione può essere concesso a ricercatori che si spostano da un paese non associato al programma. Nel 2017 ERC ha finanziato 269 advanced grant.</li>
</ul>
<h2 id="in-italia-pochi-erc-molto-pochi">In Italia pochi ERC (molto pochi)</h2><p>Gli ultimi dati disponibili riguardano la tripletta Starting 2018 (StG2018), Consolidator 2018 (CoG2018), Advanced 2017 (Adg2017). L&rsquo;Italia ha portato entro i propri confini rispettivamente 15, 15 e 11 grant.<br>
In percentuale sul totale non molti, circa il 4%. Male gli starting, un po&rsquo; meglio i consolidator. I paesi che ospitano il maggior numero di grant sono il Regno Unito (188, 20% circa) seguito dalla Germania (156, 16% circa). Poi Francia, Paesi Bassi, Svizzera, Israele, Spagna. </p>
<p>Vincitori per nazionalità delle istituzioni ospiti (Adg2017, StG2018, CoG2018)</p>

<div class="tabella-scorre" role="region" aria-label="Tabella 1" tabindex="0">
<table>
  <thead>
    <tr>
      <th> </th>
      <th> Stg2018 </th>
      <th> CoG2018 </th>
      <th> AdG2017 </th>
      <th> Tot</th>
    </tr>
  </thead>
  <tbody>
    <tr>
      <td>United Kingdom - UK</td>
      <td>67</td>
      <td>55</td>
      <td>66</td>
      <td>188</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>Germania - DE</td>
      <td>76</td>
      <td>38</td>
      <td>42</td>
      <td>156</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>Altri</td>
      <td>53</td>
      <td>38</td>
      <td>22</td>
      <td>113</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>Francia - FR</td>
      <td>37</td>
      <td>32</td>
      <td>34</td>
      <td>103</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>Paesi Bassi - NL</td>
      <td>46</td>
      <td>19</td>
      <td>16</td>
      <td>81</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>Svizzera - CH</td>
      <td>19</td>
      <td>29</td>
      <td>24</td>
      <td>72</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>Israele - IL</td>
      <td>22</td>
      <td>23</td>
      <td>13</td>
      <td>58</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>Spagna - ES</td>
      <td>18</td>
      <td>16</td>
      <td>18</td>
      <td>52</td>
    </tr>
    <tr>
      <td><strong>Italia - IT</strong></td>
      <td><strong>15</strong></td>
      <td><strong>15</strong></td>
      <td><strong>11</strong></td>
      <td><strong>41</strong></td>
    </tr>
    <tr>
      <td>Svezia - SE</td>
      <td>17</td>
      <td>8</td>
      <td>10</td>
      <td>35</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>Belgio - BE</td>
      <td>16</td>
      <td>11</td>
      <td>8</td>
      <td>35</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>Danimarca - DK</td>
      <td>17</td>
      <td>7</td>
      <td>5</td>
      <td>29</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>TOT</td>
      <td>403</td>
      <td>291</td>
      <td>269</td>
      <td>963</td>
    </tr>
  </tbody>
</table>
</div>
<p>Ma la percentuale sul totale dei vincitori ancora non racconta tutto. Se si calcola il numero di vittorie in rapporto alla popolazione la prospettiva peggiora ulteriormente: l&rsquo;Italia ospita 0,7 vincitori (italiani o stranieri) per ogni milione di abitanti, in Spagna (la nazione che ci precede per numero di grant ospitati) si sale a 1,13 ogni milione di abitanti.<br>
I Paesi Bassi superano tutti: 5 grant ospitati ogni milione di abitanti.</p>
<p>Vincitori per nazionalità delle istituzioni ospiti ogni milione di abitanti (Adg2017, StG2018, CoG2018)</p>

<div class="tabella-scorre" role="region" aria-label="Tabella 2" tabindex="0">
<table>
  <thead>
    <tr>
      <th></th>
      <th></th>
    </tr>
  </thead>
  <tbody>
    <tr>
      <td>Svizzera - CH</td>
      <td>8,57</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>Israele - IL</td>
      <td>6,67</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>Danimarca - DK</td>
      <td>5,09</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>Paesi Bassi - NL</td>
      <td>5,06</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>Svezia - SE</td>
      <td>3,50</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>Belgio - BE</td>
      <td>3,14</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>United Kingdom - UK</td>
      <td>2,98</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>Germania - DE</td>
      <td>1,90</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>Francia - FR</td>
      <td>1,61</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>Spagna - ES</td>
      <td>1,13</td>
    </tr>
    <tr>
      <td><strong>Italia - IT</strong></td>
      <td><strong>0,68</strong></td>
    </tr>
  </tbody>
</table>
</div>
<p>L&rsquo;italia è di gran lunga il paese che attrae meno grant ERC. </p>
<h2 id="italiani-popolo-di-scienziati-migranti">Italiani: popolo di scienziati migranti?</h2><p>Se al posto della nazionalità degli enti che ospitano un grant si aggregano i numeri della nazionalità degli scienziati che vincono, le prestazioni del nostro paese migliorano. Quanto? Parecchio: gli enti italiani attraggono il 3% degli starting grant, mentre gli italiani in giro per l&rsquo;Europa conquistano quasi il 10% dei progetti finanziati, percentuale simile a UK e Francia. </p>
<p>Non sappiamo quanti di questi siano emigrati o abbiano vinto in paesi dove vivevano già da tempo. E&rsquo; probabile che la maggior parte si sia formata in Italia ed emigrata prestissimo (come pare indicare il dato sugli starting grant: ben 42 vincitori italiani e solo 15 istituzioni italiane ospiti). <br>
Se si rapporta il numero vincitori al numero di abitanti l&rsquo;Italia sale ancora in classifica: 1,5 vincitori ogni milione di abitanti. Sotto al 3,63 dei Paesi Bassi, ma a poca distanza dalla Germania (1,98), appaiati all&rsquo;UK (1,57) e sopra a tutti gli altri.</p>

<div class="tabella-scorre" role="region" aria-label="Tabella 3" tabindex="0">
<table>
  <thead>
    <tr>
      <th>Nazionalità del vincitore </th>
      <th> Stg2018 </th>
      <th> CoG2018 </th>
      <th> AdG2017 </th>
      <th> Tutti i grant</th>
      <th> % di tutti i grant </th>
      <th>Vincitori per milione di abitanti</th>
    </tr>
  </thead>
  <tbody>
    <tr>
      <td>Germania - DE</td>
      <td>73</td>
      <td>49</td>
      <td>40</td>
      <td>162</td>
      <td>16,8%</td>
      <td>1,98</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>United Kingdom - UK</td>
      <td>22</td>
      <td>27</td>
      <td>50</td>
      <td>99</td>
      <td>10,3%</td>
      <td>1,57</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>Francia - FR</td>
      <td>33</td>
      <td>34</td>
      <td>29</td>
      <td>96</td>
      <td>10,0%</td>
      <td>1,50</td>
    </tr>
    <tr>
      <td><strong>Italia - IT</strong></td>
      <td><strong>42</strong></td>
      <td><strong>35</strong></td>
      <td><strong>16</strong></td>
      <td><strong>93</strong></td>
      <td><strong>9,7%</strong></td>
      <td><strong>1,55</strong></td>
    </tr>
    <tr>
      <td>Paesi Bassi - NL</td>
      <td>33</td>
      <td>12</td>
      <td>13</td>
      <td>58</td>
      <td>6,0%</td>
      <td>3,63</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>Spagna - ES</td>
      <td>17</td>
      <td>17</td>
      <td>21</td>
      <td>55</td>
      <td>5,7%</td>
      <td>1,20</td>
    </tr>
    <tr>
      <td><em>Totale</em></td>
      <td><em>403</em></td>
      <td><em>291</em></td>
      <td><em>269</em></td>
      <td><em>963</em></td>
      <td> </td>
      <td> </td>
    </tr>
  </tbody>
</table>
</div>
<p>E&rsquo; chiaro: se poche istituzione italiane ospitano un vincitore, gli italiani che vincono hanno fatto le valigie. Destinazione? Qui sotto i dati per Adg2017, StG2018, CoG2018</p>
<p><img src="https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2019/erc-chiama-italia-risponde-body-1.png.webp" srcset="https://www.scienzainrete.it/media/_web/720/articoli/2019/erc-chiama-italia-risponde-body-1.png.webp 720w, https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2019/erc-chiama-italia-risponde-body-1.png.webp 1224w" sizes="(max-width: 760px) 100vw, 720px" alt="E&rsquo; chiaro: se poche istituzione italiane ospitano un vincitore, gli italiani che vincono hanno fatto le valigie. Destinazione? Qui sotto i dati per Adg2017, StG2018, CoG2018" width="1224" height="854" loading="lazy" decoding="async">
</p>
<p>Questi dati confermano quanto accade da anni: dal 2007 al 2018 le istituzioni italiane hanno ottenuto 483 grant. Mentre gli italiani vincitori sono stati 829 e di questi 387 hanno ottenuto il grant lavorando all&rsquo;estero (il 47%). Una percentuale molto elevata. In UK, Francia e Paesi Bassi la percentuali di scienziati che emigrano è sotto al 20%, sale al 26% in Spagna e al 35% in Germania.</p>
<p>Per ogni italiano che se ne va, arriva qualche straniero?</p>
<h2 id="italia-paese-ostile">Italia: paese ostile</h2><p>Che gli scienziati emigrino non è un problema per un paese, ma se allo stesso tempo pochi arrivano, sì. L&rsquo;Italia, ancora una volta,  è ultima - e distaccata di molto - per capacità di attrarre vincitori da altri paesi.</p>
<p>Vediamo.</p>
<p>Da quando è in vigore l&rsquo;ERC, hanno ottenuto un grant in Italia solo 41 scienziati stranieri, l'8% del totale. Negli altri paesi questa percentuale si aggira sempre intorno al 30%. </p>
<p>Vincitori per nazionalità. Programma ERC 2007-2017 + StG2018 + CoG2018</p>

<div class="tabella-scorre" role="region" aria-label="Tabella 4" tabindex="0">
<table>
  <thead>
    <tr>
      <th>Nazione</th>
      <th> Vincitori nella propria nazione   </th>
      <th>  Vincitori fuori dalla propria nazione  </th>
      <th>  Vincitori di altra nazionalità  </th>
    </tr>
  </thead>
  <tbody>
    <tr>
      <td>United Kingdom - UK</td>
      <td>929</td>
      <td>138</td>
      <td>921</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>Germania - DE</td>
      <td>958</td>
      <td>514</td>
      <td>393</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>Francia - FR</td>
      <td>795</td>
      <td>158</td>
      <td>306</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>Paesi Bassi - NL</td>
      <td>508</td>
      <td>120</td>
      <td>242</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>Svizzera - CH</td>
      <td>171</td>
      <td>65</td>
      <td>442</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>Israele - IL</td>
      <td>466</td>
      <td>37</td>
      <td>17</td>
    </tr>
    <tr>
      <td><strong>Italia - IT</strong></td>
      <td><strong>442</strong></td>
      <td><strong>387</strong></td>
      <td><strong>41</strong></td>
    </tr>
    <tr>
      <td>Spagna - ES</td>
      <td>362</td>
      <td>128</td>
      <td>117</td>
    </tr>
  </tbody>
</table>
</div>
<p>Percentuali vincitori nella propria nazione e all&rsquo;estero. Programma ERC 2007-2017 + StG2018 + CoG2018<img src="https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2019/erc-chiama-italia-risponde-body-2.png.webp" srcset="https://www.scienzainrete.it/media/_web/720/articoli/2019/erc-chiama-italia-risponde-body-2.png.webp 720w, https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2019/erc-chiama-italia-risponde-body-2.png.webp 1280w" sizes="(max-width: 760px) 100vw, 720px" alt="Percentuali vincitori nella propria nazione e all&rsquo;estero. Programma ERC 2007-2017 &#43; StG2018 &#43; CoG2018" width="1888" height="808" loading="lazy" decoding="async">
</p>
<p>Sembra dunque che l&rsquo;Italia sia un ambiente ideale per la formazione, ma sia decisamente ostile a trattenere i propri ricercatori migliori e ad attrarre nuove eccellenze. Insomma, siamo condannati e restare un popolo di navigatori. E, per chi resta, anche un po&rsquo; di santi.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Le aziende italiane che credono ancora nella ricerca</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/aziende-italiane-credono-ancora-ricerca/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/aziende-italiane-credono-ancora-ricerca/</guid><pubDate>Mon, 14 Jan 2019 08:44:00 +0100</pubDate><category>dati</category><description>La classifica delle prime 1.000 aziende europee per spesa in Ricerca e Sviluppo (R&amp;amp;amp;S) pubblicata nel report The 2018 EU Industrial R&amp;amp;amp;D Investment Scoreboard.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2019/aziende-italiane-credono-ancora-ricerca-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2019/aziende-italiane-credono-ancora-ricerca-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>La classifica delle prime 1.000 aziende europee per spesa in Ricerca e Sviluppo (R&amp;S) pubblicata nel report <a href="http://iri.jrc.ec.europa.eu/scoreboard18.html" rel="noopener">The 2018 EU Industrial R&amp;D Investment Scoreboard</a>, ci dice che l&rsquo;Italia segue a distanza le nazioni più sviluppate, anche se qualche azienda riesce ancora a tenere il passo. Sono 39 le aziende italiane nella top 1.000, con una spesa media di 167 milioni di euro per un totale di 6,5 miliardi di euro (l&rsquo;investimento complessivo del settore privato italiano in R&amp;S è di circa 12 miliardi di euro).</p>
<p>Nel 2017 le aziende italiane nella top 1.000 erano 38, in media avevano speso in R&amp;S 156 milioni di euro per un totale di quasi 6 miliardi. Nel 2008, quando le aziende italiane nelle prime 1.000 erano ben 52, l&rsquo;investimento medio era pari a 107 milioni di euro e il totale degli investimenti ammontava a 5,4 miliardi di euro.</p>
<p><strong>Tabella 1. Aziende italiane nella top 1000 per spesa in R&amp;S nel 2017.</strong> (<a href="https://docs.google.com/spreadsheets/d/1FInKLcks-jdClZ207BPTc67_TUvbpNzkjxxyTX_nF0A/edit?usp=sharing" rel="noopener">Tabella completa</a>)</p>

<div class="tabella-scorre" role="region" aria-label="Tabella 1" tabindex="0">
<table>
  <thead>
    <tr>
      <th>EU rank</th>
      <th>Company</th>
      <th>Industry</th>
      <th>R&amp;D 2017/18 (€mn)</th>
    </tr>
  </thead>
  <tbody>
    <tr>
      <td>21</td>
      <td>TELECOM ITALIA</td>
      <td>Fixed Line Telecommunications</td>
      <td>1.992,00</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>28</td>
      <td>LEONARDO*</td>
      <td>Aerospace &amp; Defence</td>
      <td>1.515,00</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>64</td>
      <td>INTESA SANPAOLO</td>
      <td>Banks</td>
      <td>605,00</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>82</td>
      <td>UNICREDIT</td>
      <td>Banks</td>
      <td>391,70</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>85</td>
      <td>CHIESI FARMACEUTICI*</td>
      <td>Pharmaceuticals &amp; Biotechnology</td>
      <td>376,00</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>141</td>
      <td>PIRELLI</td>
      <td>Automobiles &amp; Parts</td>
      <td>221,50</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>166</td>
      <td>ENI</td>
      <td>Oil &amp; Gas Producers</td>
      <td>185,00</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>214</td>
      <td>PRADA*</td>
      <td>Personal Goods</td>
      <td>130,50</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>230</td>
      <td>FINCANTIERI</td>
      <td>Industrial Engineering</td>
      <td>121,90</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>264</td>
      <td>RECORDATI</td>
      <td>Pharmaceuticals &amp; Biotechnology</td>
      <td>100,30</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>296</td>
      <td>PRYSMIAN</td>
      <td>Electronic &amp; Electrical Equipment</td>
      <td>84,00</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>334</td>
      <td>SNAM*</td>
      <td>Gas, Water &amp; Multiutilities</td>
      <td>66,00</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>342</td>
      <td>IMA INDUSTRIA MACCHINE AUTOMATICHE</td>
      <td>Industrial Engineering</td>
      <td>62,70</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>374</td>
      <td>DATALOGIC</td>
      <td>Electronic &amp; Electrical Equipment</td>
      <td>54,00</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>375</td>
      <td>SOGEFI*</td>
      <td>Automobiles &amp; Parts</td>
      <td>53,90</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>376</td>
      <td>COFIDE</td>
      <td>General Industrials</td>
      <td>53,90</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>387</td>
      <td>DE LONGHI</td>
      <td>Household Goods &amp; Home Construction</td>
      <td>51,00</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>417</td>
      <td>DIASORIN</td>
      <td>Pharmaceuticals &amp; Biotechnology</td>
      <td>45,30</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>424</td>
      <td>IMMSI</td>
      <td>Automobiles &amp; Parts</td>
      <td>43,90</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>454</td>
      <td>SDF</td>
      <td>Industrial Engineering</td>
      <td>39,50</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>517</td>
      <td>KEDRION*</td>
      <td>Pharmaceuticals &amp; Biotechnology</td>
      <td>31,80</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>523</td>
      <td>SAIPEM</td>
      <td>Industrial Engineering</td>
      <td>31,00</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>542</td>
      <td>PRIMA INDUSTRIE</td>
      <td>Industrial Engineering</td>
      <td>28,40</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>567</td>
      <td>CARRARO</td>
      <td>Automobiles &amp; Parts</td>
      <td>26,40</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>612</td>
      <td>BREMBO</td>
      <td>Automobiles &amp; Parts</td>
      <td>22,30</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>630</td>
      <td>INTERPUMP*</td>
      <td>Industrial Engineering</td>
      <td>21,20</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>647</td>
      <td>DANIELI</td>
      <td>Industrial Engineering</td>
      <td>20,30</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>671</td>
      <td>ENEL</td>
      <td>Electricity</td>
      <td>19,00</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>698</td>
      <td>AEFFE</td>
      <td>Personal Goods</td>
      <td>17,90</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>707</td>
      <td>ATLANTIA</td>
      <td>Industrial Transportation</td>
      <td>17,40</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>711</td>
      <td>TERNA*</td>
      <td>Electricity</td>
      <td>17,30</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>739</td>
      <td>SAES GETTERS</td>
      <td>Electronic &amp; Electrical Equipment</td>
      <td>16,10</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>803</td>
      <td>GEOX</td>
      <td>Personal Goods</td>
      <td>13,60</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>828</td>
      <td>EL EN</td>
      <td>Electronic &amp; Electrical Equipment</td>
      <td>12,60</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>845</td>
      <td>POSTE ITALIANE</td>
      <td>Industrial Transportation</td>
      <td>12,00</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>941</td>
      <td>TREVI FINANZIARIA INDUSTRIALE</td>
      <td>Construction &amp; Materials</td>
      <td>9,10</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>968</td>
      <td>NEWRON PHARMACEUTICALS</td>
      <td>Pharmaceuticals &amp; Biotechnology</td>
      <td>8,30</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>976</td>
      <td>ELICA*</td>
      <td>Household Goods &amp; Home Construction</td>
      <td>8,30</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>984</td>
      <td>BRUNELLO CUCINELLI*</td>
      <td>Personal Goods</td>
      <td>8,20</td>
    </tr>
  </tbody>
</table>
</div>
<h4 id="le-aziende-contrassegnate-con--in-tabellanon-erano-presenti-nella-classifica-del2008">(Le aziende contrassegnate con * in tabella non erano presenti nella classifica del 2008).</h4><p>Poche ai primissimi posti, le aziende italiane navigano intorno alla fascia medio bassa della classifica (in tutti gli anni la posizione media è sempre vicina alla cinquecentesima). Da 10 anni a questa parte le aziende italiane nelle prime 100 non sono mai state più di 5 e sempre dopo la ventesima. Questo significa essere ai margini della scena per quanto riguarda gli investimenti in termini assoluti: le prime 3, le prime 5 e le prime 10 aziende spendono in ricerca rispettivamente il 68%, l'82% e il 97% del totale investito dalla compagnie europee presenti nella top 1.000. Fuori da queste posizioni ci sono le briciole. </p>
<p>Nella figura 1 è rappresentata la posizione dell&rsquo;Italia dal 2006 al 2017 per euro spesi in R&amp;S dalle aziende in classifica: si nota il posizionamento stabile della penisola e una quantità di euro investiti ben lontana dai paesi che la precedono in classifica.</p>
<p><img src="https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2019/aziende-italiane-credono-ancora-ricerca-body-1.jpg.webp" srcset="https://www.scienzainrete.it/media/_web/720/articoli/2019/aziende-italiane-credono-ancora-ricerca-body-1.jpg.webp 720w, https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2019/aziende-italiane-credono-ancora-ricerca-body-1.jpg.webp 1280w" sizes="(max-width: 760px) 100vw, 720px" alt="Figura 1. Investimenti in R&amp;S (milioni €). Confronto Italia (in blu)-Europa" width="2400" height="1158" loading="lazy" decoding="async">
</p>
<p class="didascalia"><strong>Figura 1. Investimenti in R&amp;S (milioni €). Confronto Italia (in blu)-Europa.</strong></p>

<p>Tuttavia in alcune attività industriali l&rsquo;Italia primeggia. Per esempio Telecom dichiara di aver speso quasi 2 miliardi di euro in R&amp;S quasi quanto tutte le altre aziende europe dello stesso settore messe insieme (4, 9 miliardi). Nella tabella 2 un confronto della spesa per comparti industriali tra Italia ed Europa: nella seconda colonna si trova quanto vale in percentuale un determinato comparto sul totale della spesa in R&amp;S delle aziende italiane presenti in classifica. In Italia le aziende a maggiore intensità di ricerca e sviluppo sono nei settori delle telecomunicazioni fisse, dello spazio, della difesa e in quello bancario.</p>
<p><strong>Tabella 2. Confronto Italia-Europa.</strong></p>

<div class="tabella-scorre" role="region" aria-label="Tabella 2" tabindex="0">
<table>
  <thead>
    <tr>
      <th>Industry</th>
      <th>Italy (% sul totale Ita)</th>
      <th>Eu (% sul totale EU no Ita)</th>
      <th>Italy (€ milion)</th>
      <th>Eu (€ milion)</th>
    </tr>
  </thead>
  <tbody>
    <tr>
      <td>Fixed Line Telecommunications</td>
      <td><strong>30,49%</strong></td>
      <td>1,25%</td>
      <td>€1.992,00</td>
      <td>€2.500,20</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>Aerospace &amp; Defence</td>
      <td><strong>23,19%</strong></td>
      <td>3,75%</td>
      <td>€1.515,00</td>
      <td>€7.487,50</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>Banks</td>
      <td><strong>15,25%</strong></td>
      <td>3,58%</td>
      <td>€996,70</td>
      <td>€7.156,60</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>Pharmaceuticals &amp; Biotechnology</td>
      <td>8,60%</td>
      <td><strong>20,06%</strong></td>
      <td>€561,70</td>
      <td>€40.078,00</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>Automobiles &amp; Parts</td>
      <td>5,63%</td>
      <td><strong>28,68%</strong></td>
      <td>€368,00</td>
      <td>€57.297,00</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>Industrial Engineering</td>
      <td>4,97%</td>
      <td>4,61%</td>
      <td>€325,00</td>
      <td>€9.217,00</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>Oil &amp; Gas Producers</td>
      <td>2,83%</td>
      <td>1,09%</td>
      <td>€185,00</td>
      <td>€2.181,70</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>Personal Goods</td>
      <td>2,60%</td>
      <td>0,77%</td>
      <td>€170,20</td>
      <td>€1.534,20</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>Electronic &amp; Electrical Equipment</td>
      <td>2,55%</td>
      <td>5,29%</td>
      <td>€166,70</td>
      <td>€10.568,60</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>Gas, Water &amp; Multiutilities</td>
      <td>1,01%</td>
      <td>0,47%</td>
      <td>€66,00</td>
      <td>€940,40</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>Household Goods &amp; Home Construction</td>
      <td>0,91%</td>
      <td>1,06%</td>
      <td>€59,30</td>
      <td>€2.108,10</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>General Industrials</td>
      <td>0,82%</td>
      <td><strong>2,08%</strong></td>
      <td>€53,90</td>
      <td>€4.155,90</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>Electricity</td>
      <td>0,56%</td>
      <td>0,62%</td>
      <td>€36,30</td>
      <td>€1.243,40</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>Industrial Transportation</td>
      <td>0,45%</td>
      <td>0,24%</td>
      <td>€29,40</td>
      <td>€476,60</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>Construction &amp; Materials</td>
      <td>0,14%</td>
      <td>0,94%</td>
      <td>€9,10</td>
      <td>€1.884,60</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>Alternative Energy</td>
      <td>0,00%</td>
      <td>0,25%</td>
      <td>€ -</td>
      <td>€495,90</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>Beverages</td>
      <td>0,00%</td>
      <td>0,15%</td>
      <td>€ -</td>
      <td>€306,00</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>Chemicals</td>
      <td>0,00%</td>
      <td>2,83%</td>
      <td>€ -</td>
      <td>€5.657,70</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>Financial Services</td>
      <td>0,00%</td>
      <td>0,28%</td>
      <td>€ -</td>
      <td>€549,90</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>Food &amp; Drug Retailers</td>
      <td>0,00%</td>
      <td>0,13%</td>
      <td>€ -</td>
      <td>€269,60</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>Food Producers</td>
      <td>0,00%</td>
      <td>1,41%</td>
      <td>€ -</td>
      <td>€2.809,70</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>Forestry &amp; Paper</td>
      <td>0,00%</td>
      <td>0,12%</td>
      <td>€ -</td>
      <td>€238,20</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>General Retailers</td>
      <td>0,00%</td>
      <td>0,44%</td>
      <td>€ -</td>
      <td>€880,20</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>Health Care Equipment &amp; Services</td>
      <td>0,00%</td>
      <td><strong>2,59%</strong></td>
      <td>€ -</td>
      <td>€5.179,60</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>Industrial Metals &amp; Mining</td>
      <td>0,00%</td>
      <td>0,75%</td>
      <td>€ -</td>
      <td>€1.491,30</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>Leisure Goods</td>
      <td>0,00%</td>
      <td>0,16%</td>
      <td>€ -</td>
      <td>€326,30</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>Life Insurance</td>
      <td>0,00%</td>
      <td>0,16%</td>
      <td>€ -</td>
      <td>€319,90</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>Media</td>
      <td>0,00%</td>
      <td>0,75%</td>
      <td>€ -</td>
      <td>€1.492,10</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>Mining</td>
      <td>0,00%</td>
      <td>0,12%</td>
      <td>€ -</td>
      <td>€236,90</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>Mobile Telecommunications</td>
      <td>0,00%</td>
      <td>0,26%</td>
      <td>€ -</td>
      <td>€521,30</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>Nonlife Insurance</td>
      <td>0,00%</td>
      <td>0,10%</td>
      <td>€ -</td>
      <td>€192,60</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>Oil Equipment, Services &amp; Distribution</td>
      <td>0,00%</td>
      <td>0,13%</td>
      <td>€ -</td>
      <td>€261,40</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>Real Estate Investment &amp; Services</td>
      <td>0,00%</td>
      <td>0,22%</td>
      <td>€ -</td>
      <td>€444,10</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>Software &amp; Computer Services</td>
      <td>0,00%</td>
      <td><strong>5,10%</strong></td>
      <td>€ -</td>
      <td>€10.183,00</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>Support Services</td>
      <td>0,00%</td>
      <td>1,00%</td>
      <td>€ -</td>
      <td>€2.006,70</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>Technology Hardware &amp; Equipment</td>
      <td>0,00%</td>
      <td><strong>8,00%</strong></td>
      <td>€ -</td>
      <td>€15.976,70</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>Tobacco</td>
      <td>0,00%</td>
      <td>0,10%</td>
      <td>€ -</td>
      <td>€203,20</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>Travel &amp; Leisure</td>
      <td>0,00%</td>
      <td>0,44%</td>
      <td>€ -</td>
      <td>€882,10</td>
    </tr>
    <tr>
      <td><strong>Grand Total</strong></td>
      <td>100,00%</td>
      <td>100,00%</td>
      <td><strong>€6.534,30</strong></td>
      <td><strong>€199.754,20</strong></td>
    </tr>
  </tbody>
</table>
</div>
<p>Dalla tabella si nota una differente strategia industriale dell&rsquo;Italia: nel resto d&rsquo;Europa le aziende al vertice si occupano di auto, farmaci e hi-tech (in cui invece l&rsquo;Italia è tradizionalmente debole). Una tendenza che si è rafforzata negli ultimi anni: nella <strong>figura 2</strong> mostriamo l&rsquo;evoluzione delle prime 1.000 aziende europee per ricerca e sviluppo.</p>
<p><strong>Figura 2. Confronto settori industriali nelle aziende europee top 1000 in R&amp;D (milioni di €).</strong></p>
<p><img src="https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2019/aziende-italiane-credono-ancora-ricerca-body-2.png.webp" srcset="https://www.scienzainrete.it/media/_web/720/articoli/2019/aziende-italiane-credono-ancora-ricerca-body-2.png.webp 720w, https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2019/aziende-italiane-credono-ancora-ricerca-body-2.png.webp 1280w" sizes="(max-width: 760px) 100vw, 720px" alt="" width="2006" height="1332" loading="lazy" decoding="async">
Nella <strong>figura 3</strong> l&rsquo;evoluzione della spesa in R&amp;S delle aziende italiane nella classifica delle prime 1.000 in cui emerge il netto calo del settore auto (in buona parte causato dal cambio di sede legale di FCA, stabilmente tra le prime 10-11 aziende europee per investimenti in ricerca), il ridimensionamento dell&rsquo;edilizia,  la scomparsa della chimica; mentre si nota un relativo aumento di spesa in ricerca delle aziende che operano nelle telecomunicazioni e nel farmaco.</p>
<p><img src="https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2019/aziende-italiane-credono-ancora-ricerca-body-3.jpg.webp" srcset="https://www.scienzainrete.it/media/_web/720/articoli/2019/aziende-italiane-credono-ancora-ricerca-body-3.jpg.webp 720w, https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2019/aziende-italiane-credono-ancora-ricerca-body-3.jpg.webp 1280w" sizes="(max-width: 760px) 100vw, 720px" alt="Figura 3. Confronto della spesa in R&amp;S per settori industriali delle aziende italiane nella classifica top 1.000 (milioni di €)" width="1988" height="1316" loading="lazy" decoding="async">
</p>
<p class="didascalia"><strong>Figura 3. Confronto della spesa in R&amp;S per settori industriali delle aziende italiane nella classifica top 1.000 (milioni di €).</strong></p>

<h2 id="note-the-2018-eu-industrial-rd-investment-scoreboard-link-grafici-prodotti-con-rawgraphs" class="titolo-minore"><strong>Note</strong> The 2018 EU Industrial R&amp;D Investment Scoreboard (<a href="http://iri.jrc.ec.europa.eu/scoreboard18.html" rel="noopener">link</a>) [Grafici prodotti con <a href="https://rawgraphs.io" rel="noopener">RAWGraphs</a>]</h2>]]></content:encoded></item><item><title>Il governo Conte ha investito di meno in ricerca e università?</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/governo-conte-investito-meno-ricerca-universita/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/governo-conte-investito-meno-ricerca-universita/</guid><pubDate>Wed, 09 Jan 2019 22:27:00 +0100</pubDate><dc:creator>Luca Carra</dc:creator><category>dati</category><description>In questi giorni di polemiche intorno alla legge di bilancio appena pubblicata in Gazzetta ufficiale si leva la voce anche degli studenti universitari che.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2019/governo-conte-investito-meno-ricerca-universita-hero.jpg" type="image/jpeg" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2019/governo-conte-investito-meno-ricerca-universita-hero.jpg" medium="image" type="image/jpeg"/><content:encoded><![CDATA[<p>In questi giorni di polemiche intorno alla legge di bilancio appena pubblicata in Gazzetta ufficiale si leva la voce anche degli studenti universitari che hanno rinfacciato al governo Conte di aver tradito le aspettative dei ricercatori tagliando le spese in R&amp;S. Risponde a verità questa critica? Vediamo. La <a href="http://www.gazzettaufficiale.it/eli/gu/2018/12/31/302/so/62/sg/pdf" rel="noopener">legge di bilancio 2019</a> in realtà sembra prevedere qualcosa in più rispetto a quanto previsto dal governo Gentiloni nella precedente <a href="http://www.gazzettaufficiale.it/eli/gu/2017/12/29/302/so/62/sg/pdf" rel="noopener">legge di bilancio del 2018</a>. Come emerge dal confronto tra quanto stabilito dalle due manovre (2018 e 2019) il governo gialloverde ha destinato alla missione 17 (Ricerca e Innovazione) 338 milioni di euro in più del precedente bilancio, passando da 2,97 miliardi a 3,31 miliardi di euro: un aumento superiore al 10%.</p>
<p><strong>Missione ricerca: confronto tra legge bilancio 2018 e legge bilancio 2019</strong></p>
<p><a href="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2019/governo-conte-investito-meno-ricerca-universita-lb2019-17.png"><img src="https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2019/governo-conte-investito-meno-ricerca-universita-body-1.png.webp" alt="" width="704" height="836" loading="lazy" decoding="async">
</a></p>
<p>Questo aumento potrebbe essere in parte vanificato dagli accantonamenti fatti dal governo per la prima parte del 2019 per rispondere alle richieste dell&rsquo;Europa, pari a complessivi 2 miliardi, di cui 30 milioni per &ldquo;Ricerca scientifica e tecnologica di base e applicata&rdquo; e 40 milioni per &ldquo;Sistema universitario e formazione post-universitaria&rdquo; (allegato 3 alla legge, pag 2016), con probabili ricadute occupazionali sui ricercatori. In caso di sforamento questi fondi saranno inutlizzabili, rischio che però il viceministro Fioramonti valuta remoto in una intervista al giornale <a href="https://www.valigiablu.it/universita-studenti-governo-tagli/" rel="noopener">Valigiablu.it</a>.</p>
<p>La differenza non cambia se si considerano altre voci di investimento in ricerca sparse in altre parti del bilancio (come quella militare, aeronautica, navale, e le deduzioni fiscali alle imprese per le attività di ricerca), come si vede nella tabella sotto.</p>
<p><a href="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2019/governo-conte-investito-meno-ricerca-universita-lb2019-altro.png"><img src="https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2019/governo-conte-investito-meno-ricerca-universita-body-2.png.webp" alt="" width="709" height="365" loading="lazy" decoding="async">
</a></p>
<p>Se si confrontano non i numeri assoluti ma i valori percentuali delle risorse appostate per ricerca e innovazione rispetto ai totali dei due bilanci, la differenza si riduce, poiché il totale delle spese previste dal governo Conte è come noto maggiore di quanto previsto l&rsquo;anno scorso dal governo Gentiloni. </p>
<p><a href="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2019/governo-conte-investito-meno-ricerca-universita-lb2019-17.png"><img src="https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2019/governo-conte-investito-meno-ricerca-universita-body-3.png.webp" alt="" width="627" height="833" loading="lazy" decoding="async">
</a></p>
<p>Se si confrontano invece i due bilanci previsionali per la più consistente Missione 23 (Università) il saldo del governo Conte è ancora superiore al bilancio 2018 del governo Gentiloni, ma per un&rsquo;entità minore rispetto alla Missione ricerca (138 milioni di euro), e anch&rsquo;essa colpita dagli accantonamenti. </p>
<p><a href="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2019/governo-conte-investito-meno-ricerca-universita-lb2019-23.png"><img src="https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2019/governo-conte-investito-meno-ricerca-universita-body-4.png.webp" alt="" width="706" height="673" loading="lazy" decoding="async">
</a></p>
<p>Più consistente invece la differenza dei due bilanci per la Missione 22 (Scuola), pari a circa 2 miliardi di euro. </p>
<p><a href="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2019/governo-conte-investito-meno-ricerca-universita-lb2019-22.png"><img src="https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2019/governo-conte-investito-meno-ricerca-universita-body-5.png.webp" alt="" width="701" height="146" loading="lazy" decoding="async">
</a></p>
<p>E&rsquo; quindi vero che il governo Conte ha tagliato le risorse per ricerca e università? Si direbbe proprio di no. Su un punto però i rappresentanti degli studenti hanno ragione: anche con questo governo i soldi destinati dal pubblico alla ricerca dei suoi enti restano scandalosamente pochi rispetto a paesi più lungimiranti. Lo abbiamo visto: più o meno 3 miliardi di euro. Quanto i soldi per il salvataggio di Carige.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Chi sono i ricercatori highly cited</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/chi-ricercatori-highly-cited/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/chi-ricercatori-highly-cited/</guid><pubDate>Mon, 17 Dec 2018 18:01:00 +0100</pubDate><dc:creator>Chiara Sabelli</dc:creator><description>Clarivate pubblica la lista 2018 degli Highly Cited Researchers: chi sono, in quali aree, e come si posizionano gli atenei italiani nella classifica globale.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2018/chi-ricercatori-highly-cited-hero.jpg" type="image/jpeg" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2018/chi-ricercatori-highly-cited-hero.jpg" medium="image" type="image/jpeg"/><content:encoded><![CDATA[<p>È stata <a href="https://clarivate.com/blog/news/global-highly-cited-researchers-2018-list-reveals-influential-scientific-researchers-and-their-institutions/" rel="noopener">pubblicata il 27 novembre</a> scorso la lista dei ricercatori Highly Cited secondo Clarivate Analytics. La lista comprende i ricercatori che nel periodo 2006-2016 hanno pubblicato articoli con un un eccezionale numero di citazioni. L&rsquo;analisi è condotta distinguendo 21 diverse aree scientifiche: dalla medicina clinica alla fisica, dalla matematica alle scienze agrarie e così via. Quest&rsquo;anno per la prima volta vengono inseriti nella lista anche gli scienziati che hanno raccolto il numero critico di citazioni da diversi campi, i cosiddetti ricercatori della categoria <em>cross-field</em>.</p>
<p>Il numero totale di ricercatori nella lista Highly Cited (HC) di quest&rsquo;anno è 6 078, di cui 4 058 nei 21 campi specifici e 2 020 nel <em>cross-field</em>. Considerando il Paese di appartenenza della prima affiliazione, sono gli Stati Uniti a ospitare il maggior numero di ricercatori HC (2639), seguiti dal Regno Unito (546) e dalla Cina (482). Il primo Paese europeo è la Germania (356), mentre l&rsquo;Italia si classifica undicesima con 91 scienziati. L&rsquo;istituzione con il maggior numero di ricercatori HC è Harvard (186), seguita da Stanford (100) e dall&rsquo;Accademica Cinese delle Scienze (91). Al sesto e settimo posto si classificano Oxford (59) e Cambridge (53).</p>
<p>L&rsquo;area scientifica con il maggior numero di ricercatori HC è la medicina clinica (497), quella meno popolare è la matematica (90).</p>
<p><a href="https://infogram.com/39326c32-ee18-4ba9-baaf-3fa89da6602f" rel="noopener">hcr region</a><br>
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<p><a href="https://infogram.com/759f44fc-cba2-4dfc-aa60-a27a6d6da475" rel="noopener">hcr field</a><br>
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<h2 id="metodologia">Metodologia</h2><p>La procedura per selezionare i ricercatori Highly Cited si compone di tre passi.</p>
<ol>
<li>In un primo momento vengono analizzati tutti gli articoli pubblicati tra il 2006 e il 2016 secondo il database Web of Science per identificare gli Highly Cited Papers. Si considerano gli articoli pubblicati in una specifica area scientifica in un certo anno e da questa lista vengono selezionati quelli che si posizionano nel percentile più alto della distribuzione del numero di citazioni. Per ogni campo si calcola il numero totale di articoli selezionati, che servirà più avanti nella procedura.</li>
<li>Una volta selezionati gli Highly Cited Papers si guarda agli autori di questi articoli. Per ciascun autore si calcola il numero totale di citazioni ricevute relativamente agli Highly Cited Papers, si costruisce la distribuzione e si scelgono i ricercatori nel percentile più alto. </li>
<li>Per ciascun ricercatore in questo gruppo si calcola il numero totale di Highly Cited Papers che ha firmato. Se questo nunero è superiore alla radice quadrata del numero totale di autori di Highly Cited Papers in quel campo (calcolato al punto 1.), il ricercatore entra nella relativa lista degli Highly Cited Researchers.</li>
</ol>
<p>Il <em>cross-field</em> viene trattato in modo diverso. Per ciascun autore di Highly Cited Paper si considera il numero di citazioni ricevute in un certo campo normalizzato rispetto al valore soglia di quel campo (il valore soglia è il numero minimo di citazioni necessario per appartenere al percentile più alto della distribuzione in quel campo). Se la somma dei numeri di citazioni normalizzati in ciascun campo è maggiore o uguale a 1, il ricercatore viene incluso nella lista degli Highly Cited Researchers relativamente al <em>cross-field</em>. Come si legge nell&rsquo;Excutive Summary³, questa procedura ha un certo grado di arbitrarietà e non esiste un modo univoco per identificare in maniera algoritmica i ricercatori che si sono distinti per i loro contributi alla scienza. Una diversa selezione dei parametri o delle procedure restituirà una lista diversa. In sintesi: nessun metodo quantitativo può sostituire l&rsquo;analisi approfondita della produzione scientifica di un ricercatore.</p>
<p>Secondo Nicola Bellomo, matematico del Politecnico di Torino, Highly Cited Researcher e presidente del Gruppo 2003, la lista pubblicata ogni anno da Clarivate non esprime una valutazione scientifica dei singoli ricercatori, ma piuttosto misura l&rsquo;impatto che questi esercitano sulla comunità scientifica internazionale. «L&rsquo;Agenzia Clarivate utilizza il termine descrittivo &ldquo;Influential Minds&rdquo; per riassumere questo concetto», afferma Bellomo. «Essere nella lista è comunque indice di intensa attività di ricerca». E conclude: «Bisogna tenere presente anche che alcune agenzie di ranking di università e centri di ricerca tengono conto della presenza di Highly Cited Researchers nel costruire le loro classifiche.»</p>
<h2 id="italia">Italia</h2><p>Per quanto riguarda l&rsquo;Italia, sono 91 i ricercatori che compaiono nella lista degli Highly Cited Researchers di quest&rsquo;anno¹, di cui 79 sono uomini e solo 12 donne. Il campo più popolato è quello della <em>clinical medicine</em>, secondo solo al <em>cross-field</em>, mentre l&rsquo;istituzione che ospita più ricercatori Highly Cited è l&rsquo;Università di Torino (6).</p>
<p><a href="https://infogram.com/97c6dd66-39f9-4c93-9d55-f3be1c84c582" rel="noopener">hcr ita field</a><br>
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<h2 id="chi-parte-chi-arriva-chi-torna">Chi parte, chi arriva, chi torna</h2><p>È difficile invece stabilire con certezza quanti sono i ricercatori di nazionalità italiana o formati in Italia (laurea o dottorato) che hanno proseguito la loro carriera all&rsquo;estero fino a ottenere l&rsquo;importante riconoscimento. Da un&rsquo;analisi basata sui cognomi e i nomi emergono circa 60 scienziati, ma è difficile valutare il grado di approssimazione di questa stima.</p>
<p>Sono invece otto² i ricercatori che hanno svolto la loro formazione all&rsquo;estero e si sono poi spostati in Italia per sviluppare la loro carriera. Tra questi due sono affiliati al Joint Research Center della Commissione Europea, che ha sede a Ispra in provincia di Varese, 2 lavorano all&rsquo;Università Bocconi di Milano.</p>
<p>Scorrendo i curriculum di questi 91 ricercatori si trovano le esperienze più diverse, che possiamo però raggruppare in quattro categorie. I ricercatori che hanno studiato in Italia e qui hanno svolto tutto il loro percorso; quelli che hanno studiato in Italia, hanno trascorso un periodo più o meno lungo all&rsquo;estero e poi sono rientrati in Italia; coloro che studiano in Italia e poi proseguono all&rsquo;estero senza più tornare. Infine gli scienziati che dall&rsquo;estero vengono in Italia a lavorare in una delle nostre università.</p>
<p>Per capire quali sono le ragioni di queste scelte, abbiamo intervistato sei ricercatori che rappresentano tre di queste categorie, lasciando fuori coloro che non sono mai partiti.</p>
<p><img src="https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2018/chi-ricercatori-highly-cited-body-1.jpg.webp" srcset="https://www.scienzainrete.it/media/_web/720/articoli/2018/chi-ricercatori-highly-cited-body-1.jpg.webp 720w, https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2018/chi-ricercatori-highly-cited-body-1.jpg.webp 1134w" sizes="(max-width: 760px) 100vw, 720px" alt="mosaico" width="1134" height="800" loading="lazy" decoding="async">
</p>
<p>In alto da sinistra Antonio Abate, Giancarlo Logroscino e David Stuckler. In basso da sinistra: Francesca Dominici, Nicola Orsini e Hamid Reza Karimi.</p>
<p><strong>Nicola Orsini</strong>, dottorato nel 2008, dopo la una laurea all&rsquo;Università di Pisa e assegni di ricerca all&rsquo;Istituto di Scienza e Tecnologie dell’Informazione (CNR) decide di approfondire lo studio dei metodi statistici applicati nella ricerca medica e parte per la Svezia al Karolinska Institutet di Stoccolma. Dottorato in epidemiologia premiato come migliore tesi nel settore di sanità pubblica dall’Associazione Medica Svedese dove è rimasto fino a diventare professore associato di statistica medica. Quando lo intervistiamo ci dice: « Sono partito 14 anni fa senza rimpianti». Le ragioni sono sia di natura professionale che personale. Al Karolinska Institutet gli scienziati si occupano quasi solo di ricerca e lavorano per raccogliere fondi competitivi, sia nazionali che internazionali. Il lavoro didattico è molto ridotto. Poi ci sono gli aspetti familiari e personali. «In Svezia è molto più semplice costruire una famiglia, poiché lo Stato garantisce un anno e mezzo di congedo parentale tra paternità e maternità» e aggiunge «tornare in Italia sarebbe bello ma difficile perché sia io che mia moglie lavoriamo nella ricerca universitaria». In più gli stipendi poi sono molto più alti rispetto all&rsquo;Italia: un dottorando svedese percepisce il doppio o il triplo rispetto a un dottorando italiano. Nicola si è specializzato in metodi statistici per combinare risultati sperimentali o osservazionali ottenuti in diverse parti del mondo, i cosiddetti studi di metanalisi. In particolare, si occupa di problemi di dose-risposta, ovvero di stima della reazione di un organismo quando esposto a certe dosi di una sostanza. Questi strumenti vengono comunemente utilizzati da gruppi di ricercatori e organizzazioni internazionali per sintetizzare la letteratura scientifica disponibile. «Credo che nell&rsquo;ambito delle scienze statistiche applicate alle scienze mediche la chiave per avere impatto sia quella di ascoltare le domande metodologiche dei colleghi specializzati in altri campi, come l&rsquo;oncologia, la cardiologia, la salute pubblica e ambientale, la psichiatria, la nutrizione», e conclude «se non avessi considerato i problemi aperti in altre aree di ricerca e non avessi fornito degli strumenti facili da usare, i miei contributi sarebbero rimasti confinati all&rsquo;interno di un cerchia piuttosto ristretta di accademici». Il suo legame con l&rsquo;Italia resta però vivo nelle collaborazioni, sia con professori che con gli studenti, che arrivano al Karolinska per specializzarsi nel suo gruppo di ricerca.</p>
<p><strong>Antonio Abate</strong>, dottorato nel 2011, ha invece deciso di rientrare in Italia dopo sette anni passati all&rsquo;estero in quattro diverse istituzioni: Oxford, Cambridge, l&rsquo;École polytechnique fédérale de Lausanne, l&rsquo;Helmoltz Zentrum a Berlino. Antonio ha una laurea in ingegneria dei materiali all&rsquo;Università Federico II di Napoli e un dottorato in chimica al Politecnico di Milano. A spingerlo a tornare in Italia ragioni personali e opportunità professionali. Ha vinto un finanziamento del programma per giovani ricercatori &ldquo;Rita Levi Montalcini&rdquo; diventando ricercatore all&rsquo;Università di Napoli Federico II. Nel frattempo lo European Research Council gli ha assegnato uno Starting Grant per il progetto FREEENERGY, che punta a sviluppare celle fotovoltaiche a base di perovskiti a basso impatto ambientale sfruttando interazioni supramolecolari non convenzionali. Questo gli ha permesso di accedere ai finanziamenti <a href="https://fare.miur.it/app.php" rel="noopener">FARE</a> (Framework per l&rsquo;Attrazione e il Rafforzamento delle Eccellenze per la ricerca italiana), che assegnano ad alcuni tra i vincitori di finanziamenti ERC che scelgono di portare avanti il loro progetto in Italia dei fondi aggiuntivi per un importo massimo pari al 20% del grant europeo. «Il sistema di reclutamento italiano non è più rigido di quello di altri Paesi in cui ho lavorato», ci spiega, «la differenza sta probabilmente nella minore disponibilità di risorse economiche». In Germania, ad esempio, la stabilizzazione arriva molto tardi e avviene attraverso giudizio insidacabile dei membri più anziani dell&rsquo;università. Per Antonio, che ha una figlia di due anni, rientrare in Italia era importante anche dal punto di vista familiare: «Sarei un pazzo a dire che a Napoli si vive meglio che a Berlino, ma la qualità della vita si definisce anche in base a parametri soggettivi. Se fossimo rimasti in Germania mia figlia non solo avrebbe parlato un&rsquo;altra lingua, ma sarebbe cresciuta secondo una cultura rispetto a cui io mi sarei sempre sentito estraneo».</p>
<p><strong>David Stuckler</strong>, dottorato nel 2009, ha deciso di lasciare l&rsquo;Università di Oxford per proseguire la sua ricerca in Italia all&rsquo;Università Bocconi a Milano. David è un esperto di salute pubblica e, tra le altre cose, autore insieme a Sanjay Basu del libro <a href="https://www.penguin.co.uk/authors/77985/david-stuckler.html" rel="noopener">The Body Economic</a>, pubblicato da Penguin, sulle conseguenze della crisi economica e finanziaria cominciata nel 2008 sulla salute fisica e mentale. Recentemente i suoi studi si concentrano sugli effetti delle politiche di <em>austerity</em> sulla salute pubblica. Ne è un esempio <a href="https://www.vox.com/2018/9/20/17875238/measles-cases-europe-record-high-austerity" rel="noopener">l&rsquo;articolo</a> pubblicato sullo European Journal Journal of Public Health che collega il calo della copertura vaccinale contro morbillo, parotite e rosolia al taglio della spesa pubblica. «La Bocconi è probabilmente la migliore università dell&rsquo;Europa continentale per le scienza sociali», ci ha spiegato David. La Bocconi ospita anche un altro degli otto stranieri HC che lavorano in Italia, Nicola J. Foss, e conta tra i suoi docenti e ricercatori circa 20 vincitori di finanziamenti da parte dello European Research Council.</p>
<p><strong>Francesca Dominici</strong>, dottorato nel 1997, è oggi Clarence James Gamble Professor of Biostatistics, Population and Data Science alla Harvard T.H. Chan School of Public Health. Francesca si è laureata in statistica all&rsquo;Università Sapienza di Roma e ha poi conseguito il dottorato presso l&rsquo;Università di Padova. Già durante il dottorato ha trascorso un periodo di <em>visiting</em> negli Stati Uniti, per poi spostarsi definitivamente alla Johns Hopkins University fino al 2009, quando poi è arrivata a Harvard. «A spingermi a partire sono stati la mia passione per la scienza e la statistica, l’ambizione di fare carriera in un sistema meritocratico e la voglia di interagire con persone di culture e tradizioni differenti». Negli Stati Uniti Francesca ha potuto collaborare con scienziati di altissimo livello e formare studenti di eccezionale talento. «Tutto questo ha chiaramente un costo: il sistema in cui lavoro oggi è estremamente competitivo e richiede dedizione totale». Oltre a fare ricerca e insegnare, Francesca è anche impegnata nella promozione della diversità all&rsquo;interno dell&rsquo;accademia. Presiede, infatti, il Committee for the Advancement of Women Faculty della Harvard T.H. Chan School of Public Health. Quando le chiediamo quali siano le azioni più efficaci per promuovere la presenza di donne nell&rsquo;accademia, soprattutto in posizioni di rilievo, ci risponde: « Bisogna avere tolleranza zero verso i comportamenti discriminatori di ogni tipo: l&rsquo;assenza di donne nelle tavole rotonde delle conferenze, nei comitati editoriali delle riviste scientifiche più presitgiose. Poi ci sono gli stereotipi da combattere: l&rsquo;atteggiamento diverso riguardo all&rsquo;ambizione maschile e femminile e l&rsquo;esistenza di certi club solo maschili in cui si prendono decisioni importanti escludendo le donne».</p>
<p><strong>Giancarlo Logroscino</strong>, neurologo con dottorato nel 1997 in epidemiologia, è rientrato in Italia nel 2008 dopo dieci anni trascorsi negli Stati Uniti prima alla Columbia University a New York, dove ha ottenuto il dottorato ed è poi diventato ricercatore, e poi alla Harvard School of Medicine come professore. Oggi è professore ordinario di neurologia all&rsquo;Università degli Studi di Bari Aldo Moro e dirige il Centro di Malattie Neuordegenerative e Invecchiamento Cerebrale presso la Fondazione Panico di Tricase. «Sono rientrato in Italia per motivi di carattere personale, ma il rientro non è stato facile», ci spiega, «volevo ricostruire a Bari il modello di lavoro che avevo appreso negli Stati Uniti: internazionalizzare le procedure e i progetti, organizzare scambi con scienziati delle più prestigiose istituzioni internazionali, aggregare i ricercatori intorno ai progetti e in base alle competenze e non secondo appartenenze accademiche. Alla fine ci sono riuscito, anche se è stato necessario aggiustare il tiro. Il centro per le malattie neurodegenerative, ad esempio, doveva essere costruito all&rsquo;interno del Policlino Universitario di Bari, ma non è stato possibile per opposizione del sistema universitario locale. Così ci siamo spostati presso l’Azienda Ospedaliera Pia Fond. Card. G. Panico di Tricase, Lecce». La differenza che Giancarlo sente più marcata tra Harvard e l&rsquo;Università di Bari è la mancanza di una cultura amministrativa di alto livello che supporti lo svolgimento e la promozione dei progetti più ambiziosi. Ciò che gli ha permesso di continuare a fare ricerca con lo stesso entusiasmo del primo giorno è aver mantenuto una prospettiva internazionale, viaggiando molto. In questo modo è riuscito a contagiare i suoi stretti collaboratori e anche la cerchia allargata dei colleghi con cui ha interagito e delle istituzioni cha ha frequentato.</p>
<p><strong>Hamid Reza Karimi</strong>, dottorato nel 2005, è professore associato di meccanica applicata al Dipartimento di Ingegneria Meccanica del Politecnico di Milano dal 2016. Ha svolto i suoi studi presso l&rsquo;Università di Tehran e si è specializzato nello sviluppo di sistemi di controllo e meccatronica per il settore automobilistico e dell&rsquo;energia solare. «L&rsquo;università italiana eccelle sia nella ricerca che nella didattica», racconta Hamid, «e inoltre mette in atto una buona politica di internazionalizzazione, garantendo l&rsquo;integrazione dei ricercatori italiani all&rsquo;interno della comunità di riferimento nel mio campo». Infine Hamid spiega che dal suo punto di vista l&rsquo;Italia garantisce un percorso di carriera universitaria ben definito.</p>
<p><strong>Elenco degli scienziati italiani che lavorano in Italia ed elenco degli scienziati italiani che lavorano all&rsquo;estero (elenco parziale).</strong></p>
<h4 id="note">Note</h4><h4 id="-le-affiliazioni-riportate-nella-lista-highhly-cited-researchers-di-clarivate-non-sono-sempre-aggiornate">¹ Le affiliazioni riportate nella lista Highhly Cited Researchers di Clarivate non sono sempre aggiornate.</h4><h4 id="-raul-r-gainetdinov-che-nella-lista-risulta-affiliato-allistituto-italiano-di-tecnologia-iit-è-in-realtà-direttore-dellinstitute-of-translational-biomedicine-delluniversità-statale-di-san-pietroburgo-e-ha-trascorso-solo-un-periodo-come-visiting-scientist-alliit-cora-sternberg-nella-lista-affiliata-allazienda-ospedaliera-san-camillo-forlanini-è-da-poco-rientrata-negli-stati-uniti-allospedale-weill-cornell-medicine-a-new-york-aron-goldhirsch-e-jusef-hassoun-il-primo-alluniversità-statale-di-milano-e-il-secondo-alla-sapienza-di-roma-hanno-entrambi-conseguito-laurea-e-dottorato-in-italia">² Raul R. Gainetdinov, che nella lista risulta affiliato all&rsquo;Istituto Italiano di Tecnologia (IIT), è in realtà direttore dell&rsquo;Institute of Translational Biomedicine dell&rsquo;Università Statale di San Pietroburgo e ha trascorso solo un periodo come <em>visiting scientist</em> all&rsquo;IIT. Cora Sternberg, nella lista affiliata all&rsquo;Azienda Ospedaliera San Camillo-Forlanini, è da poco rientrata negli Stati Uniti all&rsquo;ospedale Weill Cornell Medicine a New York. Aron Goldhirsch e Jusef Hassoun, il primo all&rsquo;Università Statale di Milano e il secondo alla Sapienza di Roma, hanno entrambi conseguito laurea e dottorato in Italia.</h4><h4 id="-lexecutive-summary-si-può-scaricare-qui">³ L&rsquo;Executive Summary si può scaricare <a href="https://hcr.clarivate.com/" rel="noopener">qui</a>.</h4>]]></content:encoded></item><item><title>Ministro Bussetti, ecco cos’è per noi l’Agenzia Nazionale per la Ricerca</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/ministro-bussetti-ecco-cos-noi-agenzia-nazionale-ricerca/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/ministro-bussetti-ecco-cos-noi-agenzia-nazionale-ricerca/</guid><pubDate>Wed, 03 Oct 2018 18:58:00 +0100</pubDate><dc:creator>Gruppo 2003</dc:creator><description>La stampa riporta l’intenzione del governo di istituire un&amp;amp;rsquo;Agenzia Nazionale della Ricerca, di cui non si conoscono ancora finalità e compiti.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2018/ministro-bussetti-ecco-cos-noi-agenzia-nazionale-ricerca-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2018/ministro-bussetti-ecco-cos-noi-agenzia-nazionale-ricerca-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>La stampa riporta l’intenzione del governo di istituire un&rsquo;<strong>Agenzia Nazionale della Ricerca</strong>, di cui non si conoscono ancora finalità e compiti. Se si sta alle poche righe dedicate al tema sul contratto di governo, sembra emergere un super-ente che raccordi gli altri enti di ricerca, cosa ben diversa dalla realtà delle Agenzie di ricerca attive ormai in tutti i paesi sviluppati e da quanto proposto anni fa dal Gruppo 2003. E’ importante quindi ricordare, come abbiamo scritto al Ministro, i tratti salienti di un&rsquo;agenzia di questo genere che possa davvero aiutare lo sviluppo della ricerca in Italia allineandola alle altre esperienze note nel mondo.</p>
<p>La proposta di istituire un’Agenzia Italiana per la Ricerca Scientifica, sull’esempio di quanto esistente negli Stati Uniti e in tutti gli altri Paesi europei, è stata presentata dal Gruppo 2003 alcuni anni fa.</p>
<p>La proposta tende a distinguere due momenti e due competenze, che oggi si sovrappongono e determinano confusione.</p>
<p><em>Competenza politica</em>: quello della scelta delle priorità e dell’allocazione delle risorse, globali e per ciascun settore. Oggi ogni ministero ha a disposizione risorse economiche più o meno importanti che vengono destinate alla ricerca con modalità spesso poco trasparenti e senza alcun coordinamento. Sarebbe necessario che tutti questi rivoli convergano in un unico fondo governativo per la ricerca sotto il controllo della Presidenza del Consiglio.</p>
<p><em>Competenza esecutiva</em>: spetterebbe all’Agenzia identificare le modalità con cui dare una risposta alle richieste del Governo, valutando l’appropriatezza delle risorse messe a disposizione per raggiungere gli obiettivi proposti e segnalando i punti di forza e di debolezza della ricerca nel Paese. L’Agenzia dovrebbe inoltre promuovere collaborazioni a livello internazionale e con le Regioni, che contribuiscono a finanziare la ricerca sul proprio territorio.</p>
<p>L’Agenzia non deve essere l’ennesimo ente che si aggiunge a quelli già esistenti ma una struttura agile, che risponde alla Presidenza del Consiglio, guidata da poche persone rappresentanti il mondo della ricerca, della tecnologia, della cultura e dell’industria; con un direttore e dipartimenti per grandi aree: ad esempio energia, ambiente, salute e così via. L’Agenzia dovrebbe comprendere una forte componente di ricerca di base a lungo termine e aree di natura più applicativa, in forte relazione fra loro.</p>
<p>Compito dell’Agenzia dovrebbe essere la realizzazione di bandi di concorso, aperti a tutte le istituzioni che operano in campo scientifico nel Paese quali Università, Cnr e tutti gli altri enti di ricerca, Istituto Superiore di Sanità, Irccs, Fondazioni e altre organizzazioni pubbliche e private no-profit. E’ importante che l’assegnazione dei fondi avvenga con <em>peer review</em> internazionali e <em>site visit</em> in armonia con ciò che avviene in tutti i Paesi europei. Solo in questo modo una Agenzia della ricerca potrà consentire alle organizzazioni scientifiche di programmare le loro attività di ricerca con fiducia, avendo certezze sui tempi dei bandi, sulla valutazione, la disponibilità e la continuità delle risorse.</p>
<h2 id="una-copia-del-presente-comunicato-è-stata-pubblicata-sul-sito-del-gruppo-2003" class="titolo-minore">Una copia del presente comunicato è stata pubblicata sul sito del <a href="https://www.gruppo2003.org" rel="noopener">Gruppo 2003</a></h2>]]></content:encoded></item><item><title>ERC 2018, l'Italia si ripete</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/erc-2018-litalia-si-ripete/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/erc-2018-litalia-si-ripete/</guid><pubDate>Tue, 21 Aug 2018 00:30:00 +0100</pubDate><dc:creator>Pietro Greco</dc:creator><description>Seconda in assoluto per numero di vincitori, dopo la Germania, prima in assoluta nella classifica (negativa) dei paesi che vedono i propri ricercatori andare.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2018/erc-2018-litalia-si-ripete-hero.jpg" type="image/jpeg" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2018/erc-2018-litalia-si-ripete-hero.jpg" medium="image" type="image/jpeg"/><content:encoded><![CDATA[<p>Seconda in assoluto per numero di vincitori, dopo la Germania, prima in assoluta nella classifica (negativa) dei paesi che vedono i propri ricercatori andare all’estero a spendere i grant assegnati dall’ERC, il <a href="https://erc.europa.eu" rel="noopener">Consiglio Europeo della Ricerca</a>.</p>
<p>L’Italia, dunque, <a href="https://www.scienzainrete.it/articoli/erc-formidabili-italiani-allestero/">si ripete</a>. <a href="https://erc.europa.eu/sites/default/files/document/file/erc_2018_stg_statistics.pdf" rel="noopener">Anche quest’anno</a> sono molti (42) i ricercatori italiani che, dopo dura selezione, hanno vinto un ERC Starting Grant. Ma anche quest’anno la maggioranza dei vincitori ( 27 su 42) spenderanno fuori dai confini italiani quel notevole gruzzolo (1,5 milioni di euro in cinque anni).</p>

<div class="tabella-scorre" role="region" aria-label="Tabella 1" tabindex="0">
<table>
  <thead>
    <tr>
      <th> </th>
      <th>Nazionalità vincitori</th>
      <th>Paese ospite</th>
      <th>Differenza</th>
    </tr>
  </thead>
  <tbody>
    <tr>
      <td> </td>
      <td> </td>
      <td> </td>
      <td> </td>
    </tr>
    <tr>
      <td>Germania</td>
      <td>73</td>
      <td>76</td>
      <td>+ 3</td>
    </tr>
    <tr>
      <td><strong>Italia</strong></td>
      <td><strong>42</strong></td>
      <td><strong>15</strong></td>
      <td><strong>- 27</strong></td>
    </tr>
    <tr>
      <td>Francia</td>
      <td>33</td>
      <td>37</td>
      <td>+ 3</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>Olanda</td>
      <td>33</td>
      <td>46</td>
      <td>+ 13</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>Israele</td>
      <td>25</td>
      <td>33</td>
      <td>+ 8</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>Regno Unito</td>
      <td>22</td>
      <td>67</td>
      <td>+ 45</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>Spagna</td>
      <td>17</td>
      <td>18</td>
      <td>+ 1</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>Stati Uniti</td>
      <td>14</td>
      <td>-</td>
      <td>-</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>Belgio</td>
      <td>13</td>
      <td>16</td>
      <td>+ 3</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>Svezia</td>
      <td>11</td>
      <td>17</td>
      <td>+ 6</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>Danimarca</td>
      <td>9</td>
      <td>17</td>
      <td>+ 8</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>Polonia</td>
      <td>9</td>
      <td>4</td>
      <td>-5</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>Canada</td>
      <td>8</td>
      <td> </td>
      <td> </td>
    </tr>
    <tr>
      <td>Cina</td>
      <td>7</td>
      <td> </td>
      <td> </td>
    </tr>
    <tr>
      <td>Cechia</td>
      <td>7</td>
      <td>5</td>
      <td>- 2</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>Portogallo</td>
      <td>7</td>
      <td>5</td>
      <td>- 2</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>Finlandia</td>
      <td>6</td>
      <td>10</td>
      <td>+ 4</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>Austria</td>
      <td>5</td>
      <td>9</td>
      <td>+ 4</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>Grecia</td>
      <td>5</td>
      <td>0</td>
      <td>- 5</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>Norvegia</td>
      <td>5</td>
      <td>10</td>
      <td>+ 5</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>Romania</td>
      <td>5</td>
      <td>1</td>
      <td>- 4</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>Svizzera</td>
      <td>4</td>
      <td> </td>
      <td> </td>
    </tr>
    <tr>
      <td>India</td>
      <td>4</td>
      <td> </td>
      <td> </td>
    </tr>
    <tr>
      <td>Ungheria</td>
      <td>3</td>
      <td>0</td>
      <td>- 3</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>Iran</td>
      <td>3</td>
      <td> </td>
      <td> </td>
    </tr>
    <tr>
      <td>Russia</td>
      <td>3</td>
      <td> </td>
      <td> </td>
    </tr>
    <tr>
      <td>Slovenia</td>
      <td>3</td>
      <td>1</td>
      <td>- 2</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>Australia</td>
      <td>2</td>
      <td> </td>
      <td> </td>
    </tr>
    <tr>
      <td>Bulgaria</td>
      <td>2</td>
      <td>0</td>
      <td>- 2</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>Giappone</td>
      <td>2</td>
      <td> </td>
      <td> </td>
    </tr>
    <tr>
      <td>Serbia</td>
      <td>2</td>
      <td>0</td>
      <td>- 2</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>Taiwan</td>
      <td>2</td>
      <td> </td>
      <td> </td>
    </tr>
    <tr>
      <td>Argentina</td>
      <td>1</td>
      <td> </td>
      <td> </td>
    </tr>
    <tr>
      <td>Cipro</td>
      <td>1</td>
      <td>0</td>
      <td>- 1</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>Croazia</td>
      <td>1</td>
      <td>0</td>
      <td>- 1</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>Macedonia</td>
      <td>1</td>
      <td>0</td>
      <td>- 1</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>Malesia</td>
      <td>1</td>
      <td> </td>
      <td> </td>
    </tr>
    <tr>
      <td>Messico</td>
      <td>1</td>
      <td> </td>
      <td> </td>
    </tr>
    <tr>
      <td>Nuova Zelanda</td>
      <td>1</td>
      <td> </td>
      <td> </td>
    </tr>
    <tr>
      <td>Pakistan</td>
      <td>1</td>
      <td> </td>
      <td> </td>
    </tr>
    <tr>
      <td>Turchia</td>
      <td>1</td>
      <td>0</td>
      <td>- 1</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>Vietnam</td>
      <td>1</td>
      <td> </td>
      <td> </td>
    </tr>
    <tr>
      <td>Sud Africa</td>
      <td>1</td>
      <td> </td>
      <td> </td>
    </tr>
    <tr>
      <td>Lussemburgo</td>
      <td>0</td>
      <td>1</td>
      <td>+ 1</td>
    </tr>
  </tbody>
</table>
</div>
<p>Nella prima colonna, dopo quella dei paesi, i vincitori per nazione di provenienza; nella seconda colonna i paesi dove verranno spesi i grants; nella terza colonna la differenza per ciascun paese tra numero di vincitori nazionali e numero di grants ospitati. Fonte: <a href="https://erc.europa.eu/sites/default/files/document/file/erc_2018_stg_statistics.pdf" rel="noopener">ERC</a>.</p>
<p>Qualche notizia utile, prima di un commento scontato che si ripete, uguale a se stesso, da troppo tempo. Le domande per gli Starting Grants 2018 – un bando che lo European Research Council rivolge a ricercatori con un’esperienza compresa tra i 2 e i 7 anni dopo il PhD – sono state 3170, in tre settori disciplinari: scienze fisiche e ingegneristiche; scienza della vita; scienze umane.</p>
<p>I vincitori sono stati 397. Dunque la selezione è stata dura: solo il 12,5% ha superato la prova. Come ha rilevato il presidente dell’ERC, <a href="https://erc.europa.eu/erc_member/jean-pierre-bourguignon" rel="noopener">Jean-Pierre Bourguignon</a>, il 40% tra loro sono donne. È il secondo anno consecutivo che si raggiunge una tale percentuale. Segno che il tetto di cristallo se non è stato ancora infranto, ha iniziato a essere scalfito. E la prospettiva è al miglioramento, visto che il tasso di successo delle ricercatrici che hanno applicato, ovvero fatto domanda (13,7%) è maggiore di quello dei colleghi maschi (12,4%).</p>
<p>Per quanto riguarda gli aspetti geografici, il presidente dell’ERC sottolinea come la domande vengono da ogni parte del mondo (da 44 paesi in totale, molti non europei). Ricordiamo che gli ERC possono essere spesi solo nei paesi dell’Unione Europea o in quelli classificati come associati.</p>
<h2 id="gli-italiani-fuggono-in-gran-bretagna">Gli italiani fuggono in Gran Bretagna</h2><p>Curiosamente, Jean-Pierre Bourguignon nota l’ottimo successo dell’Olanda: sono molti i ricercatori che la scelgono come paese dove spendere il loro grant. I vincitori del centro e dell’est Europa, nota ancora il presidente, sono in crescita. Ma quasi tutti lo vanno a spendere, il loro grant, all’estero. Curiosamente, Jean-Pierre Bourguignon non commenta la situazione, molto più imbarazzante, dell’Italia. Una situazione speculare a quella del Regno Unito, che vanta la metà dei vincitori (appena 22), ma ne ospita poi 67. Se l’Italia registra il più alto saldo negativo (-27), il Regno Unito, malgrado la Brexit, registra il più alto saldo positivo (+45).</p>
<p>Dette in parole molto povere, i ricercatori scappano dall’Italia e corrono in Gran Bretagna.</p>
<p>Il motivo è da anni lo stesso: nel nostro paese trovano laboratori forse meno attrezzati e, soprattutto, burocrazie respingenti.</p>
<p>Questi ultimi dati confermano anche che il nostro paese, malgrado tutto e contrariamente a quanto molti sostengono, è un ottimo “generatore di cervelli”. Ma resta incapace di reagire al gap finanziario e organizzativo che nell’ambito della ricerca scientifica lo separa, sempre più, dal resto d’Europa e del mondo.</p>
<p>Il problema è che non solo la forbice si allarga, ma ben pochi – quasi nessuno tra le classi dirigenti politiche ed economiche – sono consapevoli di questa divaricazione e ne valutano le conseguenze strategiche da un punto di vista culturale, civile ed economico.</p>
<p>La scuola, l’università e la ricerca continuano a essere trascurate. Cosicché viene da chiedersi fino a quando il nostro resterà un paese che, per una strana alchimia, si propone come un notevole “generatore di cervelli”.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>E se investissimo nella ricerca?</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/investissimo-ricerca/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/investissimo-ricerca/</guid><pubDate>Fri, 11 May 2018 17:01:00 +0100</pubDate><dc:creator>Luca Carra</dc:creator><description>Un momento del dibattito finale del Convegno &amp;amp;ldquo;La ricerca scientifica: un valore per il paese&amp;amp;rdquo;, CNR, Roma, 10 maggio 2018.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2018/investissimo-ricerca-hero.jpg" type="image/jpeg" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2018/investissimo-ricerca-hero.jpg" medium="image" type="image/jpeg"/><content:encoded><![CDATA[<p>Nell’ultima decade si sono succeduti governi che per ragioni di bilancio hanno bruciato il 20 per cento delle risorse destinate alla ricerca, pari a 1,2 miliardi. Una perdita secca che ha inciso nelle carni del sistema nazionale mettendolo in affanno, per ora non compensato da iniziative episodiche come il ricco bando PRIN dell’anno scorso, le poche assunzioni aggiuntive di ricercatori e le misure a favore della ricerca industriale come gli sgravi fiscali e Industria 4.0. La sola classifica europea nella quale si primeggia è quella del ricercatori che hanno lasciato il Paese per lavorare all&rsquo;estero: 11.000 su 35.000 in Europa. Queste sono solo alcune delle considerazioni fatte dall’economista <strong>Mario Pianta</strong> nel primo intervento del Convegno del Gruppo 2003 <a href="https://www.scienzainrete.it/articoli/ricercatori-convegno-rilancio-ricerca-italia/">“La ricerca scientifica: un valore per il Paese”</a> (CNR, Roma, 10 maggio). Considerazioni pesanti che intercettano un malessere sempre più diffuso fra i ricercatori.</p>
<p>Scopo del convegno non era di deprimere gli animi, ma nemmeno quello di chiudere gli occhi davanti a un investimento fermo da anni intorno all’1,2% del PIL, a cui servirebbero altri 4 miliardi all’anno per arrivare all’obiettivo stabilito per l’italia al 2020 dell’1,59%. “L’obiettivo del nostro incontro era prima di tutto far capire che la ricerca è un valore, perché è la base della crescita e del benessere in una economia della conoscenza” spiega il presidente del Gruppo 2003 <strong>Nicola Bellomo</strong>. Un messaggio che è riecheggiato anche nella introduzione fatta dal presidente del CNR <strong>Massimo Inguscio</strong>.</p>
<h2 id="opportunità-dalleuropa">Opportunità dall&rsquo;Europa</h2><p>Il secondo relatore, <strong>Luca Moretti</strong> a capo della sede CNR a Bruxelles, ha insistito sul ruolo vitale che i programmi quadro europei hanno per la nostra ricerca, a cui contribuisce per il 9% del budget. “I nostri risultati in Horizon 2020 testimoniano ancora la tenuta del nostro sistema” ha spiegato Moretti, “ma evidenziano anche una debolezza del sistema rispetto a paesi come Germania e Francia”.</p>
<p>Da notare fra l’altro il forte differenziale di stipendi che spiegano le diverse performance nei progetti europei: a parità di progetti vinti, infatti, portiamo a casa mezzo miliardo in meno. Moretti ha anche illustrato la spinta della Commissione europea al Nono Programma Quadro, Horizon Europe, con la proposta di passare dai 70 miliardi di Horizon 2020 ai 100 miliardi del prossimo. “I programmi europei hanno forti valenze politiche, per esempio negli obiettivi” ha concluso Moretti. “Per questo dobbiamo essere in grado di incidere con un gioco di squadra e una maggiore capacità di selezionare poche priorità davvero strategiche per il paese”.</p>
<h2 id="merito-ma-anche-equità">Merito, ma anche equità</h2><p>Per bocca di <strong>Maria Pia Abbracchio</strong> il Gruppo 2003 ha riproposto i suoi obiettivi: valorizzare il merito ma allo stesso tempo garantire una base di risorse per la ricerca diffusa, condizione dello sviluppo delle eccellenze. Far nascere una agenzia della ricerca che manca solo all’Italia, per governare, valutare e finanziare la ricerca. Arrivare a un sistema di reclutamento più libero (anche dalle assurde “gabbie” disciplinari imposte dal nostro sistema) e rispondente alle vere necessità dei centri di ricerca. Infine abbassare l’età media dei ricercatori con mansioni di responsabilità e favorire la mobilità, soprattutto a inizio carriera.</p>
<h2 id="nuovi-spunti-di-discussione">Nuovi spunti di discussione</h2><p>La discussione ha arricchito il programma con molti interventi: sulla valutazione interessante la proposta di <strong>Paola Zaratin</strong> della Associazione italiana sclerosi multipla a favore di nuove metriche capaci di catturare oltre la qualità scientifica dei progetti la loro rilevanza per i pazienti e la società. Anche il fisico <strong>Giorgio Parisi</strong> si è soffermato sulla valutazione affermando che l’ANVUR dovrebbe integrare le sua attuali funzioni con un sistema di valutazione a posteriori della ricerca.</p>
<p><strong>Francesca Pasinelli</strong> di Fondazione Telethon ha insistito sulla necessità di abbandonare le logiche vetuste della pubblica amministrazione per rianimare la ricerca nazionale se la si vuole davvero rendere competitiva.</p>
<p>Non è un caso che i ricercatori che più eccellono nel confronto internazionale siano per esempio quelli in campo oncologico, fortemente sorretti da bandi consistenti e regolari come orologi - come ha sottolineato il presidente di AIRC <strong>Piergiuseppe Torrani</strong>.</p>
<p>Un altro settore in cui la ricerca si rivela fondamentale in Italia è quella legata alla sicurezza alimentare, ha spiegato <strong>Maria Caramelli</strong> dell’Istituto zooprofilattico di Liguria, Piemonte e Valle d’Aosta.</p>
<h2 id="più-italia-più-europa">Più Italia, più Europa</h2><p>L’Europa ha attirato la maggior parte dei commenti: <strong>Luigi Nicolais</strong> (Gruppo 2003) ha fatto presente che l’opportunità di uno spazio europeo della ricerca può anche tradursi in un ulteriore handicap per i paesi del Sud Europa, che senza investimenti propri vedono sempre più ricercatori emigrare verso paesi che offrono condizioni economiche più vantaggiose.</p>
<p>Molto vivace è stato l’intervento del direttore del Graphene Center di Cambridge <strong>Andrea Ferrari</strong>, che ha provato a spiegare in breve un sistema molto diverso dal nostro, dove l’80% delle risorse viene assorbito dal 20% di Research Universities “piglia-tutto” in Europa. Segno di una politica che prende scelte anche impopolari per promuovere concentrazioni di competenze e infrastrure molto competitive anche sul piano europeo.</p>
<p>Particolarmente interessanti sono state anche le numerose testimonianze di vincitori italiani di ERC emigrati all’estero, dove trovano in genere un supporto in strutture, risorse e training imparagonabili al nostro, anche perché sostenuti da risorse pubbliche, come ha sottolineato <strong>Alessandro Damiani</strong> di APRE.</p>
<p>Per riequilibrare l’emorragia di ricercatori italiani all’estero va segnalata infine la porposta avanzata da <strong>Annalisa Pelizza</strong>, ERC grantee all’Università di Twente in Olanda: “Bisognerebbe cogliere l’opportunità rappresentata da ricercatori di paesi emergenti che si sono formati in Italia e che tornerebbero volentieri se il sistema glielo consentisse”. Anche perché le tanto bistrattate università italiane nelle quali si sono formati offrono ancora uno standard educativo di tutto rispetto e invidiato altrove.</p>
<p>Le idee emerse dal convegno confluiranno in un libro bianco a cura del Gruppo 2003 previsto entro fine anno. &ldquo;Il libro non intende essere un insieme di lamentele perché è inutile piangersi addosso&rdquo; ha commentato Nicola Bellomo.&ldquo;Sarà piuttosto un pacchetto di idee da suggerire alla politica per accompagnare la ricerca italiana a ottenere più finanziamenti in Europa e utilizzarli meglio&rdquo;.</p>
<p><em>Videointerviste di Giuseppe Nucera</em></p>
<h3 id="una-agenzia-della-ricerca-non-proprio"><strong>Una Agenzia della ricerca? Non proprio</strong></h3><h4 id="difficile-pensare-che-sia-stata-una-coincidenza-che-nel-giorno-del-convegno-del-gruppo-2003-sulla-ricerca-sia-stata-data-la-notizia-della-creazione-in-italia-di-una-agenzia-della-ricerca-storico-cavallo-di-battaglia-del-gruppo-ma-è-veramente-una-agenzia-della-ricerca-quella-partorita-in-zona-cesarini-dal-governo-uscente-non-proprio-in-realtà-vediamo-i-dettagli">Difficile pensare che sia stata una coincidenza che nel giorno del Convegno del Gruppo 2003 sulla ricerca sia stata data la notizia della creazione in Italia di una Agenzia della ricerca, storico cavallo di battaglia del Gruppo. Ma è veramente una Agenzia della ricerca quella partorita in zona Cesarini dal governo uscente? Non proprio in realtà. Vediamo i dettagli.</h4><h4 id="il-consiglio-dei-ministri-di-martedì-8-maggio-ha-approvato-il-regolamento-della-fondazione-per-la-promozione-della-ricerca-e-del-trasferimento-tecnologico-vigilato-dal-ministero-delleconomia-tutto-nasce-dalla-legge-di-bilancio-che-ha-previsto-un-fondo-per-interventi-volti-a-favorire-lo-sviluppo-del-capitale-immateriale-della-competitività-e-della-produttività-che-destina-380-milioni-di-euro-nel-primo-triennio-e-250-milioni-dal-2021-in-poi">Il <a href="http://www.altalex.com/documents/news/2018/05/08/consiglio-dei-ministri-82-2018" rel="noopener">Consiglio dei ministri di martedì 8 maggio</a> ha approvato il regolamento della Fondazione per la promozione della ricerca e del trasferimento tecnologico, vigilato dal Ministero dell’Economia. Tutto nasce dalla legge di bilancio che ha previsto un “Fondo per interventi volti a favorire lo sviluppo del capitale immateriale, della competitività e della produttività”, che destina 380 milioni di euro nel primo triennio e 250 milioni dal 2021 in poi.</h4><h4 id="il-regolamento-dispone-la-nascita-di-una-fondazione-per-gestire-in-realtà-lerogazione-di-risorse-favore-di-misure-che-in-realtà-rientrano-nelliniziativa-industria-40-la-ricerca-dunque-è-presente-ma-appare-al-momento-essenzialmente-legata-a-sostenere-le-imprese-anche-con-sgravi-fiscali-che-vogliano-valorizzare-un-capitale-immateriale-fatto-di-competenze-di-personale-impegnato-in-ricerca-e-innovazione-brevetti-e-altro">Il regolamento dispone la nascita di una Fondazione per gestire in realtà l’erogazione di risorse favore di misure che in realtà rientrano nell’iniziativa Industria 4.0. La ricerca dunque è presente ma appare al momento essenzialmente legata a sostenere le imprese (anche con sgravi fiscali) che vogliano valorizzare un “capitale immateriale” fatto di competenze di personale impegnato in ricerca e innovazione, brevetti e altro.</h4><h4 id="la-nuova-fondazione-agenzia-fatta-nascere-dal-governo-uscente-in-uno-dei-suoi-ultimi-atti-si-pone-gli-obiettivi-di-favorire-il-collegamento-fra-settori-di-interesse-della-politica-industriale-la-collaborazione-con-organismi-internazionali-lintegrazione-con-i-finanziamenti-europei-e-le-relazioni-con-il-sistema-dei-venture-capital-si-tratta-insomma-di-una-agenzia-ben-diversa-da-quella-proposta-dal-gruppo-2003-aperta-al-sistema-nazionale-della-ricerca-e-particolarmente-focalizzata-sulla-ricerca-di-base-primario-interesse-nazionale-rispetto-a-una-ricerca-altrettanto-importante-di-carattere-applicato-e-industriale-su-cui-tradizionalmente-si-concentra-il-grosso-della-programmazione-europea">La nuova Fondazione-Agenzia, fatta nascere dal governo uscente in uno dei suoi ultimi atti, si pone gli obiettivi di “favorire il collegamento fra settori di interesse della politica industriale, la collaborazione con organismi internazionali, l’integrazione con i finanziamenti europei e le relazioni con il sistema dei venture capital”. Si tratta insomma di una Agenzia ben diversa da quella proposta dal Gruppo 2003, aperta al sistema nazionale della ricerca e particolarmente focalizzata sulla ricerca di base, primario interesse nazionale rispetto a una ricerca altrettanto importante di carattere applicato e industriale su cui tradizionalmente si concentra il grosso della programmazione europea.</h4><h4 id="da-notare-infine-che-lo-stesso-consiglio-dei-ministri-ha-approvato-anche-una-serie-di-misure-che-recepiscono-la-direttiva-comunicativa-201681-sulla-libertà-di-movimento-dei-cittadini-di-paesi-terzi-per-ragioni-studio-volontariato-e-ricerca">Da notare infine che lo stesso Consiglio dei ministri ha approvato anche una serie di misure che recepiscono la direttiva comunicativa 2016/81 sulla libertà di movimento dei cittadini di paesi terzi per ragioni studio, volontariato e ricerca.</h4><h2 id="le-relazioni" class="titolo-minore"><strong>Le relazioni</strong></h2><h2 id="nicola-bellomo-introduzione-al-convegno" class="titolo-minore">Nicola Bellomo, <a href="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2018/investissimo-ricerca-presentazione-gruppo-2003.pdf">Introduzione al Convegno</a>.</h2><h2 id="mario-pianta-la-ricerca-scientifica-come-motore-del-benessere" class="titolo-minore">Mario Pianta, <a href="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2018/investissimo-ricerca-mario_pianta.pdf">La ricerca scientifica come motore del benessere</a>.</h2><h2 id="luca-moretti-la-ricerca-italiana-in-europa-verso-fp9" class="titolo-minore">Luca Moretti, <a href="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2018/investissimo-ricerca-luca_moretti.pdf">La ricerca italiana in Europa: verso FP9</a>.</h2><h2 id="maria-pia-abbracchio-maria-cristina-facchini-la-ricerca-finanziamento-reclutamento-valutazione" class="titolo-minore">Maria Pia Abbracchio, Maria Cristina Facchini, <a href="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2018/investissimo-ricerca-abbracchio_faccini.pdf">La ricerca, finanziamento, reclutamento, valutazione</a>.</h2><h2 id="la-rassegnastampa" class="titolo-minore"><strong>La rassegna stampa</strong></h2><h2 id="il-cnr-e-gli-altri-big-della-ricercano-più-fondi-nel-prossimo-piano-ue-il-sole-24-ore" class="titolo-minore"><a href="http://www.scuola24.ilsole24ore.com/art/universita-e-ricerca/2018-05-10/il-cnr-e-altri-big-europei-ricerca-chiedono-piu-fondi-prossimo-piano-ue-200434.php?uuid=AEtckWmE" rel="noopener">Il CNR e gli altri big della ricercano più fondi nel prossimo Piano UE</a>. Il Sole 24 Ore.</h2><h2 id="ricerca-cnr-dall-notizie-radiocor" class="titolo-minore"><a href="http://www.borsaitaliana.it/borsa/notizie/radiocor/economia/dettaglio/nRC_10052018_1531_473208001.html" rel="noopener">Ricerca: CNR, dall&rsquo;UE 100 MLD per il porssimo Programma Quadro</a>. Notizie Radiocor.</h2><h2 id="patrizia-caraveo-la-politica-italiana-si-è-dimenticta-della-ricerca-agi---blog-italia" class="titolo-minore">Patrizia Caraveo, <a href="https://www.agi.it/blog-italia/scienza/ricerca_gruppo_2003_mattarella-3887174/post/2018-05-11/" rel="noopener">La politica italiana si è dimenticta della ricerca</a>. AGI - Blog italia</h2><h2 id="fabio-turone-italian-research-condemned-to-steer-by-sightresearch-europescienceonthenet" class="titolo-minore">Fabio Turone, &ldquo;Italian research &ldquo;condemned to steer by sight&rdquo;,Research Europe, <a href="http://www.scienceonthenet.eu/articles/italian-research-condemned-steer-sight/fabio-turone/2018-05-22" rel="noopener">Scienceonthenet</a></h2><h2 id="cronaca-video-dell-inaf" class="titolo-minore"><a href="https://www.youtube.com/watch?v=AhCmAVgxZ1o" rel="noopener">Cronaca video dell&rsquo;evento,</a> INAF</h2>]]></content:encoded></item><item><title>Ricerca: la buona greppia fa la buona bestia</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/ricerca-buona-greppia-fa-buona-bestia/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/ricerca-buona-greppia-fa-buona-bestia/</guid><pubDate>Tue, 08 May 2018 00:00:00 +0100</pubDate><dc:creator>Luca Carra</dc:creator><category>politica-della-ricerca</category><description>THE VERNON GALLERY, THE SCANTY MEAL., J.F. Herring, Painter. E Hacker, Engraver. Size of the Picture, 2 ft 5¼ in by 1 ft 9½ in.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2018/ricerca-buona-greppia-fa-buona-bestia-hero.jpg" type="image/jpeg" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2018/ricerca-buona-greppia-fa-buona-bestia-hero.jpg" medium="image" type="image/jpeg"/><content:encoded><![CDATA[<p>Tre cavalli aveva il fattore: Giacinto, Asclepio e Aristide. Passarono gli anni e nella greppia c’era sempre meno biada perché i tempi erano grami. A un certo punto il fattore decise che era venuto il momento di premiare il cavallo migliore, che avrebbe partecipato alla corsa dell’anno. Così cominciò a dare più biada a Giacinto togliendone un po’ ad Asclepio e Aristide. Anno dopo anno la biada diminuiva, e quel poco che c’era passava dai due cavalli sempre più magri a quello più in forze. Venne il giorno della gara. Il fattore mise i finimenti al cavallo prediletto e si avviò all’ippodromo. Verso sera la moglie lo vide tornare. &ldquo;Com’è andata?&rdquo;. &ldquo;Giacinto ha vinto&rdquo;, rispose baldanzoso il fattore. La moglie abbracciandolo gli disse: &ldquo;Ho però due brutte notizie da darti: Asclepio è morto di fame e Aristide è scappato dalla stalla&rdquo;.</p>
<p>Il <a href="https://rio.jrc.ec.europa.eu/en/country-analysis/Italy/country-report" rel="noopener">rapporto RIO sullo stato della ricerca italiana 2017</a>, che ogni anno viene compilato per la Commissione Europea, richiama questa parabola. Per premiare Giacinto non bisognava sottrarre la biada ad Asclepio e Aristide, ma aggiungerla.</p>
<p>Le cose come sappiamo sono andate diversamente, come spiega il rapporto. Dal 2008 al 2016 i soldi per la ricerca in Italia sono diminuiti. In particolare il finanziamento pubblico alla ricerca è sceso di 2 miliardi rispetto ai 9 miliardi del 2007. Una perdita secca del 23%, che ha messo a stecchetto università e centri di ricerca. A causa dei tagli, professori e ricercatori universitari sono scesi del 17% dal 2009 al 2015, da 60.000 a 50.000.</p>
<p><img src="https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2018/ricerca-buona-greppia-fa-buona-bestia-body-1.png.webp" srcset="https://www.scienzainrete.it/media/_web/720/articoli/2018/ricerca-buona-greppia-fa-buona-bestia-body-1.png.webp 720w, https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2018/ricerca-buona-greppia-fa-buona-bestia-body-1.png.webp 726w" sizes="(max-width: 760px) 100vw, 720px" alt="" width="726" height="393" loading="lazy" decoding="async">
</p>
<p>Il numero dei laureati stagna intorno al 25% contro il 38% della media europea. E dopo laurea e dottorato, vista l’aria che tira, si va sempre di più all’estero: dal 6% dei dottori di ricerca nel 2009 al 13% nel 2014. </p>
<p>Faremmo un torto al rapporto RIO se riportassimo solo le cattive notizie. In realtà la ricerca italiana continua ad avere ottimi risultati nel mondo: lo share delle pubblicazioni è passato dal 3,3% al 3,9%, le citazioni dal 4,1 al 5,9%, il numero medio di citazioni per articolo è di 9,7 rispetto alla media europea di 8,1. Risultati che non vengono replicati purtroppo nei progetti europei, dove il nostro tasso di successo è molto inferiore a quello degli altri paesi (si veda in particolare l&rsquo;ultima riga riassuntiva nella tabella che segue).</p>
<p><img src="https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2018/ricerca-buona-greppia-fa-buona-bestia-body-2.png.webp" alt="" width="533" height="610" loading="lazy" decoding="async">
</p>
<p>“Considerando la mancanza di nuove leve nel mondo della ricerca e l’invecchiamento dei ricercatori che man mano andranno in pensione, è probabile un peggioramento progressivo delle performance” spiega uno dei tre autori del rapporto, Mario Pianta, dell’Università Roma Tre.</p>
<p><img src="https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2018/ricerca-buona-greppia-fa-buona-bestia-body-3.png.webp" alt="" width="683" height="465" loading="lazy" decoding="async">
</p>
<p>Nell’ultimo anno e mezzo alcune misure sono state messe in campo per contrastare il declino della ricerca italiana, che il rapporto RIO non manca di elencare: dopo vari anni di ristagno dei bandi competitivi, per esempio, l’<a href="https://www.scienzainrete.it/articoli/finalmente-prin/">ultimo PRIN</a> ha portato la bella sorpresa di 391 milioni di euro per il prossimo triennio, una cifra mai raggiunta prima. La legge di stabilità 2018 ha anche avviato un finanziamento alla ricerca di base di 45 milioni di euro, peraltro non assegnato per un terzo a causa di criteri troppo selettivi. Un finanziamento di 271 milioni di euro (dal 2018 al 2022) è stato riservato a 180 dipartimenti universitari di eccellenza in base a una selezione di merito. Sul fronte della ricerca e innovazione industriale le misure contenute in Impresa 4.0 e il credito d’imposta per le aziende che investono in ricerca e nuovi macchinari hanno dato qualche segnale di resipiscenza. Il Programma nazionale per la ricerca 2015-2020 (<a href="https://www.scienzainrete.it/articoli/piano-nazionale-ricerca-2015-2020-priorita-capitale-umano/">qui</a> un nostro commento) con il suo tentativo di ridisegnare la strategia di “specializzazione intelligente” ha cercato di definire le aree prioritarie in cui investire con una particolare attenzione al Sud del Paese.</p>
<p>Il rapporto si sofferma su queste misure con valutazioni non sempre positive, laddove, per esempio, anziché iniettare nuove risorse in un settore ormai asfittico ricorre a strumenti indiretti (come il credito d&rsquo;imposta) che non sembrano in grado di diversificare e ridare brio alla ricerca &amp; sviluppo delle imprese.</p>
<p>Come hanno <a href="http://www.academie-sciences.fr/pdf/rapport/2017_G7_New_economic_growth.pdf" rel="noopener">affermato le Accademie delle scienze dei G7 nel 2017</a>, bisogna tornare a far crescere gli investimenti netti in ricerca per far ripartire la crescita, puntando su ricerca di base, infrastrutture, prodotti ad alto valore aggiunto di conoscenza e open access.</p>
<p>Se affami la bestia l&rsquo;ammazzi. La buona greppia fa la buona bestia.</p>
<h2 id="note" class="titolo-minore"><strong>Note</strong></h2><h2 id="l-nascia-m-pianta-g-la-placa-rio-country-report-2017-italy-jrc-science-hub-2018" class="titolo-minore">L. Nascia, M. Pianta, G. La Placa, <a href="http://rio.jrc.ec.europa.eu/en/country-analysis/Italy/country-report" rel="noopener">RIO Country Report 2017: Italy,</a> JRC Science Hub, 2018.</h2><h2 id="grafici-e-tabelle-sono-tratti-da-rapporto-biennale-sullo-stato-del-sistema-universitario-e-della-ricerca-anvur-2016" class="titolo-minore">Grafici e tabelle sono tratti da: <a href="http://www.anvur.org/index.php?option=com_content&amp;view=article&amp;id=1045&amp;Itemid=708&amp;lang=it" rel="noopener">Rapporto biennale sullo stato del sistema universitario e della ricerca</a>, ANVUR 2016.</h2>]]></content:encoded></item><item><title>È scontro sul bilancio UE per la ricerca</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/scontro-bilancio-ue-ricerca/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/scontro-bilancio-ue-ricerca/</guid><pubDate>Fri, 04 May 2018 14:25:00 +0100</pubDate><category>ricerca-scientifica</category><description>La Commissione Europea propone un bilancio 2021 2027 da 1279 miliardi con più fondi per la ricerca: scontro politico con i paesi sovranisti dell&amp;amp;rsquo;Unione.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2018/scontro-bilancio-ue-ricerca-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2018/scontro-bilancio-ue-ricerca-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>La proposta di bilancio per il periodo 2021-2027 presentata il 2 maggio dalla Commissione Europea ha fatto sollevare più di un sopracciglio in chi avversa da posizioni sovraniste una crescita del potere dell&rsquo;Unione. Perché questo indubbiamente comporta la mossa che rasenta l&rsquo;azzardo fatta da Jean-Claude Juncker: presentare un bilancio post-2020 pari a 1.279 miliardi di euro,  l'1,11% del PIL dell&rsquo;Unione. Oltre la soglia psicologica dell'1%.</p>
<p>Agli Stati membri della nuova Unione Europea a 27 viene chiesto dunque uno sforzo ulteriore, per coprire il buco di circa 10 miliardi all&rsquo;anno lasciato dalla Gran Bretagna: l&rsquo;&ldquo;elefante nella stanza del prossimo budget&rdquo; per usare la <a href="https://www.leru.org/news/the-elephants-in-the-fp9-room-budget-brexit" rel="noopener">colorita espressione</a> della Lega delle università ad alta intesità di ricerca (LERU), che ovviamente tifano per più soldi europei a ricerca e innovazione.</p>
<h2 id="meno-assistenza-più-innovazione">Meno assistenza, più innovazione</h2><p>Forse l&rsquo;elemento di maggiore novità è che i contributi europei ai governi nazionali saranno vincolati al rispetto dello Stato di diritto, nel tentativo di arginare le derive antidemocratiche che stanno attraversando l&rsquo;Europa (<a href="https://www.politico.eu/article/european-commission-proposes-eu-budget-cap-multiannual-financial-framework-guenther-oettinger/" rel="noopener">Politico EU</a>). Per il resto il piano prevede per la prima volta una somma di 13 miliardi destinati alla difesa e un aumento del 40% dei fondi per la sicurezza, che emerge come la prima preoccupazione degli europei dal più recente <a href="https://ec.europa.eu/home-affairs/news/europeans-attitudes-towards-security_en" rel="noopener">Eurobarometro</a>. Il Piano Agricolo Comunitario riceve invece un taglio: da 408 miliardi stanziati per il periodo 2014-2020, a 365 miliardi di euro per i sei anni 2021-2027 (<a href="http://www.lemonde.fr/economie/article/2018/05/02/la-commission-europeenne-presente-un-budget-2021-2027-ambitieux-mais-explosif_5293114_3234.html#p6uhVUBiOudosmAT.99" rel="noopener">Le Monde</a>). E un taglio altrettanto deciso riceverebbero i fondi di coesione che sostengono le regioni più arretrate d&rsquo;Europa con modalità di tipo assistenziale che non convincono la Commissione.</p>
<p>Nell&rsquo;ambito dei programmi di mobilità dei giovani cittadini europei la Commissione propone poi di raddoppiare i fondi per il programma Erasmus +, destinandovi 30 miliardi su 7 anni. Questo investimento dovrebbe portare a 7,5% la quota di studenti coinvolti nei progetti di scambio universitario.</p>
<h2 id="scommettere-sulla-ricerca">Scommettere sulla ricerca</h2><p>Per quanto riguarda la ricerca e l&rsquo;innovazione la Commissione prevede di stanziare in tutto 114,8 miliardi di euro. (<a href="https://ec.europa.eu/commission/sites/beta-political/files/budget-proposals-research-innovation-may2018_en.pdf" rel="noopener">European Commission, Research and Innovation Factsheet</a>).</p>
<p>Di questi, circa 100 miliardi sono destinati al programma quadro per la ricerca in senso stretto, <a href="https://ec.europa.eu/info/node/71880/" rel="noopener">Horizon Europe</a>. Per la precisione per Horizon Europe la Commissione ha previsto un budget di 97,9 miliardi di euro, da confrontare con gli 80 miliardi di finanziamento ricevuti da Horizon 2020. Si tratterebbe in effetti del livello di investimento <a href="https://ec.europa.eu/programmes/horizon2020/en/news/commission-proposes-biggest-ever-investment-ri-programme-europe" rel="noopener">più alto</a> nel settore della ricerca e dell&rsquo;innovazione mai raggiunto dall&rsquo;Unione Europea, ma meno ambizioso di quanto la stessa Commissione dichiarava nel mese di febbraio nel <a href="https://ec.europa.eu/commission/sites/beta-political/files/communication-new-modern-multiannual-financial-framework_en.pdf" rel="noopener">documento</a> &ldquo;A new, modern Multiannual Financial Framework for a European Union that delivers efficiently on its priorities post-2020&rdquo;.</p>
<p>La Commissione considerava in quel documento due scenari. Il primo: un aumento del 50% degli investimenti in ricerca e innovazione, da 80 miliardi a 120 miliardi, avrebbe generato 420 mila posti di lavoro e incrementato il Prodotto Interno Lordo (PIL) dello 0,33%. Il secondo: un aumento del 100%, da 80 miliardi a 160 miliardi, avrebbe portato a impiegare 650 mila persone e una crescita dello 0,46% del PIL.</p>
<p>Un altro contributo al settore della ricerca e dell&rsquo;innovazione arriverà dal fondo di investimento InvestEU che prevede un totale di 15,2 miliardi di fondi. Si tratta del proseguimento del cosiddetto <em>Juncker Plan</em>, inaugurato nel 2014. Di questi 15,2 miliardi, solo una parte sarà destinata a progetti di di innovazione (la <em>innovation window</em>), il cui ammontare non è noto. Lo Juncker Plan prevedeva destinava il 22% alla <em>innovation window</em>, se questa percentuale venisse confermata si tratterebbe di circa 3,3 miliardi. (<a href="https://sciencebusiness.net/news/grants-r-us-whats-budget-research" rel="noopener">Science Business</a>)</p>
<p>Ulteriori fondi per la ricerca sono contenuti dai due programmi di ricerca europei sulla produzione di energia nucleare. 2,4 miliardi del Euratom Research and Training Programme e 6 miliardi di euro del progetto ITER (International Thermonuclear Experimental Reactor), che ha l&rsquo;obiettivo di costruire e mettere in funzione un reattore a fusione nucleare di tipo sperimentale. Infine sono 12,2 i miliardi destinati all&rsquo;innovazione digitale, 9,2 dei quali previsti dal Digital Europe Programme e 3 dalla Connecting Europe Facility.</p>
<h2 id="vasi-di-coccio-fra-vasi-di-ferro">Vasi di coccio fra vasi di ferro?</h2><p>La scommessa di Juncker è stata sostenuta finora dal mondo delle università e della ricerca, come testimoniano documenti di enti e accademie che addirittura rilanciano, e l&rsquo;<a href="http://www.mff4researchandinnovation.eu/" rel="noopener">appello</a> per il raddoppio del R&amp;I budget europeo lanciato alcune settimane fa e <a href="https://www.scienzainrete.it/articoli/manifesto-raddoppiare-fondi-ricerca-europa/">commentato per Scienza in Rete</a> da Luca Moretti. Nei prossimi 18 mesi si vedrà la reale consistenze di questo blocco rispetto a interessi che rappresentano visioni più assistenzialiste o euroscettiche.</p>
<p>Saranno in grado i vasi di ferro di frantumare i vasi di coccio che militano per una Europa più unita e competitiva sul fronte dell&rsquo;economia della conoscenza? Vedremo. Un primo appuntamento per parlarne sarà il convegno <a href="https://www.scienzainrete.it/articoli/ricercatori-convegno-rilancio-ricerca-italia/">&ldquo;La ricerca scientifica: un valore per il paese&rdquo;</a>, organizzato dal Gruppo 2003 presso la sede centrale del CNR a Roma il prossimo 10 maggio.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Un miliardo di euro per la ricerca in sanità</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/miliardo-euro-ricerca-sanita/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/miliardo-euro-ricerca-sanita/</guid><pubDate>Fri, 27 Apr 2018 00:00:00 +0100</pubDate><category>politica-della-ricerca</category><description>Finanziare la ricerca in sanità per almeno un miliardo di euro?</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2018/miliardo-euro-ricerca-sanita-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2018/miliardo-euro-ricerca-sanita-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>Finanziare la ricerca in sanità per almeno un miliardo di euro? Non è un sogno. E&rsquo; quanto la legge 502/1992 aveva deciso di destinare alla ricerca del sistema sanitario in Italia. L&rsquo;articolo 12, infatti, assegna l'1% del Fondo sanitario nazionale alla ricerca e ad alcune altre funzioni. Considerato che il Fondo sanitario nazionale per il 2018 è di 110 miliardi di euro ciò vorrebbe dire che quest&rsquo;anno la ricerca sanitaria andrebbe finanziata con 1,1 miliardi di euro. Secondo il direttore dell&rsquo;Istituto Mario Negri Silvio Garattini, in realtà il finanziamento pubblico alla ricerca sanitaria, da non confondersi con quella biomedica di base, raggiunge a stento lo 0,3 % del Fondo sanitario. Poco più di 300 milioni di euro, di cui circa 150 milioni per la ricerca corrente degli IRCCS e circa 50 milioni all&rsquo;anno per la ricerca finalizzata (vedi <a href="https://www.scienzainrete.it/articoli/ricerca-finalizzata-piu-giovani-meno-soldi/">articolo</a>).</p>
<p>Siamo quindi ben lontani da quanto nel 1992 si pensava fosse la quota minima per un tipo di ricerca volta a far funzionare in modo appropriato un settore strategico del Paese. In realtà si dovrebbe investire molto di più, almeno il 3%, come ha raccomandato il Trattato di Lisbona (2007) riferendosi alla quota per la ricerca scientifica rispetto al PIL. Ecco le ragioni esposte da Garattini.</p>
<p>La ricerca, sostiene Garattini, non è un lusso. Al contrario è fonte di risparmi, base razionale per scelte più oculate per i pazienti non solo in campo farmacologico ma anche assitenziale e organizzativo. Senza ricerca il sistema si degrada, aumenta le disparità, diventa più suscettibile alla corruzione e alle cure inutili. Senza ricerca la sanità pubblica muore.</p>
<p>Ma una buona ricerca non dipende solo dalle risorse. Servono anche regole certe e soprattutto priorità stabilite da una programmazione che orienti la ricerca alle questioni più rilevanti. Se si potesse attingere a fondi adeguati, quale sarebbe il tipo di ricerca da privilegiare? Garattini non ha dubbi: la ricerca comparativa indipendente su farmaci, chirurgia, prevenzione, assistenza e riabilitazione. Tutti campi in cui si sa ancora troppo poco.</p>
<p>Ma non è una missione impossibile spostare fondi da altri ambiti sanitari alla ricerca? Secondo Garattini non è affatto impossibile, considerando gli sprechi diffusi. Ma ci vorrebbe una &ldquo;volontà politica&rdquo; chiara. E il giusto interlocutore non è il Ministero della Salute, che conta ben poco, bensì il Ministero dell&rsquo;Economia e delle Finanze.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Innovazione: perché non facciamo come l'Imperial?</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/innovazione-perche-facciamo-limperial/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/innovazione-perche-facciamo-limperial/</guid><pubDate>Wed, 25 Apr 2018 12:00:00 +0100</pubDate><dc:creator>Luca Carra</dc:creator><category>ricerca-scientifica</category><description>Translation &amp;amp;amp; Innovation Hub (I-HUB) dell&amp;amp;rsquo;Imperial College di Londra.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2018/innovazione-perche-facciamo-limperial-hero.jpeg" type="image/jpeg" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2018/innovazione-perche-facciamo-limperial-hero.jpeg" medium="image" type="image/jpeg"/><content:encoded><![CDATA[<p>Duecentoventicinque addetti in tutti gli Uffici di trasferimento tecnologico delle università italiane, che salgono a 280 se comprendiamo gli IRCCS e i centri di ricerca. Detto così sembra un’inezia. Eppure secondo l’associazione Netval, che ha pubblicato nei giorni scorsi il suo <a href="https://netval.it/" rel="noopener">XIV Rapporto sul trasferimento tecnologico</a>, c’è motivo di essere moderatamente soddisfatti.</p>
<h2 id="uffici-brevetti-crescono">Uffici brevetti crescono</h2><p>Secondo i dati del rapporto, 56 università hanno un ufficio che si occupa di brevetti, licenze e spin-off, 23 dei quali costituiti fra il 2004 e il 2006. E anche se i 225 pionieri che si occupano di valorizzare la ricerca dei centri di ricerca quasi totalmente pubblici sono ancora una piccola frazione rispetto alle controparti di altri Paesi, si assiste negli ultimi anni a un miglioramento graduale in quasi tutti i parametri del trasferimento tecnologico. Segno di un clima che sta cambiando e che orienta anche la nostra accademia a qualche timida apertura al mondo del business e del rapporto con l’impresa. Il numero medio di addetti per università è passato da 3,8 a 4,2 dal 2015 al 2016 (ultimo anno considerato nel rapporto), con un massimo di circa 10 addetti nelle 5 università di punta, quasi tutte situate nel nord del Paese. Nel portafoglio delle 56 università considerate i brevetti sono 3.917, di cui nell’ultimo anno 278 brevetti ottenuti (sulla situazione italiana nel campo brevetti leggi <a href="https://www.scienzainrete.it/articoli/litalia-accelera-brevetti/">qui</a>).</p>
<p>L’intero sistema delle università italiane spende 8 milioni di euro per questi uffici che dovrebbero costituire un ponte fra il mondo della ricerca e quello del mercato e dell’industria. Certo, se lo raffrontiamo al fondo ordinario per le università, pari a circa 5,5 miliardi di euro, è davvero niente, considerando che la valorizzazione della ricerca costituirebbe il cuore della terza missione. In media ogni università spende 240 mila euro per la protezione della proprietà intellettuale (contro i 53 dell’anno precedente).</p>
<h2 id="millespin-off">Mille spin-off</h2><p>L’altro grande capitolo degli uffici TT è l’avvio di spin-off, considerati dagli stessi addetti degli uffici ancora più strategici dei brevetti. Alla fine del 2017, il numero delle piccole imprese germinate in un terreno accademico era 1.373, con un buon tasso di sopravvivenza. “Sono evidenti i casi di università che hanno puntato molto sulle imprese spin-off, in tempi diversi, come il Politecnico di Torino (le cui spin-off rappresentano circa il 6% del totale nazionale), l’Università di Genova (3,7%), Padova e Scuola Sant’Anna (3,5%) e Firenze, Pisa e Tor Vergata (3,1%), e infine il Politecnico di Milano (3,0%). Negli IRCCS la situazione è leggermente diversa: da 6 imprese spin-off costituite nel 2014, si è passati a 12 spin-off costituite nel 2016, la maggiore provenienza degli spin-off deriva dagli IRCCS pubblici, spiega il rapporto Netval.</p>
<p><img src="https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2018/innovazione-perche-facciamo-limperial-body-1.png.webp" alt="Le funzioni principali degli Uffici di Trasferimento tecnologico (UTT)" width="600" height="465" loading="lazy" decoding="async">
</p>
<p class="didascalia">Le funzioni principali degli Uffici di Trasferimento tecnologico (UTT). Fonte: Rapporto Netval.</p>

<h2 id="esempio-imperial-college">Esempio Imperial College</h2><p>Negli ultimi anni l’associazione ha compiuto una serie di viaggi di studio - da Israele al Regno Unito, dove la delegazione italiana ha potuto rendersi conto di cosa potrebbe significare investire davvero nella valorizzazione economica della ricerca. A parte il caso irriproducibile della società israeliana, colpisce l’esempio dell’Imperial College di Londra, che ha dato vita all&rsquo;<a href="https://www.imperialinnovations.co.uk/" rel="noopener">Imperial innovations</a>, società che gestisce l’innovazione per conto dell&rsquo;ateneo londinese con più di 250 brevetti negli ultimi anni, un investimento corrente di 250 milioni di sterline e numerosi <a href="https://www.imperialinnovations.co.uk/venture-support/our-spinouts/" rel="noopener">spin-out</a> all&rsquo;attivo (non parlano mai di spin-off&hellip;). L&rsquo;esempio è stato seguito più recentemente da Cambridge, Oxford e University College.</p>
<p>Volendo vedere il bicchiere mezzo pieno - come si impone di fare il presidente di Netval Andrea Piccaluga della Scuola Superiore sant’Anna in una intervista all’inserto Nova di Sole24ore (vedi <a href="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2018/innovazione-perche-facciamo-limperial-trasferimento-tecnologico-bis_nova_sole24ore_22-4-2018.pdf">allegato</a>) - ora che tutte le università hanno un Ufficio di trasferimento tecnologico si potrebbe avviare la fase 2, che passa attraverso la collaborazione di più centri e atenei, con la sperimentazione di forme societarie specializzate nell’economia e marketing della ricerca. Abbiamo già riferito su Scienza in Rete della nascita della Fondazione per l’innovazione delle Università di Bergamo, Pavia e Milano-Bicocca (leggi <a href="https://www.scienzainrete.it/articoli/lunione-fa-forza-universita/">qui</a>), a cui si aggiungono le sperimentazioni di Trento, Bologna e Padova.</p>
<h2 id="dieci-proposte-per-la-fase-2">Dieci proposte per la fase 2</h2><p>La fase 2 richiede però alcune piccole riforme per consentire al nostro sistema di valorizzare la conoscenza generata dai propri ricercatori. Eccole in sintesi:</p>
<ul>
<li>Modificare l’articolo 65 del codice della proprietà industriale (leggi <a href="https://www.brocardi.it/codice-della-proprieta-industriale/capo-ii/sezione-iv/art65.html" rel="noopener">qui</a>), che vede in Italia riconoscere ai ricercatori la proprietà esclusiva delle invenzioni, contrariamente a quanto avviene altrove.</li>
<li>Finanziare adeguatamente anche le “proof of concept”, cioè la fase che precede la richiesta del brevetto, cosa molto rara nei nostri centri.</li>
<li>Incentivare i risultati delle università nella terza missione. La produttività scientifica è importante, ma senza uno sbocco commerciale, secondo Netval, resta monca.</li>
<li>Cambiare la legge sulle società partecipate, che di fatto esclude da questo genere di partecipazioni con gli spin-off da parte del mondo accademico, laddove utile.</li>
<li>Facilitare i finanziamenti liberi all’imprenditorialità di origine universitaria, controllata da un adeguato sistema di monitoraggio.</li>
<li>Rafforzare in termini economici e legislativi gli uffici di TT e il reclutamento di figure qualificate per questi compiti.</li>
<li>Fare formazione, per esempio ai dottorandi sui fondamenti di economia e marketing della ricerca. Basterebbero corsi da 20 ore per diffondere competenze minime.</li>
<li>Facilitare le donazioni alle università e ai centri di ricerca oltre agli strumenti attuali, così come gli incentivi fiscali per chi vuole fare donazioni alla ricerca pubblica in generale.</li>
<li>Creare le condizioni per la presenza anche in italia di centri di ricerca di imprese straniere.</li>
<li>Rafforzare il ruolo delle nostre ambasciate all’estero perché diventino volani dei processi di internazionalizzazione della ricerca.</li>
</ul>
<p>“Vaste programme”, direbbe qualcuno. Ma non impossibile.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>ERC, il fiasco italiano</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/erc-fiasco-italiano/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/erc-fiasco-italiano/</guid><pubDate>Fri, 13 Apr 2018 01:49:00 +0100</pubDate><dc:creator>Luca Carra</dc:creator><category>politica-della-ricerca</category><description>Nell’annunciare i 269 vincitori della nuova tornata degli Advanced Grants di quest’anno, per un totale di 653 milioni di euro.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2018/erc-fiasco-italiano-hero.jpg" type="image/jpeg" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2018/erc-fiasco-italiano-hero.jpg" medium="image" type="image/jpeg"/><content:encoded><![CDATA[<p>Nell’annunciare i 269 vincitori della nuova tornata degli Advanced Grants di quest’anno, per un totale di 653 milioni di euro, l’European Research Council <a href="https://erc.europa.eu/news/erc-awards-its-2017-advanced-grants-269-senior-researchers-europe" rel="noopener">illustra alcuni tem</a>i delle ricerche premiate con una serie di domande: L’inquinamento atmosferico modifica il cervello dei bambini? Le nuove tecniche di medicina rigenerativa del cuore possono salvare più vite dagli infarti? Perché i batteri sono molto aggressivi fra di loro? E via domandando.</p>
<p>Manca però una domanda chiave: Perché l’Italia ne esce così male?</p>
<p>Gli Advanced sono i riconoscimenti “senior” più ambiti in Europa: sia per la cifra ragguardevole (in media due milioni di euro), sia per il prestigio dell’European Research Council, che insieme al Sklodowska Curie da dieci anni rappresenta la principale fonte di finanziamento sovranazionale dell’eccellenza della ricerca di base. Caratteristica di questo finanziamento è che va al ricercatore, che è libero di scegliere la struttura più adatta per svolgere le sue ricerche.</p>
<p>L’Italia non ha mai brillato negli ERC grants, come abbiamo più volte scritto. I centri e le università italiane tradizionalmente non ospitano quasi mai un vincitore ERC straniero e pure gli italiani sono sempre stati pochi (420 in 10 anni) rispetto ai numeri di Regno Unito (230 solo nel 2015, per esempio), Germania e Francia (vedi <a href="https://www.scienzainrete.it/articoli/italiani-hanno-fatto-erc/">articolo</a>). Il tasso di successo delle proposte degli italiani negli anni 2007-2015 è del 5% rispetto a una media dell'11%. Ci consolava tuttavia - come solo noi siamo capaci di consolarci - osservare quanti italiani sviluppavano i loro progetti ERC all’estero. Cervelli in fuga, ma figli nostri (vedi <a href="https://www.scienzainrete.it/articoli/erc-formidabili-italiani-allestero/">articolo</a>).</p>
<p>Quest’anno, dei 269 ricercatori premiati gli italiani sono 16, contro 50 inglesi, 40 tedeschi, 29 francesi e 21 spagnoli. Il ranking delle università e centri che ospitano i vincitori non è certo esaltante: 66 in Gran Bretagna (che si predispone a lasciare l’Europa), 42 in Germania (con una emigrata italiana: <a href="http://https://www.professoren.tum.de/moretti-alessandra/" rel="noopener">Alessandra Moretti</a>, all’Ospedale universitario Rechts der Isar, e <a href="http://mwc2020.verkstad.net/wp-content/uploads/2013/04/Bio_Caire_photo.pdf" rel="noopener">Giuseppe Caire</a>, Università Tecnica di Berlino; ), 34 in Francia (con l&rsquo;italiano <a href="http://cvscience.aviesan.fr/cv/1520/giovanni-marsicano" rel="noopener">Giovanni Marsicano</a>, in forza all’INSERM), 18 in Spagna, 16 nei Paesi Bassi (con <a href="https://people.utwente.nl/s.stramigioli" rel="noopener">Stefano Stramigioli</a>, all’Università di Twente), 13 in Svizzera (con <a href="http://www.tscfa.org.tw/upload/ecr/81_15_1.pdf" rel="noopener">Marco Mazzotti</a>, Istituto Tecnico Federale di Zurigo) a pari merito con Israele, e finalmente 11 in Italia. Seguono Svezia (10), Belgio (8), Austria (7), Danimarca (5), Finlandia (4), Irlanda (3), Ungheria e Norvegia (2), Lussemburgo, Portogallo, Slovenia e Turchia (1).</p>
<p>Progetti che si sono aggiudicati gli Advanced grants per nazionalità delle istituzioni che ospitano il ricercatore, nelle tre aree disciplinari considerate. Fonte: <a href="https://erc.europa.eu/sites/default/files/document/file/erc_2017_adg_statistics.pdf" rel="noopener">ERC</a></p>
<p>La ricerca non ha frontiere ed è l’impresa più internazionale che ci sia, d’accordo, ma il paragone con i mondiali di calcio viene spontaneo: una grande squadra, una grande storia, nella polvere. Un declino costante nei finanziamenti alla ricerca e all’università ha caratterizzato la politica italiana degli ultimi 15 anni, portando alla lenta asfissia del sistema e alla fuga dei talenti. La componente di finanziamento competitivo in Italia è stata sempre un decimo di quella degli altri Paesi ai quali ci ostiniamo a paragonarci: prima di tutto Gran Bretagna, Germania, Francia. Nessun governo ha preso in considerazione l’istituzione di una agenzia della Ricerca - proposta da dieci anni dal Gruppo 2003 - capace di valutare con metodi accettabili e di finanziare conseguentemente i migliori, come si usa in quasi tutti i Paesi del vecchio continente, e ancora di più negli Stati Uniti (vedi <a href="https://www.scienzainrete.it/articoli/sistema-italia-serve-unagenzia-ricerca/">articolo</a>).</p>
<p>Mobilità e attrattività di ricercatori stranieri delle istituzioni di ricerca dei Paesi partecipanti. L&rsquo;Italia non ospita nessun straniero. Fonte <a href="https://erc.europa.eu/sites/default/files/document/file/erc_2017_adg_statistics.pdf" rel="noopener">ERC</a>.</p>
<p>Risultato: appiattimento, carestia, precariato. E ciò nonostante sono ancora tanti i talenti italiani, come dimostra la buona posizione che l’Italia riesce a tenere almeno nella produzione di letteratura scientifica di qualità, e la lista di coloro che ancora riescono ad assicurare ai centri e alle università italiane quegli 11 grants che ci piace elencare qui sotto.</p>
<p>Ma senza un cambio deciso di rotta fino a quando reggerà il sistema?</p>
<p>Siamo sicuri che anche di questo stanno parlando le delegazioni dei partiti che in questi giorni si avvicendano nelle sale dorate del Quirinale…</p>
<h3 id="i-vincitori-degli-advanced-grants-erc-in-italia">I vincitori degli Advanced grants ERC in Italia</h3><ul>
<li><a href="http://selab.fbk.eu/tonella/#/" rel="noopener">Paolo Tonella</a>, Fondazione Bruno Kessler. </li>
<li><a href="http://www.toscanalifesciences.info/images/trasparente/CV_R.Rappuoli.pdf" rel="noopener">Rino Rappuoli</a>, Toscana Life Sciences, Siena.</li>
<li><a href="https://www5.unitn.it/People/it/Web/Persona/PER0003263#INFO" rel="noopener">Lorenzo Pavesi</a>, Università di Trento.</li>
<li><a href="http://faculty.unibocconi.eu/gianmarcoottaviano/" rel="noopener">Giammarco Ottaviano</a>, Università Bocconi.</li>
<li><a href="https://molecolab.dcci.unipi.it/people/prof-benedetta-mennucci/" rel="noopener">Benedetta Mennucci</a>, Università di Pisa.</li>
<li><a href="http://wwwold.diag.uniroma1.it/~leon/wikka.php?wakka=HomePage" rel="noopener">Stefano Leonardi</a>, Università di Roma, La Sapienza. </li>
<li><a href="http://musicologia.unipv.it/dipartimento/curricula_docenti/lannutti.pdf" rel="noopener">Maria Sofia Lannutti</a>, Università di Pavia. </li>
<li><a href="https://www.icgeb.org/mauro-giacca.html" rel="noopener">Mauro Giacca</a>, Università di Trieste. </li>
<li><a href="https://uniroma1.academia.edu/AntonellaGhignoli" rel="noopener">Antonella Ghignoli</a>, Università di Roma La Sapienza. </li>
<li><a href="https://www.isc.cnr.it/staff-members/andrea-cavagna/" rel="noopener">Andrea Cavagna</a>, Consiglio Nazionale delle Ricerche. </li>
<li><a href="https://web.uniroma1.it/sssas/node/5887" rel="noopener">Salvatore Maria Aglioti</a>, Università di Roma La Sapienza. </li>
</ul>
<p>PS: Il 10 maggio a Roma, presso il Consiglio Nazionale delle Ricerche si terrà un <a href="https://www.scienzainrete.it/articoli/ricercatori-convegno-rilancio-ricerca-italia/">incontro pubblico</a> organizzato dal Gruppo 2003 per la ricerca scientifica e con una rappresentanza di ricercatori ERC, in cui si parlerà proprio di questi temi. Le iscrizioni sono ancora aperte.</p>
<h4 id="fonte-lelenco-completo-dei-vincitori-erc-advanced-grants-2017"><strong>Fonte</strong>: L&rsquo;elenco completo dei vincitori <a href="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2018/erc-fiasco-italiano-erc_2017_adg_results_all_domains.pdf">ERC Advanced Grants 2017</a></h4>]]></content:encoded></item><item><title>Provaci ancora, scienziato</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/provaci-ancora-scienziato/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/provaci-ancora-scienziato/</guid><pubDate>Tue, 20 Mar 2018 00:26:00 +0100</pubDate><description>A large table in a lecture hall with many medical practitioners of dubious fame seated around it: in the background are many tiers of spectators. Engraving, 1748. Wellcome Trust Collection.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2018/provaci-ancora-scienziato-hero.jpg" type="image/jpeg" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2018/provaci-ancora-scienziato-hero.jpg" medium="image" type="image/jpeg"/><content:encoded><![CDATA[<blockquote>
<p>«Soltanto quando certi eventi ricorrono in accordo con regole, o regolarità, come nel caso degli esperimenti ripetibili, le nostre osservazioni possono esser controllate – in linea di principio – da chiunque. Non prendiamo neppure sul serio le nostre proprie osservazioni, né le accettiamo come osservazioni scientifiche, finché non le abbiamo ripetute e controllate. Soltanto in seguito a tali ripetizioni possiamo convincerci che non stiamo trattando con una semplice “coincidenza” isolata, ma con eventi che, grazie alla loro regolarità e riproducibilità, possono, in linea di principio, essere sottoposti a controlli intersoggettivi. [&hellip;] In realtà l’effetto fisico scientificamente significante può essere definito come quell’effetto che può essere riprodotto regolarmente da chiunque conduca a termine nel modo descritto l’esperimento appropriato».</p></blockquote>
<p>La faceva facile il filosofo della scienza Karl Popper quando identificava nella regolarità e nella riproducibilità i due pilastri della ricerca scientifica. In realtà, per le scienza biomediche ma non solo, la riproducibilità è una bella gatta da pelare. Secondo alcuni un miraggio.</p>
<p>Chi lo dice? Secondo uno <a href="https://www.nature.com/articles/483531a" rel="noopener">studio di <em>Nature</em></a>, in media solo fra l’11 e il 25% degli studi in fase preclinica viene replicato per lo sviluppo di un farmaco. In un altro storico studio, i ricercatori della società Amgen non sono stati in grado di riprodurre 47 dei 53 studi di base importanti sul cancro prodotti nelle università.</p>
<p>Secondo l&rsquo;<em>énfant terrible</em> della metodologia della scienza John Ioannidis &ldquo;la maggioranza degli studi pubblicati sono falsi&rdquo; (vedi <a href="https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pmc/articles/PMC1182327/" rel="noopener">articolo</a>). Per esempio, a un&rsquo;analisi retrospettiva di un set di articoli su studi clinici &ldquo;highly cited&rdquo;, le conclusioni del 16% di questi articoli venivano confutate da successivi articoli, mentre un altro 16% veniva considerevolmente ridimensionato da studi successivi.</p>
<p>Con buona pace di chi crede che le <em>fake news</em> siano un fenomeno essenzialmente giornalistico, emendabili sempre e comunque dalla Scienza.</p>
<h2 id="trappole-della-ricerca">Trappole della ricerca</h2><p>Riprodurre uno studio in biologia si scontra con alcune trappole: la complessità dei fenomeni biologici, le condizioni ambientali nelle sperimentazioni animali, la validazione dei reagenti&hellip; per non parlare dei veri e propri difetti metodologici degli studi, come la mancata randomizzazione e cecità dei trial.</p>
<p>Sta di fatto che secondo il ben noto <a href="http://www.thelancet.com/series/research" rel="noopener">dossier di Lancet dedicato al tema</a>, lo spreco nella ricerca ammonterebbe a circa 200 miliardi di dollari all&rsquo;anno, pari all'85% dell&rsquo;investimento mondiale in ricerca, dove la mancata riproducibilità degli studi giocherebbe una parte non secondaria insieme ad altri difettacci, come la futilità di molti studi, i conflitti di interesse, l&rsquo;incompletezza, la cultura della segretezza, e non ultimo la burocrazia che tutto inghiotte.</p>
<p>Che fare allora? C&rsquo;è chi propone di promuovere anche economicamente la cosiddetta &ldquo;ricerca della ricerca&rdquo;, per affinare attendibilità e metodi. Oppure chi lancia progetti di riproducibilità, per esempio in campo oncologico, di cui si possono apprezzare i <a href="https://www.nature.com/news/cancer-reproducibility-project-releases-first-results-1.21304" rel="noopener">primi risultati</a>.</p>
<h2 id="per-gli-olandesi-repetita-iuvant">Per gli olandesi &ldquo;repetita iuvant&rdquo;</h2><p>Lo scorso mese un rapporto dal titolo <a href="https://www.knaw.nl/shared/resources/actueel/publicaties/pdf/20180115-replication-studies-web" rel="noopener">Replication studies – Improving reproducibility in the empirical sciences</a>, edito dalla Royal Netherlands Academy of Arts and Sciences e coordinato dall&rsquo;epidemiologo Johan Mackenbach, riflette proprio sul problema della riproducibilità in ambito biomedico e non, prendendo il problema alla lontana: prima di tutto, per gli olandesi, bisogna mettersi d&rsquo;accordo su cosa significa “riprodurre uno studio”.</p>
<p>A dire il vero la questione linguistica pare ancora più dettagliata: si utilizzano come sinonimi i termini “riproducibilità”, “replicabilità”, addirittura in alcuni casi “robustezza” o “affidabilità” (<em>reliability</em>). In realtà, secondo gli autori dobbiamo anzitutto chiarire la differenza che passa fra parlare di riproducibilità/replicabilità di uno studio e di replicabilità di un’inferenza. </p>
<p>Aleggia poi su tutto la domanda delle domande: i risultati riproducibili sono necessariamente più verosimili di quelli non riproducibili? A ogni modo – concludono gli autori – di fronte a questo dilemma  meglio scegliere la via della riproducibilità, dal momento che questa, anche se non è indizio automatico del grado di verità, rimane una misura affidabile di quanto la comunità scientifica concordi con la bontà dei risultati che altri hanno prodotto. </p>
<h2 id="quando-e-come-replicare-uno-studio">Quando e come replicare uno studio?</h2><p>Il documento elabora tre motivi che inducono a riprodurre uno studio: quando la posta in gioco è davvero rilevante per l&rsquo;avanzamento di una disciplina; quando i risultati paiono poco plausibili; quando pensiamo esista un metodo migliore di quello utilizzato per ottenere risultati più completi.</p>
<p>Rimane il punto di come riprodurre uno studio o parte di esso. Gli esperti sollevano a questo proposito due domande:</p>
<ul>
<li>è meglio riprodurre un esperimento in maniera completamente indipendente, o è più proficuo collaborare con chi ha eseguito la ricerca in esame, in modo da avere modo di valutare tutti gli aspetti non inclusi nella spiegazione metodologica dell’articolo?</li>
<li>è meglio replicare un risultato utilizzando lo stesso metodo sullo stesso campione, utilizzare un nuovo campione con le stesse caratteristiche, o cambiare sia il metodo sia il campione? </li>
</ul>
<p>Cruciale nel secondo caso se lo studio in esame è stato ben disegnato, oppure se già la fase iniziale è inficiata da errori e lacune.</p>
<h2 id="i-consigli-pratici-per-iniziare">I consigli pratici per iniziare</h2><p>I caveat sembrano quindi più dei punti fermi, ma nonostante questo i ricercatori propongono alcune strategie che l’accademia da un lato e i giornali scientifici dall’altro possono mettere in campo per favorire la replicabilità degli studi, con strategie differenziate a seconda che ci si trovi a che fare con ricerche biochimiche, genetiche, precliniche, cliniche, o ancora in settori disciplinari diversi come la psicologia sperimentale o l&rsquo;economia.</p>
<p>Comuni a tutti sono tuttavia alcune raccomandazioni:</p>
<ul>
<li>aumentare l’accuratezza metodologica e la dimensione dei campioni presi in esame, opportunamente armonizzati se provenienti da setting diversi</li>
<li>migliorare il reporting e la libera condivisione dei dati</li>
<li>soprattutto incentivare economicamente e con riconoscimenti di carriera la &ldquo;cultura della riproducibilità&rdquo; rispetto alla idolatria della &ldquo;innovatività degli studi&rdquo;.</li>
</ul>
<p>Anzitutto, secondo gli autori, sarebbe importante favorire la preregistrazione delle ipotesi da testare in un database che contenga tutti i dettagli utili alla replicazione, a partire dai metodi di raccolta dei dati. Per gli studi clinici questo processo è già in corso, non altrettanto per gli studi preclinici. Gli enti di ricerca e le riviste dovrebbero rendere obbligatoria questa registrazione, mentre istituzioni e comitati etici dovrebbero inserirla nelle loro linee guida.</p>
<p>La seconda strategia prevede il miglioramento della qualità della descrizione della metodologia utilizzata nei documenti che poi vengono divulgati. La comunità scientifica – si legge nel rapporto olandese – deve riunirsi ed elaborare linee guida e checklist che indichino chiaramente quali dettagli degli studi devono obbligatoriamente essere riportati.</p>
<p>La terza strategia propone che tutte le riviste accompagnino alla sezione realtiva ai metodi la presenza di archivi con accurate descrizioni dei dati e dei metodi utilizzati da ciascuno studio liberamente consultabili dai ricercatori.</p>
<p>Una maggiore consapevolezza metodologica ed epistemologica da parte dei ricercatori, unita a una propensione degli enti a finanziare <em>replication studies</em>, contribuirebbe ad affrontare al meglio la <a href="https://en.wikipedia.org/wiki/Replication_crisis" rel="noopener">crisi della riproducibilità</a> della scienza contemporanea.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Bene il nuovo PRIN, ma serve anche un'Agenzia della ricerca</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/bene-nuovo-prin-serve-unagenzia-ricerca/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/bene-nuovo-prin-serve-unagenzia-ricerca/</guid><pubDate>Mon, 13 Nov 2017 00:00:00 +0100</pubDate><dc:creator>Luca Carra</dc:creator><category>politica-della-ricerca</category><description>&amp;amp;ldquo;Ministro Pop&amp;amp;rdquo;. Elaborazione di Sergio Cima.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2017/bene-nuovo-prin-serve-unagenzia-ricerca-hero.jpg" type="image/jpeg" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2017/bene-nuovo-prin-serve-unagenzia-ricerca-hero.jpg" medium="image" type="image/jpeg"/><content:encoded><![CDATA[<p>Con un <a href="http://nova.ilsole24ore.com/progetti/limportanza-della-ricerca-diffusa/" rel="noopener">intervento</a> sul Sole 24 ore, Maria Pia Abbracchio e Patrizia Caraveo del <a href="http://www.gruppo2003.org/" rel="noopener">Gruppo 2003</a> hanno puntato i riflettori sull’importanza di un congruo finanziamento alla ricerca diffusa in Italia, come presupposto necessario a competere a livello internazionale. Sotto questo profilo è sicuramente una buona notizia il nuovo bando PRIN di 400 milioni di euro che il ministro Valeria Fedeli ha annunciato nei mesi scorsi e che dovrebbe vedere la luce entro fine 2017. E&rsquo; infatti primo compito dei governi nazionali finanziare la ricerca di base, vero motore dell&rsquo;innovazione, non quella applicata su cui si concentra in via pressoché esclusiva la Commissione Europea attraverso i suoi programmi quadro.</p>
<h2 id="bene-quindi-il-nuovo-prin-a-patto-che-il-bando-non-sia-riservato-solo-alle-università-ma-anche-agli-enti-di-ricerca">Bene quindi il nuovo PRIN, a patto che il bando non sia riservato solo alle università ma anche agli enti di ricerca.</h2><p>Altro rischio da evitare, che ha caratterizzato la gestione del bando precedente (di 92 milioni di eur su tre anni, pari all&rsquo;ingaggio di Iguain, come <a href="http://www.flcgil.it/rassegna-stampa/nazionale/se-la-ricerca-nei-nostri-atenei-vale-meno-di-higuain.flc" rel="noopener">soleva dire</a> il compianto Nanni Bignami), è di finanziare una fetta troppo piccola dei progetti presentati: nel 2015 sono stati circa il 6%, per giunta con riduzioni di budget che a volte hanno sfiorato l’80% dell’importo, senza peraltro chiedere una conseguente rimodulazione dei progetti così massacrati (per questo rimandiamo all’<a href="https://www.scienzainrete.it/articoli/prin-2015-spiccioli-ricerca-pubblica/">articolo di Scienzainrete</a> che ha analizzato il bando PRIN 2015). Infine che il lavoro dei ricercatori venga pagato in tempi decenti, cioè entro un anno come fanno le principali organizzazioni no profit e non dopo tre-quattro anni.</p>
<p>Ora si prospetta un finanziamento di 400 milioni di euro, parte presi dal “tesoretto” dell’Istituto italiano di tecnologia. Ma finiti i tesoretti, i bandi futuri rimarranno a questo livello di spesa o torneranno alle abituali quaresime? Sarebbe certo un imperdonabile errore drogare il mercato della ricerca pubblica italiana con una overdose di fondi (si fa per dire, si tratta comunque della metà-un terzo di quanto stanziato degli altri paesi industriali…) per poi rimettere tutto il sistema in astinenza.</p>
<p>Quindi sarebbe utile fare un passo ancora e dichiarare a chiare lettere che, insieme al nuovo bando PRIN da 400 milioni, ci si appresta a istituire una <a href="https://www.scienzainrete.it/articoli/ricerca-all-italia-serve-agenzia/">Agenzia nazionale della ricerca</a> che possa erogare ogni anno almeno un miliardo di euro in bandi competitivi facendo valere le buone pratiche della valutazione indipendente. Tanto più che a tifare per una agenzia di questo genere non è più il solo Gruppo 2003, che ne ha fatto il suo cavallo di battaglia da un decennio, ma anche altre realtà importanti del Paese, come testimonia il nuovo <a href="https://www.ambrosetti.eu/ricerche-e-presentazioni/report-life-sciences-2017/" rel="noopener">Rapporto Ambrosetti sulle Life Science 2017</a> riportando gli orientamenti di Assobiotech e altri attori della ricerca nazionale.</p>
<p>Unico paese nel mondo sviluppato a non avere una agenzia di questo genere, l’Italia deve essere in grado di vincere le resistenze e cominciare seriamente a mettere in mani competenti e indipendenti la gestione di tutto il finanziamento competitivo. Un budget che non può essere ricavato dai fondi ordinari già esistenti ma deve essere aggiuntivo. E consistente.</p>
<p>Ricordiamo infatti che dei circa 20 miliari di euro spesi annualmente in ricerca in Italia (1,3% del PIL), 15 miliardi vanno in stipendi e 5 miliardi in acquisto di beni e servizi (vedi <a href="https://www.istat.it/it/archivio/192829" rel="noopener">link</a>), e che l’Italia attualmente destina alla ricerca competitiva il 5% del suo budget rispetto al 21% della Francia, il 36% della Germania e il 53% della Gran Bretagna (si veda il <a href="https://publications.europa.eu/en/publication-detail/-/publication/57b6903e-5fb9-11e7-954d-01aa75ed71a1/language-it/format-PDF" rel="noopener">Rapporto RIO 2016</a>).</p>
<p>I sette Research Council britannici da soli erogano 3,9 miliardi sterline all’anno in bandi. C’è quindi motivo di rallegrarsi per un bando PRIN di 400 milioni di euro. Ma c’è anche motivo per non fermarsi qui.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Fine del “decennium horribilis”, parola di Valeria Fedeli</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/fine-decennium-horribilis-parola-valeria-fedeli/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/fine-decennium-horribilis-parola-valeria-fedeli/</guid><pubDate>Mon, 06 Nov 2017 23:12:00 +0100</pubDate><category>politica-della-ricerca</category><description>La ministra Fedeli annuncia la fine del decennium horribilis dell&amp;amp;rsquo;università italiana: 6,9 miliardi al FFO e segnali di ripresa dopo anni di tagli.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2017/fine-decennium-horribilis-parola-valeria-fedeli-hero.jpg" type="image/jpeg" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2017/fine-decennium-horribilis-parola-valeria-fedeli-hero.jpg" medium="image" type="image/jpeg"/><content:encoded><![CDATA[<p>C’era una volta l’università in perenne calo di iscrizioni e di ricerca ridotta al lumicino. C’era, appunto, da oggi si cambia marcia. Questo a dar credito a quanto dichiarato dalla ministra Valeria Fedeli davanti al rettore del Politecnico di Milano e alle altre autorità schierate sul palco dell’Ateneo per l’apertura dell’anno accademico.</p>
<p>Qualche segnale positivo, effettivamente si registra, a partire dallo stanziamento, per il 2017, di 6,9 miliardi di euro per il fondo ordinario per le università (FFO), cinquecento milioni in più rispetto al 2015, che ha rappresentato il punto più basso del finanziamento. Per la prima volta, inoltre, lo stanziamento per il 2017 ha incluso anche 55 milioni per la no-tax area, la novità prevista dalla legge di bilancio per il 2017 che consente agli studenti con ISEE fino a 13.000 euro di essere esonerati dal pagamento delle tasse e garantisce tasse ‘calmierate’ a chi ha un ISEE fra 13.000 e 30.000 euro.</p>
<p>Per il 2018, la legge di stabilità del governo prevede peraltro alcuni punti chiave per università e ricerca, ottenuti - a sentire la ministra - anche grazie a un discreto pressing verso il ministro Padoan e il primo ministro Gentiloni. Fra le altre misure, è stato annunciato un piano di reclutamento di 1.600 ricercatori, con costo previsto di 90 milioni, a cui seguiranno altri 17 milioni per il conseguente consolidamento nella posizione di professore di seconda fascia.</p>
<p>Ci saranno poi un po’ più di risorse per le borse di dottorato (15 milioni di euro, che corrisponde a un aumento tra i 60 e i 75 euro/mese, al quale le singole università, successivamente, potranno aggiungere poste in proprio) e per le figure del comparto tecnico amministrativo e dirigenziale.</p>
<p>Inoltre dal 2018 (e con decorrenza 1 gennaio 2016) gli scatti triennali dei docenti universitari tornano biennali, accelerando in questo modo le carriere. Per questa voce il Fondo per il finanziamento ordinario è incrementato di 60 milioni nel 2018, 75 milioni per il 2019, 90 milioni per il 2020, 120 milioni per il 2021 e 150 milioni dall&rsquo;anno 2022. Questo intervento andrebbe a favore soprattutto dei giovani docenti, anche in chiave pensionistica, che in futuro recupereranno gradualmente quanto perso in passato.</p>
<p>La notizia però più rilevante è senza dubbio la conferma che entro fine anno verrà emanato il bando PRIN di 400 milioni di euro: stiamo parlando di una cifra quattro volte maggiore dell’ultimo bando PRIN del 2015 e mai stanziata prima, che (quasi) ci allinea con i finanziamenti competitivi di altri paesi industriali. Il problema sarà assestarsi su questi livelli e non ripiombare nella carestia che la Fedeli stessa ha riconosciuto aver caratterizzato il mondo della ricerca e dell’università dell’ultimo decennio. “Certo queste misure sono solo una boccata d&rsquo;ossigeno per nostre ricercatrici e ricercatori, e il confronto con altre realtà europee è oggettivamente impietoso, nonostante la confermata alta qualità dei nostri ricercatori” ha dichiarato. “Senza ricerca e senza giovani non possiamo farcela, è necessario investire sulla filiera del sapere per non regredire”.</p>
<p>Una via di possibile sviluppo della vocazione delle nostre università è stato delineato durante l’incontro da Alberto Sangiovanni Vincentelli, ex studente del Politecnico di Milano e ora in forza alla Università della California.</p>
<p>Cosa può insegnare l’esperienza delle grandi università americane all’Italia, così diverse dalla nostre? Prima di tutto la capacità di tenere insieme, nella prima missione dell’università, insegnamento e ricerca come un unicum. L’insegnamento senza ricerca presto si inaridisce, ma la ricerca del futuro non può essere che quella che combina ricerca fondamentale con l’attenzione a possibili applicazioni. Quella in altri termini a cui fa riferimento il cosiddetto “quadrante di Pasteur” (si veda a questo proposito l’<a href="https://www.scienzainrete.it/articoli/ricerca-base-ricerca-applicata-quadrante-pasteur/">articolo</a> di Sandro Fuzzi su Scenzainrete)</p>
<p>Dalla ricerca continua “used-inspired” nasce la vera innovazione. Non quella che si misura semplicemente con il numero di start-up che nascono in un anno, ma con quelle che sopravvivono completando il loro processo diventando aziende,  o venendo assorbite da altri gruppi o entrando in borsa. E non è un caso - ha raccontato Vincentelli - che la maggior parte delle start up che superano la selezione del mercato sono quelle fondate da dottori di ricerca (47%). La consuetudine al metodo e al rigore della ricerca propria delle alte professionalità accademiche è un presupposto essenziale per generare anche risultati economici. E dove è più alto il rapporto dottorandi per docente (al MIT sono 15 a 1) più forte la propensione all’innovazione. E in questo l&rsquo;Italia non docet, visto che anche il Politecnico ha un rapporto quasi 1:1 fra dottorandi e docenti, contro i 5:1 di Monaco e Berlino e i 8:1 di Losanna e Zurigo.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Agenzie della ricerca USA sotto attacco</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/agenzie-ricerca-usa-sotto-attacco/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/agenzie-ricerca-usa-sotto-attacco/</guid><pubDate>Tue, 24 Oct 2017 10:16:00 +0100</pubDate><dc:creator>Luca Carra</dc:creator><category>politica-della-ricerca</category><description>La nuova sede della national Science Foundation, ad Alexandria, Virginia (courtesy NSF).</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2017/agenzie-ricerca-usa-sotto-attacco-hero.jpg" type="image/jpeg" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2017/agenzie-ricerca-usa-sotto-attacco-hero.jpg" medium="image" type="image/jpeg"/><content:encoded><![CDATA[<p>La National Science Foundation e i National Institutes of Health sono le due principali agenzie statunitensi di finanziamento della ricerca scientifica. Istituzioni vitali che finanziano i progetti in base a un consolidato sistema di peer review e study section. Ora però l’amministrazione repubblicana pare voglia mettere la mordacchia ai due istituti. Quanto meno ci prova il senatore Randy Paul, il quale, come riferisce <em>Science</em> questa settimana, ha presentato una legge che imporrebbe alcune modifiche sostanziali al funzionamento di queste agenzie.</p>
<p>La prima di queste modifiche introduce due nuovi membri nei panel federali di valutazione dei grant senza competenze nella materia che si va a valutare, giusto per capire &ldquo;a mente sgombra&rdquo; ciò su cui vale davvero la pena investire. Vi sarebbe poi un “rappresentante dei contribuenti” (<em>a taxpayer advocate</em>) in grado di valutare il reale ritorno delle ricerche per la società, nuovo pericolosissimo mantra attraverso cui la politica mette il becco nella valutazione della ricerca.</p>
<p>A questo giudice della rilevanza sociale (ed economica) degli investimenti in ricerca andrebbero anche trasferiti le funzioni dell’Ufficio dell’Inspector General della National Science Foundation, il cui compito è di investigare su eventuali sprechi e frodi nella ricerca. Il nuovo Ufficio, denominato, Office of Inspector General and Taxpayer Advocate for Research avrebbe anche potere di veto sui finanziamenti alla ricerca da parte delle agenzie federali. Un regalo poco gradito ai vertici della National Science Foundation, che proprio in queste settimane si è trasferita nella <a href="https://www.bizjournals.com/washington/news/2017/08/24/national-science-foundation-relocating-to-its-new.html" rel="noopener">nuova sede</a> di Alexandria, in Virginia.</p>
<p>Altre novità della proposta del senatore repubblicano riguardano l’uso di agenzie come i National Institutes of Health di consentire a chi sottopone un progetto di suggerire potenziali revisori. “Così chi chiede i soldi può proporre le persone che glieli fanno avere” ha commentato Randy Paul, che ha aggiunto: “Ci sono un sacco di ricerche bizzarre che vengono portate avanti con i soldi dei contribuenti. Molti pensano che questa cosa non possa andare avanti così”.</p>
<p>Pur apprezzando la scienza “ogni volta che prendo in mano lo smartphone e vado dal medico” ha detto un altro senatore repubblicano, James Lankford, “resta da capire se le informazioni provenienti dalla ricerca sono accessibili a tutti, e se vengono scelte davvero le ricerche più utili per il paese”.</p>
<p>Nel riferire contenuti della preoccupante audizione di Randy Paul, <em>Science</em> osserva che il senatore, sulle posizioni della destra libertaria, non fa propriamente parte dell’establisment repubblicano e non è noto per essere un gran tessitore di alleanze parlamentari. </p>
<p>Ma in America tutto è possibile&hellip;</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Lettera aperta al Governo Italiano</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/lettera-aperta-governo-italiano/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/lettera-aperta-governo-italiano/</guid><pubDate>Mon, 19 Jun 2017 02:09:00 +0100</pubDate><dc:creator>Autori vari</dc:creator><category>energia</category><description>Lettera aperta al governo italiano sulla Conferenza ONU per una proibizione delle armi nucleari: un appello a partecipare e a sostenere il bando.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2017/lettera-aperta-governo-italiano-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2017/lettera-aperta-governo-italiano-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<h2 id="lettera-aperta-al-governo-italiano">Lettera aperta al Governo Italiano</h2><h2 id="conferenza-onu-per-negoziare-una-proibizione-delle-armi-nucleariindetta-con-risoluzione-7158-dellassemblea-generale-dellonu-del-23122016">Conferenza ONU per negoziare una proibizione delle armi nucleari indetta con Risoluzione 71/58 dell&rsquo;Assemblea Generale dell&rsquo;ONU del 23/12/2016</h2><p>Nel 2007 quattro eminenti personalità americane, (un Senatore e tre ex Segretari di Stato e alla Difesa: Sam Nunn, Henry Kissinger, George Schultz e Bill Perry) lanciarono un appello in favore di un mondo privo di armi nucleari. Altre personalità appartenenti a diverse aree geografiche seguirono tale esempio, al quale si associò anche il Presidente Obama nel 2009 in occasione del suo famoso discorso al Castello di Praga.</p>
<p>A dieci anni di distanza l&rsquo;euforia che suscitò allora questo progetto è in gran parte svanita e nessun passo significativo si è registrato a livello multilaterale per dare attuazione all&rsquo;idea di un mondo privo di armi nucleari. Nessuno degli otto stati che possedevano allora l&rsquo;arma nucleare ha ridotto la propria dipendenza da tale tipo di armamento. Al contrario è generale la tendenza all&rsquo;ammodernamento degli arsenali, mentre in alcuni casi si pensa addirittura a rimettere in discussione accordi già stipulati. Al gruppo dei possessori dell&rsquo;atomica, inoltre, si è aggiunta da ultimo la Corea del Nord.</p>
<p>Per reagire a questo quadro negativo è stata votata l&rsquo;anno scorso dall&rsquo;Assemblea Generale dell&rsquo;ONU la Risoluzione 71/258 che prevede di celebrare a New York una conferenza per negoziare “uno strumento giuridicamente vincolante che proibisca le armi nucleari e conduca alla loro eliminazione totale”. Tale iniziativa si ricollega peraltro all&rsquo;impegno giuridicamente vincolante adottato dagli stati parte al Trattato di Non Proliferazione nucleare di negoziare “la cessazione della corsa agli armamenti nucleari a breve scadenza ed il disarmo nucleare”.</p>
<p><img src="https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2017/lettera-aperta-governo-italiano-body-1.jpg.webp" srcset="https://www.scienzainrete.it/media/_web/720/articoli/2017/lettera-aperta-governo-italiano-body-1.jpg.webp 720w, https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2017/lettera-aperta-governo-italiano-body-1.jpg.webp 955w" sizes="(max-width: 760px) 100vw, 720px" alt="" width="955" height="500" loading="lazy" decoding="async">
</p>
<p>La grande maggioranza dei paesi membri dell&rsquo;ONU ha partecipato alla fase preliminare di questo negoziato tenutasi nel marzo scorso. Sono mancati a quell&rsquo;appuntamento non solo i paesi detentori dell&rsquo;arma nucleare, ma anche quelli che – come i membri della Nato – hanno affidato alla deterrenza nucleare la propria ultima difesa. Il fatto che questi paesi, tra cui l&rsquo;Italia, si siano auto esclusi, fa correre loro il rischio che si giunga a risultati giuridicamente vincolanti che non tengano conto dei loro interessi e valori, e delle motivazioni legittime che li ispirano.</p>
<p>L&rsquo;impegno a perseguire l&rsquo;obiettivo di un mondo privo di armi nucleari fa già parte del patrimonio politico acquisito dalla comunità internazionale ivi compresi la Nato, l&rsquo;Unione Europea e il G7. La partecipazione alla Conferenza di New York sarebbe dunque una logica conseguenza di tale impegno.</p>
<p>Una seconda tornata di negoziati, forse conclusiva, si terrà a New York dal 15 giugno al 7 luglio. Di fronte all&rsquo;accrescersi delle tensioni ed al rischio che i confronti attualmente in atto sfocino in un conflitto nucleare, i sottoscritti invitano il Governo Italiano a partecipare alla conferenza in questione e ad incoraggiare i paesi dell&rsquo;Unione Europea e della Nato a fare altrettanto.</p>
<p><em>Carlo Bernardini (Consiglio Scientifico dell&rsquo;USPID*)<br>
Francesco Calogero (Segretario Generale 1989-97 del Pugwash**)<br>
Giuliano Colombetti (Consiglio Scientifico dell&rsquo;USPID*)<br>
Paolo Cotta-Ramusino (Segretario Generale del Pugwash**, Gruppo Italiano di ELN***)<br>
Nicola Cufaro Petroni (Consiglio Scientifico dell&rsquo;USPID*)<br>
Marco De Andreis (Consiglio Scientifico dell&rsquo;USPID*)<br>
Mirco Elena (Consiglio Scientifico dell&rsquo;USPID*)<br>
Roberto Fieschi (Consiglio Scientifico dell&rsquo;USPID*)<br>
Giorgio La Malfa (Gruppo Italiano di ELN***)<br>
Diego Latella (Segretario Nazionale dell&rsquo;USPID*)<br>
Francesco Lenci (Consiglio Scientifico dell&rsquo;USPID*, Council del Pugwash**)<br>
Giuseppe Longo (Consiglio Scientifico dell&rsquo;USPID*)<br>
Maurizio Martellini (Segr. Gen. Landau Network-Fondazione Volta, UnInsubria, Cons. Sci. USPID*)<br>
Antonio Palazzi (Consiglio Scientifico dell&rsquo;USPID*)<br>
Alessandro Pascolini (Consiglio Scientifico dell&rsquo;USPID*)<br>
Mario Rocca (Consiglio Scientifico dell&rsquo;USPID*)<br>
Carlo Schaerf (Gruppo Italiano di ELN‡, Consiglio Scientifico dell&rsquo;USPID*)<br>
Carlo Trezza (Coordinatore del Gruppo Italiano di ELN***)</em></p>
<p>* Unione degli Scienziati Per Il Disarmo - ONLUS<br>
** Conferenze Pugwash su Scienza e Questioni Mondiali (Premio Nobel per la Pace 1995)<br>
*** European Leadership Network</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Gli italiani che hanno fatto gli ERC</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/italiani-hanno-fatto-erc/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/italiani-hanno-fatto-erc/</guid><pubDate>Thu, 25 May 2017 07:00:00 +0100</pubDate><dc:creator>Cristina Da Rold</dc:creator><description>Analisi dei ricercatori italiani vincitori di ERC Grants: scopri dove lavorano e in quali discipline eccellono. Approfondimento sui bandi europei più competitivi.</description><content:encoded><![CDATA[<p>Scienza in Rete si è occupata spesso dei grant dell&rsquo;<a href="http://erc.europa.eu/" rel="noopener">European Research Council</a>, i bandi in assoluto più competitivi a livello europeo. Avendo ora acquisito le statistiche complete di ERC, è possibile approfondire l&rsquo;analisi di questi bandi nei primi dieci anni di questa istituzione. E la prima cosa che salta all&rsquo;occhio è che - per quanto riguarda il nostro paese - a fare gli ERC Grants non sia tanto l&rsquo;Italia, quanto gli italiani. Prendendo in considerazione i bandi 2014-2016 solo il 46% dei ricercatori italiani* che hanno vinto un grant era ospite di un istituto italiano, mentre un buon 13% era ospite nel Regno Unito, il 7% in Svizzera, il 6% in Francia, il 5% in Germania e un altro 5% in Olanda.</p>
<p>Se andiamo a vedere (sempre per i bandi 2014-2016) dove erano ospiti gli italiani vincitori, al primissimo posto troviamo il Politecnico di Milano (9,4%). Non dobbiamo stupirci granché di trovare un politecnico e non un&rsquo;università al primo posto – e con notevole vantaggio sulla seconda istituzione in classifica – dal momento che la metà dei vincitori (il 51%) afferisce al comparto di scienze fisiche e ingegneristiche, un quarto alle Scienze della vita, mentre un quarto degli italiani risultati vincitori di ERC grants si occupa di Social Sciences and Humanities. Si tratta di proporzioni grosso modo in linea con le suddivisioni per comparto del complesso degli ERC Grants. Se osserviamo le <a href="https://erc.europa.eu/sites/default/files/document/file/erc_2016_stg_statistics.pdf" rel="noopener">statistiche degli Starting Grants</a> vincitori nel 2016 vediamo che il 44% appartiene al comparto della Fisica e dell&rsquo;ingegneria, il 30% alle Scienze della vita e il 24% alle Humanities. Similmente, per i <a href="https://erc.europa.eu/sites/default/files/document/file/erc_2016_cog_statistics.pdf" rel="noopener">Consolidator Grants</a> sempre del 2016, le percentuali sono rispettivamente del 30%, 47% e 21%.</p>
<p>Tornando agli enti italiani che ospitano ricercatori italiani che hanno vinto starting, consolidator o advanced grant negli anni 2014-2016, nelle prime posizioni dopo il Politecnico di Milano (l'11% dei vincitori italiani) troviamo il CNR e l&rsquo;IIT di Genova (entrambi con l'8%), e a pari merito con il 4% dei vincitori italiani l&rsquo;INFN, lo European University Institute, l&rsquo;Università Degli Studi di Roma La Sapienza, il Politecnico di Torino e l&rsquo;Università Bocconi.</p>
<p><a href="https://infogr.am/gli_italiani_che_hanno_fatto_gli_erc_2014_2016" rel="noopener">ERC 1</a></p>
<p>Sempre stando ai dati ERC che Scienza in Rete ha analizzato,** **l&rsquo;Italia ha vinto 420 ERC Grants dal 2007 a oggi. Un trend che è andato in crescendo anno dopo anno, con un picco nel 2015 di 63 grants: 22 Starting Grants, 19 Advanced,  8 Proof of Concept e ben 14 Consolidator Grants. </p>
<p><a href="https://infogr.am/erc1-143381284309" rel="noopener">ERC 2</a></p>
<p>Anche rispetto agli altri paesi europei non ce la caviamo affatto male: anche solo esaminando i dati più recenti, quelli cioè dal 2014 al 2016, il nostro paese si trova sempre fra i primi posti per numero di grant ottenuti. Certo, i numeri non sono quelli della Trinità composta nell&rsquo;ordine crescente da Francia, Germania e Regno Unito, quest&rsquo;ultimo che svetta anno dopo anno, staccando di gran lunga il secondo in classifica. Nel 2015 per esempio la Gran Bretagna ha portato a casa 230 Grants, contro i 156 della Germania, che occupa il secondo posto. </p>
<p><a href="https://infogr.am/erc3-203118215733" rel="noopener">ERC 3</a></p>
<p><a href="https://infogr.am/erc2-388980122798" rel="noopener">ERC 4</a></p>
<p>Si tratta di dati molto importanti per iniziare a tracciare una prima panoramica scientifica, professionale e umana dell&rsquo;eccellenza della ricerca italiana, che come Scienza in Rete proporremo nei prossimi mesi attraverso una serie di focus, che partiranno proprio dalle voci dei vincitori ERC.</p>
<p><em>* ERC non fornisce per ragioni di privacy la nazionalità dei singoli vincitori. Per calcolare i risultati esposti in questo articolo la nazionalità è stata attribuita a partire dai cognomi, ciò non assicura una attribuzione corretta al 100%. In futuro saranno considerati metodi di attribuzione più precisi.</em></p>
]]></content:encoded></item><item><title>Elena Cattaneo al ministro Giannini: stanzia i 430 milioni del tesoretto IIT per salvare la ricerca pubblica</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/elena-cattaneo-ministro-giannini-stanzia-430-milioni-tesoretto/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/elena-cattaneo-ministro-giannini-stanzia-430-milioni-tesoretto/</guid><pubDate>Fri, 21 Oct 2016 11:29:00 +0100</pubDate><dc:creator>Luca Carra</dc:creator><category>politica-della-ricerca</category><description>Elena Cattaneo chiede al ministro Giannini di destinare i 430 milioni del tesoretto IIT alla ricerca pubblica. Scopri di più sulla proposta.</description><content:encoded><![CDATA[<p><em>In un botta e risposta con il ministro Giannini, la senatrice Elena Cattaneo ha proposto di destinare il &ldquo;tesoretto&rdquo; dell&rsquo;istituto Italiano di Tecnologia (ora su un conto infruttifero della Banca d&rsquo;italia e a disposizione del governo) alla ricerca pubblica. In particolare, riprendendo la proposta del Gruppo 2003 di <a href="https://www.scienzainrete.it/articoli/moltiplichiamo-dieci-fondi-prin/">moltiplicare per dieci lo stanziamento attuale per i fondi PRIN</a> (92 milioni di euro), la senatrice ha proposto di portarlo a 500 milioni di euro, utilizzando fra gli altri i 430 milioni del tesoretto IIT. Il ministro, colto alla sprovvista, racconta quanto fatto con il <a href="https://www.scienzainrete.it/articoli/piano-nazionale-ricerca-2015-2020-priorita-capitale-umano/">Piano nazionale della ricerca 2015-20</a>, e la nuova legge di stabilità. Ma di fatto mostra di ignorare l&rsquo;esistenza del tesoretto, poi dice che quei soldi non sono nella sua disponibilità. Ma se c&rsquo;è la volontà politica, si può fare. Ecco il resoconto stenografico della seduta:</em></p>
<p><strong>SENATO DELLA REPUBBLICA</strong></p>
<p><strong>&mdash;&mdash; XVII LEGISLATURA &mdash;&mdash;</strong></p>
<p><strong>706^(a) SEDUTA PUBBLICA</strong></p>
<p><strong>RESOCONTO STENOGRAFICO</strong></p>
<p>GIOVEDÌ 20 OTTOBRE 2016</p>
<p><strong>(Pomeridiana)</strong></p>
<p>Presidenza della vice presidente LANZILLOTTA</p>
<p><strong>CATTANEO</strong> <em>(Aut (SVP, UV, PATT, UPT)-PSI-MAIE)</em>. Signora Presidente, signor Ministro, i primi di ottobre il <strong>Gruppo 2003</strong> ha promosso un appello affinché il Governo salvi la ricerca italiana, moltiplicando almeno di dieci volte il suo finanziamento.</p>
<p>Quei colleghi non a caso hanno usato il verbo «salvare» perché di questo si tratta, si tratta di salvare un patrimonio che è destinato a svanire. Come lei sa, le procedure per l&rsquo;assegnazione dei bandi PRIN si sono appena concluse: 92 milioni a disposizione per i prossimi tre anni dopo anni di zero finanziamento, i progetti sottomessi sono 4500 (il che dimostra quanto ricca di idee è l&rsquo;Italia) e ne vengono finanziati il 6 per cento, quindi solamente 300 progetti molti dei quali tagliati del 75, 80 per cento rispetto alla richiesta di finanziamento il che significa, per molti di essi, l&rsquo;impossibilità di eseguire il programma proposto.</p>
<p>In questa sede sono a chiederle, quindi, neanche di salvare ma la semplice sussistenza del finanziamento alla ricerca e alle idee libere degli studiosi italiani. Sto chiedendo di stanziare, se possibile, oltre a quanto già presente nella legge di stabilità, almeno altri 500 milioni per garantire continuativamente FIRB e PRIN decenti. Come ricordava il collega Bocchino, di questi 500 ben 430 milioni sono disponibili pronta cassa su un conto infruttifero della Banca d&rsquo;Italia. Si tratta di un accantonamento, che continua di anno in anno, di soldi pubblici destinati dallo Stato alla ricerca pubblica negli ultimi 10 anni. L&rsquo;intestatario è l&rsquo;Istituto italiano di tecnologia. Signor Ministro, le chiedo anch&rsquo;io se è sua intenzione avvalersi di questa preziosissima liquidità per garantire la sopravvivenza, la sussistenza, l&rsquo;esistenza della ricerca libera in questo Paese. (&hellip;) </p>
<p><a href="http://senato.it/loc/link.asp?leg=17&amp;tipodoc=sanasen&amp;id=29211" rel="noopener">GIANNINI</a>, <em>ministro dell&rsquo;istruzione, dell&rsquo;università e della ricerca</em>. Signora Presidente, i quesiti posti dagli onorevoli senatori e dalle onorevoli senatrici su questi temi, sostanzialmente toccano una serie di aspetti, che complessivamente ritengo possono essere riassunti come la visione del Governo sulle politiche e le modalità di finanziamento della ricerca universitaria e della ricerca svolta negli enti di ricerca pubblici italiani. Si sono toccati temi molto specifici, come il rapporto tra pubblico e privato, la semplificazione delle regole e delle procedure, il diritto allo studio e le misure più specificamente orientate alla cosiddetta ricerca di base.</p>
<p>Ovviamente io cercherò, in una risposta di sintesi complessiva, di far riferimento a ciascuno dei punti toccati, ivi inclusi gli aspetti più di dettaglio, a cui però chiaramente sento il dovere di rispondere, come le questioni riguardanti l&rsquo;Istituto italiano di tecnologia.</p>
<p>Intanto io penso che, per onestà intellettuale di chi risponde (il Governo) e di chi interroga (gli onorevoli senatori e senatrici), sia necessario indicare che per dare una risposta esaustiva si deve far riferimento puntuale a tutte le misure che nel corso di questo triennio il Governo ha dedicato all&rsquo;università e alla ricerca e che ha indirizzato a due fondamentali capitoli: il finanziamento e la valorizzazione dei progetti e delle attività di ricerca e il finanziamento e la valorizzazione del capitale umano. Sa molto bene la senatrice Cattaneo, che è un&rsquo;autorevole esponente del mondo accademico al di fuori di quest&rsquo;Aula (e lo rimane anche qui), che tutto ciò che è finanziamento del capitale umano è sostanzialmente finanziamento della ricerca di base, perché essa, sia pur in forma non dedicata al singolo progetto, viene svolta nei laboratori, nelle biblioteche, nei settori umanistici e in quelli scientifici, dalle persone, in particolare dalle giovani persone (dal dottorato, al post-doc, ai ricercatori) che sviluppano il progresso del pensiero scientifico. Io citerò quindi anche le misure che riguardano la valorizzazione del capitale umano, ritenendo che esse siano parte integrante delle misure che il Governo dedica alla ricerca di base.</p>
<p>Partiamo però puntualmente dalle ultime due leggi di stabilità, che hanno segnato un&rsquo;inversione di tendenza netta, chiara, misurabile e quantificabile rispetto a quanto avvenuto nel precedente decennio. Il fondo di finanziamento ordinario, che lo scorso anno era stabilizzato a 6,9 miliardi, nel 2018 salirà a 7,323 miliardi, una cifra che non era più stata sfiorata dal 2009: dovrebbe ricordarlo molto bene - tra gli altri - la senatrice Pelino, che aveva già un&rsquo;esperienza parlamentare durante quel Governo che sul tema universitario aveva fatto scelte politiche e di qualità molto differenti. Non si tratta però solo di un tema di quantità complessiva, ma di differente assegnazione di questi fondi, con una valorizzazione della premialità e con un obiettivo di innalzamento della qualità della ricerca scientifica e della didattica universitaria che - non dimentichiamolo - sono due lati di una stessa medaglia.</p>
<p>A questo riguardo vorrei ricordare che, sempre nella legge di stabilità 2016, sono stati aggiunti 25 milioni di euro in quota premiale per gli enti di ricerca che quindi integrano il Fondo ordinario per il finanziamento degli enti e istituzioni di ricerca (FOE), che - come è ben noto a tutti voi - è l&rsquo;equivalente del fondo di finanziamento ordinario e che in generale la premialità ha avuto e continua ad avere, senatore Centinaio, un incremento progressivo. Cito le percentuali: nel 2015 del 20 per cento, nel 2017 del 22 per cento e nel 2018 del 24 per cento. Questo è quindi un indicatore di una politica del Governo che risponde alla visione politica di assegnare i fondi per merito in abbinamento al macrofondo non premiale che è già assegnato per costo <em>standard</em>. Vorrei ricordare che è il primo settore del comparto pubblico italiano e non è merito di questo Governo averlo iniziato, ma averlo sviluppato, perfezionato e incrementato.</p>
<p>Vi è però una novità importante che qualifica ancora meglio l&rsquo;assegnazione di questi fondi sul piano qualitativo più che quantitativo. Come loro probabilmente ricordano, per la prima volta il nuovo piano triennale destinerà 300 milioni di euro all&rsquo;anno agli atenei sulla base degli indicatori scelti dagli atenei stessi, all&rsquo;interno di una gamma di opzioni che sono sostanzialmente riconducibili alle tre fondamentali missioni che essi hanno: la ricerca, la didattica, le politiche di internazionalizzazione e di esternalizzazione (quella che insomma in altri contesti definiamo la terza missione delle università).</p>
<p>Questa, si badi - lo dico soprattutto al senatore Barani - è una misura eccezionalmente innovativa nel nostro sistema, perché consente una programmazione autonoma e responsabile e, <em>post hoc</em>, come è giusto che avvenga, consentirà una valutazione altrettanto puntuale sull&rsquo;abbinamento e l&rsquo;allineamento tra le politiche assegnate di ciascun ateneo all&rsquo;interno degli organi di Governo, i finanziamenti ottenuti e i risultati eventualmente conseguiti in combinazione con questo piano triennale.</p>
<p>Rispetto al capitale umano, come dicevo prima, non si tratta di un esercizio retorico; non credo lo sia da parte loro e non lo è sicuramente da parte mia e di questo Governo. Riteniamo assolutamente che i numeri dei giovani che potranno trovare collocazione nelle nostre università, a partire dai dottorati di ricerca, avanzando nella scala di carriera e di evoluzione professionale, siano l&rsquo;effettivo motore del progresso scientifico, e quindi il primo fondamentale strumento di finanziamento della ricerca di base. Questo non è comparabile con altri sistemi, come sanno bene gli onorevoli senatori che si sono pronunciati su questo, perché è chiaro che in un sistema anglosassone, particolarmente angloamericano, in cui il sistema universitario non ha finanziamento pubblico finalizzato all&rsquo;assunzione e al reclutamento, quel capitolo non è finanza pubblica per la ricerca di base. Quindi, i sistemi di quel tipo finanziano fondamentalmente a progetto i migliori atenei, i migliori dipartimenti, i migliori ricercatori. Anche noi facciamo questo, in misura diversa e con una scalarità che non è paragonabile. Vengo alla descrizione sintetica delle misure specifiche su questo punto, che mi preme molto.</p>
<p>Voglio citare dal 2015 ad oggi l&rsquo;adozione del piano straordinario di assunzioni per i professori di prima fascia, che continuerà nel 2017 con una quota dedicata di 6 milioni di euro per 2016 e 10 per il 2017; lo sbocco totale, già inserito nella legge di stabilità dello scorso anno, delle assunzioni per i giovani ricercatori (quindi, il ricercatore cosiddetto di tipo A; l&rsquo;assunzione di un piano - lo dicemmo lo scorso anno e lo ribadisco con dati oggettivi e quantificabili quest&rsquo;anno - non straordinario, ma che diventa strutturale e permanente di 1.027 ricercatori lo scorso anno (800 per l&rsquo;università e la quota restante per gli enti di ricerca). Quest&rsquo;anno sarà possibile continuare grazie al un&rsquo;altra misura che ha una finalità aggiuntiva rispetto all&rsquo;assunzione diretta, ma le cui risorse vanno anche all&rsquo;assunzione diretta, e cioè quella quota destinata alla valorizzazione dei dipartimenti eccellenti, ovvero quelli che dimostrano una qualità di ricerca, valutata sulla base della nuova VQR, al di sopra di un certo <em>standard</em>, che rappresenta una quota importante: 271 milioni, di cui fino al 70 per cento (e non meno del 25 per cento) dovrà essere destinato all&rsquo;assunzione di personale giovane, quindi di ricercatori.</p>
<p>Sono misure che nel loro insieme costituiscono un <em>puzzle</em> che comincia a prendere forma e che continua ad avere questa visione coerente dell&rsquo;intero sistema universitario della ricerca italiano. A tale proposito, non facciamo - anche qui perdonate la puntualizzazione - l&rsquo;errore di immaginare che gli enti di ricerca siano una cosa e le università siano altra cosa. La ricerca è un unico processo che si svolge in luoghi diversi nel nostro Paese, ma che deve avere analoghe, commisurate e coerenti risposte.</p>
<p>Per quanto riguarda trasferimento tecnologico e contatto maggiore, senatrice Pelino, con il mondo dell&rsquo;impresa, e comunque con il processo produttivo, richiamo un&rsquo;altra misura importantissima, che è il capitolo <em>enabling factor</em>, competenze e formazione del Piano industria 4.0, che è il grande progetto avviato, con il coordinamento del ministro Calenda, di cui il nostro Ministero sarà portatore e coordinatore per una serie di azioni, quali la valorizzazione e il potenziamento degli istituti tecnici superiori, che sono quell&rsquo;istruzione terziaria che non è estranea ai ragionamenti che stiamo facendo, e di cui il nostro Paese ha gravi lacune di qualità e di quantità. Cito, poi, naturalmente i c<em>ompetence center</em>, che diventano laboratorio attivo e sono la novità anche strutturale per collegare meglio e, come lei richiama, più diffusamente nel Paese, impresa, produzione e ricerca trasferita.</p>
<p>Per quanto riguarda il diritto allo studio, richiamato dal senatore Conte, è un tema fondamentale: sinceramente lo definisco all&rsquo;antica, perché ritengo che l&rsquo;istruzione sia un diritto umano fondamentale e l&rsquo;accesso allo studio deve essere il più ampio possibile.</p>
<p>Abbiamo usato questa bussola nel descrivere le misure per il diritto allo studio nel disegno di legge di stabilità. I livelli - come ricorderete - sono tre: per la prima volta vi è l&rsquo;indicazione di una <em>no tax area</em> al di sotto dei 13.000 euro di reddito annuo dichiarato; vi è poi una gradualità con detassazione tra i 13.000 e i 22.000; infine, il rinforzo del diritto allo studio cosiddetto tradizionale, basato sulla misurazione delle fasce ISEE, che torna al livello importante dello scorso anno, con una quota aggiuntiva di 55 milioni di euro, quindi un fondo complessivo di 217 milioni di euro.</p>
<p>Vi è poi un&rsquo;altra misura - questa sì, innovativa di questa stabilità - sempre orientata al merito abbinato al bisogno, cioè alla valorizzazione delle qualità (articolo 34 della nostra Costituzione) in abbinamento a condizioni non sempre agiate delle famiglie di partenza: ricordo che questa misura consentirà a circa 400 borsisti, ritenuti altamente meritevoli sulla base dei <em>curricula</em> ricavati dalle scuole superiori, di avere un accompagnamento completo nel percorso universitario, con borse di studio che non coprano soltanto la parte dell&rsquo;iscrizione e della tassa universitaria, ma che accompagnino tutto il percorso, con 15.000 euro circa di copertura: è una misura direi assolutamente eccezionale per il nostro Paese.</p>
<p>Ho già parlato della ricerca. Voglio insistere sul dottorato che è il segmento fondamentale per dare impulso all&rsquo;attività scientifica dei nostri atenei, ma anche dei nostri enti di ricerca. Ricordo tutte le misure che sono già state inserite nel Piano nazionale (che - lo ricordo - destina al capitale umano 411 milioni di euro), di cui il progetto Dottorati innovativi è il segmento altamente qualificante.</p>
<p>Non cito altri progetti più specifici, che rientrano sempre in misure di finanziamento della ricerca di base, fatto salvo uno che è molto importante e riguarda i 246 milioni previsti per l&rsquo;accompagnamento e il cofinanziamento dei ricercatori che siano vincitori di ERC: questa è una misura del tutto innovativa, che consentirà non solo ai vincitori che vorranno restare in Italia, se sono italiani, ma soprattutto costituirà un elemento di forte attrattività per coloro che si trovano all&rsquo;estero.</p>
<p><strong>PRESIDENTE</strong>. La pregherei di avviarsi alla conclusione.</p>
<p><strong>GIANNINI</strong>, <em>ministro dell&rsquo;istruzione, dell&rsquo;università e della ricerca</em>. Ho sostanzialmente concluso. Rimane una puntiforme domanda che mi hanno fatto, in modo diverso, la senatrice Cattaneo e il senatore Bocchino e che riguarda l&rsquo;Istituto italiano di tecnologia, il presunto - da fonti di stampa, ma a noi non risulta - tesoretto, così come è stato definito. Chiaramente l&rsquo;Istituto italiano di tecnologia è responsabile, con trasparenza, del proprio bilancio. Il Ministero dell&rsquo;istruzione non ha vigilato direttamente, nel corso degli anni, sulla contabilità di questo istituto, ma credo che la trasparenza delle sue attività sia dimostrata anche dall&rsquo;alta qualità e dalla reputazione dell&rsquo;Istituto.</p>
<p>Per quanto riguarda invece la sua partecipazione al progetto Human technopole, mi sembra che sia stata chiaramente declinata e chiarita con le misure contenute in questo disegno di legge di stabilità che assegnano un forte coordinamento ai Ministeri (in questo caso MIUR e MEF), ma soprattutto una partecipazione del mondo della scienza, dell&rsquo;accademia milanese e non solo.</p>
<p><a href="http://senato.it/loc/link.asp?leg=17&amp;tipodoc=sanasen&amp;id=6472" rel="noopener">PRESIDENTE</a>. Hanno adesso facoltà di replicare gli interroganti, per un minuto ciascuno.</p>
<p><a href="http://senato.it/loc/link.asp?leg=17&amp;tipodoc=sanasen&amp;id=30511" rel="noopener">CATTANEO</a> <em>(Aut (SVP, UV, PATT, UPT)-PSI-MAIE)</em>. Domando di parlare.</p>
<p><strong>PRESIDENTE</strong>. Ne ha facoltà.</p>
<p><strong>CATTANEO</strong> <em>(Aut (SVP, UV, PATT, UPT)-PSI-MAIE)</em>. Signora Presidente, signor Ministro, leggerò le norme della legge di stabilità. Vorrei solo ricordarle che l&rsquo;IIT è sottoposto alla sua vigilanza&hellip;</p>
<p><strong>GIANNINI</strong>, <em>ministro dell&rsquo;istruzione, dell&rsquo;università e della ricerca</em>. Solo contabile dal parte del MIUR.</p>
<p><strong>CATTANEO</strong> <em>(Aut (SVP, UV, PATT, UPT)-PSI-MAIE)</em>. I 430 milioni accantonati appartengono alla missione 17 del MEF, denominata «ricerca e innovazione», programma 15 «ricerca di base e applicata». Quello che le sto chiedendo non è una concessione a favore della ricerca libera, ma è piuttosto la necessità che fondi iscritti al bilancio dello Stato dedicati alla ricerca pubblica siano finalmente impiegati in quella direzione, siano quindi liberati insieme alle idee di tutti gli studiosi d&rsquo;Italia. Mi auguro veramente che lei possa farsi alfiere di questa richiesta nel prossimo <em>iter</em> parlamentare, perché sarebbe un segnale importantissimo per tutti gli studiosi per tutti gli ambiti disciplinari d&rsquo;Italia.</p>
<p>Nella Audizione dei rappresentati dell&rsquo;Istituto italiano di tecnologia (IIT) al Senato presso la Commissione Istruzione pubblica, beni culturali, Igiene e Sanità riunite, del 26/10/2016, Roberto Cingolani risponde ai rilievi della Commissione. Vedi la <a href="http://webtv.senato.it/4621?video_evento=3063" rel="noopener">registrazione</a> in Senato tv.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Ricerca: anche all’Italia serve un’Agenzia</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/ricerca-all-italia-serve-agenzia/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/ricerca-all-italia-serve-agenzia/</guid><pubDate>Mon, 25 Jul 2016 20:32:00 +0100</pubDate><category>politica-della-ricerca</category><description>L&amp;amp;rsquo;Italia è l&amp;amp;rsquo;unico paese europeo senza un&amp;amp;rsquo;agenzia per distribuire fondi alla ricerca. Scopri perché e quali sono le conseguenze per gli scienziati italiani.</description><content:encoded><![CDATA[<p>L’<strong>Italia</strong> è l’<strong>unico Paese europeo che non ha ancora un’agenzia deputata a distribuire in maniera competitiva e meritocratica i fondi pubblici a sostegno della ricerca</strong>. Fino a poco tempo fa, l’Italia condivideva questo non invidiabile primato con la Spagna, dove però l’Agenzia della ricerca è già in fase di attuazione, con inizio delle attività previsto nel 2017. Quindi, nonostante l’eccellenza dei nostri ricercatori, rimaniamo l’unica nazione europea nella quale la sopravvivenza della ricerca è affidata esclusivamente all’ingegno degli scienziati che cercano finanziamenti dall’industria (sempre più assente), dalle Fondazioni private o dalla Commissione Europea. Ai fondi europei, però, riesce ad accedere solo una bassissima percentuale degli scienziati italiani ed è sempre più difficile trovare bandi per la ricerca di base. A partire dal 2014, con l’apertura del nuovo programma Horizon2020, la Commissione ha ridotto progressivamente i fondi dedicati a questo tipo di ricerca, demandandone esplicitamente l’onere agli Stati membri e focalizzandosi solo sulle applicazioni generate dalla ricerca di base.</p>
<p>Di questo e altro si è parlato lo scorso <strong>24 giugno a Milano</strong>, in occasione del <strong>convegno &ldquo;MIND THE GAP&rdquo;</strong> sul finanziamento alla ricerca pubblica organizzato dalla <strong>Università Statale</strong> in collaborazione con <strong><a href="http://www.gruppo2003.org" rel="noopener">Gruppo2003 per la ricerca scientifica</a></strong> per fare il punto sulle modalità con cui viene sostenuta la ricerca nel nostro Paese rispetto al resto d’Europa, e per delineare possibili soluzioni al sottofinanziamento cronico, mancanza di governance centralizzata e di corretti processi di valutazione del merito in cui versano le strutture pubbliche che fanno ricerca nel nostro Paese.</p>
<h2 id="il-sogno-di-ogni-scienziato">Il sogno di ogni scienziato</h2><p>Durante il convegno, Gruppo2003 ha presentato un’<strong>analisi originale sulle modalità di finanziamento della ricerca negli altri Paesi europei</strong>. Le varie Agenzie emettono regolarmente bandi competitivi con scadenze precise e prevedibili (almeno una o due volte all’anno) per finanziare <strong>ricerche “libere”</strong> (<em><strong>Individual grants</strong></em> su tema a scelta) <strong>di scienziati junior e senior operanti in qualunque campo del sapere</strong> (dalla fisica e astronomia alle bioscienze, alla medicina, alle nuovi fonti di energia fino alle scienze socio-economiche e umanistiche). <strong>In Germania</strong>, la <strong>DFG</strong> tedesca, fondazione di diritto privato esistente da 80 anni finanziata direttamente dal governo federale e dai Länder, le richieste di finanziamento possono essere addirittura presentate  “a sportello”, ogni volta che il ricercatore lo desidera e in ogni momento dell’anno. </p>
<p>Le domande di finanziamento vengono valutate secondo l’ormai noto processo della <em>peer review</em> da un pannello di “referee” che si riunisce 1 o 2 volte all’anno (in Germania anche 6 volte) e il risultato è comunicato al ricercatore entro 4-6 mesi. Nell’assegnazione dei fondi, le Agenzie prestano particolare attenzione alla creazione di conoscenza anche non immediatamente finalizzata a scopi applicativi, e alla ricerca fondamentale non finanziata dai programmi europei.** **</p>
<p>Se la risposta alla domanda di finanziamento è positiva, il ricercatore riceverà un <strong>contributo variabile da 250.000 a 500.000 € per un triennio</strong>, che gli consentirà di sostenere il suo filone di ricerca coprendo le spese vive del progetto, la strumentazione, i costi delle missioni di ricerca e del personale (studenti di dottorato e post doc, alimentando in questo modo un circolo virtuoso di altissima formazione tecnico-scientifica). Se il progetto è respinto, il ricercatore riceverà un resoconto dettagliato del perché e suggerimenti su come migliorarlo per poterlo ripresentare, alimentando così un altro circolo virtuoso alla base dell’incremento progressivo e costante del livello qualitativo della ricerca nel Paese. <strong>In Germania</strong> (dove fra l’altro, <strong>oltre a DFG</strong>, la ricerca è anche finanziata da <strong>un’agenzia pubblica</strong>, il Ministero Federale per l’Istruzione e la Ricerca, <strong>BMBF</strong>, corrispondente al nostro MIUR), la <strong>percentuale di successo</strong> nella presentazione delle <strong>richieste di finanziamento</strong> è <strong>intorno al 30%.</strong> Un sogno per qualsiasi ricercatore Italiano, che deve invece districarsi fra la frammentazione dei nostri finanziamenti (erogati da vari Ministeri), l’imprevedibilità dell’emissione dei bandi e la loro discontinuità (<strong>dal 2004</strong> in poi, <strong>l’importo totale dei finanziamenti PRIN e FIRB del MIUR si è ridotto da</strong> una ancor dignitosa cifra di <strong>400 milioni di €/anno ai soli 92 milioni</strong> per i progetti PRIN nel 2015, mentre i progetti FIRB non sono più stati banditi a partire dal 2013), per poi approdare, a progetto vinto, a <strong>mediamente 20-30.000 €/gruppo/anno</strong>, circa <strong>1/10 del finanziamento concesso ai colleghi stranieri nei loro Paesi</strong>. Per non parlare poi della <strong>percentuale di successo</strong> che per l’ultimo PRIN2012 è stata <strong>inferiore al 14%</strong> sul totale di domande ricevute, e dell’impossibilità di ripresentare un progetto revisionato, in quanto non previsto dalla nostra normativa.</p>
<h2 id="i-grandi-programmi-strategici-per-vincere-le-sfide-del-futuro-e-invertire-la-fuga-dei-cervelli">I grandi programmi strategici per vincere le sfide del futuro e invertire la fuga dei cervelli</h2><p>Oltre a quanto sopra descritto, le varie Agenzie europee offrono <strong>bandi competitivi su grandi temi strategici</strong> individuati ogni triennio (o quinquennio o decennio) allo scopo di risolvere problemi specifici del Paese o fronteggiare le grandi sfide emergenti a livello globale, quali: l’invecchiamento delle popolazione e l’aumento delle malattie degenerative, la necessità di nuove modalità di assistenza sanitaria, la protezione dell’ambiente e, non ultimo, la gestione del gran numero di dati informatici generati oggi nelle più diverse attività (Big Data). </p>
<p>Sulla scia delle scelte effettuate da <strong>Barak Obama</strong> a partire dalla grande crisi del 2007 fino al 2013 (quando il Presidente USA <strong>sforbiciò la spesa pubblica</strong> ma al tempo stesso <strong>aumentò gli investimenti in ricerca e sviluppo</strong>, portandoli a quasi 140 miliardi di dollari), la <strong>maggior parte dei paesi europei ha capito</strong> che, nella nuova economia della conoscenza, <strong>non si può competere e crescere senza ricerca scientifica e sviluppo tecnologico</strong>.  Ed ecco quindi che l’<strong>Agenzia francese (ANR)</strong> nel 2010 istituisce il programma <em><strong>La ricerca per il futuro</strong></em>, e <strong>SNSF, l’Agenzia svizzera,</strong> lancia i grandi <em><strong>National Research Programs</strong></em> inter- e trans-disciplinari (ve ne sono attualmente in corso 15 su tematiche, oltre a quelle già elencate, quali “New urban quality”, “End of life”, “Smart Materials”, “Sustainable food production”), mentre la <strong>DFG tedesca</strong> bandisce le <em><strong>Excellence Initiatives</strong></em> per la ricerca top level e per implementare attraverso le Graduate Schools e i Clusters di eccellenza l’attrattività del sistema ricerca del Paese e rendere i propri scienziati più competitivi a livello internazionale. </p>
<p>Molti di questi <strong>programmi</strong> sono <strong>orientati alla ricerca applicativa</strong> e, in ambito biomedico, alla ricerca traslazionale, con grande attenzione alla proprietà intellettuale, alle partnership pubblico-privato, allo sviluppo di brevetti e alla creazione di start up innovative. Non c’è quindi da stupirsi se questi Paesi sono fra quelli che hanno più successo nel portare a casa fondi dalla Commissione Europea: la rete di ricerca e di centri di eccellenza così finanziati fornisce la competenza e la competitività che fanno la differenza nell’aggiudicarsi i grant europei. </p>
<p>Non ultimo, piace lo <strong>sforzo delle varie Agenzie di trattenere nel Paese gli scienziati sui quali si è tanto investito in formazione</strong> e l’<strong>attenzione dedicata alla persona-ricercatore</strong>: bandi (sempre competitivi) per attrarre cervelli dall’estero, progetti internazionali con partner stranieri che prevedano  però ritorni di investimento nel Paese di origine, e, nel caso della SNSF, i programmi di <em>Supplementary Measures</em> per l’eguaglianza di genere nella carriera scientifica, il supporto agli scienziati con necessità di accudimento familiare, il rientro delle ricercatrici al lavoro dopo le maternità. </p>
<h2 id="e-ora-i-numeri">E ora i numeri</h2><p>Ma <strong>le note più dolenti</strong> nel confronto con il sistema ricerca Italia riguardano le entità dei finanziamenti stanziati annualmente. <strong>Solo nel 2014</strong>, la <strong>DFG tedesca</strong> ha stanziato ben <strong>2700 milioni di €</strong> (97 in più rispetto al 2013), finanziando circa 30.000 progetti (di cui il 30% per <em>Individual Grants</em>). Stesso trend per l’<strong>Agenzia svizzera</strong> che nel medesimo anno ha aumentato i fondi per bandi competitivi da 819 a <strong>849 milioni di CHF</strong>, premiando più di 3000 progetti e 14.000 ricercatori. Da notare che queste cifre si riferiscono solo ai programmi standard già previsti per ogni anno. Per le iniziative straordinarie e i piani strategici, spesso le Agenzie ricevono finanziamenti aggiuntivi: in Germania, per il quinquennio 2012-2017, il governo federale e i Länder hanno approvato un finanziamento extra di quasi 3 miliardi di € a supporto delle <em>Excellence Initiatives</em>. Per sottolineare la disparità con l’<strong>Italia</strong>, nell’<strong>ultimo PNR</strong>, il nostro governo ha assegnato alla ricerca una cifra complessiva di <strong>2500 milioni di € per l’intero periodo 2015-2020.</strong></p>
<h2 id="piccoli-grandi-esempi-virtuosi">Piccoli grandi esempi virtuosi</h2><p>Quindi, un’<strong>Agenzia per la ricerca gioverebbe molto anche all’Italia</strong>. Si può discutere su <strong>come farla</strong>, sulla <strong>sua natura giuridica</strong> (di diritto pubblico o privato?), su <strong>chi debba controllarla</strong> (la Presidenza del Consiglio? Il Parlamento?) e su come debba essere <strong>la sua governance</strong>. Alcune suggestioni sono arrivate proprio in occasione di &ldquo;MIND THE GAP&rdquo;: dalla <a href="http://www.aism.it" rel="noopener">Fondazione Italiana Sclerosi Multipla (FISM)</a>, che sta mettendo a punto nuove metriche che tengano conto non solo della rilevanza scientifica delle ricerche finanziate ma anche del loro impatto sulla qualità della vita dei malati; a <a href="http://www.esfri.eu/" rel="noopener">ESFRI (European Strategy Forum on Research Infrastructures)</a>, un modello cui ispirarsi per i nuovi sistemi di governance.</p>
<p>Ma ciò che più importa nella grande incertezza di queste settimane dopo il Brexit è procedere speditamente verso un <strong>sistema di sostegno alla ricerca italiana</strong> che consenta di <strong>valorizzare</strong> una delle risorse più preziose che abbiamo: l’<strong>oro grigio, i nostri cervelli migliori</strong>.</p>
<p>Maria Pia Abbracchio*, Maria Cristina Facchini**, Giuliano Buzzetti^(§) e Luca Carra°^(§)</p>
<p>*Università Statale di Milano</p>
<p>**CNR, Istituto di Scienze dell’Atmosfera e del Clima</p>
<p>°Direttore, Scienzainrete </p>
<p>^(§)Gruppo2003 per la ricerca</p>
<p>Pubblicato su <em>Sanità24</em> il 19 luglio 2016.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Piano Nazionale per la ricerca 2015-2020: priorità al capitale umano, disattenzione sulla ricerca di base</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/piano-nazionale-ricerca-2015-2020-priorita-capitale-umano/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/piano-nazionale-ricerca-2015-2020-priorita-capitale-umano/</guid><pubDate>Tue, 10 May 2016 13:05:00 +0100</pubDate><category>politica-della-ricerca</category><description>Analisi del Piano Nazionale per la Ricerca 2015-2020: scopri le priorità, le novità promettenti e i punti critici che riguardano il futuro della ricerca italiana.</description><content:encoded><![CDATA[<p>Nel nuovo PNR coesistono novità interessanti e punti molto discutibili. Nuova è promettente è la decisione di focalizzare le risorse su alcuni ambiti prioritari, così come la messa in campo di nuovi strumenti per l’arruolamento di nuovi ricercatori e di meccanismi premiali per le eccellenze della ricerca. Del tutto deludente, invece, l’aver fortemente privilegiato la ricerca applicata, in linea con la nuova filosofia dei programmi di finanziamento europeo, a scapito della ricerca di base, a cui le 93 pagine del PNR dedicano solo un omaggio retorico ma privo di sostanza.</p>
<h2 id="luci-e-ombre-della-ricerca-italiana">Luci e ombre della ricerca italiana</h2><p>Ma andiamo con ordine. Il documento si apre con uno sforzo di analisi della situazione non certo ideale della ricerca nel nostro paese nel contesto globale di un’Europa che cambia. Va riconosciuto l’atteggiamento propositivo nel riconoscere le gravi pecche che ancora caratterizzano il sistema del finanziamento della ricerca in Italia, quali, ad esempio, il basso rapporto fra spesa per R&amp;S (ricerca e sviluppo) e PIL, nel 2013 pari a 1,31% (ancora lontano dall’obiettivo italiano dell’1.53% e lontanissimo da quello dell’EU del 3% entro il 2020); oppure la limitata presenza dei ricercatori nel settore privato, e la bassa attrattività internazionale di studenti, scienziati e investimenti privati in R&amp;S: solo il 2% degli studenti stranieri viene a studiare nelle nostre università e solo il 24,2% della spesa italiana in R&amp;S proviene da multinazionali straniere (con un calo preoccupante del 3,8% dal 2007 al 2012).</p>
<p>Accanto a questi elementi negativi vengono ricordati anche i dati globali, apparentemente positivi, sull’accesso dell’Italia ai fondi europei, che posizionano il Paese, in termini di finanziamenti ricevuti, al quarto posto, dopo Regno Unito, Germania e Francia, e che riconoscono ai nostri scienziati un alto tasso di successo e di competitività, nonostante le difficoltà e l’immobilismo che la nostra ricerca vive da anni. </p>
<p>Preoccupano però gli aspetti negativi che emergono all’analisi più approfondita riportata nel PNR dei dati relativi alla partecipazione Italiana ai Programmi Quadro della Commissione europea (in particolare, il V, il VI e il VII concluso nel 2013), dove il differenziale tra il contributo italiano al budget europeo e i finanziamenti ottenuti mette in luce un saldo nettamente negativo, rispetto a una situazione vicina al pareggio per la Germania e un ritorno nettamente positivo per il Regno Unito. I ricercatori italiani applicano molto per i progetti europei, affamati da risorse sempre più scarse nel nostro paese, ma con risultati non sempre ottimali.</p>
<p>L’analisi dello stato della ricerca italiana nel paese e nel quadro europeo porta il PNR a privilegiare alcune linee di intervento, prima fra tutte il sostegno da dare ai ricercatori dei settori pubblico e privato per affrontare al meglio la competizione dei bandi europei del Programma Horizon 2020. </p>
<h2 id="priorità-chiare">Priorità chiare</h2><p>Tra le novità positive del Piano nazionale della ricerca c’è sicuramente la chiara focalizzazione su sei macro-obiettivi prioritari, individuati sulla base delle vocazioni più promettenti della ricerca italiana e sui suoi punti di forza, a cui corrispondono altrettanti programmi, come riportato in dettaglio nella Tabella:</p>
<p><img src="https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2016/piano-nazionale-ricerca-2015-2020-priorita-capitale-umano-body-1.png.webp" alt="" width="451" height="288" loading="lazy" decoding="async">
</p>
<p>Una seconda novità sta nelle modalità con cui il PNR si propone di raggiungere questi obiettivi. Oltre a strumenti già ben noti agli operatori del settore, quali FIRST, l’FFO, il FOE e il FISR (per dettagli si veda: <a href="http://www.istruzione.it/allegati/2016/PNR_2015-2020.pdf" rel="noopener">http://www.istruzione.it/allegati/2016/PNR_2015-2020.pdf</a>),  Il PNR ne userà alcuni completamente nuovi, fra i quali le Cattedre Natta e i Bandi Montalcini per il reclutamento degli scienziati italiani eccellenti, o il programma Top Talents per il potenziamento e la semplificazione delle “chiamate dirette” di ricercatori e professori all’estero, favorendone l’ingresso (o il rientro) nei ruoli delle Università e degli Enti di ricerca. </p>
<h2 id="al-centro-il-capitale-umano">Al centro il capitale umano</h2><p>Di questo nuovo PNR, infatti, ciò che convince maggiormente è senz’altro il notevole investimento nel capitale umano (più di un miliardo di euro), in linea con quanto già in atto in tutti i paesi anglosassoni e in altri paesi europei, che riconosce allo scienziato il ruolo di asse portante dell’innovazione e lo status sociale di operatore e interlocutore esperto e autorevole nelle strategie di sviluppo del Paese. Oltre ai Top Talents già menzionati, il capitale umano sarà sostenuto con l’introduzione di corsi di Dottorati innovativi, dei nuovi programmi di <em>Doctor Startupper e Contamination Lab</em> e di <em>PhD placement,</em> tutti finalizzati a migliorare la qualità della formazione dei nuovi ricercatori e un adeguato ricambio generazionale. Agli strumenti previsti dal nuovo PNR per il potenziamento del Capitale Umano, si aggiungeranno i nuovi posti da ricercatore (fra gli 8.000 e i 20.000), menzionati dalla ministra Beatrice Lorenzin nei giorni scorsi a Roma durante gli Stati generali della ricerca sanitaria, e ricordati anche ieri dalla ministra Stefania Giannini.</p>
<p>Da accogliere con attenzione anche i finanziamenti assegnati al programma FARE (<em>Framework</em> per l’Attrazione e il Rafforzamento delle Eccellenze per la Ricerca in Italia, 293 milioni) e al programma RIDE (Ricerca italiana di eccellenza, 150 milioni). Il primo per l’accompagnamento dei ricercatori ai più prestigiosi bandi europei per la ricerca (i bandi ERC); il secondo per docenti e ricercatori di università ed Enti Pubblici di Ricerca, con documentata e solida esperienza nella conduzione di programmi di ricerca nazionale, europea ed internazionale classificati nei profili di eccellenza del <em>framework</em> europeo delle carriere della ricerca.</p>
<h2 id="distratti-sulla-ricerca-di-base">Distratti sulla ricerca di base</h2><p>Ma, a nostro avviso, il vero punto di debolezza del PNR 2015-2020 riguarda la mancanza di chiarezza sul finanziamento alla <em>ricerca di base</em>, quella che nel nuovo PNR viene definita “ricerca fondamentale” (diretta cioè a sostenere l’avanzamento della conoscenza). Nominata più volte nel documento, in realtà essa viene poi ricondotta sempre ad aree di priorità per la <em>ricerca applicata</em>, generando non poca confusione nel lettore.  </p>
<p>Se individuiamo nei programmi MIUR noti come “PRIN” (Programmi di Interesse Nazionale) e “FIRB” (Fondi per gli investimenti della ricerca di base) gli strumenti usati nel passato per finanziare la ricerca di base, constatiamo che questi fondi sono diminuiti da 292 milioni nel 2004 (137 per PRIN e 155 per FIRB) ai soli 92 milioni banditi per i PRIN nel 2015. Non c’è traccia di questi tipi di bandi nel nuovo PNR. Questo sorprende molto, dato che questi fondi sono essenziali per permettere agli scienziati italiani di rimanere competitivi a livello internazionale e condurre le ricerche necessarie per poter applicare ai bandi europei. </p>
<p>Forse vale la pena di ricordare che i trattati europei prevedono che la <em>ricerca di base</em> venga finanziata direttamente dagli Stati membri (come peraltro anche dimostrato dalla progressiva riduzione negli anni dei fondi che la Commissione Europea ha assegnato alla ricerca di base rispetto a quella applicata). Mentre negli altri Paesi (anche europei) in questi anni i governi hanno infatti aumentato costantemente gli stanziamenti per la ricerca di base, in Italia questi fondi si sono progressivamente ridotti e questa tendenza sembra confermata dal nuovo PNR.</p>
<p>A chi spetta allora assicurare un flusso costante e affidabile per il finanziamento della ricerca fondamentale, quella che nasce dalle nuove idee, quella che genera l’innovazione; chi assicurerà la sopravvivenza di quel tipo di ricerca che sposta un po’ più in là il confine dell’ignoto, e che nella filiera dovrebbe venire prima della ricerca applicata? </p>
<p>Certamente nelle prossime settimane molti aspetti del nuovo PNR verranno chiariti. E speriamo che un’analisi più approfondita ci riveli con quali fondi di ricerca i ricercatori assunti con il nuovo PNR condurranno i loro studi. Speriamo di capire con quale strumento potranno rafforzare i loro risultati i gruppi italiani che fanno ricerca di altissimo livello, ma che comunque non riescono a rientrare nella piccolissima quota (2-5%) dei progetti finanziati dagli ERC o dai nuovi bandi europei. Riusciranno a farlo con i pochi fondi del nuovo PNR, che sembrano assegnabili solo alle eccellenze? Se non è il PNR a doversi occupare di sostenere la <em>ricerca di base</em>, allora gli scienziati italiani chiedono che il MIUR e il governo stabiliscano a chi spetta questo importantissimo compito.</p>
<p><em>Pubblicato sul Sole sanità, 10 maggio 2016</em></p>
]]></content:encoded></item><item><title>Le parole chiave per un nuovo CNR: intervista a Massimo Inguscio</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/parole-chiave-nuovo-cnr-intervista-massimo-inguscio/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/parole-chiave-nuovo-cnr-intervista-massimo-inguscio/</guid><pubDate>Sat, 02 Apr 2016 10:45:00 +0100</pubDate><dc:creator>Luca Carra</dc:creator><category>ricerca-scientifica</category><description>Massimo Inguscio, nuovo presidente del CNR, delinea le priorità per il futuro dell&amp;amp;rsquo;ente. Scopri le parole chiave per un rafforzamento della ricerca nazionale.</description><content:encoded><![CDATA[<p>Massimo Inguscio, nuovo presidente del CNR, ha alcune parole chiave che ricorrono nel suo colloquio con scienzainrete. Proviamo quindi a seguirne la traccia, perché insieme sembrano comporre abbastanza chiaramente un programma di lavoro intenso e di sostanziale rafforzamento del massimo ente scientifico nazionale. In concomitanza con il nuovo Piano Nazionale della ricerca (ora, pare, finalmente alle porte) il CNR si appresta anche a presentare il proprio piano triennale, la strategia dell&rsquo;ente da qui al 2020.</p>
<p><strong>Università</strong>. La prima cosa che sottolinea Inguscio è “riprendere il rapporto, anzi la sinergia, con l’università”. Il CNR dovrà riprendere a  lavorare insieme agli atenei, colmando una frattura che - a suo dire - si è creata da tempo. E questo “per rientrare in contatto verso con i giovani, i laureandi, i gruppi di lavoro che in università fanno ricerca di base, e che sono fondamentali per far progredire la ricerca nel nostro paese”.</p>
<p><strong>Razionalizzazione</strong>. Come vede Inguscio il CNR di domani? Lo vede razionalizzato. Il che non significa “tagliato”, ma ricomposto in grandi centri di ricerca, ripulendolo dalle frammentazioni, sezioni e sezioncine che si sono formate rincorrendo ogni forma possibile di finanziamento sul territorio. il che ha creato un ambiente frammentato, con doppioni, e senza una strategia comune”. Una volta messo ordine e con una chiara strategia, si avrà senz’altro la credibilità per chiedere anche più risorse di quante se ne ricevano oggi.</p>
<p><strong>Ricerca di base.</strong> Quindi si dovrà andare verso un dimagrimento di risorse in certi ambiti e in una rifocalizzazione delle risorse così liberate sulla ricerca di base, motore di ogni innovazione. Il CNR rimane per sua natura a vocazione universale, riferimento delle politiche di ricerca del governo, protagonista del trasferimento tecnologico e dell’innovazione, ma nutrito dalla ricerca di base, o “di fantasia”, come Inguscio ama dire. “D’altronde non è un caso se per il 90% chi ha i brevetti più interessanti è anche chi pubblica su <em>Nature</em> o <em>Science</em>. C’è un nesso inscindibile fra ricerca di base e applicata”.</p>
<p><strong>Rilanciare il Sud</strong>. Bisogna operare delle scelte strategiche. Una di queste è rafforzare, come CNR, la ricerca nel Sud, creando quindi centri che facciamo massa critica e possano attirare nuovi ricercatori e fondi.</p>
<p><strong>Reclutamento e carriera</strong>. Bisogna inoltre avere una particolare attenzione al reclutamento dei ricercatori, attrarre le eccellenze e i giovani, attraverso nuovi meccanismi meno burocratici che consentano di superare le barriere burocratiche che storicamente hanno rappresentato un ostacolo per il rinnovamento degli enti di ricerca. La legge di stabilità offre i primi segnali, ancora timidi quanto a risorse, di un nuovo percorso in questo senso. Quindi, Inguscio si propone di completare la promozione dei ricercatori CNR con grant ERC a posizione di primo ricercatore o dirigente di ricerca. Di riaprire la progressione di carriera, di fatto bloccata dai sindacati, attraverso concorsi ben scanditi nel tempo. Anche per sanare gradualmente la piaga del <strong>precariato</strong>. Il riferimento di Inguscio va all’ultima tornata di assunzioni di ricercatori presso il CNR ai tempi del ministro Mussi, che almeno per la fisica portò nell’ente ricercatori spesso non provenienti dalle sedi del bando ma da altrove (in italia o dall’estero). “Una generazione di ricercatori scelti non con logiche locali o clientelari, che infatti portò ottimi risultati anche in termini di grant europei e successive carriere anche fuori Italia”.</p>
<p><strong>PNR</strong>. Il Piano nazionale della ricerca di prossima pubblicazione riserva secondo Inguscio alcune sorprese importanti. Per esempio per la prima volta vengono destinati dei fondi per “vestire” i grant ERC, in modo che l’ente di appartenenza consenta al vincitore del grant una chiara libertà di spesa, per formare un gruppo di lavoro intorno al progetto. </p>
<p><strong>Valutazione</strong>. La valutazione è centrale per destinare fondi alla ricerca e per il reclutamento. Meno lacci e laccioli in fase di selezione, e più valutazione periodica dei risultati, come si fa ovunque. “Le scelte non devono essere anonime ma personali e trasparenti nell’indicare chi le compie, e chi, nel caso di errore, dovrà pagarne le conseguenze”. </p>
<p><strong>Human Technopole</strong>. “Il CNR è pronto a collaborare con chiunque. L’IIT è una realtà importante di cui bisogna prendere atto nella realtà del nostro paese. Il CNR peraltro esprime competenze fortissime anche nel campo della genomica, della nutrizione, delle neuroscienze, della salute, che ne fanno un attore imprescindibile in questi settori”.</p>
<p><strong>Autonomia</strong>. Provocato sul confronto fra enti come CNR e IIT Inguscio, dotato di un notevole self control, dice: “E’ ovvio che tutti vorremmo ricevere soldi pubblici e spenderli secondo criteri privatistici… Ma al di là delle battute, questo mi sembra un momento propizio, per esempio con i decreti della legge Madia, per liberare la ricerca pubblica da alcuni ceppi che la appesantivano, sia per il reclutamento che per la destinazione dei fondi, aprendo per esempio posizioni di tenure-track come nell’università. A vent’anni di distanza dalla riforma Ruberti, con la quelle l’Università ha ottenuto la sua autonomia, ora anche gli enti di ricerca devono avere la loro autonomia, muovendosi in un contesto più moderno e dinamico. Non si può ovviamente continuare a selezionare il ricercatore con le stesse norme del postino e del generico dipendente pubblico”.</p>
<p><strong>Outreach</strong>. “A Firenze nel mercatino dei Ciompi, c’è una bancarella che vende libri usati in cui campeggia questa scritta. “Se pensate che la cultura sia cara, pensate quanto vi costa l’ignoranza”. Bisogna attivare programmi di disseminazione, acculturazione, outreach per rendere consapevole tutta la società dell’importanza della ricerca, in modo da evitare reazioni dettate dall’oscurantismo come quelle contro il nucleare, gli OGM, la sperimentazione animale, e via dicendo”.</p>
<p><strong>Soldi dai privati</strong>. La quota che i privati in Italia destinano alla ricerca è molto bassa, anche a causa delle dimensioni medie delle nostre imprese e di una certa generale miopia. A questo proposito vorrei creare una attenzione nel mondo industriale sulle possibilità di collaborazione. Per esempio, sul valore aggiunto di far lavorare dottorati nell’industria, cosa che ancora oggi quasi viene nascosta dal candidato al momento del colloquio. Deve cambiare la cultura e il valore percepito della competenza scientifica.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Per la ricerca non bastano le ciliegine. Dateci la torta!</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/ricerca-bastano-ciliegine-dateci-torta/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/ricerca-bastano-ciliegine-dateci-torta/</guid><pubDate>Fri, 26 Feb 2016 11:34:00 +0100</pubDate><category>politica-della-ricerca</category><description>La ricerca italiana soffre per mancanza di fondi e strategie. Giorgio Parisi lancia l&amp;amp;rsquo;appello &amp;amp;ldquo;Salviamo la ricerca&amp;amp;rdquo;. Scopri la situazione e le possibili soluzioni.</description><content:encoded><![CDATA[<p>La sala Amaldi del Dipartimento di Fisica della Sapienza è pienissima, con tanta gente seduta in terra o in piedi. Apre l&rsquo;incontro <strong>Giorgio Parisi</strong>, protagonista della giornata con il suo appello “Salviamo la ricerca”, che ha già raccolto quasi 50mila firme.</p>
<p>Parisi esordisce descrivendo efficacemente la situazione di affanno in cui versa la ricerca pubblica italiana, che rischia la morte per asfissia per mancanza di strategie e fondi. Basti osservare come in questi anni il calo del finanziamento delle Università (dove si svolge il grosso della ricerca) si sia accompagnato a una riduzione progressiva del numero di ricercatori e docenti, non rimpiazzati dopo la pensione. Chi si immagina di fare questo mestiere spesso va all’estero, con poche possibilità di tornare in condizioni dignitose. Si calcola che ci siano almeno 15-20.000 ricercatori italiani che ora lavorano all&rsquo;estero. In Francia, in alcuni settori, il numero di ricercatori italiani all&rsquo;interno degli enti di ricerca supera il numero dei ricercatori francesi. Un paradosso che mette in evidenza lo squilibrio della situazione italiana nel campo della ricerca rispetto a paesi come la Francia o la Germania.</p>
<p>Segue l&rsquo;intervento di <strong>Piero Angela</strong>, che sottolinea come in Italia la ricerca di base sia sempre stata considerata avulsa da ricadute applicative, e di conseguenza sottovalutata dai governi. E fa bene, Angela a ricordare per l’ennesima volta come questo non sia affatto vero, e che basterebbe citare i &ldquo;ragazzi di via Panisperna” per capire quanto la ricerca “curiosity driven” possa avere un impatto profondo sull&rsquo;innovazione tecnologica. Conclude dicendo che c&rsquo;è anche un problema di comunicazione: raramente infatti la protesta sulla ricerca fa rumore, perché i mezzi che la ricerca usa per protestare sono troppo timidi. E nessuno, a parte gli scienziati, si lamenta se la ricerca viene tagliata. </p>
<p>Segue quindi un breve collegamento video con il direttore del CERN <strong>Fabiola Gianotti</strong> che sottolinea come la formazione dei giovani scienziati italiani sia ottima, e ricorda come in Italia ci siano comunque realtà incredibilmente buone, istituti che collaborano a pari livello con prestigiosi istituti stranieri. Ciò che spinge i giovani a emigrare è il precariato. E se non si pone in fretta rimedio a questo, si rischia di perdere un’intera generazione di scienziati e di bruciare il patrimonio acquisito in molti filoni della ricerca. </p>
<p>Prende quindi la parola <strong>Arianna Montorsi</strong>, del Politecnico di Torino, che mostra una serie di dati interessanti sulla ricerca. In italia i ricercatori sono solo il 6% del totale europeo, molto vicino al 4% dell’Olanda, che ha meno abitanti della Lombardia. Ma nonostante i pochi scienziati, l’Italia risulta essere al vertice per numero di pubblicazioni e numero di citazioni/ricercatore. Passando a considerare i progetti europei, è vero che, nell&rsquo;ambito del Settimo programma quadro, abbiamo ricevuto meno fondi di altri paesi, ma la percentuale di fondi per ricercatore attivo è molto piu alta che negli altri Paesi europei. I ricercatori italiani hanno quindi risultati brillanti, ottenuti però a caro prezzo: ogni ricercatore italiano infatti ha inoltrato il doppio delle richieste dei colleghi europei, dedicando il doppio del tempo a compilare domande di finanziamento. Le buone prestazioni dei nostri ricercatori non sono sufficienti per riportare in Italia i fondi versati alla Commissione Europea per il finanaziamento della ricerca, stabilito in ragione della popolazione. E&rsquo; stato calcolato che, per il Settimo programma quadro, la “differenza fra dare e avere” è di circa 2 miliardi di euro, che potrebbe salire a 3-5 miliardi di euro con Horizon 2020. </p>
<p>Seguono quindi vari interventi di giovani ricercatori vincitori di ERC che, una volta esaurito il finanziamento europeo per le loro ricerche, non hanno la certezza di poterle continuare con fondi stabili nazionali. Colpisce in particolare l&rsquo;intervento video di un giovane ricercatore di storia, ora in Germania. Se n&rsquo;è andato perché voleva lavorare in un paese &ldquo;dove l&rsquo;istituzione non avesse paura di cambiare. In Italia l&rsquo;istituzione continua a non cambiare”, e ora lui chiede: “Ce la faremo mai a uccidere il Gattopardo?&rdquo; Prima che lui uccida noi?”.</p>
<p>In apertura di tavola rotonda (moderata da Pietro Greco), <strong>Maria Pia Abbracchio</strong> (Università di Milano e Gruppo 2003) fa il punto sui finanziamenti alla ricerca, sottolineando come i tagli del governo siano caduti prevalentemente su di essa. Segno del fatto che la ricerca non è mai stata considerata strategica per il paese. Un’analisi del bilancio dello Stato mostra che le 3 missioni più tagliate nel 2014 sono state la missione n.17 (ricerca e innovazione), la n. 23 (istruzione universitaria) e la missione scuola. I dati mostrano anche che quando vengono concessi, i fondi vengano allocati male, senza strategia, senza coerenza e senza metodo.</p>
<p>E’ necessaria quindi una programmazione strategica che individui i grandi temi di ricerca e innovazione sui quali il Paese vuole investire, condivisa fra governo e gli scienziati piu autorevoli del Paese. Come nel resto del mondo. Una volta decise le priorità, le varie proposte devono essere selezionate in base al merito. Per attuare questi obiettivi, da circa dieci anni il <strong>Gruppo 2003 per la ricerca</strong> propone l&rsquo;istituzione di una Agenzia che si occupi del bandi competitivi per l&rsquo;assegnazione dei fondi. Tutti gli altri Paesi europei (Gran Bretagna, Francia, Germania) ne sono provvisti ed erogano finanziamenti ingenti e continui di natura competitiva, contribuendo in questo modo ad aumentare l’eccellenza delle rispettive ricerche nazionali.<br>
Attualmente invece in Italia i fondi vengono erogati da vari ministeri con regole complicate e quasi punitive, a  soggetti di volta in volta diversi. Tutte queste risorse andrebbero invece convogliate su un&rsquo;Agenzia che emetta bandi competitivi aperti a tutti gli scienziati che lavorano in ambito pubblico o attraverso partnership pubblico-private. I bandi andrebbero fatti a cadenza prevedibile, per poter dare quella continuità (e tranquillità) alla ricerca di base necessaria a una successiva proiezione dei progetti italiani in ambito europeo. Servono poi trasparenza di procedure, valutazioni in itinere ed ex-post, che ancora mancano nelle modalità di finanziamento pubblico della ricerca in Italia.</p>
<p>La senatrice <strong>Francesca Puglisi</strong> si dice d&rsquo;accordo con l&rsquo;idea di una Agenzia unica (o &ldquo;unita&rsquo; di missione”, come preferisce chiamarla), che permetta al governo di tracciare grandi linee strategiche per il Paese insieme con una cabina di regia fatta dagli scienziati piu autorevoli in ogni settore. Ritiene inoltre che sia necessaria una semplificazione burocratica per restituire autonomia alle università e agli enti di ricerca, e propone un gruppo di lavoro congiunto con i ricercatori da realizzare nel piu breve arco di tempo possibile. Secondo Puglisi cominciano già a vedersi i primi segnali positivi, quali lo sblocco dei punti organico per i ricercatori di tipo A, il bando di 1.060 posti nuovi da ricercatori, dei quali circa 800 nell’Università, e l&rsquo;approvazione ormai imminente del PNR, con una dote di circa 2 miliardi e mezzo di euro.</p>
<p>Interessante anche l&rsquo;intervento dell’economista della Sapienza <strong>Alessandro Roncaglia</strong> che ha osservato come dal 1998 al 2014, l’Italia è passata dalla 22esima alla 31esima posizione nel PIL procapite. La discesa in questa graduatoria si è accompagnata con una simile discesa nell’Human Development Index (dal 19esimo al 27esimo posto dal 1998 al 2014), segno di un arretramento nella competizione internazionale che ha a che fare anche con le diminuite capacità di ricerca e innovazione.</p>
<p>Il senatore** Walter Tocci**, all&rsquo;indomani dell&rsquo;annuncio del presidente del Consiglio del finanziamento da 1,5 miliardi di euro (in dieci anni) per la realizzazione del progetto dello Human Technopole coordinato dall&rsquo;Istituto Italiano di Tecnologia, condivide la posizione espressa da Elena Cattaneo sul progetto Human Technopole (La Repubblica del 25 febbraio) e per questo proporrà alla senatrice di presentare una mozione che chieda al governo di mettere a disposizione una &ldquo;cifra analoga a quella stanziata per il progetto Human Technopole per finanziare la ricerca degli enti pubblici del Paese”.</p>
<p>La tavola rotonda viene chiusa da <strong>Giorgio Parisi</strong> che ricorda come la ricerca sia un sistema complesso, sul quale bisogna intervenire con la stessa attenzione e delicatezza che si presta alla cura di un organismo vivente. La ricerca - in questo suo carattere sistemico - va sostenuta <em>in toto</em> e non a pezzi, sapendo che l’università ne è la spina dorsale, e rispettandone la duplice funzione di didattica e ricerca. Gli interventi devono essere possibilmente più di carattere amministrativo, non moltiplicando inutilmente le leggi. L’Università, continua Parisi, è vittima di una narrazione negativa che l’ha dipinta come una fonte di sprechi, per ridurre i quali l’unica soluzione sembrava essere di “affamare la bestia”. &ldquo;Questo non ha funzionato a ridurre gli sprechi, ma a mettere in ginocchio l’università sì”. Ora, in tempi di estrema ristrettezza di risorse, i ricercatori si rivolgono all’Europa. Ma l’Europa - conclude Parisi - può al massimo mettere alcune ciliegine sopra la torta. Come anche il progetto Human technopole sostenuto da Renzi, alla fine è una ciliegina sopra la torta. Ma la torta non c’è. Abbiamo bisogno della torta. Dateci la torta!</p>
<p>La registrazione della giornata Salviamo la ricerca: <a href="https://www.youtube.com/watch?v=ngbkZfEnMig" rel="noopener">https://www.youtube.com/watch?v=ngbkZfEnMig</a><br>
L’intervento sulla ricerca del segretario del Gruppo 2003 per la ricerca Giuliano Buzzetti <a href="http://www.radio1.rai.it/dl/portaleRadio/Programmi/Page-61d02429-adf3-4b0c-96f6-0216f41bacb6.html" rel="noopener">http://www.radio1.rai.it/dl/portaleRadio/Programmi/Page-61d02429-adf3-4b0c-96f6-0216f41bacb6.html</a></p>
]]></content:encoded></item><item><title>Renzi, salva (tutta) la ricerca!</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/renzi-salva-tutta-ricerca/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/renzi-salva-tutta-ricerca/</guid><pubDate>Thu, 25 Feb 2016 09:14:00 +0100</pubDate><dc:creator>Luca Carra</dc:creator><category>politica-della-ricerca</category><description>Ricercatori italiani lanciano un appello per salvare la ricerca nazionale, chiedendo più fondi e una gestione più efficace. Scopri i dettagli.</description><content:encoded><![CDATA[<p>Mentre Matteo Renzi lancia al Piccolo Teatro il progetto post Expo Human Technopole, molti ricercatori si radunano alla Sapienza per dare sostanza all’appello lanciato dal fisico (e membro del Gruppo 2003) Giorgio Parisi “Salviamo la Ricerca italiana” (qui il link al <a href="https://www.facebook.com/groups/475598132648344/?fref=ts" rel="noopener">Gruppo</a> Facebook) che ha già raccolto in pochi giorni migliaia di firme. Scienzainrete aderisce all’appello, seguirà la diretta in streaming dell’evento, e modera con il suo condirettore Pietro Greco la tavola rotonda di oggi. </p>
<p>I numeri di una &ldquo;Ricerca da tre soldi&rdquo; che abbiamo portato al convegno del Gruppo 2003 “<a href="http://www.scienzainrete.it/futuro-della-ricerca-italia-materiali-del-convegno" rel="noopener">Il futuro della ricerca in Italia</a>” sono state riprese dalla senatrice Elena Cattaneo su <a href="http://www.repubblica.it/cronaca/2016/02/25/news/l_intervento_mentre_il_presidente_del_consiglio_pensa_al_centro_da_un_miliardo_e_mezzo_a_milano_affidato_a_una_fondazio-134179307/" rel="noopener">Repubblica</a>, che ha criticato il premier Renzi per l’appoggio dato a Human Technopole, definito “una toppa glamour al dopo Expo&quot;. In effetti, 150 milioni di euro all’anno che verranno erogati a IIT per gestire il progetto (buona parte verranno erogati da IIT ai partner, fra cui le tre università milanesi) fanno una certa impressione rispetto ai 92 milioni di euro dei bandi competivi PRIN, lanciati quest’anno dopo tre anni di silenzio. A questo si aggiungano i tagli continui alle università e agli enti, <a href="https://www.scienzainrete.it/articoli/ricerca-tre-soldi/">documentati</a> dal nostro articolo sui finanziamenti alla ricerca pubblica. </p>
<p>A partire dal Convegno del 10 febbraio si è riavviato quindi un movimento di ricercatori che rivendicano più fondi, e meglio spesi. Da un lato è importante non soffocare l’università e gli enti di ricerca, dall’altro è urgente far partire una Agenzia di valutazione e finanziamento per progetti competitivi, allineando l’Italia al resto d’Europa e del mondo. </p>
<p>Speriamo che Renzi, così sensibile alle suggestioni delle ricerca scientifica nel caso di Human Technopole, capisca che non si può con una mano dare il via a un progetto ambizioso per il dopo Expo milanese e con l’altra stringere il cappio intorno al collo del resto della ricerca pubblica del paese.</p>
<p>Io però mi rifiuto di iscrivermi alla lista di chi deve schierarsi contro gli uni per sostenere gli altri: ogni occasione per dare ossigeno alla ricerca è importante. Se Renzi ha individuato nell’IIT un motore per un grande progetto è probabilmente perché, di fatto, l’IIT prefigura ciò che dovrebbero essere gli enti scientifici italiani in un prossimo futuro: di natura pubblica ma liberi dai lacci di concorsi pubblici. Negli anni l’IIT ha scalato posizioni di eccellenza scientifica dando vita a un centro molto dinamico, giovane (età media dei ricercatori 34 anni) e per certi versi visionario (si veda l&rsquo;articolo <a href="https://www.scienzainrete.it/articoli/radiografia-dell-istituto-italiano-tecnologia/">qui</a>). </p>
<p>Certo - come sostiene Elena Cattaneo nel suo articolo - il finanziamento di Human Technopole introdotto da Renzi nella legge di stabilità risponde a una prassi discutibile. Come forse lo è l’introduzione nella stessa legge di stabilità del Fondo nazionale Genomi Italia grazie a un emendamento votato (prima firma) dalla senatrice Elena Cattaneo (e da lei stessa raccontato su <a href="http://www.repubblica.it/salute/2015/12/15/news/progetto_genoma_made_in_italy-129522910/" rel="noopener">Repubblica</a>). Con questo viene istituto presso il Ministero della salute il Fondo “progetto genomi Italia”, con la dotazione di 5 milioni di euro per ciascuno degli anni 2016, 2017 e 2018. Il Fondo è istituito allo scopo di creare nel nostro Paese un’infrastruttura dedicata a un progetto nazionale di genomica applicata alla sanità pubblica, denominato “Progetto genomi Italia”, diretto all&rsquo;attuazione di un piano nazionale di implementazione medico-sanitaria delle conoscenze e tecnologie in materia di genoma (con particolare riferimento al genoma della popolazione italiana). Una speciale Commissione nazionale verrà quindi istituita per individuare progetti pubblici e privati che si impegnano a cofinanziare il progetto in misura non inferiore a quelle erogate dallo Stato. </p>
<p>Indubbiamente un progetto stupendo, che senz’altro merita appoggio e forse più fondi.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Cingolani ce l'ha fatta: parte Human Technopole</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/cingolani-ce-lha-fatta-parte-human-technopole/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/cingolani-ce-lha-fatta-parte-human-technopole/</guid><pubDate>Wed, 24 Feb 2016 13:00:00 +0100</pubDate><dc:creator>Cristina Da Rold</dc:creator><category>intelligenza-artificiale</category><description>Nasce Human Technopole, il grande progetto italiano per l&amp;amp;rsquo;umanesimo tecnologico. Scopri come genomica e Big Data rivoluzioneranno la medicina di precisione e la prevenzione delle malattie.</description><content:encoded><![CDATA[<p>Il grande progetto per un “Umanesimo” tecnologico italiano ha levato ufficialmente le ancore. Oggi a Milano il Premier Renzi presenta ufficialmente la versione definitiva di Human Technopole, che riceverà un finanziamento di circa 150 milioni di euro l&rsquo;anno per 10 anni, e che sorgerà nei luoghi di Expo Milano, coinvolgendo 1.500 persone in 30 mila metri quadri di laboratori. </p>
<p>Il grande polo scientifico tecnologico milanese si focalizzerà sulla comprensione della correlazione fra nutrizione, genomica, invecchiamento e aspettativa di vita, nella direzione di quella che viene definita “medicina di precisione”. L&rsquo;obiettivo generale del progetto è infatti quello di utilizzare la genomica, i Big Data e le nuove tecniche di diagnostica per sviluppare approcci personalizzati, sia mediche sia nutrizionali, per affrontare in particolare tumori e malattie neurodegenerative. E per metter capo a nuovi approcci di nutraceutica e di biotecnologie applicate all&rsquo;agricoltura.</p>
<p>Il progetto si propone di realizzare, ogni anno, circa 2.000 screening genomici di individui sani per la prevenzione di malattie; altri 2.000 screening genomici di pazienti con tumori per mettere a punto una stratificazione e individualizzazione delle cure; infine 1.000 screening genomici post mortem di pazienti con malattie neurodegenerative e 1.000 screening di biomarcatori per scopi diagnostici.</p>
<p>Per quanto riguarda le stime dei costi, nei primi anni verrano fatti gli investimenti essenziali per edifici e attrezzature (Capex), con investimenti via via crescenti per personale e spese operative. Dai poco pi di 100 milioni di euro iniziali si passerà a regime a 150 milioni di euro. Sono in corso anche intensi contatti con fondazioni e aziende per attrarre investimenti privati e fungere il prima possibile da incubatore di start up.</p>
<p><img src="https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2016/cingolani-ce-lha-fatta-parte-human-technopole-body-1.png.webp" alt="" width="389" height="256" loading="lazy" decoding="async">
</p>
<p><em>Previsione dei costi (milioni di Euro). Le linee rosse, blu e verdi indicano rispettivamente gli investimenti di capitale (CAPEX, attrezzature di laboratorio e l&rsquo;adattamento/ristrutturazione di edifici), le spese operative (OPEX), e del personale. Le linee nere indicano il totale.</em></p>
<h2 id="la-struttura-del-polo-milanese">La struttura del polo milanese</h2><p>A coordinare il progetto sarà, come è già noto da tempo, l&rsquo;Istituto Italiano di Tecnologia (IIT), che però coinvolgerà oltre alle tre Università statali milanesi (Università Statale, Università Bicocca e Politecnico) e centri di ricerca del territorio, realtà industriali, fra cui aziende farmaceutiche.</p>
<p>Gli enti di ricerca coinvolti alla fine saranno, oltre alle già citate tre università milanesi, una rete di ospedali fra cui l&rsquo;Istituto Europeo di Oncologia (IEO), l&rsquo;Istituto Nazionale Tumori,  Humanitas, l&rsquo;Istituto Neurologico Carlo Besta, l&rsquo;Ospedale San Raffaele, l&rsquo;Istituto di Ricerche Farmacologiche Mario Negri, oltre all&rsquo;ISI - Institute for Scientific Interexchange (ISI-Foundation) – Torino, la Fondazione  Edmund Mach (FEM) di Trento, e il CREA (Consiglio Ricerca in Agricoltura ed Analisi Economia Agraria). Si tratta comunque – si legge – di una lista che verrà ampliata nella fase di start-up del progetto, che coprirà i primi 3 anni.</p>
<p><img src="https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2016/cingolani-ce-lha-fatta-parte-human-technopole-body-2.png.webp" alt="" width="600" height="379" loading="lazy" decoding="async">
</p>
<p>Il progetto si articola in <strong>sette centri</strong>, con sede in Expo, intorno ai quali operano laboratori e outstation (situate nelle rete degli ospedali e centri di ricerca esterni)</p>
<ul>
<li><strong>Medical Genomics Center (MGC).</strong> Coordinatore: <a href="https://www.ieo.it/en/RESEARCH/People/Researchers/Pelicci-Pier-Giuseppe/" rel="noopener">Pier Giuseppe Pelicci</a><br>
Laboratori coinvolti: Università Statale di Milano (Clinical Genomics, Therapeutics and Clinical Trials), Humanitas (Immunogenomics), IEO (Radiogenomics and Radiomics), INGM (Functional Immunomics),Ospedale San Raffaele (Clinical Genomics), e Politecnico di Milano (Computational Genomics).</li>
<li><strong>Neurogenomics Center (NGC).</strong> Coordinatore: <a href="http://lng.sissa.it/stefano-gustincich" rel="noopener">Stefano Gustincich</a><br>
Laboratori coinvolti: Università Statale di Milano, Università Bicocca e quattro ulteriori poli  (Ospedale San Raffaele, Istituto Mario Negri, Istituto Neurologico Carlo Besta, Humanitas).</li>
<li><strong>Agri-Food and Nutritional Genomics Center (AFNG).</strong> Coordinatore <a href="http://www.fmach.it/CRI/info-generali/organizzazione/Direzione/VIOLA-ROBERTO" rel="noopener">Roberto Viola</a><br>
Laboratori coinvolti: sinergia fra il centro di Nano Science and Technology dell&rsquo;IIT e centri esterni (CREA, PTP e FEM).</li>
<li><strong>Data Science Center (DSC).</strong> Coordinatore <a href="http://www.isi.it/wp-content/uploads/2014/12/CV-Rasetti_italiano1.pdf" rel="noopener">Mario Rasetti</a><br>
Laboratori coinvolti: il quartier generale sarà all&rsquo;ISI, cooperando con alcuni dipartimenti delle tre università milanesi.</li>
<li><strong>Center for Computational Life Sciences (CLS).</strong> Coordinatore <a href="https://www.unibo.it/sitoweb/andrea.cavalli/cv" rel="noopener">Andrea Cavalli</a><br>
Laboratori coinvolti: Verranno attivati programmi di collaborazione con l&rsquo;Università Bicocca, con il Politecnico di Milano e con CINECA. Oltre a ulteriori attività che coinvolgeranno FEM e CREA.</li>
<li><strong>Center for Analysis, Decisions, and Society (CADS).</strong> Coordinatori:  <a href="https://www.imtlucca.it/fabio.pammolli" rel="noopener">Fabio Pammolli</a>/<a href="http://old.mate.polimi.it/viste/pagina_personale/pagina_personale.php?id=85" rel="noopener">Piercesare Secchi</a><br>
Laboratori coinvolti: il centro svilupperà programmi di collaborazione con il Politecnico di Milano, con il FEM e con CINECA.</li>
<li><strong>Center for Nano Science and Technology (CNST).</strong> Coordinatore <a href="https://cnst.iit.it/about/guglielmo-lanzani.html" rel="noopener">Guglielmo Lanzani</a><br>
Laboratori coinvolti: Oltre alla collaborazione con il Politecnico di Milano, saranno sviluppate attività con l&rsquo;Università Bicocca.</li>
</ul>
<p>Questi sette centri verranno supportati  da 3 servizi di facilitazione che verranno utilizzati da tutti gli scienziati del Technopole: il primo riguarderà una <strong>piattaforma di genomica</strong>, il secondo un <strong>centro di Imaging</strong> e il terzo un ambizioso centro di <strong>Data Storage and High Performance Computing</strong>.</p>
<p>L&rsquo;accesso alle strutture sarà inoltre aperto anche ai ricercatori appartenenti ad altre istituzioni, in base ad accordi specifici di collaborazione per gli utenti esterni.</p>
<h2 id="il-reclutamento-dei-ricercatori">Il reclutamento dei ricercatori</h2><p>L’IIT si occuperà di reclutare i 1.500 ricercatori previsti (1.000 di essi andranno a formare lo staff e altri 500 saranno studenti di dottorato).</p>
<p><img src="https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2016/cingolani-ce-lha-fatta-parte-human-technopole-body-3.png.webp" srcset="https://www.scienzainrete.it/media/_web/720/articoli/2016/cingolani-ce-lha-fatta-parte-human-technopole-body-3.png.webp 720w, https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2016/cingolani-ce-lha-fatta-parte-human-technopole-body-3.png.webp 727w" sizes="(max-width: 760px) 100vw, 720px" alt="" width="727" height="153" loading="lazy" decoding="async">
</p>
<p>La scelta del Premier di affidare questo coordinamento all&rsquo;IIT (ente pubblico ma di diritto privato, non vincolato a concorsi per l’assunzione del personale) comporta la possibilità di reclutare tramite chiamata, senza cioè bisogno di emettere bandi pubblici come avviene comunemente nelle università italiane. L&rsquo;IIT avrà inoltre il compito di valutare i risultati del progetto e la prima valutazione avverrà al termine della fase preliminare triennale.</p>
<p>In particolare:</p>
<ul>
<li>I cosiddetti “principal investigators” (Pis) saranno scienziati con un budget indipendente e piena autonomia che coordineranno laboratori o gruppi di ricerca. Essi saranno reclutati mediante le procedure in vigore all&rsquo;IIT;</li>
<li>I ricercatori saranno membri dello staff che agiranno da group leader come facilitatori e verranno scelti tramite selezione internazionale con contratti a termine (al massimo di 5 anni ciascuno);</li>
<li>I Post Docs saranno reclutati tramite call internazionale;</li>
<li>Gli studenti di dottorato verranno selezionati tramite accordi con le università.</li>
</ul>
<p><strong>Perché occuparsi di cancro e malattie neurodegenerative</strong><br>
Pensare in termini di “Italia 2040” deve portare anzitutto a riflettere sull&rsquo;invecchiamento della popolazione: le stime mostrano infatti che nel 2050 un terzo della popolazione mondiale dovrebbe avere più di 65 anni, il che significa avere oltre a una popolazione più anziana, anche molte più cronicità, cancro e malattie neurodegenerative in primis, che sono appunto i due filoni di ricerca intorno ai quali si svilupperà Human Technopole. La nutrizione incide sull&rsquo;aspettativa di vita e sulla qualità dell&rsquo;invecchiamento nelle società avanzate, anzitutto dal punto di vista della prevenzione di malattie come appunto  cancro, diabete, aterosclerosi, cardiomiopatie, malattie autoimmuni, malattie neurodegenerative o malattie respiratorie e renali.<br>
Cancro e malattie neurodegenerative in particolare sono fra le principali cause di morte fra la popolazione anziana nei paesi ricchi, oltre ad essere correlate con l&rsquo;insorgenza di altre patologie. L&rsquo;Organizzazione Mondiale della Sanità ha calcolato che nel 2030 13 milioni di persone moriranno di cancro al mondo e già nel 2014 in Italia si sono contati circa 1.000 nuovi casi al giorno. Dal 2008, in Europa sono state fatte 2,45 milioni di nuove diagnosi, mentre 1,23 milioni sono state le morti registrate nello stesso periodo.<br>
Sono 35 milioni le persone nel mondo che invece soffrono di malattie neurodegenerative, un numero che salirà esponenzialmente da qui al 2050, fino a toccare quota 100 milioni. Si tratta di cronicità estremamente costose per i sistemi sanitari, oltre che per le famiglie dei malati. Secondo recenti stime il costo delle malattie che noi chiamiamo comunemente demenza (ma che in realtà è un nome che raggruppa intorno a sé moltissime patologie) ammonterebbe a 177 miliardi di euro per anno. In Italia si parla di circa 20 miliardi di spesa per la gestione e la cura di malattie neurodegenerative, per un milione di pazienti affetti da Alzheimer e 200 mila malati di Parkinson, solo per citare le più comuni.</p>
<p><strong>Viene prima il cluster o l&rsquo;investimento?</strong><br>
“I cluster esistono, è un fatto, ma ciò non significa che i governi possano crearne uno”, dice nel rapporto  del MIT *The Next Silicon Valley *Yasuyuki Motoyama, della Kauffman Foundation a senior scholar at the Kauffman Foundation. I governi posso giocare un ruolo importante nel sostenere la nascita di un cluster ma più che crearlo possono sostenerlo, preparare il tavolo con le consuete politiche: leggi e regimi fiscali favorevoli, adeguate politiche sui permessi di soggiorno, bassi costi dell’istruzione universitaria, aumento della spesa in ricerca e sviluppo. Chi invece ha creduto di aver capito la natura di un cluster e tentato di farlo nascere dal nulla spesso ha fallito. Due esempi: Frederick Terman, considerato il padre della Silicon valley, e Michael Porter, professore alla Harvard Business School, furono ciascuno incaricati di impiantare nuovi cluster negli USA, ma pur avendo a disposizione ingenti mezzi finanziari e operativi non furono in grado di replicare l’originale. Le aziende, le start up e i ricercatori di punta non trovarono conveniente trasferirsi e impiantare nuove attività lì dove il governo aveva deciso. Tutti gli imprenditori intervistati nel report trovano la medesima ragione. Il successo non dipende, non solo, da quanto si investe ma dalle persone e dalle loro relazioni. Il network tra ricercatori e tra ricercatori e industria. I cluster hanno bisogno di interventi dall’alto ma molto più importante è la spinta dal basso. Attualmente vengono individuati 8 importanti cluster, ciascuno con proprie particolarità che li rendono aree di successo, ingenti investimenti, aggregazione di organizzazioni accademiche già esistenti, concentrazione di start up, libertà di movimento, leggi sulla protezione intellettuale, bel tempo….<br>
<em><strong>Sergio Cima</strong></em><br>
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 </p>
<h2 id="interventi">Interventi</h2><p>Matteo Renzi, Presidente del Consiglio</p>
<p>Roberto Cingolani, IIT</p>
<h2 id="interviste">Interviste</h2><p><strong>Roberto Cingolani (IIT): i nostri modelli, la nostra idea</strong></p>
<p>In giro per il mondo ci sono vari centri che fanno quello che noi vogliamo iniziare a fare in Italia. Il Braod Institute di Boston (<a href="https://www.broadinstitute.org/" rel="noopener">https://www.broadinstitute.org/</a>) è certamente l’esempio migliore, ma anche il 100.000 Genome project (Gran Bretagna) e le altre iniziative di sequenziamento dei genomi individuali di malati di Alzheimer (<a href="https://www.niagads.org/adsp/content/home" rel="noopener">https://www.niagads.org/adsp/content/home</a>), Parkinson e di svariati tumori. L’idea è di scremare migliaia di genomi di sani e malati per mettere a punto modelli animali e di cellule staminali compatibili con i profili dei pazienti, perché i singoli profili di malattia possano essere studiati e possano dare origine a cure individualizzate. Una versione italiana della precision medicine initiative <a href="https://www.nih.gov/precision-medicine-initiative-cohort-program" rel="noopener">https://www.nih.gov/precision-medicine-initiative-cohort-program</a> lanciata in USA recentemente dal presidente Barack Obama <a href="https://www.whitehouse.gov/precision-medicine" rel="noopener">https://www.whitehouse.gov/precision-medicine</a>. L’altro braccio del progetto Human Technopole consiste nel profilare in chiave molecolare gli alimenti (e le piante) per ottenere cibi e regimi alimentari sani per un prevenzione “molecolare” a base di nutrigenomica e nutraceutica, sul modello di quanto viene già fatto da ENPADASI, European Nutritional Phenotype Assessment and Data Sharing Initiative <a href="http://www.healthydietforhealthylife.eu/index.php/enpadasi" rel="noopener">http://www.healthydietforhealthylife.eu/index.php/enpadasi</a>.<br>
<em>Intervista di Luca Carra.</em></p>
<p><strong>Andrea Segrè, cibi e piante 2.0</strong></p>
<p>Andrea Segrè è, fra le altre cose, presidente della fondazione Edmund Mach di Trento, o meglio di san Michele sull’Adige, dove schiere di genetisti e agronomi lavorano al miglioramento genetico delle piante, in primis sui vigneti. Insieme al direttore del centro Roberto Viola si occuperanno dell’Agri-Food and Nutritional Center per l’analisi genomica e postgenomica e la produzione di cibi più sani e colture più sostenibili, anche in vista delle minacce del cambiamento climatico, dell’inquinamento e dell’uso smodato della chimica che ancora si fa nella nostra agricoltura. Una linea di ricerca riguarderà anche la nutrigenomica e la sintesi di nuovi nutraceutici, cibi probiotici in grado di contrastare cancro e altre malattie agendo sulla composizione del microbiota, e regimi alimentari immunomodulanti.<br>
<em>Intervista di Luca Carra.</em></p>
<p><strong>Stefano Gustincich (IIT): la nuova frontiera dello studio delle malattie neurodegenerative</strong></p>
<p>Stefano Gustincicih è il direttore del Centro per la neurogenomica di Human Technopole. Ha al suo attivo numerose ricerche sulla genomica del Parkinson e di altre malattie neurodegenerative. Da tempo lavora per una visione integrata delle omiche in campo neurologico. Primo compito del Centro sarà di classificare/stratificare i pazienti (in collaborazione con gli IRCCS milanesi che fanno parte del progetto, in particolare l’Istituto Besta) in base alle caratteristiche molecolari delle malattie neurodegenertive, ai marcatori periferici e ai microbiomi, per poi elaborare modelli animali e cellule staminali personalizzate che consentano lo studio dei profili individuali di malattia e la possibile sintesi di farmaci personalizzati. Il progetto lavorerà, insieme a Università Bicocca e alcuni centri clinici, su Alzheimer, Parkinson e SLA.<br>
<em>Intervista di Luca Carra.</em></p>
<p><strong>Gianluca Vago, l’Impegno dell’Università degli Studi di Milano</strong></p>
<p>Il rettore dell’Università Statale di Milano Gianluca Vago racconta il coinvolgimento dell’ateneo nel progetto Human Technopole, dopo tre mesi di incontri ed elaborazioni comuni. La “Statale” metterà a disposizione soprattutto le proprie competenze di genomica, centrali nel progetto post Expo. Ora è importante superare gli ultimi ostacoli burocratici legati all’area, e procedere.<br>
<em>Intervista di Luca Carra</em></p>
<p>SaveSave</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Una ricerca da tre soldi</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/ricerca-tre-soldi/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/ricerca-tre-soldi/</guid><pubDate>Tue, 09 Feb 2016 23:44:00 +0100</pubDate><dc:creator>Luca Carra</dc:creator><category>ricerca-scientifica</category><description>Nel 2007 il Gruppo 2003 per la ricerca scientifica pubblicò “La ricerca tradita: Analisi di una crisi e prospettive di rilancio”</description><content:encoded><![CDATA[<p>Nel 2007 il Gruppo 2003 per la ricerca scientifica pubblicò <a href="http://www.garzantilibri.it/default.php?page=visu_libro&amp;CPID=2226" rel="noopener">“La ricerca tradita: Analisi di una crisi e prospettive di rilancio”</a>: un primo bilancio assai negativo della ricerca pubblica e privata in Italia. Qual è la situazione della ricerca in Italia quasi dieci anni dopo? Potremmo dire la stessa o forse peggio che nel 2007, vista anche la crisi economica intervenuta nel frattempo. Per usare le parole di allora di Guido Tabellini: “I numeri non suggeriscono nessun ottimismo”. A meno che, con dieci anni di ritardo, non sia arrivato il momento del cambio di rotta, da tempo invocato dal Gruppo 2003, agendo soprattutto su: </p>
<ul>
<li>“un aumento significativo, programmato, non episodico del finanziamento statale” che porti la ricerca a un livello europeo;</li>
<li>fondi aggiuntivi - e non sottratti alla normale amministrazione - per finanziare i più meritevoli;</li>
<li>creazione di una o più agenzie indipendenti dalla politica, sulla falsariga dei National Research Council britannici, in grado di valutare e finanziare i gruppi di ricerca migliori, nelle università e negli enti. </li>
</ul>
<p>Questa in breve la ricetta delineata dal Gruppo 2003 già nel <a href="http://www.gruppo2003.org/node/3" rel="noopener">Manifesto</a> e riproposta nel Convegno del 10 febbraio 2016 al CNR (<a href="http://fms.rm.cnr.it/Xlive/LiveSR/liveMarconi.html" rel="noopener">qui</a> per seguire lo streaming).</p>
<p>Il 2015 si è chiuso, nelle <a href="http://www.oecd.org/sti/sci-tech/msti.htm" rel="noopener">ultime statistiche OCSE</a>, confermando a livello internazionale una flessione degli <strong>investimenti pubblici</strong> in ricerca che si protrae dal 2010. In questo quadro l’Italia si distingue per una discesa costante, che mette a rischio di sottofinanziamento cronico l’intero settore della ricerca pubblica, ai limiti del soffocamento.</p>
<p><img src="https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2016/ricerca-tre-soldi-body-1.png.webp" alt="" width="657" height="501" loading="lazy" decoding="async">
(<a href="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2016/ricerca-tre-soldi-201602_ricerca_1.png">clicca per ingrandire</a>)</p>
<p>La <strong>spesa totale in ricerca</strong> sul PIL nell’area OCSE è cresciuta del 2,1% (meno che nell’anno precedente: 2,8%), soprattutto grazie alla crescita costante della quota del privato (+2,8%). L’investimento in ricerca in Italia è passata all’1,13% sul PIL del 2007 al 1,29% del 2014, ma con PIL calante. </p>
<p><img src="https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2016/ricerca-tre-soldi-body-2.png.webp" alt="" width="390" height="185" loading="lazy" decoding="async">
</p>
<p>Il confronto con gli altri paesi scelti come termine di paragone mostra come l’Italia sia ancora lontana dai paesi più avanzati, e dalla media europea di quasi il 2% di PIL.</p>
<p>(<a href="https://docs.google.com/spreadsheets/d/1ylZ0raheeymT4KNR6JSqyp7bK5n5O8vZbhjSWhMxSts/edit#gid=0" rel="noopener">scarica i dati</a>)</p>
<p>La <strong>fonte di finanziamento</strong> è per il 44,8% di origine industriale; per il 41,9% di origine pubblica, e per il 9,50 proveniente dall’estero (media 2010-2013). Rispetto al triennio precedente si registra un aumento del finanziamento privato e estero, mentre diminuisce il finanziamento pubblico. Negli anni, quindi, in Italia la componente industriale dell’investimento in ricerca è cresciuta rispetto a quella pubblica, ma non abbastanza per colmare il grande divario rispetto agli altri paesi considerati.</p>
<p><img src="https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2016/ricerca-tre-soldi-body-3.png.webp" srcset="https://www.scienzainrete.it/media/_web/720/articoli/2016/ricerca-tre-soldi-body-3.png.webp 720w, https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2016/ricerca-tre-soldi-body-3.png.webp 830w" sizes="(max-width: 760px) 100vw, 720px" alt="" width="830" height="362" loading="lazy" decoding="async">
(<a href="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2016/ricerca-tre-soldi-201602_slide7.png">clicca per ingrandire</a> | <a href="https://docs.google.com/spreadsheets/d/1ylZ0raheeymT4KNR6JSqyp7bK5n5O8vZbhjSWhMxSts/edit#gid=144747024" rel="noopener">scarica i dati</a>)</p>
<p>La spesa dei pochi fondi a disposizione si ripartisce, per lo 0,70 del PIL verso la ricerca industriale, per lo 0,18 verso la ricerca degli enti pubblici, e per lo 0,36 verso la ricerca universitaria (media 2011-2014).</p>
<p><img src="https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2016/ricerca-tre-soldi-body-4.png.webp" srcset="https://www.scienzainrete.it/media/_web/720/articoli/2016/ricerca-tre-soldi-body-4.png.webp 720w, https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2016/ricerca-tre-soldi-body-4.png.webp 777w" sizes="(max-width: 760px) 100vw, 720px" alt="" width="777" height="416" loading="lazy" decoding="async">
(<a href="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2016/ricerca-tre-soldi-201602_slide6.png">clicca per ingrandire</a> | <a href="https://docs.google.com/spreadsheets/d/1ylZ0raheeymT4KNR6JSqyp7bK5n5O8vZbhjSWhMxSts/edit#gid=957616822" rel="noopener">scarica i dati</a>)</p>
<p>In termini reali, la <strong>spesa complessiva</strong> oscilla fra i <strong>19 e i 20 miliardi di euro</strong> (circa 8 dal pubblico). Per confrontare con due paesi con popolazione simile alla nostra, la Francia investe all’anno in ricerca e sviluppo circa 48 miliardi di euro, la Gran Bretagna circa 31 miliardi di euro. La Samsung investe in ricerca 12,5 miliardi di euro all&rsquo;anno&hellip;</p>
<p>La <strong>spesa procapite in ricerca</strong> (in dollari, anno 2013) ammonta a:  </p>
<ul>
<li>1490 in Svezia; </li>
<li>1440 in USA;</li>
<li>1250 in Germania; </li>
<li><em>908 media OCSE</em>;</li>
<li>880 in Francia;</li>
<li><em>700 media europea (28 stati)</em>;</li>
<li>650 in Gran Bretagna; </li>
<li><strong>460 in Italia;</strong></li>
<li>415 in Spagna.</li>
</ul>
<p><a href="http://stats.oecd.org/Index.aspx?DataSetCode=MSTI_PUB" rel="noopener">http://stats.oecd.org/Index.aspx?DataSetCode=MSTI_PUB</a> </p>
<p>(<a href="https://docs.google.com/spreadsheets/d/1ylZ0raheeymT4KNR6JSqyp7bK5n5O8vZbhjSWhMxSts/edit#gid=1414861137" rel="noopener">scarica i dati</a>)</p>
<p><strong>Il governo disinveste in ricerca</strong>. Se la spesa privata è inadeguata, anche se in leggera crescita, la <strong>spesa pubblica in ricerca</strong> si contrae da anni. Dall’analisi dei bilanci dello stato, questa tendenza emerge chiaramente considerando la missione 17 (Ricerca e innovazione) e la missione 23 (Istruzione universitaria). Dal 2008 al 2014 la spesa della missione 17 è passata da 4 mld a 2,8 mld. La spesa della missione 23 è passata invece da 8,6 mld a 7,8 mld. </p>
<p>Nel complesso delle 34 missioni in cui si articola il bilancio dello stato - come ha spiegato la Ragioneria dello Stato in una audizione al senato - “le missioni maggiormente ridimensionate nel periodo considerato sono, nell&rsquo;ordine, la missione Istruzione universitaria (-19,9 per cento in media), la missione Fondi da ripartire (-14,5 per cento in media) e la missione Ricerca e innovazione (-12,17 per cento in media)”. </p>
<p><a href="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2016/ricerca-tre-soldi-201602_bilancio_0.png"><img src="https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2016/ricerca-tre-soldi-body-5.png.webp" srcset="https://www.scienzainrete.it/media/_web/720/articoli/2016/ricerca-tre-soldi-body-5.png.webp 720w, https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2016/ricerca-tre-soldi-body-5.png.webp 1034w" sizes="(max-width: 760px) 100vw, 720px" alt="" width="1034" height="902" loading="lazy" decoding="async">
</a>(<a href="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2016/ricerca-tre-soldi-201602_bilancio.png">Clicca per ingrandire</a>)</p>
<p><strong>La ricerca pubblica degli enti e dell’università è stata dunque consapevolmente l’attività più ridimensionata</strong>, a favore delle politiche del lavoro, dello sviluppo territoriale e della innovazione industriale (vedi <a href="https://www.scienzainrete.it/articoli/ocse-troppa-dieta-uccide-luniversita/">articolo</a> sugli effetti drammatici dei tagli alle università italiane). </p>
<p>(<a href="https://docs.google.com/spreadsheets/d/1ylZ0raheeymT4KNR6JSqyp7bK5n5O8vZbhjSWhMxSts/edit#gid=407587078" rel="noopener">scarica i dati</a>)</p>
<p>Anche per gli anni a venire i conti non migliorano, né per la Ricerca, né per l’Università: si veda <em>Il bilancio dello Stato 2015-2017 Una analisi delle spese per missioni e programmi</em> (<a href="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2016/ricerca-tre-soldi-ragioneria_2015-2017.pdf">pdf</a>).</p>
<p>L’entità e il peso relativo degli investimenti in ricerca si ripartisce in modo assai disuguale nel Paese, fra le <strong>Regioni</strong>. Il <a href="https://www.scienzainrete.it/articoli/universita-sud-deriva/">divario fra Nord e Sud</a> è drammatico, ma anche all’interno del Nord e Centro Italia si osservano notevoli differenze. Paradigmatico il caso della Lombardia, più vicino per certi versi alla situazione della ricerca oltralpe, dove, oltre al peso maggiore del finanziamento industriale, si osserva che la metà di tutti gli investimenti riguardano il no-profit .</p>

<div class="tabella-scorre" role="region" aria-label="Tabella 1" tabindex="0">
<table>
  <thead>
    <tr>
      <th></th>
      <th></th>
      <th></th>
      <th></th>
      <th></th>
      <th></th>
    </tr>
  </thead>
  <tbody>
    <tr>
      <td>Regione</td>
      <td>Istituzioni pubbliche</td>
      <td>Istituzioni private non profit</td>
      <td>Imprese</td>
      <td>Università</td>
      <td>Totale</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>Piemonte</td>
      <td>3,4</td>
      <td>12,2</td>
      <td>17,0</td>
      <td>6,0</td>
      <td>11,9</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>Valle d&rsquo;Aosta</td>
      <td>0,1</td>
      <td>0,5</td>
      <td>0,1</td>
      <td>0,1</td>
      <td>0,1</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>Lombardia</td>
      <td>9,6</td>
      <td><strong>49,0</strong></td>
      <td>27,4</td>
      <td>13,5</td>
      <td>21,6</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>Provincia autonoma di Trento</td>
      <td>3,1</td>
      <td>1,3</td>
      <td>1,3</td>
      <td>1,4</td>
      <td>1,6</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>Provincia autonoma di Bolzano</td>
      <td>1,1</td>
      <td>0,6</td>
      <td>0,7</td>
      <td>0,3</td>
      <td>0,6</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>Veneto</td>
      <td>4,1</td>
      <td>2,4</td>
      <td>9,5</td>
      <td>7,0</td>
      <td>7,9</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>Friuli-Venezia Giulia</td>
      <td>2,6</td>
      <td>1,2</td>
      <td>2,5</td>
      <td>2,6</td>
      <td>2,5</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>Liguria</td>
      <td>4,7</td>
      <td>1,4</td>
      <td>2,8</td>
      <td>2,4</td>
      <td>2,9</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>Emilia-Romagna</td>
      <td>6,8</td>
      <td>2,2</td>
      <td>13,7</td>
      <td>9,6</td>
      <td>11,2</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>Toscana</td>
      <td>5,2</td>
      <td>3,7</td>
      <td>5,9</td>
      <td>8,6</td>
      <td>6,5</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>Umbria</td>
      <td>0,6</td>
      <td> </td>
      <td>0,4</td>
      <td>1,9</td>
      <td>0,9</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>Marche</td>
      <td>0,5</td>
      <td> </td>
      <td>1,5</td>
      <td>2,3</td>
      <td>1,5</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>Lazio</td>
      <td>40,0</td>
      <td>12,2</td>
      <td>8,0</td>
      <td>14,0</td>
      <td>14,3</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>Abruzzo</td>
      <td>1,3</td>
      <td>0,6</td>
      <td>0,9</td>
      <td>2,2</td>
      <td>1,3</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>Molise (a)</td>
      <td>0,1</td>
      <td> </td>
      <td>0,2</td>
      <td> </td>
      <td>0,2</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>Campania</td>
      <td>5,9</td>
      <td>6,6</td>
      <td>4,6</td>
      <td>9,4</td>
      <td>6,2</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>Puglia</td>
      <td>3,0</td>
      <td>3,7</td>
      <td>1,4</td>
      <td>5,2</td>
      <td>2,8</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>Basilicata</td>
      <td>1,0</td>
      <td>0,2</td>
      <td> </td>
      <td>0,4</td>
      <td>0,3</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>Calabria (a)</td>
      <td>0,6</td>
      <td> </td>
      <td>0,1</td>
      <td> </td>
      <td>0,8</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>Sicilia</td>
      <td>3,9</td>
      <td>2,2</td>
      <td>1,9</td>
      <td>7,2</td>
      <td>3,7</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>Sardegna</td>
      <td>2,3</td>
      <td>0,1</td>
      <td>0,1</td>
      <td>2,8</td>
      <td>1,2</td>
    </tr>
  </tbody>
</table>
</div>
<p><strong>I fondi per la ricerca competitiva</strong>. La struttura dei finanziamenti pubblici alla ricerca si compone del fondo ordinario all’università (FFO), del fondo ordinario agli enti (FOE), di finanziamenti competitivi (PRIN) e (FIRB) a università ed enti e di finanziamenti alla ricerca industriale (FAR). A fronte di un costante declino dei fondi ordinari, si osserva un altro aspetto: la scarsità dei finanziamenti ai ricercatori su base competitiva, essenziali per selezionare nel paese i gruppi che svolgono ricerca i livelli più alti e possono confrontarsi a livello internazionale. Si calcola che nel bando PRIN 2012 il finanziamento per ricercatore varia da 10.000 a 261.000 per tre anni di lavoro (in media circa 24.000 euro all&rsquo;anno).  </p>
<p>(<a href="https://docs.google.com/spreadsheets/d/1ylZ0raheeymT4KNR6JSqyp7bK5n5O8vZbhjSWhMxSts/edit#gid=907346785" rel="noopener">scarica i dati</a>)</p>
<p>Oltre a costituire veramente le briciole del finanziamento complessivo, essi sono anche erratici, come dimostra il caso dei bandi PRIN, fermi dal 2012 al 2015. Si veda a questo proposito la <a href="https://www.scienzainrete.it/articoli/senza-investimento-serio-ricerca-litalia-perde-terreno-europa/">lettera</a> a Nature recentemente scritta da Giorgio Parisi.</p>
<p>(<a href="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2016/ricerca-tre-soldi-201602_slide12.png">clicca per ingrandire</a> | <a href="https://docs.google.com/spreadsheets/d/1ylZ0raheeymT4KNR6JSqyp7bK5n5O8vZbhjSWhMxSts/edit#gid=907346785" rel="noopener">scarica i dati</a>)</p>
<p><strong>Dati PRIN e FIRB in milioni di euro</strong></p>

<div class="tabella-scorre" role="region" aria-label="Tabella 2" tabindex="0">
<table>
  <thead>
    <tr>
      <th></th>
      <th></th>
      <th></th>
      <th></th>
      <th></th>
      <th></th>
      <th></th>
      <th></th>
      <th></th>
      <th></th>
      <th></th>
      <th></th>
      <th></th>
      <th></th>
      <th></th>
      <th></th>
    </tr>
  </thead>
  <tbody>
    <tr>
      <td> </td>
      <td>2001</td>
      <td>2002</td>
      <td>2003</td>
      <td>2004</td>
      <td>2005</td>
      <td>2006</td>
      <td>2007</td>
      <td>2008</td>
      <td>2009</td>
      <td>2010</td>
      <td>2011</td>
      <td>2012</td>
      <td>2013</td>
      <td>2014</td>
      <td>2015</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>PRIN</td>
      <td>126</td>
      <td>134</td>
      <td>137</td>
      <td>137</td>
      <td>131</td>
      <td>82</td>
      <td>110</td>
      <td>96</td>
      <td>106</td>
      <td>100</td>
      <td>75</td>
      <td>39</td>
      <td> </td>
      <td> </td>
      <td>92</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>FIRB</td>
      <td> </td>
      <td> </td>
      <td> </td>
      <td>155</td>
      <td>137</td>
      <td>85</td>
      <td>39</td>
      <td>50</td>
      <td>90</td>
      <td>92</td>
      <td>8</td>
      <td>32</td>
      <td>30</td>
      <td> </td>
      <td> </td>
    </tr>
  </tbody>
</table>
</div>
<p>Diversa la situazione in altri paesi, dove i bandi competitivi alimentano costantemente e adeguatamente la ricerca di qualità. </p>
<p>Significativa è la situazione della <strong>Gran Bretagna</strong>, che con i suoi sette Research Council finanziano i ricercatori con 3 miliardi di sterline all’anno. Ciascuno dei sette RC ha prodotto un Impact Report, dove si rende conto in termini concisi dei benefici monetizzabili per la salute, la società, l’ambiente, la cultura e l’economia del paese. Tali finanziamenti, erogati su base certa e regolare, hanno, per esempio sostenuto la ricerca di 2.500 imprese, di cui 1.000 piccole imprese; costituiscono inoltre un supporto fondamentale e una palestra per le performance dei ricercatori britannici nei progetti europei (si veda: <a href="http://www.rcuk.ac.uk/media/news/impact/" rel="noopener">http://www.rcuk.ac.uk/media/news/impact/</a>).</p>
<p>Anche la <strong>Germania</strong> eroga molti d finanziamenti competitivi attraverso organismi come la German Research Foundation (DFG): la più grande agenzia di finanziamento della ricerca d’Europa che riceve fondi dai Laender e dal governo federale. Si occupa di finanziare progetti di singoli ricercatori su base competitiva, di promuovere i migliori studiosi, di incentivare la collaborazione fra ricercatori e di fornire consigli in merito a temi scientifici a governi e istituzioni pubbliche. La valutazione della ricerca e dell’innovazione è condotta principalmente dalla Commissione di Esperti sulla Ricerca e l’Innovazione (EFI). </p>
<p>In <strong>Francia</strong> Nel 2005 è stata creata l’Agenzia Nazione della Ricerca (ANR), che distribuisce fondi per la ricerca e l’istruzione su base competitiva, tramite processi di peer-review svolti da esperti internazionali. I finanziamenti variano da 400 a 900 milioni di euro l’anno. </p>
<p>In <strong>Spagna</strong> è ora n discussione la nascita di una Agenzia per la valutazione e il finanziamento della ricerca competitiva.</p>
<p>In <strong>Finlandia l</strong>’Academy of Finland finanzia la ricerca scientifica tramite peer-review spesso affidate a esperti internazionali, e raggruppa quattro Research Council, ciascuno attinente a un’area tematica</p>
<p>Negli <strong>Stati Uniti</strong> i due pilastri della ricerca americana, il National Institute of Health (NIH) e la National Science Foundation (NSF), valutano e finanziano la ricerca competitiva.</p>
<p><img src="https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2016/ricerca-tre-soldi-body-6.png.webp" alt="" width="652" height="431" loading="lazy" decoding="async">
</p>
<p><strong>Serve un’Agenzia</strong>. In Italia non esiste un’Agenzia di questo genere, indipendente dal Ministero, che possa gestire un budget per finanziare la ricerca competitiva con valutazioni ex ante. La richiesta del Gruppo 2003 è appunto di istituire una Agenzia di questo tipo, dipendete dalla presidenza del Consiglio. Attualmente esiste in Italia l’ANVUR, che, al pari di analoghe agenzie negli altri paesi valuta ex post la qualità della ricerca degli enti e delle università. In base a questa valutazione viene erogata la quota premiale dell’FFO e del FOE, pari attualmente per l’FFO al 20%. L’ANVUR si occupa anche dell’abilitazione nazionale e di altre funzioni, con un budget e personale davvero limitato rispetto alle <strong>corrispettive agenzie straniere</strong>.</p>

<div class="tabella-scorre" role="region" aria-label="Tabella 3" tabindex="0">
<table>
  <thead>
    <tr>
      <th></th>
      <th></th>
      <th></th>
      <th></th>
      <th></th>
      <th></th>
      <th></th>
    </tr>
  </thead>
  <tbody>
    <tr>
      <td>AGENZIE</td>
      <td>STAFF</td>
      <td>Assicurazione qualità didattica università, con visite a istituzione e/o corsi</td>
      <td>Valutazione della ricerca</td>
      <td>Abilitazione dei docenti</td>
      <td>Accreditamento corsi di dottorato</td>
      <td>Valutazione attività amministrative università e enti</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>HCERES Francia</td>
      <td>190 di cui circa 100 professori distaccati + Esperti</td>
      <td>Sì</td>
      <td>Sì, tramite visite ai dipartimenti</td>
      <td>NO</td>
      <td>NO</td>
      <td>NO</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>QAA UK</td>
      <td>170 + Esperti</td>
      <td>Sì</td>
      <td>NO compito HEFCE, valutazione REF</td>
      <td>NO</td>
      <td>NO</td>
      <td>NO</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>ANECA Spagna</td>
      <td>90 + Agenzie regionali +Esperti</td>
      <td>Sì</td>
      <td>NO</td>
      <td>Sì gestione intero processo</td>
      <td>Sì</td>
      <td>NO</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>ANVUR</td>
      <td>19 + 7 membri board full time + Esperti</td>
      <td>Sì</td>
      <td>Sì, valutazione VQR, simile a REF</td>
      <td>Sì, solo definizione parametri e valutazione commissari</td>
      <td>Sì</td>
      <td>Sì</td>
    </tr>
  </tbody>
</table>
</div>
<p><strong>Ricercatori</strong>. A poche risorse corrispondono pochi ricercatori. Nel 2013 operava in Italia un numero di ricercatori pubblici e privati pari a 164 mila unità (4,9 ogni 1.000 occupati). </p>
<p>Negli altri maggiori paesi europei, la presenza di ricercatori è più numerosa e capillare: 357 mila in Francia (9,8 ricercatori per 1.000 occupati); 522 mila in Germania (8,5); 442 mila nel Regno Unito (8,7); 216 mila in Spagna (6,9). Rispetto a Francia e Germania, l’incidenza dei ricercatori è particolarmente bassa nel settore privato. Interessante anche notare come i ricercatori si distribuiscono sul territorio europeo su base regionale.</p>
<p><img src="https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2016/ricerca-tre-soldi-body-7.png.webp" alt="" width="590" height="722" loading="lazy" decoding="async">
(<a href="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2016/ricerca-tre-soldi-201602_ricerca_4.png">clicca per ingrandire</a>)</p>
<p><strong>Mobilità ricercatori.</strong> La scarsa attrattività dell’Italia porta all’estero molti dei nostri ricercatori. Un vero e proprio regalo di intelligenze non compensato da ingressi di ricercatori dall’estero. Secondo recenti rilevazioni, le uscite sono pari al 16,2%, le entrate dall’estero sono ferme al 3%.  </p>
<p><img src="https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2016/ricerca-tre-soldi-body-8.png.webp" alt="" width="661" height="552" loading="lazy" decoding="async">
(<a href="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2016/ricerca-tre-soldi-201602_slide_brain_0.png">clicca per ingrandire</a> | <a href="https://docs.google.com/spreadsheets/d/1ylZ0raheeymT4KNR6JSqyp7bK5n5O8vZbhjSWhMxSts/edit#gid=1369784772" rel="noopener">scarica i dati</a> | <a href="http://www.nber.org/papers/w18067.pdf" rel="noopener">fonte</a>)</p>
<p><strong>Paradosso italiano?</strong> Ci si consola spesso dicendo che, pur con pochi ricercatori e fondi, la ricerca italiana continua a registrare risultati di tutto rilievo. </p>
<p>La situazione è vera solo in parte. E’ certamente vero che  la produttività dei ricercatori italiani è alta. &ldquo;Qualsiasi strumento si usa, la ricerca italiana è complessivamente al IV posto in Europa (…) L’Italia produce il 3,4 per cento delle pubblicazioni scientifiche internazionali e può contare su una quota analoga di citazioni, con un H Index (indicatore che misura simultaneamente sia la produttività che l’impatto dei ricercatori) pari a 515, inferiore del 30 per cento a quello britannico, di oltre il 20 per cento a quello tedesco e del 15 per cento a quello francese”. (Montanaro, Torrini, 2015).</p>
<p>L’impatto citazionale per milioni di dollari investiti in ricerca, per esempio, pone l’Italia addirittura al terzo posto, fra i paesi “comparator” scelti dalla Gran Bretagna.</p>
<p><img src="https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2016/ricerca-tre-soldi-body-9.png.webp" srcset="https://www.scienzainrete.it/media/_web/720/articoli/2016/ricerca-tre-soldi-body-9.png.webp 720w, https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2016/ricerca-tre-soldi-body-9.png.webp 953w" sizes="(max-width: 760px) 100vw, 720px" alt="" width="953" height="525" loading="lazy" decoding="async">
(<a href="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2016/ricerca-tre-soldi-201602_ricerca_5.png">clicca per ingrandire</a> | <a href="https://www.gov.uk/government/uploads/system/uploads/attachment_data/file/263729/bis-13-1297-international-comparative-performance-of-the-UK-research-base-2013.pdf" rel="noopener">fonte</a>)</p>
<p>L’Italia risulta invece essere sesta nella quota di articoli highly cited. </p>
<p><img src="https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2016/ricerca-tre-soldi-body-10.png.webp" alt="" width="343" height="308" loading="lazy" decoding="async">
(<a href="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2016/ricerca-tre-soldi-201602_ricerca_6.png">clicca per ingrandire</a> | <a href="https://www.gov.uk/government/uploads/system/uploads/attachment_data/file/263729/bis-13-1297-international-comparative-performance-of-the-UK-research-base-2013.pdf" rel="noopener">fonte</a>)</p>
<p>Performance meno esaltanti invece quando si passa dalle pubblicazioni al successo nei bandi più competitivi a livello europeo: gli <strong>ERC</strong>. l’Italia applica molto ma vince poco. Il tasso di successo italiano è 4,8% contro una media degli altri paesi del 10,5%. Inoltre, pochissimi ricercatori italiani restano in Italia per lo svolgimento dei progetti ERC.</p>
<p>(<a href="https://docs.google.com/spreadsheets/d/1ylZ0raheeymT4KNR6JSqyp7bK5n5O8vZbhjSWhMxSts/edit#gid=500135488" rel="noopener">scarica i dati</a> | <a href="https://erc.europa.eu/projects-and-results/statistics" rel="noopener">fonte</a>)</p>
<p>Come numero degli altri <strong>progetti europe</strong>i finanziati, l’Italia è quarta. Tuttavia, Il tasso di successo delle richieste di finanziamento nel 7° Programma Quadro da parte delle strutture italiane è inferiore a quello degli altri principali paesi europei: 18,3 per cento, a fronte di una media EU28 del 20,5. Il quadro è ancora meno favorevole se si considera l’importo dei contributi richiesti. Nostre elaborazioni confermano lo scarto fra numero di progetti e totale finanziamenti anche per i primi anni di Horizon 2020.</p>
<p><img src="https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2016/ricerca-tre-soldi-body-11.png.webp" alt="" width="409" height="397" loading="lazy" decoding="async">
(<a href="https://docs.google.com/spreadsheets/d/1ylZ0raheeymT4KNR6JSqyp7bK5n5O8vZbhjSWhMxSts/edit#gid=1037627134" rel="noopener">scarica i dati</a> | <a href="https://open-data.europa.eu/it/data" rel="noopener">fonte</a>)</p>
<p>Discorso a parte meriterebbe la <strong>ricerca applicata e industriale</strong>, nelle sue ricadute in brevetti e altri indici di innovazione e competitività, molti dei quali negativi. I brevetti triadici, per esempio, pongono l’Italia in posizione molto defilata, con 684 brevetti, rispetto ai 5524 dell Germania, i 2520 della Francia, i 1725 della Gran Bretagna. Da notare che il numero di brevetti triadici in Italia è in discesa dal 2004 (quando erano 971).</p>
<p>(<a href="https://docs.google.com/spreadsheets/d/1ylZ0raheeymT4KNR6JSqyp7bK5n5O8vZbhjSWhMxSts/edit#gid=2057899042" rel="noopener">scarica i dati</a>)</p>
<p>Secondo il <a href="http://www.bloomberg.com/news/articles/2016-01-19/these-are-the-world-s-most-innovative-economies" rel="noopener">Bloomberg innovation Index</a>, l’Italia si classifica 26esima su 50 paesi. Di fatto, secondo l’OCSE, il nostro paese si situa fra gli innovatori “moderati”, ben dietro locomotive come Corea del Sud, Germania, Francia e Stati Uniti. </p>
<p>Nell’ultimo <a href="http://www3.weforum.org/docs/gcr/2015-2016/Global_Competitiveness_Report_2015-2016.pdf" rel="noopener">report</a> del World Economic Forum sulla competitività (2015-206) troviamo invece l’Italia al 43esimo posto su 158 paesi, che in realtà guadagna 6 posizioni rispetto alla precedente edizione. Fra i fattori più limitanti il debito e la burocrazia, seguiti da poca innovazione e scarso livello della educazione superiore (grafico sotto a sinistra). Quanto a prontezza nell’acquisire i vantaggi della rete, dei big data e in genere del mondo della Information e communication technology (vedi <a href="http://reports.weforum.org/global-information-technology-report-2014/#section=1-1-the-network-readiness-index-2014-benchmarking-ict-uptake-in-a-world-of-big-data" rel="noopener">qui</a>), l’Italia è 58esima. Rispetto ai criteri analizzati, il paese sembra pronto a trarre beneficio dall’ICT quanto a costi, capacità e infrastrutture, ma né il pubblico né il privato usa ancora adeguatamente la rete, e questo limita i benefici sociali, economici e di ulteriore innovazione che se potrebbero ricavare (grafico sotto, a destra).</p>
<p><img src="https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2016/ricerca-tre-soldi-body-12.png.webp" srcset="https://www.scienzainrete.it/media/_web/720/articoli/2016/ricerca-tre-soldi-body-12.png.webp 720w, https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2016/ricerca-tre-soldi-body-12.png.webp 812w" sizes="(max-width: 760px) 100vw, 720px" alt="" width="812" height="369" loading="lazy" decoding="async">
<br>
(<a href="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2016/ricerca-tre-soldi-201602_ricerca_9.png">clicca per ingrandire</a>)</p>
<p>Il “paradosso italiano” pare quindi essere una consolante illusione da cui converrebbe liberarci. Per usare le parole del World Economic Forum: “Migliorare l’innovazione richiede un ambiente favorevole. In particolare, investimenti sufficienti in ricerca (…); la presenza di istituti di ricerca d’eccellenza capaci di generare conoscenze di base necessarie per sviluppare nuove tecnologie; una fitta collaborazione in ricerca e sviluppo fra università e imprese, e un’adeguata protezione della proprietà intellettuale”. </p>
<p>Senza investire in ricerca, aumentare i ricercatori, pagarli meglio, rafforzare le fonti di finanziamento competitivi e indipendenti, l’Italia resterà un bel paese di geni isolati, ma destinata al declino.</p>
<p><em>* ha collaborato Cristina Da Rold</em></p>
<p><strong>FONTI</strong></p>
<ul>
<li>ANVUR (2014), “Rapporto sullo Stato del Sistema Universitario e della Ricerca 2013”.</li>
<li>Il bilancio dello Stato 2015-2017. Una analisi delle spese per missioni e programmi. XVII legislatura. Servizio del bilancio dello Senato, Marzo 2015, n. 20</li>
<li>2016 Global R&amp;D Funding Forecast, Supplement of R&amp;D magazine, 2016</li>
<li>Aldo Geuna, Matteo Piolattoc, Research assessment in the UK and Italy: Costly and difficult, but probably worth it (at least for a while). Research Policy 45 (2016) 260–271</li>
<li>Aldo Geuna, Federica Rossi, The university and the economy. Pathways to growth and economic development. Edward Elgar, 2015</li>
<li>Pasqualino Montanaro, Roberto Torrini, Il sistema della ricerca pubblica in Italia. 2015</li>
<li>Koen Jonkers &amp; Thomas Zacharewicz, Performance based funding: a comparative assessment of their use and nature in EU Member States, JRC, 2015</li>
<li>Leopoldo Nascia &amp; Mario Pianta, RIO Country Report Italy 2014, Jrc, 2015</li>
<li>ISTAT, Ricerca e sviluppo in Italia Anno 2013, ISTAT Dicembre 2015</li>
<li>Eurostat Science and technology <a href="http://ec.europa.eu/eurostat/web/science-technology-innovation/statistics-illustrated" rel="noopener">http://ec.europa.eu/eurostat/web/science-technology-innovation/statistics-illustrated</a></li>
<li>OECD, Main Science and Technology Indicators <a href="http://www.oecd.org/sti/msti.htm" rel="noopener">http://www.oecd.org/sti/msti.htm</a></li>
<li>OECD, Science, Technology and Industry Scoreboard <a href="http://www.oecd.org/sti/scoreboard.htm" rel="noopener">http://www.oecd.org/sti/scoreboard.htm</a></li>
<li>Klaus Schwab, The Global Competitiveness Report 2015-2016, World Economic Forum<br>
- <a href="http://www.gruppo2003.org" rel="noopener">www.gruppo2003.org</a><br>
- <a href="https://www.scienzainrete.it/">www.scienzainrete.it</a><br>
- <a href="http://www.roars.it" rel="noopener">www.roars.it</a></li>
</ul>
]]></content:encoded></item><item><title>Milano capitale della ricerca</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/milano-capitale-ricerca/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/milano-capitale-ricerca/</guid><pubDate>Mon, 09 Nov 2015 08:31:00 +0100</pubDate><dc:creator>Luca Carra</dc:creator><category>comunicazione</category><description>Il dopo Expo si colora di scienza, ma anche del giallo del mistero, e del verde della bile. Non è stato accolto infatti con grandi sorrisi il piano</description><content:encoded><![CDATA[<p>Il dopo Expo si colora di scienza, ma anche del giallo del mistero, e del verde della bile. Non è stato accolto infatti con grandi sorrisi il piano “marziano” calato su Milano dal premier Renzi (e raccontato con dovizia di dettagli domenica 8 novembre dal <em>Corriere della sera</em>): lo <strong><a href="http://www.corriere.it/cronache/15_novembre_07/piano-governo-il-expo-tecnologie-la-qualita-vita-cittadella-16oo-scienziati-39e4ee56-859e-11e5-8384-eb7cd0191544.shtml" rel="noopener">Human Technopole Italy 2040</a></strong> (qui un nostro <a href="https://www.scienzainrete.it/articoli/italia-2040-zippo-renzi-salvagente-cnr/">commento</a>), una sorta di Boston Area meneghina, composta in prima battuta dall’Istituto italiano di tecnologia (IIT) di Genova, Fondazione Mach di Trento e l’ISI di Torino…</p>
<p>E Milano? Ah, è vero, Milano. Dopo una pessima domenica, tutti sono accorsi a spegnere i primi segnali di incendio: dal sindaco <strong>Giuliano Pisapia</strong> allo stesso direttore <em>prodige</em> dell’IIT <strong>Roberto Cingolani</strong>, che ha subito chiarito che nel progetto verranno coinvolte Università Statale e Bicocca… Nei prossimi giorni si avranno i particolari di un piano nato fra i malumori e le polemiche (“Sono basita”, <strong>Cristina Messa</strong>, rettore Università Bicocca). E mentre i pontieri lavorano a una laboriosa riconciliazione, <strong>Scienzainrete</strong> ha voluto stendere qualche nota sul presente e il passato della ricerca a Milano: un primo tentativo di mappa delle competenze scientifiche del capoluogo lombardo, da implementare d’ora in avanti con periodici aggiornamenti. E che possa rispondere alla domanda che molti si fanno in questi giorni: Milano, presunta nuova capitale morale del paese, può ambire anche al titolo di capitale scientifica? Vediamo.</p>
<p>Già a un primo sguardo è impossibile non osservare come Milano abbia saputo legare il suo nome al mondo della ricerca quanto o più di molte città italiane, affermandosi soprattutto nelle scienze biomediche,. E questo nonostante gli esigui finanziamenti che l’Italia destina alla ricerca, poco più dell’1 per cento del PIL, contro percentuali che vanno dal 3 al 4% in alcuni paesi europei più evoluti. E nonostante anche l’esiguo numero di italiani che intraprendono la strada della ricerca (2,8 su 1.000 lavoratori, contro i 5,5 del Regno Unito, i 9 degli Stati Uniti e i 10 del Giappone). In questo panorama desolante Milano rappresenta un’eccezione, concentrando entro i suoi confini una realtà scientifica ricchissima, caratterizzata da un forte grado di internazionalizzazione e di intreccio con la vita sociale da un lato e quella produttiva dall’altro. Tutto è la ricerca milanese fuorché una ricerca “pura e astratta”, svincolata dal contesto in cui è cresciuta.</p>
<p>Qualunque indicatore riconferma la vocazione di Milano per la ricerca. Se prendiamo ad esempio il numero di progetti che la Commissione europea ha finanziato nella tornata di programmazione scientifica conclusa da non molto (il <strong>settimo programma quadro</strong>, dal 2007 al 2013), vediamo che Milano ha una capacità di attrazione di progetti e finanziamenti pari a città come Barcellona e Berlino, ponendosi sesta in Europa dietro solo alle grandi capitali europee.** **Un dato eloquente viene ricordato nella più recente all Centro studi Ambrosetti: “Nella lista finale dei 400 scienziati più influenti al mondo (per Indice di citazioni) compaiono <strong>otto italiani</strong>, sei dei quali rimasti a lavorare nei centri di ricerca del paese, cinque in strutture lombarde” (<a href="http://www.ambrosetti.eu/wp-content/uploads/Ambrosetti_paper_life_sciences_final.pdf" rel="noopener">Il ruolo dell’ecosistema dell’innovazione nelle scienze della vita per la crescita e la competitività del Paese</a>, European House Ambrosetti, 2015).</p>
<p><a href="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2015/milano-capitale-ricerca-irm_milano_v1_mappa_1.png"><img src="https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2015/milano-capitale-ricerca-body-1.png.webp" alt="" width="400" height="346" loading="lazy" decoding="async">
</a></p>
<p>Spigolando fra le statistiche ci si rende conto di quanto sia ricca la mappa della ricerca di eccellenza a Milano. Dominano ovviamente le grandi università: prima di tutte l’<strong>Università degli studi</strong>, unico Ateneo italiano peraltro a far parte della <strong>rete LERU</strong>, vale a dire la rete delle università di ricerca europee, fortemente impegnata a preservare la vocazione di ricerca di base e indipendente che dovrebbe sempre caratterizzare le università. Seguono nella “classifica” dei progetti europei, il <strong>Politecnico</strong>, la <strong>Bicocca</strong>, la <strong>Bocconi</strong> e la <strong>Cattolica</strong>. Spostandosi dagli atenei agli altri enti, si nota la presenza importante degli istituti milanesi del <strong>Consiglio nazionale delle ricerche (CNR)</strong>. Non passa inosservata, infine, la preponderanza di centri clinici, farmacologici e di biomedicina pubblici e privati, come l’istituto dei tumori, l’<strong>IEO</strong>, l’<strong>IFOM</strong>, il <strong>Besta</strong>, <strong>l’Humanitas</strong>, l’<strong>Istituto Mario Negri,</strong> segno che la ricerca milanese si distingue soprattutto per la biomedicina, oltre che nei filoni dell’energia, i nuovi materiali, le biotecnologie e l’information technology.</p>
<p>Anche sul fronte del trasferimento tecnologico e dei <strong>brevetti</strong> Milano domina in Italia. Secondo i dati della Camera di Commercio, infatti, Milano deposita in media circa un quarto dei brevetti che nascono in Italia (nel 2011 sono state 70mila le domande complessive). Non altrettanto brillante la capacità di passare dalla ricerca alle applicazioni e ai brevetti da parte di Milano se la si confronta con le grandi capitali della ricerca e sviluppo europee, come Monaco, Berlino, Parigi e Londra, veri <em>hot spot</em> dell’innovazione continentale.</p>
<p><img src="https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2015/milano-capitale-ricerca-body-2.png.webp" alt="" width="556" height="285" loading="lazy" decoding="async">
</p>
<p><strong>Il CNR a Milano</strong> <br>
L’Area della Ricerca del CNR di Milano di via Corti 12 nasce nel 1978 con l’insediamento di cinque Istituti di Ricerca nel complesso edilizio di via Bassini, cuore del tradizionale centro della vita scientifica milanese, in piena Città Studi, tra il Politecnico e altri Istituti Scientifici. Con la nuova sede di via Corti e la ristrutturazione di due piani dell’edificio di via Bassini, si stima che nell’area confluiranno un totale di 9 dei 28 Istituti CNR presenti in tutta la Lombardia, dove lavorano 1100 addetti fra ricercatori, tecnici e amministrativi. Il CNR collabora con 200 fra Università, centri di ricerca e imprese della Lombardia; altre 654 collaborazioni riguardano istituzioni sparse in Italia; 300 in Europa e più di 100 nel mondo. Da alcuni dati risulta che i 1.094 ricercatori del  CNR hanno potuto contare su un finanziamento complessivo di circa 26 milioni di euro, l’83% ottenuto da fonti esterne. Questi finanziamenti hanno consentito di produrre 7.373 pubblicazioni di standard internazionale e 137 brevetti, oltre a numerosissimi rapporti tecnici ed altre attività in ambito formativo e applicativo. Gli istituti CNR presenti a Milano comprendono quasi tutti i principali ambiti disciplinari: dalla fisica alla chimica; dalla biologia vegetale alle tecnologie avanzate. <em>(Alba L’Astorina)</em><br>
<strong>Dettaglio progetti/ istituti Mi del CNR</strong><br>
<a href="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2015/milano-capitale-ricerca-irm_milano_v1_cnr_0.jpg"><img src="https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2015/milano-capitale-ricerca-body-3.jpg.webp" alt="" width="400" height="143" loading="lazy" decoding="async">
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<h2 id="il-primato-biomedico">Il primato biomedico</h2><p>In campo medico l’ecosistema milanese è straordinariamente ricco e diversificato. Dall’avventura dell’Istituto nazionale dei tumori, <strong>Umberto Veronesi</strong> fonda nel 1994 l’<strong>Istituto Europeo di Oncologia (IEO)</strong>, in via Ripamonti, nel Parco Agricolo Sud Milano. Il suo Dipartimento di oncologia sperimentale è certamente uno degli avamposti della ricerca avanzata in Italia e nel mondo. Lo dirige <strong>Pier Giuseppe Pelicci</strong>. I suoi studi vertono essenzialmente sulla genesi delle leucemie e sulla traduzione dei segnali cellulari. Nel 2000 il suo gruppo è stato il primo a individuare il gene P66, capace di controllare nel topo la longevità. Negli ultimi anni le sue ricerche si sono concentrate sui meccanismi di accensione e spegnimento delle onco-proteine. Ha individuato anche i meccanismi molecolari che portano alla trasformazione di una cellula staminale normale in cellula tumorale, scoprendo così nuovi bersagli terapeutici. </p>
<p>Dal 2007 il Dipartimento di oncologia sperimentale di IEO si è unito all&rsquo;<strong>Istituto FIRC di oncologia molecolare (IFOM)</strong> nella nuova sede di via Adamello. IFOM è un centro di ricerca internazionale dedicato allo studio della formazione e dello sviluppo dei tumori a livello molecolare, nell&rsquo;ottica di un rapido trasferimento dei risultati dal laboratorio alla pratica diagnostica e terapeutica. Oltre che a  Milano, l‘IFOM ha laboratori a Singapore e in India, a Bangalore. Nella sede milanese lavorano circa 300 ricercatori, di cui circa un quarto proviene da 27 Paesi e con una percentuale femminile del 60%. Qui lavora <strong>Elisabetta Dejana</strong>, responsabile del programma IFOM di angiogenesi e autrice di oltre 300 studi pubblicati sulle riviste scientifiche più accreditate. La sua ricerca più importante risale agli anni ’90, quando la scienziata individua una proteina &ldquo;adesiva&rdquo; che, allo stesso modo di una cerniera lampo tiene unite tra di loro le cellule del tessuto endoteliale (la cosiddetta VE-Caderina). Questa proteina ha un ruolo chiave nel processo di vascolarizzazione dei tumori e, quindi, costituisce un importante bersaglio per le terapie oncologiche. </p>
<p>A Milano l’IRCCS pubblico con maggiore produzione scientifica è l’<strong>Ospedale Maggiore</strong> (direzione scientifica di Pier Mannuccio Mannucci), dove fin dai tempi di Mangiagalli si è fatto strada il concetto di medicina traslazionale, quando ancora non si chiamava così (vedi sotto). Fra le tante specialità di punta dell’ospedale, i ranking di eccellenza scientifica segnalano la neurologia, diretta da <strong>Nereo Bresolin</strong>, che ha dato negli ultimi anni ottimi risultati nel campo delle malattie neuromuscolari (come la distrofia muscolare) e neurodegenerative (Alzheimer e Sclerosi multipla). Al <strong>Centro Dino Ferrari</strong>, il gruppo di Bresolin lavora in particolare sul trapianto di cellule staminali nelle malattie neuromuscolari. </p>
<p>All’avanguardia è anche il <strong>Centro Angelo Bianchi Bonomi per la lotta alle malattie emorragiche e trombotiche</strong>, ora diretto da <strong>Flora Peyvanti</strong>. Ultima ricerca in ordine di tempo sull&rsquo;emofilia, lo studio randomizzato e condotto su pazienti in cinque continenti, che ha mostrato la superiorità dei derivati naturali del plasma sui farmaci biotecnologici per quanto riguarda il livello di immunogenicità che inducono nell’organismo del paziente.I derivati del plasma che si tengono dai centri trasfusionali, spiega lo studio Sippet, è in grado di provocare una minore risposta di anticorpi (e quindi di compromettere le cure) rispetto alle terapie con fattori ricombinanti. La Ca’ Granda vanta anche - secondo la classifica redatta da Expertscape - il migliore centro mondiale per la ricerca e la cura dell’endometriosi, diretto da <strong>Paolo Vercellini</strong>.</p>
<p>Tornando verso Città Studi, nella sede di via Viotti di <strong>Unistem</strong> ha lavorato a lungo un’altra donna-simbolo della scienza milanese: <strong>Elena Cattaneo</strong>, ora in forza al nuovo <strong>istituto Nazionale di Genetica Molecolare</strong>. I più la conoscono come senatore a vita, nominata nell’ultima tornata da Giorgio Napolitano insieme a Renzo Piano, Claudio Abbado e Carlo Rubbia. Ma ciò per cui è diventata famosa è lo studio delle cellule staminali embrionali, materia controversa - come è noto - ma che dà grandi speranze per la comprensione e la cura delle malattie. Dalla loro straordinaria capacità di svilupparsi dallo stato indeterminato in cui si trovano nelle linee cellulari specializzate che costituiscono il nostro organismo, deriva il valore di queste staminali, e anche la sfida di governarle in questo sviluppo senza che degenerino verso forme tumorali. Elena Cattaneo dirige una serie di ricerche volte in buona parte a “addomesticare” queste cellule, in modo che in futuro possano davvero aprire le porte di una nuova medicina: la medicina rigenerativa, che infondendo cellule staminali sane nell’organismo bersaglio possa riparare lesioni e curare malattie, da malattie rare a le piaghe dell’Alzheimer e del cancro. Prospettive lontane, si dirà, ma già qualche segnale del corretto funzionamento delle staminali la ricerca medica ce lo sta inviando. </p>
<p><strong>Luigi Naldini</strong>, per esempio, attuale direttore dell’<strong>Istituto San Raffaele-Telethon per la terapia genica (TIGET)</strong> di Milano, è riuscito per la prima volta nel mondo a curare due malattie rare di natura ereditaria correggendo il gene difettoso responsabile della malattia e reinserendolo nei piccoli pazienti, avvalendosi anche di cellule staminali. E’ dal 1990 che in tutto il mondo gruppi di ricerca cercano di “correggere il codice”: uno dei primi è stato <strong>Claudio Bordignon</strong>, altro scienziato di punta del San Raffaele che ora ha creato una sua azienda biotecnologica (<strong>Molmed</strong>) proprio per provare a commercializzare queste terapie d’avanguardia. Un’altro medico-ricercatore che ha collaborato al successo della terapia genica è l’immunologa <strong>Maria Grazia Roncarolo</strong>, a lungo direttore scientifico del San Raffaele. Nell’ambito delle malattie genetiche le sue ricerche sui bambini affetti da immunodeficienza combinata grave (SCID) hanno reso il San Raffaele di Milano il centro di riferimento mondiale per la cura di una di queste rarissime malattie. Nel 2002 per la prima volta al mondo, Roncarolo con la sua équipe ha messo a punto un protocollo clinico con utilizzo di cellule staminali adulte, che ha portato al successo la terapia genica per l’ADA-SCID, assicurando la correzione a lungo termine dei sintomi della malattia. Fra i pionieri di questi lavori c&rsquo;è l&rsquo;immunologo <strong>Mago Mario Clerici</strong> (Università degli Studi di Mlano), da tempo fra i massimi esperti di AIDS e ai vertici del ranking nel Citation Index.  C’è chi scommette che uno dei prossimi Nobel per la medicina possa riguardare proprio la terapia genica. </p>
<p>Queste ricerche genetiche e oncologiche non sarebbero mai potute essere condotte in Italia senza il finanziamento di fondazioni come <strong>Telethon</strong> e <strong>AIRC</strong>, ambedue fiorite a Milano. Il loro contributo alla scienza non è peraltro solo quello economico, ma anche nel metodo di valutazione rigorosa del valore scientifico dei progetti da finanziare basato sulla revisione dei pari secondo regole ben codificate (<em>peer-review</em>), comunemente in uso negli Stati uniti e in altri paesi europei ma non Italia. Un notevolissimo contributo alle ricerche di medicina, ma anche di altre discipline scientifiche, arriva anche dalla <strong>Fondazione Cariplo</strong>, che ogni anno investe quasi 30 milioni di euro in più di 100 progetti di ricerca nel distretto milanese e lombardo. In questo campo anche la Regione Lombardia interviene con finanziamenti attraverso la <strong>Fondazione Regionale per la Ricerca Biomedica</strong>, diretta da <strong>Aldo Tagliabue</strong>, a cui si deve nel 2015 un bando per supportare da 3 a 5 grandi progetti per un importo complessivo di 15 milioni di euro (vedi articolo).</p>
<p>Un altro centro di eccellenza della ricerca medica si trova in realtà alle porte di Milano: a Rozzano. E’ il centro clinico <strong>Humanitas</strong>, a un tempo ospedale, università e grande laboratorio con oltre duecento ricercatori. Lo dirige <strong>Alberto Mantovani</strong>, immunologo a cui si deve la scoperta fondamentale della relazione fra infiammazione e sviluppo tumorale. Sua è anche l’identificazione delle chemochine e di altre componenti fondamentali del sistema immunitario. Suo è l’indice di citazioni dalla letteratura scientifica internazionale più alto di tutti gli ricercatori che lavorano in Italia in tutti i campi della scienza.</p>
<p>Molti di questi ricercatori sono cresciuti in un altro centro di ricerca storico di Milano, l’<strong>Istituto di ricerche farmacologiche Mario Negri,</strong> fondato da <strong>Silvio Garattini</strong> nel 1960. Lo si potrebbe definire la coscienza critica del mondo dei farmaci, e non solo. Da sempre infatti Garattini e suoi ricercatori (più di un migliaio fra le sedi di Milano, Bergamo e Santa Maria Imbaro presso Chieti) svolgono ricerche su farmaci e sostanze chimiche in modo indipendente dall’industria, promuovendo i medicinali davvero innovativi rispetto a quelli esistenti e stigmatizzando invece il fenomeno molto diffuso dei <em>farmaci fotocopia</em> che non aggiungono nulla in fatto di efficacia all’esistente. </p>
<p>In questo filone si iscrive la nascita del braccio italiano della <em>Cochrane Collaboration</em>, diretta fino alla sua morte prematura da <strong>Alessandro Liberati (1954-2012</strong>). La Cochrane esamina attraverso &ldquo;revisioni sistematiche&rdquo; tutta la letteratura scientifica attenente a un determinato farmaco, cura o intervento diagnostico per valutarne oggettivamente il grado di efficacia. Si tratta di un vaglio impietoso e benefico, che condanna alla futilità una quota non insignificante della medicina in cui crediamo (per non parlare di quella palesemente ascientifica come l’omeopatia), e che rappresenta uno strumento essenziale di consapevolezza sia per decidere come curarsi, sia per approntare politiche sanitarie basate su prove di efficacia e non su miti o spinte commerciali. </p>
<p>Non solo di farmaci si occupa il &ldquo;Mario Negri”, ma anche di epidemiologia, cuore, cervello, reni: il direttore del centro bergamasco dell’istituto, <strong>Giuseppe Remuzzi</strong>, ha dato contributi fondamentali nel campo delle terapie antirigetto del trapianto di reni. Quest&rsquo;anno Remuzzi è stato nominato per chiara fama professore di Nefrologia del Dipartimento di Scienze Biomediche e Cliniche dell&rsquo;Università di Milano. Al &ldquo;Negri&rdquo; ci si occupa anche di tossicologia ambientale. Ha fatto scalpore per esempio la ricerca condotta dal Mario Negri sui metaboliti di sostanze stupefacenti nelle acque di Milano (fra Lambro e Navigli), che regolarmente aumentano durante i fine settimana. Ma anche dell’inquinamento da ormoni e altre sostanze di origine farmaceutica che oltre a costituire un problema per pesci e altri organismi acquatici, lentamente migrano nelle falde sotterranee.</p>
<h2 id="scienza-e-anti-scienza">Scienza e anti scienza</h2><p>La ricerca biomedica in particolare è stata messa a dura prova negli ultimi tempi da una serie di iniziative che ne hanno messo in discussione la sua stessa ragion d&rsquo;essere. Ci riferiamo in particolare all’offensiva animalista contro la <strong>sperimentazione animale</strong>, che è arrivata a segnare a dito questi e altri ricercatori come vivisettori. In ordine di tempo l’ultima fiammata pro-animali e anti-ricercatori si è verificata in occasione del recepimento della direttiva europea che dovrebbe normare al meglio l’uso di modelli animali per scopi sperimentali. Mentre negli altri paesi, pure con qualche polemica, la direttiva è stata recepita senza modifiche, in Italia una potente lobby è riuscita a condizionare il Parlamento al punto da far passare pesanti restrizioni alla sperimentazione. Silvio Garattini, Elena Cattaneo e molti altri hanno cercato di contrastare la visione romantica e un po’ infantile secondo la quale la medicina possa già oggi fare a meno del contributo degli animali da laboratorio. Gli importanti risultati sull’AIDS o nella lotta ai tumori sarebbero impensabili senza la sperimentazione su modelli animali (al 95% topi di laboratorio). Ma i richiami alla ragione, se hanno evitato il peggio, non sono riusciti evitare dal tutto modifiche peggiorative della legge che di fatto nei prossimi anni potrebbe rendere più difficile la nascita di laboratori di biologia e medicina sperimentale in Italia. </p>
<p>Un’altra vicenda molto dolorosa per il coinvolgimento di malati e famiglie è il <strong>caso Stamina</strong> la cura-truffa di Davide Vannoni basata su un cocktail privo di basi scientifiche su presunte staminali somministrate a pazienti affetti da malattie più o meno rare (spesso bambini). Lo scandalo ha riguardato soprattutto la Lombardia e in particolare gli spedali civili di Brescia, che hanno incredibilmente acconsentito per un certo periodo alla cura. Anche in questo caso la comunità scientifica milanese si è particolarmente distinta (in primis Elena Cattaneo, Giuseppe Remuzzi, Michele De Luca e altri importanti staminologi) a contrastate le illusioni di famiglie adescate dalla speranza irrealistica di una guarigione facile. Si è trattato di un altro caso Di Bella, forse peggiore di quello per la presenza, mentre scriviamo ancora al vaglio della magistratura, di interessi commerciali che suggeriscono il sospetto di una vera e propria truffa.</p>
<p>In queste battaglie si è distinto in particolare il <strong>Gruppo 2003 per la ricerca scientifica</strong>, una associazione nata a Milano che raduna i ricercatori italiani più citati nella letteratura internazionale, fra cui in campo medico <strong>Silvio Garattini, Pier Mannuccio Mannucci, Giuseppe Remuzzi, Alberto Mantovani, Mago Mario Clerici, Gaetano Di Chiara, Giuseppe Mancia, Carlo La Vecchia e Maria Grazia Roncarolo</strong>, ma anche gli astrofisici <strong>Tommaso Maccacaro, Isabella Gioia e Filippo Frontera</strong>, la farmacologa <strong>Maria Pia Abbracchio</strong>, il fisico <strong>Giorgio Parisi</strong>, i chimici <strong>Vincenzo Balzani e Luigi Nicolais</strong>, il matematico <strong>Franco Brezzi</strong>, il computer scientist <strong>Marco Ajmone Marsan</strong> e il neuroscienziato <strong>Giacomo Rizzolatti</strong>, per citarne solo alcuni (vedi l&rsquo;<a href="http://www.gruppo2003.org/node/7" rel="noopener">elenco completo</a>). Le finalità del Gruppo sono da un lato la promozione e la difesa della cultura scientifica, e dall’altro una riforma del sistema della ricerca in senso meritocratico. Le due proposte più note in questo senso sono l’abolizione del valore legale del titolo di studio e la sostituzione degli organi ministeriali con una Agenzia italiana per la ricerca scientifica (AIRS), possibilmente collocata a Milano, che gestisca l’organizzazione di bandi e l’attribuzione di fondi alla ricerca attraverso il metodo della peer-review e istituendo controlli adeguati. “L’agenzia deve essere caratterizzata da flessibilità, efficienza e rigore, utilizzando tutti i fondi disponibili per la ricerca, che oggi invece si disperdono in mille rivoli e sono soggetti alla discrezionalità dei burocrati”, si legge in un documento del Gruppo 2003.</p>
<h2 id="dalle-particelle-al-cosmo">Dalle particelle al cosmo</h2><p>Oggi la grande ricerca vive di collaborazioni internazionali, e volerla confinare a un territorio, peggio ancora dentro i confini di una città, rischia di tradire il suo spirito. Lo scienziato è globe-trotter per natura, anche se in Italia lo è soprattutto per necessità. Ma la fuga dei cervelli non è affatto una cosa riprovevole, sempre che i cervelli, oltre che fuggire, venissero anche attratti in Italia, cosa ancora piuttosto difficile per una serie di ragioni. Diciamo quindi che osservare l’attività scientifica dalla specola di Milano è riduttivo, ma allo stesso tempo è un esercizio interessante, che mostra quali e quanti fili leghino i nostri ricercatori al resto del mondo.</p>
<p>Nella fisica Milano è in effetti terra di grandi forze centrifughe fin dai tempi di Giuseppe Occhialini. Negli ultimi anni molti cervelli milanesi, coordinati dall&rsquo;<strong>Istituto Nazionale di Fisica Nucleare (INFN)</strong> che ha Milano è presente con le due Sezioni di Milano e Milano Bicocca, sono stati catturati dal <strong>Large Hadron Collider (LHC) del CERN di Ginevra</strong> (al quale l&rsquo;Italia con l&rsquo;INFN ha dato contributi fondamentali), con risultati culminati nella scoperta del Bosone di Higgs e nel conseguente Nobel per la fisica del 2013. E’ stato difficile scegliere a chi dare il Nobel. Gli accademici svedesi se la sono cavata conferendolo agli ultraottantenii Peter Higgs e Francois Englert, che ne hanno previsto l’esistenza in modo indipendente nel 1964. Tuttavia si tratta di uno dei Nobel più partecipati del secolo, visto che è stato di fatto dedicato a tutti gli “sperimentali&rdquo; (più di tremila persone) che lo hanno effettivamente trovato facendo scontrare milioni di volte particelle nel grande anello sotterraneo del Cern. Fra questi la comunità italiana è la più numerosa, e i milanesi si contano a decine. A partire da <strong>Fabiola Gianotti</strong>, che è stata responsabile del progetto ATLAS, che si è laureata in fisica a Milano nel 1989 per poi prendere la via del Cern nel 1994, e di cui da gennaio sarà direttore generale. E’ stata sua la leadership di uno dei due esperimenti chiave per la scoperta del bosone ed è stata lei a dare al mondo l&rsquo;annuncio della scoperta 4 luglio 2012, assieme a Joe Incandela leader di CMS, l&rsquo;altro esperimento artefice del clamoroso risultato. Una responsabilità che le ha fruttato numerosi riconoscimenti, e di fatto il Nobel per procura. Prima ancora dell’exploit, comunque, il giornale inglese &ldquo;The Guardian” la ha inserita fra le &ldquo;100 most inspirational women&rdquo; in tutti i campi  (di cui 7 nel campo scientifico e medico). Da Milano arriva anche <strong>Lucio Rossi</strong>, di fatto colui che si è occupato dei giganteschi magneti superconduttori del Large Hadron Collider ginevrino. Anch’egli laureato in Fisica nel 1980 e dal 1992 professore del Dipartimento di Fisica dell&rsquo;Università di Milano, si è affermato fra i massimi esperti nell’uso di questi materiali nella fisica delle particelle e fisica nucleare. Dopo aver installato i magneti al LHC è stato nominato responsabile del progetto High Luminosity LHC. </p>
<p>I Dipartimenti di fisica e le Sezioni INFN di Milano Statale e Bicocca hanno decine di ricercatori che pendolano fra Milano e Ginevra, da <strong>Laura Perini</strong> a <strong>Marcello Fanti</strong> a <strong>Luigi Moroni:</strong> chi si è occupato della costruzione del calorimetro elettromagnetico del LHC, cruciale per la scoperta, e dei rivelatori di silicio; chi nell’analisi dei decadimenti del bosone in fotoni e leptoni. Chi ancora nello sviluppo delle infrastrutture di calcolo distribuito necessarie all&rsquo;immagazzinamento e all&rsquo;analisi della enorme mole di dati raccolti.</p>
<p>Milano guarda anche al <strong>cosmo</strong>. E se nell’Ottocento e ancora nei primi del Novecento si puntava il telescopio rifrattore Merz al cielo di Milano dalla <strong>specola di Brera</strong>, ora si alternano viaggi di lavoro nei mega osservatori sulla cordigliera delle Ande, alle Canarie o in cima ai vulcani delle Haway, dove l’atmosfera è ancora decentemente pulita e rarefatta, con lunghe sessioni di calcolo e interpretazione dei dati riportati a casa - in Osservatorio o in università - in dischi abbastanza capienti. “In effetti il mestiere dell’astrofisico è molto cambiato dai tempi di Schiaparelli e Celoria” racconta nella sede dell’Osservatorio di Brera <strong>Tommaso Maccacaro</strong>, già direttore dell’Osservatorio e presidente dell’Istituto nazionale di Astrofisica (INAF). “Oggi si lavora soprattutto sui dati, e non si lavora più solo sulla lunghezza d’onda del visibile, ma un po’ su tutte, dall’infrarosso, alle onde radio ai raggi x”. I circa sessanta ricercatori distribuiti fra l’Osservatorio d Brera e quello di Merate seguono vari filoni di ricerca: dallo studio dei nuclei galattici attivi (vale a dire quelle galassie che serbano in seno buchi neri di massa enorme, miliardi di volte quella del Sole, e pertanto sede di fenomeni fisici molto “vivaci”), alla ricerca degli esopianeti (cioè pianeti che ruotano intorno ad altre stelle) che ora vengono osservati dal telescopio nazionale Galilei installato alle Canarie. Negli ultimi anni la cosmologia ha fatto passi da gigante nell’avvicinarsi ai primi momenti di vita dell’universo dopo il Big Bang. All’INAF di Milano <strong>Marco Bersanelli</strong>, ad esempio, ha svolto un ruolo di primo piano nella missione Planck, in cui il satellite ha scattato una “foto” straordinariamente dettagliata dell’universo e della sua radiazione cosmica di fondo come appariva appena 380mila anni dopo l’esplosione primigenia. Prima era impossibile rilevarla perché i fotoni non riuscivano ancora a liberarsi dal miscuglio originario di materia e radiazione. Quell’immagine ottenuto dal telescopio orbitante Planck è di straordinaria importanza perché ci dà nuove informazioni su come si sono formate le galassie, e nel contempo apre nuovi dubbi sul fatto che l’Universo sia simmetrico in tutte le direzioni o piuttosto profondamente disomogeneo e ancora da scoprire.</p>
<p>Il cosmo, le stelle e lo spazio non sono studiati solo all’Osservatorio. Al Politecnico di Milano, per esempio, l’ingegneria spaziale ha avuto in <strong>Amalia Ercoli Finzi</strong> un personaggio di primo piano a livello internazionale. Con lei, infatti, prima donna laureatasi al Politecnico di Milano in ingegneria aeronautica e ancora oggi professore emerito dell’Ateneo, l’Italia ha contribuito significativamente a molte missioni spaziali europea. La sonda Rosetta, lanciata dall’ESA nel marzo del 2004, dopo aver sorvolato Marte e più volte la Terra, si è inoltrata negli spazi cosmici profondi dove è entrata in “ibernazione” (dal luglio 2011 al gennaio 2014) e quindi ha agganciato la cometa <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/67P/Churyumov-Gerasimenko" rel="noopener">67P/Churyumov-Gerasimenko</a> sula quale a novembre 2014 ha fatto atterrare un modulo in grado di sondare il nucleo della cometa.</p>
<h2 id="milano-politecnica">Milano politecnica</h2><p><em>&ldquo;Sotto un titolo che ad alcuno sembrerà per avventura ambizioso, noi divisiamo annunciare la più modesta delle intenzioni, quella cioè di appianare ai nostri concittadini con una raccolta periodica la più pronta cognizione di quella parte di vero che dalle ardue regioni dell Scienza può facilmente condursi a fecondare il campo della Pratica, e crescere sussidio e conforto alla prosperità comune e alla convivenza civile. Desiderosi di pur giovare anche nella debolezza dei nostri studj: obbedienti alla voce del secolo che preferisce allo splendore delle teorie i pazienti servigi dell&rsquo;Arte: persuasi che ogni scienza più speculativa deve tosto o tardi anche da&rsquo; suoi più aridi rami produrre qualche insapettato frutto all&rsquo;umana società: noi intendiamo farci quasi interpreti e mediatori fra le contemplazioni dei pochi e le abitudini dei molti”</em>. Così Carlo Cattaneo presentava la rivista &ldquo;il Politecnico”, titolo <em>ambizioso</em> che si faceva portatore delle <em>modesta intenzione</em> di rendere la cultura utile al progresso civile e sociale delle moltitudini (&ldquo;le abitudini dei molti”). E benché la visione dominante della cultura in Italia abbia preso in realtà la strada dell’idealismo e degli studi letterari, Milano ha mantenuto l’imprinting della cultura politecnica proposta dagli illuministi lombardi e poi dal Cattaneo. </p>
<p>Il <strong>Politecnico di Milano</strong> - nel nome stesso - ne è un esempio. Attivo nelle scienze spaziali ma anche nelle nanotecnologie con laboratori all’avanguardia; nella robotica come nella nuova disciplina della ingegneria matematica, oggi il Politecnico di Milano ha superato le aspettative dei suoi fondatori: oggi è la più grande scuola di architettura, design e ingegneria d’Italia ed è considerato dal QS World University Rankings tra le migliori università scientifico-tecnologiche del mondo. Secondo la classifica del 2013, è ventottesima nel mondo, nona in Europa e prima in Italia fra le università tecniche. </p>
<p>Al di là di date classifiche, il “Polimi” si sente internazionale, tanto che ha attivato molti insegnamenti in inglese e ha già oggi il 20% degli studenti provenienti da oltre cento paesi (la media degli atenei italiani è del 4,23%). E internazionale è anche la ricerca, che vede infatti il Politecnico primeggiare a Milano quanto a progetti europei. I programmi di ricerca fanno riferimento a quindici aree strategiche, in particolare nei campi dell’energia, dei trasporti, della progettazione, della matematica e dell’information technology, dell’ambiente costruito e dei beni culturali, con oltre 130 laboratori. Di questi i più noti sono il <strong>Laboratorio per i Crash test dei veicoli</strong>, la <strong>Galleria del Vento</strong> e il <strong>Laboratorio di Modellistica e calcolo scientifico</strong>, diretto da <strong>Alfio Quarteroni</strong>, matematico noto ai più per aver ottimizzato con i suoi calcoli l’aerodinamica e l’idrodinamica di Alinghi, la barca a vela svizzera che ha vinto due edizioni della Coppa America nel 2003 e nel 2007. Ma il campo di indagine del suo laboratorio è molto ampio e comprende l’applicazione della matematica e della geometria praticamente a tutti i sistemi complessi che si possono avvantaggiare di opportune modellizzazioni: è il caso della medicina (importante per esempio la “matematizzazione” del flusso sanguigno), di fenomeni naturali come terremoti  e alluvioni, o nuovi ritrovati tecnologici da testare con i modelli prima della loro effettiva produzione.</p>
<p>Fra Politecnico, Università degli Studi, Bicocca e CNR a Milano negli ultimi quindici anni si è assistito a una forte concentrazione di laboratori e spin-off biotecnologiche, nanotecologiche e di scienza dei materiali: è una rete di ricerca industriale e - come la si chiama adesso - “pre-competitiva”, destinata a preparare nuovi prototipi innovativi per un eventuale esordio sui mercati. Dal <strong>Laboratorio di tecniche laser avanzate</strong> del Politecnico diretto da <strong>Barbara Previtali</strong>, al <strong>Centro Prometeo per l trattamento dei materiali con il plasma</strong>, della <strong>Bicocca</strong>; dal <strong>Biotechnicum</strong> per industrializzare i prodotti biotecnologici (<strong>Danilo Porro</strong>) al centro <strong>Mib Solar</strong> (<strong>Gianfranco Pacchioni)</strong> che studia le nuove forme di impianti fotovoltaici, la ricerca a forte impronta tecnologica sta seminando nuovi brevetti e iniziative imprenditoriali. </p>
<p>Sempre a Milano-Bicocca due ricercatori - <strong>Francesco Meinardi</strong> e <strong>Sergio Brovelli</strong> - hanno messo a punto &ldquo;<strong>concentratori solari luminescenti</strong>&rdquo; (LSC) in una lastra di plastica, lasciando così spazio anche alla fantasia di architetti e designer. Si tratta  di un dispositivo che combina due materiali con proprietà ottiche differenti, sfruttando la loro complementarietà. La lastra di plastica trasparente è <em>‘arricchita’</em> con nanoparticelle di <em>semiconduttore</em>, capaci di assorbire ed emettere fotoni quando colpite da luce visibile; la luce emessa da questi <em>cromofori</em> viaggia all&rsquo;interno della lastra, proprio come fa in una fibra ottica usata per le telecomunicazioni, ed è infine convertita in elettricità da piccole celle fotovoltaiche collocate fine lungo il perimetro del dispositivo. Pubblicato su <em>Nature Phisics</em>, la ricerca fa sperare in un salto di qualità, durata e efficacia del nuovo fotovoltaico basato su concertatori della scala dei nanomateriali, quindi intorno al miliardesimo di metro. Il problema è ora passare dalla ricerca all’applicazione industriale.</p>
<p>“Quando si considera il rapporto fra ricerca e industria non bisogna fare l’errore di parlare da un lato di ricerca di base, e dell’altro di ricerca applicata: è una divisione che non ha senso. Tutta la ricerca, anche quella apparentemente più astratta, è applicata, nel senso che prima o poi cerca di avere ricadute pratiche” spiega Paolo Milani. Chi è <strong>Paolo Milani</strong>: uno scienziato o un businessman? E se fosse tutti e due? La storia di Milani è esemplare di come la ricerca contemporanea non si faccia più inquadrare nelle tradizionali divisioni fra scienze della vita e della materia, e fra laboratorio e sviluppo industriale. Dal punto di vista accademico, Milani insegna nanotecologia al Dipartimento di Fisica dell’Università. Diciamo che è un “artigiano&rdquo; del XXI secolo: dai suoi studi escono materiali nanostrutturati e dispositivi che servono vuoi per diagnosi di tumori in vitro, vuoi per neurostimolazioni per traumi del midollo spinale. Per ciascuna di queste applicazioni ha depositato brevetti e fondato tre società. Poi però Milani si toglie il cappello di professore e nel resto della giornata collabora con la <strong>Fondazione Filarete</strong>, che si regge su un mix inedito di profit e non profit costituito da università di Milano, Fondazione Cariplo e Banca Intesa. La sede di 6.000 metri quadrati in viale Ortles ospita per ora una ventina di imprese che vogliono delocalizzare la ricerca, e funge da acceleratore per quei progetti industriali che promettono di portare le idee che nascono nei laboratori sul mercato. Di nuovo, gli ambiti sono le biotecnologie e i nanomateriali, con sbocchi nel farmaceutico, nella nutraceutica (che consiste nella individuazione di principi alimentari attivi anche nella cura di malattie), o nella medicina rigenerativa.“Serve avere un tessuto connettivo che renda l’innovazione fruibile&rdquo; conclude Milani.</p>
<p>C’è poi chi affianca l’industria manifatturiera anche più tradizionale - spina dorsale dell’economia italiana - con ricerche volte a rendere la fabbrica sempre più “intelligente”, digitalizzata e robotizzata. Oltre al Politecnico, interviene in questo ambito il CNR con l&rsquo;<strong>Istituto di tecnologia industriale e automazione (ITIA)</strong> diretto da <strong>Tullio Tolio</strong>, ricchissimo di progetti di robotica e meccatronica, ma anche attivo sulle innovazioni logistiche e organizzative. Fra i 14 istituti del CNR milanese che si sono aggiudicati progetti europei del settimo programma quadro (2007-2013), l’ITIA ne ha portati a casa addirittura 30, quasi un record italiano.</p>
<p><strong>Un sogno chiamato grafene</strong><br>
Uno dei materiali nanotecnologici più promettenti è il grafene, a cui non a caso la Commissione europea ha dedicato un progetto bandiera da 1 miliardo di euro che mette insieme 126 gruppi di ricerca in 17 paesi. Il grafene altro non è che un foglietto bidimensionale di atomi di carbonio, che compone - strato su strato - la comune grafite delle matite. Praticamente non ha spessore, è flessibile, ma anche più resistente dell’acciaio… e trasparente. E’ impermeabile al 100%, ma è anche il materiale che la mondo conduce meglio l’elettricità. Impossibile trovare tante qualità in un unico materiale per giunta così impalpabile. Ed è questo che ne fa il sacro graal della nanotecnologia, impiegabile in molti ambiti, dall’elettronica ai lubrificanti tecnici, dall’aerospazio ai materiali sportivi. Se un tempo c’era la Silcon valley, ora c’è chi scommette nella Graphene valley. Anche la ricerca italiana è coinvolta nel progetto europeo Graphene. Il leader nazionale è il CNR, ma a Milano è il Politecnico a seguire il progetto, con il Dipartimento di Fisica e il laboratorio LNESS del polo distaccato di Como. I ricercatori di Polimi sono coinvolti in due delle quindici attività strategiche del progetto europeo: fotonica e nanoelettronica. Fra questi c’è <strong>Guido Cerullo</strong>, classe 1965, laureato in ingegneria elettronica al Politecnico nel 1988 e poi salito fino alla cattedra di fisica come professore straordinario. Nell&rsquo;ambito del progetto Graphene, il gruppo di Cerullo studia le eccezionali proprietà elettriche e ottiche del materiale. &ldquo;Il grafene costituisce una piattaforma rivoluzionaria, che ci consentirà di migliorare e creare nuovi dispositivi ottici, per le telecomunicazioni, il fotovoltaico, la diagnostica medica, con prestazioni finora impensabili&rdquo;, ha dichiarato Cerullo all&rsquo;avvio ufficiale del progetto bandiera, nel gennaio 2013. <strong>Roman Sordan</strong>, invece, è il referente del team dei fisici nano-elettronici del Laboratorio LNESS del Politecnico. L&rsquo;ambizione del suo gruppo è quella di superare col grafene i limiti imposti dalla legge di Moore per la potenza di calcolo nei computer, riuscendo a sostituire col grafene i circuiti standard a semiconduttore. Del team del LENNS coinvolto in graphene fa parte anche un altro giovane ricercatore straniero, <strong>Daniel Chrastina</strong>, Honors Deegre in Fisica all&rsquo;Università di Cambridge, dal 2001 è in forza a Milano come esperto di deposizione di materiali semiconduttori: Chrastina si è guadagnato nel 2012, insieme ad altri ricercatori di Milano-Bicocca, la copertina di Science per aver introdotto una tecnica innovativa nella produzione di materiali hi-tech. Non è più a Milano, ma viene dalla scuola del Politecnico anche <strong>Andrea Ferrari</strong>, classe 1973, laureato in Ingegneria Nucleare al Politecnico nel 1997 e ora docente di Nanotecnologie all&rsquo;Università di Cambridge. E&rsquo; riconosciuto uno dei maggiori esperti internazionali di materiali nano-strutturati a base di carbonio. Con <strong>Vincenzo Palermo</strong> dell&rsquo;ISOF di Bologna è stato tra i primi proponenti del progetto Graphene e tra i leader della cordata italiana, ed è ora direttore del nuovo Graphene Center di Cambridge. (<em>Marco Milano</em>)</p>
<h2 id="comunicare-con-la-luce">Comunicare con la luce</h2><p>La fotonica è una delle principali tecnologie individuate dalla Commissione Europea come <em>chiave abilitante</em> (KET, Key Enabling Technologies) per far fronte ad alcune delle più importanti sfide per migliorare la qualità di vita della popolazione, come la progettazione delle <em>smart cities</em>. La possibilità di controllare moto e propagazione della luce fino al livello dei fotoni - questa è la caratteristica peculiare di questa branca dell&rsquo;ottica - ha consentito, infatti, una crescita costante della pervasività di molte delle sue applicazioni in campo industriale e nell’uso quotidiano. Più di altre applicazioni tecnologiche, spesso ancora solo &lsquo;futuribili&rsquo;, i prodotti della fotonica sono già presenti, dai lettori laser per i dispositivi di memorizzazione dati (CD, dvd) fino ad applicazioni in medicina e, ovviamente, in telecomunicazione. E&rsquo; sufficiente pensare alla fitta rete di trasmissione dell&rsquo;enorme quantità di dati che quotidianamente viaggia per sostenere le comunicazioni via internet per valutare l&rsquo;importanza strategica di questa tecnologia.</p>
<p>In termini d&rsquo;impatto industriale ed economico si tratta di un fatturato mondiale stimato in circa 300 miliardi di euro, con una crescita annua che oscilla tra l'8 e il 10% e di cui l&rsquo;Europa detiene il 20% a livello mondiale. Solo in Italia, la fotonica interessa il 30% delle cosiddette Tecnologie Prioritarie, con ulteriori possibilità di crescita e innovazione,  soprattutto nelle tecnologie che fanno uso di materiali e dispositivi optoelettronici (una combinazione di semiconduttori al silicio, lenti e fibre ottiche).</p>
<p>Uno dei centri di eccellenza italiani in questo settore si trova presso i <strong>Laboratori di Ottica del Politecnico di Milano</strong>, che ha inoltre ospitato il primo dispositivo laser realizzato nei laboratori di fisica nei primi anni &lsquo;60 sotto la supervisione di <strong>Orazio Svelto</strong>. Dal 1995 fino al 2008, infatti, la presenza del consorzio <strong>CoReCom</strong> (Consorzio Ricerche Elaborazione Commutazione Ottica Milano), con la partecipazione di importanti realtà industriali come Pirelli cavi, Alcatel ed Ericsson, ha fatto del capoluogo lombardo la <em>Capitale della Fotonica</em>. <strong>Mario Martinelli,</strong> professore ordinario di Comunicazioni Ottiche a PoliMi, fondatore dei primi laboratori e del consorzio CoReCom è tuttora impegnato nella guida delle ricerche condotte nell&rsquo;ambito del progetto ERMES (Embedded Resonant and Modulable Self-Tuning Laser Cavity for Next Generation Access Network Transmitter) finanziato dalla Commissione Europea.  L&rsquo;ultimo record registrato dal progetto ERMES è descritto in uno studio pubblicato a marzo 2014 sulla rivista <em>Photonics Technology Letters</em> e ha a che fare con la velocità di trasmissione dell&rsquo;informazione: &ldquo;Abbiamo dimostrato la possibilità di raggiungere una velocità di trasmissione fino a 10 Gigabyte/sec, che vuol dire trasmettere un segnale fino a 75 Km di distanza senza l&rsquo;utilizzo di un amplificatore&rdquo;, spiega Martinelli. Ma è solo il primo passo, visto che l’obiettivo è di raggiungere i 10 Terabyte/sec.</p>
<h2 id="ricerca-tecnologia-natura-e-ambiente">Ricerca, tecnologia, natura e ambiente</h2><p>Milano a caccia di particelle e con gli occhi rivolti alle stelle, Milano appassionata di medicina e di tecnologia, trova in realtà anche il tempo di rivolgere uno sguardo a se stessa, in particolare alle sue superstiti ricchezze naturali, alle sue campagne e allo stato (non brillante) dell’ambiente. Lo fa dal cielo l’<strong>istituto per il rilevamento elettromagnetico dell’ambiente (IREA)</strong>, uno dei fiori all’occhiello del CNR milanese, che usa i satelliti per monitorare la salute del territorio. L’impulso a questo settore di studi, che ha inaugurato l’uso civile delle tecnologie satellitari, lo ha dato la messa in orbita del satellite Landsat per l’osservazione della terra;  la prima immagine satellitare della Lombardia data il 14 agosto 1972, solo 22 giorni dopo il lancio del satellite. L’occhio dei satelliti usato dall’IREA nei suoi studi osserva i laghi (in particolare per individuare le fioriture algali, ma anche la qualità delle acque). Queste competenze permettono all&rsquo;IREA di Milano al momento di essere anche il coordinatore delle attività di raccolta e diffusione dei dati della comunità marina del progetto bandiera del MIUR per il mare, Ritmare, e questo a beneficio di tutta la comunità marina italiana. Insomma anche se il mare non bagna Milano, Milano ha un ruolo importantissimo anche su questo settore. Altro obiettivo degli studi dell’IREA sono le risorse naturali, in particolare nel settore agricolo. L’analisi delle immagini da satellite che ogni giorno fotografano tutta la superficie terrestre permette infatti di seguire lo sviluppo vegetativo delle colture, in particolare di quelle maggiormente diffuse in pianura padana: come riso e mais. </p>
<p><strong>Agricoltura e sostenibilità</strong><br>
Il territorio lombardo rappresenta il 7,7% della superficie agricola nazionale ma grazie a una profonda riorganizzazione della sua agroindustria è arrivato a rappresentare da solo più del 15% del sistema agro‐alimentare nazionale. Questa capacità produttiva ha permesso alla Lombardia di diventare in questo settore un punto di riferimento nel Paese, ma allo stesso tempo un territorio su cui si stanno sperimentando soluzioni per un’agricoltura più sostenibile. Dal 2000, è stato realizzato, a due passi da Milano, un cluster biotecnologico dedicato allo sviluppo dell’agro‐alimentare: il <strong>Parco Tecnologico Padano</strong>. Il cluster di Lodi ha saputo in questi anni costruire una importante massa critica di competenze che vede come protagonisti le Facoltà di Medicina Veterinaria e Agraria dell’Università di Milano, due Istituti del CNR, svariati Istituti del CRA, l’Istituto Zooprofilattico Sperimentale della Lombardia e dell’Emilia‐Romagna. All’interno del Parco trovano spazio sia le attività di ricerca di base che di ricerca applicata, con un focus particolare per lo studio dei genomi. Il Parco ha contribuito al sequenziamento del genoma della vite melo, del pesco e del frumento. Le informazioni genetiche acquisite saranno fondamentali per mettere a punto piani di selezione capaci di migliorare le caratteristiche e la resistenza alle patologie di queste specie, ma anche per sviluppare sistemi di diagnostica molecolare per controllare i parametri di sicurezza alimentare delle nostre produzioni.<br>
Molte delle ricerche nel campo delle scienze agrarie che vengono svolte presso i centri di ricerca milanesi hanno come obiettivo la messa a punto di nuove strumenti in grado di garantire il nutrimento di una popolazione mondiale in continua crescita. <strong>Chiara Tonelli</strong> dell’Università di Milano ha scoperto il primo fattore di trascrizione Mgb.60 che regola in modo specifico i movimenti degli stomi nelle piante. Questa scoperta insieme allo studio del gene florigen potrà aiutare a sviluppare nuove strategia per migliorare la crescita delle piante in condizioni di ridotto apporto idrico.<br>
Il tema della maggiore resistenza e produttività delle colture anche in condizioni di scarsità d’acqua è al centro delle ricerche di <strong>Claudia Sorlini</strong>, a lungo preside del Dipartimento di Agraria dell’Università di Milano e presidente del Comitato scientifico di Expo2015. Grazie a lei l’ateneo milanese ha istituito una facoltà di Agraria a Makeni, in Sierra Leone, confermando la vocazione della comunità scientifica milanese alla cooperazione internazionale.<br>
Il miglioramento genetico è una delle frontiere più promettenti degli studi agronomici. In quest’ottica si muove <strong>Francesca Sparvoli</strong> dell&rsquo;<strong>Istituto di Biologia e Biotecnologia Agraria (IBBA)</strong> di Milano che con il suo progetto NewPearl - sostenuto dalla Fondazione Cariplo - sta cercando di sviluppare strumenti e conoscenze per accelerare la costituzione di nuove varietà di miglio perlato, che abbiano una qualità nutrizionale superiore e siano meglio adattate a rispondere a condizioni di stress ambientale, allo scopo di aumentare la sicurezza alimentare nelle regioni aride, in particolare nell’Africa sub-Sahariana. Fra le tante ricerche dell’IBBA c’è FilAgro che mira ad ottenere una vasta gamma di prodotti (semi per l&rsquo;alimentazione animale, farine, oli, fibre, metaboliti, antiossidanti, proteine ad alto valore nutrizionale e alta digeribilità) da coltivazioni non convenzionali quali lino e canapa.<br>
Il gruppo di <strong>Paolo Pesaresi</strong>, del Dipartimento di Scienze Biomolecolari e Biotecnologiche dell&rsquo;Università  di Milano, ha  invece identificato la proteina che fa variare l&rsquo;apparato fotosintetico delle piante, in maniera funzionale rispetto alle condizioni ambientali e climatiche. Questa scoperta potrà portare a importanti ricadute sia sul fronte agricolo, per la produzione delle piante coltivate, sia nelle tecnologie legate anche alle energie rinnovabili, oltre a chiarire importanti dettagli molecolari alla base della regolazione della fotosintesi. <em>(Francesco Aiello)</em></p>
<h2 id="ambiente-e-salute-a-milano">Ambiente e salute a Milano</h2><p>Un campo in culla ricerca milanese si è distinta negli ultimi anni è l’analisi dell’inquinamento atmosferico e le sue conseguenze sulla salute. Tutto comincia con l’incidente di Seveso (10 luglio 1976), paese a Nord di Milano in cui un’esplosione nella fabbrica dell’Icmesa sprigionò una nuvola di diossina nell’aria. A quella data, in buona sostanza, risale la nascita della coscienza ecologica del paese e della stretta connessione fra salute umana e stato dell’ambiente. Già in quei giorni <strong>Pier Alberto Bertazzi</strong> (dell’Università di Milano e della Clinica del Lavoro Luigi Devoto) compilò l’epidemiologia dei tumori e delle altre malattie scaturite da Seveso. Una ricerca di primo piano che Bertazzi ha proseguito per mezzo secolo creando una scuola importante a cavallo fra la medicina del lavoro e l’epidemiologia ambientale. Una sua ricerca che dimostra come l’inquinamento atmosferico sia in grado di modificare (seppure in modo reversibile) il DNA delle persone esposte è stato riconosciuto come lo studio più importante degli ultimi anni dalla rivista <em>Environmental Health Perspective</em>. Negli stessi anni di Bertazzi, nel dipartimento di biometria dell’Istituto dei Tumori muoveva i primi passi una visione critica della medicina e della salute dei lavoratori costretta dalla logica del profitto in schemi produttori di malattia, grazie alla testimonianza importantissima di <strong>Giulio Alfredo Maccacaro (1927-1977)</strong>. A lui si deve il primo manifestarsi, fra le altre cose, della critica al consumismo dei farmaci e la centralità che in medicina avrebbe dovuto assumere la prevenzione - e quindi la salute ambientale, così come la riduzione delle diseguaglianze socioeconomiche - sulla terapia. Da quell’esperienza nasce Medicina democratica, movimento vivo e attivo ancora oggi. Nei primi anni settanta a Milano la ricerca ecologica e in particolare del nesso ambiente e salute viene articolata anche dal farmacologo <strong>Alfredo Leonardi (1929-1995)</strong> dell’Istituto Mario Negri, con i primi studi sull’inquinamento (lo “smog”) e le sue conseguenze su adulti, donne e bambini. Quella tradizione non è mai venuta meno nell’habitat della ricerca milanese, con un fiorire di ricerca tossicologiche ed epidemiologiche di rilevo internazionale. Da un lato, a Milano-Bicocca, il gruppo Polaris diretto da <strong>Marina Camatini</strong> ha descritto a fondo la fenomenologia delle polveri sottili (di diametro inferiore a 2,5 micrometri) nell’organismo, con i danni respiratori, tumorali e cardiaci che ne conseguono. Di particolare rilievo è anche il contributo a questi studi di <strong>Pier Mannuccio Mannucci</strong>, direttore scientifico dell’Ospedale Maggiore, che da ematologo di fama internazionale ha studiato come il particolato fine sia in grado di provocare le trombosi e altri incidenti cardiocircolatori alle persone più esposte all’inquinamento. Da qui un’attività di testimonianza civile per il risanamento ambientale di Milano, la riduzione del traffico e delle altre fonti inquinanti, sfociato in campagne e libri di successo. </p>
<h2 id="la-necessità-delleducazione-scientifica">La necessità dell’educazione scientifica</h2><p>Dalle ricerche scientifiche all’impegno civile e politico il passo è breve. A Milano in particolare. Lo è tradizionalmente in campo ambientale ma non solo. Si pensi all’attività del Gruppo 2003 per promuovere il merito in campo scientifico, alla costante opera di divulgazione e riflessione pubblica sulla scienza alimentata da figure di spicco come il filosofo della scienza <strong>Giulio Giorello</strong>, dal genetista <strong>Edoardo Boncinelli</strong> e dal giornalista <strong>Armando Massarenti</strong>, o all’attività della senatrice <strong>Elena Cattaneo</strong> per la promozione della cultura scientifica e la proposta del &ldquo;Senato delle competenze”, alternativo al “Senato dopolavoro che imita la Conferenza Stato-Regioni”, per usare le taglienti parole della staminologa verso il progetto di riforma costituzionale del governo Renzi (2014). </p>
<p>Abbiamo ricordato all’inizio di questo saggio le mille battaglie laiche e scientifiche di <strong>Umberto Veronesi</strong>, dalla difesa del testamento biologico alla libertà di ricerca: si tratti delle cellule embrionali o delle piante geneticamente modificate, avversate da un formidabile blocco storico costituito dal mondo ambientalista e da quello dell’agricoltura “di una volta”, da Coldiretti a Slowfood, frutto di una attitudine antiscientifica dura a morire*. *Di Veronesi va poi ricordata la misura più importante di sanità pubblica dal dopoguerra a oggi, avviata nella sua breve stagione di ministro e portata a compimento dal successivo ministro della salute, Girolamo Sirchia: il divieto di fumo nei locali pubblici, che ha cancellato d’un tratto centinaia di migliaia di casi di infarto e di tumore all’anno in Italia. </p>
<p>In questa ideale galleria degli scienziati che hanno rappresentato il seme migliore di Milano non può mancare infine <strong>Silvio Garattini</strong> e il suo implacabile richiamo alla ragione scientifica davanti al mondo ambiguo delle cure “altre”, ma anche del consumismo farmaceutico e dei conflitti d’interesse che investono la ricerca medica. </p>
<p>Sua è l’analisi più lucida della forza e della debolezza del sistema milanese della scienza, che possiamo così riassumere: Milano ha saputo elevarsi sopra la media nazionale grazie alla generosità delle istituzioni milanesi. Ma non basta. Milano deve contare di più a livello nazionale, magari ospitando un nuovo organismo di governo della ricerca, da sottrarre alla burocrazia del Miur. Bisogna poi contrastare la forza centrifuga che a Milano come altrove si manifesta con la fuga costante dei migliori cervelli, senza che questi o altri abbiano poi la possibilità, le strutture e le risorse per tornare. Forza centrifuga e distruttiva che prende anche la forma di una concorrenza spietata fra i centri, gli ospedali e gli atenei milanesi, senza che si sia mai riusciti ad avere obiettivi comuni e a collaborare per prepararsi al meglio alla vera competizione, quella internazionale. Da qui la proposta dell’istituzione di un Osservatorio della ricerca a Milano, che segua le performance dei diversi attori presenti nel capoluogo e abitui a un confronto costruttivo di questa ricchissima comunità economica e intellettuale.</p>
<p>Ultima sfida è quella di spalancare di nuovo le porte della ricerca ai giovani, ripartendo dall’educazione scientifica dentro e fuori le scuole. “Vaste programme”. Ma necessario per mettere a frutto i talenti scientifici di Milano.</p>
<h2 id="un-po-di-storia-per-capire-chi-siamo">Un po’ di storia per capire chi siamo</h2><p>Nel 1976 la più prestigiosa rivista medica del mondo, il &ldquo;New England Journal of Medicine”, concludeva un editoriale dicendo che da quel momento Milano non sarebbe stata nota solo per La Scala ma anche per l’<strong>istituto Nazionale dei tumori</strong>. A destare l’entusiasmo degli americani era un articolo scientifico firmato fra gli altri da <strong>Gianni Bonadonna</strong> che mostrava come un ciclo di chemioterapia dopo l’intervento al tumore del seno allontanava il rischio di ricaduta e di metastasi. Un risultato importante della ricerca oncologica, bissato poco tempo dopo dal giovane <strong>Umberto Veronesi</strong> che primo al mondo propose la chirurgia conservativa al seno in caso di tumori non troppo estesi. Da allora la quadrantectomia della mammella divenne un’operazione di routine. </p>
<p>Si potrebbe partire da mille altri esempi per parlare della ricerca scientifica a Milano, ma questa idea di <em>operare conservando</em> ricorre nella storia della medicina milanese e ci sembra assumere un significato etico particolare, incarnato nella storia stessa di Veronesi, figura centrale in Italia non solo per l’oncologia ma anche per la difesa della laicità e della libertà della ricerca. L&rsquo;uomo delle mille battaglie, dal diritto all’eutanasia alla liberazione dal dolore. Battaglie difficili nell’Italia ideologica e bacchettona, e infatti spesso perdute, almeno in prima battuta, ma alla fine necessarie. La ricerca scientifica a Milano ha avuto spesso questa vocazione civile, intrecciandosi con l’impegno sociale e cercando di abbattere le barriere disciplinari. Così Milano ha avuto, almeno a partire dall’Ottocento, gli scienziati migliori interpretare le ragioni del progresso culturale ma anche sociale ed economico, spesso impegnarsi in politica, dal Consiglio comunale agli scranni del Senato facendo valere le ragioni minoritarie della scienza.</p>
<p>Molti anni prima di Veronesi, <strong>Luigi Mangiagalli</strong>, nato a Mortara nel 1850 e arrivato povero, “hungry and fool”, a Milano dopo gli studi di medicina, nel 1903 nel reparto di ostetricia della Clinica di Santa Caterina alla Ruota inaugurò un intervento conservativo che salvava le donne dalle complicanze mortali della setticemia post partum senza asportare l’utero. Operare non significava demolire, ma conservare, appunto. Lo stesso Mangiagalli fondò poi gli <strong>Istituti clinici di perfezionamento</strong>, che comprendevano la clinica ostetrica ginecologica che prese il suo nome, la <strong>Clinica del Lavoro</strong> e la <strong>Clinica delle malattie epidemico-contagiose</strong>. Nella prima, in via Commenda, nasceva un nuovo modo di intendere il parto e le malattie femminili. La seconda, in via san Barnaba, diretta da <strong>Luigi Devoto</strong>, inventava non senza resistenza una clinica “senza malati”, o meglio in cui si metteva al centro la ricerca e la cura delle malattie del lavoro, che all’epoca erano soprattutto il saturnismo (intossicazione da piombo) in alcune categorie come i tipografi e i verniciatori, ma anche le malattie respiratorie nell&rsquo;industria e la pellagra delle popolazioni rurali. La terza clinica (a Dergano) isolava e curava gli infetti delle diverse malattie contagiose, che non mancavano di attecchire soprattutto fra gli strati più poveri della popolazione, nei quartieri più fatiscenti di Milano e i suoi corpi santi, come aveva accertato nella sua inchiesta del 1885 il medico Gaetano Strambio. </p>
<p>Tutto questo avvenne fra la fine dell’Ottocento e i primi anni del Novecento, culminando nel 1906, quando Milano si mise in mostra con l’Expo realizzato al Parco Sempione. Intanto veniva a maturazione un altro grande progetto: la nascita dell’<strong>Università degli studi di Milano (1924)</strong>, di cui Mangiagalli fu il primo rettore. Finalmente non si sarebbe più potuto contrapporre la &ldquo;dotta” Pavia all’”operosa” Milano, a meno che con quel dotta non si volesse intendere una certa chiusura accademica che Milano - proprio perché aperta ai venti del commerci e dell’intrapresa, non ebbe mai.</p>
<p><strong>Mangiagalli</strong> fu anche <strong>sindaco di Milano</strong>, e pochi mesi prima di morire nel 1928, riuscì a inaugurare l’<strong>Istituto nazionale dei tumori</strong> - il primo in Italia - nel cuore della “città degli studi” da lui fortemente voluta, ben fuori allora dai traffici della città. Insieme al Regina Elena di Roma, l’Istituto dei tumori fu il primo Istituto di ricovero e cura a carattere scientifico (IRRCS), istituito con Regio decreto nel 1937. Con il che in Europa per la prima volta venivano concepiti ospedali che univano sotto uno stesso tetto cura e ricerca. La cosiddetta ricerca traslazionale è stata inventata allora. Mangiagalli aveva chiarissimo il concetto della compenetrazione fra scienza, pratica e ricerca in laboratorio. Come “nel laboratorio dello scienziato si scoprono nuovi veri, si rilevano nuovi mezzi diagnostici, si apprestano nuove armi alla terapia del medico, così “la clinica dà continuamente al laboratorio argomenti di indagine”.</p>
<p>L’Istituto nazionale dei tumori non è il solo monumento della Milano scientifica. <strong>Città studi</strong> ne è piena, e non vi è nome di via che non ne racconti la storia. Percorriamo allora via Venezian dove si trova l’Istituto dei tumori (parallela a via Strambio) e attraversiamo piazza Gorini (<strong>Costantino Gorini</strong> insegnava batteriologia agraria nella vicina facoltà). Quindi passando dall’Istituto di medicina legale (“Rebus medicis sub specie juris&rdquo;) - dove l’arte autoptica si esercitò su <strong>Benito Mussolini</strong> traslato dalla vicina Piazza Loreto come su <strong>Giuseppe Pinelli</strong> “caduto” da una finestra della questura di Milano -  ci si ritrova appunto in via Luigi Mangiagalli, sulla quale si allineano la palazzina di geologia, e quelle di fisiologia e morfologia umana. Su via Mangiagalli s’innesta via Saldini (<strong>Cesare Saldini</strong>, rettore per un anno del Politecnico, e presidente dell’Unione italiana dell’educazione popolare) dove s’intravede la bella facciata di matematica e dall’altra parte della via il moderno edificio del dipartimento di scienze alimentari e microbiologiche. E dove spesso si incrocia qualche famigliola con il ragazzo o la ragazza neolaureata con gli abiti della festa e incongruamente coronati d’alloro. </p>
<p>Svoltiamo in via Giuseppe Colombo - come vedremo un altro nome non casuale - che ci porta dritti in piazza Leonardo da Vinci. Quale nome meglio di questo poteva indicare il cuore della sapienza tecnico scientifica cittadina! Ed ecco aprirsi, a destra dei giardini piantati a inizio Novecento dai Fratelli Ingegnoli, il Politecnico. Sorto nel 1863 in un’altra parte di Milano (in piazza Cavour), la nuova sede del Politecnico venne inaugurata un anno prima dell’Istituto dei tumori, nel 1927. Il Regio Istituto Tecnico Superiore di Milano, come allora si chiamava (cambiò nome nel 1937) aveva già al suo attivo parecchi successi. Nel 1883, grazie all’ingegno di <strong>Giuseppe Colombo</strong>, docente e poi rettore del Politecnico dopo il fondatore <strong>Francesco Brioschi</strong>, si inauguro a Santa Radegonda la <strong>prima centrale termoelettrica d’Europa</strong>. Colombo aveva potuto conoscere di prima mano la dinamo di Edison dal suo stesso inventore, Thomas Alva Edison, che l’anno prima aveva inaugurato una centrale simile a New York. La dinamo di via Santa Radegonda (ora esposta al Museo della scienza e della tecnologia di Milano) forniva elettricità per illuminare alcuni edifici intorno a piazza del Duomo, e successivamente La Scala. Da quel primo impianto di illuminazione elettrica nasce la società Edison. </p>
<p>Chi credette nell’energia elettrica al punto da finanziare un insegnamento di elettrotecnica presso il Politecnico fu <strong>Carlo Erba</strong>,il capostipite di una genìa di “farmacisti” che resero Milano la capitale della farmacologia italiana fino all’inglorioso tramonto degli anni &lsquo;90, con tangentopoli (di cui il <em>pouf</em> pieno di mazzette del direttore del Servizio farmaceutico del Ministero della salute Danilo Poggiolini resterà per sempre l’icona). Dopo l’esordio nella farmacia Castoldi in Brera, Carlo Erba si mise in proprio con lo stabilimento costruito fra via Solferino e via Marsala nel 1865, dove prese pieno ritmo la produzione di estratti acquosi, alcolici, idroalcolici ed eterei, le chine, i rabarbari, le gialappa l’ipecacuana, la salsapariglia, la liquirizia, le giuggiole e le le gomme arabiche. Peraltro Carlo Erba, la cui produzione arrivò in breve tempo a un decimo di quella nazionale, fu seguito pochi anni capo da <strong>Lepetit</strong> (1868), <strong>Dompé</strong> (1890) e <strong>Bracco</strong> (1927). </p>
<p>Formidabili quegli anni, intrisi di spirito positivo e fiducia nel futuro. E’ allora che si forma la vocazione scientifica e tecnologica di Milano. Nel 1870 si laureava al Politecnico un certo <strong>Giovanni Battista Pirelli</strong>, che sempre Giuseppe Colombo convinse a intraprendere la strada della lavorazione della gomma, prima cavi e poi copertoni sul finire del secolo. Nel 1877 un collega di Colombo, <strong>Enrico Forlanini</strong>, fece alzare dal suolo di 20 metri il primo velivolo più pesante dell’aria, un elicottero a vapore, a cui fecero seguito altre macchine volanti di sapore leonardesco, ma ben più prossime ai moderni aerei, oltre all’invenzione dell’aliscafo. Da Enrico Forlanini prende il nome il viale che dalla città porta al l’aeroporto di Linate. (Viale che non va confuso con via <strong>Carlo Forlanini</strong>, poco lontano, sia topograficamente sia genealogicamente, visto che altro non è che il notissimo fratello tisiologo che con l’invenzione dello pneumotorace artificiale ha salvato tanti tubercolotici quando ancora non esistevano gli antibiotici). </p>
<p>Se dal passato remoto ci avviciniamo ai nostri giorni, il Politecnico è una fonte inesauribile di sorprese. Quanti sanno, ad esempio, che nei meandri del campus che si affaccia su Piazza Leonardo, fra via Ponzio e via Bassini, si cela ancora (spento, beninteso) il <strong>primo reattore nucleare sperimentale (L54M)</strong> realizzato nei primi anni Cinquanta da Giuseppe Bolla? Animato da <strong>Giuseppe Bolla</strong>, <strong>Mario Silvestri</strong> e ad altri fisici e ingegneri, Il Centro Studi Nucleari Enrico Fermi del Politecnico fu alla base dello sviluppo del nucleare civile in Italia negli anni ’50 e ’60, che per pochi anni proiettò il nostro paese fra i primi paesi con centrali nucleari nel mondo. </p>
<p>Quante altre novità tecnologiche si affacciarono in Italia dalla porta del Politecnico? La televisione, per esempio, messa a punto in Italia negli anni trenta fra gli altri da <strong>Francesco Vecchiacchi</strong>, docente di comunicazioni elettriche al Politecnico. Il primo computer arrivò in Italia grazie al professor <strong>Luigi Dadda</strong>, che lo portò per nave a Milano l’11 ottobre 1954. Era il modello CRC102A, con una memoria prima di 1024 poi di 2048 bit: i primi balbettii che davano il via a una nuova era. E a un’epoca non ancora finita è legata anche la plastica Moplen, ovvero il polipropilene che <strong>Giulio Natta</strong>, docente di chimica industriale al Politecnico,  ottenne l’11 marzo 1954, e che gli valse il premio Nobel per la chimica nel 1963.</p>
<p>Tornando all’Ottocento, un altro personaggio che non si può dimenticare rievocando il rinascimento scientifico milanese è <strong>Giovanni Viriginio Schiaparelli</strong>, che nel 1862 diventò direttore dell’Osservatorio astronomico di Palazzo Brera. L’osservatorio era stato creato un secolo prima da <strong>Giuseppe Ruggero Boscovich</strong> presso i Gesuiti (1764). La specola passò attraverso varie vicissitudini politiche: dallo scioglimento dell’ordine, all’avvento di Napoleone, al ritorno degli austriaci. Finalmente con il Regno d’italia l’Osservatorio diventò una delle poche strutture scientifiche su cui investire per il prestigio della neonata nazione. Quintino Sella finanziò un viaggio di studio dell&rsquo;allievo Schiaparelli in Europa. Di ritorno, il primo atto del nuovo direttore fu l’acquisto di un telescopio delle officine Merz di Monaco che ancora oggi si può ammirare nella bellissima specola rotante di Brera: con una lente di diametro di 22 centimetri e una lunghezza focale di 3,15 metri, il Merz è stato il primo strumento scientifico acquistato dallo Stato italiano. Schiaparelli ci perse la vista a forza di osservare attraverso quella lente le stelle doppie, ovvero quei sistemi stellari binari tenuti insieme da una reciproca attrazione gravitazionale di cui voleva compilare il catalogo. </p>
<p>Scriveva nel 1893 nel libro <em>Il Pianeta Marte</em>: “Dobbiamo anche confidare un poco in ciò che Galileo chiamava la cortesia della Natura, in grazia della quale talvolta da parte inaspettata sorge un raggio di luce ad illuminare argomenti prima creduti inaccessibili alle nostre speculazioni (…) Speriamo dunque. E studiamo”. Una di queste folgorazioni in realtà fallaci fu per Schiaparelli proprio lo studio assiduo della superficie di Marte, in cui gli sembrò di ravvisare una fitta rete di canali artificiali… che qualcuno interpretò come segni inconfondibili di una civiltà extraterrestre. Nel 1880 Schiaparelli ottenne le risorse per un telescopio più potente, con diametro di 49 centimetri e una lunghezza focale di 7 metri. Ma la civiltà della luce elettrica inaugurata a Milano da Colombo ben presto rese insoddisfacente l’osservazione del cielo dalla specola di Brera, posta nel cuore di Milano. Tanto che nel 1922 venne aperto un nuovo osservatorio a Merate, in Brianza. </p>
<p>Oggi, che le stelle, i raggi e le galassie gli astronomi milanesi vanno a osservarli al Cerro Paranal in Cile o a Mauna Kea alle Haway, all’Osservatorio di Brera gli astrofisici lavorano sui dati di quelle osservazioni. E il cielo stellato ormai in città lo si può vedere solo riprodotto sulla cupola del Planetario, ai giardini pubblici “Indro Montanelli”, a fianco del Museo civico di storia naturale.</p>
<p><strong>Il Planetario</strong><br>
Il Civico Planetario di Milano è un Istituto per la divulgazione e la didattica dell’Astronomia e dell’Astrofisica. Donato nel 1929 alla città di Milano da Ulrico Hoepli (1847-1935) e inaugurato nel 1930, l’edificio fu progettato dall’architetto Piero Portaluppi (1888-1967). Oggi il Planetario di Milano è il più grande in Italia e quello con l’attività più intensa (oltre 130.000 presenze l’anno). Prende il nome dal proiettore “planetario” (Zeiss modello IV) che è situato al centro della sala e permette di riprodurre con grande realismo il cielo stellato, il Sole, la Luna, i pianeti e i suoi movimenti sulla cupola di 20 metri di diametro. Dal 1999 la conduzione scientifica dell&rsquo;Istituto è affidata a una figura stabile del Comune di Milano, il Conservatore del Planetario, incarico attualmente ricoperto dall’astrofisico <strong>Fabio Peri.</strong> L’attività del Planetario di Milano consiste prevalentemente in lezioni scolastiche, differenziate per fasce di età, e conferenze pubbliche su temi astronomici. Un esperto utilizza lo strumento planetario e la multimedialità per condurre il pubblico alla scoperta della volta celeste e fare in modo che si sviluppi un interesse verso la scienza in genere e l’astronomia in particolare. Inoltre, l’Istituto si avvale della collaborazione di astronomi e fisici di fama internazionale al fine di approfondire le ultime scoperte dell’Astronomia e dell’Astrofisica. Viene offerta così una vasta programmazione di spettacoli dal vivo che vanno da quelli di introduzione alla conoscenza del cielo, all’approfondimento astrofisico, agli spettacoli interattivi con i bambini, alle sperimentazioni tra musica e astronomia, agli sconfinamenti dell’astronomia verso altre discipline (letteratura, teatro  e arte). Il Planetario si trasforma così in un teatro celeste in cui si ritorna, come bambini, a meravigliarsi davanti allo spettacolo dell’Universo. <em>(Alessia Cassetti)</em></p>
<p><strong>Museo della scienza e della tecnica</strong><br>
Ricavato nell’ex convento degli Olivetani del ‘500, il Museo nazionale della scienza e della tecnologia nasce nel 1953, sulla spinta di un gruppo di industriali lombardi guidati da Guido Ucelli di Nemi. E ancora oggi, visitando le collezioni nei 50mila metri quadrati del museo, si respira l’epica industrialista che lo ha fatto nascere: già nell’ingresso l&rsquo;imponente motrice a vapore Regina Margherita che faceva muovere i telai dei fratelli Gavazzi di Desio sono la firma della “scienza e tecnica&rdquo; che nella seconda metà dell’Ottocento ha permeato lo sviluppo di Milano. Chi fra i milanesi, soprattutto se ha un bambino, non è andato a vedere gli aerei, le locomotive, i vascelli o il sottomarino Enrico Toti? O non ha trasecolato davanti alla collezione di macchinari progettati da Leonardo da Vinci?<br>
Eppure negli anni il Museo ha saputo rinnovarsi, innestando su questo patrimonio storico nuove sezioni e laboratori che lo hanno avvicinato ai migliori science centers: sicuramente uno dei pochi in Italia degno di questo nome. Così, oltre alle nuove sezioni dedicate all’informatica, allo spazio, alla fisica del CERN e quelle nuovissime dedicate all’alimentazione in vista di Expo2015, il Museo ha 14 laboratori dove le scolaresche possono “fare scienza” guidati da animatori. Scienza di oggi, come la genomica, la robotica, o le nanotecnologie: in questo laboratorio lavorano proprio dei ricercatori che invitano il pubblico ad essere “disturbati” con domande di ogni tipo.<br>
Oggi il Museo, con i suoi 130 fra dipendenti e collaboratori, i 150 percorsi educativi, i 16.000 beni storici delle collezioni, è una poderosa macchina culturale che coniuga a pari livello esposizione ed educazione della cittadinanza.<br>
“Il nostro pianeta sta cambiando a un ritmo superiore alle nostre capacità di comprensione e adattamento. Cambia il clima, cresce esponenzialmente la popolazione, diminuiscono le risorse, cresce raddoppiando ogni pochi anni la quantità di informazione liberamente disponibile” spiega l’attivissimo direttore <strong>Fiorenzo Galli</strong>. “Ruolo del Museo è di fare educazione di massa, e di integrare la scuola e la famiglia nell’orientare i ragazzi verso scelte consapevoli”. C’è del metodo in questo spirito educativo “informale” praticato nei laboratori, campi e “Notti dei ricercatori&rdquo; del museo milanese. “Il metodo consiste nel fare ‘toccare con mano&rsquo; ai ragazzi la scienza” prosegue Galli. “Ma consiste anche nel fare acquisire loro e a tutta la cittadinanza la consapevolezza che in questi grandi scenari di cambiamento in cui siamo inseriti i nostri comportamenti e una mentalità sufficientemente flessibile possono fare la differenza”. Rispetto della Natura, capacità di osservare, flessibilità d’ingegno. Come Leonardo da Vinci, che il Museo della scienza e della tecnologia porta in giro per il mondo con mostre di grande successo (a Parigi si è toccato il record di 275mila visitatori).<br>
La macchina del museo necessita di 12 milioni di euro all’anno, solo un piccolissima parte dei quali di provenienza pubblica (e in cronico ritardo). Circa il 75% del budget è frutto della partecipazione a bandi europei, di Fondazioni e sponsor privati. Curiosa l’ultima iniziativa di crowdfunding (raccolta fondi attraverso internet) per l’esposizione dell’unico frammento di roccia lunare presente in Italia (“Conquistiamoci la Luna), donata nel 1973 dal presidente statunitense Nixon al governo italiano, e quindi al Museo milanese.<br>
Chissà cosa non farebbe Fiorenzo Galli con budget da museo francese o tedesco! Ma è un rischio che per ora non corriamo, vista l’attitudine della classe politica italiana verso la promozione della scienza e della cultura.</p>
<p><strong>L’Acquario</strong><br>
L&rsquo;Acquario Civico di Milano fu istituito nel 1906, nell&rsquo;ambito dell&rsquo;Esposizione Internazionale di Milano per festeggiare l&rsquo;apertura del traforo del Sempione. Due anni dopo la sua inaugurazione, nel 1908, l&rsquo;Acquario venne arricchito dalla costituzione di una Stazione di biologia e di bioidrologia  applicata. L’istituto è ospitato in uno splendido edificio liberty, costruito su progetto dell&rsquo;architetto Sebastiano Locati, ed è uno degli acquari più antichi del mondo. L&rsquo;attuale assetto dell&rsquo;edificio e delle vasche è frutto della ristrutturazione (2003-2006) che ha restituito l&rsquo;Istituto, nella sua nuova veste, ai visitatori e alla cittadinanza. Al suo interno si possono riscoprire, attraverso un percorso illustrato e documentato, gli ecosistemi che l’acqua forma da quando cade sulla terra a quando dal mare torna a essere nuvola. Sono presenti vasche con circa 150 differenti organismi marini e d&rsquo;acqua dolce. Gli ambienti ricostruiti sono italiani e mediterranei, ad eccezione di una vasca fuori percorso che ripropone la scogliera madreporica del <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Mar_Rosso" rel="noopener">Mar Rosso</a> come esempio di possibile evoluzione nei prossimi anni del <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Mar_Mediterraneo" rel="noopener">Mar Mediterraneo</a>. Grazie a una spettacolare vasca trasparente a ponte i visitatori possono ammirare i pesci da tutte le angolazioni. Inoltre, dal 2012, l’Istituto ospita al suo interno una piccola esposizione dedicata alla “storia della pesca” prevalentemente nelle acque lombarde.<br>
La conduzione scientifica dell&rsquo;Istituto è affidata a una figura stabile del Comune di Milano, il Conservatore dell’Acquario Civico di Milano, incarico attualmente ricoperto da <strong>Nicoletta Ancona</strong>. L&rsquo;Acquario civico di Milano svolge un ruolo fondamentale nella divulgazione e nella didattica nel campo scolastico con molteplici itinerari e laboratori rivolti alle scuole di ogni ordine e grado. La struttura promuove la cultura dell&rsquo;acqua a 360 gradi anche per gli adulti, grazie all&rsquo;organizzazione di mostre, conferenze ed eventi legati al cibo e all&rsquo;arte che celebrano la sacralità di questo elemento della Terra.  L’Acquario diventa così per la città di Milano un’occasione per scoprire il mondo acquatico italiano e per immergersi nella natura. <em>(Alessia Cassetti)</em></p>
<p><strong>Il Museo di storia Naturale</strong><br>
Il giro del mondo in 80 minuti? Si può fare. Nessun check-in, nessuna carta d&rsquo;imbarco: basta entrare nel palazzo ottocentesco che si trova all&rsquo;interno dei giardini pubblici “Indro Montanelli” di Porta Venezia. E&rsquo; qui che ha sede il Museo Civico di Storia Naturale di Milano (MSNM), il più vasto e importante d&rsquo;Italia. Fondato nel 1838, è il museo più antico della città. Dal 1893 risiede nell&rsquo;attuale sede, la terza dopo l&rsquo;ex convento di Santa Marta, in prossimità dell&rsquo;attuale via Circo, e Palazzo Dugnani, in via Manin.<br>
Generazioni di milanesi, e non, hanno varcato la soglia di questo luogo magico come una specie di “stargate”. Ogni anno sono più di 350.000 i visitatori che vengono letteralmente catapultati in lontanissimi luoghi del Pianeta: bastano pochi metri per passare dal Polo Nord alle dune del deserto, dalla coloratissima barriera corallina ad un affascinante tramonto nella savana. Questo grazie a più di 80 spettacolari vetrine, chiamate diorami, che ospitano la ricostruzione dei principali ecosistemi del mondo. A queste si affiancano altre 700 vetrine in cui sono esposti minerali, reperti preistorici, fossili, insetti, conchiglie, organismi conservati in alcol e fogli di erbario. A dominare le 23 sale del museo sono poi i grandi scheletri che tanto affascinano adulti e bambini, come quello del capodoglio di 11 metri spiaggiato nel 1998 a Forte dei Marmi, o quello di un rettile volante, chiamato pteranodonte, vissuto 70 milioni di anni fa. Quella esposta, però, è solo una piccola parte del prezioso tesoro del museo, che attualmente conta più di quattro milioni di esemplari naturalistici, consultabili sia dai ricercatori interni che dai numerosi specialisti esterni e dagli studenti universitari. “Si tratta di un enorme patrimonio di conoscenza sulla biodiversità del nostro Pianeta, utile al grande pubblico così come agli specialisti del settore”, spiega <strong>Maurizio Casiraghi</strong>, zoologo dell&rsquo;Università di Milano-Bicocca e presidente della Società Italiana di Biologia Evoluzionistica (SIBE). “Io stesso invito tutti i miei studenti a visitare il museo, perché un diorama può raccontare molto più di qualsiasi lezione teorica”.<br>
Se gli animali sono imbalsamati e gli scheletri immobilizzati, la ricerca è invece sempre in movimento, dentro e fuori il museo. A raccontarlo è uno dei suoi più noti protagonisti, il paleontologo Cristiano Dal Sasso, che nel 1998 è riuscito addirittura a conquistare la copertina di Nature grazie a Ciro, il primo dinosauro italiano nonché l&rsquo;esemplare meglio conservato al mondo. La sua scoperta ha segnato un importantissimo traguardo per la ricerca del Museo di Storia Naturale di Milano. “Per noi, ricercatori del museo, il lavoro sul campo è fondamentale, sia che si tratti di raccogliere nuove specie minerali sull&rsquo;Adamello o di verificare le segnalazioni di cittadini che trovano nuovi fossili. Il nostro lavoro continua anche in laboratorio – aggiunge l&rsquo;esperto – dove analizziamo gli esemplari prima di prepararli per l&rsquo;esposizione. Per questi studi usiamo strumenti d&rsquo;avanguardia, come il potente microscopio elettronico che ci è stato donato da Regione Lombardia, ma ci appoggiamo anche ad una rete di strutture esterne, come nel caso delle TAC che effettuiamo presso il Policlinico di Milano&rsquo;&rsquo;.<br>
Tutto questo fermento viene percepito dai milanesi grazie ad eventi e attività di divulgazione che hanno il proprio “epicentro” nel museo e che arrivano a scuotere l&rsquo;intera città. E&rsquo; il caso dell&rsquo;ormai famoso Darwin Day, nato nel 2003 da un&rsquo;idea di <strong>Ilaria Guaraldi Vinassa de Regny (1963-2012)</strong>, la preziosa responsabile delle relazioni esterne del museo, che pensò di celebrare il compleanno del naturalista britannico con una vera e propria festa, vivace, conviviale e stimolante, organizzata insieme ad un gruppo di amici esperti nel campo della biologia e dell&rsquo;evoluzione, come la biologa e divulgatrice <strong>Carla Castellacci</strong> e il filosofo della scienza <strong>Telmo Pievani</strong>. “Il Darwin Day nacque per rispondere ai sussulti del movimento antievoluzionista italiano che in quel periodo animavano le prime pagine dei giornali – ricorda Pievani – ma dopo questo avvio, involontariamente polemico, siamo cresciuti, trasformando la nostra festa in un evento internazionale con la partecipazione dei più grandi esperti mondiali. Il museo, amatissimo dai milanesi, ha dato un contributo fondamentale per il successo dell&rsquo;iniziativa: con il suo prestigio e la sua autorevolezza, ci ha permesso di conquistare anche gli scienziati più diffidenti”.<br>
Ma il museo ha sempre dedicato grande attenzione anche a quelli che saranno gli scienziati di domani. Per loro sono pensate molte delle attività organizzate dall&rsquo;Associazione Didattica Museale (ADM), che fin dal 1994 è responsabile del Dipartimento dei Servizi Educativi del museo. Sotto le sapienti mani dei suoi esperti di comunicazione passano più di 4.000 scolaresche ogni anno. Imperdibili le loro “notti in museo”, per bambini dagli 8 ai 12 anni armati di sacco a pelo, e le attività didattiche nei due grandi laboratori: il Paleolab, ricavato dalle gabbie dei felini dell&rsquo;ex zoo di Milano, e il Biolab, ospitato nelle serre di Palazzo Dugnani. (<em>Elisa Buson</em>)</p>
<p><strong>Nota</strong><br>
Una sintesi di questo saggio è stato pubblicato come capitolo nell’opera di Elda Cerchiari Necchi (a cura di Chiara Rosati) <strong>Milano Mia. La città come non è mai stata raccontata</strong>, Polaris, 2015. <a href="http://www.polariseditore.it" rel="noopener">www.polariseditore.it</a></p>
]]></content:encoded></item><item><title>Perché un Premio sulla ricerca e l’innovazione responsabile</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/perche-premio-ricerca-innovazione-responsabile/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/perche-premio-ricerca-innovazione-responsabile/</guid><pubDate>Sun, 11 Oct 2015 14:21:00 +0100</pubDate><dc:creator>Luca Carra</dc:creator><description>Scopri il significato di Ricerca e Innovazione Responsabile (RRI) e i motivi dietro l&amp;amp;rsquo;istituzione di un premio dedicato, con un focus sui progetti italiani.</description><content:encoded><![CDATA[<p>La prima edizione del premio <strong>European Foundations Award per la Ricerca e l’Innovazione Responsabile</strong> <a href="http://candidate.kbs-frb.be/en/Call/2015-J83000-E" rel="noopener">(ERRAFI</a>), lanciata da 5 fondazioni europee lo scorso 15 settembre che ha fissato il termine per le application per il 7 dicembre, si può considerare già ora un successo, con quasi 30 progetti inviati alla giuria, molti dei quali italiani.<br>
Il tema non è semplice: la Ricerca e Innovazione Responsabile (RRI) praticata dai ricercatori.<br>
Cosa vorrà mai dire? La ricerca che i laboratori fanno tutti i giorni non è già forse responsabile? “Certo, ma non sempre nel senso che qui si dà al termine di RRI” racconta una delle referenti del premio, <strong>Sara Heesterbeeck</strong>, della King Bauduoin Foundation. “In effetti molti ricercatori si pongono proprio questa domanda. Ma con RRI si intende un processo complesso di praticare la ricerca scientifica. Fra gli elementi chiave si può considerare il coinvolgimento di rappresentati di stakeholder diversamente interessati alla ricerca e innovazione fin dalle fasi preliminari dei progetti di ricerca. Significa porre attenzione all’equilibrio di genere nella pratica scientifica. Praticare l’open access. Perseguire finalità socialmente sostenibili, e molto altro ancora”. </p>
<p><img src="https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2015/perche-premio-ricerca-innovazione-responsabile-body-1.png.webp" alt="" width="592" height="315" loading="lazy" decoding="async">
</p>
<p><em>Sara Heesterbeeck, King Bauduoin Foundation</em></p>
<p><strong>Perché avete pensato a un Premio?</strong><br>
<em>Il premio nasce tangenzialmente al <a href="http://www.fondazionecariplo.it/it/progetti/ricerca/rri-tools.html" rel="noopener">progetto</a> RRI Tools (che può essere considerato la flagship project in termini di RRI) come risposta ad un gap identificato nelle pratiche RRI da parte dei ricercatori. L’Award rappresenta un tentativo per incentivare ancora di più il cambiamento nelle pratiche di ricerca scientifica.</em><br>
<em>Va detto che per quanto il concetto di RRI sia nuovo e ambizioso, esistono già molti gruppi di ricerca che, in toto o in parte, praticano un approccio partecipativo e responsabile. Mettere in palio 20 mila euro ci è sembrato utile non solo come stimolo ma anche per facilitare una riflessione da parte degli stessi ricercatori su i loro metodi e pratiche di coinvolgimento della società civile. Inoltre può essere utile per segnalare l’interesse che la società nel suo complesso e grandi istituzioni filantropiche come la Fondazione Cariplo, la fondazione La Caixa, la King Baudouin Foundation, la Robert Bosh Foundation, la Lundbeck Foundation e l’European Foundation Centre che contribuiscono a finanziare e supportare il premio, riservano a questa visione ambiziosa della pratica scientifica.”</em></p>
<p><strong>Ha citato il Progetto RRI Tools, di cui scienzainrete ha già parlato. Ci può spiegare concretamente cosa sono i cosiddetti <em>tools</em>, questi strumenti per l’applicazione della responsabilità nella ricerca e nell’innovazione?</strong><br>
<em>“Diciamo che di fatto possiamo parlare di attrezzi che sono in grado di contribuire e facilitare la pratica RRI da parte dei diversi attori coinvolti nel processo di ricerca e innovazione. Uno fra i primi obiettivi che ci siamo posti nel progetto RRI Tools (<a href="http://www.rri-tools.eu/" rel="noopener">http://www.rri-tools.eu/</a> ), a cui partecipiamo con Fondazione Cariplo, Fondazione La Caixa e EFC che sono anche partner di ERRAFI, è quello di catalogare le pratiche RRI già in essere in modo da aiutare i ricercatori a valutare le proprie attività presenti e future per comprendere meglio in che grado la loro routine di ricerca è in linea con i principi RRI. Qualche esempio di domande che la pratica RRI porta a farsi includono: si attua sistematicamente l’equilibrio fra i generi? Si riesce a coinvolgere attori non scientifici (associazioni, imprese, gruppi d’interesse) nella ricerca? Si comunica la ricerca al mondo? Si pratica l’open access? Una volta condotta questa autovalutazione, gli altri tools RRI che sono realizzati nel progetto europeo possono essere usati per potenziare e meglio allinearsi al modello RRI di ricerca.”</em></p>
<p><strong>Chiaro. E non spesso</strong> <strong>è così. Molti scienziati amano ripetere che la scienza non</strong> <strong>è democratica, anzi,</strong> <strong>è una faccenda molto elitaria…</strong><br>
<em>“Oggi le cose stanno cambiando, e soprattutto le giovani generazioni di ricercatori colgono gli stimoli che provengono dalla società come stimoli e opportunità, non come fastidi. Faccio un esempio. In Olanda un fisico dei materiali usa il teatro (finora a Utrecht, Amsterdam, Eindhoven) per illustrare al pubblico le nuove frontiere delle celle solari basate sui nano materiali. La rappresentazione teatrale si sviluppa come un dialogo con gli spettatori, che in realtà con le loro curiosità e domande possono dare nuove idee e spunti a cui magari il ricercatore non aveva pensato. E’ un processo fecondo, basato sul dialogo, non tecnico, che riserva interessanti sorprese”.</em></p>
<p><strong>Ma non tutte le discipline scientifiche fanno allo stesso livello nel accogliere al loro interno una partecipazione laica di questo genere…</strong><br>
*“Non creda… in realtà qualunque branca della scienza può aprirsi alla società: dall’archeologia alla medicina all’economia. E’ questione di atteggiamento mentale… e di metodo”. *</p>
<p><strong>Come verranno valutati i progetti?</strong><br>
<em>“L’ente che coordina il premio, la King Baudouin Foundation, insieme con gli altri enti che partecipanti al premio, sotto il supporto tecnico scientifico di un gruppo di ricercatori dell’Università di Deft, ha condotto prima di tutto una ricerca in letteratura sui possibili criteri di valutazione, che vanno applicati a un tema così particolare come la RRI. I progetti verranno esaminati da una commissione di esperti multidisciplinare ed esperta sul tema della RRI&quot;.</em></p>
<p><strong>Si rifarà l’anno prossimo?</strong><br>
<em>&ldquo;Dipende da tante cose. Se quest’anno vi sarà una buona rispondenza l’esperienza verrà ripetuta, probabilmente su base biennale. Ci aspettiamo molte sorprese da questo premio, e qualche tesoro nascosto da scoprire&rdquo;.</em></p>
<p>Ulteriori informazioni :<br>
Valentina Amorese - <a href="mailto:valentinaamorese@fondazionecariplo.it">valentinaamorese@fondazionecariplo.it</a><br>
Riccardo Porro - <a href="mailto:riccardoporro@fondazionecariplo.it">riccardoporro@fondazionecariplo.it</a></p>
]]></content:encoded></item><item><title>Horizon 2020: per ora l'Italia delude</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/horizon-2020-ora-litalia-delude/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/horizon-2020-ora-litalia-delude/</guid><pubDate>Tue, 31 Mar 2015 01:57:00 +0100</pubDate><dc:creator>Marco Milano</dc:creator><category>politica-della-ricerca</category><description>I primi dati di partecipazione al programma Horizon 2020 mostrano un&amp;amp;rsquo;Italia al quarto posto per progetti, ma con un ritardo rispetto ad altri paesi europei. Scopri di più.</description><content:encoded><![CDATA[<p>CORDIS ha pubblicato i primi dati di partecipazione al programma Horizon 2020. I dati riguardano i 2.399 progetti avviati a partire dal primo gennaio 2014, e le relative 10.200 partecipazioni, per un ammontare di circa 3 miliardi e 500 milioni di euro erogati (una media di circa 350.000 euro per ogni partecipazione). Su 94 paesi che hanno partecipato finora il Regno Unito precede tutti per numero di partecipazioni (1.406) ma è la Germania a contare il maggior numero di finanziamenti ricevuti.</p>
<p>Le organizzazioni italiane sono al quarto posto per numero di partecipazioni (937 partecipazioni di cui 200 come organizzazione coordinatrice). Rapportando il numero di partecipazioni per il numero degli abitantio e per il numero di ricercatori si possono individuare i paesi più efficienti.</p>

<div class="tabella-scorre" role="region" aria-label="Tabella 1" tabindex="0">
<table>
  <thead>
    <tr>
      <th></th>
      <th></th>
      <th></th>
      <th></th>
    </tr>
  </thead>
  <tbody>
    <tr>
      <td>Paese</td>
      <td>Numero di partecipazioni</td>
      <td>Partecipazioni per abitante</td>
      <td>Partecipazioni per ricercatore</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>UK</td>
      <td>1.406</td>
      <td>16</td>
      <td>5</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>DE</td>
      <td>1.313</td>
      <td>14</td>
      <td>4</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>ES</td>
      <td>1.118</td>
      <td>24</td>
      <td>8</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>IT</td>
      <td>937</td>
      <td>15</td>
      <td>10</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>FR</td>
      <td>906</td>
      <td>22</td>
      <td>5</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>NL</td>
      <td>625</td>
      <td>30</td>
      <td>16</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>BE</td>
      <td>468</td>
      <td>37</td>
      <td>12</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>EL</td>
      <td>325</td>
      <td>42</td>
      <td>12</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>SE</td>
      <td>305</td>
      <td>31</td>
      <td>8</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>AT</td>
      <td>268</td>
      <td>31</td>
      <td>6</td>
    </tr>
  </tbody>
</table>
</div>
<p>L&rsquo;italia coordina il 21% di progetti a cui partecipa. Il Regno Unito col 37% e la Spagna col 28% staccano tutti gli altri paesi. Va precisato che spesso il coordinamento di un progetto è asseganto a un partner con compiti amministrativi, non scientifici. E&rsquo; comunque un indicatore per le capacità organizzative.</p>

<div class="tabella-scorre" role="region" aria-label="Tabella 2" tabindex="0">
<table>
  <thead>
    <tr>
      <th></th>
      <th></th>
      <th></th>
    </tr>
  </thead>
  <tbody>
    <tr>
      <td>Paese</td>
      <td>Progetti come coordinatore</td>
      <td>Percentuale progetti come coordinatore</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>UK</td>
      <td>521</td>
      <td>37%</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>DE</td>
      <td>299</td>
      <td>23%</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>ES</td>
      <td>314</td>
      <td>28%</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>IT</td>
      <td>200</td>
      <td>21%</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>FR</td>
      <td>209</td>
      <td>23%</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>NL</td>
      <td>149</td>
      <td>24%</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>BE</td>
      <td>78</td>
      <td>17%</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>EL</td>
      <td>48</td>
      <td>15%</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>SE</td>
      <td>58</td>
      <td>19%</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>AT</td>
      <td>52</td>
      <td>19%</td>
    </tr>
  </tbody>
</table>
</div>
<p>L&rsquo;Italia è più indietro nel ranking per finanziamenti ricevuti. Le partecipazioni italiane, in media, rendono meno in confronto a quelle degli altri paesi ai primi posti: poco più di 300.000 euro a partecipazione - sotto la media - contro i quasi 400.000 di Regno Unito, Francia, Olanda e gli oltre 600.000 della Germania.</p>

<div class="tabella-scorre" role="region" aria-label="Tabella 3" tabindex="0">
<table>
  <thead>
    <tr>
      <th></th>
      <th></th>
      <th></th>
    </tr>
  </thead>
  <tbody>
    <tr>
      <td>Paese</td>
      <td>Totale finanziamenti</td>
      <td>Media finanziamento per progetto</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>DE</td>
      <td>852.511.200</td>
      <td>649.285</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>UK</td>
      <td>526.915.180</td>
      <td>374.762</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>FR</td>
      <td>345.982.102</td>
      <td>381.879</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>ES</td>
      <td>326.360.259</td>
      <td>291.914</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>IT</td>
      <td>289.137.821</td>
      <td>308.578</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>NL</td>
      <td>245.316.352</td>
      <td>392.506</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>BE</td>
      <td>159.150.109</td>
      <td>340.064</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>SE</td>
      <td>122.585.695</td>
      <td>401.920</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>EL</td>
      <td>93.901.504</td>
      <td>288.928</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>AT</td>
      <td>84.818.221</td>
      <td>316.486</td>
    </tr>
  </tbody>
</table>
</div>
<p>Per l&rsquo;italia, si confermano ai primi posti per numero di partecipazioni gli enti che già guidavano la <a href="http://irm.scienceonthenet.eu" rel="noopener">classifica delle partecipazioni ai progetti FP7</a>. Il Consiglio nazionale delle ricerche guida con 39 partecipazioni e oltre 13 milioni di euro ottenuti. Il Politecnico di Milano segue con 27 partecipazioni e una migliore media di fondi per partecipazione, oltre 400 mila euro. Le principali organizzazioni italiane ottengono, in media, dal 20 a 30 per cento del totale dei finanziamenti al progetto a cui partecipano: meno rispetto ai principali partner europei.</p>

<div class="tabella-scorre" role="region" aria-label="Tabella 4" tabindex="0">
<table>
  <thead>
    <tr>
      <th></th>
      <th></th>
      <th></th>
      <th></th>
      <th></th>
    </tr>
  </thead>
  <tbody>
    <tr>
      <td>Nome</td>
      <td>Numero di partecipazioni</td>
      <td>Totale finanziamenti</td>
      <td>Media finanziamento per progetto</td>
      <td>Percentuale finanziamenti sul totale del progetto (media)</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>Consiglio Nazionale Delle Ricerche</td>
      <td>39</td>
      <td>13.945.764</td>
      <td>357.584</td>
      <td>35</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>Politecnico Di Milano</td>
      <td>27</td>
      <td>11.424.235</td>
      <td>423.120</td>
      <td>26</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>Alma Mater Studiorum - Università Di Bologna</td>
      <td>23</td>
      <td>6.421.004</td>
      <td>279.174</td>
      <td>20</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>Università Degli Studi Di Roma La Sapienza</td>
      <td>19</td>
      <td>7.005.616</td>
      <td>368.717</td>
      <td>23</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>Agenzia Per La Promozione Della Ricerca Europea</td>
      <td>16</td>
      <td>3.254.819</td>
      <td>203.426</td>
      <td>12</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>Politecnico Di Torino</td>
      <td>16</td>
      <td>6.059.067</td>
      <td>378.692</td>
      <td>23</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>Fondazione Istituto Italiano Di Tecnologia</td>
      <td>12</td>
      <td>7.363.192</td>
      <td>613.599</td>
      <td>35</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>Università Degli Studi Di Milano</td>
      <td>12</td>
      <td>5.515.319</td>
      <td>459.610</td>
      <td>18</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>Università Degli Studi Di Padova</td>
      <td>12</td>
      <td>2.408.718</td>
      <td>200.727</td>
      <td>31</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>Scuola Superiore Di Studi Universitari E Di Perfezionamento Sant&rsquo;Anna</td>
      <td>11</td>
      <td>4.768.769</td>
      <td>433.524</td>
      <td>15</td>
    </tr>
  </tbody>
</table>
</div>
<p>A livello europeo per ora le organizzazioni italiane sono in posizioni più arretrate col CNR al dodicesimo posto (terzo alla fine del Settimo programma). Sempre primo il CNR francese (111 progetti). Le prime organizzazioni europee ottengono, in media, dal 50 al 70 per cento del totale del finanziamento al progetto a cui partecipano.</p>

<div class="tabella-scorre" role="region" aria-label="Tabella 5" tabindex="0">
<table>
  <thead>
    <tr>
      <th></th>
      <th></th>
      <th></th>
      <th></th>
      <th></th>
    </tr>
  </thead>
  <tbody>
    <tr>
      <td>Nome</td>
      <td>Numero di partecipazioni</td>
      <td>Totale finanziamenti</td>
      <td>Media finanziamento per progetto</td>
      <td>Percentuale finanziamenti sul totale del progetto (media)</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>Centre National De La Recherche Scientifique</td>
      <td>111</td>
      <td>57.201.056</td>
      <td>515.325</td>
      <td>51</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>Fraunhofer-gesellschaft Zur Foerderung Der Angewandten Forschung E.v</td>
      <td>79</td>
      <td>38.941.446</td>
      <td>492.930</td>
      <td>19</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>The Chancellor, Masters And Scholars Of The University Of Oxford</td>
      <td>72</td>
      <td>23.334.623</td>
      <td>324.092</td>
      <td>71</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>Imperial College Of Science, Technology And Medicine</td>
      <td>61</td>
      <td>26.513.395</td>
      <td>434.646</td>
      <td>58</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>Kobenhavns Universitet</td>
      <td>60</td>
      <td>20.096.683</td>
      <td>334.945</td>
      <td>65</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>Agencia Estatal Consejo Superior De Investigaciones Cientificas</td>
      <td>59</td>
      <td>17.351.529</td>
      <td>294.094</td>
      <td>45</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>The Chancellor, Masters And Scholars Of The University Of Cambridge</td>
      <td>58</td>
      <td>21.458.428</td>
      <td>369.973</td>
      <td>67</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>Max Planck Gesellschaft Zur Foerderung Der Wissenschaften E.v.</td>
      <td>48</td>
      <td>311.733.176</td>
      <td>6.494.441</td>
      <td>63</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>University College London</td>
      <td>47</td>
      <td>19.962.987</td>
      <td>424.744</td>
      <td>51</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>Katholieke Universiteit Leuven</td>
      <td>40</td>
      <td>17.050.369</td>
      <td>426.259</td>
      <td>27</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>Consiglio Nazionale Delle Ricerche</td>
      <td>39</td>
      <td>13.945.764</td>
      <td>357.584</td>
      <td>35</td>
    </tr>
  </tbody>
</table>
</div>
<p>E&rsquo; difficile fare un paragone col precedente programma FP7: sono passati molti anni, gli obiettivi sono diversi e diversi sono i fondi stanziati e il numero di progetti previsti. Abbiamo provato a selezionare i primi 1.000 progetti attivati di FP7 e H2020: in FP7 si contavano poco più di 8.000 partecipazioni, in H2020 circa 6.300. Per l&rsquo;Italia rispettivamente 729 partecipazioni (in 390 progetti) e 630 partecipazioni (in 347 progetti). Qui sotto il grafico con le percentuali di partecipazioni dei maggiori paesi EU. Si nota un calo di qualche punto percentuale dell&rsquo;Italia e una maggiore presenza della Spagna che registra un aumento dal 7 all'11 per cento sul totale delle partecipazioni.</p>
<p><a href="https://plot.ly/~sergio_cima/267/" title="Partecipazioni dei maggiori Paesi EU ai primi 1.000 progetti FP7 e H2020 (in percentuale)" rel="noopener"><img src="https://plot.ly/~sergio_cima/267.png" alt="Partecipazioni dei maggiori Paesi EU ai primi 1.000 progetti FP7 e H2020 (in percentuale)" loading="lazy" decoding="async">
</a></p>
<p>Fonte: <a href="https://open-data.europa.eu/en/data/dataset/cordis-h2020-projects" rel="noopener">CORDIS - EU research projects under Horizon 2020 (2014- )</a><br>
Abitanti per paese: <a href="http://en.wikipedia.org/wiki/List_of_countries_and_dependencies_by_population" rel="noopener">http://en.wikipedia.org/wiki/List_of_countries_and_dependencies_by_popul&hellip;</a><br>
Ricercatori per paese: <a href="http://chartsbin.com/view/1124%C2%A0" rel="noopener">http://chartsbin.com/view/1124%C2%A0</a></p>
]]></content:encoded></item><item><title>I Parlamenti danno i numeri</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/parlamenti-danno-numeri/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/parlamenti-danno-numeri/</guid><pubDate>Tue, 01 Apr 2014 12:01:00 +0100</pubDate><category>dati</category><description>Analisi comparata dei parlamenti europei: scopri dati su studi, età e genere dei parlamentari di Italia, Gran Bretagna, Germania, Francia e Spagna. Leggi ora!</description><content:encoded><![CDATA[<p>In tempi di riforme costituzionali, e in particolare della profonda mutazione cui dovrebbe andare incontro il Senato, ci è sembrato interessante indagare i parlamenti dei paesi europei a noi più prossimi per vedere somiglianze e differenze. Da un lato, quindi, riportiamo i dati del percorso di studi dei parlamentari di Italia, Gran Bretagna, Germania, Francia e Spagna. Dall’altro - in tempi di polemiche su quote rosa e gerontocrazia - abbiamo analizzato anche il peso di uomini e donne nelle camere e la distribuzione per età.<br>
Ovviamente il nostro interesse va soprattutto alla formazione comparata dei parlamentari, in particolare per quanto attiene alle materie scientifiche, e alla distribuzione delle professioni. Dobbiamo tuttavia invitare a un certa cautela nella lettura dei dati sia per il diverso significato che nei diversi paesi hanno i titoli di studio, sia perché i database dei parlamenti paesi europei hanno natura e consistenza diversa, e non sempre esiste una reale confrontabilità. Con una certa sorpresa abbiamo peraltro scoperto che fra i paesi considerati solo il parlamento italiano offre un dataset aperto.  Ma le sorprese non finiscono qui, e a una rapida lettura dei dati che seguono forse anche alcuni pregiudizi sulla “casta” dovrebbero essere rivisti.</p>
<p>Proviamo allora a dare uno sguardo a come sono composte le camere di Gran Bretagna, Germania, Francia, Spagna e Italia.</p>
<h2 id="almeno-nella-politica-i-giovani-alla-ribalta-in-italia">Almeno nella politica i giovani alla ribalta in Italia</h2><p>Prima sorpresa: l’attuale Camera dei deputati italiana è una delle più giovani d’Europa con una età media di circa 45 anni (al momento dell&rsquo;elezione) e un’ampia presenza di trentenni, in particolare nella fascia 35-40 anni. Forse questo è da ascrivere all’”effetto Grillo” (e alla risposta del PD con Renzi).</p>
<p><img src="https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2014/parlamenti-danno-numeri-body-1.png.webp" alt="" width="350" height="295" loading="lazy" decoding="async">
</p>
<p>Negli altri maggiori paesi europei l’età media è di 5 anni più alta e sono maggiori anche le età del deputato più giovane e di quello più vecchio.</p>
<p><img src="https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2014/parlamenti-danno-numeri-body-2.png.webp" alt="" width="525" height="292" loading="lazy" decoding="async">
</p>
<h2 id="donne-in-politica">Donne in politica</h2><p>Seconda sorpresa: in linea con gli altri paesi europei la presenza femminile, non distante dalla Germania e addirittura superiore a Francia e Regno Unito. Non si può dunque utilizzare l’argomento esterofilo (se non probabilmente per le democrazie dell’estremo Nord Europa) per sottolineare la persistente sottorappresentazione delle donne nella vita politica italiana. E’ un dato comune ai grandi paesi europei.</p>
<p><img src="https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2014/parlamenti-danno-numeri-body-3.png.webp" alt="donne nei parlamenti" width="433" height="233" loading="lazy" decoding="async">
</p>
<h2 id="in-italia-laureati-in-linea-con-gli-altri-paesi-ma-soprattutto-avvocati">In Italia laureati in linea con gli altri paesi (ma soprattutto avvocati)</h2><p>Terza sorpresa: alla Camera dei deputati si contano 432 parlamentari con laurea, 161 con diploma superiore e 8 con licenza media, quindi una percentuale di laureati ben superiore al dato medio nazionale. Dalle statistiche ufficiali risultano anche 29 con titolo non indicato.</p>
<p>Il gruppo parlamentare più numeroso è quello del Partito democratico che quindi conta anche il numero maggiore di laureati.</p>
<p><img src="https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2014/parlamenti-danno-numeri-body-4.png.webp" alt="" width="627" height="361" loading="lazy" decoding="async">
</p>
<p>Analizzando le distribuzioni percentuali dei titoli di studio nei vari gruppi si nota una composizione simile per tutti i gruppi. Si registra un maggior numero di laureati nel gruppo di Per l’Italia e un minor numero in SEL e nella Lega.</p>
<p><img src="https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2014/parlamenti-danno-numeri-body-5.png.webp" srcset="https://www.scienzainrete.it/media/_web/720/articoli/2014/parlamenti-danno-numeri-body-5.png.webp 720w, https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2014/parlamenti-danno-numeri-body-5.png.webp 806w" sizes="(max-width: 760px) 100vw, 720px" alt="" width="806" height="659" loading="lazy" decoding="async">
</p>
<p>Paragonando le percentuali di laureati delle camere basse degli altri paesi si può vedere che l’Italia regge bene il confronto. Anche se difficile un confronto preciso, a causa dei diversi sistemi di valutazione si ha che in Francia circa il 55 per cento dei deputati ha un titolo di studio universitario, la Spagna circa il 60 per cento e il Regno unito circa il 75 per cento.</p>
<p><img src="https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2014/parlamenti-danno-numeri-body-6.png.webp" alt="" width="440" height="224" loading="lazy" decoding="async">
</p>
<p>Tra i laureati predominano le facoltà umanistiche. 70% contro 30%, anche grazie al grande numero di parlamentari laureati in legge, oltre 100, che distaccano di gran lunga i laureati in scienze politiche (circa 50) e poi economia, filosofia, ingegneria, medicina e altre lauree.</p>
<p>Dalle statistiche fornite dagli organi parlamentari è possibile paragonare anche le facoltà. In Italia si piazzano bene le lauree scientifiche. Come in Spagna molti deputati hanno una laurea in legge o in Scienze politiche mentre non sono numerose le lauree in Economia, più presenti nel parlamento Francese dove anche sono più numerose le lauree letterarie.</p>
<p><img src="https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2014/parlamenti-danno-numeri-body-7.png.webp" alt="" width="645" height="330" loading="lazy" decoding="async">
</p>
<p>Non mancano i deputati con un titolo post-laurea. Circa 80 di loro hanno proseguito gli studi diventando dottori di ricerca, assistenti, ricercatori fino a diventare professori universitari. Forse tra questi possono essere cercati coloro che dovrebbero avere una maggiore sensibilità ai temi della scuola e della ricerca in Italia.</p>
<h2 id="che-lavoro-fanno">Che lavoro fanno?</h2><p>Non si riesce in tutti i casi a trovare una corrispondenza tra titolo di studio e professione svolta fuori dalle camere. Con le fonti consultate, le stime che si riescono a formulare per la provenienza di studi, infatti, possono trovare un confronto per ciò che riguarda la vita professionale principalmente per Germania, Francia e Spagna.</p>
<p><img src="https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2014/parlamenti-danno-numeri-body-8.png.webp" alt="" width="403" height="173" loading="lazy" decoding="async">
</p>
<p>(E&rsquo; stata utilizzata la categorizzazione delle professioni di dati.camera.it - Professioni intellettuali: insegnante; professore universitario; ricercatore-scienziato; medico, operatore sanitario; ingegnere, architetto; avvocato; altra professione intellettuale/scientifica. Altro: impiegato settore pubblico; dirigente; imprenditore; economista; politico di professione; giornalista; pubblicitario; agente d’assicurazione; consultante aziendale; agricoltore; pensionato; altre professioni non ascrivibili ad altre categorie specifiche)</p>
<h2 id="professori-e-deputati">Professori e deputati</h2><p>L’Italia si distingue per un alto numero di docenti, in particolare professori universitari, conquistati dalla politica. I ricercatori e gli scienziati non mancano ma sono meno che nelle camere degli altri paesi.</p>
<p><img src="https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2014/parlamenti-danno-numeri-body-9.png.webp" alt="" width="687" height="364" loading="lazy" decoding="async">
</p>
<h2 id="senato">Senato</h2><p>Al Senato un atteso innalzamento dell&rsquo;età media, anche se non sono molti i senatori ultra settantenni. Decisamente meno le donne.</p>
<p><img src="https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2014/parlamenti-danno-numeri-body-10.png.webp" alt="Età e sesso dei senatori" title="Età e sesso dei senatori" width="291" height="267" loading="lazy" decoding="async">
</p>
<p>Al Senato resta costante la percentuale di laureati.</p>
<p><img src="https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2014/parlamenti-danno-numeri-body-11.png.webp" alt="Titoli di studio al Senato" title="Titoli di studio al Senato" width="373" height="231" loading="lazy" decoding="async">
</p>
<p>Con l&rsquo;età invece si alza anche il numero di senatori occupati in professioni intellettuali, circa la metà. Andando a scomporre il dato dei lavoratori in ambito intellettuale emerge invece una situazione simile a quella della Camera con un gran numero di avvocati seguiti da professori universitari e medici.</p>
<p><img src="https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2014/parlamenti-danno-numeri-body-12.png.webp" alt="professioni al Senato" title="professioni al Senato" width="379" height="181" loading="lazy" decoding="async">
</p>
<p><em>Le statistiche sono state elaborate sulla base delle informazioni disponibili e consultabili su dati.camera.it; dati.senato.it; assemblee-nationale.fr; congreso.es; bundestag.de; parliament.uk; ipu.org (Inter Parliament Union)</em></p>
]]></content:encoded></item><item><title>Il peso della ricerca scientifica nel governo Renzi</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/peso-ricerca-scientifica-governo-renzi/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/peso-ricerca-scientifica-governo-renzi/</guid><pubDate>Mon, 03 Mar 2014 12:08:00 +0100</pubDate><dc:creator>Luca Carra</dc:creator><category>politica-della-ricerca</category><description>Scopri il peso della ricerca scientifica nel governo Renzi e in Parlamento. Analizziamo le competenze dei sottosegretari nominati e la rappresentanza degli scienziati.</description><content:encoded><![CDATA[<h2 id="che-peso-ha-la-ricerca-scientifica-nel-governo-renzi-e-in-parlamento">Che peso ha la ricerca scientifica nel governo Renzi e in Parlamento?</h2><p>Sono giorni di polemica sulla scelta dei ministri e soprattutto dei sottosegretari. Lasciando da parte le controversie più politiche, e limitandoci a esaminare i CV dei neonominati alla ricerca scientifica e a quella sanitaria (<a href="http://www.governo.it/Governo/Ministeri/ministri_gov.html" rel="noopener">elenco dei nuovi sottosegretari</a>) non possiamo non osservare scarse competenze ed esperienze maturate in questo ambito. </p>
<p><strong>Sottosegretari alla Ricerca e all&rsquo;istruzione:</strong></p>
<ul>
<li><a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Roberto_Reggi" rel="noopener">Roberto Reggi</a> (PD, sindaco di Piacenza, ingegnere, Eurogen vendita di energia elettrica) </li>
<li><a href="http://www.senato.it/leg/17/BGT/Schede/Attsen/00029089.htm" rel="noopener">Angela D’Onghia</a> (Scelta Civica; imprenditirce manifatturiera, Bari)  </li>
<li><a href="http://www.uninews24.com/italia/1660-miur,-renzi-nomina-la-squadra-d-onghia,-reggi-e-toccafondi.html" rel="noopener">Gabriele Toccafondi</a> (NCD; laureato in scienze politiche, direttore di coperativa) </li>
</ul>
<p><strong>Sottosegretario Ministero della salute:</strong> </p>
<ul>
<li><a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Vito_De_Filippo" rel="noopener">Vito De Filippo</a> (laureato in filosofia, presidente regione Basilicata) </li>
</ul>
<p>E sì che la scelta dei viceministri secondo merito e competenza sarebbe stato un segnale molto importante per questo governo: nella società civile e nelle due camere ricercatori esperti non mancano, anche di grande valore. Tre nomi su tutti: i senatori a vita Elena Cattaneo e Carlo Rubbia, e la parlamentare Ilaria Capua. Forse - come qualcuno ha sottolineato all&rsquo;indomani delle nomine - la comunità scientifica ha mancato ancora una volta nel fare rete e lobby per &ldquo;mettere i suoi&rdquo; nei posti di comando, mentre altri mondi hanno saputo far valere le loro concretissime ragioni.</p>
<p>Sia chiaro: la scarsa rappresentanza nella classe politica di scienziati e ricercatori è un fatto storico, sia perché tradizionalmente in Italia nella borghesia prevalgono le professioni liberali con formazione umanistica, sia perché - almeno negli ultimi decenni - si è andata determinando una frattura fra ceto politico ed èlite, che hanno preferito restare ai margini del processo politico.</p>
<p>Dai dati che seguono si  misura quanto sia esigua la proporzione di professioni scientifiche e più generalmente intellettuali sia nel governo sia nel Parlamento. (E anche la percentuale di laureati, PhD e alti dirigenti è assai inferiore ai parlamentari di Francia, Germania e Gran Bretagna, ma su questo torneremo). Almeno nel tasso di scienziati e intellettuali, come vedremo, il governo Renzi non rappresenta una discontinuità rispetto al passato, nonostante il tanto parlare di &ldquo;società della conoscenza&rdquo; e &ldquo;cittadinanza scientifica&rdquo;. </p>
<p>Dal database di <a href="http://www.camera.it/leg17/28" rel="noopener">Camera</a> e <a href="http://www.senato.it/leg/17/BGT/Schede/Attsen/Sena.html" rel="noopener">Senato</a> abbiamo estratto i profili dei parlamentari e abbiamo estratto le professioni registrate dalle schede anagrafiche:</p>
<ul>
<li>docente universitario </li>
<li>ricercatore </li>
<li>insegnante </li>
<li>medico </li>
<li>ingegnere </li>
<li>altra professione intellettuale o scientifica. </li>
</ul>
<p>Ecco i risultati per Governo, Parlamento e Commissione istruzione e ricerca.</p>
<h2 id="governo">Governo</h2><p>I membri del Governo Renzi sono 61. Solo in 10 svolgono una professione intellettuale o scientifica.</p>
<p><img src="data:image/svg&#43;xml;base64,PHN2ZyBlbmFibGUtYmFja2dyb3VuZD0ibmV3IDAgMCA0NjAuNjc0IDIyNi45NjYiIGhlaWdodD0iMjI2Ljk2NnB4IiBpZD0iTGF5ZXJfMSIgdmVyc2lvbj0iMS4xIiB3aWR0aD0iNDYwLjY3NHB4IiB4PSIwcHgiIHhtbDpzcGFjZT0icHJlc2VydmUiIHhtbG5zPSJodHRwOi8vd3d3LnczLm9yZy8yMDAwL3N2ZyIgeG1sbnM6eGxpbms9Imh0dHA6Ly93d3cudzMub3JnLzE5OTkveGxpbmsiIHk9IjBweCI&#43;IDxyZWN0IGZpbGw9IiM4QzIzNkMiIGhlaWdodD0iMzkuNTIyIiB3aWR0aD0iMjc1LjM3IiB4PSIxMDguODgzIiB5PSI2OC43NjgiIC8&#43;IDxyZWN0IGZpbGw9IiNERTcwQUMiIGhlaWdodD0iMzkuNTIxIiB3aWR0aD0iNTMuOTkiIHg9IjEwOC44ODMiIHk9IjEyNC43NjkiIC8&#43;IDx0ZXh0IHRyYW5zZm9ybT0ibWF0cml4KDEgLTAuMDA5NSAwLjAwOTUgMSAxOC4zNTMgMTM2LjUzNDIpIj48dHNwYW4gZmlsbD0iIzAxMDEwMSIgZm9udC1mYW1pbHk9IiYjMzk7SGVsdmV0aWNhJiMzOTsiIGZvbnQtc2l6ZT0iMTYiIHg9IjAiIHk9IjAiPlBybzwvdHNwYW4&#43;PHRzcGFuIGZpbGw9IiMwMTAxMDEiIGZvbnQtZmFtaWx5PSImIzM5O0hlbHZldGljYSYjMzk7IiBmb250LXNpemU9IjE2IiB4PSIyNC44OTkiIHk9IjAiPmY8L3RzcGFuPjx0c3BhbiBmaWxsPSIjMDEwMTAxIiBmb250LWZhbWlseT0iJiMzOTtIZWx2ZXRpY2EmIzM5OyIgZm9udC1zaXplPSIxNiIgeD0iMjguODgiIHk9IjAuMDAxIj5lc3Npb25pIDwvdHNwYW4&#43;PHRzcGFuIGZpbGw9IiMwMTAxMDEiIGZvbnQtZmFtaWx5PSImIzM5O0hlbHZldGljYSYjMzk7IiBmb250LXNpemU9IjE2IiB4PSIwIiB5PSIxOS4yIj5pbnRlbGxldHR1YWxpPC90c3Bhbj48L3RleHQ&#43;IDx0ZXh0IHRyYW5zZm9ybT0ibWF0cml4KDEgMCAwIDEgMTA4Ljg4MzMgMzIuNDM1NSkiPjx0c3BhbiBmaWxsPSIjMDEwMTAxIiBmb250LWZhbWlseT0iJiMzOTtIZWx2ZXRpY2EtQm9sZCYjMzk7IiBmb250LXNpemU9IjE5IiB4PSIwIiB5PSIwIj5HPC90c3Bhbj48dHNwYW4gZmlsbD0iIzAxMDEwMSIgZm9udC1mYW1pbHk9IiYjMzk7SGVsdmV0aWNhLUJvbGQmIzM5OyIgZm9udC1zaXplPSIxOSIgeD0iMTQuNzc5IiB5PSIwIj5vPC90c3Bhbj48dHNwYW4gZmlsbD0iIzAxMDEwMSIgZm9udC1mYW1pbHk9IiYjMzk7SGVsdmV0aWNhLUJvbGQmIzM5OyIgZm9udC1zaXplPSIxOSIgeD0iMjYuMDI0IiB5PSIwIj52ZXJubzwvdHNwYW4&#43;PC90ZXh0PiA8bGluZSBmaWxsPSJub25lIiBzdHJva2U9IiMwMTAxMDEiIHN0cm9rZS1saW5lY2FwPSJyb3VuZCIgc3Ryb2tlLWxpbmVqb2luPSJyb3VuZCIgc3Ryb2tlLW1pdGVybGltaXQ9IjEwIiBzdHJva2Utd2lkdGg9IjAuNzUiIHgxPSIxMDguODgzIiB4Mj0iNDMyLjg1MyIgeTE9IjE4MC43MTciIHkyPSIxODAuNzE3Ij48L2xpbmU&#43;IDxsaW5lIGZpbGw9Im5vbmUiIHN0cm9rZT0iIzAxMDEwMSIgc3Ryb2tlLWxpbmVjYXA9InJvdW5kIiBzdHJva2UtbGluZWpvaW49InJvdW5kIiBzdHJva2UtbWl0ZXJsaW1pdD0iMTAiIHN0cm9rZS13aWR0aD0iMC43NSIgeDE9IjEwOC44ODMiIHgyPSIxMDguODgzIiB5MT0iMTgwLjcxNyIgeTI9IjE4Ny45MTciPjwvbGluZT4gPGxpbmUgZmlsbD0ibm9uZSIgc3Ryb2tlPSIjMDEwMTAxIiBzdHJva2UtbGluZWNhcD0icm91bmQiIHN0cm9rZS1saW5lam9pbj0icm91bmQiIHN0cm9rZS1taXRlcmxpbWl0PSIxMCIgc3Ryb2tlLXdpZHRoPSIwLjc1IiB4MT0iMTYyLjg3MyIgeDI9IjE2Mi44NzMiIHkxPSIxODAuNzE3IiB5Mj0iMTg3LjkxNyI&#43;PC9saW5lPiA8bGluZSBmaWxsPSJub25lIiBzdHJva2U9IiMwMTAxMDEiIHN0cm9rZS1saW5lY2FwPSJyb3VuZCIgc3Ryb2tlLWxpbmVqb2luPSJyb3VuZCIgc3Ryb2tlLW1pdGVybGltaXQ9IjEwIiBzdHJva2Utd2lkdGg9IjAuNzUiIHgxPSIyMTYuODczIiB4Mj0iMjE2Ljg3MyIgeTE9IjE4MC43MTciIHkyPSIxODcuOTE3Ij48L2xpbmU&#43;IDxsaW5lIGZpbGw9Im5vbmUiIHN0cm9rZT0iIzAxMDEwMSIgc3Ryb2tlLWxpbmVjYXA9InJvdW5kIiBzdHJva2UtbGluZWpvaW49InJvdW5kIiBzdHJva2UtbWl0ZXJsaW1pdD0iMTAiIHN0cm9rZS13aWR0aD0iMC43NSIgeDE9IjI3MC44NjIiIHgyPSIyNzAuODYyIiB5MT0iMTgwLjcxNyIgeTI9IjE4Ny45MTciPjwvbGluZT4gPGxpbmUgZmlsbD0ibm9uZSIgc3Ryb2tlPSIjMDEwMTAxIiBzdHJva2UtbGluZWNhcD0icm91bmQiIHN0cm9rZS1saW5lam9pbj0icm91bmQiIHN0cm9rZS1taXRlcmxpbWl0PSIxMCIgc3Ryb2tlLXdpZHRoPSIwLjc1IiB4MT0iMzI0Ljg2MiIgeDI9IjMyNC44NjIiIHkxPSIxODAuNzE3IiB5Mj0iMTg3LjkxNyI&#43;PC9saW5lPiA8bGluZSBmaWxsPSJub25lIiBzdHJva2U9IiMwMTAxMDEiIHN0cm9rZS1saW5lY2FwPSJyb3VuZCIgc3Ryb2tlLWxpbmVqb2luPSJyb3VuZCIgc3Ryb2tlLW1pdGVybGltaXQ9IjEwIiBzdHJva2Utd2lkdGg9IjAuNzUiIHgxPSIzNzguODUzIiB4Mj0iMzc4Ljg1MyIgeTE9IjE4MC43MTciIHkyPSIxODcuOTE3Ij48L2xpbmU&#43;IDxsaW5lIGZpbGw9Im5vbmUiIHN0cm9rZT0iIzAxMDEwMSIgc3Ryb2tlLWxpbmVjYXA9InJvdW5kIiBzdHJva2UtbGluZWpvaW49InJvdW5kIiBzdHJva2UtbWl0ZXJsaW1pdD0iMTAiIHN0cm9rZS13aWR0aD0iMC43NSIgeDE9IjQzMi44NTMiIHgyPSI0MzIuODUzIiB5MT0iMTgwLjcxNyIgeTI9IjE4Ny45MTciPjwvbGluZT4gPHRleHQgZmlsbD0iIzAxMDEwMSIgZm9udC1mYW1pbHk9IiYjMzk7SGVsdmV0aWNhJiMzOTsiIGZvbnQtc2l6ZT0iMTYiIHRyYW5zZm9ybT0ibWF0cml4KDEgMCAwIDEgMTA0LjQzMjYgMjA2LjYzNzcpIj4wPC90ZXh0PiA8dGV4dCBmaWxsPSIjMDEwMTAxIiBmb250LWZhbWlseT0iJiMzOTtIZWx2ZXRpY2EmIzM5OyIgZm9udC1zaXplPSIxNiIgdHJhbnNmb3JtPSJtYXRyaXgoMSAwIDAgMSAxNTMuOTgyOSAyMDYuNjM3NykiPjEwPC90ZXh0PiA8dGV4dCBmaWxsPSIjMDEwMTAxIiBmb250LWZhbWlseT0iJiMzOTtIZWx2ZXRpY2EmIzM5OyIgZm9udC1zaXplPSIxNiIgdHJhbnNmb3JtPSJtYXRyaXgoMSAwIDAgMSAyMDcuOTcyNyAyMDYuNjM3NykiPjIwPC90ZXh0PiA8dGV4dCBmaWxsPSIjMDEwMTAxIiBmb250LWZhbWlseT0iJiMzOTtIZWx2ZXRpY2EmIzM5OyIgZm9udC1zaXplPSIxNiIgdHJhbnNmb3JtPSJtYXRyaXgoMSAwIDAgMSAyNjEuOTcyNyAyMDYuNjM3NykiPjMwPC90ZXh0PiA8dGV4dCBmaWxsPSIjMDEwMTAxIiBmb250LWZhbWlseT0iJiMzOTtIZWx2ZXRpY2EmIzM5OyIgZm9udC1zaXplPSIxNiIgdHJhbnNmb3JtPSJtYXRyaXgoMSAwIDAgMSAzMTUuOTYyOSAyMDYuNjM3NykiPjQwPC90ZXh0PiA8dGV4dCBmaWxsPSIjMDEwMTAxIiBmb250LWZhbWlseT0iJiMzOTtIZWx2ZXRpY2EmIzM5OyIgZm9udC1zaXplPSIxNiIgdHJhbnNmb3JtPSJtYXRyaXgoMSAwIDAgMSAzNjkuOTYyOSAyMDYuNjM3NykiPjUwPC90ZXh0PiA8dGV4dCBmaWxsPSIjMDEwMTAxIiBmb250LWZhbWlseT0iJiMzOTtIZWx2ZXRpY2EmIzM5OyIgZm9udC1zaXplPSIxNiIgdHJhbnNmb3JtPSJtYXRyaXgoMSAwIDAgMSA0MjMuOTUzMSAyMDYuNjM3NykiPjYwPC90ZXh0PiA8dGV4dCBmaWxsPSIjMDEwMTAxIiBmb250LWZhbWlseT0iJiMzOTtIZWx2ZXRpY2EmIzM5OyIgZm9udC1zaXplPSIxNiIgdHJhbnNmb3JtPSJtYXRyaXgoMSAtMC4wMDk1IDAuMDA5NSAxIDE4LjM1MyA4Mi40OTYxKSI&#43;QWx0cm88L3RleHQ&#43;IDwvc3ZnPg==" 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</p>
<p>Ecco l’elenco completo. In evidenza i componenti del MIUR.</p>

<div class="tabella-scorre" role="region" aria-label="Tabella 1" tabindex="0">
<table>
  <thead>
    <tr>
      <th></th>
      <th></th>
      <th></th>
      <th></th>
      <th></th>
    </tr>
  </thead>
  <tbody>
    <tr>
      <td>Nome</td>
      <td>Carica</td>
      <td>Organo</td>
      <td>Partito</td>
      <td>Professione</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>DE VINCENTI Claudio</td>
      <td>Viceministro</td>
      <td>Sviluppo Economico</td>
      <td>PD</td>
      <td>Docente universitario</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>DELLA VEDOVA Benedetto</td>
      <td>Sottosegretario</td>
      <td>Esteri</td>
      <td>SC</td>
      <td>Ricercatore</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>DELRIO Graziano</td>
      <td>Sottosegretario</td>
      <td>Presidenza del Consiglio</td>
      <td>PD</td>
      <td>Docente universitario</td>
    </tr>
    <tr>
      <td><strong>GIANNINI Stefania</strong></td>
      <td><strong>Ministro</strong></td>
      <td><strong>Istruzione e ricerca</strong></td>
      <td><strong>SC</strong></td>
      <td><strong>Docente universitario</strong></td>
    </tr>
    <tr>
      <td>MADIA Maria Anna</td>
      <td>Ministro</td>
      <td>Pubblica Amministrazione</td>
      <td>PD</td>
      <td>Ricercatore</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>OLIVERO Andrea</td>
      <td>Viceministro</td>
      <td>Politiche Agricole</td>
      <td>PD</td>
      <td>Insegnante</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>PADOAN Pier Carlo</td>
      <td>Ministro</td>
      <td>Economia e delle Finanze</td>
      <td>Tecnico</td>
      <td>Docente universitario</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>PINOTTI Roberta</td>
      <td>Ministro</td>
      <td>Difesa</td>
      <td>PD</td>
      <td>Insegnante</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>PISTELLI Lapo</td>
      <td>Viceministro</td>
      <td>Esteri</td>
      <td>PD</td>
      <td>Docente universitario</td>
    </tr>
    <tr>
      <td><strong>REGGI Roberto</strong></td>
      <td><strong>Sottosegretario</strong></td>
      <td><strong>Istruzione e ricerca</strong></td>
      <td><strong>PD</strong></td>
      <td><strong>Ingegnere</strong></td>
    </tr>
  </tbody>
</table>
</div>
<h2 id="parlamento">Parlamento</h2><p>E quanti sono a loro volta i parlamentari che per professione si occupano di ricerca, scienza e insegnamento? Quanti di questi sono inseriti nella commissione istruzione e ricerca di senato e Camera?</p>
<p>Su 950 tra onorevoli, senatori e letti e senatori a vita 216 appartengono a una delle categorie professionali elencate.</p>
<p><img src="data:image/svg&#43;xml;base64,PHN2ZyBlbmFibGUtYmFja2dyb3VuZD0ibmV3IDAgMCA0NzguNjUyIDIxOS4xMDEiIGhlaWdodD0iMjE5LjEwMXB4IiBpZD0iTGF5ZXJfMSIgdmVyc2lvbj0iMS4xIiB3aWR0aD0iNDc4LjY1MnB4IiB4PSIwcHgiIHhtbDpzcGFjZT0icHJlc2VydmUiIHhtbG5zPSJodHRwOi8vd3d3LnczLm9yZy8yMDAwL3N2ZyIgeG1sbnM6eGxpbms9Imh0dHA6Ly93d3cudzMub3JnLzE5OTkveGxpbmsiIHk9IjBweCI&#43;IDxyZWN0IGZpbGw9IiM4QzIzNkMiIGhlaWdodD0iNDAuMzc3IiB3aWR0aD0iMzE3LjIiIHg9IjEwMS44NzEiIHk9IjYxLjg2OSIgLz4gPHJlY3QgZmlsbD0iI0RFNzBBQiIgaGVpZ2h0PSI0MC4zOTgiIHdpZHRoPSI5My4zNCIgeD0iMTAxLjUxMSIgeT0iMTE2Ljg3NyIgLz4gPHRleHQgZmlsbD0iIzAxMDEwMSIgZm9udC1mYW1pbHk9IiYjMzk7SGVsdmV0aWNhLUJvbGQmIzM5OyIgZm9udC1zaXplPSIxOSIgdHJhbnNmb3JtPSJtYXRyaXgoMSAwIDAgMSAxMDEuODcwNiAzMC4zMDAzKSI&#43;UGFybGFtZW50bzwvdGV4dD4gPGxpbmUgZmlsbD0ibm9uZSIgc3Ryb2tlPSIjMDEwMTAxIiBzdHJva2UtbGluZWNhcD0icm91bmQiIHN0cm9rZS1saW5lam9pbj0icm91bmQiIHN0cm9rZS1taXRlcmxpbWl0PSIxMCIgc3Ryb2tlLXdpZHRoPSIwLjc1IiB4MT0iMTAxLjUxMSIgeDI9IjQ0Ny4yMzEiIHkxPSIxNzEuNDY5IiB5Mj0iMTcxLjQ2OSI&#43;PC9saW5lPiA8bGluZSBmaWxsPSJub25lIiBzdHJva2U9IiMwMTAxMDEiIHN0cm9rZS1saW5lY2FwPSJyb3VuZCIgc3Ryb2tlLWxpbmVqb2luPSJyb3VuZCIgc3Ryb2tlLW1pdGVybGltaXQ9IjEwIiBzdHJva2Utd2lkdGg9IjAuNzUiIHgxPSIxMDEuNTExIiB4Mj0iMTAxLjUxMSIgeTE9IjE3MS40NjkiIHkyPSIxNzguNjY5Ij48L2xpbmU&#43;IDxsaW5lIGZpbGw9Im5vbmUiIHN0cm9rZT0iIzAxMDEwMSIgc3Ryb2tlLWxpbmVjYXA9InJvdW5kIiBzdHJva2UtbGluZWpvaW49InJvdW5kIiBzdHJva2UtbWl0ZXJsaW1pdD0iMTAiIHN0cm9rZS13aWR0aD0iMC43NSIgeDE9IjE4Ny45NDEiIHgyPSIxODcuOTQxIiB5MT0iMTcxLjQ2OSIgeTI9IjE3OC42NjkiPjwvbGluZT4gPGxpbmUgZmlsbD0ibm9uZSIgc3Ryb2tlPSIjMDEwMTAxIiBzdHJva2UtbGluZWNhcD0icm91bmQiIHN0cm9rZS1saW5lam9pbj0icm91bmQiIHN0cm9rZS1taXRlcmxpbWl0PSIxMCIgc3Ryb2tlLXdpZHRoPSIwLjc1IiB4MT0iMjc0LjM3MiIgeDI9IjI3NC4zNzIiIHkxPSIxNzEuNDY5IiB5Mj0iMTc4LjY2OSI&#43;PC9saW5lPiA8bGluZSBmaWxsPSJub25lIiBzdHJva2U9IiMwMTAxMDEiIHN0cm9rZS1saW5lY2FwPSJyb3VuZCIgc3Ryb2tlLWxpbmVqb2luPSJyb3VuZCIgc3Ryb2tlLW1pdGVybGltaXQ9IjEwIiBzdHJva2Utd2lkdGg9IjAuNzUiIHgxPSIzNjAuODAxIiB4Mj0iMzYwLjgwMSIgeTE9IjE3MS40NjkiIHkyPSIxNzguNjY5Ij48L2xpbmU&#43;IDxsaW5lIGZpbGw9Im5vbmUiIHN0cm9rZT0iIzAxMDEwMSIgc3Ryb2tlLWxpbmVjYXA9InJvdW5kIiBzdHJva2UtbGluZWpvaW49InJvdW5kIiBzdHJva2UtbWl0ZXJsaW1pdD0iMTAiIHN0cm9rZS13aWR0aD0iMC43NSIgeDE9IjQ0Ny4yMzEiIHgyPSI0NDcuMjMxIiB5MT0iMTcxLjQ2OSIgeTI9IjE3OC42NjkiPjwvbGluZT4gPHRleHQgZmlsbD0iIzAxMDEwMSIgZm9udC1mYW1pbHk9IiYjMzk7SGVsdmV0aWNhJiMzOTsiIGZvbnQtc2l6ZT0iMTYiIHRyYW5zZm9ybT0ibWF0cml4KDEgMCAwIDEgOTcuMDYxIDE5Ny4zOTAxKSI&#43;MDwvdGV4dD4gPHRleHQgZmlsbD0iIzAxMDEwMSIgZm9udC1mYW1pbHk9IiYjMzk7SGVsdmV0aWNhJiMzOTsiIGZvbnQtc2l6ZT0iMTYiIHRyYW5zZm9ybT0ibWF0cml4KDEgMCAwIDEgMTc0LjYwMTEgMTk3LjM5MDEpIj4yMDA8L3RleHQ&#43;IDx0ZXh0IGZpbGw9IiMwMTAxMDEiIGZvbnQtZmFtaWx5PSImIzM5O0hlbHZldGljYSYjMzk7IiBmb250LXNpemU9IjE2IiB0cmFuc2Zvcm09Im1hdHJpeCgxIDAgMCAxIDI2MS4wMzA4IDE5Ny4zOTAxKSI&#43;NDAwPC90ZXh0PiA8dGV4dCBmaWxsPSIjMDEwMTAxIiBmb250LWZhbWlseT0iJiMzOTtIZWx2ZXRpY2EmIzM5OyIgZm9udC1zaXplPSIxNiIgdHJhbnNmb3JtPSJtYXRyaXgoMSAwIDAgMSAzNDcuNDYxNCAxOTcuMzkwMSkiPjYwMDwvdGV4dD4gPHRleHQgZmlsbD0iIzAxMDEwMSIgZm9udC1mYW1pbHk9IiYjMzk7SGVsdmV0aWNhJiMzOTsiIGZvbnQtc2l6ZT0iMTYiIHRyYW5zZm9ybT0ibWF0cml4KDEgMCAwIDEgNDMzLjg5MTEgMTk3LjM5MDEpIj44MDA8L3RleHQ&#43;IDx0ZXh0IGZpbGw9IiMwMTAxMDEiIGZvbnQtZmFtaWx5PSImIzM5O0hlbHZldGljYSYjMzk7IiBmb250LXNpemU9IjE2IiB0cmFuc2Zvcm09Im1hdHJpeCgxIC0wLjAwOTUgMC4wMDk1IDEgNTAuODEzNSA3NC4zMDQ3KSI&#43;QWx0cm88L3RleHQ&#43;IDx0ZXh0IHRyYW5zZm9ybT0ibWF0cml4KDEgLTAuMDA5NSAwLjAwOTUgMSAxMi40NTMxIDEzMS43NTkzKSI&#43;PHRzcGFuIGZpbGw9IiMwMTAxMDEiIGZvbnQtZmFtaWx5PSImIzM5O0hlbHZldGljYSYjMzk7IiBmb250LXNpemU9IjE2IiB4PSIwIiB5PSIwIj5Qcm88L3RzcGFuPjx0c3BhbiBmaWxsPSIjMDEwMTAxIiBmb250LWZhbWlseT0iJiMzOTtIZWx2ZXRpY2EmIzM5OyIgZm9udC1zaXplPSIxNiIgeD0iMjQuODk5IiB5PSIwIj5mPC90c3Bhbj48dHNwYW4gZmlsbD0iIzAxMDEwMSIgZm9udC1mYW1pbHk9IiYjMzk7SGVsdmV0aWNhJiMzOTsiIGZvbnQtc2l6ZT0iMTYiIHg9IjI4Ljg4IiB5PSIwLjAwMSI&#43;ZXNzaW9uaSA8L3RzcGFuPjx0c3BhbiBmaWxsPSIjMDEwMTAxIiBmb250LWZhbWlseT0iJiMzOTtIZWx2ZXRpY2EmIzM5OyIgZm9udC1zaXplPSIxNiIgeD0iMCIgeT0iMTkuMiI&#43;aW50ZWxsZXR0dWFsaTwvdHNwYW4&#43;PC90ZXh0PiA8L3N2Zz4=" alt="" loading="lazy" decoding="async">
</p>
<p>Così distribuiti fra i vari gruppi parlamentari. In valore assoluto:</p>

<div class="tabella-scorre" role="region" aria-label="Tabella 2" tabindex="0">
<table>
  <thead>
    <tr>
      <th></th>
      <th></th>
      <th></th>
      <th></th>
      <th></th>
      <th></th>
      <th></th>
      <th></th>
    </tr>
  </thead>
  <tbody>
    <tr>
      <td>Gruppo</td>
      <td>Docente universitario</td>
      <td>Ricercatore</td>
      <td>Ingegnere</td>
      <td>Insegnante</td>
      <td>Medico</td>
      <td>Altra professione intellettuale o scientifica</td>
      <td>Altro</td>
    </tr>
    <tr>
      <td><strong>Fratelli d&rsquo;Italia - Centrodestra Nazionale</strong></td>
      <td>0</td>
      <td>0</td>
      <td>0</td>
      <td>0</td>
      <td>0</td>
      <td>0</td>
      <td>9</td>
    </tr>
    <tr>
      <td><strong>Grandi autonomie e libertà</strong></td>
      <td>2</td>
      <td>0</td>
      <td>1</td>
      <td>1</td>
      <td>3</td>
      <td>1</td>
      <td>3</td>
    </tr>
    <tr>
      <td><strong>Gruppo Misto</strong></td>
      <td>0</td>
      <td>1</td>
      <td>2</td>
      <td>1</td>
      <td>1</td>
      <td>1</td>
      <td>32</td>
    </tr>
    <tr>
      <td><strong>Gruppo per le autonomie-Psi</strong></td>
      <td>2</td>
      <td>1</td>
      <td>0</td>
      <td>0</td>
      <td>2</td>
      <td>0</td>
      <td>7</td>
    </tr>
    <tr>
      <td><strong>Lega Nord e autonomie</strong></td>
      <td>1</td>
      <td>0</td>
      <td>2</td>
      <td>1</td>
      <td>1</td>
      <td>0</td>
      <td>30</td>
    </tr>
    <tr>
      <td><strong>Movimento 5 stelle</strong></td>
      <td>1</td>
      <td>5</td>
      <td>8</td>
      <td>12</td>
      <td>5</td>
      <td>5</td>
      <td>119</td>
    </tr>
    <tr>
      <td><strong>Nuovo Centrodestra</strong></td>
      <td>4</td>
      <td>0</td>
      <td>2</td>
      <td>2</td>
      <td>7</td>
      <td>0</td>
      <td>45</td>
    </tr>
    <tr>
      <td><strong>Partito Democratico</strong></td>
      <td><strong>35</strong></td>
      <td><strong>16</strong></td>
      <td><strong>5</strong></td>
      <td><strong>23</strong></td>
      <td><strong>11</strong></td>
      <td><strong>7</strong></td>
      <td><strong>304</strong></td>
    </tr>
    <tr>
      <td><strong>Per L&rsquo;Italia</strong></td>
      <td>7</td>
      <td>0</td>
      <td>0</td>
      <td>2</td>
      <td>0</td>
      <td>0</td>
      <td>22</td>
    </tr>
    <tr>
      <td><strong>Popolo della Libertà</strong></td>
      <td>7</td>
      <td>0</td>
      <td>1</td>
      <td>5</td>
      <td>8</td>
      <td>2</td>
      <td>104</td>
    </tr>
    <tr>
      <td><strong>Scelta civica per l&rsquo;Italia</strong></td>
      <td>8</td>
      <td>2</td>
      <td>0</td>
      <td>0</td>
      <td>1</td>
      <td>0</td>
      <td>24</td>
    </tr>
    <tr>
      <td><strong>Sinistra ecologia e libertà</strong></td>
      <td>0</td>
      <td>0</td>
      <td>1</td>
      <td>0</td>
      <td>0</td>
      <td>0</td>
      <td>36</td>
    </tr>
  </tbody>
</table>
</div>
<p>E’ il PD, anche per dimensioni assolute del numero di parlamentari, a portare in Parlamento il maggior numero di docenti e ricercatori. In percentuale, aggregando le professioni intellettuali, i grandi partiti hanno all’incirca la medesima distribuzione di professioni intellettuali, con Lega Nord e PDL con percentuali più basse e Scelta civica con percentuali più alte:</p>
<p><img src="https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2014/peso-ricerca-scientifica-governo-renzi-body-1.png.webp" alt="" width="578" height="565" loading="lazy" decoding="async">
</p>
<h2 id="commissione-scienza-istruzione-cultura">Commissione scienza, istruzione, cultura</h2><p>Per quanto riguarda le commissioni è stata analizzata la composizione di:</p>
<ul>
<li><a href="http://www.camera.it/leg17/99?shadow_organo_parlamentare=2081" rel="noopener">VII Commissione cultura, scienza e istruzione della Camera</a></li>
<li><a href="http://www.senato.it/leg/17/BGT/Schede/Commissioni/0-00007.htm" rel="noopener">VII Commissione istruzione pubblica, beni culturali del Senato</a></li>
</ul>
<p>Tra Camera e Senato su un totale di 71 membri di commissione 23 svolgono una professione intellettuale o scientifica.</p>
<p><img src="data:image/svg&#43;xml;base64,PHN2ZyBlbmFibGUtYmFja2dyb3VuZD0ibmV3IDAgMCA0OTUuNTA2IDIyOC4wOSIgaGVpZ2h0PSIyMjguMDlweCIgaWQ9IkxheWVyXzEiIHZlcnNpb249IjEuMSIgd2lkdGg9IjQ5NS41MDZweCIgeD0iMHB4IiB4bWw6c3BhY2U9InByZXNlcnZlIiB4bWxucz0iaHR0cDovL3d3dy53My5vcmcvMjAwMC9zdmciIHhtbG5zOnhsaW5rPSJodHRwOi8vd3d3LnczLm9yZy8xOTk5L3hsaW5rIiB5PSIwcHgiPiA8cmVjdCBmaWxsPSIjOEMyMzZCIiBoZWlnaHQ9IjQxLjk1IiB3aWR0aD0iMzA2LjgzIiB4PSIxMTQuNjEzIiB5PSI2NS4wODMiIC8&#43;IDxyZWN0IGZpbGw9IiNERDZGQUIiIGhlaWdodD0iNDEuODU5IiB3aWR0aD0iOTkuMzkiIHg9IjExNC42MTMiIHk9IjEyMS4xMDQiIC8&#43;IDx0ZXh0IGZpbGw9IiMwMTAxMDEiIGZvbnQtZmFtaWx5PSImIzM5O0hlbHZldGljYS1Cb2xkJiMzOTsiIGZvbnQtc2l6ZT0iMTkiIHRyYW5zZm9ybT0ibWF0cml4KDEgMCAwIDEgMTE0LjYxMzMgMzEuNDM1MSkiPkNvbW1pc3Npb25pIGlzdHJ1emlvbmUgZSByaWNlcmNhPC90ZXh0PiA8bGluZSBmaWxsPSJub25lIiBzdHJva2U9IiMwMTAxMDEiIHN0cm9rZS1saW5lY2FwPSJyb3VuZCIgc3Ryb2tlLWxpbmVqb2luPSJyb3VuZCIgc3Ryb2tlLW1pdGVybGltaXQ9IjEwIiBzdHJva2Utd2lkdGg9IjAuNzUiIHgxPSIxMTQuNjEzIiB4Mj0iNDYwLjMzMyIgeTE9IjE4MS41OTMiIHkyPSIxODEuNTkzIj48L2xpbmU&#43;IDxsaW5lIGZpbGw9Im5vbmUiIHN0cm9rZT0iIzAxMDEwMSIgc3Ryb2tlLWxpbmVjYXA9InJvdW5kIiBzdHJva2UtbGluZWpvaW49InJvdW5kIiBzdHJva2UtbWl0ZXJsaW1pdD0iMTAiIHN0cm9rZS13aWR0aD0iMC43NSIgeDE9IjExNC42MTMiIHgyPSIxMTQuNjEzIiB5MT0iMTgxLjU5MyIgeTI9IjE4OC43OTMiPjwvbGluZT4gPGxpbmUgZmlsbD0ibm9uZSIgc3Ryb2tlPSIjMDEwMTAxIiBzdHJva2UtbGluZWNhcD0icm91bmQiIHN0cm9rZS1saW5lam9pbj0icm91bmQiIHN0cm9rZS1taXRlcmxpbWl0PSIxMCIgc3Ryb2tlLXdpZHRoPSIwLjc1IiB4MT0iMjAxLjA0MyIgeDI9IjIwMS4wNDMiIHkxPSIxODEuNTkzIiB5Mj0iMTg4Ljc5MyI&#43;PC9saW5lPiA8bGluZSBmaWxsPSJub25lIiBzdHJva2U9IiMwMTAxMDEiIHN0cm9rZS1saW5lY2FwPSJyb3VuZCIgc3Ryb2tlLWxpbmVqb2luPSJyb3VuZCIgc3Ryb2tlLW1pdGVybGltaXQ9IjEwIiBzdHJva2Utd2lkdGg9IjAuNzUiIHgxPSIyODcuNDc0IiB4Mj0iMjg3LjQ3NCIgeTE9IjE4MS41OTMiIHkyPSIxODguNzkzIj48L2xpbmU&#43;IDxsaW5lIGZpbGw9Im5vbmUiIHN0cm9rZT0iIzAxMDEwMSIgc3Ryb2tlLWxpbmVjYXA9InJvdW5kIiBzdHJva2UtbGluZWpvaW49InJvdW5kIiBzdHJva2UtbWl0ZXJsaW1pdD0iMTAiIHN0cm9rZS13aWR0aD0iMC43NSIgeDE9IjM3My45MDMiIHgyPSIzNzMuOTAzIiB5MT0iMTgxLjU5MyIgeTI9IjE4OC43OTMiPjwvbGluZT4gPGxpbmUgZmlsbD0ibm9uZSIgc3Ryb2tlPSIjMDEwMTAxIiBzdHJva2UtbGluZWNhcD0icm91bmQiIHN0cm9rZS1saW5lam9pbj0icm91bmQiIHN0cm9rZS1taXRlcmxpbWl0PSIxMCIgc3Ryb2tlLXdpZHRoPSIwLjc1IiB4MT0iNDYwLjMzMyIgeDI9IjQ2MC4zMzMiIHkxPSIxODEuNTkzIiB5Mj0iMTg4Ljc5MyI&#43;PC9saW5lPiA8dGV4dCBmaWxsPSIjMDEwMTAxIiBmb250LWZhbWlseT0iJiMzOTtIZWx2ZXRpY2EmIzM5OyIgZm9udC1zaXplPSIxNiIgdHJhbnNmb3JtPSJtYXRyaXgoMSAwIDAgMSAxMTAuMTYzMSAyMDcuNTE0MikiPjA8L3RleHQ&#43;IDx0ZXh0IGZpbGw9IiMwMTAxMDEiIGZvbnQtZmFtaWx5PSImIzM5O0hlbHZldGljYSYjMzk7IiBmb250LXNpemU9IjE2IiB0cmFuc2Zvcm09Im1hdHJpeCgxIDAgMCAxIDE5Mi4xNDMxIDIwNy41MTQyKSI&#43;MjA8L3RleHQ&#43;IDx0ZXh0IGZpbGw9IiMwMTAxMDEiIGZvbnQtZmFtaWx5PSImIzM5O0hlbHZldGljYSYjMzk7IiBmb250LXNpemU9IjE2IiB0cmFuc2Zvcm09Im1hdHJpeCgxIDAgMCAxIDI3OC41NzMyIDIwNy41MTQyKSI&#43;NDA8L3RleHQ&#43;IDx0ZXh0IGZpbGw9IiMwMTAxMDEiIGZvbnQtZmFtaWx5PSImIzM5O0hlbHZldGljYSYjMzk7IiBmb250LXNpemU9IjE2IiB0cmFuc2Zvcm09Im1hdHJpeCgxIDAgMCAxIDM2NS4wMDI5IDIwNy41MTQyKSI&#43;NjA8L3RleHQ&#43;IDx0ZXh0IGZpbGw9IiMwMTAxMDEiIGZvbnQtZmFtaWx5PSImIzM5O0hlbHZldGljYSYjMzk7IiBmb250LXNpemU9IjE2IiB0cmFuc2Zvcm09Im1hdHJpeCgxIDAgMCAxIDQ1MS40MzM2IDIwNy41MTQyKSI&#43;ODA8L3RleHQ&#43;IDx0ZXh0IGZpbGw9IiMwMTAxMDEiIGZvbnQtZmFtaWx5PSImIzM5O0hlbHZldGljYSYjMzk7IiBmb250LXNpemU9IjE2IiB0cmFuc2Zvcm09Im1hdHJpeCgxIC0wLjAwOTUgMC4wMDk1IDEgNjAuMzg2NyA3Ny4zNjA4KSI&#43;QWx0cm88L3RleHQ&#43;IDx0ZXh0IHRyYW5zZm9ybT0ibWF0cml4KDEgLTAuMDA5NSAwLjAwOTUgMSAyMC40MTk5IDEzMi45ODQ5KSI&#43;PHRzcGFuIGZpbGw9IiMwMTAxMDEiIGZvbnQtZmFtaWx5PSImIzM5O0hlbHZldGljYSYjMzk7IiBmb250LXNpemU9IjE2IiB4PSIwIiB5PSIwIj5Qcm88L3RzcGFuPjx0c3BhbiBmaWxsPSIjMDEwMTAxIiBmb250LWZhbWlseT0iJiMzOTtIZWx2ZXRpY2EmIzM5OyIgZm9udC1zaXplPSIxNiIgeD0iMjQuODk5IiB5PSIwIj5mPC90c3Bhbj48dHNwYW4gZmlsbD0iIzAxMDEwMSIgZm9udC1mYW1pbHk9IiYjMzk7SGVsdmV0aWNhJiMzOTsiIGZvbnQtc2l6ZT0iMTYiIHg9IjI4Ljg4IiB5PSIwIj5lc3Npb25pIDwvdHNwYW4&#43;PHRzcGFuIGZpbGw9IiMwMTAxMDEiIGZvbnQtZmFtaWx5PSImIzM5O0hlbHZldGljYSYjMzk7IiBmb250LXNpemU9IjE2IiB4PSIwIiB5PSIxOS4yIj5pbnRlbGxldHR1YWxpPC90c3Bhbj48L3RleHQ&#43;IDwvc3ZnPg==" alt="" loading="lazy" decoding="async">
</p>

<div class="tabella-scorre" role="region" aria-label="Tabella 3" tabindex="0">
<table>
  <thead>
    <tr>
      <th></th>
      <th></th>
      <th></th>
    </tr>
  </thead>
  <tbody>
    <tr>
      <td>Professione</td>
      <td>Numero</td>
      <td>Organo</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>Altro</td>
      <td>33</td>
      <td>Camera</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>Insegnante</td>
      <td>7</td>
      <td></td>
    </tr>
    <tr>
      <td>Docente universitario</td>
      <td>2</td>
      <td></td>
    </tr>
    <tr>
      <td>Ricercatore</td>
      <td>2</td>
      <td></td>
    </tr>
    <tr>
      <td>Altra professione intellettuale o scientifica</td>
      <td>1</td>
      <td></td>
    </tr>
    <tr>
      <td>Altro</td>
      <td>15</td>
      <td>Senato</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>Docente universitario</td>
      <td>2</td>
      <td></td>
    </tr>
    <tr>
      <td>Insegnante</td>
      <td>4</td>
      <td></td>
    </tr>
    <tr>
      <td>Medico</td>
      <td>2</td>
      <td></td>
    </tr>
    <tr>
      <td>Ricercatore</td>
      <td>3</td>
      <td></td>
    </tr>
  </tbody>
</table>
</div>
]]></content:encoded></item><item><title>La ricerca italiana in Europa: una sfida da vincere</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/ricerca-italiana-europa-sfida-vincere/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/ricerca-italiana-europa-sfida-vincere/</guid><pubDate>Fri, 14 Feb 2014 19:55:00 +0100</pubDate><category>ricerca-scientifica</category><description>Scopri la situazione della ricerca italiana in Europa, le sfide da affrontare e le strategie per aumentare la competitività e attrarre talenti.</description><content:encoded><![CDATA[<p>Ricerca italiana in Europa: come è andata negli scorsi anni? Come prepararci ai prossimi appuntamenti?<br>
Erano queste le due domande sul tavolo del workshop che si è tenuto l’11 febbraio scorso presso la sede del CNR di Roma, sotto l’egida del Gruppo 2003. Un convegno in cui i rappresentanti dei principali istituti di ricerca, di molte università italiane e della politica si sono incontrati per confrontarsi sulla situazione della ricerca italiana in ambito internazionale e mettere sul tavolo le difficoltà e le sfide interne che il nostro paese si ritrova ad affrontare in Europa. Perché anche se siamo un’eccellenza in Europa per quanto riguarda la ricerca - nel <strong>FP7</strong> siamo risultati essere al quarto posto tra gli EU27 per numero di progetti e per finanziamenti attribuiti, e quinti per numero di progetti coordinati - c&rsquo;è ancora molto da fare per adeguare le nostre politiche agli standard europei.<br>
Come ha illustrato <strong>Maria Grazia Roncarolo</strong> presidente del Gruppo 2003, presentando il <a href="http://www.scienceonthenet.eu/content/article/redazione/scientific-research-italy-calls-europe/february-2014" rel="noopener">report</a> di <em>Scienceonthenet</em> sulla ricerca scientifica italiana in Europa, la ricerca made in Italy per diventare più competitiva dovrà prefissarsi tre obiettivi: aumentare la competitività internazionale, potenziare l’attrattività per favorire il rientro dei cervelli e non da ultimo ideare percorsi nuovi per giovani capaci e meritevoli.</p>
<p>Sotto la massima “<em>la luce della scienza cerco e ‘l beneficio</em>” che domina la sala congressi del CNR, la questione che si è discussa è stata infatti la seguente: la ricerca italiana è pronta per Horizon 2020? In altri termini, quali sono i passi in avanti che è necessario compiere in vista di questo importante appuntamento e in che modo possiamo raggiungere l’obiettivo? Come rileva <strong>Luca Moretti</strong>, attaché scientifico della Rappresenza permanente d’Italia presso l’Ue, per abbracciare le indicazioni della Strategia EU2020 la risposta dei vari stati membri dovrà prevedere un’azione coordinata tra le diverse politiche europee coinvolte: ricerca, innovazione, coesione, istruzione.</p>
<p>E l’Italia? Come è emerso nel corso della prima parte dei lavori aperti dal sindaco di Roma <strong>Ignazio Marino</strong> e dal presidente del CNR <strong>Luigi Nicolais,</strong> in cui sono stati esposti i dati di alcuni degli istituti di ricerca coinvolti, il nostro paese per qualità della ricerca è tra i primi posti in Europa. Dall’analisi della partecipazione italiana al Settimo programma quadro (2007-2013), spiega <strong>Maria Uccellatore</strong>, dirigente dei Programmi europei di ricerca presso il MIUR, emerge che l’Italia ha contribuito con 37.867 proposte presentate di cui 6.282 negoziate, e 16.664 presentate con coordinamento, di cui 1.968 ottenute, attestandosi anche questa volta, come già accaduto nel FP6 ai primissimi posti per numero di proposte, specie nel settore dell’ICT e dei trasporti. “Un dato interessante - continua la Uccellatore - riguarda il settore dell’energia, che nel FP6 era risultata essere un po’ una <em>nota dolens</em>, mentre in quest’ultima edizione ha visto un notevole incremento. Rimane però evidente, nonostante le premesse, il divario tra il contributo del nostro paese e i dati relativi all’acquisizione, il contrario di quello che accade invece in paesi come il Regno Unito”.</p>
<p>“Il problema - suggerisce <strong>Stefano Fantoni</strong>, presidente dell’ANVUR - è che in Italia, per ogni euro che investiamo, ci ritornano solamente 65 centesimi.” Le uniche soluzioni da mettere in atto, prosegue Fantoni, sono dunque tre: aumentare l’incidenza delle collaborazioni con alcuni paesi particolarmente dinamici, negoziare una frazione di finanziamento maggiore, specie se si pensa che i coordinatori italiani di progetto sono il 16% in meno rispetto alla media europea; infine aprire le porte al settore privato, all’industria, che come sottolinea anche <strong>Giuseppe Novelli</strong>, rettore dell’Università di Roma Tor Vergata, deve essere una delle chiavi di volta della cosiddetta terza missione dell’Università italiana, dopo didattica e ricerca. Anche <strong>Massimo Scaccabarozzi</strong>, presidente di Farmindustria, ha sottolineato il ruolo dell&rsquo;industria a maggiore intensità di ricerca e sviluppo (come quella biotecnologica) nel rilancio del paese.</p>
<p><strong>Generazione ERC: non è un paese per giovani</strong></p>
<p>Una posizione d’eccellenza all’interno del panorama di ricerca europeo è rappresentato dagli ERC Grants, finanziamenti dove ancora una volta il nostro paese ottiene <a href="https://www.scienzainrete.it/articoli/erc-grants-fotografia-dell-italia-ultimi-5-anni/">ottimi risultati</a> a livello di ricercatori, ma non come hosting istitutions. In sla erano presenti una ventina di giovani ricercatori che si sono aggiudicatai atarting grants dell&rsquo;ERC negli ultimi anni, e che sono restati in Italia a lavorare. Molti altri però se ne sono andati all&rsquo;estero (i grants dell&rsquo;ERC consentono di &ldquo;portarsi con sé&rdquo; ll finanziamento), per ragioni che sono stati ben esposte da i quattro speaker di questa sessione (<strong>Elisabetta Collini</strong>, <strong>Graziella Messina</strong>, <strong>Enrico Magli</strong> ed <strong>Enza Maria Valente</strong>).<br>
Vivere da vincitori di grants ERC nelle Università italiane non è sempre semplice, sia per le assurde tagliole burocratiche, sia per le incertezze di carriera, sia infine per il clima di ostilità che spesso di crea nei confronti di questi giovani, per il fatto che - almeno in teoria - dovrebbero avere una chiamata diretta per diventare professore associato evitando il concorso. A tutt&rsquo;oggi il risultato è che, come sottolinea <strong>Fernando Ferroni</strong>, presidente dell’INFN, “a 30 anni questi ricercatori di eccellenza sono ancora post-doc e si trovano a confrontarsi con i colleghi europei che alla stessa età  sono già professori”.</p>
<p><strong>L&rsquo;università? Un problema aperto. L&rsquo;industria? Un partner dimenticato</strong></p>
<p>Il filo rosso degli interventi dei ricercatori è stato dunque non dissimile dalle osservazioni esposte poco prima dalle istituzioni: i soldati sono buoni, è l’esercito che manca. Resta dunque da capire se queste dinamiche soffocanti per la nostra ricerca siano solo una questione di risorse o soprattutto di mentalità, come evidenzia per esempio <strong>Riccardo Pietrabissa</strong>, di Netval. E’ stata questa la domanda sottesa alla terza fase della discussione che ha visto protagonisti l’accademia, gli enti di ricerca e l&rsquo;industria.<br>
Molti <em>discussant</em> sono tornati sulla diagnosi anticipata da Nicolais nell&rsquo;introduzione, da <strong>Giacomo Deferrari,</strong> rettore dell&rsquo;Università di Genova, a <strong>Ivano Dionigi</strong>, rettore a Bologna: il mondo della ricerca ha bisogno di avere più autonomia, per favorire quel turn over che continua a mancare.</p>
<p>Secondo obiettivo: eliminare i “paternalismi” che sembrano premiare i percorsi accademici interni alla medesima università dalla laurea triennale al post-doc, e che al contrario di quanto si pensa in Italia, in Europa non rappresentano dedizione verso il proprio gruppo di ricerca ma vengono spesso interpretati come sintomo di scarsa mobilità ed esperienza. Uscire da una concezione dell&rsquo;ateneo e dell&rsquo;ente di ricerca come un eterno Kindergarten, insomma.</p>
<p>Non da ultimo, l’importanza di un rapporto con le aziende come trampolino di lancio per una ricerca che sia prima di tutto innovazione, spiega <strong>Nevio Di Giusto</strong> del Centro Ricerche Fiat. E mentre il comparto manifatturiero sta per essere del tutto &ldquo;cinesizzato&rdquo;, i bandi di Horizon 2020 possono rappresentare forse l&rsquo;ultima opportunità per ridare un po&rsquo; di ossigeno alle tecnologie del futuro, dall&rsquo;ICT alla fotonica. Ma per agganciare questo treno sarebbe necessario sostenere le imprese con un piano industriale (<strong>Roberto Zafalon</strong>, StMicroelectronics), e creando un ambiente positivo verso chi persegue il profitto con un lato valore aggiunto di ricerca (<strong>Stefano Carosio</strong>, D&rsquo;Appolonia). Utile sarebbe anche non concepire più la ricerca come un&rsquo;attività che riguarda solo un ministero, ma tutti. Ragione per cui forse sarebbe meglio un sottosegretario alla ricerca presso la presidenza del consiglio anziché un ministro, spiega <strong>Adriano De Maio</strong>, presidente di Area Science Park.</p>
<p>“Non dobbiamo dimenticare infine la questione donne e scienza – conclude <strong>Claudia Sorlini,</strong> presidente del comitato scientifico di Expo 2015 – voragine purtroppo ancora aperta nel nostro paese e che presso alcuni atenei stiamo cercando di appianare offrendo dei corsi specifici a ragazze delle facoltà di Agraria e Medicina sulla preparazione e sulla redazione di progetti europei.”</p>
<p><strong>Servirebbe una rivoluzione culturale</strong></p>
<p>Culturale o economica, qualsiasi sia la matrice delle difficoltà con cui il nostro paese si ritrova a fare i conti, l’ultima parola tocca alla politica, rappresentata in questa occasione da <strong>Fulvio Esposito</strong>, capo della segreteria tecnica del ministro Carrozza, che ha concluso i lavori. In Italia sentiamo la mancanza di un buon piano industriale, spiega Esposito, è su questo che bisogna lavorare, ma ciò non dipende dal Ministero dell’Istruzione. Rimane comunque netta la difficoltà di cambiare un sistema per molti versi inadeguato: “Come ministero stiamo cominciando a mettere in atto politiche nuove, - prosegue Esposito - prima fra tutte un programma di nuovi finanziamenti per i giovani che abbiamo elaborato traendo spunto proprio dagli ERC Grants e su cui abbiamo cominciato a lavorare già ad agosto 2013, sebbene abbia visto la luce solamente ora, per colpa delle lungaggini burocratiche che come è già stato sottolineato ritardano spesso l’inizio effettivo dei progetti.<br>
In ogni caso - conclude Esposito - il punto di partenza di tutti questi problemi non sono i soldi, ma la mentalità, è quella che va cambiata”. (<em>testo di Cristina Da Rold</em>)</p>
<p><strong>Presentazioni dei relatori</strong>:<br>
&ldquo;Un bilancio del Settimo Programma Quadro&rdquo; di <strong>Maria Uccellatore</strong> (<a href="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2014/ricerca-italiana-europa-sfida-vincere-uccellatore.pdf">pdf</a>)<br>
&ldquo;Horizon2020: una nuova opportunità per la ricerca nazionale&rdquo; di <strong>Luca Moretti</strong> (<a href="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2014/ricerca-italiana-europa-sfida-vincere-moretti_4.pdf">pdf</a>)<br>
&ldquo;La capacità di accesso della ricerca italiana ai finanziamenti europei: alcuni confronti europei relativi al settimo programma quadro&rdquo; di <strong>Stefano Fantoni</strong> (<a href="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2014/ricerca-italiana-europa-sfida-vincere-fantoni.pdf">pdf</a>)<br>
&ldquo;La ricerca italiana in Europa: dati e valutazioni&rdquo; di <strong>Maria Grazia Roncarolo</strong> (<a href="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2014/ricerca-italiana-europa-sfida-vincere-roncarolo.pdf">pdf</a>)<br>
&ldquo;Le università davanti alla sfida europea&rdquo; di <strong>Giuseppe Novelli</strong> (<a href="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2014/ricerca-italiana-europa-sfida-vincere-novelli_1.pdf">pdf</a>)</p>
<p>A questo <a href="http://media.src.cnr.it/node/3210" rel="noopener">link</a> è possibile rivedere il workshop.</p>
<p> **<strong>Ignazio Marino</strong>, <strong>sindaco di Roma <br>
[video:<a href="http://www.youtube.com/watch?v=sD9zwunXkXE&amp;feature=youtu.be%5D" rel="noopener">http://www.youtube.com/watch?v=sD9zwunXkXE&feature=youtu.be%5D</a></strong> **</p>
<p><strong>Maria Grazia Roncarolo</strong>, presidente Gruppo 2003<br>
[video:<a href="http://www.youtube.com/watch?v=1TavBC3-7Dk&amp;feature=youtu.be%5D" rel="noopener">http://www.youtube.com/watch?v=1TavBC3-7Dk&feature=youtu.be%5D</a></p>
<p><strong>Martina De Sole</strong>, APRE<br>
[video:<a href="http://www.youtube.com/watch?v=LWuf0fOcFs0%5D" rel="noopener">http://www.youtube.com/watch?v=LWuf0fOcFs0%5D</a></p>
<p><strong>Graziano Ranocchia</strong>, vincitore ERC-starting grant 2009<br>
[video:<a href="http://www.youtube.com/watch?v=5rAUtKHNo4Y&amp;feature=youtu.be%5D%C2%A0%C2%A0%C2%A0" rel="noopener">http://www.youtube.com/watch?v=5rAUtKHNo4Y&feature=youtu.be%5D%C2%A0%C2%A0%C2%A0</a></p>
<p><strong>Enza Maria Valente</strong>, vincitrice ERC-starting grant 2010<br>
[video:<a href="http://www.youtube.com/watch?v=nKjsCtgS5eA&amp;feature=youtu.be%5D%C2%A0%C2%A0%C2%A0" rel="noopener">http://www.youtube.com/watch?v=nKjsCtgS5eA&feature=youtu.be%5D%C2%A0%C2%A0%C2%A0</a></p>
<p><strong>Giovanni Bignami</strong>, presidente INAF<br>
[video:<a href="http://www.youtube.com/watch?v=m_aKze3BQTs&amp;feature=youtu.be%5D%C2%A0" rel="noopener">http://www.youtube.com/watch?v=m_aKze3BQTs&feature=youtu.be%5D%C2%A0</a></p>
<p><strong>Riccardo Pietrabissa</strong>, Netval e Università di Brescia<br>
[video:<a href="http://www.youtube.com/watch?v=jecdPHhtVRQ&amp;feature=youtu.be%5D%C2%A0" rel="noopener">http://www.youtube.com/watch?v=jecdPHhtVRQ&feature=youtu.be%5D%C2%A0</a> </p>
<p><strong>Luigi Berlinguer</strong>, Parlamento europeo<br>
[video:<a href="http://www.youtube.com/watch?v=OHeMvHTJaYw&amp;feature=youtu.be%5D%C2%A0" rel="noopener">http://www.youtube.com/watch?v=OHeMvHTJaYw&feature=youtu.be%5D%C2%A0</a></p>
<p><strong>Roberto Zafalon</strong>, STMicroelectronics<br>
[video:<a href="http://www.youtube.com/watch?v=Res17llU4_I&amp;feature=youtu.be%5D" rel="noopener">http://www.youtube.com/watch?v=Res17llU4_I&feature=youtu.be%5D</a></p>
]]></content:encoded></item><item><title>La ricerca sbarca in Senato</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/ricerca-sbarca-senato/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/ricerca-sbarca-senato/</guid><pubDate>Fri, 13 Dec 2013 20:03:00 +0100</pubDate><dc:creator>Luca Carra</dc:creator><description>Un incontro al Senato ha riunito scienziati e politici per discutere di scienza, innovazione e salute. Scopri le sfide e le opportunità per la ricerca in Italia.</description><content:encoded><![CDATA[<p>Non è stata una riunione formale, inamidata nel protocollo del Senato, quella che si è svolta il 10 dicembre nella Sala Koch di Palazzo Madama (&ldquo;Incontro su scienza, innovazione e salute&rdquo;, coordinata da Marco Cattaneo e Armando Massarenti). E&rsquo; stata l&rsquo;occasione per tentare di ricucire lo strappo che da tempo divide classe politica e scienziati. Fortemente voluta dalla neosenatrice <strong>Elena Cattaneo</strong> e resa possibile dalla Commissione igiene e sanità del Senato (grazie alla senatrice <strong>De Biasi</strong>), una mattinata piena è volata via per raccontare potenzialità, importanza e - perché no? - redditività della scienza.</p>
<p>Dopo i saluti di rito ha esordito <strong>Giuseppe Remuzzi</strong> dell&rsquo;Istituto Mario Negri di Bergamo, che ha saputo provocare l&rsquo;uditorio con la storia(ccia) del Conte Cavour che muore - come riferiscono il <em>New England Journal of Medicine</em> e il <em>Lancet</em> dell&rsquo;epoca (1861) - circondato da medici &ldquo;antiquati e supponenti&rdquo; rimasti di fatto all&rsquo;epoca delle sanguisughe. Eppure - commenta il <em>Lancet</em> dell&rsquo;epoca, &ldquo;il debito che l&rsquo;Inghilterra ha verso l&rsquo;italia è incalcolabile&rdquo;. Un debito antico, che risale ai tempi di Harvey che studia a Padova da Casserio, che ha generato una rendita di fiducia che nel corso degli anni è andata man mano esaurendosi, fino alla situazione attuale in cui l&rsquo;Italia investe in ricerca la metà dei paesi vicini, ha metà dei ricercatori e il doppio di burocrazia. E ciononostante riesce ad esprimere alcune eccellenze.</p>
<p><strong>Giuseppe Remuzzi</strong></p>
<p>[video:<a href="http://youtu.be/dUGJxUSfas0%5D" rel="noopener">http://youtu.be/dUGJxUSfas0%5D</a></p>
<p><strong>Eccellenti nonostante tutto</strong></p>
<p>Compito della prima parte della mattinata è stato di mettere in fila alcune di queste eccellenze, soprattutto in campo biomedico: dalle nuove frontiere della terapia genica applicata ai trapianti di rene raccontata dallo stesso Remuzzi, alle ricerche sul sistema vascolare in relazione alle metastasi tumorali di cui si occupa <strong>Elisabetta Dejana</strong> dell&rsquo;IFOM di Milano, al grande progetto di mappatura genetica delle malattie autoimmuni in via di svolgimento in Sardegna con un finanziamento dei National Institutes of Health (<strong>Francesco Cucca</strong>).<br>
<strong>Lamberto Maffei</strong> dell&rsquo;Accademia dei Lincei ha spiegato il progetto &ldquo;Train the brain&rdquo; e i suoi interessanti risultati nella prevenzione della demenza, <strong>Alessandro Bertani</strong> di ISMET ha invece raccontato l&rsquo;esperienza dei trapianti di polmone nel centro di eccellenza siciliano, mentre <strong>Bruno Dallapiccola</strong> ha fatto riferimento alla ricerca traslazionale in pediatria, soprattutto in riferimento alla componete genetica che ormai riguarda il 70% delle malattie infantili.</p>
<p>Non riconducibili se non indirettamente alle applicazioni biomediche sono state invece le relazioni di <strong>Luciano Majani</strong> e di Roberto Cingolani. Il primo ha illustrato le enormi ricadute industriali per l&rsquo;Italia del Large Hadron Collider, e di come anche queste ricerche in fisica delle particelle si sono già tradotte in diagnostica e terapia medica, per esempio con l&rsquo;adroterapia, <strong>Roberto Cingolani</strong> (direttore di quell&rsquo;entità marziana nel panorama scientifico italiano che è l&rsquo;istituto Italiano di Tecnologia di Genova, fondazione di diritto privato, con 1.200 ricercatori, 42% dei quali stranieri e con un&rsquo;età media di 33 anni, che assume e licenzia secondo le regole del merito, come su Marte, appunto) ha esposto che cosa potrà fare nei prossimi anni la ricerca nanotecnologica in campi come la delivery dei farmaci, la retina artificiale (per mezzo di celle solari a vernici naturali) e la coclea artificiale utilizzando plastiche flessoelettriche; per finire - nello sbalordimento generale (soprattutto del senatore Sclipoti, che ha seguito attonito dall&rsquo;ultima fila di poltroncine) le nuove ricerche sul tatto degli androidi.</p>
<p><strong>Roberto Cingolani</strong></p>
<p>[video:<a href="http://youtu.be/E6GcKnpKltk%5D" rel="noopener">http://youtu.be/E6GcKnpKltk%5D</a></p>
<p><strong>Quanto rende la ricerca?</strong></p>
<p>Ad <strong>Andrea Bonaccorsi</strong> della&rsquo;Università di Pisa è toccato affrontare in termini non retorici la vera redditività della ricerca scientifica. Convincere in tempi di vacche magrissime i decisori che la spesa per la ricerca scientifica non va messa nelle spese correnti ma in quelle d&rsquo;investimento non è infatti compito facile, e nemmeno scontato dal punto di vista della scienza economica. Se infatti consideriamo solo l&rsquo;impatto diretto della ricerca (in brevetti, royalties, prodotti) la ricerca non si ripaga. Nemmeno la NASA, il cui ritorno di investimento si può valutare intorno al 10%. Se invece si calcola l&rsquo;impatto indiretto le cose cambiano, perché lo spillover di conoscenza in altri ambiti e l&rsquo;investimento in capitale umano generano un ritorno ragguardevole, anche se difficilmente quantificabile, per via della non linearità che la ricerca di base genera indagando potenzialità ancora ignote. Tuttavia, le stime esistenti che si sono applicate a ritroso, risalendo dalle grandi famiglie di innovazioni tecnologiche alle scoperte scientifiche che le hanno rese possibili, suggeriscono che le ricerca pubblica possa generare un tasso di rendimento annuale che si aggira intorno al 20-50%. Il che significa che la ricerca pubblica di base si ripaga nel giro di 2-5 anni. Questo per quanto riguarda il primo punto che riguarda gli impatti indiretti della ricerca: lo spillover di conoscenza dal bancone del ricercatore ai prodotti industriali. C&rsquo;è poi l&rsquo;investimento in capitale umano: qui il tasso di rendimento è più basso perché l&rsquo;investimento pubblico nella formazione completa di un ricercatore è piuttosto alto (circa 280.000 euro, dalle elementari alla fine dell&rsquo;università), ma non al punto da annullare i benefici economici, capaci di generare un tasso di rendimento di circa il 15%. Come rispondere, allora, al timore che questi investimenti in realtà vengano allocati in modo inefficiente, generando sprechi anziché vantaggi? Mostrando ai politici che la ricerca scientifica, più di altre attività umane, può contare su strumenti di valutazione del merito che garantiscono in qualche modo della bontà dell&rsquo;investimento (fra cui anche l&rsquo;esercizio svolto da ANVUR). L&rsquo;esperienza infine mostra - ha concluso Bonaccorsi - che quando la società pone domande politiche, il ricercatore risponde sempre con dedizione. Il problema è far sì che la politica chieda di più al mondo della ricerca. Un po&rsquo; laterale anche se suggestiva è stata invece la relazione di <strong>Sabino Cassese</strong> sulla scienza giuridica e sulla storia dei rapporti fra scienza e politica, ripresi poi con piglio più filosofico verso la fine dell&rsquo;incontro da <strong>Giulio Giorello</strong> (sul nesso fra scienza, libertà di ricerca e democrazia) e <strong>Nicla Vassallo</strong>.</p>
<p><strong>Luca Pani</strong></p>
<p>[video:<a href="http://youtu.be/6Jmkh4u9m0U%5D" rel="noopener">http://youtu.be/6Jmkh4u9m0U%5D</a></p>
<p><strong>Napolitano: gli Stati sono taccagni, profittate di Horizon 2020!</strong></p>
<p>Nei discorsi più istituzionali - da quello del ministro della salute **Lorenzin **a quelli del presidente del Senato <strong>Grasso</strong> e del presidente <strong>Napolitano</strong> - si è colta la tensione che la parte migliore della politica sente nel voler riportare la scienza nei processi decisionali della politica. A partire da quell&rsquo;idea di <strong>&ldquo;Senato della conoscenza&rdquo;</strong> che potrebbe rappresentare una via di uscita virtuosa dalle ridondanze del nostro bicameralismo perfetto (!?). Come ha spiegato Napolitano, gli esempi della House of Commons britannica, del Bundesrat tedesco e del Senato francese indicano la strada di una possibile autoriforma della seconda camera a cui togliere compiti legislativi per specializzarlo in compiti più &ldquo;conoscitivi&rdquo;. &ldquo;Conoscere prima di deliberare&rdquo;, diceva Luigi Einaudi. Napolitano ha voluto ribadirlo, non mancando di sottolineare ai presenti l&rsquo;importanza del breve videodiscorso di <strong>Barroso</strong> quando ha citato la straordinaria occasione rappresentata anche per l&rsquo;Italia dal nuovo programma quadro Horizon 2020. &ldquo;Gli stati nazionali sono molto taccagni&rdquo; ha esclamato Napolitano nel suo discorso con la sua inconfondibile sprezzatura. &ldquo;E questa è un&rsquo;eccezione importante fatta per la ricerca (…) perché la ricerca è una parte importante del progetto europeo&rdquo;.</p>
<p>Come ha giustamente notato il presidente dell&rsquo;INAF <strong>Giovanni Bignami</strong> nella sua <strong>sintesi finale</strong>, subito prima del discorso di chiusura del presidente del CNR <strong>Luigi Nicolais</strong>, Napolitano ha suggellato con la sua presenza una giornata importante. Solo la prima. Speriamo.</p>
<p><strong>Giovanni Bignami</strong></p>
<p>[video:<a href="http://youtu.be/CRGz7Z41qBs%5D" rel="noopener">http://youtu.be/CRGz7Z41qBs%5D</a></p>
]]></content:encoded></item><item><title>Ricerca e innovazione in biomedicina per rilanciare il Paese</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/ricerca-innovazione-biomedicina-rilanciare-paese/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/ricerca-innovazione-biomedicina-rilanciare-paese/</guid><pubDate>Thu, 05 Dec 2013 18:54:00 +0100</pubDate><dc:creator>Luca Carra</dc:creator><description>L&amp;amp;rsquo;Italia eccelle nella ricerca di base ma arranca nelle applicazioni biomediche. Scopri i motivi e le soluzioni per superare la &amp;amp;lsquo;valle della morte&amp;amp;rsquo; tra laboratorio e mercato.</description><content:encoded><![CDATA[<p>Perché l&rsquo;Italia, nonostante l&rsquo;esiguità degli investimenti e il numero tutto sommato basso di ricercatori, se la cava nella ricerca di base mentre arranca nelle applicazioni? Perché, fatto 100 i risultati della Germania, l&rsquo;Italia arriva al 75% della produzione scientifica tedesca, ma solo al 19% nella produzione di brevetti?<br>
L&rsquo;ipotesi di lavoro da cui ha preso il via l&rsquo;incontro <strong>&ldquo;Scienza e Industria. Ricerca e Innovazione in biomedicina&rdquo;, organizzato dal Gruppo 2003 (Bocconi, 27 novembre 2013)</strong> è che motivi culturali, di struttura industriale, di organizzazione della ricerca, meccanismi distorti da parte del pubblico e una cieca burocrazia rendono difficoltoso il passaggio dal laboratorio al mercato delle scoperte scientifiche.<br>
Ci sarebbe, in altre parole, una &ldquo;<strong>valle della morte</strong>&rdquo; da attraversare per portare a frutto i risultati della ricerca scientifica nel nostro paese. (vedi sintesi di Alberto Mantovani)<br>
Su questa ipotesi si sono confrontati gli esperti convocati all&rsquo;incontro in Bocconi dal Gruppo 2003, che si sono focalizzati sulle scienze biomediche.</p>
<h2 id="big-pharma-sceglie-di-investire-nellaccademia">Big Pharma sceglie di investire nell&rsquo;accademia</h2><p><strong>Riccardo Patacchini</strong>, project leader drug discovery della <a href="http://www.chiesigroup.com/web/guest;jsessionid=4D9A040E383719609089384E59DF9A06" rel="noopener">Chiesi farmaceutici di Parma</a>, ha mostrato come a partire dalla seconda metà degli anni novanta il numero delle molecole veramente innovative in ambito <em>pharma</em> si siano livellate globalmente: negli USA, per esempio, si assestate intorno a una ventina all&rsquo;anno, con costi sempre più alti (dai 15 miliardi del 1995 ai 50 miliardi di dollari/anno del 2010).<br>
La stretta nelle regolamentazioni, il maggior accento sulla sicurezza, ha reso il processo di scoperta di farmaci innovativi sempre più lento, costoso e in ultima analisi inefficiente.<br>
L&rsquo;Europa in particolare ha sofferto di questa situazione, testimoniata dalla chiusura di molti centri di ricerca farmacologica, che solo in Italia ha coinvolto Merck, GSK e il centro di Nerviano.<br>
Per rendere la ricerca farmacologica più efficiente meno a rischio di fallimenti (che si verificano soprattutto nella fase avanzata dello studio di un nuovo farmaco, ovvero nelle fasi cliniche) è necessario focalizzarsi su un numero minore di sostanze meglio testate in fase proclitica.<br>
Una delle soluzioni individuate ormai da qualche anno dalle principali industrie è di stringere un&rsquo;alleanza forte con gli istituti universitari, facendo convergere senza pregiudizi ricerca industriale e mondo accademico su temi di ricerca specifici. Si è visto infatti che nell&rsquo;ultimo decennio, a fronte di un numero maggiore di molecole prodotte dalla ricerca industriale, c&rsquo;è una forte prevalenza di molecole scientificamente innovative prodotte dalla ricerca accademico rispetto a quella industriale. Lavorare insieme può quindi orientare la ricerca a una maggiore eccellenza scientifica ed efficenza nelle sopente davvero importanti per la medicina.</p>
<p>In questa direzione vanno ormai diverse esperienze: da quella di GSK con <strong>Telethon</strong>, <strong>Tigem</strong> e <strong>Shire</strong> soprattutto su progetti di terapia genica, al progetto Faber che vede collaborare la Chiesi con l&rsquo;Università di Firenze. La collaborazione prevede un accordo chiaro in chi può depositare brevetti (l&rsquo;università sulla ricerca di base, l&rsquo;industria sui prodotti), con benefici per entrambi i soggetti: sia nell&rsquo;acquisizione di <em>grants</em> e nuovi progetti, sia nel selezionare nuovi ricercatori e offrire nuovi posti di lavoro. Il nuovo modello di partnership accademia-industria consente di fatto di potenziare anche la ricerca pubblica sviluppando i laboratori condivisi da ricercatori pubblici e privati nelle sedi universitarie stesse.<br>
Perché questo modello diventi virale sarebbe opportuno fornire adeguati incentivi fiscali all&rsquo;industria. Per esempio adottando il modello francese di riconoscere alle aziende che aderiscono questo schema collaborativo con l&rsquo;università un credito d&rsquo;imposta pari al 30% sulle spese sostenute (fino a un massimo di 100 milioni di euro.</p>
<p><em>vedi presentazione di Riccardo Patacchini</em></p>
<p><strong>Vaccini: un modello di allenza fra ricerca di base e applicazioni</strong></p>
<p><strong>Rino Rappuoli,</strong> della Novartis Vaccine, ha illustrato il modello che per l&rsquo;industria italiana può rappresentare il settore dei vaccini, che così tante vite hanno salvato nell&rsquo;ultimo secolo. Da quando sono stati scoperti, i vaccini avrebbe salvato circa 150 milioni di vite (700 milioni di casi di malattia), e secondo l&rsquo;organizzazione mondiale della sanità, solo nel periodo 2011-2020, i nuovi vaccini salveranno 25 milioni di vite.</p>
<p>Il progresso nel campo dei vaccini è strettamente correlato alle nuove scoperte scientifiche, soprattutto nel campo della genomica. Se nel 1930 si adottava ancora un metodo che potremmo definire empirico (si isolava il microrganismo responsabile della malattia e lo si metteva in forma inattivata nel vaccino), nel 1980 si ha il primo grande salto con il DNA ricombinante (che consente nuovi vaccini per l&rsquo;epatite B, pertosse, malattia di Lyme e papilloma virus).<br>
Dieci anni dopo (1990) i vaccini coniugati rappresentano un altro salto in avanti, consentendo di mettere a punto nuovi vaccini (per es. per alcune forme di meningococco C, che introdotto in Gran Bretagna nel 1999 ha consentito di prevenire 13.000 casi di malattia e 1.300 morti). Dieci anni più tardi (introno al 2000) gli sviluppi della genomica (in particolare con i lavori di Craig Venter) hanno consentito l&rsquo;approccio della <em><strong>reverse vaccinology</strong></em> (letteralmente, la vaccinologia al contrario). Infatti non si parte più dall&rsquo;individuazione del microrganismo per poi sintetizzare il vaccino, quanto da tutti i potenziali vaccini basati sulle caratteristiche genetiche del microrganismo per poi selezionare quello ideale per prevenire la malattia: con questo metodo è stato messo a punto per esempio il vaccino per il meningococco B, che, approvato nel 2012, sta entrando in commercio proprio in queste settimane.<br>
La <em>reverse vaccinology</em> viene ora impiegate per lavorare a un vaccino contro i batteri resistenti agli antibiotici, che si stanno affermando fra i più seri di salute pubblica nel mondo. Altre tecnologie di avanguardia, come gli adiuvanti, vengono ormai routinariamente impiegati per aumentare l&rsquo;efficacia di alcuni vaccini, come quello dell&rsquo;influenza. Infine, la nuova frontiera della biologia sintetica (sempre inaugurata da Craig Venter con la sintesi del primo microrganismo man-made) sta cominciando a dare i suoi frutti: è il caso del virus influenzale potenzialmente pandemico H7N9 (con i primi casi mortali registrati in Cina quest&rsquo;anno), dalla cui analisi genetica è stato possibile ricavare un vaccino in appena 5 giorni (contro i circa due mesi dei metodi precedenti). Queste nuove tecnologie possono aprire ora nuove strade ai vaccini. Concepiti all&rsquo;inizio soprattutto per la popolazione infantile, si può ora pensare a vaccini anche per la popolazione adulta e anziana (sempre più prevalente), indirizzandosi a malattie non infettive quali tumori, malattie autoimmuni, demenze, oltre a indirizzarsi alle malattie infettive emergenti e a proteggere dalle &ldquo;malattie della povertà&rdquo; finora sostanzialmente ignorate dall&rsquo;industria. Prende così il via il Novartis Vaccine Institue for Global Health, che ha avviato un master in vaccinologia e sviluppo di farmaci presso l&rsquo;Università di Siena, rivolto a studenti dei paesi in via di sviluppo. Uno dei primi risultati del nuovo istituto è la sintesi di un vaccino per il tifo (attualmente in fase II).</p>
<p>Oltre a generare nuovi vaccini che dall’Italia avranno la possibilità di eliminare malattie gravi nel mondo intero, nell’ultimo decennio la leadership in ricerca nel settore ha generato investimenti per circa 1 miliardo di Euro e circa 2.000 posti di lavoro. Persone di 42 nazionalità diverse lavorano nel sito Novartis di Siena. Questo è un esempio di come la ricerca di alta qualità non solo trova soluzioni per migliorare la qualità della vita dell’uomo, ma genera posti di lavoro di alta qualità, attrae investimenti e talenti da tutto il mondo. </p>
<p><em>vedi presentazione di Rino Rappuoli</em></p>
<p><strong>Da paese <em>labour intensive</em> a paese <em>brain intensive</em></strong></p>
<p><strong>Luigi Nicolais,</strong> presidente del CNR, ha affrontato il tema di rapporti fra ricerca e industria in termini più generali. Non è più possibili competere continuando a tagliare il costi del lavoro, dobbiamo re-imparare a innovare, ha esordito. oggi la via della competizione internazionale passa attraverso a un accesso alla conoscenza. Se un tempo l&rsquo;industria svolgeva in sede anche un&rsquo;attività di ricerca, ora sempre più essa si appoggia a centri di ricerca esistenti (come dimostrano peraltro gli esempi portati da Patacchini). Pensiamo ad esempio alla Boeing che ha esternalizzato le competenze scientifiche nella Boeing Research network.<br>
In Italia siamo rimasti al paradigma che vede opporre ricerca di base (pubblica) a ricerca applicata (privata), quasi vi fosse una ricerca di sinistra e una ricerca di destra. Questi pregiudizi hanno prodotto molti danni al paese, è ora di superarli e di mettere sempre di più in contatto le aziende con i produttori di conoscenza, e passare da paese labour intensive a paese brain intensive. Un caso può illustrare questa difficoltà che viviamo oggi in Italia.<br>
Quindici anni fa Nicolais all&rsquo;interno del CNR sviluppò un materiale super assorbente (1000 volte il proprio peso) che venne immediatamente sfruttato da un&rsquo;azienda svedese nel settore <em>diaper</em>. La proprietà intellettuale della sostanza restò al CNR mentre iella relativa all&rsquo;utilizzazione nel settore specifico all&rsquo;azienda. Poi si ipotizzò che la sosta a potesse avere un ruolo nella cura dell&rsquo;obesità: in Italia nessuno si fece avanti; finalmente un gruppo di investitori legati al MIT di Boston misero 10 milioni di euro per avviare una ricerca sull&rsquo;uomo che si dovrebbe concludere l&rsquo;anno prossimo. Sono rari i casi in cui aziende italiane o <em>venture capital</em> intercettino queste scoperte di cui il mondo della ricerca scientifica e tecnologica italiana è ricca. Ora al CNR si tenta di valorizzare non solo la ricerca ma anche il suo trasferimento tecnologico, proprio per superare quella &ldquo;valle della morte&rdquo; di cui si parlava all&rsquo;inizio.<br>
Per questo si stanno sviluppando iniziative informative (brochure CNR sulle applicazioni derivanti da ricerche dell&rsquo;ente) e di altro genere, volte a orientare decisamente la ricerca alle applicazioni, almeno negli ambiti dove ciò è possibile.Il modello messo a punto prevede, ad esempio, che gli spin-off che nascono in seno al CNR si possano avvalere per tre anni del 50% del tempo dei ricercatori. Scaduti i tre anni - considerato un tempo ragionevole per far fruttare l&rsquo;idea che sta dietro allo spin-off - il CNR ritira l&rsquo;investimento.</p>
<p>Non esiste competizione industriale che non parta dalla ricerca. Il caso illustrato da Rappuoli lo illustra bene con un esempio che fa onore all&rsquo;Italia. E&rsquo; necessario però che in questa competizione tecnico-scientifica non facciamo l&rsquo;errore di uniformarci agli altri, ma coltiviamo le nostre specificità anche su base territoriale, facendo valere ciò che sappiamo fare meglio in una complessiva divisione internazionale delle competenze specialistiche.</p>
<p><strong>Ripartire a crescere con le scienze della vita</strong></p>
<p>Ad <strong>Alessandro Sidoli,</strong> presidente di Assobiotec, il compito di fare il punto sulla attuale consistenza e le prospettive dell&rsquo;industria biotecnologica in Italia. Il biotech italiano è in realtà un settore in crescita. Tuttavia tale crescita è limitata dal fatto che sono poche le imprese dotate di una certa massa critica. Ciò detto, le aziende italiane &ldquo;pure biotech&rdquo; sono terze in Europa dietro a UK e Germania: sono circa 250 e concentrate soprattutto al Nord, e investono fino al 45% del loro fatturato o costi operativi in ricerca e sviluppo. Come illustrano i dati, la realtà dei <em>venture capital</em> è ancora molto debole in Europa e in particolare in Italia, rispetto agli Stati Uniti.<br>
Consapevoli di questi limiti, l&rsquo;analisi mostra che basare lo sviluppo economico sulle scienze delle vita è possibile anche in Italia; il settore biotecnologico è strategico per la crescita del Paese, sia in termini di possibile occupazione, sia di investimenti in ricerca. E se attualmente la consistenza del settore <em>biotech</em> in Italia si aggira sullo 0,7% del PIL nazionale, secondo l&rsquo;OCSE è ragionevole pensare a un crescita fino al 2,7% del PIL.<br>
Qualcosa già si sta muovendo, lo dimostrano i numerosi casi in cui start-up biotecnologiche sorte in Italia hanno in breve tempo hanno attratto consistenti capitali:</p>
<ul>
<li><a href="http://www.molmed.com/?language=it" rel="noopener">Molmed</a></li>
<li><a href="http://www.eosmilano.com/" rel="noopener">Etical Oncology Science (EOS)</a></li>
<li><a href="http://www.okairos.com/e/index.php" rel="noopener">Okairos</a></li>
<li><a href="http://www.siliconbiosystems.com/" rel="noopener">Silicon Biosystem</a> </li>
<li><a href="http://www.genextra.it/" rel="noopener">Genextra</a></li>
<li><a href="http://www.gentium.com/" rel="noopener">Gentium</a></li>
</ul>
<p>Questi esempi mostrano le potenzialità di investire in ricerca, ma mostrano anche come nell&rsquo;attuale sistema politico-economico italiano non vi siano le condizioni per fare un salto di scala industriale. Ciò che avviene tipicamente è che la buona idea &ldquo;italiana&rdquo; venga riconosciuta e fatta fruttare altrove. Cosa propone Assobiotec per creare le condizioni di uno sviluppo competitivo italiano basato sulle scienze della vita, per una crescita economica e occupazionale?</p>
<ul>
<li>Ricorrere a un a politica più decisa di credito di imposta che premi le imprese che investono in ricerca (l&rsquo;esempio francese già citato potrebbe essere seguito).</li>
<li>Detassare gli utili provenienti da cessione di diritti i proprietà intellettuale.</li>
<li>Sbloccare i crediti che le nostre imprese vantano nei confronti della Pubblica amministrazione per finanziamenti alla ricerca, non si può pretendere che queste imprese sopravvivono incondizionati di anossia finanziaria.</li>
<li>Snellire i processi amministrativi e burocratici.</li>
<li>Incentivare l&rsquo;investimento nei capitali di rischio ed agevolare la costituzione di fondi di investimento specializzati nei settori innovativi</li>
<li>Favorire il trasferimento tecnologico potenziando con azioni specifiche la consistenza degli Uffici di Trasferimento Tecnologico, attualmente molto sotto-dimensionati.</li>
</ul>
<p><em>Vedi presentazione di Alessandro Sidoli</em></p>
<p><strong>Libera scienza e politica industriale sono la strada, non la loro commistione</strong></p>
<p><strong>Giovanni Dosi</strong>, della Scuola Superiore Sant&rsquo;Anna di Pisa, aveva il compito di sostenere gli eventuali pericoli di una eccessiva vicinanza fra ricerca e industria prendendo di mira una serie di &ldquo;miti&rdquo;.</p>
<p>Primo mito: solo il mercato valorizzerebbe la ricerca. Non è vero. I dati sugli investimenti pubblici in R&amp;D mostrano come gli Stati Uniti abbiano sempre investito molto di più, in proporzione al Prodotto Lordo,  dei paesi europei, considerati comunemente meno “market oriente”.<br>
Secondo mito: la politica industriale produce sempre fallimenti. In realtà si possono portare molti esempi di politiche industriali di successo, dalla stessa esistenza della Silicon Valley fino al salvataggio  dell&rsquo;industria auto in USA; all&rsquo;industria dell&rsquo;acciaio in Corea del Sud; ad Airbus in Europa&hellip; Persino nel caso italiano, dopo le privatizzazioni degli anni &lsquo;90, Finmeccanica e St Microelectronics contribuiscono una percentuale rilevante – addirittura spropositata – alla ricerca industriale italiana.<br>
Terzo mito: il <em>venture capital</em> è il motore finanziario dell&rsquo;attività innovativa privata. In realtà i dati mostrano quanto essa sia ancora marginale, anche in USA. E in quest’ultimo paese, di gran lunga il più grande <em>venture capitalist</em> è il governo federale!<br>
Quarto mito: il punto debole è il trasferimento tecnologico. Elaborando i dati Scimago-Scopus sembra emergere un quadro in cui l&rsquo;Europa rivela segnali di debolezza rispetto agli Stati Uniti sia sulle scoperte  scientifiche  sia  nell’innovazione più direttamente tecnologica.</p>
<p>La strategia che può riavviare uno sviluppo industriale europeo basato su scienza e innovazione non deve quindi focalizzarsi sul trasferimento tecnologico. Questo, anzi, se diventa “a monte” un imperativo della produzione scientifica è in grado di corromperne l&rsquo;ethos, piegandola a una logica di breve periodo e di subalternità culturale ai dettami del mercato. La storia mostra invece che proprio l&rsquo;enfasi da una parte sulla ricerca di base non condizionata, libera di esplorare, e dall&rsquo;altra su una robusta politica industriale che consenta un partecipazione dell&rsquo;industria europea agli oligopoli internazionali, può fare la differenza. A livello istituzionale, sembra quindi più adeguato riferirsi ai modelli della National Science Foundation e dell&rsquo;European Research Council che ai programmi quadro europei (Horizon 2020 compreso) pervasi dalla cultura della scienza condizionata dalla applicazione tecnologica e dalla generazione di diritti di proprietà intellettuale.</p>
<p>Stesse considerazioni si possono fare a maggior ragione in campo pharma e biotech, dove i diritti di proprietà intellettuale giocano un ruolo centrale. La caduta drammatica delle &ldquo;new chemical entities&rdquo; dimostra lo scarso interesse dell&rsquo;industria a produrre significative anche se economicamente rischiose innovazioni. E dove paradossalmente si potrebbe proporre il rilancio di una ricerca e industria pubblica del farmaco più orientata a prodotti innovativi.</p>
<p><em>Vedi presentazione di Giovanni Dosi</em>** **</p>
<p><strong>Discussione finale</strong></p>
<p>Avvicinare, &ldquo;contaminare&rdquo; ricerca e industria o enfatizzarne la separazione? La discussione del panel che ne è seguita ha riconosciuto il valore della ricerca di base, aperta, libera. Ma altrettanto ha insistito sul patrimonio di conoscenze ed esperienze di comparti industriali come quelli del farmaco. In campo biomedico e non solo, gli esempi di collaborazione industria - accademia/ricerca pubblica illustrati in vari interventi delineano un modello da percorrere, di reciproco potenziamento fra la spinta rappresentata dalla ricerca indipendente e l&rsquo;esperienza, le risorse e le modalità organizzative portate in dote dall&rsquo;industria.<br>
C&rsquo;è stato inoltre un generale consenso verso forme di incentivazione economica e fiscale che possano spingere le imprese a investire maggiormente in ricerca.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Scienza e innovazione in Italia: qualche numero per capire</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/scienza-innovazione-italia-qualche-numero-capire/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/scienza-innovazione-italia-qualche-numero-capire/</guid><pubDate>Fri, 29 Nov 2013 12:05:00 +0100</pubDate><category>dati</category><description>Scopri i dati sulla ricerca e l&amp;amp;rsquo;innovazione in Italia: investimenti, pubblicazioni e brevetti a confronto con i paesi OCSE. Analisi completa.</description><content:encoded><![CDATA[<p>Nonostante l&rsquo;Italia investa poco in ricerca, i suoi ricercatori si difendono, almeno a giudicare dal numero di pubblicazioni citate a livello internazionale. Critico è invece il passaggio dalla ricerca alle applicazioni industriali, almeno a leggere le statistiche di brevetti, start up e altri indicatori. Eppure è proprio il combinato di capacità di ricerca, innovazione, dinamismo industriale e capacità di conquistare nuovi mercati che può riavviare il Paese, recuperare occupazione e reggere una competizione internazionale sempre più intensa. </p>
<p>Basandoci sul nuovo Rapporto OCSE 2013 - Science, Technology and Industry Scoreboard 2013. OECD Publishing (<a href="http://dx.doi.org/10.1787/sti_scoreboard-2013-en" rel="noopener">http://dx.doi.org/10.1787/sti_scoreboard-2013-en</a> - abbiamo cercato di scattare una fotografia  dell&rsquo;Italia in questo campo in relazione agli altri paesi OCSE. Ecco i dati più significativi.</p>
<h2 id="si-investe-poco-in-ricerca-e-sviluppo">Si investe poco in Ricerca e sviluppo</h2><p>Benché a partire dal 2010 alcuni paesi europei abbiano cercato di controbilanciare la crisi investendo in Ricerca e Sviluppo, l&rsquo;Italia investe (pubblico + privato) l'1,25% del PIL (dato 2011), certo di più rispetto allo 1,08 del 2001, ma ancora poco in termini assoluti se raffrontato a paesi che hanno deciso di investire davvero in ricerca. Dal 2001 al 2011, come osserva l&rsquo;OCSE, l&rsquo;area ha conosciuto un aumento medio nell&rsquo;intensità della R&amp;D da 2,2 a 2,4% sul PIL, con forti aumenti in funzione anticrisi in Corea, Slovenia, Portogallo, ma anche decrementi in paesi come Svezia e Canada (che investono comunque più del 2% del rispettivo PIL). <br>
<img src="https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2013/scienza-innovazione-italia-qualche-numero-capire-body-1.png.webp" alt="" width="708" height="350" loading="lazy" decoding="async">
</p>
<p><em>Figure 2.1.2 Gross domestic expenditure on R&amp;D, 2001 and 2011</em>
Per quanto riguarda in particolare l&rsquo;investimento diretto pubblico in ricerca sociosanitaria e biomedica, il governo italiano è sotto sia la media OCSE sia la media dell&rsquo;Unione europea e non arriva allo 0,1% del PIL .<br>
<strong><img src="https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2013/scienza-innovazione-italia-qualche-numero-capire-body-2.png.webp" alt="" width="672" height="296" loading="lazy" decoding="async">
</strong></p>
<p><em>Figure 4.3.1 Government funding of health-related R&amp;D, 2012</em></p>
<h2 id="mentalità-e-formazione-poco-scientifiche-quando-non-addirittura-anti-scientifiche">Mentalità e formazione poco scientifiche, quando non addirittura anti scientifiche</h2><p>Se il rilancio economico dovrà passare da un cambio di attitudine verso l&rsquo;economia della conoscenza, seguito da maggiori investimenti nella ricerca, è importante che l&rsquo;opinione pubblica sostenga questo sforzo. Purtroppo la percezione pubblica dei benefici della ricerca scientifica (basata su dati OCSE e EU) rivelano che tutta Europa è pervasa da una sfiducia nei confronti della scienza. da non sottovalutare. L&rsquo;Italia conferma questa tendenza. <br>
<img src="https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2013/scienza-innovazione-italia-qualche-numero-capire-body-3.png.webp" alt="" width="665" height="357" loading="lazy" decoding="async">
</p>
<p><em>Figure 1.68 Public perception of scientific research benefits, 2010</em>
Cruciale è anche il grado di formazione tecnico scientifica dei lavoratori di un paese. A questo proposito l&rsquo;OCSE ha messo a punto un indicatore sperimentale per misurare il grado di capitale basato sulla conoscenza in relazione alla formazione e ai compiti dei lavoratori impiegati nelle aziende dei diversi paesi, mettendo insieme ricercatori, addetti al design del prodotto, informatici e altre figure qualificate che possono fare la differenza in un&rsquo;azienda. Fra i paesi OCSE si va da un minimo del 13%  (Turchia) a un massimo del 28% (USA) di percentuale di capitale ad alto valore aggiunto di conoscenza sul totale degli occupati. L&rsquo;Italia si pone parecchio in basso nella scala dei paesi. <br>
<img src="https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2013/scienza-innovazione-italia-qualche-numero-capire-body-4.png.webp" alt="" width="649" height="562" loading="lazy" decoding="async">
</p>
<p><em>Figure 2.2.1 Knowledge-based capital related workers, 2012</em>
Anche considerando la formazione universitaria, si nota come gli atenei di eccellenza in campo scientifico siano ancora concentrati per la maggior parte negli Stati Uniti, seguiti dalla Gran Bretagna e via via da altri paesi europei. Considerando le prime cinquanta università per tutte le discipline, 34 sono statunitensi, 8 britanniche, 3 di altri paesi europei (non l&rsquo;Italia), 3 di altri paesi OCSE e 2 fuori dall&rsquo;area OCSE. Considerando le prime 50 università per le singole discipline, l&rsquo;Italia è presente solo in campo farmacologico (2), in ingegneria (1) e in energia (1). </p>
<p><strong><img src="https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2013/scienza-innovazione-italia-qualche-numero-capire-body-5.jpg.webp" srcset="https://www.scienzainrete.it/media/_web/720/articoli/2013/scienza-innovazione-italia-qualche-numero-capire-body-5.jpg.webp 720w, https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2013/scienza-innovazione-italia-qualche-numero-capire-body-5.jpg.webp 1124w" sizes="(max-width: 760px) 100vw, 720px" alt="" width="1124" height="752" loading="lazy" decoding="async">
</strong></p>
<p><em>Figure 1.49 University Hotspot</em></p>
<h2 id="la-performance-nella-ricerca-bene-la-quantità-migliorabile-la-qualità">La performance nella ricerca: bene la quantità, migliorabile la qualità</h2><p>Si può ben dire che l&rsquo;Italia, povera di investimenti in ricerca e di ricercatori, riesca comunque a tenere una buona posizione quanto a numero di pubblicazioni scientifiche a livello internazionale, piazzandosi ottava. Se dal numero delle ricerche si passa tuttavia ad esaminare le ricerche con più citazioni (top-cited), l&rsquo;Italia si attesta a un 13% del totale, laddove 18 paesi totalizzano un numero di ricerche top-cited comprese fra 13 e 20%. Segno che, per quanto produttiva a livello scientifico, il sistema della ricerca italiano è relativamente più povero rispetto ad altri di collaborazioni fra diversi istituti (sia a livello nazionale sia a livello internazionale). 2.0134.260</p>
<p><strong><img src="https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2013/scienza-innovazione-italia-qualche-numero-capire-body-6.jpg.webp" srcset="https://www.scienzainrete.it/media/_web/720/articoli/2013/scienza-innovazione-italia-qualche-numero-capire-body-6.jpg.webp 720w, https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2013/scienza-innovazione-italia-qualche-numero-capire-body-6.jpg.webp 1170w" sizes="(max-width: 760px) 100vw, 720px" alt="" width="1170" height="698" loading="lazy" decoding="async">
</strong></p>
<p><em>Figure 3.7.1 The quantity and quality of scientific production, 2003-11</em></p>
<h2 id="internazionalizzarsi-per-innovare">Internazionalizzarsi per innovare</h2><p>La collaborazione fra imprese sia nello stesso paese sia soprattutto a livello internazionale è considerato dall&rsquo;OCSE un importante acceleratore di processi innovativi. Sotto questo profilo l&rsquo;Italia sconta una certa chiusura della propria economia all&rsquo;interno dei confini nazionali, con limitate capacità di collaborare sull&rsquo;innovazione sia dentro sia fuori i propri confini. </p>
<p><strong><img src="https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2013/scienza-innovazione-italia-qualche-numero-capire-body-7.jpg.webp" srcset="https://www.scienzainrete.it/media/_web/720/articoli/2013/scienza-innovazione-italia-qualche-numero-capire-body-7.jpg.webp 720w, https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2013/scienza-innovazione-italia-qualche-numero-capire-body-7.jpg.webp 1132w" sizes="(max-width: 760px) 100vw, 720px" alt="" width="1132" height="528" loading="lazy" decoding="async">
</strong></p>
<p><em>Figure 3.4.1 National and international collaboration on innovation by firms, 2008-10</em>
Se poi confrontiamo, per ogni paese, quanti brevetti siano frutto di collaborazioni internazionali (co-invenzioni) e quante ricerche scientifiche siano firmate anche da autori di enti stranieri (co-autorship), vediamo che in Italia la collaborazione internazionale è decisamente maggiore nella ricerca (co-autorship) che nelle applicazioni (co-invention). In realtà, con la sola eccezione di India e Polonia, tutti i paesi presi in esame dall’OCSE sono più inclini alle cooperazioni nella scrittura di articoli scientifici che nella produzione di invenzioni brevettate. Su quest’ultimo versante l’Italia occupa comunque una posizione non troppo brillante, con una percentuale di brevetti che coinvolgono partner internazionali inferiore al 20% mentre, per quanto riguarda la produzione di articoli scientifici, poco meno del 40% degli articoli pubblicati da istituzioni di ricerca italiane coinvolgono ricercatori con sede all’estero, a fronte del 50% dei paesi del nord Europa, del 60% della Svizzera e del 70% dell’Islanda. Cifre non esaltanti ma comunque migliori di quelle di Stati Uniti e Corea (poco meno del 25%), e Cina (poco più del 15%).</p>

<div class="tabella-scorre" role="region" aria-label="Tabella 1" tabindex="0">
<table>
  <thead>
    <tr>
      <th></th>
      <th></th>
      <th></th>
    </tr>
  </thead>
  <tbody>
    <tr>
      <td> </td>
      <td>International co-authorship</td>
      <td>International co-inventions in patents</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>AUS</td>
      <td>41,4</td>
      <td>16,7</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>AUT</td>
      <td>54,4</td>
      <td>26,2</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>BEL</td>
      <td>55,9</td>
      <td>43,4</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>BRA</td>
      <td>23,4</td>
      <td>17,8</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>CAN</td>
      <td>42,6</td>
      <td>31,1</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>CHE</td>
      <td>60,3</td>
      <td>42,1</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>CHL</td>
      <td>51,7</td>
      <td>24,0</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>CHN</td>
      <td>14,4</td>
      <td>9,4</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>CZE</td>
      <td>37,4</td>
      <td>30,7</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>DEU</td>
      <td>43,3</td>
      <td>16,8</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>DNK</td>
      <td>53,5</td>
      <td>22,7</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>ESP</td>
      <td>37,4</td>
      <td>16,5</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>EST</td>
      <td>47,3</td>
      <td>34,7</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>FIN</td>
      <td>47,9</td>
      <td>19,6</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>FRA</td>
      <td>45,2</td>
      <td>20,4</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>GBR</td>
      <td>42,3</td>
      <td>25,8</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>GRC</td>
      <td>37,1</td>
      <td>33,6</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>HUN</td>
      <td>44,5</td>
      <td>32,8</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>IDN</td>
      <td>65,2</td>
      <td>50,8</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>IND</td>
      <td>17,0</td>
      <td>26,0</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>IRL</td>
      <td>48,5</td>
      <td>35,0</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>ISL</td>
      <td>69,7</td>
      <td>38,4</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>ISR</td>
      <td>42,5</td>
      <td>14,8</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>ITA</td>
      <td>38,7</td>
      <td>14,2</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>JPN</td>
      <td>22,5</td>
      <td>2,4</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>KOR</td>
      <td>25,3</td>
      <td>3,7</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>LUX</td>
      <td>73,7</td>
      <td>59,1</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>MEX</td>
      <td>39,0</td>
      <td>23,0</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>NLD</td>
      <td>49,0</td>
      <td>19,3</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>NOR</td>
      <td>49,9</td>
      <td>20,3</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>NZL</td>
      <td>48,2</td>
      <td>20,5</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>POL</td>
      <td>28,7</td>
      <td>35,8</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>PRT</td>
      <td>46,7</td>
      <td>33,1</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>RUS</td>
      <td>30,9</td>
      <td>21,3</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>SVK</td>
      <td>47,2</td>
      <td>43,5</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>SVN</td>
      <td>42,3</td>
      <td>15,2</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>SWE</td>
      <td>52,9</td>
      <td>20,0</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>TUR</td>
      <td>16,1</td>
      <td>7,6</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>USA</td>
      <td>27,0</td>
      <td>12,1</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>ZAF</td>
      <td>44,0</td>
      <td>14,0</td>
    </tr>
  </tbody>
</table>
</div>
<p><em>Figure 1.59 International collaboration in science and innovation</em></p>
<h2 id="iniettare-vantaggio-competitivo-nel-commercio">Iniettare vantaggio competitivo nel commercio</h2><p>L&rsquo;Italia resta comunque il secondo paese in area OCSE quanto a esportazioni nel manifatturiero, e la settima economia quanto a esportazioni totali. Tuttavia se dal dato grezzo di quanto viene esportato dall&rsquo;Italia passiamo al &ldquo;commercio di valore aggiunto&rdquo; (vale a dire quanto di italiano c&rsquo;è nelle merci che vengono richieste dai consumatori sul mercato mondiale), si riescono a identificare meglio le componenti che rendono davvero competitivo un paese. Dal grafico qui sotto si vede come Francia, USA, Gran Bretagna, Germania (e in parte Italia) riescano a connettersi meglio con la domanda estera attraverso lo sviluppo di servizi finanziari e di business. <br>
<strong><img src="https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2013/scienza-innovazione-italia-qualche-numero-capire-body-8.jpg.webp" alt="" width="605" height="771" loading="lazy" decoding="async">
</strong></p>
<p><em>Figure 6.6.1 Top ten exporting economies in gross and value added terms, 2009</em>
Considerando i primi 30 esportatori del comparto manifatturiero, l&rsquo;Italia si conferma dotata di un sensibile vantaggio competitivo. Un vantaggio che potrebbe essere eroso a beneficio di altri che mostrano un tipo di scambi commerciali a più alto valore aggiunto. <br>
<strong><img src="https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2013/scienza-innovazione-italia-qualche-numero-capire-body-9.jpg.webp" srcset="https://www.scienzainrete.it/media/_web/720/articoli/2013/scienza-innovazione-italia-qualche-numero-capire-body-9.jpg.webp 720w, https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2013/scienza-innovazione-italia-qualche-numero-capire-body-9.jpg.webp 952w" sizes="(max-width: 760px) 100vw, 720px" alt="" width="952" height="610" loading="lazy" decoding="async">
</strong></p>
<p><em>Figure 6.6.3 Revealed comparative advantage in exports of machinery and equipment, 2009</em></p>
<h2 id="dare-credito-per-ripartire">Dare credito per ripartire</h2><p>Una delle conseguenze della crisi finanziaria è la maggior difficoltà, per le giovani start up, di ottenere credito dalle banche, mentre i venture capital hanno iniziato a evitare operazioni economicamente rischiose e preferiscono puntare su investimenti di maggiore entità, considerati più stabili. Il calo di accesso ai prestiti risulta evidente dalla tabella successiva, dalla quale si nota come, negli ultimi quattro anni, solo Cina e Indocina siano migliorate per quanto riguarda questo indicatore. Purtroppo, l’Italia occupa la terzultima posizione, davanti soltanto a Irlanda e Grecia, in questa classifica, dimostrandosi un paese che non incoraggia l’avvio di nuove attività.</p>
<p><strong><img src="https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2013/scienza-innovazione-italia-qualche-numero-capire-body-10.jpg.webp" srcset="https://www.scienzainrete.it/media/_web/720/articoli/2013/scienza-innovazione-italia-qualche-numero-capire-body-10.jpg.webp 720w, https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2013/scienza-innovazione-italia-qualche-numero-capire-body-10.jpg.webp 944w" sizes="(max-width: 760px) 100vw, 720px" alt="" width="944" height="610" loading="lazy" decoding="async">
</strong></p>
<p><em>Figure 5.11.1 Ease of access to loans, 2007-08 and 2011-12</em></p>
<h2 id="competere-nella-nuova-economia-della-conoscenza-marchi-e-brevetti">Competere nella nuova economia della conoscenza: marchi e brevetti</h2><p>Competere nel sistema dell’economia della conoscenza significa anche saper proteggere i prodotti dell’ingegno con brevetti e marchi di fabbrica. L’uso del numero dei marchi di fabbrica come indicatore del livello d’innovazione di un paese è anche avvantaggiato dal fatto che i dati relativi alle richieste di applicazione di questi dati vengono subito resi pubblici una volta compilati, il che consente di avere una fotografia sempre molto attuale dello stato dell’innovazione di un paese. L’Italia dimostra di avere una maggiore propensione per la protezione dei marchi di fabbrica rispetto ai brevetti, come rivela il numero medio pro capite di questo tipo di strumenti; un dato che vede anche il nostro paese collocarsi ultimo fra i primi, cioè il gruppo comprendente diversi paesi dell’Europa centro-settentrionale, USA, Canada, Giappone, Corea e Australia.</p>
<p><strong><img src="https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2013/scienza-innovazione-italia-qualche-numero-capire-body-11.jpg.webp" srcset="https://www.scienzainrete.it/media/_web/720/articoli/2013/scienza-innovazione-italia-qualche-numero-capire-body-11.jpg.webp 720w, https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2013/scienza-innovazione-italia-qualche-numero-capire-body-11.jpg.webp 886w" sizes="(max-width: 760px) 100vw, 720px" alt="" width="886" height="476" loading="lazy" decoding="async">
</strong></p>
<p><em>Figure 1.53 Patent and trademark per capita per country</em>
Sempre in tema di innovazione, pesa l’assenza dell’Italia dalla classifica delle prime venti regioni per numero di brevetti nei campi dell’information technology, della biotecnologia e della nanotecnologia, dove invece svettano Giappone e Stati Uniti.</p>

<div class="tabella-scorre" role="region" aria-label="Tabella 2" tabindex="0">
<table>
  <thead>
    <tr>
      <th></th>
      <th></th>
      <th></th>
      <th></th>
      <th></th>
    </tr>
  </thead>
  <tbody>
    <tr>
      <td>Region Territorial Level 2</td>
      <td>Share of region in country&rsquo;s ICT-related patents</td>
      <td>Share of region in country&rsquo;s biotechnology and nanotechnology patents</td>
      <td>Total number of PCT patent applications by region, 1998-2000</td>
      <td>Total number of PCT patent applications by region, 2008-10</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>Southern-Kanto (JPN)</td>
      <td>1,2</td>
      <td>0,9</td>
      <td>11.616</td>
      <td>40.176</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>California (USA)</td>
      <td>1,4</td>
      <td>1,0</td>
      <td>24.025</td>
      <td>32.024</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>Capital Region (KOR)</td>
      <td>1,2</td>
      <td>0,8</td>
      <td>2.666</td>
      <td>17.372</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>Guangdong (CHN)</td>
      <td>1,3</td>
      <td>0,3</td>
      <td>173</td>
      <td>15.367</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>Kinki (JPN)</td>
      <td>0,9</td>
      <td>1,0</td>
      <td>6.019</td>
      <td>16.701</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>Bayern (DEU)</td>
      <td>1,3</td>
      <td>0,9</td>
      <td>8.872</td>
      <td>12.328</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>New York (USA)</td>
      <td>1,1</td>
      <td>1,1</td>
      <td>5.395</td>
      <td>7.676</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>Texas (USA)</td>
      <td>0,9</td>
      <td>0,6</td>
      <td>6.033</td>
      <td>9.453</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>Baden-Württemberg (DEU)</td>
      <td>0,9</td>
      <td>0,6</td>
      <td>7.832</td>
      <td>12.987</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>Massachusetts (USA)</td>
      <td>0,9</td>
      <td>2,0</td>
      <td>7.396</td>
      <td>7.932</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>Washington (USA)</td>
      <td>1,7</td>
      <td>0,7</td>
      <td>2.705</td>
      <td>4.000</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>île de France (FRA)</td>
      <td>1,1</td>
      <td>0,9</td>
      <td>4.672</td>
      <td>7.590</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>Northern-Kanto, Koshin (JPN)</td>
      <td>1,0</td>
      <td>1,5</td>
      <td>2.422</td>
      <td>5.637</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>Toukai (JPN)</td>
      <td>0,5</td>
      <td>0,6</td>
      <td>2.129</td>
      <td>10.346</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>Beijing (CHN)</td>
      <td>1,1</td>
      <td>1,9</td>
      <td>329</td>
      <td>3.824</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>Zuid-Nederland (NLD)</td>
      <td>1,3</td>
      <td>0,5</td>
      <td>4.544</td>
      <td>4.220</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>Ontario (CAN)</td>
      <td>1,2</td>
      <td>0,9</td>
      <td>2.462</td>
      <td>3.610</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>New Jersey (USA)</td>
      <td>0,8</td>
      <td>0,8</td>
      <td>5.005</td>
      <td>5.307</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>Illinois (USA)</td>
      <td>0,7</td>
      <td>0,6</td>
      <td>3.698</td>
      <td>5.574</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>Stockholm (SWE)</td>
      <td>1,2</td>
      <td>0,8</td>
      <td>2.667</td>
      <td>3.119</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>Maryland (USA)</td>
      <td>0,9</td>
      <td>3,5</td>
      <td>2.826</td>
      <td>2.092</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>Pennsylvania (USA)</td>
      <td>0,6</td>
      <td>1,2</td>
      <td>4.597</td>
      <td>4.802</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>West-Nederland (NLD)</td>
      <td>0,7</td>
      <td>1,6</td>
      <td>1.997</td>
      <td>2.977</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>North Carolina (USA)</td>
      <td>0,9</td>
      <td>1,2</td>
      <td>2.516</td>
      <td>3.332</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>Nordrhein-Westfalen (DEU)</td>
      <td>0,7</td>
      <td>1,0</td>
      <td>7.288</td>
      <td>9.004</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>Florida (USA)</td>
      <td>0,9</td>
      <td>1,0</td>
      <td>2.540</td>
      <td>3.651</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>Hovedstaden (DNK)</td>
      <td>1,1</td>
      <td>1,6</td>
      <td>1.410</td>
      <td>1.703</td>
    </tr>
  </tbody>
</table>
</div>
<p><em>Figure 1.50 Innovation hotspots in ICT, biotechnology and nanotechnologies</em>
Il numero di marchi di fabbrica (trademark), insieme a quello dei brevetti, può anche servire per individuare i  settori industriali più competitivi per ogni paese. Per quanto riguarda i marchi di fabbrica, i due principali settori italiani sono quello della vendita all’ingrosso, al dettaglio e delle riparazioni, e quello del tessile e dell’abbigliamento. Spicca la percentuale (poco più del 20%) di brevetti che ricade nel settore dei macchinari e delle attrezzature, la più alta fra i paesi analizzati, come pure quella dedicata alla lavorazione dei metalli di base.</p>
<p><strong><img src="https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2013/scienza-innovazione-italia-qualche-numero-capire-body-12.jpg.webp" srcset="https://www.scienzainrete.it/media/_web/720/articoli/2013/scienza-innovazione-italia-qualche-numero-capire-body-12.jpg.webp 720w, https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2013/scienza-innovazione-italia-qualche-numero-capire-body-12.jpg.webp 924w" sizes="(max-width: 760px) 100vw, 720px" alt="" width="924" height="500" loading="lazy" decoding="async">
</strong></p>
<p><em>Figure 5.8.2 Top two industries with trademarks and patents by country, 2009-11</em>
La quantità di richieste di registrazione di marchi di fabbrica dirette a uffici stranieri e provenienti da un determinato paese è una buona indicazione di quanto le imprese di quel paese siano in grado di entrare nei mercati esteri. Da questo punto di vista, l’Italia si colloca bene soprattutto per quanto riguarda il mercato europeo, grazie a un numero di richieste indirizzate all’European Office for the Harmonization in the Internal Market (OHIM) secondo solo a Germania e Inghilterra, e di poco inferiore alla Spagna. Spicca anche la capacità dei marchi italiani di puntare al mercato giapponese: le richieste presentate al Japan Patent Office (JPO) competono, come quantità, con quelle di Germania, Inghilterra e Francia.</p>

<div class="tabella-scorre" role="region" aria-label="Tabella 3" tabindex="0">
<table>
  <thead>
    <tr>
      <th></th>
      <th></th>
      <th></th>
      <th></th>
      <th></th>
    </tr>
  </thead>
  <tbody>
    <tr>
      <td> </td>
      <td>USPTO</td>
      <td>OHIM</td>
      <td>JPO</td>
      <td>National trademark office</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>USA</td>
      <td>#N/D</td>
      <td>10,0</td>
      <td>6,8</td>
      <td>240,9</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>EU28</td>
      <td>19,2</td>
      <td>58,0</td>
      <td>8,3</td>
      <td>#N/D</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>CAN</td>
      <td>6,1</td>
      <td>0,9</td>
      <td>0,2</td>
      <td>20,1</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>DEU</td>
      <td>4,4</td>
      <td>14,7</td>
      <td>2,1</td>
      <td>63,9</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>GBR</td>
      <td>3,8</td>
      <td>7,7</td>
      <td>1,1</td>
      <td>27,7</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>BRIICS</td>
      <td>3,6</td>
      <td>1,5</td>
      <td>1,5</td>
      <td>#N/D</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>JPN</td>
      <td>3,0</td>
      <td>1,4</td>
      <td>#N/D</td>
      <td>89,1</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>FRA</td>
      <td>2,8</td>
      <td>5,5</td>
      <td>1,7</td>
      <td>82,6</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>CHE</td>
      <td>2,2</td>
      <td>1,6</td>
      <td>1,3</td>
      <td>11,2</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>ITA</td>
      <td>2,0</td>
      <td>6,6</td>
      <td>1,1</td>
      <td>35,9</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>AUS</td>
      <td>1,9</td>
      <td>0,3</td>
      <td>0,4</td>
      <td>39,4</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>MEX</td>
      <td>1,4</td>
      <td>0,2</td>
      <td>0,1</td>
      <td>66,4</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>KOR</td>
      <td>1,4</td>
      <td>0,5</td>
      <td>1,1</td>
      <td>109,2</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>NLD</td>
      <td>1,2</td>
      <td>3,1</td>
      <td>0,5</td>
      <td>14,6</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>ESP</td>
      <td>1,1</td>
      <td>6,7</td>
      <td>0,3</td>
      <td>41,8</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>SWE</td>
      <td>0,7</td>
      <td>1,9</td>
      <td>0,3</td>
      <td>9,6</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>DNK</td>
      <td>0,4</td>
      <td>1,0</td>
      <td>0,2</td>
      <td>3,2</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>AUT</td>
      <td>0,4</td>
      <td>2,0</td>
      <td>0,2</td>
      <td>6,0</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>BEL</td>
      <td>0,4</td>
      <td>1,4</td>
      <td>0,2</td>
      <td>5,3</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>IRL</td>
      <td>0,3</td>
      <td>0,7</td>
      <td>0,1</td>
      <td>1,5</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>LUX</td>
      <td>0,3</td>
      <td>0,8</td>
      <td>0,1</td>
      <td>0,7</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>POL</td>
      <td>0,1</td>
      <td>1,5</td>
      <td>0,0</td>
      <td>13,8</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>OECD</td>
      <td>277,3</td>
      <td>72,4</td>
      <td>107,6</td>
      <td>#N/D</td>
    </tr>
  </tbody>
</table>
</div>
<p><em>Figure 5.5.1 Top 20 trademark applicants, 2009-11 average</em>
L’analisi delle richieste di brevetto presentate può fornire altre importanti informazioni sull’attività economica di un paese. Per esempio, è possibile identificare i settori dove un paese è più dinamico, in termini di brevetti; da questo punto di vista, circa il 50% dei brevetti italiani ricade nella categoria dei manufatti di livello tecnologico alto o medio-alto, mentre poco meno del 25% è compreso nei manufatti di basso livello tecnologico.</p>
<p><strong><img src="https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2013/scienza-innovazione-italia-qualche-numero-capire-body-13.png.webp" alt="" width="639" height="264" loading="lazy" decoding="async">
</strong></p>
<p><em>Figure 6.8.1 Patenting activity by sector, 2009-11</em>
Ma un brevetto da solo può non bastare. È quindi fondamentale analizzarne l’importanza per il successivo sviluppo di una determinata tecnologia, valutando il numero e la distribuzione delle citazioni ricevute dal brevetto stesso. Un’analisi dalla quale, di nuovo, l’Italia si posiziona al di sotto della media europea.<br>
<strong><img src="https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2013/scienza-innovazione-italia-qualche-numero-capire-body-14.jpg.webp" srcset="https://www.scienzainrete.it/media/_web/720/articoli/2013/scienza-innovazione-italia-qualche-numero-capire-body-14.jpg.webp 720w, https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2013/scienza-innovazione-italia-qualche-numero-capire-body-14.jpg.webp 946w" sizes="(max-width: 760px) 100vw, 720px" alt="" width="946" height="444" loading="lazy" decoding="async">
</strong></p>
<p><em>Figure 6.9.1 The relevance of patents for later inventions, 2002-06</em></p>
<h2 id="biotecnologie-pharma-e-salute-settori-strategici-anche-per-litalia">Biotecnologie, pharma e salute: settori strategici anche per l&rsquo;Italia</h2><p>Uno dei settori dove si sta investendo di più per poter superare le sfide dell’economia globale è quello dell’industria biotecnologia. Questo comparto dimostra di avere grandi capacità di crescita e quindi di assorbimento di professionalità a elevata qualificazione. Le biotecnologie sono impiegate in numerosi settori industriali, ad esempio in ambito sanitario, farmaceutico, tessile, chimico, per la salute degli animali, nonché per la lavorazione di alimenti, carta, plastica, combustibili e mangimi. Le 400 aziende che operano in questo settore in Italia nel 2011 hanno avuto un fatturato di circa 7,15 miliardi di euro. </p>
<p><strong><img src="https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2013/scienza-innovazione-italia-qualche-numero-capire-body-15.jpg.webp" alt="" width="469" height="754" loading="lazy" decoding="async">
</strong></p>
<p><em>Figure 4.4.1 Number of firms active in biotechnology, 2011</em>
Ma il numero delle aziende non è il parametro migliore per comprendere al meglio l’attività di una nazione nelle biotecnologie. I dati sugli investimenti privati per la ricerca e lo sviluppo (BERS) per le biotecnologie forniscono una misura più diretta degli sforzi nella ricerca. L’Italia dedica alle biotecnologie il 3,6% del totale degli investimenti privati, una percentuale più bassa rispetto a molti paesi, dalla Spagna (7,3%) alla Danimarca (19,4%), all&rsquo;Irlanda (17,2%).</p>
<p><strong><img src="https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2013/scienza-innovazione-italia-qualche-numero-capire-body-16.jpg.webp" srcset="https://www.scienzainrete.it/media/_web/720/articoli/2013/scienza-innovazione-italia-qualche-numero-capire-body-16.jpg.webp 720w, https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2013/scienza-innovazione-italia-qualche-numero-capire-body-16.jpg.webp 942w" sizes="(max-width: 760px) 100vw, 720px" alt="" width="942" height="436" loading="lazy" decoding="async">
</strong></p>
<p><em>Figure 4.4.2 Biotecnology R&amp;D in the business sector</em>
Se consideriamo gli investimenti pubblici, nel 2011 il governo italiano ha sostenuto il settore biotech con circa 170 milioni di dollari, da confrontare con i 5 miliardi stanziati dal governo tedesco. Anche Spagna (19%) e Corea (14%) hanno una percentuale di finanziamento superiore a quella italiana (5,12%).</p>
<p><strong><img src="https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2013/scienza-innovazione-italia-qualche-numero-capire-body-17.jpg.webp" srcset="https://www.scienzainrete.it/media/_web/720/articoli/2013/scienza-innovazione-italia-qualche-numero-capire-body-17.jpg.webp 720w, https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2013/scienza-innovazione-italia-qualche-numero-capire-body-17.jpg.webp 902w" sizes="(max-width: 760px) 100vw, 720px" alt="" width="902" height="432" loading="lazy" decoding="async">
</strong></p>
<p><em>Figure 4.3.3 Biotechnology R&amp;D in the government and higher education sectors, 2011</em>
Se prediamo in esame il biennio 1999-2001 fino al 2011, in Italia i brevetti nel settore della salute rappresentano il 21%, una percentuale superiore alla media dei Paesi OCSE.</p>
<p><strong><img src="https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2013/scienza-innovazione-italia-qualche-numero-capire-body-18.jpg.webp" srcset="https://www.scienzainrete.it/media/_web/720/articoli/2013/scienza-innovazione-italia-qualche-numero-capire-body-18.jpg.webp 720w, https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2013/scienza-innovazione-italia-qualche-numero-capire-body-18.jpg.webp 952w" sizes="(max-width: 760px) 100vw, 720px" alt="" width="952" height="534" loading="lazy" decoding="async">
</strong></p>
<p><em>Figure 4.3.2 Health-related patents, 1999-2001 and 2009-2011</em>
I brevetti in campo chimico-farmaceutico riguardano essenzialmente molecole di sintesi chimica, molecole naturali purificate, prodotti ricombinanti. I brevetti depositati dalle nostre Università e aziende in questo ramo sono il 2% del totale; la Germania è al 6% e Francia al 4%. </p>
<p><strong><img src="https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2013/scienza-innovazione-italia-qualche-numero-capire-body-19.jpg.webp" srcset="https://www.scienzainrete.it/media/_web/720/articoli/2013/scienza-innovazione-italia-qualche-numero-capire-body-19.jpg.webp 720w, https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2013/scienza-innovazione-italia-qualche-numero-capire-body-19.jpg.webp 934w" sizes="(max-width: 760px) 100vw, 720px" alt="" width="934" height="459" loading="lazy" decoding="async">
</strong></p>
<p><em>Figure 4.3.3 Countries&rsquo; share in pharmaceutical patents, 2009-11</em>
La capacità, da parte dell’economia di un determinato paese, di specializzarsi in biotecnologie e nanotecnologie può essere dedotto dal cambiamento dell’indice RTA (revealed technological advantage), basato sulle richieste di brevetti in diversi campi tecnologici, dal biennio 1998-2000 al 2008-2010. Pur partendo da livelli piuttosto bassi, è incoraggiante notare come l’indice RTA dell’Italia sia cresciuto sia per quanto riguarda le biotecnologie, dove si avvicina alla media mondiale, sia nel versante delle nanotecnologie, dove invece dimostra di essere ancora indietro rispetto agli altri paesi.</p>
<p><strong><img src="https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2013/scienza-innovazione-italia-qualche-numero-capire-body-20.jpg.webp" alt="" width="512" height="960" loading="lazy" decoding="async">
</strong></p>
<p><em>Figure 6.5.1 Change in revealed technological advantage in biotechnology and nanotechnology, 1998-2000 and 2008-10</em>
OECD (2013), OECD Science, Technology and Industry Scoreboard 2013, OECD Publishing. <a href="http://dx.doi.org/10.1787/sti_scoreboard-2013-en" rel="noopener">http://dx.doi.org/10.1787/sti_scoreboard-2013-en</a></p>
]]></content:encoded></item><item><title>Anche noi avremmo bisogno di una frontiera infinita</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/noi-avremmo-bisogno-frontiera-infinita/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/noi-avremmo-bisogno-frontiera-infinita/</guid><pubDate>Wed, 20 Nov 2013 07:49:00 +0100</pubDate><dc:creator>Luca Carra</dc:creator><category>libri</category><description>Il libro &amp;amp;lsquo;Scienza, la frontiera infinita&amp;amp;rsquo; di Vannevar Bush ispira una riflessione sulla necessità di una nuova strategia per la ricerca scientifica in Italia. Scopri di più.</description><content:encoded><![CDATA[<p>Sarebbe bello che un documento come &ldquo;<strong>Scienza, la frontiera infinita</strong>&rdquo; finisse nelle mani del capo del governo italiano. Sarebbe ancora più bello che questo avesse un effetto. Che so, l&rsquo;aumento immediato del finanziamento della ricerca, una politica per incentivare i giovani a iscriversi all&rsquo;università, la creazione di una Agenzia unica per la valutazione della ricerca e la promozione del merito.</p>
<p>Sarebbe bello. Ed è appunto ciò che immagina <strong>Pietro Greco</strong> nella introduzione a &ldquo;Scienza, la frontiere infinita&rdquo;, il documento visionario con cui il consigliere scientifico presidenziale <strong>Vannevar Bush</strong> sintetizzò la nuova strategia di rilancio della scienza negli Stati Uniti elaborata da una Commissione voluta dal presidente Franklin Delano Roosevelt nel 1945 (Vannevar Bush, Manifesto per la rinascita di una nazione. Scienza, la frontiera infinita, Bollati Boringhieri, 2013).</p>
<p>Non si può che provare una profondissima invidia per gli statunitensi, e per quello che possono creare quando la storia li mette alle strette, guidati dal mito dell&rsquo;American way. Uno di quei momenti luminosi riguarda la scienza. E&rsquo; il 1944, in piena guerra, quando il presidente Roosevelt scrive al suo consulente per questioni scientifiche Vannevar Bush ponendogli quattro domande:</p>
<ol>
<li>Come si possono rendere pubblici gli studi scientifici condotti durante la guerra senza mettere a repentaglio la sicurezza militare</li>
<li>Come proseguire la guerra della scienza contro le malattie, che già tanti successi ha mietuto durante e prima della guerra, con la penicillina e con altre grandi scoperte?</li>
<li>Cosa può fare il governo per favorire sempre più la ricerca?</li>
<li>Come individuare e sviluppare ulteriormente il tanto scientifico dei giovani americani per mantenere la ricerca a livelli almeno compatibili con quanto raggiunto durante il periodo bellico? </li>
</ol>
<p>Come spiega Pietro Greco nell&rsquo;ampia e precisa introduzione storica, è evidente che la lettera del presidente era stata concordata, quasi dettata, da Vannevar Bush, brillante ingegnere e matematico del MIT e della Carnegie con idee molto chiare sul ruolo che la scienza avrebbe dovuto avere anche in tempo di pace per promuovere la salute, garantire la sicurezza nazionale, la piena occupazione e quindi il tenore di vita degli americani.</p>
<p>La seconda guerra mondiale ha mostrato quanto la scienza possa essere decisiva per l&rsquo;esito del conflitto: l&rsquo;invenzione del radar ha sconfitto gli U-Boot, la penicillina ha consentito l&rsquo;abbattimento del tasso di mortalità per infezioni da ferite dei soldati. Nessuno lo dice ancora, neppure il vicepresidente degli Stati Uniti Truman lo sa, ma il grandioso progetto Manhattan sta preparando l&rsquo;arma finale. Di tutto questo è al corrente Vannevar Bush, che alla lettera del presidente risponde con un rapporto reso pubblico il 25 luglio 1945, quando Roosevelt è già morto, a guerra non ancora conclusa e bomba atomica non ancora sganciata su Hiroshima e Nagasaki. Frutto del lavoro di più commissioni, &ldquo;Scienza, la frontiera infinita&rdquo; è il limpido, ispirato, manifesto della centralità della ricerca scientifica libera per il benessere della nazione. Ed è un bene che sia stato finalmente tradotto anche in italiano.</p>
<p>Il progresso scientifico è essenziale, scrive Bush, per la salute, la sicurezza e il benessere del Paese, ma essa è rimasta troppo a lungo dietro le quinte. Ora bisogna riportarla al centro dell&rsquo;attenzione, &ldquo;perché a essa si legano molte nostre speranze per il futuro&rdquo;.</p>
<p>Come fare? Prima di tutto non facendo l&rsquo;errore di lasciare la ricerca nelle sole mani dei privati, che per ovvie ragioni propendono per la ricerca applicata. Poco infatti può fare questa, anche in termini di progresso economico e innovazione, se non è preparata da un vasto movimento di ricerca di base, libera e disinteressata. &ldquo;Science, the endless frontier&rdquo; è soprattutto un manifesto per la libertà di ricerca, da garantire e rafforzare dando stabilità e risorse alle università e istituendo una unica agenzia statale, che si chiamerà National Science Foundation, gestita direttamente da scienziati e non da burocrati, a cui andrà demandata una compiuta politica nazionale della ricerca e della formazione.</p>
<p>Subito dopo la seconda guerra mondiale, come ricorda Greco, gli Stati Uniti non erano per nulla all&rsquo;avanguardia della ricerca: investivano meno dell&rsquo;Europa, e i loro prodotti industriali erano a basso contenuto di innovazione, come si direbbe oggi. Prima ancora di Bush, altri scienziati e politici americani erano convinti che senza un aiuto da parte del governo federale, le sole imprese non ce l&rsquo;avrebbero fatta a costituire la massa critica necessaria per competere sul piano internazionale. Fra questi lo stesso Hoover, poi presidente degli Stati Uniti. Ma agli ideali antistatalisti e liberali della giovane nazione americana ripugnava l&rsquo;idea di una mano pubblica che guidasse la ricerca. Solo l&rsquo;esperienza del New Deal roosveltiano e la temperie della seconda guerra mondiale convincono il presidente che nei tempi di pace ormai prossimi si sarebbe aperta una competizione spietata sul fronte economico e geopolitico, e che l&rsquo;America non poteva permettersi di restare indietro nella ricerca scientifica, che così essenziale si era rivelata durante la guerra.</p>
<p>Bando allora agli indugi e il governo si impegni a raddoppiare gli investimenti in ricerca, pur avendo l&rsquo;accortezza di lasciare a università e laboratori la più &ldquo;completa libertà d&rsquo;iniziativa&rdquo; e di non sottoporli al controllo di agenzie operative, guidate da logiche diverse della ricerca in quanto tale. Si legge nel Manifesto: &ldquo;La ricerca pura è un&rsquo;esplorazione necessariamente speculativa dell&rsquo;ignoto, su cui gli atteggiamenti convenzionali, le tradizioni e i criteri unificanti esercitano un&rsquo;influenza limitante. La ricerca scientifica di base non può essere condotta in un&rsquo;atmosfera dove il metro di valutazione sono l&rsquo;operatività e la produzione&rdquo;.</p>
<p>La ricerca di base è l&rsquo;ingrediente essenziale per aumentare il &ldquo;capitale scientifico&rdquo; della nazione, che a sua volta è il substrato del progresso economico. Le informazioni scientifiche vanno inoltre desecretate e fatte circolare liberamente a livello internazionale. Ma nel contempo - quasi preparandosi a una nuova guerra, ma con altri mezzi - il governo federale avrebbe dovuto recuperare la mancata formazione dei giovani che avevano dovuto vestire la divisa per servire il Paese. E lo avrebbe fatto seguendo questa straordinaria ispirazione che ci regala il Manifesto di Bush: &ldquo;E&rsquo; impossibile selezionare dal basso le future personalità scientifiche; qui come altrove contano fattori ignoti e imprevedibili. Si tratta di un calcolo sovramatematico, nel quale entrano in gioco il cervello, il carattere, la forza e la salute, la felicità e la forza d&rsquo;animo, l&rsquo;interesse, le motivazioni e chissà che altro ancora. Neanche se fossimo infinitamente saggi e sapienti riusciremmo probabilmente a formulare un piano che procuri d&rsquo;un sol colpo la futura guida scientifica del Paese. Il nostro interesse non è formare un gruppo di eletti. Il piano migliore, in questa Repubblica costituzionale, è a nostro avviso offrire agli uomini e alle donne di ogni tipo e condizione l&rsquo;opportunità di migliorare se stessi. E&rsquo; questa l&rsquo;American way, il modo in cui gli Stati Uniti sono diventati ciò che sono. E&rsquo; molto importante secondo noi abbattere ogni ostacolo all&rsquo;ambizione intellettuale che non appartenga alla capacità individuale. E&rsquo; di vitale importanza, per ogni giovane, sapere che se mostrerà le qualità necessarie, il solo limite che potrà incontrare sarà quello del cielo. E anche se alla fine non raggiungerà la vetta, andrà comunque più avanti di quanto avrebbe fatto se frenato da un limite che considerava insuperabile&rdquo;.</p>
<p>Fra i limiti da spazzare via nella cavalcata per le sterminate praterie della ricerca c&rsquo;erano anche burocrazia e budget, dalle cui incombenze i ricercatori dovevano considerarsi liberi. Tanto è vero che per rendere più svelta e incisiva l&rsquo;azione della neonata National Science Foundation, si sarebbe potuto stilare convenzioni e contratti anche al di fuori della forma della gara d&rsquo;appalto e anche prescindendo da valutazioni quantitative degli enti da finanziare, tenendo nel dovuto conto &ldquo;atmosfera e potenziale creativo&rdquo; dei candidati. Per non dire poi che &ldquo;i ricercatori andrebbero sollevati dai normali obblighi, richiesti dalla Corte dei conti, di presentare dettagliati giustificativi di spesa. Nel caso dei contratti di ricerca, infatti, l&rsquo;ottemperanza alle normali procedure sottrarrebbe efficienza allo svolgimento dei lavori, aumentando inutilmente i costi a carico del governo&rdquo;.</p>
<p>Ce l&rsquo;ha fatta Vannevar Bush a coronare il suo sogno di una scienza libera da lacci e laccioli? Non del tutto. La morte di Roosevelt e l&rsquo;ascesa di Truman ha cambiato un po&rsquo; le carte in tavola, ma non al punto da frenare la corsa della scienza negli USA. Ma per sapere come è andata a finire leggetevi &ldquo;The endless frontier&rdquo; e la preziosa introduzione storica di Pietro Greco.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>La ricerca è una cosa da professionisti</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/ricerca-cosa-professionisti/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/ricerca-cosa-professionisti/</guid><pubDate>Tue, 05 Feb 2013 10:27:00 +0100</pubDate><category>politica-della-ricerca</category><description>Scopri come i finanziamenti Telethon e i nuovi bandi PRIN influenzano la ricerca scientifica italiana, tra opportunità e criticità. Leggi l&amp;amp;rsquo;analisi.</description><content:encoded><![CDATA[<p>La maratona Telethon ha garantito anche quest&rsquo;anno 30 milioni di euro (qualcosa in più è previsto a chiusura del bilancio a giugno) buona parte dei quali andranno a finanziare le ricerche di punta sulle malattie genetiche. Una buona conferma economica, dunque, con qualche preoccupazione dovuta alla crescita di quasi un terzo delle domande di grant, molte delle quali multicentriche. “E&rsquo; un peccato perché dovremo selezionare di più, ma questo mostra anche quanta potenzialità di ricerca c&rsquo;è anche in Italia” commenta Francesca Pasinelli, direttore generale di Telethon, intervistata da Scienzainrete sulle recenti querelle in fatto di bandi, ricerca e metodi di valutazione.</p>
<p>A proposito di ricerche multicentriche, il ministro Profumo è stato criticato per aver puntato nei recenti Bandi PRIN proprio sul carattere multicentrico delle ricerche. Non si possono presentare, infatti domande che non prevedano almeno 5 diverse unità di ricerca. Cosa ne pensa?</p>
<p>Condivido alcune critiche formulate all&rsquo;indomani della pubblicazione del bando. Bizzarro assegnare, per esempio, quote massime di domande presentabili da parte delle università. Quanto alle ricerche multicentriche, è spesso vero che le idee più innovative nascono da ricerche di singoli ricercatori o gruppi. Poi però mi sono andata a leggere il documento tecnico che accompagna i bandi Prin e ho capito un po&rsquo; meglio le intenzioni del ministro Profumo, il quale giustamente dice che fra poco (il 2014 è dietro l&rsquo;angolo) parte il nuovo programma di ricerca europea Horizon 2020 (con un budget di 80 miliardi di euro). Anche i ricercatori italiani saranno dunque chiamati a partecipare a progetti multicentrici e dovranno imparare a farlo un po&rsquo; meglio di adesso. Visto che – come ha osservato lo stesso ministro – al VII Programma quadro abbiamo contribuito con il 15% di risorse portandone a casa appena l'8,5%. Segno che possiamo migliorare. Ma ci vuole allenamento.</p>
<p>I critici, soprattutto di provenienza accademica, dicono che le università non sono attrezzate per gestire questi processi. O che questi seguono logiche poco meritocratiche.</p>
<p>Il fatto che le università italiane non si siano dotate di un sistema di screening interno della ricerca, e di un suo governo strategico, è gravissimo; significa rinunciare a una delle funzioni più nobili dell&rsquo;università. E fa bene Profumo a chiedere che si comincino a dotare di strutture in grado di stabilire scale di priorità, di programmare la ricerca e di saper scegliere di conseguenza i ricercatori più adeguati a questi obiettivi. Questo bando assegna alle università responsabilità strategiche che devono saper far crescere al loro interno.</p>
<h2 id="la-burocrazia-non-aiuta-neppure-quella-europea">La burocrazia non aiuta, neppure quella europea.</h2><p>Sì ma non diamo troppo la colpa agli altri. E&rsquo; che il nostro contesto è ancora debole e poco competitivo. Intanto – ce lo insegna l&rsquo;esperienza di Telethon – bisogna imparare a scrivere i grant, anche con apporto di professionalità specifiche. Non c&rsquo;è molta formazione in questo senso: capita che i progetti siano scritti male, con troppe informazioni di background, che si promettano troppe cose e magari non si diano alcune informazioni preliminari in modo trasparente. Tutte cose che vengono subito notate dai valutatori. La grantmanship va costruita ed è decisiva. Poi si tende spesso a considerare i progetti multicentrici come delle “cordate”, dove i migliori tirano i pesi morti. Che cosa orribile. Invece per vincere bisogna contare su un reale lavoro di squadra, in cui la somma sia superiore alle singole parti.</p>
<h2 id="e-questo-come-si-impara">E questo come si impara?</h2><p>Con una organizzazione che lasci posto a figure che sappiano fare il <em>coaching</em>. Le università straniere non hanno figure ad hoc. In fondo sono ricercatori che hanno sviluppato questo ruolo, che ha anche aspetti manageriali e amministrativi. Il lavoro di squadra, a dire il vero, manca anche in questi grandi bandi. Dietro non si vede all&rsquo;opera una squadra di tecnici della valutazione che gestiscano il progetto in modo consapevole. Le vere, grandi agenzie della ricerca (come gli NIH americani) hanno figure amministrative di alto profilo in grado di seguire i progetti dall&rsquo;inizio alla fine. Che sanno per esempio, indirizzare i progetti ai giusti revisori.</p>
<h2 id="serve-un-albo-dei-valutatori-insomma">Serve un Albo dei valutatori, insomma.</h2><p>Per carità, quella è una follia&hellip; Credo che la peer review messa a punto da Telethon sia un buon esempio. Il nostro ufficio scientifico è composto da sette persone che scelgono i revisori uno a uno fra ricercatori ancora attivi, e che controllano che le valutazioni date siano corrette e non distorte, per esempio, da fattori personali o extrascientifici. Spesso si scelgono revisori stranieri non perché siamo esterofili, ma perché per una comunità piccola come quella italiana sarebbe difficile trovare revisori al vertice di una disciplina che non corrispondano con gli stessi autori dei progetti.</p>
<p>In un recente bando (del governo precedente) il Ministero della salute ha fatto valutare i progetti da revisori tutti stranieri.</p>
<p>Sì, in quel caso si è addirittura appaltato tutto il processo di revisione agli NIH, prassi che a dire il vero ho trovato un po&rsquo; provinciale. Era come dire che il governo appaltava a un altro paese l&rsquo;intera strategia di ricerca e di valutazione di un settore strategico come quello biomedico.</p>
<h2 id="tornando-al-metodo-telethon-quali-altri-presupposti-deve-avere-una-buona-valutazione">Tornando al metodo Telethon, quali altri presupposti deve avere una buona valutazione?</h2><p>La <em>peer review</em> anonima viene accompagnata da due <em>study sections</em>, riunioni plenarie in cui i revisori si confrontano e arrivano spesso anche a cambiare giudizio sui progetti. Fatti salvi i peggiori (circa il 30%) e i migliori (un altro 30%) dove spesso vi è unanimità di giudizio, le riunioni plenarie servono per raggiungere un consenso sull&rsquo;altro 40% dei progetti su cui esistono valutazioni discrepanti. Guardarsi in faccia e sostenere le proprie valutazioni davanti a una trentina di colleghi (tutti con diritto di voto) modifica abbastanza le cose&hellip; in meglio direi. Alla fine di questo vero e proprio “processo” noi diamo ai ricercatori sia le iniziali valutazioni dei quattro revisori, sia in forma sintetica il risultato del dibattito in plenaria. Credo che sia istruttivo anche per loro.</p>
<h2 id="e-impensabile-che-meccanismi-e-competenze-del-genere-possano-essere-adottati-anche-nel-pubblico-nel-ministero-stesso">E&rsquo; impensabile che meccanismi e competenze del genere possano essere adottati anche nel pubblico, nel ministero stesso?</h2><p>Gestire bandi competitivi implica tecnicalità precise. Disturba che non si conoscano nemmeno questi meccanismi peraltro ben noti. Basterebbe fare riferimento a come viene gestita la valutazione in centri come gli NIH e l&rsquo;ERC. Attualmente il ministero della ricerca non è attrezzato per questo compito. Ci vuole insomma una organizzazione e una strategia, che è sicuramente possibile istituire, magari partendo dalle università, come sembra augurarsi il ministro Profumo. Certo è che, a monte, sembrano anche mancare degli <em>Advisory Boards</em>, dei tavoli permanenti in grado di stabilire priorità di ricerca a livello nazionale, invece di andare al traino dei bandi europei.</p>
<h2 id="listituzione-dellanvur-sembra-un-passo-avanti-per-istituire-buone-regole-di-valutazione-e-far-emergere-il-merito">L&rsquo;istituzione dell&rsquo;Anvur sembra un passo avanti per istituire buone regole di valutazione e far emergere il merito.</h2><p>Certamente l&rsquo;Anvur costituisce una prima buona notizia. Anche se la vera valutazione, la più pertinente ed efficace, deve avvenire ex ante al momento dell&rsquo;erogazione delle risorse attraverso un&rsquo;analisi che entri nel merito delle ricerche e dei curricula. A me sembra un po&rsquo; patetica tutta questa enfasi che si dà agli indici bibliometrici, quasi che l&rsquo;H-Index fosse la bacchetta magica per discernere il ricercatore buono da quello cattivo. E&rsquo; sicuramente una spia, ma non è sufficiente. Per esempio, l&rsquo;H-Index molto alto di un ricercatore che opera in una università scientificamente modesta potrebbe anche deporre a sfavore di quella persona, che non ha saputo crearsi una squadra o ha preferito stravincere in un luogo mediocre piuttosto che fare la gavetta in un centro di eccellenza. E&rsquo; il gruppo, dove c&rsquo;è circolazione di idee, organizzazione e leadership, che fa la qualità scientifica.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Lettera aperta al Prof. Fantoni, Presidente dell'ANVUR</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/lettera-aperta-prof-fantoni-presidente-dellanvur/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/lettera-aperta-prof-fantoni-presidente-dellanvur/</guid><pubDate>Fri, 07 Dec 2012 00:28:00 +0100</pubDate><dc:creator>redazione</dc:creator><category>ricerca-scientifica</category><description>Lettera aperta al Presidente ANVUR Fantoni solleva obiezioni sull&amp;amp;rsquo;uso esclusivo dei criteri bibliometrici per la valutazione e abilitazione dei ricercatori universitari. Scopri di più.</description><content:encoded><![CDATA[<p>Egr. Prof. Fantoni,</p>
<p>premesso il riconoscimento per l’estrema fatica che il suo compito richiede, vorremmo farle presente alcune obiezioni circa le modalità di valutazione e di formazione delle graduatorie per l’abilitazione a professore di I e II fascia. Siamo certi che il problema le è ben noto, ma non è possibile, riteniamo, eluderlo ulteriormente. Il riferimento è al fatto che l’uso esclusivo, o in gran parte prevalente, dei criteri bibliometrici sia una forma non del tutto corretta e spesso ingiusta di selezione.</p>
<p>In questi decenni, i ricercatori si sono dovuti quantomeno sdoppiare per svolgere i propri compiti di ricerca perché, al tempo stesso, sono stati reclutati per compiti didattici e, laddove indispensabile per lo svolgimento delle attività universitarie legate alle discipline mediche, per compiti di assistenza. Ma è anche evidente che il ruolo universitario presenta delle sfaccettature che altri settori non hanno. E così un universitario, finora, ha dovuto fare ricerca, didattica e assistenza e questo ha sempre distinto il ricercatore universitario, qui inteso in senso lato, da quello, ad esempio, dell’industria privata. Molte delle funzioni suddette, non erano opzioni, o meglio, lo erano solo sulla carta: chi vive da molti anni all’interno degli Atenei lo sa benissimo. Si aggiunga a ciò che una quota consistente di docenti ha svolto per anni, se non decenni, compiti istituzionali legati alla partecipazione in commissioni, senati accademici, consigli di amministrazione, presidenze di corsi di studio, di specializzazioni, ecc., che, seppure non obbligatori, hanno fatto parte dell’impegno profuso per il funzionamento dell’università.</p>
<p>Ma allora come è possibile che si possa cancellare, con un colpo di spugna, l&rsquo;importanza di tali attività indispensabili per la vita degli atenei, all’interno dei criteri di valutazione? E&rsquo; chiaro che esistono situazioni differenti e casi limite all’interno della nostra istituzione e, senza voler dare alcun giudizio di valore, esiste chi ha scelto di seguire la propria vocazione di pura ricerca, magari in una università prestigiosa straniera, e chi ha scelto di lavorare tra i &ldquo;miasmi&rdquo; burocratici dell&rsquo;amministrazione universitaria, penalizzando così il proprio curriculum scientifico. C’è chi svolge il proprio lavoro all’interno di uno studio con l’unica necessità di un computer, chi invece nello studio non riesce neanche ad entrare perché oberato continuamente da compiti didattici (che necessariamente non si limitano alle sole lezioni), attività di ricerca e compiti istituzionali.</p>
<p>Ora è certo che la vita riserva a ciascuno di noi il proprio cammino ma, all’interno di qualunque carriera possibile, bisogna assolutamente riconoscere il lavoro, l’impegno e la fedeltà profusi in favore e all&rsquo;interno dell’Università italiana. E tutto questo dovrebbe essere considerato con attenzione da coloro i quali sono a capo dell’istituzione universitaria, pena la demotivazione o, peggio ancora, lo snaturamento delle funzioni istituzionali all&rsquo;interno degli atenei. Purtroppo è proprio il contrario ciò che è già sotto i nostri occhi: articolifici, esasperate cordate alla ricerca dell&rsquo;ultima citazione, una sorta di ultima Thule nella quale riciclarsi con una nuova &ldquo;verginità&rdquo; mostrando però quella profonda debolezza dei singoli e di tutto il sistema che, ancora una volta, non apprezza quasi per nulla chi ha lavorato per esso, ma premia soprattutto chi è molto furbo e lavora solo per sé, con tutti i distinguo del caso.</p>
<p>E’ proprio impossibile fare diversamente da quanto si è fatto e si continua a fare? Forse sarà difficile, ma fare le cose giuste non è mai stata cosa facile.</p>
<p><em><strong>Annalisa Monaco</strong></em> e <em><strong>Marco Merafina</strong></em> - CNRU (Coordinamento Nazionale Ricercatori Universitari)</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Lettera aperta per la ricerca</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/lettera-aperta-ricerca/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/lettera-aperta-ricerca/</guid><pubDate>Tue, 16 Oct 2012 10:00:00 +0100</pubDate><dc:creator>redazione</dc:creator><category>politica-della-ricerca</category><description>Lettera aperta al Presidente Napolitano e al Ministro Profumo per denunciare l&amp;amp;rsquo;inadeguatezza del modello di sviluppo italiano e chiedere un cambio di strategia a favore della ricerca e innovazione.</description><content:encoded><![CDATA[<p>Illustre <strong>Presidente Napolitano</strong>, Illustre <strong>Ministro e Collega Profumo</strong>, </p>
<p>l&rsquo;emergenza economico-finanziaria che ha colpito buona parte del mondo occidentale e che sta producendo danni gravissimi sulla stabilità socio-economica dei Paesi coinvolti, Italia inclusa, richiede una riflessione profonda su alcuni elementi strutturali che oggi rappresentano l&rsquo;ostacolo principale al recupero della nostra competitività. Tra questi elementi c&rsquo;è senza alcun dubbio la scelta di un &ldquo;modello di sviluppo senza ricerca&rdquo; perseguito negli ultimi 30-40 anni: ci hanno assistito, a fronte di questa sostanziale assenza, fattori di complemento come la svalutazione, il basso costo del lavoro, alcune eccellenze manifatturiere, etc., che oggi non sono più in grado di sostenerci.</p>
<p>Da molti anni, anche grazie al Suo convinto sostegno, Presidente Napolitano, e molto spesso con la Sua adesione, Ministro Profumo, abbiamo chiesto a gran voce un sostanziale <strong>cambiamento di strategia</strong> negli investimenti e nella cultura del Paese a favore del sistema ricerca e innovazione. Abbiamo denunciato l&rsquo;inadeguatezza dei parametri strutturali di questo settore che conta un numero di ricercatori, raffrontato al numero totale di lavoratori italiani, di circa la metà rispetto alla media europea; un&rsquo;irrisoria percentuale di PIL dedicata; una caratterizzazione del sistema industriale, tanto rispetto alla specializzazione produttiva quanto rispetto alla misura aziendale, poco compatibile con gli investimenti in ricerca. Abbiamo ritenuto <em>nostra responsabilità</em> coinvolgere le Istituzioni del Paese e offrire la nostra piena disponibilità a collaborare per trasformare questi elementi strutturali.</p>
<p>Ecco perché oggi ci sentiamo in difficoltà e in imbarazzo di fronte alla notizia, riportata dalla stampa, di un progetto di <strong>trasformazione del sistema della ricerca pubblica nazionale</strong>. Un progetto che cancellerebbe in un sol colpo tutti gli Enti di Ricerca vigilati dal MIUR e li ricomporrebbe dentro un nuovo Ente che porta lo stesso acronimo di uno di essi: il CNR. Oltre alla costituzione di un&rsquo;Agenzia per il finanziamento della ricerca e a quella di un&rsquo;Agenzia per il trasferimento tecnologico. Una sorta di modello tedesco, senza però gli investimenti che i tedeschi sono in grado di garantire a quel modello.</p>
<p><em>Ma sono proprio le condizioni al contorno in cui questa Riforma si inserisce che ci sollevano enormi perplessità e che rendono perfino fuorviante discutere del merito.</em></p>
<p>La <em>prima condizione</em>, la più grave, sarebbe da riferirsi alla <strong>genesi stessa di questa riforma</strong>: essa nascerebbe per ottenere una riduzione di finanziamento e non a caso verrebbe inserita nella Legge di stabilità per il 2013 nella voce dei &ldquo;risparmi&rdquo; e non certo in quella degli &ldquo;investimenti&rdquo;. Se davvero una trasformazione così importante di tutto un settore si facesse senza investire ingenti risorse, significherebbe destinare a fallimento l&rsquo;operazione e si correrebbero enormi rischi di messa in stallo del sistema. Abbiamo assistito negli anni scorsi ad alcuni accorpamenti tra enti di ricerca e sappiamo come, soprattutto senza risorse significative da investire, quelle operazioni abbiano introdotto inerzie, rallentamenti e ricadute negative sulla produttività dei ricercatori.</p>
<p>La <em>seconda condizione</em> riguarda <strong>i tempi e la definizione del Progetto</strong>. I due aspetti sono strettamente correlati. Non sappiamo da quanto tempo e con chi il Ministro stia lavorando a questa Riforma, né lo stato di avanzamento di un tale lavoro, ma sarebbe impensabile che dalla pubblicizzazione alle comunità di riferimento alla sua approvazione, passassero poche settimane. C&rsquo;è l&rsquo;esigenza di comprendere con attenzione come si cala la riforma nei vari ambiti di competenza e per questo non si può prescindere dal contributo degli scienziati dei vari settori coinvolti. Vanno ascoltate con attenzione le differenti istanze e problematiche; sono in discussione le fusioni di molti sistemi organizzativi di natura a volte molto differente, di complicate procedure e pratiche spesso svolte con metodi e approcci del tutto diversi.</p>
<p>La <em>terza condizione</em>, riguarda <strong>lo stato dei sistemi</strong>, la loro capacità di recepimento e di adesione ai progetti di trasformazione positiva; gli enti di ricerca coinvolti sono nella loro fase di applicazione della Riforma precedente, avviata con la realizzazione degli statuti autonomi nel 2010; alcuni di loro, il CNR per esempio, ha appena varato i nuovi Dipartimenti dandosi una nuova veste organizzativa con la ridefinizione delle afferenze della rete scientifica. La riforma Gelmini è tuttavia solo l&rsquo;ultima di una serie di riforme che ne può contare tre negli ultimi quattordici anni: spesso del tutto divergenti negli obiettivi finali e <em>tutte senza investimenti finanziari aggiuntivi</em>. E&rsquo; evidente lo scetticismo che coglierebbe gli operatori rispetto all&rsquo;ennesima riforma a costo zero e che stravolge di nuovo l&rsquo;intero sistema. Si può pensare che un sistema di ricerca non trovi mai stabilità? Qual è il costo di questo continuo ridisegno, senza reali prospettive, dei sistemi?</p>
<p><em>Non verrà da noi una richiesta di immobilismo</em>. Ella signor Presidente ne è testimone. L&rsquo;abbiamo reclamato più volte: è necessario invertire il modello di sviluppo del Paese e avviarci nella società e nell&rsquo;economia della conoscenza con determinazione e con urgenza. E&rsquo; per questa ragione che non si possono alimentare illusioni fuorvianti. Si rischierebbe di compromettere anche le giuste, importanti, profonde convinzioni di chi ritiene che il settore conoscenza e ricerca sia la vera chiave di volta per la fuoriuscita del Paese dalla crisi, aggravando così il declino su cui l&rsquo;Italia è avviata.</p>
<p>Per tutto ciò Illustre Presidente e Illustre Ministro, Vi chiediamo di non includere questa Riforma nella Legge di Stabilità e di fare in modo che si possa avviare, prima di qualsiasi atto legislativo e anche valutando elementi della Riforma medesima, un ampio tavolo di discussione per il rilancio del settore che possa contare su seri investimenti e significative partecipazioni.</p>
<p>Con Stima.</p>
<h4 id="carlo-bernardini"><em><strong>Carlo Bernardini</strong></em></h4><h4 id="marcello-buiatti"><em><strong>Marcello Buiatti</strong></em></h4><h4 id="andrea-cerroni"><em><strong>Andrea Cerroni</strong></em></h4><h4 id="tullio-de-mauro"><em><strong>Tullio De Mauro</strong></em></h4><h4 id="gennaro-di-giorgio"><em><strong>Gennaro Di Giorgio</strong></em></h4><h4 id="rino-falcone"><em><strong>Rino Falcone</strong></em></h4><h4 id="sergio-ferrari"><em><strong>Sergio Ferrari</strong></em></h4><h4 id="pietro-greco"><em><strong>Pietro Greco</strong></em></h4><h4 id="margherita-hack"><em><strong>Margherita Hack</strong></em></h4><h4 id="francesco-lenci"><em><strong>Francesco Lenci</strong></em></h4><h4 id="lucio-luzzatto"><em><strong>Lucio Luzzatto</strong></em></h4><h4 id="tommaso-maccacaro"><em><strong>Tommaso Maccacaro</strong></em></h4><h4 id="alberto-mantovani---gruppo-2003"><em>Alberto Mantovani - Gruppo 2003</em></h4><h4 id="daniela-palma"><em><strong>Daniela Palma</strong></em></h4><h4 id="giulio-peruzzi"><em><strong>Giulio Peruzzi</strong></em></h4><h4 id="caterina-petrillo"><em><strong>Caterina Petrillo</strong></em></h4><h4 id="francesco-sylos-labini"><em><strong>Francesco Sylos-Labini</strong></em></h4><h4 id="settimo-termini"><em><strong>Settimo Termini</strong></em></h4>]]></content:encoded></item><item><title>L'Anvur fissa i parametri per scegliere i docenti</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/lanvur-fissa-parametri-scegliere-docenti/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/lanvur-fissa-parametri-scegliere-docenti/</guid><pubDate>Tue, 19 Jul 2011 16:22:00 +0100</pubDate><dc:creator>Luca Carra</dc:creator><category>ricerca-scientifica</category><description>L&amp;amp;rsquo;ANVUR definisce i parametri per la selezione dei docenti universitari, affrontando il campo minato della valutazione accademica. Scopri i criteri.</description><content:encoded><![CDATA[<p>Primi passi dell&rsquo;ANVUR nel campo minato valutazione, anche in risposta ai quesiti posti a suo tempo proprio dall&rsquo;Osservatorio sulla riforma universitaria del Gruppo 2003 (vedi articolo). Il primo documento dei sette saggi dell&rsquo;ANVUR, pubblicato lo scorso 22 giugno, esce praticamente insieme al documento del CUN e del CEPR, che avremo modo di analizzare nel dettaglio.</p>
<p>Esso si pone l&rsquo;obiettivo di delineare i criteri di selezione di massima dei professori associati e ordinari dell&rsquo;università. &ldquo;Di massima&rdquo;, perché una valutazione più compiuta dovrà essere eseguita dalle commissioni di esame (i cui membri vanno peraltro scelti secondo criteri simili ai primi) che integrerà l&rsquo;analisi delle performance di ricerca con quelle (più evanescenti) della didattica.</p>
<p>L&rsquo;Agenzia nazionale di valutazione si è voluta esprimere in prima battuta sui docenti, spinta dall&rsquo;imminenza del pensionamento di circa un terzo dei docenti ora in ruolo fra il 2015 e il 2020 (con punte anche del 50%) e consapevole del fatto che un ricambio rapido e massiccio dei docenti potrebbe comportare un &ldquo;conseguente decadimento della qualità scientifica&rdquo;. La prima domanda che ci viene spontanea è: sarà vero questo? Su quali basi lo si afferma?</p>
<p>La scelta dei criteri non poteva che andare nella direzione di una uniformazione rispetto alle realtà accademiche internazionali, proprio per consentire un maggiore scambio con il resto del mondo.</p>
<p>La prima regola che dà l&rsquo;ANVUR dice che i candidati devono possedere parametri indicatori di qualità della produzione scientifica che superino la mediana del settore concorsuale, e che tali parametri siano normalizzati per l&rsquo;età accademica in modo da non penalizzare i più giovani. La seconda regola è che vi sede essere una ragionevole continuità nella produzione scientifica (5 anni per associato, 10 anni per ordinario).</p>
<p>Passando ai criteri delle discipline scientifiche (quelle categorizzate nelle aree da 1 a 9 da CUN, e quelle più &ldquo;scientifiche&rdquo; nelle aree da 10 a 14), essi saranno:</p>
<ul>
<li>il numero di articoli su riviste e di monografie cesite su ISI o Scopus negli ultimi 10 anni</li>
<li>il numero totale delle citazioni</li>
<li>l&rsquo;indice h (e sue evoluzioni)</li>
</ul>
<p>Per le altre discipline più decisamente umanistiche l&rsquo;ANVUR abbozza per ora criteri abbastanza laschi riconducibili al numero di pubblicazioni con pesi diversi a seconda del carattere internaonael o meno della pubblicazione e del loro far parte di sistemi classificatori internazionali.</p>
<p>Per tornare alle discipline tecnico-scientifiche, l&rsquo;incrocio dei tre criteri sopra riportati dovrebbe garantire da un lato la scelta dei candidati scientificamente di punta, dall&rsquo;altro dovrebbe mitigare gli effetti distorsivi del ricorso al solo indice h.</p>
<p>L&rsquo;Osservatorio sulla riforma del Gruppo 2003, nel valutare positivamente questo primo documento che segna l&rsquo;avvio delle attività dell&rsquo;ANVUR, Avanza a caldo alcune prime domande.</p>
<ul>
<li>Su quale popolazione è definita la mediana di cui parla dil documento?</li>
<li>Perché  non lasciare alle singole discipline di stabilire i pesi delle pubblicazioni? Per esempio, in economia le monografie contano molto meno che le pubblicazioni su riviste con peer-review.</li>
</ul>
<p>A queste nei prossimi giorni seguiranno altre domande, che ci piacerebbe raccogliere anche dai lettori. Ma intanto chiediamo ai membri dell&rsquo;ANVUR di rispondere a queste e a quelle più generali precedentemente formulate dal Gruppo.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Lettera aperta sul futuro dell'università</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/lettera-aperta-futuro-delluniversita/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/lettera-aperta-futuro-delluniversita/</guid><pubDate>Wed, 09 Jun 2010 10:54:00 +0100</pubDate><dc:creator>redazione</dc:creator><category>ricerca-scientifica</category><description>Una lettera aperta al Presidente del Consiglio e al Ministro dell&amp;amp;rsquo;Università analizza il futuro dell&amp;amp;rsquo;istruzione superiore, con focus su ricerca e didattica. Leggi le considerazioni.</description><content:encoded><![CDATA[<p>Lettera aperta al presidente del Consiglio Silvio Berlusconi e al Ministro dell’Università Maria Stella Gelmini</p>
<p>Presidente Berlusconi, Ministro Gelmini,</p>
<p>Con riferimento al Disegno di Legge sull’Università in discussione in Parlamento, desideriamo  far Loro pervenire, con questa lettera aperta, le considerazioni che seguono.</p>
<p>Riconosciamo pienamente che il DdL è basato su valori di efficienza e di merito, valori  fortemente compromessi anche per gravi responsabilità di noi accademici, ma siamo allo stesso tempo convinti che nella sua forma attuale esso non possa imprimere la svolta necessaria, né creare il contesto adeguato per un uso virtuoso dell’autonomia universitaria.</p>
<p>Noi riteniamo che la ricerca  debba essere l’obiettivo centrale  della riforma. Senza un solido collegamento con la ricerca una buona didattica è impossibile. Riteniamo anche che sia  indispensabile un efficiente sistema di incentivi, un complesso di premi e penalizzazioni, legato soprattutto ai risultati della ricerca.</p>
<p>Puntare, come il disegno di legge fa, sul rafforzamento della governance centrale degli atenei, e su innesti esterni nei consigli di amministrazione, significa adottare uno strumento irrilevante, e probabilmente degradante delle istituzioni universitarie. Le rappresentanze esterne, che sanno poco o niente di ricerca e di scienza, e che non partecipano al finanziamento, creano spesso satrapie locali incontrollabili e autoreferenziali. Ciò che è accaduto nella sanità e che sta accadendo in sedi universitarie in cui tali innesti sono stati introdotti in via sperimentale  dovrebbe pur mettere in guardia!</p>
<p>Noi riteniamo:</p>
<ol>
<li>che sia necessario in primo luogo recuperare i ritardi nella valutazione della ricerca, su cui deve essere basato il nuovo sistema degli  incentivi.</li>
<li>Che destinatari principali degli incentivi debbano essere le unità base della ricerca, e cioè i dipartimenti, e che la misura degli incentivi debba essere significativa, ben al di sopra delle percentuali fino ad oggi utilizzate e del 3% dedicato alla valutazione delle politiche di reclutamento degli atenei**.**</li>
<li>Che i dipartimenti debbano essere potenziati, con una radicale riduzione del potere discrezionale degli organi centrali  di governo degli Atenei. </li>
</ol>
<p>E’ improbabile che stimoli in questa direzione vengano dai consiglieri istituzionali della riforma, la Conferenza dei Rettori o il CUN.</p>
<p>I firmatari della presente si augurano che queste raccomandazioni trovino spazio nella riforma dell’Università su cui il Governo sta lavorando. Per quanto riguarda i punti elencati sopra, si dichiarano disponibili, anche in forza dell’esperienza acquisita nella valutazione della ricerca e nella direzione di istituti universitari, a fornire precisazioni ed elaborazioni.  </p>
<p>Paola Potestio, Università di Roma 3<br>
Luigi Ambrosio, Scuola Normale Superiore di Pisa<br>
Bincenzo Balzani, Università di Bologna<br>
Vincenzo Barone, Scuola Normale Superiore di Pisa<br>
Franco Brezzi, Istituto Universitario di Studi Superiori, Pavia<br>
Cesare Chiosi, Università di Padova<br>
Gaetano Di Chiara, Università di Cagliari<br>
Giovanni Dosi, Scuola Superiore S.Anna, Pisa<br>
Ele Ferrannini, Università di Pisa<br>
Filippo Frontera, Università di Ferrara<br>
Gabriele Ghisellini, Istituto Nazionale di Astrofisica<br>
Isabella Gioia, Istituto Nazionale di Astrofisica<br>
Marco Lippi, Università di Roma “La Sapienza”<br>
Laura Maraschi, Istituto Nazionale di Astrofisica<br>
Giorgio Parisi, Università di Roma “La Sapienza”<br>
Franco Peracchi, Università di Roma 2 “Tor Vergata”<br>
Aldo Rustichini, University of Minnesota<br>
Michele Salvati, Università di Milano</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Piano nazionale della ricerca: buone idee, senza portafoglio</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/piano-nazionale-ricerca-buone-idee-senza-portafoglio/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/piano-nazionale-ricerca-buone-idee-senza-portafoglio/</guid><pubDate>Fri, 27 Nov 2009 10:07:00 +0100</pubDate><dc:creator>Luca Carra</dc:creator><category>ricerca-scientifica</category><description>Il Piano Nazionale della Ricerca italiano presenta buone analisi e intenzioni, ma poche risorse. Scopri i dettagli e le criticità del sistema ricerca.</description><content:encoded><![CDATA[<p>Una carrellata di buone analisi e altrettanto buone intenzioni. Ma con poche risorse. Questo è il primo impatto con il Piano Nazionale della Ricerca, presentato ieri in forma sostanzialemnte definitiva dal ministro Mariastella Gelmini ai rettori e ai presidenti degli enti di ricerca presso l&rsquo;Accademia nazionale dei Lincei. In attesa di un commento da parte del Gruppo 2003, ecco una prima traccia.</p>
<p>L&rsquo;analisi del contesto della ricerca in italia parte prendendo atto del quadro critico ormai noto. Si legge sul Piano:</p>
<p>«Dai dati esposti emerge, per l’Italia, un quadro di criticità relativo ai fattori che determinano la capacità di produrre e diffondere conoscenze e di generare valore da esse: la dotazione di capitale umano è sottodimensionata; il sistema pubblico di ricerca ha una scarsa attitudine all’applicazione dei risultati e alla collaborazione con le imprese; la valutazione della ricerca non è allineata alla prassi internazionale; la penetrazione della banda larga ICT è bassa; la quasi totalità della ricerca delle imprese è localizzata nelle regioni centro-settentrionali del Paese; l’innovazione prodotta dall’imprenditoria italiana prescinde dagli input provenienti da centri di ricerca e sviluppo tecnologico pubblici; è carente, sia per il settore pubblico che privato, l’analisi del sistema R&amp;S basata su dati diretti e disaggregati. Rispetto ad altri paesi della UE, è basso il livello di incentivazione ad investire “in-house”, ma anche ad assegnare le commesse da parte delle imprese alle strutture pubbliche di ricerca. Occorre, tuttavia, considerare che la dimensione dell’investimento privato in ricerca, largamente sottodimensionato rispetto agli altri paesi industrializzati, dipende anche dalla larga prevalenza di PMI nel tessuto industriale italiano. È evidente che nell’interesse della sostenibilità del sistema paese, la ricerca pubblica deve saper intercettare le linee di ricerca di interesse per le imprese, ristrutturandosi e organizzandosi in modo da rendere conveniente anche alle PMI l’accesso alla ricerca e al trasferimento tecnologico.»</p>
<p>Detto questo, quali strategie adottare per &ldquo;tornare in Europa&rdquo;? Il Piano delinea al proposito 11 concetti chiave, che puntano sul capitale umano, competitività a livello internazionale, collaborazione pubblico-privato, accento su brevetti e innovazione industriale, centralità della valutazione, sostegno alla ricerca al mezzogiorno. Eccoli nel dettaglio:</p>
<ol>
<li>I ruoli e compiti delle amministrazioni centrali e periferiche responsabili del sistema ricerca sono definibili e coordinabili. Il MIUR è il soggetto per il coordinamento e l’integrazione delle competenze e degli interventi.</li>
<li>Il capitale umano ha un ruolo ed è oggetto di attenzioni prioritarie. L’azione costante di sostegno alla formazione e valorizzazione del capitale umano di eccellenza è centrale al PNR e ha nel MIUR – che gestisce l’intero ciclo della formazione – l’attuatore fondamentale dell’intesa con altri soggetti istituzionali incluse le Regioni.</li>
<li>Le innovazioni normative del sistema universitario e degli Enti pubblici di ricerca sono premesse fondamentali del processo di implementazione del PNR e della messa in atto delle sue azioni.</li>
<li>Accanto agli interventi dedicati esclusivamente all’avanzamento del sapere, la ricerca, sia fondamentale che industriale, è orientata ad applicazioni economiche e sociali, nel breve-medio o nel medio-lungo periodo. Il MIUR si fa carico sia di sostenere lo sviluppo della ricerca knowledge driven, che di sviluppare azioni, in contesti territoriali e strutturali caratterizzati da orizzonti temporali di medio-lungo periodo, per le tecnologie di carattere pervasivo/abilitante e la loro penetrazione nei programmi rivolti all’innovazione industriale.</li>
<li>Il Programma favorisce azioni per incrementare la partecipazione a programmi di ricerca che mirino alla crescita dello Spazio Europeo della Ricerca e alle collaborazioni internazionali. A livello internazionale, vengono definite le priorità settoriali e i paesi con cui cooperare in materia di R&amp;S, indirizzando risorse adeguate a tali collaborazioni. Le attività di ricerca nazionali sono caratterizzate da dimensioni e moduli assimilabili a quelli internazionali, tali da favorirle nell’inserimento in network di eccellenza, anche al fine di una migliore utilizzazione dei fondi comunitari.</li>
<li>Il raccordo tra strutture di ricerca pubblica e impresa è una necessità strategica che contribuisce a orientare gli interventi nazionali e locali.</li>
<li>La ricerca per l’innovazione delle imprese industriali, sia interna che svolta in collaborazione con il mondo della ricerca pubblica, prevede anche l’utilizzo della leva fiscale, affiancata da strumenti a selezione per progetti su tematiche prioritarie per il Paese.</li>
<li>Le aggregazioni di Istituzioni dedicate alla ricerca, presenti a livello territoriale, vengono sostenute nella misura in cui sono in grado di confrontarsi a livello internazionale e di essere attrattive delle migliori competenze esterne.</li>
<li>Le priorità del PNR vengono definite anche in base a un sistema di raccolta dati e analisi delle competenze in R&amp;S del sistema pubblico e privato. Gli strumenti relativi sono descritti dal programma e, ove attivati, permetteranno di integrare in corso d’opera scelte strategiche e priorità delle azioni.</li>
<li>Il PNR prevede l’introduzione di metodologie di valutazione e finanziamento delle azioni di sostegno alle attività di ricerca, realizzate secondo le migliori pratiche esistenti a livello internazionale.</li>
<li>I principi elencati avranno ruoli prioritari e specifici anche con riferimento all’utilizzo delle risorse comunitarie assegnate alle aree del Mezzogiorno e alle collaborazioni Nord- Sud per infrastrutture di servizio alla ricerca.</li>
</ol>
<p>All&rsquo;uscita dall&rsquo;Accedemia dei Lincei, dove il ministro ha presentato dati e strategie, si respirava cauta soddisfazione per un piano sicuramente più articolato dei tentativi di precedenti governi; un piano che forse ha un po&rsquo; trascurato la ricerca di base per porre l&rsquo;accento su quella applicata. Ma la cautela derivava più che altro dalla sensazione che tante belle parole a poco servono se non saranno sorrette dal Tesoro, o almeno da un tesoretto. Ci sono speranze? Poche, a giudicare dal fatto che solo due settimane fa i presidenti degli Enti sono stati convocati al Mistero per sentirsi dire che non avrebbero ricevuto l&rsquo;ultima frazione (2%) del budget nominalmente assegnato ai loro enti a inizio anno.</p>
<p><img src="http://manyeyes.alphaworks.ibm.com/manyeyes/files/thumbnails/f34e51d4-db3b-11de-b2b2-000255111976.png?size=680x510" alt="F34e51d4-db3b-11de-b2b2-000255111976" loading="lazy" decoding="async">
</p>
<p class="didascalia"><strong>FIGURA 1 | Le parole del PNR</strong></p>

]]></content:encoded></item><item><title>Esclusiva: Berlusconi sulla scienza</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/esclusiva-berlusconi-scienza/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/esclusiva-berlusconi-scienza/</guid><pubDate>Thu, 09 Jul 2009 00:00:00 +0100</pubDate><category>ricerca-scientifica</category><description>Con uno dei colpi di scena a cui ormai ci ha abituato, Silvio Berlusconi ha voluto suggellare il summit dei G8 de L&amp;amp;rsquo;Aquila con un fervido discorso sulla</description><content:encoded><![CDATA[<p>Con uno dei colpi di scena a cui ormai ci ha abituato, Silvio Berlusconi ha voluto suggellare il summit dei G8 de L&rsquo;Aquila con un fervido discorso sulla scienza e sul futuro, forse per rimediare alla cancellazione del G8 sulla scienza, che tanta delusione aveva prodotto nella comunità scientifica nazionale e internazionale. Ma ecco come sono andate le cose. In chiusura del summit, fra i reciproci ringraziamenti di rito dei leader, nel fare un baciamano a Michelle Obama, il premier italiano Silvio Berlusconi è scivolato, battendo violentemente la testa e restando per un attimo esanime al suolo. Momenti di panico, pronto intervento di Scapagnini e Bertolaso: tutto per fortuna si è  risolto in pochi minuti. Il Premier si è prontamente rialzato, e con uno smagliante sorriso si è diretto ai microfoni e ha pronunciato il seguente, straordinario discorso:</p>
<p><strong>Discorso del Premier Berlusconi per l&rsquo;incontro a l&rsquo;Aquila con la Comunità Scientifica Italiana</strong></p>
<p>IL PRESIDENTE: Molte grazie a tutti per il caloroso benvenuto.A tutti voi scienziati italiani, al Ministro della ricerca On .Mariastella Gelmini,ai membri della mia segreteria e del mio team, grazie. È un gran privilegio potermi rivolgere agli importanti membri del CNR,dell&rsquo;ISS,dell&rsquo;Accademia dei Lincei,dell&rsquo;AIFA,dell &rsquo; ASI così come ai Rettori delle nostre Università,così impegnate nella Ricerca,che si sono riuniti qui a L&rsquo;Aquila questa mattina.</p>
<p>E vorrei cominciare oggi con la storia di un altro visitatore che si rivolse a questa stessa comunità in passato. Nell&rsquo;aprile del 1921, Albert Einstein visitò l&rsquo;Italia per la prima volta. La sua credibilità scientifica internazionale stava crescendo e il mondo cominciava a capire e accettare le vaste implicazioni delle sue teorie sulla relatività. Einstein prese parte a questo incontro annuale e dopo aver ascoltato tutta una serie di lunghi discorsi tenuti dagli altri partecipanti disse: &ldquo;Ho appena scoperto una nuova teoria dell&rsquo;eternità&rdquo;. Perciò farò del mio meglio per seguire l&rsquo;ammonimento di questa storia.</p>
<p>Le fondamenta di questa istituzione risiedono nell&rsquo;incontenibile curiosità, nella speranza senza confini, così essenziale non solo all&rsquo;impresa scientifica, ma a anche a questo esperimento che noi chiamiamo Italia.</p>
<p>Ho sempre rifiutato di accettare che l&rsquo;unico scopo della nostra nazione fosse la mera sopravvivenza. Ecco perché ripongo grande fiducia in questa comunita&rsquo; scientifica, nella Accademia, nelle università e nei ricercatori,fermo nella convinzione civile che occorra, per un sano sviluppo economico,aggiungere &ldquo;il combustibile dell&rsquo;interesse al fuoco del genio nella scoperta di cose nuove e utili&rdquo;.</p>
<p>Questa è la storia dell&rsquo;Italia che amiamo. Anche nei momenti più cupi, contro le più grandi difficoltà, non abbiamo mai accettato il pessimismo; non abbiamo mai lasciato il nostro destino in mano alla sorte: abbiamo resistito, abbiamo lavorato duramente, abbiamo esplorato nuove frontiere.</p>
<p>Oggi, naturalmente, ci troviamo ad affrontare sfide anche più complesse di quelle sostenute in passato: un sistema medico che deve mantenere la promessa di fornire nuove cure e forme di assistenza, nel contesto di un sistema sanitario che deve tener conto delle difficoltà economiche delle famiglie e del mondo del lavoro; un sistema energetico che alimenta la nostra economia ma che al tempo stesso può danneggiare il nostro pianeta; minacce alla nostra sicurezza che cercano di sfruttare l&rsquo;interconnettività e quella stessa trasparenza così essenziali alla nostra prosperità; e infine un mercato globale che unisce un azionista della Borsa di Milano con un proprietario di casa a Milano 3, un impiegato delle poste con un operaio cinese, un mercato globale di cui noi tutti condividiamo le opportunità ma anche le crisi.</p>
<p>In questo difficile periodo, c&rsquo;è chi sostiene che non ci possiamo permettere di investire nella scienza, che il supporto alla ricerca è un lusso nei momenti di grande difficoltà. Io sono fondamentalmente in disaccordo. La scienza è più essenziale per la nostra prosperità, sicurezza, salute, ambiente e qualità della vita di quanto non sia mai stata in passato.</p>
<p>Al contrario sono proprio momenti come questi che ribadiscono l&rsquo;importanza di scommettere nella scienza e nella ricerca. Stiamo monitorando attentamente i casi emergenti di influenza suina in Italia e nel mondo E questo è ovviamente motivo di preoccupazione e richiede un altissimo stato di allerta. Ma non è motivo d&rsquo;allarme. L&rsquo;ISS d&rsquo;intesa con AIFA e Consiglio Superiore di Sanità hanno dichiarato lo stato di emergenza per la salute pubblica come mezzo preventivo per verificare la disponibilità di tutte le risorse necessarie per rispondere velocemente ed efficacemente. Ricevo personalmente i bollettini aggiornati sulla situazione dalle agenzie responsabili. Sia le strutture sanitarie coinvolte sia il Sotto Segretario di Stato per la sicurezza nazionale Guido Bertolaso forniranno regolarmente bollettini aggiornati sulla situazione al popolo italiano in modo che tutti siano informati sulle misure già prese e su quelle eventualmente necessarie.</p>
<p>Ma una cosa è chiara: la nostra capacità di gestire un simile problema di salute pubblica si basa sul lavoro svolto dalla comunità scientifica e medica. E questo è un ulteriore esempio del perché non possiamo permettere che la nostra nazione faccia un passo indietro.</p>
<p>Sfortunatamente è proprio questo che è accaduto.I fondi governativi per le scienze mediche, in termini di frazione del nostro prodotto interno lordo, sono diminuiti molto negli ultimi 25 anni. Abbiamo ripetutamente permesso che venissero meno gli sgravi fiscali collegati all&rsquo;investimento in ricerca e sviluppo, linfa vitale per la crescita economica e l&rsquo;innovazione.</p>
<p>Il livello delle nostre scuole continua a rimanere inferiore a quello di altri paesi sviluppati, e, in alcuni casi, anche di paesi in via di sviluppo. In matematica e scienze, i nostri studenti sono superati dai loro pari a Singapore, in Giappone, Inghilterra, Olanda, Hong Kong e Corea, tra gli altri. Uno studio riporta che i quindicenni italiani sono al venticinquesimo posto nel mondo per la matematica e al ventunesimo per le scienze. E noi siamo stati a guardare mentre la solidità del nostro mondo scientifico veniva minata alle sue fondamenta e la ricerca politicizzata per favorire agende ideologiche predeterminate.</p>
<p>Eppure sappiamo che il nostro paese ha grandissime potenzialità. Mezzo secolo fa questa nazione prese l&rsquo;impegno di conquistare una posizione di primo piano nel mondo nell&rsquo;innovazione scientifica e tecnologica; di investire nell&rsquo;educazione, nella ricerca, nella tecnologia. Da allora, la quota di reddito nazionale destinata a questo investimento è stabilmente diminuita. Come risultato,molti altri paesi stanno ora cominciando ad avere un ruolo maggiore nelle grandi scoperte di questa generazione.</p>
<p>Io credo che arrivare dopo non sia nella nostra indole, nell&rsquo;indole degli italiani. Noi vogliamo figurare fra i paesi guida. Ed è giunto il momento per noi di riprendere a remare</p>
<p>Perciò sono qui oggi, con questo obiettivo: noi destineremo più del 3% del nostro PIL a ricerca e sviluppo, attraverso politiche che investano nella ricerca di base e nella ricerca applicata, creeremo nuovi incentivi per l&rsquo;innovazione privata, promuoveremo nuove scoperte nei campi della medicina e dell&rsquo;energia, e incrementeremo l&rsquo;insegnamento della matematica e delle scienze.Tutto ciò rappresenta il più grande impegno per la ricerca e l&rsquo;innovazione della nostra storia.</p>
<p>Pensate a tutto ciò che da questo può derivare: celle solari al prezzo di una vernice; edifici verdi che producono l&rsquo;energia che consumano; software d&rsquo;apprendimento efficaci come tutor personali; protesi talmente complesse da restituire la capacità di suonare il piano; una espansione delle frontiere della conoscenza sull&rsquo;uomo e il mondo che lo circonda. Possiamo farlo.</p>
<p>Le scoperte di mezzo secolo fa hanno alimentato la nostra prosperità e il successo come nazione anche nei 50 anni successivi. L&rsquo;impegno che sto assumendo oggi alimenterà il nostro successo per altri 50 anni. Così i nostri figli e i nostri nipoti potranno guardare indietro al lavoro di questa generazione come a quello che avrà determinato il progresso e la prosperità del ventunesimo secolo.</p>
<p>Questo lavoro inizia con un impegno storico nei confronti della ricerca di base e applicata, dai laboratori delle università rinnovate ai banchi di prova delle industrie innovative.</p>
<p>Con il supporto del Parlamento, la mia amministrazione provvederà al più grande impegno di investimento nella ricerca di base della storia del nostro Paese. Questo è già realtà. È urgente, poiché Università private e pubbliche in tutto il paese hanno a che fare con dotazioni e budget sempre più limitati. Ma è importante anche per il nostro futuro. Come disse tempo fa negli USA Vannevar Bush, consigliere scientifico del presidente Franklin Roosevelt: &ldquo;La ricerca scientifica di base è il nostro capitale scientifico&rdquo;.</p>
<p>Il fatto è che lo studio di un particolare processo fisico, chimico o biologico può non dare risultati per un anno, per dieci o anche mai. Ma quando i risultati arrivano, le ricadute positive sono spesso condivise tra coloro che hanno sostenuto i costi degli studi e tutti gli altri.</p>
<p>Ed è per questo che il settore privato di solito investe poco nella ricerca di base mentre il settore pubblico deve investire in questo genere di ricerca, perché mentre i rischi possono essere grandi, altrettanto grandi sono i potenziali vantaggi per la nostra economia e la nostra società.</p>
<p>Nessuno può predire quali nuove applicazioni nasceranno dalla ricerca di base: nuovi trattamenti negli ospedali, nuove efficienti fonti di energia; nuovi materiali edilizi; nuove varietà agricole, più resistenti al caldo e alla siccità.</p>
<p>È la ricerca di base nel campo fotovoltaico - sull&rsquo;effetto fotoelettrico- che ha prodotto i pannelli solari. È la ricerca fisica di base che ha portato alla TAC. I calcoli dei GPS satellitari di oggi si basano su equazioni scritte da Einstein più di un secolo fa.</p>
<p>Perciò intendo raddoppiare il budget delle Agenzie chiave e dei nostri Enti Pubblici di Ricerca, come il CNR e l&rsquo;ISS, che sostengono una vasta gamma di ricerche, dal miglioramento della qualità dell&rsquo;informazione sanitaria alla misura dell&rsquo;inquinamento, da progetti di reti di distribuzione energetica &ldquo;intelligenti&rdquo; allo sviluppo di processi avanzati di produzione.</p>
<p>E il mio bilancio raddoppia il finanziamento per gli studi collaborativi presso il CERN di Ginevra , che costruisce e produce acceleratori di particelle, supercomputer, sorgenti luminose ad alta energia, e presso altri Isitituti di ricerca nazionali e internazionali per la produzione di nano-materiali - perché sappiamo che il potenziale di una nazione per la scoperta scientifica è determinato dagli strumenti messi a disposizione dei suoi ricercatori.</p>
<p>Ma l&rsquo;impegno rinnovato della nostra nazione non consisterà solamente nell&rsquo;azione governativa. È un impegno che si estende dai laboratori ai mercati. Ecco perché al mio bilancio si aggiungerà un sistema permanente di sgravi fiscali a favore dell&rsquo;attività di ricerca, sistema che restituisce all&rsquo;economia due euro per ogni euro speso, aiutando le industrie ad affrontare il costo spesso molto alto per lo sviluppo di nuove idee, nuove tecnologie e nuovi prodotti. Mentre in passato queste misure fiscali dovevano essere rinnovate annualmente e non erano sempre confermate, le certezze date da un sistema permanente permetteranno la pianificazione di una progettualità che crei posti di lavoro e crescita economica.</p>
<p>Inoltre, non esisterà area più importante per l&rsquo;innovazione di quella per lo sviluppo di nuove tecnologie per produrre, usare e risparmiare energia, ecco perché il mio Governo ha preso un impegno senza precedenti per sviluppare un&rsquo;economia dell&rsquo;energia pulita nel ventunesimo secolo ed ecco perché abbiamo deciso di mettere uno scienziato a capo del Progetto Nazionale per una Nuova Energia Verde:il Prof.Rubbia.</p>
<p>Il nostro futuro su questo pianeta dipende dalla nostra volontà di accogliere la sfida posta dall&rsquo;inquinamento da anidride carbonica. E il nostro futuro di nazione dipende dalla nostra volontà di accettare questa sfida come una opportunità per guidare il mondo nella conquista di nuove scoperte.</p>
<p>Dalla ricerca aerospaziale derivano tecnologie che hanno migliorato i sistemi di dialisi renale e di purificazione dell&rsquo;acqua, i sensori utilizzati per monitorare la presenza di gas pericolosi, materiali da costruzione per il risparmio energetico, tessuti resistenti al fuoco usati da pompieri e soldati. Più in generale, gli ingenti investimenti concessi alla nostra Agenzia Spaziale(ASI) nella scienza e nella tecnologia, nell&rsquo;insegnamento e nella ricerca, hanno prodotto un&rsquo;enorme crescita di curiosità e creatività, con benefici incalcolabili. C&rsquo;è tra di voi più di uno che è diventato scienziato proprio a seguito di quell&rsquo;impegno. Dobbiamo ricreare quel clima.</p>
<p>Ma è l&rsquo;energia il nostro grande progetto, il grande progetto di questa generazione. Ed è questo il motivo per uno degli obiettivo che ho stabilito per questa nazione sarà di ridurre l&rsquo;inquinamento da anidride carbonica di più dell'80% entro il 2050. Ed è questo il motivo per cui, insieme al Parlamento, attuerò le politiche che ci possano aiutare a conseguire questo obiettivo.</p>
<p>Il mio piano per il rilancio dell&rsquo;economia prevede incentivi per raddoppiare la capacità nazionale di generare energia rinnovabile nel giro di pochi anni, estendendo gli sgravi fiscali sulla produzione, fornendo garanzie per i prestiti e offrendo sovvenzioni per stimolare investimenti. Facciamo un esempio: i fondi allocati per la ricerca e sviluppo ad hoc hanno portato a una riduzione di dieci volte nel costo dei pannelli solari negli ultimi trent&rsquo;anni. I nostri sforzi rinnovati faranno in modo che l&rsquo;energia solare e le altre energie pulite diventino competitive.</p>
<p>Il mio bilancio include un investimento di 50 miliardi di euro per i prossimi dieci anni in fonti di energia rinnovabili e nell&rsquo;efficienza energetica.</p>
<p>E&rsquo; nostro proposito anche promuovere leggi per mettere un limite alle emissioni di anidride carbonica basato sul mercato. Faremo dell&rsquo;energia rinnovabile un&rsquo;energia redditizia. Metteremo a disposizione le risorse affinché gli scienziati possano concentrarsi su questo settore critico. E sono fiducioso che troveremo una fonte di creatività che aspetta solo di essere sfruttata dai ricercatori in questa sala e dagli imprenditori in tutto il nostro paese. Siamo in grado di risolvere questo problema.</p>
<p>La nazione che condurrà il mondo verso l&rsquo;energia pulita del ventunesimo secolo, sarà la nazione che guiderà l&rsquo;economia globale del ventunesimo secolo. Credo che l&rsquo;Italia possa e debba dare un contributo fondamentale in questa direzione. Ma per muoversi da leader nell&rsquo;economia mondiale, per far sì che le nostre imprese possano crescere e creare innovazione, perché le nostre famiglie possano prosperare, bisognerà anche risolvere le carenze del nostro sistema sanitario.</p>
<p>Il nostro Piano Sanitario Nazionale sosterrà il processo di informatizzazione delle cliniche , atteso da lungo tempo, destinato a ridurre doppioni, sprechi ed errori che costano miliardi di euro e migliaia di vite umane.</p>
<p>Ma è importante notare che i database danno anche ai pazienti la possibilità di partecipare più attivamente alla prevenzione e al trattamento delle loro malattie. Dobbiamo garantire ai pazienti il controllo di questi dati il rispetto della loro privacy, ma al contempo abbiamo l&rsquo;opportunità di offrire miliardi e miliardi di dati anonimi a medici ricercatori, informazioni utili a capire meglio le malattie. La storia ci insegna anche che i più grandi progressi della medicina sono arrivati da svolte scientifiche, come la scoperta degli antibiotici, le pratiche di miglioramento della salute pubblica, i vaccini per il vaiolo e la poliomielite e molte altre malattie infettive, i farmaci antiretrovirali che possono restituire ai malati di AIDS una vita produttiva, le terapie che riescono a controllare alcuni tipi di cancro.</p>
<p>I recenti progressi - non solo in biologia, genetica e medicina, ma anche in chimica, fisica, informatica- ci permetteranno di affrontare più efficacemente le malattie dei prossimi decenni. Ecco perché la mia amministrazione si è impegnata a incrementare i finanziamenti all&rsquo;ISS,agli IRCCS e riservare a questi 2 miliardi di euro a supporto della ricerca sul cancro - come parte di un piano pluriennale che prevede un raddoppio delle attività di ricerca sul cancro nel nostro paese.</p>
<p>Inoltre, stiamo restituendo alla scienza il posto che le spetta. Il 9 marzo ho firmato un memorandum di indirizzo, con un messaggio chiaro: la mia amministrazione porrà fine ai giorni della scienza condizionata dall&rsquo;ideologia. Il nostro progresso come nazione e i nostri valori affondano le radici nella ricerca aperta e libera. Minare l&rsquo;integrità scientifica significa minare la nostra democrazia. E questo è contrario al nostro sistema di vita.</p>
<p>Ecco perché ho anche incaricato il Prof. Silvio Garattini e il Prof.Umberto Veronesi di mettere disposizione tutta la loro esperienza e di profondere sempre nuove energie per suggerire politiche nazionali basate su un&rsquo;informazione scientifica di alto livello e libera dagli eventuali condizionamenti dell&rsquo;establishment industriale. Voglio essere sicuro che i fatti stiano guidando le decisioni scientifiche e non il contrario.</p>
<p>È parte di questo progetto il lancio di un sito web che permetta a chiunque non solo di dare suggerimenti sul modo di raggiungere questo scopo, ma anche di collaborare su questi stessi suggerimenti. È un piccolo passo che però consente di creare un governo più trasparente, partecipato e democratico.</p>
<p>Abbiamo anche bisogno di coinvolgere direttamente la comunità scientifica nel lavoro della politica. Stiamo organizzando una nuova task force -Il Consiglio Superiore per la Scienza e la Tecnologia-, costituito da eminenti scienziati con cui intendo lavorare a stretto contatto.</p>
<p>Questo gruppo comprenderà personalità di rilievo provenienti da molte discipline scientifiche che porteranno una diversità di esperienze e di vedute. La task force avrà anche l&rsquo;incarico di consigliarmi sulle strategie nazionali per coltivare e sostenere una cultura dell&rsquo;innovazione scientifica.</p>
<p>In biomedicina, giusto per darvi un esempio di ciò che la task force può fare, siamo in grado di sfruttare l&rsquo;attuale convergenza storica fra scienze della vita e fisica; facendoci carico di progetti pubblici, come fu il Progetto Genoma Umano, per creare dati e capacità che alimentino le scoperte in decine di centinaia di laboratori; e per identificare e superare le barriere scientifiche e burocratiche per il trasferimento rapido dei risultati sperimentali alla pratica diagnostica e terapeutica.</p>
<p>Nelle scienze ambientali, sarà necessario migliorare i sistemi di previsione meteorologica, l&rsquo;osservazione della Terra dallo spazio, la gestione del nostro territorio, delle acque e delle foreste, e il controllo delle zone costiere e delle aree di pesca nell&rsquo;oceano.</p>
<p>Dobbiamo anche lavorare con i nostri amici in tutto il resto del mondo. Scienza, tecnologia e innovazione procedono più rapidamente e con costi più ridotti quando intuizioni, costi e rischi sono condivisi; e molte delle sfide che la scienza e la tecnologia ci aiuteranno ad affrontare sono di carattere globale. Questo vale per la nostra dipendenza dal petrolio, per le conseguenze dei cambiamenti climatici, per la minaccia delle malattie epidemiche, per la diffusione delle armi nucleari. E questa è la ragione per la quale il mio Governo incoraggia fortemente la partecipazione e l&rsquo;impegno nella cooperazione internazionale in campo scientifico e tecnologico, in tutte le numerose aree che rientrano chiaramente nel nostro interesse..</p>
<p>Poiché sappiamo che il progresso e la prosperità delle generazioni future dipendono da ciò che facciamo ora per educare la prossima generazione, annuncio oggi il rinnovato impegno per l&rsquo;istruzione in matematica e scienze. Questo mi sta particolarmente a cuore. Grazie a questo impegno, gli studenti italiani passeranno dalla media al vertice nelle materie scientifiche nel prossimo decennio, perché sappiamo che una nazione che ci supera nell&rsquo;istruzione oggi, ci supererà in competitività domani. E io non ho nessuna intenzione di lasciare che ciò accada.</p>
<p>Non è troppo presto per cominciare. Sappiamo bene, col Ministro Gelmini, che la qualità degli insegnanti di materie scientifiche è il fattore più importante nel determinare se uno studente riuscirà o fallirà in queste materie. Ciò nonostante, nei licei più del 20 per cento degli studenti per quel che riguarda la matematica e più del 60 per cento per la chimica e la fisica ha insegnanti non esperti in questi campi. E il problema può solo peggiorare. Le proiezioni indicano un calo di più di 28.000 insegnanti di matematica e scienze da qui al 2015, in tutto il territorio nazionale.</p>
<p>Ecco perché annuncio oggi che le Regioni che mostreranno maggiore impegno e progresso nell&rsquo;insegnamento della matematica e delle scienze potranno accedere nel prossimo autunno a un programma del Ministero per l&rsquo;Istruzione che prevede lo stanziamento di fondi addizionali.</p>
<p>Sfido le Regioni a migliorare visibilmente i risultati in queste materie alzando gli standard, modernizzando i laboratori, migliorando i curriculum, stringendo alleanze per far progredire l&rsquo;uso della scienza e della tecnologia nelle nostre classi. Inoltre, sfido le Regioni ad accrescere la preparazione e l&rsquo;addestramento dei docenti, e ad attirare nuovi e qualificati insegnanti che catturino l&rsquo;attenzione degli studenti e rinvigoriscano queste materie nelle nostre scuole.</p>
<p>In questo sforzo, noi lavoreremo per sostenere gli approcci creativi. Organizziamo sistemi che trattengano e premino gli insegnanti migliori, creiamo nuovi percorsi affinché professionisti esperti entrino nelle classi. Ci sono, in questo momento, tanti chimici che potrebbero insegnare chimica, fisici che potrebbero insegnare fisica, statistici che potrebbero insegnare matematica, ma dobbiamo trovare il modo di portare le capacità e l&rsquo;entusiasmo di queste persone - persone come voi - in classe.</p>
<p>Ci sono Regioni, per esempio, che stanno compiendo un lavoro innovativo. Sono lieto di annunciare che il Governatore della Lombardia Roberto Formigoni guiderà, insieme alla Conferenza Stato Regioni, l&rsquo;impresa di aumentare il numero delle Regioni che facciano dell&rsquo;insegnamento di scienza, tecnologia, ingegneria e matematica una priorità assoluta. Sei regioni stanno attualmente partecipando all&rsquo;iniziativa. Inclusa la Lombardia, che ha lanciato un programma efficace per assicurare che la popolazione lombarda abbia la forza lavoro specializzata adatta a tracciare le figure professionali del ventunesimo secolo. E io voglio che ogni Regione, che tutte nostre 21 regioni, vi partecipino.</p>
<p>Tuttavia, come sapete, il nostro lavoro non finisce con un diploma di scuola superiore. Per decenni, siamo stati ai primi posti nel mondo per i risultati dell&rsquo;istruzione. Nonostante ciò in questa nuova economia siamo rimasti indietro rispetto ad altre nazioni in termini di percentuale di laureati, tassi di istruzione e produzione di scienziati e tecnici.</p>
<p>È per questo motivo che il mio Governo si è prefisso un obiettivo che migliorerà moltissimo la nostra capacità di competere per i lavori ad alto contenuto tecnologico del futuro : far crescere una prossima generazione di scienziati e tecnici. Nel prossimo decennio - entro il 2020 - l&rsquo;Italia avrà una percentuale di laureati fra le prime al mondo. Questo è l&rsquo;obiettivo che ci porremo; e stabiliremo agevolazioni fiscali e sovvenzioni affinché l&rsquo;educazione universitaria sia maggiormente accessibile.</p>
<p>Nel mio budget è anche stato triplicato il numero di borse di ricerca universitarie . Questo programma creato decenni or sono, negli anni successivi è rimasto pressoché invariato, benché il numero di studenti che richiedono queste borse sia schizzato alle stelle. Noi dovremmo sostenere questi giovani che perseguono la carriera scientifica, anziché ostacolare il loro cammino.</p>
<p>Ecco come saremo fra i primi al mondo nella navigazione verso nuove scoperte in questo nuovo secolo. Ma io credo che voi comprendiate come il lavoro del governo non sia sufficiente. Tutti noi saremo necessari. Tutti voi lo sarete. Così, oggi voglio sfidarvi a usare il vostro amore e la vostra conoscenza della scienza per accendere nelle nuove generazioni lo stesso entusiasmo e senso di meraviglia.</p>
<p>I giovani italiani affronteranno la sfida, se sarà data loro un&rsquo;opportunità, se saranno chiamati a unirsi a una causa comune più importante di loro. Ne abbiamo la prova. Io so che i giovani oggi sono altrettanto pronti a far fronte alle grandi sfide di questo secolo.</p>
<p>Voglio convincervi a passare tempo nelle classi, discutendo e mostrando ai giovani ciò che il vostro lavoro può significare, e ciò che significa per voi. Voglio incoraggiarvi a prender parte a programmi che permettano agli studenti di ottenere una laurea in materie scientifiche e, allo stesso tempo, un&rsquo;abilitazione all&rsquo;insegnamento. Voglio che tutti noi pensiamo a modi nuovi e creativi per far sì che i giovani si dedichino alla scienza e alla tecnica, che si tratti di festival della scienza, gare fra robot, fiere che li incoraggino a creare, a costruire e a inventare, cosicché diventino creatori e non solo consumatori di beni.</p>
<p>Voglio che voi sappiate che io lavorerò al vostro fianco. Parteciperò a una campagna di pubblica informazione per incoraggiare gli studenti a prendere in considerazione carriere scientifiche e tecniche, perché il nostro futuro dipende da questo.</p>
<p>Il CNR e, con la collaborazione della CRUI, tutte le nostre Universita&rsquo; lanceranno un&rsquo;iniziativa congiunta per indurre decine di migliaia di studenti i a perseguire proprio queste carriere, in particolar modo quelle riguardanti l&rsquo;energia pulita.</p>
<p>Questa iniziativa promuoverà una campagna educativa per catturare l&rsquo;immaginazione dei giovani che possono unirsi a noi nella sfida energetica, e creerà opportunità di ricerca per giovani e possibilità di istruirsi per le donne e per quelle minoranze che troppo spesso sono state sottorappresentate nei campi scientifici e tecnologici, ma che tuttavia non sono meno abili nell&rsquo;inventare le soluzioni che ci permetteranno di far crescere l&rsquo;economia e di salvare il nostro pianeta.</p>
<p>Non solo, incoraggerò borse di ricerca, programmi di laurea interdisciplinari e partnership fra istituzioni accademiche e aziende innovative per preparare una generazione di italiani ad affrontare le sfide future.</p>
<p>Perché dobbiamo sempre ricordarci che da qualche parte in Italia c&rsquo;è un&rsquo;imprenditore alla ricerca di un prestito per avviare un&rsquo;attività che potrebbe trasformarsi in azienda - ma nessuno gliel&rsquo;ha ancora accordato. Che c&rsquo;è un ricercatore con un&rsquo;idea per un esperimento che potrebbe portare a una nuova cura contro il cancro - ma nessuno gliel&rsquo;ha ancora finanziata. Che c&rsquo;è una bambina dalla mente curiosa che la notte guarda il cielo, e che potrebbe cambiare il mondo - ma lei ancora non lo sa.</p>
<p>Come sapete, una scoperta scientifica necessita di molto più di un lampo di genio occasionale - per quanto anche questo sia importante. Generalmente, servono tempo, pazienza e duro lavoro, preparazione e l&rsquo;appoggio di un&rsquo;intera nazione. Ma una scoperta scientifica ha un potenziale più elevato di qualsiasi altro prodotto dell&rsquo;impegno umano.</p>
<p>Nel 1968, un anno caratterizzato da conflitti, tumulti e perdite, l&rsquo;Apollo 8 trasportò nello spazio i primi esseri umani che avessero mai oltrepassato la gravità terrestre; avrebbero fatto 10 giri intorno alla Luna prima di rientrare. Ma alla quarta orbita, la capsula si girò, e per la prima volta la Terra divenne visibile dai finestrini. Bill Anders, uno degli astronauti a bordo dell&rsquo;Apollo 8, agguantò una macchina fotografica e fece una fotografia che mostrava la Terra sorgere sull&rsquo;orizzonte lunare; quella fu la prima fotografia in assoluto scattata da una prospettiva così distante, e presto divenne famosa con il nome di &ldquo;Earthrise&rdquo;, il sorgere della Terra.</p>
<p>Anders avrebbe detto in seguito che quel momento lo cambiò per sempre, l&rsquo;istante in cui vide il nostro pianeta - quella sfera azzurro chiaro - senza confini, né divisioni, per una volta così quieto, bello, e solo. &ldquo;Abbiamo fatto tutta questa strada per esplorare la Luna, e invece abbiamo scoperto la Terra&rdquo; disse. Sì, l&rsquo;innovazione scientifica ci offre la possibilità di raggiungere la prosperità. Ci ha dato benefici che hanno migliorato la nostra salute e le nostre vite - miglioramenti che troppe volte diamo per scontati. Ma ci dona qualcosa di più, ci costringe a fare i conti con la verità, per quanto essa sia verificabile.</p>
<p>E se alcune verità ci riempiono di stupore, altre ci obbligano a mettere in discussione vecchie teorie. La scienza non può rispondere a ogni domanda, anzi, talvolta sembra che più l&rsquo;uomo si addentra nei misteri del mondo fisico, più debba essere umile. La scienza non può soppiantare la nostra etica, i nostri valori, la nostra fede o i nostri principi. Tuttavia può ispirarli e far sì che questi valori, questi sentimenti, questa fede, siano impiegati per nutrire un bimbo, per guarire un malato, per essere buoni custodi di questa Terra.</p>
<p>Non dobbiamo dimenticare che ogni nuova scoperta, con il suo potere, è foriera di nuove responsabilità; che la fragilità, la sottile straordinarietà della vita ci richiede di superare le differenze e di fronteggiare i problemi di tutti, per continuare a lottare per un mondo migliore.</p>
<p>Come dissi qulache anno fà rivolgendomi al Gruppo 2003 &ldquo;La sfida, in breve, potrebbe essere la nostra salvezza&rdquo;. Grazie a tutti voi per le vostre scoperte passate, presenti e future.</p>
<p>Al termine del discorso, fra gli applausi sconcertati degli scienziati presenti e gli sguardi imbarazzati e increduli dei Ministri, si è avvicinato soave e felpato il Sottosegretario Gianni Letta,che complimentandosi per la visione e le novità annunciate con tanta imprevedibile passione, lo accompagnò verso il cortile dello stabile adibito a sala conferenza,dove lo attendevano due premurosi infermieri della Clinica Privata &ldquo;Salus Mundi&rdquo;, ove avrebbero subito condotto i primi accertamenti neurologici per i vistosi postumi della caduta.</p>
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<p><strong>Nota:</strong> La storia raccontata qui sopra è totalmente frutto di fantasia e si riferisce, per il finto Discorso del Premier Berlusconi, allo Speech realmente tenuto il 27 aprile us dal Presidente Obama alla &ldquo;National Academy of Science&rdquo; USA,opportunamente modificato e adattato alla realtà italiana.
__________________</p></blockquote>
<p><a href="https://www.scienzainrete.it/node/591"><img src="https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2009/esclusiva-berlusconi-scienza-body-1.png.webp" alt="ritratto di carra" title="ritratto di carra" width="85" height="85" loading="lazy" decoding="async">
 Luca Carra</a></p>
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