fbpx Come sono buone le piante GM di seconda generazione... | Scienza in rete

Come sono buone le piante GM di seconda generazione...

Read time: 2 mins

L'Europa dovrebbe riconsiderare la sua posizione sugli OGM, ripartendo dalle piante GM di seconda generazione, prive di geni di altre specie. Così almeno la pensa Brian Heap, presidente delll'European Academies Science Advisory Council (EASAC) di Halle, Germania, che ha firmato un editorale su Nature.

Le nuove tecnologie infatti prevedono modificazioni epigenetiche che non provocano cambiamenti nella sequenza di DNA, o mutagenesi mirate in cui si altera solo un nucleotide all'interno del gene. Nel novero delle piante GM di seconda generazione si possono considerare anche piante transgeniche ottenute mediante l'inserimento di geni di piante della stessa specie o specie affini, ossia che si possono incrociare spontaneamente in natura. 

Secondo il recente rapporto pubblicato dall'EASAC, le nuove tecnologie di miglioramento genetico non dovrebbero neppure essere considerate “modificazioni genetiche” nei termini usati in passato, e le piante prodotte in questo modo non dovrebbero ricadere sotto la regolamentazione degli organismi GM. Anche L'Agenzia europea per la sicurezza alimentare di Parma ha già espresso un parere giudicando simili i rischi tra le piante migliorate con metodi convenzionali e quelle prodotte mediante l'introduzione di geni della stessa specie (o specie affini), o con mutagenesi mirata. 

Ora tocca all'Europa che, non avendo ancora deciso come classificare - e così regolare - le piante GM di seconda generazione, rischia di allontanare scienziati e aziende del settore riducendo la competitività europea. “Come in altri settori d'innovazione, l'obiettivo deve essere regolare il prodotto e non la tecnologia che lo produce”, afferma Brian Heap. (A.G.)

Autori: 
Sezioni: 
Dossier: 
Genetica

prossimo articolo

L’ossessione del testosterone: tra salute, virilità e mascolinità in vendita

Sfida a braccio di ferro

Grazie alle spinte regolatorie e alle narrative sulla mascolinità, il testosterone è diventato un simbolo culturale. Dietro la promessa di più vigore e virilità ci sono però rischi concreti per la salute; e dietro la cura ossessiva del corpo maschile, c’è un disagio prima di tutto identitario.

Immagine di Alexa Popovich, Pexels

Negli ultimi mesi, una tendenza che ha fatto discutere riguarda il “testosterone a portata di tutti gli uomini”. Il suo punto zero, poco sorprendentemente, è stato un panel di esperti della FDA (Food and Drug Administration) riunitosi lo scorso dicembre.