fbpx Selezione naturale a 25 °C sotto zero | Scienza in rete

Selezione naturale a 25 °C sotto zero

Read time: 2 mins

Come ha fatto l’uomo ad adattarsi alla steppa siberiana? Quali geni lo hanno aiutato a sopravvivere a temperature che scendono oltre 20 °C sotto lo zero? Una giovane ricercatrice dell’Università di Cambridge ha cercato risposte nel materiale genetico delle popolazioni artiche: durante il ciclo di conferenze Unravelling Human Origins, Alexia Cardona ha presentato i risultati dello studio condotto insieme ad altri genetisti su 200 campioni di Dna, provenienti da quasi tutte le regioni della Siberia.

Cardona e il suo team hanno usato alcune tecniche che individuano i segni della selezione naturale nel genoma umano”. Così hanno trovato tre geni che, aiutando l’uomo a sopravvivere alle basse temperature, sono stati favoriti dalla selezione naturale. Il gene ENPP7 produce un enzima che consente di digerire i grassi di carne e latticini, fondamentali nell’alimentazione dei popoli siberiani. Il PRKG1 ha un ruolo importante nella contrazione della muscolatura liscia, nonché nel restringimento dei vasi sanguigni che ostacola eccessive dispersioni di calore: è evidente quanto possa essere prezioso mantenere il calore corporeo in una regione in cui le temperature possono scendere molto sotto lo zero. Ultimo, ma non in ordine di importanza, il gene UCP1 favorisce la termogenesi “senza brivido”, ovvero la trasformazione diretta delle riserve di grasso del corpo in calore piuttosto che in energia.

La ricerca di Cardona, oltre a chiarire il funzionamento dei meccanismi della selezione naturale, ha anche una valenza paleontologica. Infatti, i geni che consentono alle popolazioni siberiane di sopportare il freddo artico potrebbero aver avuto un ruolo nell’adattamento alle temperature di quelle regioni da parte dei primi ominidi che le popolarono: l’ uomo di Neandertal e l’uomo di Denisova, la cui scoperta risale soltanto al 2010.

 

FONTE: “How to survive a Siberian Winter” su “Science NOW”

(http://news.sciencemag.org/sciencenow/2013/01/how-to-survive-a-siberian-winter.html?ref=hp)

Autori: 
Sezioni: 
Evoluzione

prossimo articolo

Quando la scienza deve parlare: l'ecocidio nella Striscia di Gaza

Gaza a febbraio 2025

Parlare di ambiente mentre a Gaza si consuma una catastrofe umanitaria può sembrare inappropriato. Eppure la distruzione ecologica è parte integrante della violenza, perché acqua, suolo e aria contaminati e compromessi prolungano nel tempo i danni alla salute e alla vita delle comunità. Il concetto di ecocidio offre una chiave per comprendere la portata strutturale del disastro e le responsabilità che ne derivano. E anche per questo la comunità scientifica è chiamata a documentare e denunciare ciò che accade.
 

In copertina: Gaza City a febbraio 2025. Crediti: Jaber Jehad Badwan/Wikimedia Commons. Licenza: CC BY-SA 4.0

Può apparire fuori luogo parlare di ecologia di fronte al disastro umanitario nella Striscia di Gaza, una tragedia immane che non è certo il risultato di eventi ‘naturali’. Le operazioni condotte dalle Israel Defense Forces (IDF) sono al centro di accuse di genocidio all’esame della Corte Internazionale di Giustizia, mentre davanti alla Corte Penale Internazionale sono in corso procedimenti nei confronti di esponenti del governo israeliano per presunti crimini internazionali.