fbpx lo stato di salute delle oasi WWF | Scienza in rete

lo stato di salute delle oasi WWF

Primary tabs

Read time: 2 mins

La colpa è delle attività agricole e degli incendi. Ma anche di specie esotiche invasive, regolazione delle acque, turismo, caccia e consumo di suolo: specie animali e habitat sono continuamente minacciate, come testimoniato dal WWF Italia, che alcuni giorni fa ha reso noti i risultati di un censimento effettuato presso 77 Siti d’Importanza Comunitaria (SIC), coincidenti con altrettante oasi gestite dall’associazione. Secondo quanto emerso, sono 84 gli habitat e 1107 le specie rilevate in più rispetto al Formulario di Rete Natura 2000 precedente mentre 10 habitat e 176 specie sono scomparse  e 791 specie  e 75 habitat hanno uno  status peggiore di quanto registrato in passato.

La valutazione delle aree è stata condotta con un metodo “speditivo” basato sulla conoscenza diretta da parte dei gestori e degli esperti (expert based): un’iniziativa portata avanti anche grazie al contributo del Corpo Forestale dello Stato e di 200 volontari naturalisti.

Un lavoro corposo e importante, come importanti sono le realtà che popolano le oasi del WWF, all’interno delle quali sono custoditi e tutelati il 66% degli habitat per la bioregione “alpina”, il 57% per quella “continentale” e il 65% per quella “mediterranea”. In totale, 35.000 ettari.

Sotto osservazione costante, gli esemplari di cervo sardo presso il Monte Arcosu, il geotritone di Genè (Speleomantes genei), specie endemica del Sulcis Iglesiente, la testuggine palustre di Sicilia (Emys trinacris), presente nelle oasi di Torre Salsa e Lago di Preola Gorghi Tondi. Particolari studi sono in corso nell’oasi Gole del Sagittario e Calanchi d’Atri in Abruzzo, popolata da pipistrelli mentre un centro Lontra è stato aperto al pubblico presso l’oasi di Lago di Penne (Abruzzo). E, tra le specie simbolo di queste aree, l’Orso bruno, la cui subpopolazione alpina, in gran parte frutto di un progetto di ripopolamento, coinvolge oggi 4 Stati e 4 diverse regioni italiane.

Autori: 
Sezioni: 
Ambiente

prossimo articolo

Farmaci e ambiente: quanto inquina la medicina moderna?

pastiglie varie

Negli ultimi decenni il consumo globale di farmaci è cresciuto rapidamente, trainato dall’invecchiamento della popolazione, dall’aumento delle malattie croniche e dallo sviluppo di terapie sempre più sofisticate. Ma dietro queste evidenze si nasconde anche un lato meno visibile della medicina del nostro tempo: residui di principi attivi sono ormai rilevabili in fiumi, laghi e acque costiere di tutto il mondo, con effetti reali e potenziali sugli ecosistemi. Ne abbiamo parlato con Giovanna Paolone, coordinatrice del Gruppo di lavoro sull’impatto ambientale dei farmaci della Società Italiana di Farmacologia (SIF), Raffaella Sorrentino, membro del gruppo di lavoro, ed Emanuela Testai, ex dirigente di ricerca dell’Istituto Superiore di Sanità e membro del Consiglio Direttivo della Società Italiana di Tossicologia (SITOX).

Sono il pilastro della medicina moderna, molecole in grado di debellare malattie un tempo incurabili. Stiamo parlando dei farmaci, eredi dei rimedi naturali utilizzati fin dall’Antico Egitto e oggi prodotti su larga scala grazie all’industrializzazione, che ha reso possibile trattare un numero crescente di pazienti e sviluppare nuove molecole in laboratorio. Ma dopo aver svolto la loro funzione, queste sostanze non scompaiono: vengono eliminate dall’organismo e possono continuare a circolare nell’ambiente, con effetti che vanno ben oltre quelli terapeutici.