fbpx Un enzima per diabete e obesità | Scienza in rete

Un enzima per diabete e obesità

Read time: 2 mins

E' possibile migliorare le alterazioni metaboliche tipiche del diabete di tipo 2 e dell’obesità, attraverso un meccanismo che impedisce un accumulo in eccesso dei grassi nei tessuti, bruciandoli. La rivista Diabetes pubblica i risultati di uno studio realizzato da Università degli Studi di Milano, La Sapienza e dallo Scripps research Institute La Jolla in California, che dimostra come l'inibizione di alcuni enzimi (in particolare dell’istone deacetilasi-3) - fondamentali nel controllo dell’informazione genetica e nella regolazione delle funzioni cellulari e del metabolismo - è in grado di aumentare nel muscolo scheletrico e nel tessuto adiposo l’espressione della proteina “PGC-1α”. Questa ha degli effetti benefici, dal momento che agisce come “interruttore molecolare” e favorisce l’attività ossidativa dei mitocondri, ovvero le centrali energetiche delle cellule.

Il meccanismo che permette di aumetare l'attività dei mitocondri e i di smaltire meglio i grassi accumulati, viene innescato da nuove molecole, sintetizzate dal Team di Ricerca, nel trattamento dei modelli sperimentali relativi a diabete e obesità.

“Riuscire a sintetizzare una molecola che agisca in modo selettivo solo su questi specifici enzimi – spiega Antonello Mai - aprirebbe la strada alla messa a punto di nuove terapie: è precisamente in questa direzione che intendiamo proseguire i nostri studi”.

Il risultato osservato è una significativa riduzione del peso corporeo, una diminuzione della steatosi epatica (un pericoloso accumulo di grassi nel fegato) e un miglioramento della capacità di smaltire l'accumulo di glucosio. Si ha in definitiva, un miglioramento dello stato diabetico.

La ricerca è stata possibile anche grazie al finanziamento della Fondazione Cariplo.

 

Autori: 
Sezioni: 
Medicina

prossimo articolo

Per il grafene è la volta buona di rivoluzionare il mondo?

grafene

Il grafene, il “materiale miracoloso”, prometteva di rivoluzionare il mondo e cambiare per sempre le nostre vite, ma dopo più di vent’anni dalla sua scoperta c’è chi inizia a chiedersi: che fine ha fatto?

Circa quindici anni fa, nella sala d’attesa del dentista, lessi su una rivista scientifica di un nuovo materiale, uno come non se ne erano mai sentiti prima: estremamente flessibile ma più resistente dell’acciaio, conduceva l’elettricità e il calore meglio dei metalli, mostrava fenomeni quantistici rari (nello specifico i suoi elettroni si comportavano come fossero stati privi di massa). E la lista potrebbe continuare a lungo.