fbpx Dalle caverne allo spazio | Scienza in rete

Dalle caverne allo spazio

Primary tabs

Read time: 2 mins

Sei astronauti hanno trascorso un'intensa settimana di addestramento in una grotta sotterranea in Sardegna. E' la seconda fase di CAVES, il programma ideato dall'ESA per preparare i futuri astronauti ai disagi della permanenza nella stazione spaziale.

Ci pensa Hans Bolender, responsabile della European astronaut training division dell'ESA, a fugare eventuali dubbi sull'utilità di un simile addestramento: "Sono molte le somiglianze tra questa esperienza e il volo spaziale, basti pensare alla mancanza del ciclo giorno-notte, alla riduzione delle capacità sensoriali, all'igiene ridotta all'essenziale e alla necessità di lavorare in squadra e risolvere assieme gli eventuali problemi." Il cuore del programma è soprattutto il potenziamento delle capacità del lavoro di squadra pur in un ambiente critico e ostile.

I sei astronauti coinvolti in CAVES - due americani, un canadese, un russo, un giapponese e un danese - si sono calati nella grotta sarda di Sa Gutta e per una settimana si sono occupati di apprendere i protocolli di sicurezza e venire a capo delle prove e dei problemi ideati dagli istruttori. Oltre all'acquisizione delle basilari tecniche di sopravvivenza, il programma prevedeva anche le tipiche situazioni che si devono affrontare nell'esplorazione delle grotte, con la necessità di destreggiarsi in imbracature e discese a corda doppia. In calendario anche lezioni di tecnica fotografica in situazioni di assoluta oscurità, con lo scopo di catalogare le forme di vita che popolano le viscere di Sa Gutta.

Terminato il gioco - si fa per dire - della speleologia, gli astronauti ricominceranno a guardare verso le stelle, in trepidante attesa del giorno in cui dovranno spiccare il volo. 

ESA

Autori: 
Sezioni: 
Astronautica

prossimo articolo

La ricerca e l'innovazione dell'IA in mano a oligopoli privati: l’allarme e le soluzioni

Giorgio Parisi al convegno di Roma

L'intelligenza artificiale va regolamentata prima che si affermino forme di oligopolio, o persino di monopolio, capaci controllare l'accesso alle informazioni e la produzione di nuove conoscenze: per questo serve un grande centro di ricerca pubblico che oggi può essere realizzato solo in Europa. Lo afferma il premio Nobel per la fisica Giorgio Parisi in occasione del convegno ⁠ "Ricerca e democrazia nell'epoca delle Big Tech" ⁠ organizzato dal Gruppo 2003 per la ricerca scientifica il 14 maggio presso la sede del CNR a Roma, in collaborazione con Scienza in rete. Il dossier presentato dall'associazione sostiene con dati i rischi posti da un predominio economico schiacciante esercitato da poche aziende che valgono quanto il PIL degli USA, e che stanno condizionando profondamente anche l'ecosistema della ricerca scientifica, sempre meno aperto e controllato dalla comunità di riferimento.

Nell'immagine Giorgio Parisi, foto di Luca Carra.

Sei aziende (NVIDIA, Alphabet, Apple, Microsoft, Amazon e Meta) valgono oggi circa 22.000 miliardi di dollari, tre quarti del PIL degli Stati Uniti. Nel solo 2026 spenderanno in infrastrutture digitali tra 660 e 725 miliardi di dollari, circa tre volte e mezzo il bilancio federale americano per tutta la ricerca civile.