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L’Università: ne parliamo correttamente?

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Mentre i nostri laureati continuano a prendere la via dell'emigrazione verso paesi ospitali e avanzati, continua il bombardamento denigratorio di un gruppo di frettolosi che non sembrano molto orientati a considerare l'università come uno degli investimenti più indispensabili allo sviluppo socioculturale del paese. Non più tardi di lunedì 22 giugno, Mario Pirani su Repubblica fa ancora riferimento alle idee dell'economista Pirrotti (che ha pubblicato un pamphlet, "L'università truccata", con Einaudi) per descrivere cos'è che non va, dimenticando che i nostri laureati nelle dicipline in cui la ricerca è una grande tradizione vengono "regalati" a tutti i paesi del mondo che li accettano come eccellenti a scatola chiusa. Un regalo di circa 500.000 euro per ogni dottore, pagato da noi per formarlo dalla scuola dell'infanzia al dottorato, perché da noi la formazione è (o meglio: era) pubblica e a carico della comunità come dovrebbe essere in ogni democrazia che si rispetti. Ma i grandi economisti all'americana, Giavazzi, Zingales, Alesina oltre al già nominato Pirrotti confondono spesa con investimento e sostengono privatizzazioni che renderebbero i difetti "di mercato" ancora più gravi e semmai più occulti. Intendiamoci: non sto dicendo che l'università italiana funziona. Ma dirottare l'attenzione sui comportamenti gravidi di interessi di pochi per dire che tutto l'ambiente è marcio non fa che aggravare quella mancanza di "appetibilità" che hanno le sedi italiane nella vasta comunità internazionale che, pure, quei ricercatori italiani li accetta, apprezzandone la qualità così come nasce dalla formazione. Non tutti, certo: ci sono settori più ricchi di tradizioni di ricerca e settori più inclini a formare professionisti che incontrerano una clientela pagante; il che corrisponde a corpi accademici molto diversi, che forse meriterebbero una separazione formale. E' indubbiamente vero che, specie in alcuni campi, i corpi accademici non sono capaci di collaborare a un interesse universitario comune e, perciò, sono stati devastati da un cattivo uso dell'autonomia; ma è anche vero che governi come quello attuale e come i suoi omologhi precedenti non sono capaci, per ignoranza della realtà, di introdurre regole di funzionamento non devastanti che permettano azioni di governo interno efficace. Illudersi che la situazione si possa valutare senza entrare nel merito, con parametri "freddi" come quelli che offrono i celebri rating internazionali così cari ai giornalisti che poi giocano con le loro predilette graduatorie è un errore.

Dunque, il problema è quello di fare una vera analisi di qualità che corrisponda alla gestione reale del sistema universitario. La mia impressione più netta riguarda i seguenti fatti: 1) per stimolare i corpi accademici dei vari settori disciplinari a collaborare bisogna introdurre incentivi che rendano utile farlo e non solo regole che lo impongano; 2) bisogna trovare il modo di valutare sia la ricerca che la didattica facendo dei medaglioni puntuali delle figure individuali degli aspiranti a posizioni accademiche e non solo copie-carbone di impact factors e citation indexes; 3) bisogna preoccuparsi della interattività del rapporto studenti-docenti nei singoli corsi; non si possono ammettere corsi che siano conferenze-monologhi in cui il docente non dia spazio agli interrogativi dei suoi studenti; 4) bisogna ripristinare un rapporto diretto tra l'università e la scuola, dalla primaria alla secondaria superiore, in modo che le discipline vengano coltivate correttamente sin dall'inizio delle carriere scolastiche in una didattica che percore gradini evolutivi riconoscibili. Mi sembra che il sistema italiano (ma non è il solo) sia capace di fare queste cose in alcuni settori che godono di una grande tradizione e che lo si veda dai risultati in quei settori. Forse sarebbe anche meglio riflettere sulla proliferazione delle sedi universitarie periferiche senza però dimenticare che assolvono alla funzione di attenuare i disagi degli studenti fuori sede: periferico non vuol dire necessariamente scadente se incentivi e reclutamento non sono scadenti in quanto periferici. Ma è indispensabile uscire dalla rete di luoghi comuni morbosamente diffusi da persone insoddisfatte che magari vengono da esperienze in cui il mercato ha già avuto l'effetto devastante che potrebbe avere anche da noi se continua così: lo slogan che deve campeggiare sull'Università italiana è: "La cultura superiore è il più importante investimento di una democrazia avanzata e il nostro mondo deve accettare una volta per tutte, come diceva il compianto Antonio Ruberti, che i beni immateriali portano più benessere, felicità e consapevolezza dei beni materiali".

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