Dunque, il problema è quello di fare una vera analisi di qualità che corrisponda alla gestione reale del sistema universitario. La mia impressione più netta riguarda i seguenti fatti: 1) per stimolare i corpi accademici dei vari settori disciplinari a collaborare bisogna introdurre incentivi che rendano utile farlo e non solo regole che lo impongano; 2) bisogna trovare il modo di valutare sia la ricerca che la didattica facendo dei medaglioni puntuali delle figure individuali degli aspiranti a posizioni accademiche e non solo copie-carbone di impact factors e citation indexes; 3) bisogna preoccuparsi della interattività del rapporto studenti-docenti nei singoli corsi; non si possono ammettere corsi che siano conferenze-monologhi in cui il docente non dia spazio agli interrogativi dei suoi studenti; 4) bisogna ripristinare un rapporto diretto tra l'università e la scuola, dalla primaria alla secondaria superiore, in modo che le discipline vengano coltivate correttamente sin dall'inizio delle carriere scolastiche in una didattica che percore gradini evolutivi riconoscibili. Mi sembra che il sistema italiano (ma non è il solo) sia capace di fare queste cose in alcuni settori che godono di una grande tradizione e che lo si veda dai risultati in quei settori. Forse sarebbe anche meglio riflettere sulla proliferazione delle sedi universitarie periferiche senza però dimenticare che assolvono alla funzione di attenuare i disagi degli studenti fuori sede: periferico non vuol dire necessariamente scadente se incentivi e reclutamento non sono scadenti in quanto periferici. Ma è indispensabile uscire dalla rete di luoghi comuni morbosamente diffusi da persone insoddisfatte che magari vengono da esperienze in cui il mercato ha già avuto l'effetto devastante che potrebbe avere anche da noi se continua così: lo slogan che deve campeggiare sull'Università italiana è: "La cultura superiore è il più importante investimento di una democrazia avanzata e il nostro mondo deve accettare una volta per tutte, come diceva il compianto Antonio Ruberti, che i beni immateriali portano più benessere, felicità e consapevolezza dei beni materiali".
L’Università: ne parliamo correttamente?
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"Noi persone con sclerosi multipla vogliamo essere parte della ricerca"

Nel corso del congresso scientifico annuale dell'Associazione italiana sclerosi multipla (AISM) e della sua fondazione, la vicepresidente Rachele Michelacci ha rivendicato la centralità delle persone malate nella ricerca. Lo ha detto in un contesto favorevole, visto che che il programma di engagement dei pazienti, le loro famiglie e i caregiver è stato preso a modello dalle altre società scientifiche e dalla comunità europea. Riportiamo in italiano il discorso di Rachele Michelacci in occasione della Giornata della sclerosi multipla (30 maggio) che vedrà 200 monumenti in tuta Italia colorarsi di rosso.
Immagine di copertina e traduzione di Luca Carra
A un certo punto del congresso scientifico annuale dell'Associazione italiana sclerosi multipla e della sua fondazione, che si è tenuto a Roma dal 25 al 27 maggio scorsi, Rachele Michelacci, vicepresidente dell'Associazione, ha preso il centro della scena, salendo sul palco, e ha raccontato il suo bisogno, il bisogno di tante persone ammalate, di prendere parte alla ricerca, non solo di esserne oggetto.