fbpx Il clima e l'antica civiltà dell'Indo | Page 10 | Scienza in rete

Il clima e l'antica civiltà dell'Indo

Read time: 2 mins

Uno studio pubblicato su PNAS evidenzia il ruolo chiave del cambiamento climatico nel collasso della civiltà di Harappa, la fiorente civiltà della valle dell'Indo scomparsa drammaticamente circa 4000 anni fa.

Un team internazionale coordinato dal geologo Liviu Giosan (Woods Hole Oceanographic Institution) e composto da esperti in geologia, geomorfologia, archeologia e matematica ha ricostruito una mappa dettagliata della Valle dell'Indo grazie ai dati raccolti dalla Shuttle Radar Topography Mission. Non si è trattato di un semplice collage fatto a tavolino. Con un lavoro che li ha impegnati per cinque anni, Giosan e collaboratori hanno infatti cercato conferme dirette della loro ricostruzione con carotaggi e osservazioni sul campo.

Questa accurata indagine ha permesso di ricostruire il graduale cambiamento del paesaggio di quella regione nel corso di 10 mila anni. Il quadro che emerge racconta di una progressiva desertificazione del territorio riconducibile al declino dell'intensità delle piogge monsoniche. Nel lavoro pubblicato su PNAS i ricercatori sottolineano come sia stato il conseguente impoverimento dei fiumi indispensabili all'agricoltura a decretare il collasso della splendida civiltà dell'Indo.

L'accurato lavoro di mappatura ha inoltre permesso di venire a capo del mistero del fiume Sarasvati, il fiume sacro descritto nei testi Veda. Identificato con l'attuale Ghaggar, lasciava perplesso il fatto che oggi si tratta di un fiume stagionale e non è certo quel maestoso corso d'acqua decantato nei testi sacri. La ricerca di Giosan e collaboratori ha permesso di concludere che, prima del collasso della civiltà dell'Indo, il Sarasvati era davvero un grande fiume e che la sua ricchezza d'acqua era legata alle piogge monsoniche. Di tale intensità e durata che riuscivano a garantire al fiume un maestoso corso annuale.

Woods Hole Oceanographic

Autori: 
Sezioni: 
Luoghi: 
Free tag: 
Indice: 
Clima

prossimo articolo

Di che cosa parliamo quando parliamo di TEA

Campo coltivato di cereali al tramonto

Negli ultimi anni, le tecniche di ingegneria genetica e la cosiddetta “evoluzione assistita” (TEA) hanno riacceso il dibattito, in campo non solo scientifico, ma anche economico e culturale. La questione centrale può essere riassunta in una domanda: è davvero possibile, con le tecnologie attuali, intervenire sul DNA di una pianta coltivata per renderla più resistente senza dover fare i conti con implicazioni più ampie, di tipo biologico, evolutivo, agroecologico e persino filosofico? Crediti immagine: Yosi Azwan su Unsplash

L’annuncio del prossimo arrivo di nuove varietà di piante coltivate definite TEA (Tecniche di Evoluzione Assistita, interpretazione italiana di New Genetic Techniques) riaccende il dibattito su quanto la genetica possa realisticamente ottenere in termini di aumento delle produzioni alimentari e su come, modificando uno o pochi geni del corredo genetico, si possano aumentare stabilmente le resistenze a stress e parassiti, migliorare la sicurezza alimentare nei suoi diversi risvolti di sostenibilità, di equità e di etica.