fbpx Come ingrassano i buchi neri? | Scienza in rete

Come ingrassano i buchi neri?

Read time: 2 mins

Due recenti studi offrono differenti risposte ai dubbi degli astronomi riguardo ai meccanismi di crescita dei buchi neri; quanto proposto finora non riesce infatti a rendere ragione del rapido accrescimento dei supermassicci mostri osservati.

Il primo lavoro, pubblicato a febbraio su MNRAS da Christopher Nixon e Andrew King (University of Leicester) in collaborazione con Daniel Price (Monash University), suggerisce un accrescimento in un sistema caratterizzato da moti caotici. Secondo i tre astrofisici, la presenza di dischi di gas controrotanti e non perfettamente allineati con la rotazione del buco nero aumenterebbe in modo incredibile la capacità del buco nero di catturale materiale, con il conseguente rapidissimo aumento della sua massa. L’interazione reciproca dei dischi di gas farebbe loro perdere energia cinetica rendendo la cattura del materiale di gran lunga più agevole e i tempi di crescita dei buchi neri 1000 volte più rapidi.

Il secondo studio, pubblicato su Astrophysical Journal Letters, è frutto di accurate simulazioni computerizzate e del confronto con dati della Via Lattea e di altre galassie. Secondo Ben Bromley (University of Utah) e collaboratori un meccanismo molto efficiente sarebbe la cattura di stelle appartenenti a sistemi binari: tali sistemi, infatti, entrerebbero più facilmente in interazione con un eventuale buco nero, con il risultato che una delle due stelle verrebbe agevolmente catturata. Valutazioni statistiche sulla possibilità di simili incontri hanno condotto i ricercatori a calcolare che il buco nero della Via Lattea potrebbe aver dilaniato un sistema binario ogni 1000 anni. Nel corso degli ultimi 10 miliardi di anni, dunque, il mostro potrebbe aver ingurgitato una quantità di materia più che sufficiente a render conto della sua attuale massa di 4 milioni di masse solari. In aggiunta, lo scenario proposto da Bromley potrebbe anche giustificare la presenza delle stelle iperveloci: sarebbero le compagne che, per una sorta di effetto fionda, sono riuscite a sfuggiree dalle sgrinfie del buco nero.

University of Leicester - University of Utah

Autori: 
Sezioni: 
Astrofisica

prossimo articolo

Farmaci e ambiente: quanto inquina la medicina moderna?

pastiglie varie

Negli ultimi decenni il consumo globale di farmaci è cresciuto rapidamente, trainato dall’invecchiamento della popolazione, dall’aumento delle malattie croniche e dallo sviluppo di terapie sempre più sofisticate. Ma dietro queste evidenze si nasconde anche un lato meno visibile della medicina del nostro tempo: residui di principi attivi sono ormai rilevabili in fiumi, laghi e acque costiere di tutto il mondo, con effetti reali e potenziali sugli ecosistemi. Ne abbiamo parlato con Giovanna Paolone, coordinatrice del Gruppo di lavoro sull’impatto ambientale dei farmaci della Società Italiana di Farmacologia (SIF), Raffaella Sorrentino, membro del gruppo di lavoro, ed Emanuela Testai, ex dirigente di ricerca dell’Istituto Superiore di Sanità e membro del Consiglio Direttivo della Società Italiana di Tossicologia (SITOX).

Sono il pilastro della medicina moderna, molecole in grado di debellare malattie un tempo incurabili. Stiamo parlando dei farmaci, eredi dei rimedi naturali utilizzati fin dall’Antico Egitto e oggi prodotti su larga scala grazie all’industrializzazione, che ha reso possibile trattare un numero crescente di pazienti e sviluppare nuove molecole in laboratorio. Ma dopo aver svolto la loro funzione, queste sostanze non scompaiono: vengono eliminate dall’organismo e possono continuare a circolare nell’ambiente, con effetti che vanno ben oltre quelli terapeutici.