fbpx Il Pacifico dopo Fukushima | Page 7 | Scienza in rete

Il Pacifico dopo Fukushima

Read time: 1 min

Lo scorso giugno un team internazionale ha navigato per due settimane nel’Oceano Pacifico raccogliendo campioni d’acqua e di organismi marini. Lo scopo era quello di valutare l’impatto dell’evento-Fukushima: ora sono stati pubblicati i primi risultati.

L’intento di Ken Buesseler (Wood Hole Oceanographic Institution) e della dozzina di altri ricercatori che hanno collaborato al progetto era quello di ottenere una valutazione indipendente del livello di radioattività oceanica imputabile al disastro giapponese del marzo 2011. Uno degli isotopi rilasciati in quell’occasione fu il Cesio-134 che, per il ridotto tempo di dimezzamento (poco più di due anni), è stato impiegato dai ricercatori come marker sicuramente riconducibile a Fukushima. Dal suo confronto con il cesio-137, riconducibile agli esperimenti nucleari degli anni Cinquanta e Sessanta, è stato possibile quantificare l’entità dell’emissione dei reattori giapponesi.

Nel lavoro, pubblicato sulle pagine di PNAS, Buesseler e collaboratori sottolineano che i livelli di radiazione sono 1000 volte superiori rispetto a quelli presenti prima dell’incidente, anche se restano comunque al di sotto dei livelli d’allarme per l’uomo e gli organismi marini. I valori registrati, infatti, risultano circa un sesto di quelli imputabili a radionuclidi naturali, quali ad esempio il potassio-40. Secondo i ricercatori la fuoruscita di materiale radioattivo da Fukushima costituisce la più grande immissione accidentale di radiazioni nell’oceano mai avvenuta prima d’ora.

Woods Hole Oceanographic

Autori: 
Sezioni: 
Indice: 
Fukushima

prossimo articolo

Infermiere e infermieri, colonne portanti di Medici Senza Frontiere

Ettore Mazzanti del consiglio direttivo di MSF

Da aprile, a guidare Medici Senza Frontiere sono due infermieri, Martina Marchiò ed Ettore Mazzanti.  Segno di un modello in cui la professione infermieristica è centrale non solo nella cura, ma anche nella gestione delle emergenze e nel coordinamento dei progetti umanitari. Dalle guerre alle epidemie, dalle crisi nutrizionali ai campi profughi, l’esperienza maturata sul campo da infermiere e infermieri di MSF diventa un patrimonio di competenze cliniche, organizzative e relazionali che può arricchire anche il sistema sanitario italiano.

La sezione italiana di Medici Senza Frontiere ha recentemente rinnovato il proprio consiglio direttivo, affidando i ruoli di presidente e vicepresidente a due infermieri, Ettore Mazzanti e Martina Marchiò. È una scelta che non rappresenta un’eccezione all’interno dell’organizzazione, ma che riflette una caratteristica strutturale di MSF: la posizione centrale della professione infermieristica non solo nell’assistenza clinica, ma anche nella gestione dei progetti umanitari e nel coordinamento operativo sul campo.