fbpx Il grande cuore di Mercurio | Scienza in rete

Il grande cuore di Mercurio

Primary tabs

Read time: 2 mins

La misurazione delle piccolissime variazioni nell'orbita della sonda MESSENGER hanno permesso di scoprire che il nucleo di Mercurio è più grande di quanto si pensasse e la sua struttura differisce da quella degli altri nuclei planetari.

A metà marzo la sonda ha completato la sua missione primaria intorno a Mercurio e i risultati suggeriti dall'analisi dei dati raccolti non si sono fatti attendere. Gran parte degli studi sono stati presentati nel corso della 43a Lunar and Planetary Science Conference svoltasi a The Woodlands in Texas, ma per la loro importanza due di essi sono stati pubblicati su Science Express.

Nel primo, David Smith e collaboratori analizzano il campo gravitazionale del pianeta ricavato dalle anomalie orbitali della sonda e presentano la possibile struttura interna di Mercurio. Oltre ad alcune anomalie imputabili ad accumuli di massa sotto la superficie, l'analisi suggerisce che il nucleo di Mercurio è molto più grande di quanto suggerito dai precedenti modelli. Il suo raggio ammonterebbe a circa l'85% del raggio del pianeta, dunque sarebbe in proporzione il più grande tra i nuclei planetari del Sistema solare. Poiché per spiegare la presenza del campo magnetico è indispensabile che almeno una parte di esso sia liquida, i ricercatori suggeriscono che il pianeta possa avere questa struttura: sotto la crosta superficiale e il mantello di silicati vi sarebbe un guscio solido di ferro e zolfo al di sotto del quale uno strato liquido ricco di ferro potrebbe avvolgere il nucleo solido più interno.

Nel secondo lavoro, presentato da due dozzine di planetologi coordinati da Maria Zuber, si analizza l'altimetria del pianeta. Le montagne di Mercurio sono mediamente inferiori rispetto a quelle presenti sulla Luna e su Marte e, secondo i ricercatori, testimoniano un'evoluzione superficiale molto travagliata, con variazioni topografiche su grande scala fin dalle fasi più antiche della storia geologica del pianeta. Un esempio su tutti è l'immenso bacino Caloris – diametro di oltre 1500 chilometri – scavato da un impatto, riempito da colate vulcaniche e successivamente modificato da altri violenti sconvolgimenti superficiali. La sua struttura originaria è stata a tal punto snaturata che attualmente il fondo del bacino risulta più elevato delle sue sponde.

Carnegie Institution

Autori: 
Sezioni: 
Astronomia

prossimo articolo

Terra dei Fuochi: quale scienza serve dopo la sentenza?

incendio nella terra dei fuochi

La sentenza della Corte europea dei diritti dell’uomo sulla Terra dei Fuochi ha riconosciuto che le conoscenze accumulate nel tempo erano già sufficienti a imporre misure di protezione della popolazione. A più di un anno e mezzo dalla condanna dell’Italia, la questione non è quindi soltanto produrre nuove prove sui danni ambientali e sanitari, ma capire quale ricerca serva oggi: una sorveglianza continua e più fine sul territorio, capace di integrare ambiente e salute, individuare le popolazioni più esposte e verificare se gli interventi di prevenzione e risanamento stiano davvero riducendo i rischi.

Nell'immagine di copertina: incendio ad Afragola, 2012. Crediti: Gianluca Rizzi/Flickr. Licenza: CC BY-NC-SA 2.0

Il 30 gennaio 2025 la Corte europea dei diritti dell’uomo ha condannato l’Italia per non avere protetto adeguatamente la popolazione della Terra dei Fuochi da un rischio ambientale e sanitario conosciuto da molti anni. È trascorso più di un anno e mezzo: poco rispetto alla lunga storia di questo territorio, ma più che sufficiente per chiedersi che cosa la sentenza possa cambiare anche nel modo di produrre e utilizzare le conoscenze su ambiente e salute.