Pur essendo una recente branca dell'astronomia, la ricerca di pianeti extrasolari ha portato alla scoperta di centinaia di stelle con il loro harem di pianeti. Le osservazioni mostrano che questi pianeti seguono un valzer attorno alla loro stella, compiendo orbite irregolari a una distanza che è centinaia di volte maggiore di quella tra il Sole e la Terra. Ora uno studio in attesa di pubblicazione sulla rivista The Astrophysical Journal ha mostrato che questi pianeti non si sarebbero formati da un disco di gas e polvere che ruota intorno a una stella, secondo il modello che spiega la nascita di pianeti con orbite piccole e regolari, come quelli del sistema solare. Molti degli esopianeti, invece, sarebbero stati in precedenza pianeti che fluttuavano solitari nello spazio e solo in un secondo momento sarebbero stati catturati da una stella. Gli autori dello studio, Hagai Perrets dell'Harvard-Smithsonian Center for Astrophysics di Cambridge in Massachussets e Thijs Kouwenhoven del Kavli Institute for Astronomy and Astrophysics dell'Università di Pechino, hanno simulato al computer cosa avviene ai pianeti vagabondi quando si trovano immersi in un ammasso stellare. I risultati mostrano che una frazione compresa tra il 3 e il 6% delle stelle riesce a catturare almeno un pianeta. In effetti studi precedenti hanno mostrato che questi pianeti vagabondi, probabilmente rispediti nello spazio interstellare quando il loro Sole raggiunge la fine della sua vita e si espande in una gigante rossa, sarebbero moltissimi: tanti quanti le stelle. Anche il Sole, pur possedendo nove pianeti e un numero enorme di corpi minori, grazie alla sua massa avrebbe la capacità di catturare un pianeta che passasse nelle sue vicinanze. Sarebbe eccitante scoprire in futuro che la famiglia solare possa crescere di un nuovo cugino, magari lontano e piccolo, ma pur sempre un parente.
Nuovi esopianeti
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Ricostruire la musica perduta con l'analisi digitale: il caso Giovanni Battista Riccio

Un gruppo di ricerca dell’Università di Padova ha realizzato un progetto volto a ricostruire le parti perdute di alcuni brani dell’organista e compositore barocco Giovanni Battista Riccio. La ricostruzione segue tecniche basate sullo studio analitico delle partiture rimaste, e ha consentito di disseppellire dall’oblio musica perduta che nessuno poteva più eseguire. Così, grazie anche all’aiuto dell’analisi digitale della musica, è stata studiata, ricostruita e valorizzata l’opera completa del musicista, aggiungendo un tassello importante alle nostre conoscenze del primo periodo musicale barocco veneziano. Nell'immagine, un frame del video realizzato nel contesto del progetto.
Marina Toffetti è docente di Teorie musicali e di Analisi delle forme musicali e delle tecniche compositive all’Università di Padova, dove dirige da diversi anni un gruppo di ricerca che si dedica alla ricostruzione di partiture barocche: il gruppo ha fatto risorgere la musica di Giovanni Battista Riccio, compositore del primo Barocco veneziano.