E’ stato pubblicato sulla rivista Human Molecular Genetics un lavoro del gruppo di Franco Pagani, dell’ ICGEB Trieste che dimostra le potenzialità di una strategia terapeutica a base di piccoli Rna nei confronti di tre gravi malattie genetiche rare: la Fibrosi Cistica, l'Emofilia e Atrofia muscolare spinale. La ricerca finanziata da Telethon e dalla Fondazione italiana fibrosi cistica, è stata svolto in collaborazione con il team di ricerca di Mirko Pinotti all’Università di Ferrara. “Dobbiamo pensare ai nostri geni come a una sequenza di informazioni discontinua: solo una porzione del suo contenuto va effettivamente tradotta in proteina” spiega Pagani. “Quando un gene viene copiato in Rna messaggero, prima che questo faccia da stampo per la sintesi proteica alcune sue parti vengono rimosse da un macchinario cellulare specializzato: questa attività è appunto lo splicing”. Questo meccanismo deve essere molto preciso, lo spostamento anche di un solo nucleotide determinerebbe lo slittamento del modulo di lettura, e quindi la sintesi di una proteina alterata. Nel caso di malattie come la fibrosi cistica, la Sma e l’ emofilia, accade che a causa di un difetto genetico, la rimozione non avviene correttamente e si ha la produzione di una proteina difettosa. Per ripristinare un corretto splicing dei geni che risultano difettosi in queste malattie, i ricercatori hanno adoperato degli Rna chiamati U1 snRNA che una volta manipolati sono capaci di appaiarsi in modo specifico al gene bersaglio e guidare correttamente il macchinario addetto allo splicing. “Nelle cellule il sistema ha funzionato perfettamente, spiega Pinotti, e ci ha consentito di ripristinare livelli sufficienti di proteina funzionante. Nel caso dell’emofilia, i livelli di correzione raggiunti, se ottenuti nei pazienti, sarebbero abbondantemente sopra la soglia terapeutica”.
Piccoli Rna per curare malattie gravi
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Prevedere la data e il luogo esatti in cui si verificherà un terremoto è impossibile. Tuttavia, si possono formulare delle previsioni probabilistiche nel breve termine, sfruttando il fatto che i terremoti tendono a concentrarsi nel tempo e nello spazio. Da una decina di anni alcuni paesi del mondo hanno lavorato a queste previsioni, cercando di formularle in modo che fossero utili per le autorità di protezione civile e di gestione delle emergenze. Tra questi paesi c’è l’Italia, che ha cominciato a lavorarci sul serio dopo il terremoto avvenuto a L’Aquila il 6 aprile del 2009. Ma come si fa a capire quando un modello produce buone previsioni? La domanda è tutt’altro che semplice. Provano a rispondere due sismologi e due statistici in uno studio pubblicato su Seismological Research Letters.
Immagine rielaborata da https://doi.org/10.1029/2023RG000823. (CC BY 4.0)
L’Italia è uno dei pochi paesi al mondo ad aver sviluppato un sistema per la previsione probabilistica dei terremoti. Si chiama Operational Earthquake Forecasting-Italy (OEF-Italy) e viene gestito dal Centro di Pericolosità Sismica dell’Istituto Italiano di Geofisica e Vulcanologia (INGV).